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Sabaudia

Sabaudia è una città costruita da zero fra il 1933 e il 1934 sulla duna che divide il mare dal lago di Paola, e da Roma ci si va e si torna in giornata senza sforzo. Centonove chilometri di strada, poco più di un’ora di treno fino a Priverno-Fossanova e un autobus, oppure due ore scarse di Pontina se si parte presto. Il centro è piccolo e si gira a piedi in un’ora.

Quello che resta dopo la visita, però, non è il centro. È il rapporto fra tre cose che a Roma non si vedono mai insieme: una città di fondazione degli anni Trenta ancora leggibile nel suo impianto, una laguna costiera lunga quasi sette chilometri con dentro una villa imperiale, e ventidue o venticinque chilometri di duna sabbiosa dentro un parco nazionale istituito nel 1934.

Spiaggia di Sabaudia con il promontorio del Circeo
La spiaggia di Sabaudia con il promontorio del Circeo sullo sfondo. Foto di Alessio antonietti, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

Che cos’è Sabaudia e perché ci si va

Sabaudia è il comune di circa ventimila abitanti che occupa la fascia centrale del litorale pontino, in provincia di Latina, con il municipio a Piazza del Comune 1. Nasce come seconda città voluta dal regime fascista nelle paludi pontine bonificate, dopo Littoria, oggi Latina. La differenza con le altre città di fondazione è che qui l’impianto urbano e i singoli edifici sono arrivati quasi intatti fino a oggi.

Il territorio comunale è largo. Comprende il centro urbano, la foresta demaniale, buona parte del lago di Paola, la duna costiera con le sue spiagge libere e una fetta consistente del Parco Nazionale del Circeo, di cui Sabaudia ospita la sede amministrativa. Questa è la ragione per cui una giornata qui si può spendere in modi molto diversi fra loro, dal museo all’osservazione degli uccelli.

Chi arriva aspettandosi una cittadina balneare qualsiasi resta spiazzato. Le case sono bianche, basse, con angoli netti e finestre a nastro. La piazza centrale è enorme rispetto al numero di abitanti, e il campanile civico da quarantadue metri si vede da chilometri di distanza lungo la Migliara 53, la strada che taglia la foresta e porta in città. L’effetto, in pieno agosto come a gennaio, è quello di un luogo pensato per una folla che non c’è.

Le stagioni migliori sono la primavera e l’autunno. In estate Sabaudia è un posto di mare come tanti, con il traffico sul lungomare e i parcheggi pieni. Da ottobre a maggio è un’altra città: la piazza si attraversa in diagonale senza incrociare nessuno, il lago è pieno di uccelli, e la duna ha quella luce bassa che d’estate non si vede mai.

Una curiosità su Sabaudia

La cifra che tutti ripetono su Sabaudia è duecentocinquantatré giorni di cantiere. Il conto torna, ma solo se si prendono come estremi il 5 agosto 1933, giorno della posa della prima pietra, e il 15 aprile 1934, giorno dell’inaugurazione. Fra le due date passano esattamente duecentocinquantatré giorni. Alcune fonti scrivono duecentocinquantaquattro perché contano anche il giorno iniziale.

La divergenza è minima e dice più di quanto sembri. Quella cifra vale come slogan, non come statistica di cantiere. È stata costruita a posteriori, perfezionata dai cinegiornali e ripetuta per novant’anni. Il bando del concorso era uscito il 21 aprile 1933, il gruppo vincitore fu annunciato nell’estate, e la città inaugurata ad aprile era un centro civico con pochi edifici finiti, non la città che si vede oggi.

Il gruppo vincitore era composto da quattro architetti: Gino Cancellotti, Eugenio Montuori, Luigi Piccinato e Alfredo Scalpelli. Nessuno dei quattro aveva ancora quarant’anni. Piccinato diventerà poi uno dei nomi maggiori dell’urbanistica italiana del dopoguerra, e la sua firma su Sabaudia resta il progetto che lo fa conoscere.

Chi visita Priverno o Sermoneta nello stesso giro capisce meglio la differenza. Quelli sono centri stratificati in mille anni. Sabaudia è un’unica decisione presa in una stanza, disegnata in poche settimane e costruita in meno di un anno, e questo si vede in ogni incrocio.

Come si arriva a Sabaudia da Roma

Il treno è la via più affidabile. Dalla stazione Roma Termini si prendono i regionali della linea per Napoli via Formia e si scende a Priverno-Fossanova: il viaggio dura fra cinquantuno e sessanta minuti secondo la corsa, con partenze all’incirca ogni ora nelle fasce diurne, dato controllato sull’orario Trenitalia il 28 settembre 2026. Da Priverno-Fossanova partono gli autobus di linea Cotral per Sabaudia.

Questo è esattamente il percorso che indica l’ente parco sulla propria pagina Come arrivare: linea Roma-Napoli via Formia, fermata a Priverno-Fossanova, coincidenza con il bus Cotral. La stazione, va detto subito, è in mezzo alla campagna e non è Sabaudia: il trasbordo esiste e va messo in conto.

L’autobus diretto da Roma

L’alternativa è l’autobus dal capolinea Cotral di Eur Fermi, sulla linea B della metropolitana. Da lì partono collegamenti per il terminal di Sabaudia, alcuni diretti e altri con cambio a Latina. Il capolinea urbano di Sabaudia dista circa un chilometro dal Centro Visitatori del parco, e le corse che proseguono per San Felice Circeo o Terracina passano per via Carlo Alberto con fermata a richiesta davanti all’ingresso.

Gli orari Cotral cambiano fra periodo scolastico, estate e festivi, e cambiano spesso. Vanno controllati sul sito ufficiale il giorno prima della partenza, non una settimana prima. Chi viaggia di domenica trovi meno corse: è la trappola classica di chi organizza la gita al mare fuori stagione e poi resta appiedato alle sei di sera.

In auto

In macchina si esce da Roma sulla SS 148 Pontina verso Latina, si prosegue sulla variante Mediana in direzione Terracina e si lascia la statale al bivio per Sabaudia, imboccando la Migliara 53 che attraversa la foresta demaniale fino al centro abitato. Due ore con traffico normale. La domenica d’estate la Pontina in rientro verso Roma nel tardo pomeriggio è una fila lunga e ferma: si torna prima delle sedici o dopo le venti.

Il parcheggio in città non è un problema da ottobre a maggio. Da giugno a settembre lo è, soprattutto sul lungomare: le aree a pagamento si riempiono entro le dieci del mattino e la sosta selvaggia sulla duna viene multata, giustamente, perché il cordone dunale è protetto e ogni auto che lo attraversa lo rovina.

Una cosa che non ti dice nessuno su Sabaudia

Il lago di Paola non è demanio libero. Risulta in proprietà privata dal 1888, quando fu acquistato dalla famiglia Scalfati, e questo spiega i cancelli, le sponde recintate, gli accessi che sembrano arbitrari e la pesca gestita in concessione. La pagina del comune dedicata al lago descrive l’ambiente e i dati idrologici ma non affronta la questione della proprietà.

Chi arriva con l’idea di fare il giro del lago a piedi lungo la riva scopre in fretta che non si può. Il perimetro misura venti chilometri e per larghi tratti è chiuso o attraversa aree private, terreni agricoli, impianti di itticoltura. Il giro completo lo fanno in barca a remi o in canoa quelli che noleggiano sul posto, e anche lì i tratti accessibili hanno limiti.

La penisola che si allunga dentro il lago ospita la Villa di Domiziano, e quella è compresa in un’area a riserva naturale integrale di circa quarantasei ettari. Il sito è gestito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone e Latina, e per le modalità di accesso si scrive all’indirizzo dell’ufficio di Sabaudia. Non è un’area archeologica con biglietteria e tornello.

Il punto pratico è questo: a Sabaudia il pezzo archeologico più importante non si visita entrando, si visita chiedendo. Chi ci viene per la villa imperiale senza aver scritto prima vede una penisola boscosa dall’altra sponda e nient’altro. Meglio saperlo la settimana prima che il sabato mattina.

La fondazione: date, progettisti, cantiere

Il concorso nazionale per il piano regolatore della nuova città fu bandito il 21 aprile 1933. Vinse il gruppo formato da Gino Cancellotti, Eugenio Montuori, Luigi Piccinato e Alfredo Scalpelli, con un impianto organizzato su due assi stradali principali ortogonali fra loro e una quota molto alta di verde pubblico rispetto alla superficie totale, intorno al dieci per cento.

La posa della prima pietra è del 5 agosto 1933. L’inaugurazione ufficiale è del 15 aprile 1934, alla presenza di Mussolini. Il nome viene da Casa Savoia, e la scelta era tutt’altro che neutra: serviva a legare la monarchia all’impresa della bonifica, in un momento in cui il regime costruiva il proprio racconto di terra strappata alla palude.

Che cosa c’era davvero il 15 aprile 1934

Il giorno dell’inaugurazione la città consegnata era il nucleo civico: il palazzo comunale con la torre e l’arengario, il portico della piazza, gli edifici pubblici principali, le prime abitazioni. La chiesa della Santissima Annunziata, su progetto di Gino Cancellotti, è del 1935, quindi successiva. Il palazzo delle Poste porta la firma di Angiolo Mazzoni, l’ingegnere-architetto del ministero delle Comunicazioni che in quegli anni disegna stazioni e uffici postali in tutta Italia.

Le fonti ufficiali consultate non riportano un numero certo di operai impiegati nel cantiere, e le cifre che circolano nei siti divulgativi cambiano molto fra loro. Su questo conviene la prudenza: la propaganda dell’epoca gonfiava i numeri per mestiere, e la storiografia seria preferisce non usarli senza documenti.

Il dibattito architettonico del 1934

Sabaudia arriva nel mezzo della battaglia italiana fra architettura razionalista e monumentalismo di regime. La città bianca, squadrata, senza colonne né archi trionfali, fu attaccata da chi la considerava straniera, nordica, poco italiana, e difesa da chi vedeva nel razionalismo l’unica architettura possibile per il proprio tempo. Il dibattito finì sui giornali e non si chiuse mai davvero.

Chi conosce l’Eur capisce subito la differenza di temperatura. L’Eur, progettato pochi anni dopo, torna al marmo, all’arco, alla simmetria dichiarata. Sabaudia resta intonaco bianco e volumi puri. Fra le due, la più moderna è la più vecchia, e questo è uno dei motivi per cui gli architetti vengono qui ancora oggi. Una passeggiata comparata fra l’Eur di Roma e Sabaudia vale un corso.

La bonifica pontina, senza sconti

La bonifica integrale dell’Agro Pontino è l’operazione che rende possibile Sabaudia, e va raccontata per intero. I tentativi di prosciugare le paludi erano cominciati secoli prima: gli interventi settecenteschi di Pio VI lungo l’Appia sono i più noti, e il Consorzio della bonificazione pontina lavorava già dagli anni Venti. Il regime fascista eredita cantieri aperti, li accelera e se ne intesta il merito per intero.

L’ente che guida l’operazione è l’Opera nazionale combattenti, che scava canali, costruisce idrovore, assegna poderi e case coloniche. I coloni arrivano soprattutto dal Veneto, dal Friuli e dall’Emilia, famiglie intere trasferite con il treno in una terra che non conoscevano, in cui la malaria uccideva ancora. Le condizioni dei primi anni furono durissime e la mortalità alta.

Che cosa la propaganda non diceva

La malaria non fu sconfitta dalla bonifica. Fu ridotta dal prosciugamento, poi tornò con violenza durante la seconda guerra mondiale, quando i tedeschi in ritirata allagarono deliberatamente parte della pianura, e venne chiusa solo dopo il 1945 con le campagne di disinfestazione al DDT e la profilassi sistematica. Il racconto del regime si ferma al 1939 perché la parte difficile viene dopo.

Il Centro di documentazione sull’istruzione e la sanità nelle paludi pontine, dentro la foresta in località Cocuzza, è il posto dove questa storia si legge senza retorica. Raccoglie documenti sui primi maestri, sui primi medici e sulla lotta alla zanzara anofele, dentro uno dei pochi edifici in muratura anteriori alla bonifica. Ingresso gratuito, aperto tutte le mattine dei giorni feriali secondo l’ente parco, dato controllato il 28 settembre 2026.

Chi vuole la versione museale completa di questa vicenda la trova al Museo della Terra Pontina a Latina, che documenta l’arrivo dei coloni, gli strumenti agricoli, le case dell’Opera nazionale combattenti. È la visita che consiglio a chi torna una seconda volta, perché cambia il modo di guardare le stesse strade.

Come raccontarlo

Non serve far finta di niente né fare i moralisti. Dico tre cose: che la bonifica fu un’opera pubblica reale che cambiò per sempre una pianura malarica, che fu usata come strumento di consenso da una dittatura, e che le due affermazioni stanno insieme senza annullarsi. Chi la racconta solo come propaganda sbaglia i fatti; chi la racconta solo come progresso sbaglia la storia.

Poi la piazza: da notare dove guarda l’arengario, il balcone da cui si parlava alla folla. L’impianto urbano di Sabaudia non è neutro: prevede un pubblico radunato, un’autorità che parla dall’alto e una torre che si vede da lontano. L’architettura razionalista qui serviva un potere preciso, e riconoscerlo non toglie nulla alla qualità del disegno.

Il consiglio che ti do per visitare Sabaudia

Vieni in un fine settimana fra ottobre e maggio e organizza la giornata al contrario di come fanno tutti. Prima il lago e la duna al mattino presto, quando la luce è bassa e gli uccelli acquatici si muovono, poi il centro dopo pranzo, quando la torre civica e i musei comunali sono aperti. Chi fa il percorso inverso trova la città chiusa e la duna in controluce.

La torre civica, intitolata a Dante, apre solo il sabato e la domenica. Da ottobre a maggio dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19; a giugno e settembre dalle 10 alle 13 e dalle 17:30 alle 20:30; a luglio e agosto dalle 19 alle 23. Orari pubblicati dal Comune di Sabaudia e controllati il 28 settembre 2026. Se arrivi infrasettimanale, la torre resta chiusa: è la delusione più frequente.

Il Museo Emilio Greco, al piano terra del palazzo comunale, apre dal martedì alla domenica con orari che cambiano per stagione: da ottobre a maggio 16-19 nei giorni feriali e 10-13 con 16-19 nel fine settimana, a giugno e settembre pomeriggi 17:30-20:30, a luglio e agosto solo di sera 19-23. Il Museo del Mare e della Costa Marcello Zei ha orari propri, diversi ancora.

Il Centro Visitatori del parco, in via Carlo Alberto 188, apre tutto l’anno dalle 9 alle 15 con ingresso gratuito. È il primo posto dove mandare chi arriva senza programma, perché lì si capisce in mezz’ora come è fatto il territorio e quali sentieri sono aperti. Telefono 0773 511385. Da lì al centro città si cammina.

La posizione contraria che sostengo

Contro quasi tutte le guide, dico che a Sabaudia il pezzo forte non è la spiaggia. La spiaggia è lunga, sabbiosa e larga, e in agosto è un litorale affollato come tanti altri nel Lazio, con code sul lungomare e file per il parcheggio. Chi viene da Roma solo per fare il bagno spende tre ore di viaggio per un mare che trova più vicino a Capocotta.

Quello che a Sabaudia non si trova altrove è la combinazione di lago, duna e foresta planiziale nello stesso raggio di cinque chilometri, più una città degli anni Trenta intatta. Se la giornata la spendi tutta sotto l’ombrellone, hai fatto centonove chilometri per la cosa meno rara che c’è. Conviene puntare su duna e foresta, e stare in acqua al massimo un’ora.

Aggiungo una seconda opinione scomoda: il tratto di lungomare costruito negli anni Sessanta e Settanta ha fatto alla duna più danni di quanti ne abbia mai fatti la bonifica. Le costruzioni sul cordone dunale hanno interrotto un sistema che si regge sulla continuità, e oggi si spendono soldi pubblici per rimediare a scelte urbanistiche prese in fretta quando il turismo di massa sembrava una promessa senza conseguenze.

Il lago di Paola, numeri e vincoli

Il lago di Paola, chiamato anche lago di Sabaudia, è il più meridionale dei quattro laghi costieri pontini. I dati pubblicati dal Comune di Sabaudia lo descrivono lungo 6,7 chilometri, con una superficie di circa quattrocento ettari, un perimetro di venti chilometri, un volume intorno ai quattordici milioni di metri cubi e una profondità media fra quattro e quattro metri e mezzo.

Sulla profondità massima le fonti divergono. Il Comune indica punte di circa dieci metri nella fossa della Molella; l’Enciclopedia Treccani, alla voce dedicata a Sabaudia, riporta quindici metri. La differenza dipende probabilmente dall’epoca dei rilievi e dai punti misurati, e nessuna delle due fonti spiega il metodo. Chi cerca il dato certo lo chieda all’ente parco.

Come comunica con il mare

Una duna larga circa duecento metri separa il lago dal Tirreno. Lo scambio idrico avviene attraverso due canali: a sud la foce di Torre Paola, ai piedi del promontorio, che è il collegamento canalizzato già in età romana e ripristinato nel 1721; a nord la foce del Caterattino, scavata durante la bonifica del Novecento. Il lago ha cinque insenature dette bracci, residui di antichi corsi d’acqua.

Questa doppia foce spiega la salinità e la vita del lago. L’acqua è salmastra, e la produzione estensiva della vongola verace lungo le sponde è l’attività economica più rilevante, insieme alla pesca con le reti e con il lavoriero, la trappola fissa che sfrutta i movimenti dei pesci fra lago e mare. Chi passa in barca vede i pali e le reti: sono impianti di lavoro, non arredo.

Il ponte di Morandi

Il ponte che attraversa il lago, sulla strada per il mare, fu costruito nel 1963 e 1964 su progetto dell’ingegnere Riccardo Morandi, lo stesso del viadotto genovese crollato nel 2018. Qui la struttura è diversa e molto più semplice, ma il nome resta, e chi si occupa di ingegneria strutturale lo cerca. È anche il punto da cui si ha la vista migliore sulla laguna.

Il problema ambientale che nessuno racconta ai turisti

Fino al 1980 il carico inquinante del lago era costituito in gran parte dalle acque fognarie di Sabaudia e dagli scarichi di alcune aziende zootecniche. Dal 1980 le acque nere sono state deviate e depurate prima dello scarico a mare, e oggi nel lago finiscono le acque bianche cittadine e quelle del bacino imbrifero. La memoria di quella fase pesa ancora sulla qualità delle acque.

Si aggiunga che l’apporto di acqua dolce dalle sorgenti si è ridotto per il prelievo di falda a uso irriguo. Un lago costiero con meno acqua dolce in ingresso diventa più salato e più fragile. Chi guarda la laguna da sopra il ponte vede uno specchio d’acqua calmo: quello che non si vede è un equilibrio idraulico tenuto insieme da canali e paratie.

Per un confronto utile basta andare venti chilometri a nord, al lago di Fogliano, dove le sponde sono in gran parte pubbliche e la fruizione è organizzata dall’ente parco. La differenza fra i due bacini racconta due modelli di gestione, e non è un caso che a Fogliano il birdwatching funzioni meglio.

Il Parco Nazionale del Circeo: che cosa si visita davvero

Il Parco Nazionale del Circeo è istituito con la legge 285 del 25 gennaio 1934, e riordinato con la legge 179 del 31 luglio 2002. La sua superficie a terra è di 8.917 ettari, distribuiti sui comuni di Latina, Ponza, Sabaudia e San Felice Circeo. Il codice nell’elenco ufficiale delle aree protette è EUAP0004. La sede è a Sabaudia, in via Carlo Alberto 188.

Gli ambienti tutelati sono cinque e vanno tenuti distinti, perché si visitano in modi diversi: la duna litoranea, la foresta planiziale, le zone umide con i quattro laghi, il promontorio del Circeo che arriva a 541 metri, e l’isola di Zannone, entrata nel parco nel 1979. Un solo giorno non basta per tutti e cinque, e chi ci prova non vede niente.

Il Centro Visitatori e il museo del parco

Il Centro Visitatori di via Carlo Alberto 188 ospita un museo naturalistico di circa trecentocinquanta metri quadrati che accoglie oltre diecimila visitatori l’anno. L’allestimento è divulgativo e interattivo, pensato per introdurre i cinque ambienti prima di uscire sul territorio, e comprende anche una piccola biblioteca consultabile su prenotazione telefonica.

Apertura tutto l’anno dalle 9 alle 15, ingresso gratuito, telefono 0773 511385, dati pubblicati dall’ente parco e controllati il 28 settembre 2026. L’orario è scomodo per chi arriva tardi: chiude alle tre del pomeriggio, quindi va inserito in mattinata. Molti ci passano all’uscita e lo trovano chiuso.

La foresta demaniale

La foresta del Circeo è la più estesa foresta naturale di pianura rimasta in Italia, con un’estensione intorno ai 3.300 ettari. È percorribile a piedi e in bicicletta su sentieri segnati, con aree attrezzate per il pranzo al sacco, escluse tre zone di riserva naturale integrale che restano chiuse alla fruizione. Nell’area di Cerasella c’è un recinto faunistico con daini e cinghiali.

Chi arriva d’estate e va dritto al mare non immagina che a tre chilometri ci sia una foresta di querce e frassini con pozze d’acqua stagionale, le piscine, dove si riproducono gli anfibi. In primavera è il posto più interessante del parco e non c’è quasi nessuno. Scarpe chiuse e repellente, perché le zanzare qui ci sono ancora, anche se non portano più la malaria.

Le zone umide e gli uccelli

I quattro laghi costieri, Paola, Caprolace, Monaci e Fogliano, formano con le aree stagionalmente allagate il complesso palustre più importante d’Italia, dichiarato Zona Umida di Interesse Internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar. Il parco si trova su rotte migratorie principali: oltre duecentosessanta specie di uccelli acquatici popolano questi specchi d’acqua in primavera e in autunno.

Per il birdwatching serve poco: un binocolo, una guida di campo e la pazienza di stare fermi. I mesi buoni sono da ottobre a marzo, l’ora buona è la prima del mattino. Chi arriva a mezzogiorno d’agosto vede acqua e basta, e poi scrive che non c’era niente. Il birdwatching sbagliato produce recensioni sbagliate.

Il Borgo di Fogliano

Il Borgo di Fogliano, in comune di Latina, è un complesso di edifici storici di fine Settecento, a lungo possedimento della famiglia Caetani, che vi realizzò anche un orto botanico con specie provenienti da mezzo mondo. Dentro il borgo si trovano un laboratorio di educazione ambientale sulle zone umide e un museo ornitologico. Il percorso interno si visita solo su prenotazione contattando la direzione del parco, mentre il resto dell’area è liberamente fruibile.

I Caetani sono la stessa famiglia del Giardino di Ninfa e del castello di Sermoneta. Chi mette in fila Fogliano, Ninfa e la pianura bonificata capisce come una sola famiglia abbia disegnato il paesaggio pontino per secoli, prima che lo ridisegnasse lo Stato negli anni Trenta.

La duna, le spiagge e le regole che nessuno legge

La duna litoranea del parco si sviluppa a mezzaluna dalle falde calcaree del promontorio verso nord fino a Capo Portiere. Sulla lunghezza le fonti non coincidono: l’ente parco indica venticinque chilometri, altre schede divulgative ne indicano ventidue. Il cordone dunale raggiunge in alcuni punti i ventisette metri di altezza, ed è tutelato anche dalla normativa europea.

Il versante verso il mare ospita vegetazione alofila, adattata al vento salato; quello interno è coperto dalla macchia mediterranea. Sulla sommità corre una strada, e il tratto in corrispondenza del lago dei Monaci è percorribile solo a piedi o in bicicletta. Le passerelle di legno non sono un vezzo: servono a evitare che il passaggio continuo distrugga le piante che tengono insieme la sabbia.

Quali spiagge e con che criterio

Le spiagge di Sabaudia sono lunghe, larghe e sabbiose, con una quota di arenile libero ancora significativa. La spiaggia della Bufalara è quella dentro il parco con accesso dalla pineta, e resta la più frequentata da chi cerca sabbia senza servizi. All’estremo sud c’è la spiaggia di Torre Paola, sotto il promontorio, con la torre costiera e la foce del canale.

Scendendo verso sud si entra nel territorio di San Felice Circeo, con un carattere diverso: scogli, calette, un centro storico medievale sul promontorio. Verso nord invece si arriva al Lido di Latina e al lungomare di Rio Martino, dove la costa si fa più urbanizzata e meno interessante.

Il criterio per scegliere è banale e funziona: guardare il vento. Con il vento da terra il mare di Sabaudia è piatto e limpido; con lo scirocco la sabbia si alza e l’acqua diventa torbida per due giorni. Basta guardare una previsione decente il giorno prima invece di partire alla cieca e poi lamentarsi del mare sporco.

Le regole che valgono davvero

Dentro il parco non si accende fuoco, non si raccolgono piante, non si esce dai sentieri segnati e i cani vanno tenuti al guinzaglio, con percorsi dedicati indicati dall’ente. Sulla duna si cammina sulle passerelle. Sono regole elementari che d’estate vengono ignorate con costanza, e la sanzione arriva più spesso di quanto si creda.

Una nota sui rifiuti: le spiagge libere non hanno raccolta organizzata come gli arenili in concessione. Quello che si porta si riporta indietro. Chi lascia il sacchetto accanto al cestino pieno pensando di aver fatto la cosa giusta ha fatto la cosa sbagliata, perché il vento notturno lo apre e lo distribuisce sulla duna.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Sabaudia è la seconda delle città di fondazione pontine, e questo lo sanno in molti. Quello che si cita meno è la sequenza completa, che aiuta a capire il progetto: Littoria nel 1932, Sabaudia nel 1934, Pontinia nel 1935, Aprilia nel 1937, Pomezia nel 1939. Cinque città in sette anni, ognuna con un impianto diverso e un architetto diverso.

Sabaudia è l’unica del gruppo in cui il linguaggio razionalista è applicato con coerenza dall’impianto urbano fino ai dettagli degli edifici pubblici. Le altre oscillano fra modernità e ritorno all’ordine, e alcune sono state in gran parte ricostruite dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Aprilia fu quasi rasa al suolo nel 1944, durante i combattimenti seguiti allo sbarco.

Ecco perché Sabaudia è diventata il caso di studio: non perché fosse la migliore, ma perché è la più leggibile rimasta. Chi vuole capire come si costruiva una città italiana negli anni Trenta trova qui l’esemplare meno manomesso. La conservazione, in questo caso, è il risultato della posizione defilata e della mancanza di pressione edilizia nel centro storico.

Il legame con lo sbarco alleato del 1944 si tocca con mano andando ad Anzio e a Nettuno, sessanta chilometri più a nord, dove il Museo dello Sbarco ricostruisce i mesi di combattimento che trasformarono la pianura appena bonificata in un fronte.

Che cosa si visita in città

Il centro di Sabaudia si gira in un’ora scarsa a piedi, e questo è un vantaggio per chi arriva senza auto. Tutto quello che conta sta intorno a Piazza del Comune: il palazzo comunale con la torre civica e l’arengario, il portico, la chiesa della Santissima Annunziata, il palazzo delle Poste, e gli spazi museali comunali.

La torre civica, detta Torre di Dante

La torre è alta quarantadue metri ed è il simbolo della città. È rimasta chiusa per oltre dieci anni e ha riaperto il 13 aprile 2025, dopo un intervento di riqualificazione che ha riguardato anche l’arengario e il portico, finanziato con fondi del Ministero della Cultura. Si sale con l’ascensore fino alla sommità e si scende a piedi lungo la scala.

Durante la discesa si attraversa una mostra permanente di dipinti del maestro Lorenzo Indrimi dedicata ai tre cantici della Divina Commedia, da cui il nome Torre di Dante. La vista dall’alto è il motivo vero della salita: si vedono in una volta sola l’impianto ortogonale della città, il lago, la duna e il profilo del promontorio. Apertura solo sabato e domenica.

Il Museo Emilio Greco

Il Museo Emilio Greco è stato istituito nel 1985 dopo la donazione di alcune opere dello scultore catanese alla città, ed è il primo museo italiano dedicato all’artista. Occupa il piano terra del palazzo comunale ed è stato ristrutturato e ampliato da Giulio Savio nel 2001. La collezione supera le cento opere fra sculture, stampe, incisioni, monete, medaglie e materiali d’archivio.

L’arco cronologico coperto va dal 1947 al 1984. Fra i pezzi esposti ci sono la Porta centrale del Duomo di Orvieto del 1962, la Grande Bagnante N.1 del 1956 e Maria Baldassarre dello stesso anno. All’interno si consulta anche l’archivio privato dell’artista, con fotografie d’epoca, cataloghi, scritti e poesie provenienti dal suo studio locale.

Trenta minuti bastano per una visita attenta. Chi non conosce Greco lo riconosce comunque: le sue figure femminili allungate, con il collo lungo e la testa piccola, sono fra le sculture italiane più riprodotte del secondo Novecento, e la porta di Orvieto è il suo lavoro pubblico più noto.

Il Museo del Mare e della Costa Marcello Zei

Il museo civico del mare e della costa è dedicato a Marcello Zei e raccoglie materiali naturalistici legati all’ambiente marino e costiero. Gli orari sono i più articolati fra le strutture comunali: dal 16 settembre al 31 maggio dal martedì al venerdì 10-12 e 15:30-17:30, sabato 14:30-18:30, domenica 9:30-13:30; dal 1 giugno al 15 settembre dal martedì al venerdì 10-12 e 17-19, sabato e domenica 16-20.

Il consiglio pratico vale per tutte e tre le strutture comunali: il Comune pubblica gli orari stagionali, ma le aperture effettive dipendono dal personale disponibile. Una telefonata al centralino del Comune, 0773 1849001, prima di partire da Roma, evita la gita a vuoto. Il lunedì è il giorno peggiore in assoluto: chiudono quasi tutti.

La chiesa della Santissima Annunziata

La chiesa è del 1935, su progetto di Gino Cancellotti, uno dei quattro autori del piano. L’interno è essenziale e la luce entra da aperture alte. Chi si aspetta una chiesa romana barocca resta perplesso per cinque minuti e poi capisce che quello è il punto: qui il razionalismo si misura con un tema che in Italia aveva millecinquecento anni di soluzioni codificate, e prova a rifarlo da capo.

La foto giusta da fare a Sabaudia

La foto che funziona è una sola e non è la piazza: è la torre civica vista dalla sponda del lago, con l’acqua in primo piano e il volume bianco che esce dagli alberi. Si fa dal lungolago sul lato del centro abitato, nel tardo pomeriggio, quando il sole arriva da ovest e illumina il fronte della torre invece di metterla in controluce.

La seconda inquadratura buona si prende dal ponte sul lago guardando verso il promontorio del Circeo: laguna, duna, mare e il monte a 541 metri nello stesso fotogramma. È la sintesi geografica di tutta la zona in una foto. Ci vuole una giornata limpida, perché con la foschia estiva il promontorio scompare nel bianco.

Dall’alto della torre, invece, la foto migliore è verso l’interno, non verso il mare: l’impianto ortogonale della città con le strade che si incrociano ad angolo retto e la foresta che chiude l’orizzonte. È l’immagine che spiega il piano del 1933 meglio di qualsiasi didascalia. Grandangolo o telefono con obiettivo largo, perché lo spazio è stretto.

Che cosa evitare: la foto in controluce della torre alle undici del mattino, che è quella che fanno tutti e viene sempre grigia; e i primi piani degli edifici razionalisti presi da sotto, che schiacciano le proporzioni. Questi volumi vanno fotografati frontali e da lontano, perché il progetto lavora sui rapporti fra i pieni e i vuoti.

La luce e le stagioni

Da novembre a febbraio il sole basso lavora a favore per tutto il pomeriggio e l’intonaco bianco prende una luce calda che d’estate non si ottiene mai. In luglio e agosto l’unica finestra utile è fra le diciannove e il tramonto, che coincide con l’orario serale della torre. Il resto della giornata è luce piatta e bianca sparata.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 5 agosto 1933 viene posata la prima pietra della città, su un terreno che fino a pochi anni prima era palude e macchia. Il 15 aprile 1934 la città viene inaugurata da Mussolini davanti a una folla portata da fuori per l’occasione. Fra quelle due date passano i duecentocinquantatré giorni diventati slogan, e la costruzione prosegue per anni dopo la cerimonia.

Il 25 gennaio 1934, tre mesi prima dell’inaugurazione, la legge 285 istituisce il Parco Nazionale del Circeo. La contemporaneità delle due decisioni dice molto: mentre si prosciugava la palude si decideva anche di salvarne una porzione, con una scelta che all’epoca fu tutt’altro che scontata e che va riconosciuta al di là di chi la prese.

La guerra

Fra il 1943 e il 1944 la pianura pontina torna indietro di vent’anni. Le truppe tedesche in ritirata danneggiano gli impianti idrovori e riallagano deliberatamente ampie zone bonificate, con l’effetto di far risalire la malaria in una popolazione che aveva perso l’immunità. Lo sbarco alleato ad Anzio del gennaio 1944 fa della pianura un fronte per mesi.

Sabaudia subisce danni minori rispetto ad Aprilia, che viene quasi distrutta, e questa è una delle ragioni per cui il suo impianto è arrivato intatto fino a oggi. Nel dopoguerra la bonifica viene ricostruita, la malaria viene chiusa definitivamente con le campagne di disinfestazione, e la pianura pontina diventa una delle aree agricole più produttive del Lazio.

Il secondo Novecento

Fra il 1963 e il 1964 viene costruito il ponte sul lago progettato da Riccardo Morandi, che collega la città alla duna e apre la fase del turismo balneare. Da lì parte l’edificazione del lungomare, che negli anni Settanta arriva a occupare tratti del cordone dunale, con conseguenze ambientali che si pagano ancora.

Nel 1979 l’isola di Zannone entra a far parte del Parco Nazionale del Circeo, estendendo l’area protetta a un tratto di mare e a un’isola dell’arcipelago pontino. Chi vuole vederla parte da Ponza, perché da Sabaudia non c’è collegamento diretto, e lo stesso vale per Palmarola, che nel parco non rientra ma appartiene allo stesso arcipelago.

Nel 1980 vengono deviate e depurate le acque fognarie che fino a quel momento finivano nel lago, un passaggio decisivo per la qualità delle acque. Nel 1985 nasce il Museo Emilio Greco, dopo la donazione dello scultore. Nel 2002 la legge 179 riordina l’assetto del parco nazionale.

Gli anni recenti

Nell’aprile del 2025 riapre la torre civica dopo oltre un decennio di chiusura, con il taglio del nastro il 13 aprile alla presenza del sindaco Alberto Mosca e del soprintendente Alessandro Betori. L’intervento, finanziato dal Ministero della Cultura, ha riguardato anche l’arengario e il portico, e ha restituito alla città il suo elemento più riconoscibile.

Nello stesso mese di aprile si chiudono i festeggiamenti per il novantesimo anno dall’inaugurazione, con tre giorni di eventi a partire dall’11 aprile. L’appuntamento successivo è il centenario del 2034, e la città ci arriva con una parte consistente del patrimonio edilizio degli anni Trenta ancora da restaurare.

Chi è passato da Sabaudia

Pier Paolo Pasolini è il nome che pesa di più. In un intervento televisivo del 1974 girato proprio qui sostenne una tesi controcorrente: l’architettura di Sabaudia non era fascista, e quello che vi riconosceva era piuttosto il carattere di un’Italia rurale e provinciale che il regime non era riuscito a cancellare. Quella posizione è ancora oggi il punto di partenza di ogni discussione sulla città.

Alberto Moravia ebbe qui una casa sul mare e ci passò lunghi periodi di lavoro, e la stessa cosa vale per una parte dell’ambiente letterario romano fra gli anni Sessanta e Ottanta. Il litorale di Sabaudia fu per due decenni il luogo di villeggiatura di una borghesia intellettuale che a Roma si vedeva tutti i giorni e qui continuava a vedersi, con altri orari.

Emilio Greco, scultore catanese formatosi come apprendista scalpellino, legò il proprio nome alla città con la donazione del 1985 che fece nascere il primo museo italiano a lui dedicato. Angiolo Mazzoni, autore del palazzo delle Poste, e Riccardo Morandi, autore del ponte sul lago, completano l’elenco dei progettisti che hanno lasciato qui un pezzo di lavoro riconoscibile.

Sul lago di Paola si allena da decenni il canottaggio e la canoa di alto livello, perché lo specchio d’acqua è lungo, protetto dal vento di mare dalla duna e privo di traffico a motore. Chi arriva all’alba in inverno vede imbarcazioni in allenamento sul lago vuoto: è uno dei motivi per cui vale la levataccia.

E poi ci sono passati, naturalmente, i coloni. Migliaia di famiglie venete, friulane ed emiliane trasferite qui fra il 1932 e il 1939 dall’Opera nazionale combattenti, i cui cognomi si leggono ancora sui citofoni e sulle insegne delle aziende agricole della zona. Sono loro il gruppo umano che ha fatto questa pianura, e nelle guide compaiono di rado.

Mangiare in zona

Sabaudia ha due zone di ristorazione con logiche opposte: il centro, che lavora tutto l’anno anche sui residenti, e il lungomare, che da giugno a settembre lavora quasi solo sui villeggianti e per il resto dell’anno chiude in buona parte. La qualità media è più alta in centro e la differenza di prezzo gioca nella stessa direzione.

I segnali che consigliano di cambiare strada sono sempre gli stessi. Il menu con le fotografie dei piatti è il primo: fotografare il cibo serve a chi deve vendere a qualcuno che non tornerà mai più. La signora che tira la sfoglia in vetrina o sul marciapiede è teatro, non cucina, ed è una messa in scena arrivata anche qui dai centri storici delle città d’arte.

Il secondo segnale è la persona all’ingresso che invita a sedersi mentre passi. Un posto che lavora bene la sera d’estate non ha bisogno di fermarti per strada, ha bisogno che tu prenoti. Il terzo è l’orario continuato dalla mattina alla notte senza pausa fra i servizi: una cucina vera si ferma nel pomeriggio, perché deve pulire, riordinare e preparare la cena.

Il quarto segnale riguarda i posti piazzati davanti alle vedute migliori, sul lungomare e vicino al ponte sul lago. Lì il prezzo si adegua al cliente: voci di menu senza prezzo scritto, pesce venduto a peso senza che nessuno ti dica il peso prima di cuocerlo, listini che cambiano fra la sala interna e i tavoli fuori. Chiedere il conto dettagliato prima di ordinare non è scortesia, è normale amministrazione.

Sulle catene a insegna ripetuta, quelle che si riconoscono in dieci città diverse, la posizione è senza snobismo. Funzionano come attrazione turistica, offrono un prodotto uguale ovunque e a un prezzo prevedibile, e questo per certi viaggiatori ha un valore. Il punto è un altro: i residenti non ci vanno, e quindi non dicono niente del posto in cui ti trovi. Se hai un solo pasto disponibile, spenderlo lì significa rinunciare a conoscere la zona.

Il criterio è uno e vale anche qui. Guardo chi è seduto ai tavoli e in che lingua ordina. Se alle otto e mezza di sera in bassa stagione dentro ci sono famiglie del posto che parlano italiano con accento pontino, il posto regge. Se alle sette e mezza sono tutti stranieri con la macchina fotografica al collo, la cucina è tarata su un cliente di passaggio.

Un’ultima cosa sui prodotti locali. La vongola verace del lago di Paola e il pesce di laguna sono le cose che qui hanno davvero senso, insieme ai carciofi e alle mozzarelle di bufala della pianura pontina, che è terreno da allevamento bufalino da un secolo. Chiedere la provenienza è legittimo, e la risposta, o l’imbarazzo che la precede, dice tutto quello che serve sapere.

Per orientarsi senza andare a caso, la lista personale di Daniele con i posti controllati a Roma e nel Lazio è pubblica: la selezione su Google Maps. Va usata come punto di partenza e aggiornata con la propria testa, perché le gestioni cambiano e una lista vecchia di due anni vale poco.

Una giornata da Roma, organizzata bene

Partenza da Termini con il regionale delle 8 circa, arrivo a Priverno-Fossanova intorno alle 9, bus Cotral e arrivo a Sabaudia fra le 9:45 e le 10:15 a seconda della coincidenza. Prima tappa il Centro Visitatori del parco in via Carlo Alberto, che chiude alle 15 e va fatto subito. Mezz’ora dentro, gratis, e si esce sapendo dove si è.

Dalle 10:45 alle 13 camminata: lungolago, ponte sul lago per la vista sul promontorio, e passaggio sulla duna se la giornata è buona. Pranzo in centro fra le 13 e le 14:30. Pomeriggio dedicato alla città: torre civica se è sabato o domenica, Museo Emilio Greco, piazza, chiesa della Santissima Annunziata, palazzo delle Poste.

Rientro a Roma con il bus verso Priverno-Fossanova nel tardo pomeriggio e treno in serata, oppure Cotral diretto verso Eur Fermi. Chi ha l’auto può allungare con una deviazione alla Abbazia di Fossanova, che è a pochi minuti dalla stazione e chiude il cerchio fra cistercensi e razionalisti nella stessa giornata.

Le varianti che propongo più spesso

Variante archeologica: Sabaudia al mattino e nel pomeriggio Privernum con i musei di Priverno, che sono vicini alla stazione ferroviaria e quindi comodi per chi torna in treno. È la combinazione che funziona meglio senza auto, perché tutto ruota intorno allo stesso nodo.

Variante medievale: Sabaudia più Priverno centro storico, oppure la salita a Norma e a Bassiano, i due paesi affacciati sulla pianura dai Monti Lepini. Da lassù si vede la geometria della bonifica dall’alto: canali dritti, poderi regolari, la linea della duna sul fondo. È la lezione di geografia che nessun pannello riesce a dare.

Variante costiera: Sabaudia al mattino e Sperlonga nel pomeriggio, con la Villa di Tiberio e il museo archeologico. Sono cinquanta chilometri lungo la costa e servono l’auto, ma il contrasto fra il borgo bianco medievale e la città bianca del 1934 è il tipo di accostamento che resta in mente.

Variante lunga per chi ha due giorni: si aggiunge Terracina con il tempio sul monte, oppure si scende verso Gaeta e la spiaggia di Sant’Agostino. Con due giorni si può anche dedicare un’intera mattina alla foresta e alle zone umide, che è quello che il parco meriterebbe sempre.

Che cosa lascerei fuori

Lascerei fuori il tentativo di vedere il promontorio del Circeo e Sabaudia nello stesso pomeriggio senza auto. I collegamenti fra i due centri esistono ma sono pochi, e il rischio di restare a piedi è concreto. Lascerei fuori anche l’idea di fare il giro completo del lago: non è percorribile a piedi e chi ci prova finisce davanti a un cancello.

Domande frequenti

Si arriva a Sabaudia da Roma senza auto?

Sì, in due modi. Il treno regionale Roma-Napoli via Formia ferma a Priverno-Fossanova in cinquantuno-sessanta minuti da Termini, e da lì partono autobus Cotral per Sabaudia. In alternativa ci sono i Cotral dal capolinea di Eur Fermi, diretti o con cambio a Latina. Il terminal di Sabaudia dista circa un chilometro dal Centro Visitatori del parco. Orari da controllare il giorno prima.

Quanto tempo serve per visitare Sabaudia?

Una giornata piena basta per il centro, il lungolago e un tratto di duna. Il solo centro urbano si gira in un’ora e mezza, musei compresi. Per aggiungere la foresta demaniale, le zone umide e una visita seria al parco servono due giorni, e chi vuole anche il promontorio del Circeo e Punta Rossa deve mettere in conto un terzo giorno.

La torre civica si visita tutti i giorni?

No. La torre civica, intitolata a Dante, apre solo il sabato e la domenica, con orari che cambiano per stagione: 10-13 e 16-19 da ottobre a maggio, 10-13 e 17:30-20:30 a giugno e settembre, 19-23 a luglio e agosto. Dati pubblicati dal Comune di Sabaudia e controllati il 28 settembre 2026. Conviene telefonare al centralino, 0773 1849001, prima di partire.

Si può fare il bagno nel lago di Paola?

Il lago è una laguna salmastra in gran parte in proprietà privata, con sponde recintate, impianti di itticoltura e accessi limitati, e non funziona come uno specchio d’acqua balneabile aperto al pubblico. Chi vuole l’acqua va sulla duna, dove il mare aperto è a duecento metri dal lago. Sul lago si praticano invece canoa e canottaggio, che è tutt’altra attività.

La Villa di Domiziano si visita?

Non con biglietteria e ingresso libero. Il sito si trova nella penisola del lago, dentro un’area a riserva naturale integrale di circa quarantasei ettari, ed è gestito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone e Latina. Le modalità di accesso vanno concordate scrivendo all’ufficio di Sabaudia della Soprintendenza, con anticipo.

Qual è il periodo migliore per venire?

Da ottobre a maggio per la città, l’architettura, il birdwatching e la foresta. Giugno e settembre per chi vuole anche il mare senza la folla di agosto. Luglio e agosto restano i mesi peggiori per capire il posto e i migliori solo per la spiaggia, con code sulla Pontina al rientro e parcheggi introvabili dopo le dieci del mattino.

Sabaudia è adatta ai bambini?

Molto, a patto di puntare sul parco e non sui musei. L’area faunistica di Cerasella, dentro la foresta, ha un recinto con daini e cinghiali; i sentieri della foresta sono pianeggianti e adatti alla bicicletta; le passerelle sulla duna piacciono. In città il Museo del Mare e della Costa funziona meglio del museo di scultura, che chiede attenzione e silenzio.

Che cosa si abbina bene a Sabaudia in una gita di due giorni?

Verso l’interno i Monti Lepini, con Cori e il suo museo della città e del territorio, oppure Sermoneta con il museo della ceramica e Bassiano con il Museo delle Scritture. Verso il mare il litorale nord con Torre Astura e il boschetto che la circonda.

Il parco nazionale ha un biglietto d’ingresso?

No. Il Parco Nazionale del Circeo è un’area protetta a fruizione libera sui sentieri aperti, e il Centro Visitatori di via Carlo Alberto 188 ha ingresso gratuito con orario 9-15 tutto l’anno. Restano chiuse tre zone di riserva naturale integrale nella foresta, e alcune visite, come il percorso interno del Borgo di Fogliano, si fanno solo su prenotazione contattando la direzione.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, recapiti e condizioni di accesso riportati qui sono controllati alla data indicata nel testo, il 28 settembre 2026, sulle fonti ufficiali del Comune di Sabaudia e dell’Ente Parco Nazionale del Circeo. Prima di partire vanno ricontrollati, perché le aperture stagionali cambiano di frequente. Se trovi un dato non aggiornato, segnalacelo.

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