Parco di Veio
In breve. Il Parco di Veio è un parco naturale regionale di circa 15.000 ettari che si apre a nord di Roma, fra la via Cassia e la via Flaminia, nel lembo di campagna che gli antichi chiamavano Agro Veientano.
Il Parco di Veio è un parco naturale regionale di circa 15.000 ettari che si apre a nord di Roma, fra la via Cassia e la via Flaminia, nel lembo di campagna che gli antichi chiamavano Agro Veientano. L'ingresso più comodo per chi cerca la parte archeologica è a Isola Farnese, la rupe tufacea affacciata sull'antica città etrusca di Veio; per la Valle del Sorbo e la cascata della Mola il punto di riferimento è Via del Sorbo, a Formello (00060 Formello RM), dove si trova anche uno degli accessi segnalati. Il parco è un'area naturale aperta: si percorre a piedi lungo una rete di sentieri e l'accesso ai percorsi non ha biglietto. Diverso è il discorso per l'area archeologica del santuario di Portonaccio e per alcune tombe dipinte, che si visitano solo in giornate e orari fissati dalla Soprintendenza e dall'Ente: conviene controllare il calendario sul sito ufficiale dell'Ente Regionale Parco di Veio (parcodiveio.it) prima di mettersi in viaggio, perché le aperture sono periodiche e non quotidiane.
Come ci si arriva. In auto si esce dal Grande Raccordo Anulare verso la Cassia o la Flaminia e in pochi chilometri si è dentro il territorio protetto; Isola Farnese, Formello, Sacrofano, Campagnano di Roma e la Valle del Baccano sono le porte più usate. Senza auto, la linea ferroviaria regionale FL3 Roma-Viterbo ferma a La Storta, la stazione più vicina all'area di Veio e a Isola Farnese; da lì si prosegue con i mezzi locali o a piedi verso gli accessi. Gli orari dei treni e degli autobus vanno controllati sui canali ufficiali del servizio, perché cambiano con le stagioni. Portate scarpe da trekking con suola scolpita, acqua a sufficienza e, nei mesi caldi, un cappello: qui si cammina su fondo naturale, spesso lungo i fossi, e il terreno dopo la pioggia diventa scivoloso.
Se vi muovete fra le aree verdi a nord e a est della città, questa guida si affianca a quelle sugli altri grandi polmoni del territorio romano, dal Parco Valle del Treja, che confina con Veio a nord, alla Riserva della Marcigliana; trovate l'elenco completo dei luoghi da vedere nella pagina delle attrazioni turistiche.

Che cos'è il Parco di Veio
Il Parco Naturale Regionale di Veio nasce con la legge regionale del Lazio numero 29 del 1997, nell'ultima stagione degli anni Novanta in cui la Regione mise sotto tutela le grandi campagne intorno a Roma. La sua estensione ufficiale è di 14.984 ettari, cifra che si arrotonda comunemente a quindicimila e che ne fa uno dei parchi più ampi del Lazio. Non è una riserva chiusa e recintata: è un mosaico di boschi, coltivi, forre tufacee, corsi d'acqua e borghi abitati, dove il paesaggio agricolo convive con siti archeologici di primo piano. La ragione per cui vale la pena conoscerlo è proprio questa doppia natura. Chi arriva pensando solo alla passeggiata scopre che ogni fosso nasconde una necropoli, un mulino, un tratto di via romana; chi arriva per l'archeologia si ritrova immerso in un ambiente vivo, con il canto dei rapaci sopra i costoni e i cinghiali che attraversano i sentieri.
Il nome dice la cosa più importante. Veio, in latino Veii, fu la città etrusca più meridionale d'Etruria e la grande rivale di Roma. Il parco custodisce il suo pianoro, le sue mura, i suoi santuari e le sue tombe, e per questo è al tempo stesso un'area naturale e un enorme sito storico all'aria aperta. Chi cammina qui cammina sopra una città che, quando Roma era ancora un centro in crescita, la fronteggiava alla pari.
Il territorio del Parco di Veio e i suoi Comuni
Il Parco di Veio si estende nel settore nord della capitale e tocca nove Comuni: Campagnano di Roma, Castelnuovo di Porto, Formello, Magliano Romano, Mazzano Romano, Morlupo, Riano, Sacrofano e il XV Municipio del Comune di Roma. Quest'ultimo, da solo, con una superficie di circa 7.000 ettari, copre quasi la metà dell'area protetta: significa che una fetta enorme del parco ricade dentro i confini amministrativi di Roma stessa, a pochi minuti dai quartieri settentrionali. A ovest il parco confina con il Parco Naturale Regionale di Bracciano e Martignano, a nord con il Parco della Valle del Treja, e va a lambire il margine della Riserva Naturale dell'Insugherata, che porta il verde quasi dentro l'abitato. Questa continuità non è un dettaglio: la cintura di aree protette a nord di Roma funziona come un corridoio ecologico, dove la fauna si sposta da un parco all'altro senza soluzione di continuità.
La natura del Parco di Veio
Prima di raccontare gli Etruschi conviene fermarsi su ciò che si vede davvero camminando: la natura. Il Parco di Veio è una cintura verde che produce un effetto di mitigazione sul clima della periferia romana e garantisce continuità all'ambiente naturale, a tutela della biodiversità. Pur avendo subito in passato spinte di urbanizzazione, nel complesso il territorio resta integro e ha conservato un valore paesaggistico alto. Questa è la premessa che un visitatore attento deve tenere a mente: quello che sembra un semplice sfondo campestre è in realtà un ecosistema difeso da una legge regionale.
La fauna del Parco di Veio
Il re indiscusso del Parco di Veio è il cinghiale. Lo dico senza retorica: la sua presenza è così forte che ormai lo si avvista anche fuori dai confini della riserva, nei coltivi e talvolta ai margini dei centri abitati. Chi cammina all'alba o al tramonto ha buone probabilità di incrociarlo, e la regola è semplice, tenersi a distanza e non avvicinare mai i piccoli. Accanto al cinghiale il parco ospita una fauna varia. Tra i mammiferi spiccano diversi mustelidi: la faina, la martora, la donnola e il tasso; comune è la volpe, più raro e schivo l'istrice, che si muove di notte e lascia i suoi aculei lungo i sentieri come firma del suo passaggio.
Ricchissima è l'erpetofauna, cioè il popolo di rettili e anfibi. Sui costoni tufacei e nelle zone umide vivono il biacco, la vipera comune, il saettone, il cervone. Proprio l'abbondanza di questi animali giustifica la presenza di molti rapaci che nidificano nei costoni: il nibbio bruno, la poiana, che si osserva soprattutto nelle zone aperte, lo sparviero, che caccia nelle aree boscate, l'albanella minore, che nidifica nelle zone erbose e coltivate, e il gheppio, il più comune di tutti, riconoscibile per il suo volo fermo sul posto, lo spirito santo, mentre scruta la preda. Chi porta un binocolo trasforma una passeggiata in una giornata di birdwatching. L'Ente pubblica sul proprio sito ufficiale schede dedicate a mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e insetti per chi voglia approfondire prima di partire.
La flora e i boschi del Parco di Veio
La vegetazione del Parco di Veio cambia a seconda della zona e dell'esposizione. Nell'area centro-settentrionale, dove prevalgono boschi di tipo mesofilo e meso-termofilo, cioè amanti di climi freschi e umidità media, si riconoscono il cerro, l'acero campestre, il carpino nero, il bagolaro, l'orniello, il castagno, il carpino bianco, il leccio e la roverella. È il bosco classico della campagna romana interna, quello che d'autunno vira al rame e al giallo e che d'estate offre ombra vera lungo i fossi. Nel sottobosco la lista è lunga e vale la pena imparare a riconoscere almeno le specie più comuni: il biancospino, il corniolo, la sanguinella, il ligustro, la berretta da prete, il rovo, il prugnolo, la rosa di San Giovanni, la primula, la melissa, il gigaro chiaro, la viola mammola, l'euforbia delle faggete, l'anemone degli Appennini, l'edera, la vitalba e l'asparago selvatico, che a primavera i raccoglitori locali cercano ai bordi dei sentieri. Questa varietà non è un elenco da erbario: è la ragione per cui, cambiando stagione, il parco offre camminate sempre diverse.

Veio, la città etrusca dentro il Parco di Veio
Qui il parco smette di essere solo natura e diventa una delle pagine più importanti della storia italiana antica. La più remota presenza dell'uomo su questo territorio risale alla preistoria, fra il XVI e il X secolo a.C., quando erano abitate le rive dell'antico specchio lacustre della Valle del Baccano, presso Campagnano di Roma, e la rupe dove oggi sorge il borgo di Isola Farnese. Ma è con l'età del ferro, la fase detta villanoviana, fra il IX e l'VIII secolo a.C., che la storia accelera. A diciassette chilometri da Roma, sul pianoro delimitato dai fossi del Piordo e della Valchetta, quest'ultimo l'antico Crèmera, viveva già una comunità densa di agricoltori: abitavano in capanne e seppellivano i morti fuori dell'abitato, secondo un ordine che gli archeologi hanno ricostruito tomba dopo tomba.
Fra l'VIII e il V secolo a.C. su quel pianoro crebbe la grande città etrusca che i Romani chiamavano Veii. Era la più meridionale d'Etruria e controllava un territorio vastissimo, l'Agro Veientano, che confinava a nord-est con la regione dei Falisci e dei Capenati verso la Sabina, a nord-ovest con l'area dominata da Caere, l'odierna Cerveteri, e a sud arrivava fino alla sponda destra del Tevere. Veio non era un villaggio: era una potenza urbana, con mura, santuari monumentali, acquedotti e cunicoli scavati nel tufo da ingegneri abilissimi. Chi la immagina come un piccolo insediamento sbaglia scala. Al suo apice poteva reggere il confronto demografico con Roma, e per secoli le due città si contesero il dominio sul basso corso del Tevere.
Perché Roma e Veio erano nemiche
Il motivo del conflitto non fu l'orgoglio, fu l'economia. In gioco c'erano il controllo degli approdi commerciali lungo il Tevere e le saline poste alla foce del fiume. Nell'antichità il sale non era un condimento qualsiasi: serviva a conservare il cibo e a nutrire il bestiame, ed era una risorsa strategica come oggi lo sono l'energia o l'acqua. Chi controllava le saline e i guadi controllava la ricchezza. Roma e Veio si trovavano sulle due sponde opposte del Tevere, vicinissime e rivali, e questa vicinanza fu la miccia di una guerra lunga e a fasi alterne.
La battaglia dei Fabii e la fine di Veio
Fra gli episodi meglio noti si ricorda la battaglia intrapresa nel 477 a.C. dalla famiglia romana dei Fabii contro Veio, scoppiata dopo l'uccisione di Quinto Fabio da parte dei Veienti. Lo scontro si concluse con il massacro di 306 Fabii, caduti in un'imboscata organizzata dai nemici presso il fiume Crèmera, cioè lungo la Valchetta che ancora oggi taglia il parco. La tradizione racconta poi dell'uccisione di quattro ambasciatori romani ad opera del re veiente Lars Tolumnio, vendetta poi consumata da Aulo Cornelio Cosso, che riuscì ad abbattere il re etrusco e portò trionfante le sue spoglie a Roma: quelle spoglie, gli spolia opima, furono uno dei più alti onori militari della Roma repubblicana. Il capitolo finale arrivò dopo un lunghissimo assedio, che la leggenda vuole durato dieci anni sul modello della presa di Troia. Nel 396 a.C. il dittatore Marco Furio Camillo prese e distrusse definitivamente la città. La caduta di Veio fu il primo grande allargamento territoriale di Roma e, in un certo senso, l'atto che avviò la sua espansione in Italia.
Il santuario di Portonaccio e l'Apollo di Veio
Se c'è un luogo che da solo giustifica un viaggio nel Parco di Veio, è il santuario di Portonaccio. Sorgeva ai piedi del pianoro della città, in posizione esterna rispetto all'abitato, ed era uno dei più importanti centri religiosi dell'Etruria meridionale. Le iscrizioni votive ritrovate lo raccontano dedicato in primo luogo alla dea Menerva, la Minerva etrusca, con un culto rilevante di Aplu, cioè Apollo, e la presenza di altre divinità come Rath, Aritimi, che corrisponde a Diana, e Turan, la Venere etrusca. Il complesso ebbe una storia lunga: i suoi primi impianti risalgono agli inizi del VII secolo a.C. e la forma monumentale definitiva si assestò intorno alla metà del V secolo a.C.
Il pezzo forte era il tempio, considerato tra i primi in Etruria costruito secondo l'ordine detto tuscanico, con pianta pressoché quadrata di circa diciotto metri di lato e un profondo pronao a tre celle. Accanto correva un grande bacino d'acqua, alimentato da una sorgente sotterranea, e un altare quadrato con la fossa per i sacrifici. Ma ciò che ha reso Portonaccio celebre nel mondo è la decorazione. Sul colmo del tetto correva un gruppo di grandi statue in terracotta a grandezza quasi naturale, gli acroteri, che mettevano in scena un mito: la contesa fra Apollo ed Ercole per la cerva dalle corna d'oro sacra ad Artemide. Un modo spettacolare, per chi arrivava, di leggere il cielo del tempio come una scena teatrale sospesa in aria.
L'Apollo di Veio, il capolavoro di Vulca
La statua più famosa di quel gruppo è l'Apollo di Veio. Venne alla luce nel 1916, durante gli scavi diretti da Giulio Quirino Giglioli, e fu ritrovata quasi integra, cosa rarissima per una terracotta di quell'età. È alta circa 1,80 metri e si data alla fine del VI secolo a.C., con la modellazione collocata dagli studiosi fra il 510 e il 490 a.C. La tradizione la attribuisce a Vulca, l'unico scultore etrusco di cui le fonti antiche ci abbiano tramandato il nome, lo stesso artefice che Roma chiamò per decorare il tempio di Giove Capitolino: un'attribuzione probabile, non un dato documentato, e come tale va presa. L'Apollo avanza con un passo che sembra spinto in avanti, il mantello aderente al corpo, un sorriso arcaico appena accennato sulle labbra. Conservava tracce di colore: nero nei capelli, rosso violaceo nella pelle, ocra nelle vesti. Non era una statua da guardare da vicino: era pensata per essere vista dal basso, contro il cielo, sul filo del tetto.
Del gruppo facevano parte anche un Ercole con la cerva, di cui furono recuperati pezzi in scavi successivi fino agli anni Quaranta, una figura di Hermes e un gruppo di Latona con Apollo bambino. Un dettaglio da sapere: l'originale oggi non è nel parco. L'Apollo di Veio si ammira al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, e chi vuole capire davvero Portonaccio dovrebbe unire le due visite, l'area del santuario nel parco e la statua al museo. Vedere il luogo vuoto del tetto e poi la figura che lo abitava è la cosa che resta più impressa.
Le necropoli e le tombe dipinte del Parco di Veio
Intorno al pianoro della città si estendono le necropoli, cioè le città dei morti, scavate nel tufo lungo i fossi. È qui che il Parco di Veio riserva alcune sorprese che pochi conoscono, perché non sono monumenti sempre aperti ma tesori che si mostrano a intervalli. Le tombe etrusche di Veio hanno un valore particolare per la storia dell'arte, perché conservano alcune delle più antiche pitture funerarie mai ritrovate.
La tomba dei Leoni Ruggenti
La tomba dei Leoni Ruggenti è la più straordinaria. Le sue pitture si datano intorno al 690 a.C., una cifra che va detta con enfasi perché la colloca fra le più antiche pitture etrusche conosciute, più vecchie delle celebri tombe dipinte di Tarquinia di quasi due secoli. Sulle pareti corre una processione di leoni stilizzati, tracciati con una linea di contorno in nero e un'incisione preparatoria, disposti in fregio. La camera venne recuperata il 31 maggio 2006 dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, a seguito delle confessioni di alcuni tombaroli: una storia che dice molto su quanto questo territorio sia stato saccheggiato e su quanto sia importante difenderlo. I leoni, nell'immaginario etrusco, evocavano l'aldilà e il timore della morte. Le aperture al pubblico sono straordinarie e programmate: chi vuole entrarci deve seguire il calendario dell'Ente e della Soprintendenza.
La tomba delle Anatre
Poco distante, la tomba delle Anatre appartiene allo stesso orizzonte antichissimo. Sulle sue pareti si distinguono file di uccelli acquatici dipinti in ocra rossa e nero, disposti su registri alternati. Le anatre, uccelli migratori, rappresentavano nel pensiero etrusco il passaggio dalla vita alla morte, il volo dell'anima verso l'altrove. Insieme, la tomba delle Anatre e quella dei Leoni Ruggenti formano un dittico che nessun altro sito italiano possiede: la nascita della pittura funeraria in Italia si legge qui, nel tufo di Veio, non altrove.
Ponte Sodo e le tagliate etrusche
C'è poi un'opera che lascia a bocca aperta chiunque, e che non è una tomba ma un'opera di ingegneria. Ponte Sodo è una galleria scavata dagli Etruschi nel banco di tufo per far passare sotto la roccia le acque del fosso della Valchetta, l'antico Crèmera. Un tunnel lungo decine di metri, tagliato a mano più di duemila anni fa per regolare le piene e bonificare il pianoro: camminare al suo imbocco, con il fosso che sparisce sotto la collina, dà la misura di che cosa sapessero fare quegli ingegneri. Nello stesso spirito vanno lette le tagliate, le vie scavate a trincea nel tufo che collegavano la città alle necropoli e ai valichi dei fossi: strade incassate fra pareti di roccia, ombrose e fresche, che ancora oggi si percorrono a piedi lungo alcuni sentieri del parco.
Isola Farnese, il borgo del Parco di Veio
Affacciato sul pianoro della città etrusca sorge il borgo di Isola Farnese, la porta storica del Parco di Veio dal lato di Roma. È un piccolo abitato arroccato su uno sperone di tufo, documentato già nell'XI secolo, con un recinto fortificato, un castello e la chiesa di San Pancrazio, che conserva affreschi tra Quattrocento e Cinquecento. Il borgo ha l'aria sospesa dei luoghi rimasti fuori dal tempo, e da qui parte il sentiero più diretto verso l'area archeologica di Veio e verso il santuario di Portonaccio. È il punto giusto per iniziare la visita: si lascia l'auto, si scende verso il fosso e in pochi minuti si passa dal Medioevo del borgo all'età etrusca del pianoro.
Attorno al borgo si distendono i luoghi che il vecchio racconto del parco elenca fra i monumenti da vedere. La villa romana di Campetti, rovine archeologiche che si estendono per circa 10.000 metri quadrati, in cui si riconoscono una cisterna e un ninfeo: la prova che, dopo la conquista romana, il pianoro non fu abbandonato del tutto ma ospitò impianti residenziali e produttivi. Poco lontano si apre la zona funeraria dove resta accessibile la tomba delle Anatre. Il quadro è chiaro: in un raggio ristretto convivono la città etrusca, le sue necropoli, un santuario e una villa romana, cioè mille anni di storia in una manciata di ettari.
La cascata della Mola e la Valle del Sorbo
Chi cerca acqua e ombra nel Parco di Veio ha una meta precisa: la Valle del Sorbo, nel territorio di Formello, e la sua cascata della Mola. È uno degli angoli più amati del parco e uno dei più fotografati. Il salto d'acqua prende nome da un antico mulino, la Mola di Isola Farnese, impianto dei primi del Novecento alimentato dal Fosso della Mola, e si raggiunge con una camminata di media difficoltà lungo la valle. Nei pressi del mulino il Fosso Piordo forma una piccola cascata, e l'insieme di acque, salti e boschi ripariali fa di questo tratto la passeggiata più adatta alle famiglie, purché con calzature adeguate perché le rocce a ridosso dell'acqua sono viscide.

Il santuario della Madonna del Sorbo
La Valle del Sorbo custodisce anche un luogo di fede. Sul poggio che domina la valle sorge il santuario della Madonna del Sorbo, nato dalla trasformazione di un antico castello in luogo di pellegrinaggio a seguito, secondo la tradizione, di un'apparizione miracolosa. Il santuario si raggiunge dallo stesso sentiero della cascata, così che una sola camminata unisce l'acqua, il bosco e la storia religiosa del territorio. È il tipo di itinerario che consiglio a chi ha mezza giornata e vuole capire il parco senza affrontare i percorsi archeologici più lunghi.

Gli altri luoghi naturali del Parco di Veio
Oltre alla Valle del Sorbo, il Parco di Veio raccoglie un elenco di punti naturali che meritano una deviazione. Il biotopo del Follettino è una piccola zona umida di grande interesse per anfibi e libellule. Il vulcano di Sacrofano ricorda che tutta questa campagna nasce da un antico distretto vulcanico, il Sabatino: il tufo che gli Etruschi scavarono per tombe e cunicoli è figlio di quelle eruzioni. La Cascata dell'Inferno è un altro salto d'acqua nascosto tra i fossi, meno frequentato di quello della Mola e proprio per questo prezioso per chi cerca silenzio. Sono mete che non compaiono nelle guide veloci e che ripagano chi ha voglia di camminare un po' di più.

Il tufo e il paesaggio del Parco di Veio
Per capire davvero il Parco di Veio conviene guardare la roccia sotto i piedi. Tutta questa campagna nasce da un antico distretto vulcanico, l'apparato Sabatino, la cui attività ha lasciato un banco di tufo tenero e lavorabile. È da questa geologia che discende tutto il resto. Il tufo si taglia con relativa facilità, e proprio per questo gli Etruschi poterono scavarvi tombe a camera, cunicoli, gallerie idrauliche come Ponte Sodo e le vie a trincea che chiamiamo tagliate. Lo stesso materiale, più tardi, fornì la pietra da costruzione dei borghi e dei casali. I corsi d'acqua, incidendo il tufo, hanno modellato le forre, cioè le valli strette e profonde che caratterizzano il paesaggio del parco: solchi ombrosi e freschi dove l'acqua scorre e la vegetazione si fa fitta, in contrasto con i pianori aperti e coltivati che si stendono in alto. Camminando dall'orlo di un pianoro fino al fondo di una forra si attraversano, in pochi minuti, due mondi diversi: sopra il sole e i campi, sotto l'ombra e il rumore dell'acqua. Il vulcano di Sacrofano è la memoria visibile di questa origine, e la Valle del Baccano, un tempo occupata da uno specchio d'acqua e bonificata solo tra Otto e Novecento, ne è la testimonianza idraulica. Chi impara a riconoscere il tufo capisce in un attimo perché una città come Veio nacque proprio qui: la roccia offriva difesa naturale sui costoni, materiale da scavo e da costruzione, e acqua incanalabile. Il paesaggio non è uno sfondo, è la ragione stessa della storia che vi si è svolta.
Storia del territorio dopo gli Etruschi
La conquista romana e le vie consolari
Dopo la conquista del 396 a.C. la maggior parte della popolazione veiente scampata al massacro fu ridotta in schiavitù, mentre il territorio venne frazionato e concesso ai cittadini romani. Molto più tardi l'imperatore Augusto, per frenarne la decadenza, elevò l'antico centro al rango di municipio; ma già alla fine del I secolo d.C. il luogo si spopolava, e in meno di un secolo fu abbandonato del tutto. L'impronta più duratura di Roma sul territorio del futuro Parco di Veio furono le strade. Alla fine del III secolo a.C. si aprì la via Flaminia per collegare l'agro falisco, l'Umbria e il Piceno; nel II secolo a.C. la via Cassia per raggiungere Chiusi, Arezzo e Firenze. Dalla Cassia si staccavano arterie minori: presso la cosiddetta Tomba di Nerone partiva la via Veientana diretta a Veio, mentre dall'antica stazione di posta di Vaccanae, presso Campagnano, si staccava la via Amerina verso l'Umbria.
Le consolari non servivano solo a marciare e a commerciare: avevano anche una funzione funeraria, ed erano costellate di tombe monumentali e necropoli, come la vasta necropoli di Grottarossa lungo la Flaminia e il mausoleo dei Veienti lungo la Veientana. Le campagne si popolarono di ville rustiche e residenziali, alcune legate a personaggi di primo piano della politica romana, come la villa di Lucio Vero sulla Cassia e la Villa di Livia lungo la Flaminia, celebre per gli affreschi del giardino oggi conservati a Roma. La cristianizzazione del territorio è testimoniata da alcune catacombe, come quelle di Monte Stallone e la catacomba ad vicesimum a Morlupo.
Il Medioevo, i castelli e i briganti
Nell'VIII secolo d.C., dopo lo spopolamento delle campagne seguito alla fine dell'Impero e alle invasioni, nell'agro romano nacquero le domuscultae, villaggi agricoli amministrati direttamente dalla Chiesa per rivitalizzare il territorio. Papa Adriano I promosse la Domusculta Capracorum, con centro amministrativo pochi chilometri a nord-est di Veio. Furono esperienze di vita breve: già dopo l'anno Mille decaddero, sostituite da un sistema fortificato di castelli e torri di vedetta creato dalle famiglie baronali che si contendevano il controllo del territorio. Sorsero allora il castello della Valchetta, il castello della Crescenza, la torre delle Cornacchie, la torre del Bosco, la torre Vergata, la torre di Pietra Pertusa. Nacquero i borghi medievali all'origine dei Comuni, con protagoniste le casate rivali degli Orsini e dei Colonna.
La campagna era insidiata dai briganti, che vi imperversarono fino all'età moderna: restano famose le gesta di Francesco Piccolomini e di Francesco Marocco, soprannominato Tartaglia. Fu anche un tempo di forte spiritualità. Lungo l'antica via Cassia passava la via Francigena, l'itinerario di pellegrinaggio che attraversava l'Europa per giungere a Roma, dove i pellegrini ottenevano l'indulgenza plenaria; ancora oggi un tratto della Francigena attraversa il parco ed è segnalato tra i sentieri. Nelle Valli del Sorbo, come si è visto, un antico castello divenne il santuario della Madonna del Sorbo.
L'età moderna, le bonifiche e la riforma agraria
Con la fine del Medioevo il territorio fu suddiviso in grandi proprietà terriere, un processo che ebbe il suo culmine nell'Ottocento con la concentrazione delle tenute in poche mani. I fondi disponevano di casali rurali e talvolta di ville residenziali, come villa Versaglia e il castello della Crescenza. La diffusione della malaria e l'incuria impoverirono l'agricoltura, finché lo Stato unitario, tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento, intervenne con ampie bonifiche, come quella delle paludi di Baccano, restituendo le campagne alla loro vocazione agricola. Per la cura e l'alfabetizzazione della popolazione furono creati presidi sanitari e scuole rurali, per esempio nel borgo di Isola Farnese. La storia agraria proseguì con le lotte dei braccianti, che si conclusero con la grande riforma fondiaria condotta dall'Ente Maremma negli anni Cinquanta: l'esproprio di vasti latifondi e la loro suddivisione in poderi assegnati agli ex braccianti. Lungo le due consolari, intanto, erano passati per secoli anche gli artisti e i letterati stranieri del Grand Tour, che nelle loro pagine descrissero stazioni di posta e osterie, molte delle quali ancora riconoscibili: posta di Baccano, osteria dell'Ellera, osteria de La Storta, osteria del Fosso sulla Cassia, osteria di Grottarossa, osterie di Prima Porta, casale di Malborghetto, osteriola del Fico, posta di Castelnuovo lungo la Flaminia.
Camminare nel Parco di Veio: sentieri e via Francigena
Il Parco di Veio si visita a piedi. La rete dei sentieri raggiunge circa 99 chilometri, compreso il tratto locale della via Francigena, e negli ultimi anni l'Ente l'ha ampliata e risistemata. I percorsi sono segnalati con la numerazione del CAI, il Club Alpino Italiano, che li ha inseriti nel proprio archivio nazionale: significa che chi conosce la simbologia dei sentieri di montagna la ritrova identica anche qui, ai margini di Roma. L'Ente mette a disposizione sul sito ufficiale mappe escursionistiche del nord e del sud del parco, una mappa interattiva e la traccia dei sentieri CAI: conviene scaricarle prima di partire, perché il campo telefonico dentro le forre non è sempre affidabile.
Una raccomandazione che non è formalità. L'Ente Regionale Parco di Veio è investito della tutela ambientale e della biodiversità, non è proprietario delle aree comprese nel perimetro, e declina ogni responsabilità per danni a cose o persone che dovessero verificarsi all'interno del parco. In pratica: si cammina sotto la propria responsabilità, su un ambiente naturale vero. Prima di mettersi in cammino si controllano sempre le previsioni meteo, perché i fossi si gonfiano in fretta dopo i temporali e alcuni guadi diventano impraticabili. Portate acqua, non fidatevi delle sorgenti, e nei mesi caldi partite presto.

Come orientarsi negli accessi del Parco di Veio
Non esiste un unico ingresso al Parco di Veio: essendo un parco di quindicimila ettari, ha molte porte segnalate. Le principali corrispondono ai temi della visita. Isola Farnese è la porta dell'archeologia, verso la città etrusca e Portonaccio. Formello, con Via del Sorbo, è la porta della Valle del Sorbo, della cascata della Mola e del santuario. Sacrofano e Campagnano di Roma aprono verso il settore nord e la Valle del Baccano. L'Ente pubblica una mappa delle entrate segnalate e una pagina dedicata a come arrivare: sono i due documenti da guardare per scegliere da quale lato entrare, perché il parco è talmente ampio che spostarsi da un accesso all'altro in auto richiede tempo. Il calendario di percorsi guidati e visite alle aree archeologiche è pubblicato dall'Ente durante l'anno.
Una curiosità sul Parco di Veio
La curiosità che pochi conoscono riguarda una statua che non è nel parco eppure ne è il simbolo assoluto. L'Apollo di Veio, la grande terracotta ritrovata a Portonaccio nel 1916, non fu concepito come una scultura da guardare frontalmente in un museo: era un acroterio, cioè una figura pensata per essere collocata sul colmo del tetto del tempio, a diversi metri d'altezza, e vista dal basso contro il cielo. Ecco perché il suo passo è così teso in avanti e il modellato così potente: doveva funzionare a distanza, in controluce, come un attore su un palco sospeso. Quando oggi lo si osserva a Villa Giulia, a livello degli occhi, lo si vede in un modo che gli antichi non ebbero mai. C'è di più. L'Apollo faceva parte di un gruppo di più statue che mettevano in scena il mito della contesa fra Apollo ed Ercole per la cerva sacra ad Artemide: un intero racconto scolpito da srotolare guardando in alto, lungo il filo del tetto. Immaginare Portonaccio come un edificio che al suo apice portava figure colorate stagliate sul cielo cambia completamente l'idea che ci si fa di un santuario etrusco. Non era grigio come lo vediamo tra le rovine: era dipinto, teatrale, vivo. E il fatto che l'unico nome di scultore etrusco tramandato dalle fonti antiche, Vulca, sia legato per tradizione proprio a questa statua rende l'Apollo di Veio, insieme, un capolavoro e una firma.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Parco di Veio
Quello che quasi nessuno dice è che nel Parco di Veio si trovano alcune delle più antiche pitture funerarie d'Italia, e che precedono di quasi due secoli le celebri tombe dipinte di Tarquinia. La tomba dei Leoni Ruggenti conserva pitture databili intorno al 690 a.C.: quando quei leoni furono tracciati sul tufo, Roma secondo la tradizione non era ancora stata fondata. Eppure di questo primato si parla pochissimo, per una ragione pratica e per una storia amara. La ragione pratica è che queste tombe non sono monumenti aperti tutti i giorni: si visitano solo in aperture straordinarie, programmate dall'Ente e dalla Soprintendenza, e quindi sfuggono al circuito turistico veloce. La storia amara è come la tomba dei Leoni Ruggenti sia tornata alla luce. Non da uno scavo scientifico, ma da un recupero: fu individuata il 31 maggio 2006 dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale grazie alle confessioni di alcuni tombaroli. Il territorio di Veio è stato per decenni terra di scavo clandestino, e molto di ciò che conteneva è finito disperso. Sapere questo cambia il modo di camminarci: ogni collinetta di tufo può nascondere una camera dipinta, e la ragione per cui non tutto è visitabile è anche la difesa da chi vorrebbe saccheggiarlo. Il consiglio concreto che ne ricavo è di tenere d'occhio il calendario dell'Ente: quando aprono i Leoni Ruggenti, si prenota e si va, perché sono occasioni rare.
Il consiglio che ti do per visitare il Parco di Veio
Il consiglio è di non trattare il Parco di Veio come un unico posto da vedere in una volta, perché è grande quanto una piccola provincia e finireste per guidare da un capo all'altro senza vedere niente. Sceglietene un tema e dedicategli mezza giornata. Se vi interessa l'archeologia, partite da Isola Farnese al mattino presto, scendete verso il pianoro della città etrusca e verso il santuario di Portonaccio, e completate poi la visita, un altro giorno, con l'Apollo al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma: il sito e la statua si spiegano a vicenda. Se invece cercate acqua, verde e una camminata adatta anche ai bambini, puntate su Formello e sulla Valle del Sorbo, con la cascata della Mola e il santuario del Sorbo lungo lo stesso sentiero. La stagione fa la differenza: la primavera è il momento migliore, con i fossi pieni, le cascate generose e la fioritura del sottobosco; l'autunno regala i colori dei boschi; l'estate va affrontata all'alba, perché a mezzogiorno il caldo delle radure è pesante e l'ombra non è ovunque. Un'ultima cosa che vale oro: scaricate prima le mappe CAI dal sito dell'Ente e controllate il meteo, perché dentro le forre il telefono spesso non prende e i guadi dopo la pioggia diventano seri. Chi arriva preparato porta a casa la giornata; chi improvvisa rischia di girare in tondo tra strade sterrate.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Si sa che gli Etruschi furono grandi costruttori, ma pochi collegano questa fama a un'opera concreta che si tocca ancora oggi nel Parco di Veio: Ponte Sodo. Non è un ponte nel senso che immaginiamo, è il contrario: una galleria scavata a mano nel banco di tufo per far scorrere sotto la collina le acque del fosso della Valchetta, l'antico Crèmera. Gli ingegneri veienti bucarono la roccia per decine di metri allo scopo di regolare le piene, evitare gli allagamenti del pianoro e guadagnare terreno coltivabile. È idraulica applicata di oltre duemila anni fa, ed è ancora lì, funzionante nella sostanza. Lo stesso sapere si legge nelle tagliate, le vie scavate a trincea nel tufo che univano la città alle necropoli e ai valichi dei fossi: corridoi profondi fra pareti di roccia, freschi anche d'estate, che ancora si percorrono lungo alcuni sentieri. Il fatto poco citato è dunque questo: prima di essere una città di templi e di tombe dipinte, Veio fu una città di ingegneri dell'acqua, capaci di piegare la geografia del tufo alle esigenze dell'agricoltura. Quando si cammina nelle forre del parco e si incontra un taglio troppo regolare per essere naturale, quasi sempre lo ha fatto la mano dell'uomo, molti secoli fa.
La foto giusta da fare al Parco di Veio
La foto che consiglio a Parco di Veio è la cascata della Mola nella Valle del Sorbo, ma con un accorgimento sul tempo e sulla luce. Il salto d'acqua rende al meglio in primavera o dopo qualche giornata di pioggia, quando la portata del fosso è piena; d'estate, nei periodi secchi, si riduce e perde forza. La luce migliore è quella del mattino o del tardo pomeriggio, quando il sole radente entra tra gli alberi e accende il verde dei muschi sulle rocce; a mezzogiorno i contrasti sono troppo duri e l'acqua brucia in bianco. Se avete un cavalletto e una posa lunga, l'acqua diventa un velo di seta, ma anche a mano libera, appoggiandosi a una roccia, si porta a casa una buona immagine. Un secondo scatto che vale la fatica è quello dall'alto della rupe di Isola Farnese verso il pianoro della città etrusca: al tramonto il tufo si scalda di arancio e si capisce, in un colpo d'occhio, perché proprio lì sorse una città capace di fronteggiare Roma. Regola di rispetto: non si scende mai fuori dai sentieri per cercare l'inquadratura perfetta, sia per la propria sicurezza sulle rocce viscide sia perché si cammina dentro un'area protetta e sopra siti archeologici fragili.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il Parco di Veio è un territorio sopra cui sono passati alcuni degli episodi fondativi della storia romana. Il primo è la battaglia del Crèmera del 477 a.C.: la famiglia romana dei Fabii mosse guerra a Veio e finì annientata in un'imboscata presso il fiume, con il massacro di 306 dei suoi uomini. La tradizione racconta che dell'intera gens si salvò un solo ragazzo, rimasto a Roma perché troppo giovane, e da lui sarebbe ripartita la stirpe. Il secondo episodio è il duello fra Aulo Cornelio Cosso e il re veiente Lars Tolumnio, seguito all'uccisione di quattro ambasciatori romani: Cosso abbatté il re e ne portò a Roma le armi, meritando gli spolia opima, uno degli onori militari più alti e più rari della storia repubblicana. Il terzo, il più celebre, è la caduta di Veio nel 396 a.C. dopo un assedio che la leggenda vuole durato dieci anni, sul modello di Troia: il dittatore Marco Furio Camillo espugnò e distrusse la città, e con quella vittoria Roma compì il suo primo grande balzo territoriale. Alla vicenda si lega il racconto tradizionale del trasferimento a Roma del culto di Giunone Regina, la dea protettrice di Veio, secondo il rito dell'evocatio con cui i Romani chiamavano a sé le divinità delle città nemiche. Molti secoli più tardi, in un tempo del tutto diverso, sugli stessi luoghi passò la Storia in forma più modesta ma reale: le bonifiche dello Stato unitario contro la malaria fra Otto e Novecento, e la riforma agraria dell'Ente Maremma negli anni Cinquanta, che spezzò i latifondi e assegnò poderi agli ex braccianti. Dalla guerra fra due città antiche alla riforma della terra moderna, questo lembo di campagna ha visto passare quasi tremila anni di vicende italiane.
Chi è passato dal Parco di Veio
Da questo territorio è passata molta gente che conta nella storia. Il dittatore Marco Furio Camillo, uno dei grandi condottieri della prima Roma, qui costruì la sua fama espugnando Veio nel 396 a.C. L'imperatore Augusto, molti secoli dopo, si occupò dell'antico centro elevandolo al rango di municipio nel tentativo di frenarne la decadenza. Lungo le consolari che tagliano il parco ebbero ville e proprietà personaggi di primo piano: l'imperatore Lucio Vero, con una villa sulla Cassia, e la famiglia imperiale con la celebre Villa di Livia lungo la Flaminia, moglie di Augusto, i cui affreschi del giardino sono tra i capolavori della pittura romana. Nel Medioevo si contesero questi luoghi le grandi casate romane degli Orsini e dei Colonna, e papa Adriano I vi promosse la Domusculta Capracorum. Lungo la via Francigena passarono per secoli i pellegrini diretti a Roma, e lungo la Cassia e la Flaminia transitarono gli artisti e i letterati stranieri del Grand Tour, che nei loro diari descrissero le osterie e le stazioni di posta del territorio. E, in un certo senso, da qui è passato anche Vulca, l'unico scultore etrusco di cui conosciamo il nome: la tradizione lega a lui l'Apollo di Portonaccio, e fu proprio da Veio che Roma, secondo le fonti, lo chiamò per modellare le terrecotte del tempio di Giove Capitolino. Poche zone alla periferia di Roma possono vantare un elenco simile di presenze, dagli imperatori ai briganti, dai papi ai pellegrini.

Il Parco di Veio con i bambini
Il Parco di Veio è adatto ai bambini, a patto di scegliere il percorso giusto. La Valle del Sorbo con la cascata della Mola è l'itinerario ideale: relativamente breve, ricco di acqua e di animali da osservare, con l'obiettivo concreto della cascata a fare da premio finale. Ai più grandicelli piace l'idea di camminare sopra una città etrusca e di entrare, quando è possibile, in un cunicolo scavato a mano come Ponte Sodo. Servono però alcune cautele: scarpe chiuse con suola scolpita perché vicino all'acqua si scivola, acqua e merenda al seguito perché lungo i sentieri non ci sono punti di ristoro, e attenzione ai cinghiali, che vanno osservati da lontano e mai avvicinati, soprattutto in presenza di piccoli. Con questi accorgimenti è una gita di natura completa, dove i bambini imparano a riconoscere impronte, uccelli e alberi camminando davvero, non guardando uno schermo.
Cosa c'è intorno al Parco di Veio
Il Parco di Veio si inserisce in una rete di aree protette a nord e a est di Roma che vale la pena esplorare in giornate diverse. A nord confina con il Parco Valle del Treja, celebre per le sue forre e le cascate di Monte Gelato. Verso la città si incontrano la Riserva della Marcigliana e il Parco del Pineto, mentre a est si aprono i grandi parchi storici e archeologici come il Parco dell'Appia Antica, la Valle della Caffarella e il Parco degli Acquedotti. Chi cerca aree verdi più piccole e vicine ai quartieri troverà utili le pagine sul Parco di Aguzzano, sul Parco delle Valli, sul Parco della Cervelletta, sul Parco della Cellulosa e sul Parco della Mistica. Per chi viaggia con bambini e cerca animali, resta un classico il Bioparco di Roma, dentro Villa Borghese. Un riferimento pratico per l'ambiente del parco è anche il portale regionale delle aree protette del Lazio, dove si trovano le schede ufficiali dei percorsi (parchilazio.it).
Quando andare al Parco di Veio
Il momento migliore per il Parco di Veio è la primavera, tra marzo e maggio: le cascate hanno la portata piena, il sottobosco fiorisce e le temperature permettono di camminare a lungo. Buono anche l'autunno, con i colori dei boschi e i fossi che tornano a scorrere dopo l'estate. L'estate è la stagione più difficile: le radure sono calde e assolate, e conviene partire all'alba e cercare i tratti d'ombra lungo i fossi. L'inverno regala giornate limpide e silenziose, ma dopo le piogge alcuni guadi diventano impraticabili e i sentieri fangosi. In ogni stagione la regola non cambia: si controllano le previsioni meteo prima di partire, perché qui l'acqua comanda i sentieri.
Domande veloci sul Parco di Veio
Quanto costa entrare al Parco di Veio
Il Parco di Veio è un'area naturale ad accesso libero: percorrere i sentieri non ha biglietto. L'accesso ad alcune aree archeologiche e alle tombe dipinte, invece, avviene solo in aperture programmate dall'Ente e dalla Soprintendenza, con modalità che vanno verificate di volta in volta sul sito ufficiale dell'Ente.
Dove si trova il Parco di Veio
Si estende a nord di Roma, tra la via Cassia e la via Flaminia, nell'area dell'Agro Veientano. L'indirizzo di uno degli accessi principali, nella Valle del Sorbo, è Via del Sorbo a Formello (00060 Formello RM). La porta dell'area archeologica è invece il borgo di Isola Farnese.
Come si arriva al Parco di Veio senza auto
La ferrovia regionale FL3 Roma-Viterbo ferma a La Storta, la stazione più vicina all'area di Veio e a Isola Farnese; da lì si prosegue con i mezzi locali o a piedi. Gli orari di treni e autobus vanno controllati sui canali ufficiali del servizio, perché variano con le stagioni.
Si può vedere l'Apollo di Veio nel parco
No. L'originale dell'Apollo di Veio è conservato al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma. Nel parco si visita il luogo dove fu ritrovato, il santuario di Portonaccio, quando l'area archeologica è aperta.
Quanto è grande il Parco di Veio
La superficie ufficiale è di 14.984 ettari, che si arrotondano comunemente a quindicimila. È uno dei parchi più estesi del Lazio e comprende il territorio di nove Comuni, oltre al XV Municipio di Roma.
Quanti chilometri di sentieri ha il Parco di Veio
La rete raggiunge circa 99 chilometri di sentieri, compreso un tratto della via Francigena. I percorsi sono segnalati con la numerazione del CAI, il Club Alpino Italiano.
Il Parco di Veio è adatto ai bambini
Sì, scegliendo percorsi brevi come la Valle del Sorbo con la cascata della Mola. Servono scarpe chiuse con suola scolpita, acqua e merenda al seguito, e attenzione ai cinghiali, da osservare sempre a distanza.
Si possono vedere le tombe etrusche dipinte
La tomba dei Leoni Ruggenti e la tomba delle Anatre si visitano solo in aperture straordinarie programmate dall'Ente e dalla Soprintendenza. Conviene seguire il calendario ufficiale, perché non sono accessibili tutti i giorni.
Che cos'è la cascata della Mola nel Parco di Veio
È il salto d'acqua della Valle del Sorbo, a Formello, che prende nome da un antico mulino dei primi del Novecento alimentato dal Fosso della Mola. Si raggiunge con una camminata di media difficoltà lungo la valle.
Che animali si vedono nel Parco di Veio
L'animale più diffuso è il cinghiale. Ci sono poi volpe, tasso, faina, martora, donnola, istrice e molti rapaci come il gheppio, la poiana, il nibbio bruno e lo sparviero, oltre a numerosi rettili e anfibi.
Serve una guida per visitare il Parco di Veio
Per le passeggiate naturalistiche non è obbligatoria, ma per l'area archeologica di Veio e per le tombe dipinte una visita guidata o un'apertura programmata è la strada più semplice, perché i siti non sono sempre accessibili in autonomia.
Il Parco di Veio si può visitare in mezza giornata
Sì, purché si scelga un solo tema. Essendo un parco di quindicimila ettari, non si vede tutto in una volta: in mezza giornata si fa bene o l'itinerario della Valle del Sorbo o quello archeologico di Isola Farnese, non entrambi.
Ci sono punti di ristoro dentro il Parco di Veio
Lungo i sentieri non ci sono bar o fontane affidabili: conviene portare con sé acqua a sufficienza e il pranzo al sacco. I borghi ai margini del parco, come Formello e Isola Farnese, offrono qualche punto di ristoro.
Che differenza c'è tra il Parco di Veio e Cerveteri
Veio era la città etrusca più meridionale e la rivale diretta di Roma, con santuari e tombe dipinte antichissime; Cerveteri, l'antica Caere, è celebre soprattutto per le grandi necropoli monumentali a tumulo. Sono due centri etruschi diversi, distanti fra loro, e visitarli entrambi dà l'idea della varietà dell'Etruria meridionale.
Il Parco di Veio è accessibile con passeggino o sedia a rotelle
La maggior parte dei sentieri corre su fondo naturale, sterrato e talvolta scosceso lungo i fossi, quindi non è adatta a passeggini o sedie a rotelle. Alcuni tratti pianeggianti presso gli accessi sono più agevoli: conviene informarsi sull'itinerario specifico prima di partire.
Quando è meglio andare al Parco di Veio
La primavera è la stagione migliore, con le cascate piene e la fioritura del sottobosco; buono anche l'autunno. In estate conviene partire all'alba per il caldo, e in ogni stagione si controllano le previsioni meteo, perché dopo la pioggia i guadi possono diventare impraticabili.
Ci sono cinghiali pericolosi nel Parco di Veio
I cinghiali sono numerosi e si avvistano spesso anche fuori dai confini. Non sono aggressivi se non provocati, ma vanno tenuti a distanza, non vanno mai avvicinati i piccoli e non va lasciato cibo incustodito. Con queste attenzioni gli incontri restano occasioni di osservazione, non di rischio.
Un ultimo pensiero: il Parco di Veio ripaga chi lo prende sul serio. Non è un parco urbano da attraversare distrattamente, è un territorio dove convivono una città etrusca, alcune fra le più antiche pitture funerarie d'Italia, cascate, boschi e millenni di storia agraria. Sceglietene una parte, camminatela con calma, portate acqua e curiosità, e tornate un'altra volta per un tema diverso. È così che questo lembo di campagna a nord di Roma si racconta davvero.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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