I 22 rioni di Roma
I rioni di Roma sono ventidue, numerati da R. I a R. XXII, e coprono soltanto il centro storico: quindici chilometri quadrati e poco più di centomila residenti. Il quartiere è un’altra cosa, nasce dopo e sta fuori. Chi confonde le due parole sbaglia mappa. Questa pagina mette in fila i ventidue rioni con la numerazione ufficiale, lo stemma di ciascuno e la cosa che vale la camminata, e chiude con il confine che quasi nessun romano sa dire a memoria.
La domanda arriva sempre allo stesso punto, davanti a una targa stradale bianca con la scritta in stampatello e un numero romano sopra. Quella targa dice in che rione siete. Nessuno la guarda. Dati e riferimenti di questa pagina sono stati controllati il 28 settembre 2026 sulle fonti indicate in fondo a ogni capitolo.

Che cos’è un rione e perché non è un quartiere
Rione viene dal latino volgare regione(m), passato per il romanesco medievale, e indica il primo livello della suddivisione toponomastica di Roma. I rioni stanno dentro le mura, con una sola eccezione. I quartieri, indicati con la sigla Q. e anch’essi numerati, nascono invece a partire dal primo Novecento fuori dalla cinta muraria, per ospitare una città che cresceva a ritmi che nessuno aveva previsto. Due sistemi diversi, due epoche diverse.
La differenza pratica si vede sulle targhe. Nel centro storico la targa marmorea porta il nome della strada e sotto, in piccolo, il nome del rione con il numero romano. Fuori dalle mura trovate la sigla del quartiere. La toponomastica romana continua a usare entrambi i sistemi per la numerazione civica e per l’anagrafe, anche se dal punto di vista amministrativo oggi contano i Municipi: tutti i ventidue rioni ricadono nel Municipio I.
Una precisazione che serve, perché confonde molti. Il rione non ha un sindaco, non ha un bilancio, non elegge nessuno. È una ripartizione toponomastica e storica, sopravvissuta come identità e come indirizzo. Il caporione, figura che comandava ogni rione dal tardo Medioevo, fu abolito dalla riforma municipale di Pio IX con il motu proprio del primo ottobre 1847. Da allora il rione è memoria, non potere.
Da quattordici regiones augustee a tredici rioni medievali
Roma divide sé stessa in zone da sempre. Servio Tullio, nel sesto secolo avanti Cristo, ne fece quattro dentro il pomerio: Suburana, Esquilina, Collina, Palatina. Augusto arrivò a quattordici regiones, tutte sulla riva sinistra del Tevere tranne Transtiberim, cioè l’attuale Trastevere. Con il crollo dell’Impero d’Occidente e il calo della popolazione quella griglia si sfilacciò e sparì.
Intorno al dodicesimo secolo si riformò una divisione in dodici parti, non per decreto ma per uso comune. Nel Duecento i confini diventarono ufficiali e i rioni salirono a tredici, con l’aggiunta di Trastevere. Il termine compare per la prima volta nel Catalogo di Torino, di inizio Trecento, che elenca voci come Regio Montium et Biberate o Regio Pontis et Stortichiarioram. I nomi sono già riconoscibili: Monti, Ponte, Pigna, Ripa.
Nel Rinascimento serviva precisione. La città si ripopolava, si aprivano strade nuove e fontane, e i confini vaghi non bastavano più. Uno dei criteri adottati per tracciarli fu la ripartizione equa della popolazione, non della superficie: per questo rioni periferici e semivuoti come Monti, Campitelli o Ripa risultano enormi, mentre quelli dell’ansa del Tevere, fitti di case, sono minuscoli. Sant’Angelo misura ancora oggi tredici ettari e mezzo.
Borgo quattordicesimo, Esquilino quindicesimo, e poi sette in un colpo solo
Nel 1586 Sisto V aggiunse il quattordicesimo rione nella zona di San Pietro: Borgo. Da lì l’equilibrio resse per quasi tre secoli, aiutato da una crescita demografica modesta. Le parentesi francesi del 1798 e dell’età napoleonica riorganizzarono tutto in dodici rioni prima e in otto Giustizie poi, accorpando i più piccoli ai maggiori, ma l’impianto tradizionale tornò subito dopo.
Roma capitale cambiò le proporzioni. L’immigrazione dal resto d’Italia e la costruzione degli apparati di uno Stato fecero esplodere l’edilizia dentro e fuori le mura. Nel 1874 i rioni diventarono quindici con l’istituzione dell’Esquilino, ricavato per scorporo da Monti, che fino a quel momento arrivava dal Foro fino a Porta Maggiore ed era il rione più esteso della città.
Il salto vero arriva nel 1921. Dopo il trentennio di espansione fra il 1890 e il 1920, l’Associazione fra i Romani segnalò all’Amministrazione l’opportunità di istituire nuovi rioni e nuovi quartieri. La Giunta Municipale rispose con la deliberazione numero 20 del 20 agosto 1921, che creò in un colpo solo sette rioni, dal XVI al XXII, e assegnò a ciascuno uno stemma con blasonatura scritta. Ludovisi, Sallustiano, Castro Pretorio, Celio, Testaccio, San Saba, Prati.
Nella stessa occasione ai primi quattordici rioni antichi fu aggiunto l’appellativo Vetere, per distinguerli dall’Esquilino post 1870 e dagli ultimi sette. Ecco perché sulle carte più vecchie leggete Monti Vetere o Ripa Vetere. La cosa non ha mai preso nel parlato: nessuno a Roma ha mai chiamato il proprio rione Vetere, e la formula è rimasta negli atti.
I 22 rioni in ordine, dal primo al ventiduesimo
Segue l’elenco nella numerazione ufficiale, con lo stemma come lo registra Carlo Pietrangeli nel suo studio del 1953 per la rivista Capitolium, e con la cosa per cui vale la pena entrarci. Dove le fonti divergono lo segnalo nel punto esatto, senza arrotondare. Le superfici e i residenti vengono dall’Annuario Statistico di Roma Capitale.
R. I Monti
Monti porta tre monti verdi in campo d’argento, cioè bianco, e resta il rione più esteso del centro con circa 165 ettari. La cosa da vedere è il Mosè di Michelangelo in San Pietro in Vincoli, che quasi nessuno raggiunge dalla scalinata dei Borgia come si dovrebbe. Sotto il Colle Oppio si apre la Domus Aurea. La Suburra antica corrisponde alle attuali via Leonina e via Madonna dei Monti.
Gli abitanti si chiamano monticiani e nel Medioevo parlavano un romanesco leggermente diverso dagli altri, tanto forte era l’identità del rione. Le risse con i trasteverini nel Trecento erano frequenti e serie. Chi vuole capire il rione da dentro, e non dalla vetrina di via del Boschetto, trova una guida dedicata nella scheda su Monti. Metro B, fermata Cavour.
R. II Trevi
Lo stemma di Trevi sono tre spade nude bianche poste in banda su campo rosso. Il rione prende nome dal trivio davanti alla Fontana di Trevi, dove convergevano tre strade, e non dalle tre spade, che vengono dopo. Qui si trova anche il Palazzo del Quirinale, residenza dei papi prima e dei re poi, oggi sede della Presidenza della Repubblica.
La Fontana di Trevi si vede meglio alle sette del mattino, quando il piazzale è quasi vuoto e la luce prende la facciata di palazzo Poli di taglio. Alle undici è un imbuto. Conviene arrivarci presto e poi risalire verso via della Dataria, che nessuno percorre e che dà il senso del dislivello fra la vasca e il colle.
R. III Colonna
Colonna ha per stemma una colonna bianca in campo rosso, allusiva alla Colonna Aureliana. È il rione della Colonna di Marco Aurelio, eretta al centro di piazza Colonna davanti a palazzo Chigi. Con 26,89 ettari è uno dei rioni più piccoli, eppure ci sono dentro Montecitorio, il Corso e mezzo giornalismo politico italiano.
La cosa da fare qui non è la piazza, che è un fondale. È entrare in via dei Bergamaschi o in via di Pietra, dove restano undici colonne del tempio di Adriano inglobate nel muro della Borsa. Alte quindici metri, scanalate, in marmo proconnesio. Ci passate davanti e non le vedete perché guardate il telefono.
R. IV Campo Marzio
Campo Marzio porta una mezzaluna d’argento in campo azzurro, simbolo antichissimo e di origine discussa. Il rione tiene insieme il Mausoleo di Augusto, l’Ara Pacis e piazza di Spagna. Nella pianta antica corrispondeva alla zona di esercitazione militare fuori dal pomerio, pianeggiante e soggetta alle piene del Tevere.
Il tratto che consiglio è la spina di vicoli fra via della Scrofa e via dei Portoghesi, con la torre della Scimmia che sporge sopra i tetti. Si cammina in cinque minuti e non c’è quasi nessuno. Metro A, fermata Spagna, uscita su via dei Due Macelli e poi giù a piedi verso il fiume.
R. V Ponte
Ponte ha per stemma il ponte Sant’Angelo bianco in campo rosso, e il nome viene proprio da lì. Il rione occupa l’ansa del Tevere di fronte a Castel Sant’Angelo e comprende via Giulia e via dei Banchi Vecchi, l’asse dei banchieri fiorentini del Cinquecento. Il ponte Sant’Angelo con gli angeli berniniani è la porta del rione.
Tenete presente che qui si svolgevano le esecuzioni capitali, in piazza di Ponte, davanti all’imbocco del ponte. Gli impiccati restavano esposti. La memoria di quel luogo è scritta nelle lapidi della confraternita che assisteva i condannati, sul fianco della chiesa in via Giulia. Nessuno ve lo dice mentre fotografate gli angeli.
R. VI Parione
Parione porta un ippogrifo rosso in campo bianco secondo la blasonatura di Pietrangeli, mentre la vulgata romana e molte riproduzioni moderne parlano di grifone: le due versioni convivono e vanno dichiarate entrambe. Il rione ospita piazza Navona, che ricalca lo stadio di Domiziano, e il tessuto di botteghe artigiane fra via del Governo Vecchio e via dei Coronari.
Il nome deriva da un grande muro antico, un paries, che i romani medievali vedevano affiorare in zona. Piazza Navona alle nove di sera d’agosto è un mercato di ritratti a carboncino. Alle sette di mattina di novembre è ancora una piazza. La differenza è tutta lì e non ve la restituisce nessuna fotografia.
R. VII Regola
Regola ha un cervo d’oro in campo azzurro. Il nome viene da arenula, la sabbia fine che il Tevere depositava sulla riva prima dei muraglioni, ed è la stessa parola che sopravvive in via Arenula. Il rione arriva fino a Campo de’ Fiori e comprende il tratto di via Giulia con la fontana del Mascherone.
Regola era un rione operaio, come Sant’Angelo e Ripa, e le corporazioni ne hanno segnato la toponomastica: via dei Balestrari, via dei Giubbonari, via dei Cappellari. Quest’ultima resta una delle poche strade del centro dove si lavora ancora dietro le vetrine invece di vendere magneti. Entrateci di mattina, verso le dieci, quando le saracinesche sono alzate.
R. VIII Sant’Eustachio
Lo stemma è una testa di cervo d’oro in campo rosso. Fra le corna Pietrangeli descrive il busto di Cristo, mentre nella pianta di Giovan Battista Falda compare invece una croce: la divergenza è antica e nessuna delle due versioni ha cancellato l’altra. La leggenda è quella della conversione di sant’Eustachio, che vide il cervo con il crocifisso fra i palchi. La basilica di Sant’Eustachio porta ancora la testa di cervo sul campanile.
Con meno di diciassette ettari è il secondo rione più piccolo dopo Sant’Angelo, eppure contiene la Sapienza borrominiana, palazzo Madama e un pezzo di Corso del Rinascimento. Nel 1925 una variante al piano regolatore impose l’arretramento della facciata di palazzo Madama su via della Dogana Vecchia: venti metri previsti, sedici realizzati, lavori dal 1926 al 1930.
R. IX Pigna
Pigna porta una pigna d’oro in campo rosso, in ricordo della grande pigna bronzea antica che stava in zona e che oggi si trova nel cortile omonimo dei Musei Vaticani. Il rione contiene il Pantheon e Santa Maria sopra Minerva, l’unica chiesa gotica del centro di Roma.
Il dettaglio più curioso si trova in via del Piè di Marmo, dove un piede colossale in marmo, alto poco meno di un metro e mezzo, sporge all’angolo. Apparteneva a una statua del santuario egizio dell’Iseo Campense. È lì dal Cinquecento e nessuno lo guarda perché è a mezzo metro da terra.
R. X Campitelli
Campitelli ha per stemma una testa di drago nera in campo bianco, e la scelta nasce dalla leggenda del drago che infestava il Foro e che papa Silvestro I avrebbe cacciato. Dentro il rione ci sono il Campidoglio, il Foro Romano, il Palatino e Santa Maria in Aracoeli con i suoi centoventiquattro gradini.
Campitelli è il rione meno abitato di tutti: circa cinquecento residenti su sessanta ettari, perché quasi tutta la superficie è area archeologica. Il Palazzo Senatorio e l’Aracoeli restano le uniche testimonianze superstiti dell’edilizia medievale del rione. Tutto il resto è antico o è Ottocento e Novecento.
R. XI Sant’Angelo
Sant’Angelo è il più piccolo rione di Roma, poco più di tredici ettari. Lo stemma raffigura un angelo su fondo rosso con un ramo di palma nella sinistra; in un’altra versione l’angelo tiene la spada e la bilancia, e una versione ancora precedente mostrava semplicemente un pesce d’argento in campo rosso. Tre varianti documentate, tutte da tenere.
La bilancia non allude alla giustizia ma alla pesatura del pesce: la pescheria di Roma stette qui, al Portico d’Ottavia, per più di milletrecento anni. Sul muro resta la copia della lastra marmorea che stabiliva la lunghezza massima dei pesci da vendere interi: le teste dei più lunghi andavano ai Conservatori, che ci facevano la zuppa. L’originale è ai Musei Capitolini.
R. XII Ripa
Ripa porta una ruota di timone bianca in campo rosso, in ricordo dello scalo fluviale di Ripa Grande. Fino al 1921 era vastissimo, dalla valle del Velabro alle pendici del Campidoglio fino a Porta San Sebastiano. Oggi comprende il Circo Massimo, l’Aventino con Santa Sabina, e Santa Maria in Cosmedin con la Bocca della Verità sotto il portico.
La fila per la Bocca della Verità dura fra i venti e i quaranta minuti nei mesi caldi e si fa per una fotografia di tre secondi. Dentro la chiesa, gratis e senza coda, c’è uno dei pavimenti cosmateschi migliori di Roma e una cripta scavata nel podio di un tempio antico. Sceglietene una: a nostro giudizio la seconda.
R. XIII Trastevere
Trastevere ha una testa di leone d’oro in campo rosso. Baracconi, studioso romano dell’Ottocento, racconta che dal 1100 al 1414 un leone vivo fu custodito ai piedi del Campidoglio; dopo che un ragazzo fu dilaniato la bestia venne soppressa, e la spoglia donata al capo del rione Ripa, che la seppellì in un suo orto oltre il Tevere. Da qui la caput leonis trasteverina.
La stessa fonte sostiene che Trastevere si separò da Ripa solo nel secondo Settecento, mentre il Catalogo di Torino elenca Regio Transtiberim già a inizio Trecento come rione autonomo: le due ricostruzioni non coincidono e vanno riportate entrambe. Nel rione si trovano Santa Maria in Trastevere, Santa Cecilia e il Gianicolo.
R. XIV Borgo
Borgo raffigura un leone accovacciato davanti a tre monti sormontati da una stella: sono le insegne di Sisto V, il papa che nel 1586 lo elevò a quattordicesimo rione. In una prima versione il leone proteggeva un forziere, allusione ai tre milioni di scudi d’oro accumulati in Castel Sant’Angelo, con il motto Vigilat sacri thesauri custos.
Le strade qui non si chiamano vie ma borghi, con l’eccezione di via della Conciliazione. Il Passetto taglia il rione in due e separa ancora oggi due mondi: a nord il tessuto popolare dei borghiciani, a sud uffici vaticani e negozi di souvenir fino alla basilica di San Pietro.
R. XV Esquilino
Lo stemma dell’Esquilino è spaccato: nel primo d’argento all’albero al naturale, nel secondo d’argento al monte di tre cime di verde. Istituito nel 1874 per scorporo da Monti, è oggi il rione più popoloso, con oltre ventunmila residenti, e il più multietnico della città. Il Nuovo Mercato Esquilino in via Filippo Turati è il posto dove Roma compra le spezie.
Il nome deriverebbe da esquiliae, i sobborghi: il territorio è sempre stato zona di margine, prima fuori dalle Mura Serviane, poi dentro le Aureliane ma sempre periferico. Qui c’erano gli Orti di Mecenate, e nel 1874 riemerse il cosiddetto Auditorium di Mecenate, unico resto di un complesso demolito per rendere edificabile il terreno.
R. XVI Ludovisi
Ludovisi porta lo stemma della famiglia Boncompagni Ludovisi: di rosso a tre bande d’oro ritirate nel capo e un dragone d’oro reciso in punta. Nasce nel 1921 per scorporo dell’area nordorientale di Colonna. È il rione di via Veneto, costruito sulle rovine della villa Ludovisi, venduta e lottizzata dopo il 1885 in una delle speculazioni edilizie più discusse della Roma umbertina.
Del parco originario resta pochissimo. Il Casino dell’Aurora, con l’unico dipinto murale di Caravaggio conosciuto, si trova in via Lombardia 46 e non è aperto al pubblico con continuità: le visite dipendono da accordi occasionali e da vicende giudiziarie. Chi vi promette l’ingresso garantito vi sta vendendo qualcosa che non controlla.
R. XVII Sallustiano
Sallustiano ha uno stemma raffinato: di azzurro allo specchio di Venere Ericina d’oro, allusivo al tempio che stava negli Orti Sallustiani. Istituito nel 1921 per scorporo dall’area nordorientale di Trevi, prende nome dalla grande residenza che lo storico Sallustio fece costruire nella valle fra Quirinale e Pincio.
Resta visibile un pezzo consistente degli Orti in piazza Sallustio, sette metri sotto il livello stradale attuale, dietro una ringhiera. Si vede dall’alto senza pagare nulla e quasi nessuno si ferma. Il dislivello dà la misura di quanto Roma si sia alzata: sette metri in venti secoli, tutti di riporto.
R. XVIII Castro Pretorio
Castro Pretorio porta di rosso all’insegna dei pretoriani d’oro. Qui la delibera del 1921 descrisse lo stemma senza raffigurarlo, e l’immagine oggi più diffusa mostra una generica insegna legionaria con l’aquila: storicamente sbagliata, perché l’insegna dei pretoriani portava lo scorpione, segno zodiacale di Tiberio, e l’aquila spettava solo alle legioni, che dentro l’Urbe non risiedevano.
Il rione, ricavato da Monti, contiene i Castra Praetoria, la Stazione Termini e Palazzo Massimo alle Terme, dove stanno gli affreschi della villa di Livia. Metro A e B, fermata Termini. Sul territorio si trova anche la Biblioteca Nazionale Centrale, in viale Castro Pretorio 105.
R. XIX Celio
Celio ha lo stemma più singolare dei ventidue: d’argento alla testa d’Africa di nero, coperta della spoglia di elefante e coronata di spighe d’oro. Rimanda ai legionari di Scipione l’Africano e al busto marmoreo di africano ritrovato in zona, che diede nome al Vicus Capitis Africae. Il busto è ai Musei Capitolini.
Ricavato nel 1921 dalla porzione sudorientale di Campitelli, il rione comprende San Clemente con i suoi tre livelli, le Case Romane del Celio sotto i Santi Giovanni e Paolo, Santo Stefano Rotondo e Villa Celimontana. Sul suo territorio, fra via Latina e via Appia antica, sta anche il Sepolcro degli Scipioni.
R. XX Testaccio
Testaccio ha lo stemma più diretto di tutti: di rosso all’anfora d’oro. L’anfora è quella del Monte dei Cocci, collina artificiale alta trentacinque metri fatta con i frammenti di circa cinquantatremila anfore olearie scaricate dall’Emporium fra il primo e il terzo secolo. Il rione nasce nel 1921 per scorporo dell’area sudoccidentale di Ripa.
Il Nuovo Mercato di Testaccio, in via Beniamino Franklin, ha aperto nel 2012 e sta sopra resti di una strada basolata romana lasciati a vista. La scheda su Testaccio entra nel dettaglio dell’ex Mattatoio e del quartiere operaio. Metro B, fermata Piramide.
R. XXI San Saba
San Saba porta di azzurro al crescente lunare d’argento in capo e l’arco di Diana in punta, allusivo a Diana Aventina. Sul metallo dell’arco le fonti divergono: il testo della deliberazione del 20 agosto 1921 lo dà d’oro, mentre altre schede araldiche lo riportano d’argento. Il rione era indicato nella delibera anche come Sub Aventino.
Chiamato Piccolo Aventino, è un rione di case popolari degli anni Venti, basse e ordinate, quasi una città giardino dentro le mura. La chiesa di San Saba in piazza Gian Lorenzo Bernini conserva un portico con frammenti antichi murati e un pavimento cosmatesco. Alle sei di sera qui non c’è nessuno e si sente il traffico delle Terme di Caracalla in lontananza.
R. XXII Prati
Prati chiude la serie con di azzurro al mausoleo d’Adriano d’argento, cioè Castel Sant’Angelo, che però ricade in Borgo e non in Prati. Costituito ufficialmente il 20 agosto 1921, è l’unico dei ventidue rioni a trovarsi interamente fuori dalla cinta muraria formata da mura Aureliane, mura Gianicolensi e mura Leonine.
Nacque come zona amministrativa e residenziale per i funzionari del Regno d’Italia, e la toponomastica lo dice: strade dedicate a personaggi della Roma repubblicana e imperiale e a eroi del Risorgimento, con piazza Risorgimento al centro. La via principale fu intitolata nel 1911 a Cola di Rienzo. La scheda su Prati e Borgo approfondisce il rapporto fra i due. Metro A, fermate Lepanto e Ottaviano.
Una curiosità sui 22 rioni di Roma
Gli stemmi dei rioni non sono medievali. Sette su ventidue sono stati inventati a tavolino il 20 agosto 1921 da una delibera di Giunta, che ne scrisse la blasonatura araldica in linguaggio tecnico e li assegnò a rioni nati quel giorno stesso. Gli altri quindici sono più antichi ma la loro codifica scritta e sistematica è opera ottocentesca e novecentesca, non trecentesca.
La conseguenza si vede in giro per Roma. Gli stemmi che trovate sulle fontanelle rionali, sulle targhe e sui gonfaloni delle associazioni non risalgono al Catalogo di Torino: sono ricostruzioni, a volte fedeli a piante secentesche come quella del Falda, a volte reinterpretate. Il caso di Castro Pretorio, con l’aquila al posto dello scorpione, è il più clamoroso e continua a circolare.
Un dettaglio curioso. La deliberazione del 1921 descrisse gli stemmi a parole e non li disegnò. Ogni disegnatore successivo ha quindi interpretato quelle righe come ha voluto, con risultati diversi da una pubblicazione all’altra. Confrontate due riproduzioni dello stemma di Sallustiano e vedrete due specchi di Venere che non si somigliano.
Una cosa che non ti dice nessuno sui 22 rioni di Roma
I confini dei rioni furono fissati con precisione nel 1743 sotto Benedetto XIV, e quella griglia ha retto fino al Novecento. Poi le demolizioni del ventennio fascista hanno cancellato interi isolati e reso quei confini inservibili, e si decise di ridisegnarli. Sant’Angelo, il rione più piccolo, in quell’occasione si è allargato.
Assorbì parti marginali ma significative dei confinanti Campitelli e Ripa. Il risultato è che la chiesa di Santa Maria in Campitelli oggi non ricade nel rione Campitelli: ricade in Sant’Angelo. Stessa cosa per San Gregorio della Divina Pietà, sul lungotevere davanti all’Isola Tiberina. Il nome dice una cosa, la mappa ne dice un’altra.
Anche Borgo ha perso pezzi. Negli anni Trenta demolizioni estese interessarono la parte nordoccidentale del rione, fra via di Porta Angelica e via del Mascherino, e furono intraprese ufficialmente per definire meglio il confine fra l’Italia e il nuovo Stato della Città del Vaticano. La Spina che separava i due borghi centrali cadde invece per via della Conciliazione, con i lavori chiusi nel 1950.
Il confine che quasi nessun romano sa dire
Chiedete a un romano in che rione sta Santa Maria Maggiore. Vi risponderà Esquilino, perché la basilica è sul colle Esquilino e perché la stazione di Termini è lì vicino. La risposta corretta è più scomoda: la basilica di Santa Maria Maggiore ricade fra il rione Monti e il rione Esquilino, cioè il confine passa dentro il complesso.
La ragione sta nello scorporo del 1874. L’Esquilino fu ritagliato dentro un Monti gigantesco seguendo assi stradali già esistenti, non le proprietà ecclesiastiche, e la linea corre lungo via Cavour e piazza dell’Esquilino. Il fianco della basilica e l’abside finiscono così da due parti diverse. Nessuna fonte turistica lo spiega perché rovina la scheda semplice.
Il secondo confine che spiazza tutti è quello del Colosseo. Piazza del Colosseo è linea di confine fra tre rioni contemporaneamente: Monti a nordest, Campitelli a ovest lungo via dei Fori Imperiali e via di San Gregorio, Celio a sud. Vi state fotografando in un trivio amministrativo e non lo sapete.
Terzo caso, il più raffinato. Il rione Celio comprende il Sepolcro degli Scipioni fra via Latina e via Appia antica, ben oltre il colle da cui prende il nome, perché nel 1921 gli assegnarono tutta la porzione sudorientale di Campitelli fino alle mura. Il nome di un rione descrive il punto di partenza, non l’estensione finale.
Il consiglio che ti do per visitare i 22 rioni di Roma
Non provate a farli tutti. Ventidue rioni in un viaggio significa ventidue attraversamenti frettolosi e zero memoria. La regola è semplice: tre rioni al giorno, scelti contigui, e un solo ingresso a pagamento per rione. Il resto lo fate camminando e guardando le targhe.
Le combinazioni che funzionano meglio sono quattro. Monti con Esquilino e Castro Pretorio per la Roma ottocentesca e i colli. Parione con Sant’Eustachio e Pigna per il Rinascimento a piedi. Ripa con Testaccio e San Saba per il fiume e il lavoro. Borgo con Prati per capire come una città papale diventa una capitale laica in trent’anni.
Cercate le targhe rionali. Sono in marmo bianco, riportano il nome della strada e sotto il nome del rione con il numero romano, e cambiano quando cambiate rione. Attraversare via Arenula da nord a sud significa passare da Sant’Eustachio a Regola: se guardate i muri ve ne accorgete, se guardate il telefono no.
Quando andare e cosa aspettarsi
Il centro storico si cammina bene da ottobre a marzo, con le giornate corte ma le piazze respirabili. Da metà giugno a fine agosto il selciato restituisce calore fino alle otto di sera e le distanze raddoppiano nella percezione. Se venite d’estate spostate tutto prima delle dieci e dopo le diciotto, e sfruttate le chiese come pause fresche.
Le chiese del centro chiudono quasi tutte per la pausa di mezzogiorno, di solito fra le dodici e trenta e le quindici e trenta, con variazioni da caso a caso. Gli orari vanno ricontrollati alla vigilia sui siti delle singole basiliche o delle parrocchie: cambiano in Quaresima, in Avvento e durante le celebrazioni straordinarie. Informazione verificata il 28 settembre 2026.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
La popolazione dei rioni è crollata. I ventidue rioni insieme contano circa centododicimila residenti su quasi due milioni e ottocentomila abitanti di Roma: il centro storico ospita meno del cinque per cento della città. Campitelli ne ha poco più di cinquecento, Colonna meno di duemila, Trevi poco sopra i duemila.
Il dato spiega molte cose che i visitatori notano senza saperle interpretare. I negozi di quartiere spariti, le scuole accorpate, le parrocchie con poche messe feriali, i portoni senza citofoni ma con cassette per le chiavi. Nei rioni centrali gli appartamenti sono in larga parte affitti brevi e uffici, e il mercato residenziale ordinario si è spostato fuori.
Le eccezioni sono due e vale la pena nominarle. Esquilino, con oltre ventunmila residenti, e Trastevere, con quasi tredicimila, restano rioni abitati davvero, con una densità superiore ai tredicimila abitanti per chilometro quadrato nel primo caso. Prati, pur essendo fuori dalle mura, ne conta oltre quattordicimila ed è il secondo per popolazione.
Gli stemmi: chi li ha decisi e quando
Lo studio di riferimento sugli stemmi rionali è di Carlo Pietrangeli, pubblicato nel 1953 sulla rivista Capitolium con il titolo Insegne e stemmi dei rioni di Roma. È da lì che vengono le blasonature riportate in questa pagina, ed è la fonte che le enciclopedie e gli armoriali successivi citano. Prima di Pietrangeli la materia era dispersa fra piante antiche e tradizioni locali.
Le piante secentesche, e in particolare quella di Giovan Battista Falda, sono la fonte visiva più antica per molti stemmi antichi. Falda però disegnava quello che vedeva o quello che gli riferivano, e in qualche caso la sua versione diverge da quella poi canonizzata: il busto di Cristo fra le corna del cervo di Sant’Eustachio diventa una croce, per dirne una.
Chi vuole verificare di persona ha una strada gratuita e poco frequentata. L’Archivio Storico Capitolino, in piazza dell’Orologio 4, conserva la documentazione municipale compresa quella delle deliberazioni di Giunta. L’accesso alla sala studio richiede registrazione e va verificato preventivamente sul sito istituzionale, perché orari e modalità cambiano. Situazione controllata il 28 settembre 2026.
La foto giusta da fare ai 22 rioni di Roma
La fotografia che racconta questa pagina non è una piazza. È una targa stradale marmorea con sotto la dicitura del rione e il numero romano, presa da vicino con un pezzo di muro intorno. Ne trovate ovunque nel centro, e quelle più belle sono in via dei Coronari, in via Giulia e attorno al Portico d’Ottavia.
La seconda foto da portare a casa è un confine. Mettetevi in un punto dove due targhe di rioni diversi si vedono nella stessa inquadratura: succede agli angoli di via Arenula, su via Cavour all’altezza di piazza dell’Esquilino, e in piazza del Colosseo. Una fotografia sola e avete il concetto di rione spiegato senza parole.
Per il colpo d’occhio d’insieme sui rioni, salite al Gianicolo al tramonto dal piazzale Garibaldi, oppure sulla terrazza del Vittoriano se accettate di pagare l’ascensore. Dall’alto la differenza fra il tessuto fitto dei rioni dell’ansa e la griglia regolare di Prati diventa evidente in tre secondi. Luce migliore fra le diciotto e le diciannove in primavera.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Nel 1586 Sisto V istituisce Borgo come quattordicesimo rione, chiudendo un assetto che regge fino al 1874. Nel 1743 Benedetto XIV fissa con precisione i confini rionali, e quella delimitazione resta il riferimento fino alle demolizioni novecentesche. Sono le due date che ogni discorso sui rioni deve avere in testa.
Nel 1798, durante l’occupazione francese, la Repubblica Romana prova a razionalizzare tutto in dodici rioni con nomi nuovi: Terme, Suburra, Quirinale, Pincio, Marte, Bruto, Pompeo, Flaminio, Pantheon, Campidoglio, Gianicolo, Vaticano. Poco dopo la Roma napoleonica riduce a otto ripartizioni chiamate Giustizie. Il merito dei francesi fu imporre il nome della zona su tutte le targhe stradali: per la prima volta i confini smisero di essere ambigui.
Il primo ottobre 1847 Pio IX, con il motu proprio sulla struttura e organizzazione municipale, sopprime la carica di Priore dei Caporioni. Era il capo del rione Monti, che insieme ai tre Conservatori formava il Magistrato Romano e proveniva dalla nobiltà cittadina, a differenza degli altri caporioni. Con quell’atto finisce il rione come istituzione di governo.
Il 1874 porta l’Esquilino e il 20 agosto 1921 porta gli ultimi sette rioni con la deliberazione numero 20 della Giunta Municipale. Fra le due date c’è la trasformazione più violenta che Roma abbia subito dal Rinascimento: muraglioni del Tevere, sventramenti, quartieri umbertini. I rioni nuovi sono il tentativo di mettere ordine dopo, non prima.
Chi è passato dai 22 rioni di Roma
Giuseppe Baracconi pubblica I rioni di Roma nel 1889 e resta la fonte narrativa più citata sulle tradizioni rionali, compresa la storia del leone del Campidoglio ucciso nel 1414. Le sue pagine vanno lette come testimonianza ottocentesca, non come documento d’archivio: mescola atti, memorie orali e ricostruzioni, e in qualche punto le sue date non reggono al confronto con il Catalogo di Torino.
Carlo Pietrangeli, storico dell’arte e poi direttore generale dei Musei Vaticani, è l’autore dello studio del 1953 sugli stemmi e di una lunga serie di guide rionali. Tommaso di Carpegna Falconieri ha ricostruito le prime attestazioni dei nomi dei rioni nel Medioevo in un contributo della Strenna dei Romanisti del 2014, ed è il lavoro più solido sulla fase trecentesca.
Fra i residenti recenti, Borgo tiene il caso più citato: il cardinale Joseph Ratzinger ha abitato in Borgo Pio per più di vent’anni prima dell’elezione. Dopo il conclave i borghiciani appesero uno striscione in romanesco sulla facciata di Santa Maria in Traspontina: auguri ar Papa borghiciano, nostro parrocchiano. È l’identità rionale che funziona ancora.
Una posizione controcorrente sui rioni
Dico una cosa che a Roma non piace: l’identità rionale, per come viene raccontata oggi, è in gran parte una ricostruzione recente. La rivalità fra monticiani e trasteverini è documentata nel Trecento, d’accordo, ma le associazioni rionali con gonfalone, le sagre e i cortei storici in costume sono fenomeni otto e novecenteschi, spesso nati insieme al turismo che dicono di combattere.
Ne segue una conseguenza pratica che vale per chi viaggia. Scegliere dove dormire o dove mangiare in base al rione non serve quasi a niente, perché dentro un rione di trenta ettari convivono strade svuotate dagli affitti brevi e strade ancora abitate. Il confine che conta oggi è a livello di isolato, non di rione: duecento metri cambiano tutto.
E una seconda, meno popolare ancora. Trastevere viene venduto come il rione autentico per eccellenza, ma è quello in cui la sostituzione commerciale è arrivata prima e più a fondo. Se cercate la Roma che abita, Esquilino e San Saba, che nessuno vi propone, funzionano meglio. Pagate il biglietto della bellezza altrove e la vita quotidiana qui.
Come muoversi tra i rioni
I ventidue rioni si attraversano a piedi: da piazza del Popolo a piazza Venezia sono poco più di un chilometro e mezzo lungo il Corso, venti minuti di passo normale. Il centro storico è in gran parte Zona a Traffico Limitato, con varchi elettronici attivi in fasce orarie che cambiano fra giorni feriali e fine settimana e che vanno controllate prima di entrare in auto.
Le fermate di metropolitana utili sono poche e questo sorprende sempre. Linea A: Flaminio, Spagna, Barberini, Repubblica, Termini, Vittorio Emanuele, Manzoni, San Giovanni, Ottaviano e Lepanto per Prati. Linea B: Colosseo, Cavour, Circo Massimo, Piramide, Termini, Castro Pretorio. Il cuore dei rioni dell’ansa del Tevere, cioè Ponte, Parione, Regola, Sant’Eustachio e Pigna, non ha nessuna fermata di metropolitana.
Per quella zona servono gli autobus di superficie lungo corso Vittorio Emanuele II e il tram 8, che collega piazza Venezia a Trastevere e prosegue verso Casaletto. Linee e percorsi Atac cambiano con una certa frequenza per cantieri e deviazioni: controllate il percorso il giorno stesso sull’applicazione ufficiale del gestore. Verifica effettuata il 28 settembre 2026.
Mangiare in zona
Attraversando ventidue rioni si passa davanti a centinaia di insegne e la maggior parte, nelle strade più battute, lavora sul passaggio e non sul ritorno. I segnali sono sempre gli stessi e si riconoscono in tre secondi. Menu esposto con le fotografie dei piatti: significa che il locale si rivolge a chi non sa leggere la lingua e non tornerà mai più.
La signora che tira la sfoglia in vetrina o davanti alla porta è un richiamo scenico, punto. Nessuna cucina seria mette la lavorazione della pasta sul marciapiede all’ora di punta: serve a fermare il flusso, non a dirvi come si mangia dentro. Stesso discorso per chi vi ferma sulla soglia e vi invita a sedervi. In un posto dove mangiano i romani nessuno vi rincorre.
Guardate poi gli orari. Un locale aperto ininterrottamente dalla mattina a notte fonda, senza alcuna pausa fra pranzo e cena, non ha una cucina che si riorganizza fra i due servizi: ha una linea che riscalda. Le cucine vere chiudono nel pomeriggio e riaprono verso le diciannove e trenta, e quella pausa è il segnale più affidabile che esista.
Sui prezzi la regola è secca. Nei posti affacciati sui monumenti più visitati il listino si adegua al cliente: voci senza prezzo indicato, coperti gonfiati, il pesce venduto a peso senza dirvi il peso, e tariffe diverse fra la sala interna e i tavoli esterni. Chiedete il conto dettagliato prima di ordinare e guardate se il listino esposto fuori coincide con quello che vi portano.
Le catene a insegna ripetuta che trovate replicate in ogni rione centrale meritano una parola senza snobismo. Funzionano come attrazioni turistiche: sono prevedibili, hanno un prodotto standardizzato, spesso una fila fotogenica, e assolvono la funzione di rassicurare chi ha paura di sbagliare. I romani non ci vanno, e non per superiorità: ci vanno dove costa meno e si mangia come a casa. Sono due mercati diversi che convivono nella stessa strada.
Il criterio, che non sbaglia quasi mai, è uno solo: guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se alle tredici e trenta ci sono tavoli di persone che parlano italiano fra loro e ordinano senza aprire il menu, siete nel posto giusto. Se ci sono solo valigie e zaini, cambiate strada. Le distanze nel centro sono brevi, bastano trecento metri.
Chi vuole un punto di partenza ragionato può guardare la lista dei posti raccolta da Daniele qui: la selezione su Google Maps. È una lista personale, non una classifica, e va usata come tale: controllate sempre giorni di chiusura e orari, perché nei rioni centrali cambiano anche in corso di stagione.
Domande frequenti
Quanti sono esattamente i rioni di Roma?
I rioni di Roma sono ventidue, numerati da R. I Monti a R. XXII Prati. Coprono complessivamente circa 15,47 chilometri quadrati e ospitano poco più di centododicimila residenti secondo i dati dell’Annuario Statistico di Roma Capitale. Tutti e ventidue ricadono oggi nel Municipio I. Il numero è stabile dal 20 agosto 1921 e non è più cambiato da allora.
Qual è la differenza fra rione e quartiere a Roma?
Il rione indica una zona del centro storico e appartiene a una tradizione toponomastica che risale al Medioevo, con radice nel latino volgare regione(m). Il quartiere, indicato con la sigla Q., nasce nel Novecento per le aree urbanizzate fuori dalle mura. Prati è l’unico rione interamente esterno alla cinta muraria, e per questo resta un caso particolare nella distinzione.
Quando è stato creato il rione Prati e perché è il ventiduesimo?
Prati fu costituito ufficialmente il 20 agosto 1921 con la deliberazione numero 20 della Giunta Municipale, insieme ad altri sei rioni. È il ventiduesimo perché la delibera elencava i nuovi rioni in un ordine che lo collocava per ultimo, dopo Ludovisi, Sallustiano, Castro Pretorio, Celio, Testaccio e San Saba. La zona era già urbanizzata da decenni: la data del 1921 riguarda lo status di rione, non la nascita del quartiere.
Qual è il rione più piccolo e quale il più grande?
Sant’Angelo è il più piccolo con circa 13,76 ettari, poco meno di un settimo di chilometro quadrato, e meno di mille residenti. Il più esteso è Monti, con circa 165 ettari. Il meno abitato è Campitelli, con poco più di cinquecento residenti, perché quasi tutto il suo territorio è area archeologica fra Campidoglio, Foro Romano e Palatino.
In quale rione si trova il Colosseo?
Piazza del Colosseo è linea di confine fra tre rioni: Monti a nordest, Campitelli a ovest lungo via dei Fori Imperiali e via di San Gregorio, Celio a sud. L’anfiteatro si trova quindi nel punto in cui i tre confini si toccano, e a seconda della fonte consultata viene attribuito a uno o all’altro. È il caso che genera più confusione fra tutti i confini rionali.
Gli stemmi dei rioni sono antichi?
Sette stemmi su ventidue sono stati istituiti il 20 agosto 1921 con la stessa delibera che creò quei rioni. Gli altri quindici hanno radici più antiche, documentate nelle piante secentesche come quella di Giovan Battista Falda, ma la loro codifica araldica sistematica è recente: lo studio di riferimento è di Carlo Pietrangeli, pubblicato nel 1953 sulla rivista Capitolium.
I confini dei rioni sono cambiati nel Novecento?
Sì, e in modo rilevante. Nel 1874 l’Esquilino fu ricavato da Monti; nel 1921 Ludovisi nacque da Colonna, Sallustiano da Trevi, Castro Pretorio da Monti, Celio dalla porzione sudorientale di Campitelli, Testaccio e San Saba dal vasto rione Ripa. Dopo le demolizioni del ventennio fascista i limiti stabiliti nel 1743 da Benedetto XIV furono modificati, e Sant’Angelo si estese incorporando parti di Campitelli e Ripa.
Si possono visitare tutti i rioni in un giorno?
Tecnicamente sì, perché il perimetro complessivo è contenuto e si cammina, ma il risultato è nullo. Tre rioni contigui in una giornata, con un solo ingresso a pagamento ciascuno, è il ritmo che regge senza esaurire chi cammina. Attraversare ventidue rioni di corsa significa collezionare targhe e non ricordare niente il giorno dopo.
Esistono ancora i caporioni?
No, non come istituzione. La carica di Priore dei Caporioni, che spettava al capo del rione Monti e che insieme ai tre Conservatori formava il Magistrato Romano, fu soppressa da Pio IX con il motu proprio del primo ottobre 1847 sulla struttura e organizzazione municipale. Esistono oggi associazioni rionali private e gruppi di rievocazione storica, che non hanno alcuna funzione amministrativa.
Chi ha scritto questa pagina
Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Numeri di residenti, superfici, date di istituzione e blasonature riportati qui provengono dalle fonti citate nel testo e sono stati controllati alla data indicata: prima di partire conviene ricontrollare orari e condizioni di accesso, che cambiano spesso. Se trovate un dato superato, segnalatecelo.
Chi deve costruire un itinerario fra i rioni sapendo che le chiese chiudono a mezzogiorno, che gli accessi ai complessi sotterranei si prenotano con settimane di anticipo, che la Zona a Traffico Limitato cambia fascia oraria nel fine settimana e che un chilometro in piano non equivale a un chilometro sull’Aventino, per sé o per un gruppo, trova strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, che raccoglie materiali pensati per chi accompagna visite e per chi organizza in autonomia.
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