Gaeta (LT)
Gaeta (LT) si raggiunge da Roma in auto in circa due ore: autostrada A1 fino all'uscita di Cassino e poi la superstrada per Formia, oppure la via Pontina e la Flacca (strada statale 213) lungo la costa, che è più lenta ma passa da Terracina e Sperlonga. In treno si scende alla stazione di Formia-Gaeta, sulla linea Roma-Napoli via Formia (regionali e Intercity da Roma Termini, da un'ora e dieci a un'ora e mezza di viaggio a seconda del treno), e da lì si prende l'autobus Cotral per Gaeta: corse frequenti nei giorni feriali, molto più rade la domenica, con capolinea in piazzale Caboto, sotto le mura del quartiere medievale, e fermate lungo corso Italia e sul lungomare. Il biglietto Formia-Gaeta costa poco più di un euro; la corsa dura una mezz'ora. Chi arriva in auto trova le strisce blu a pagamento su tutto il lungomare Caboto, in piazzale 5 Febbraio ai piedi del borgo antico, in piazza della Libertà e nella zona di Serapo; le tariffe cambiano fra inverno ed estate e vanno lette sul parcometro, e i posti gratuiti di piazzale Salvatore Bisbiglia, sul lungomare verso Formia, si esauriscono presto nei fine settimana estivi. Il quartiere medievale ha una ZTL a intermittenza, attiva la sera e nei festivi d'estate: i pannelli luminosi all'ingresso dicono se è in funzione. Le chiese, il castello visto da fuori, le mura, i lungomari e le spiagge libere non costano nulla. Il Santuario della Santissima Trinità alla Montagna Spaccata (via Santissima Trinità 3) apre dal martedì alla domenica, con orario spezzato fra mattina e pomeriggio, e chiede un'offerta libera; la Grotta del Turco chiude un quarto d'ora prima del santuario ed è sconsigliata a chi ha difficoltà motorie. Il Museo Diocesano in piazza Cardinale De Vio 7 (telefono 0771 740300) in agosto e settembre apre su prenotazione. Il Mausoleo di Lucio Munazio Planco, in cima a Monte Orlando, nel 2026 è visitabile il venerdì, il sabato e la domenica dei mesi estivi con una navetta a pagamento da via Lucio Munazio Planco oppure a piedi lungo i sentieri del parco; le aperture cambiano di stagione in stagione, quindi la data va controllata con la Pro Loco prima di partire. Per la sola giornata di mare bastano tre ore di viaggio fra andata e ritorno da Roma; per Gaeta antica, il santuario e Monte Orlando serve una giornata piena, e due sono meglio.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Gaeta è la capitale naturale della Riviera di Ulisse, il tratto di costa laziale che va da Sperlonga a Minturno, e questa guida la percorre tutta: le sette spiagge, il quartiere medievale palazzo per palazzo e chiesa per chiesa, le fortificazioni, i siti romani, il parco di Monte Orlando, la storia dal ducato bizantino all'assedio del 1861.

Gaeta (LT), la città dalle cento chiese sul Tirreno
Gaeta è una città di circa diciannovemila abitanti nella parte meridionale della provincia di Latina, a 133 chilometri da Roma e a meno di cento da Napoli, sul promontorio che chiude a sud il golfo omonimo. La sua forma è la sua storia: una penisola rocciosa, Monte Orlando, legata alla terraferma da un istmo stretto, con il quartiere antico arroccato sulla punta e la città moderna distesa lungo l'arco della baia verso Formia. Il centro storico, il rione Sant'Erasmo, è iscritto fra i Borghi più belli d'Italia con il nome di Gaeta Medievale, e la definizione popolare di città dalle cento chiese non è una vanteria da cartolina: di chiese, cappelle e conventi, aperti, chiusi o ridotti a rudere, il territorio ne conta davvero decine, e le più importanti le vedremo una per una.
La prima cosa da capire, per non perdersi, è che Gaeta è una città doppia. C'è Gaeta vecchia, la piazzaforte, un intrico di vicoli e scale in salita fra il castello, la cattedrale e il porto; e c'è Gaeta nuova, l'antico Borgo, oggi quartiere di Porto Salvo, che per trent'anni, fra il 1897 e il 1927, fu addirittura un comune a sé con il nome di Elena. La spiaggia di Serapo, la più famosa, è sul lato opposto dell'istmo rispetto al porto, rivolta a ponente. Chi scende dall'autobus in piazzale Caboto ha il borgo medievale davanti e la via del Duomo che sale sulla destra; chi arriva in auto dalla Flacca incontra prima le spiagge di Sant'Agostino e dell'Arenauta, poi Serapo e infine, girando intorno alla collina, il porto. Vale la pena tenere a mente questa geografia, perché il modo migliore di visitare Gaeta è alternare: mare la mattina, borgo nel tardo pomeriggio, quando le pietre si raffreddano e le chiese riaprono.
Il nome di Gaeta fra Strabone, Virgilio e la nutrice di Enea
Le origini del nome (in latino Caieta, in greco Kaieta) sono avvolte nella leggenda, e le fonti antiche non sono d'accordo fra loro. Strabone, nel quinto libro della Geografia, non parla della città ma del golfo, che chiama Kaiatas, e ne fa derivare il nome da una parola laconica, kaietas, che indicava ogni cosa cava, con evidente riferimento alla grande insenatura; lo stesso Strabone però aggiunge che altri riconducevano il nome alla nutrice di Enea. Diodoro Siculo lega invece il territorio gaetano al mito degli Argonauti e fa risalire il nome ad Aietes, il re della Colchide padre di Medea, la maga innamorata di Giasone e nipote di Circe, che abitava poco più a nord, sul promontorio del Circeo. La versione che ha vinto nella memoria collettiva è quella di Virgilio: nel settimo libro dell'Eneide la nutrice di Enea, Caieta, muore durante il viaggio verso le coste del Lazio e l'eroe la seppellisce su questa riva, dando alla terra il suo nome per l'eternità. Dante, nel canto XXVI dell'Inferno, fa dire a Ulisse di essere rimasto più di un anno con Circe "là presso a Gaeta, prima che sì Enea la nomasse", quasi a certificare la storicità dell'episodio virgiliano. Una quarta tradizione, più tarda, chiama in causa Aiete figlio del Sole, soprannominato l'Aquila, fratello di Circe: il soprannome sarebbe passato alla città per la forma del promontorio, che visto dal mare ricorda la testa di un rapace. Sono etimologie, non storia; ma sono etimologie che i gaetani conoscono e citano, e vale la pena arrivare in città sapendole.
Gaeta e la Riviera di Ulisse: il contesto geografico
Il golfo di Gaeta è un anfiteatro che va dal Circeo, a nord, fino alla foce del Garigliano, a sud, con l'arcipelago pontino all'orizzonte: da Monte Orlando, nelle giornate limpide, si vedono Ponza, Ventotene e, sul fondo, Ischia. Alle spalle, i Monti Aurunci scendono a picco sul mare e hanno costretto la strada costiera, la Flacca, a un percorso di gallerie e tornanti fra Sperlonga e Gaeta. Il Parco regionale Riviera di Ulisse, istituito dalla Regione Lazio, riunisce le aree protette di Gaeta, Formia, Minturno e Sperlonga: Monte Orlando, Gianola e Monte di Scauri, la villa di Tiberio. Nel raggio di mezz'ora d'auto da Gaeta ci sono la villa e la grotta di Tiberio a Sperlonga, il borgo di Itri con il suo castello, le terme e l'area archeologica di Minturno, il parco di Gianola e Monte di Scauri; in un'ora si arriva all'abbazia di Montecassino. Gaeta è la base ideale per tutto questo, ed è per questo che una sola giornata non basta mai. Chi cerca un accompagnatore per un itinerario privato lungo la costa, o un'esperienza aziendale in barca nel golfo, trova gli specialisti di TourLeaderPro; la guida inglese della città è su ItalyPlanner.
Le sette spiagge di Gaeta (LT), una per una
Gaeta ha sette spiagge, e i gaetani le contano con orgoglio come le sette colline di Roma. Sono diverse fra loro per accesso, sabbia, fondale e clientela, e vanno scelte in base a cosa si cerca: comodità, silenzio, immersioni, naturismo. Le descrivo da nord verso sud, cioè nell'ordine in cui le incontra chi arriva dalla Flacca da Sperlonga.

La spiaggia di Sant'Agostino a Gaeta
La spiaggia di Sant'Agostino è la più lunga del territorio: due chilometri di arenile aperto, in una piana agricola chiusa fra la Flacca e il mare, la prima che si incontra venendo da Sperlonga. È la spiaggia dei campeggi e delle famiglie, molto frequentata e ben attrezzata, con stabilimenti, ristoranti e un paio di camping storici a ridosso della sabbia. Sessant'anni fa la piana era tutta vigne e orti: si coglievano meloni, cocomeri, susine, granturco, e la terra di secca, senza irrigazione, dava frutti di un aroma che i vecchi contadini ricordano ancora come irripetibile. Oggi la piana è in parte edificata, ma l'orizzonte resta libero e il tramonto, con il sole che cala dietro Sperlonga e il Circeo, è uno dei più belli del golfo. Alle spalle della spiaggia si alza la parete calcarea di Monte Moneta (359 metri), una delle falesie più frequentate del Lazio per l'arrampicata sportiva: nelle mattine di primavera si vedono gli scalatori sulle vie attrezzate mentre giù, in spiaggia, i primi bagnanti stendono gli asciugamani. Gli stabilimenti balneari e i ristoranti si trovano ai chilometri 20,450-20,800 della strada statale Flacca; i nomi cambiano con le gestioni, e vale sempre la regola di guardare sul posto. Il mio consiglio: Sant'Agostino a giugno e a settembre, nei giorni feriali, è una spiaggia da mezza giornata intera, con acqua che degrada lentamente e un fondo sabbioso ideale per i bambini; ad agosto il traffico sulla Flacca e l'affollamento ne cambiano il carattere.

La spiaggia di San Vito a Gaeta
Dopo Sant'Agostino, proseguendo sulla Flacca verso Gaeta, si arriva alla baia di San Vito, subito dopo la caletta privata del Grand Hotel Le Rocce e la torre omonima sul promontorio. È una spiaggia diversa da tutte le altre: non ha accesso pubblico da terra e vi si arriva soltanto attraverso le strutture ricettive che vi si affacciano, per cui è, di fatto, una spiaggia di ospiti. Il compenso è un'acqua limpidissima, un fondale che degrada dolcemente, ideale per nuotare e per le prime immersioni, e una serie di grotte marine e calette assolate che si esplorano a nuoto o con una canoa. Il mare antistante è un ancoraggio tradizionale: nelle giornate di maestrale i velieri e le barche a vela entrano nella baia per trovare riparo, e il colpo d'occhio dalla terrazza degli alberghi, con le vele ferme sull'azzurro, è di quelli che si ricordano. In spiaggia ci sono attrezzature, beach volley, animazione e giochi per i più piccoli. Le strutture che danno accesso all'arenile sono l'hotel Il Ninfeo (via Flacca km 22,700, telefono 0771 742291), il Summit (via Flacca km 23, telefono 0771 741741) e Le Rocce (strada statale Flacca km 23,300, telefono 0771 740985). Chi non alloggia in questi alberghi può comunque vedere la baia dal mare, con una delle escursioni in barca che partono dal porto di Gaeta e costeggiano tutta la Riviera di Ulisse.

La spiaggia dell'Arenauta, cioè i Trecento Gradini
La spiaggia dell'Arenauta è la più celebre fra i romani che amano il mare selvaggio, e la conoscono con tre nomi: Arenauta, Trecento Gradini, spiaggia naturista. Si stende nella baia fra Monte a Mare e Torre Scissura, subito a nord della spiaggia dell'Ariana, e dalla strada litoranea non si vede, perché è protetta dalla roccia scoscesa che la separa dalla Flacca. La sabbia è fine e dorata, l'acqua trasparente, il tratto di costa uno dei pochi del Lazio rimasti davvero naturali, con una grande duna alle spalle dell'estremità meridionale. Fu una delle prime spiagge naturiste del Lazio, nella seconda metà degli anni Settanta, quando era raggiungibile soltanto dal mare o attraverso viottoli impervi; l'apertura di strade di collegamento più veloci l'ha resa più accessibile e quindi più affollata nei mesi centrali dell'estate, e vi è comparsa, lenta e progressiva, la balneazione organizzata. La sua struttura va conosciuta prima di scendere: nella parte iniziale, l'angolo di Torre Scissura, attrezzato con discese private; al centro la parte naturista e la scalinata dei trecento gradini, che è l'accesso pubblico e il motivo del nome; nella parte finale il villaggio balneare Papardò e l'Aeneas' Landing, con i loro accessi (Aeneas Landing, via Flacca km 23,600, telefono 0771 741713; Bagni Papardò, via Flacca km 23,750, telefono 0771 741344). Il naturismo si pratica, anche in luglio e agosto, all'estremità sud della spiaggia grande, davanti alla duna, che è la parte rimasta più selvaggia.
Quando andarci è la domanda giusta, e la risposta di chi ci va da trent'anni è netta: giugno, di preferenza in un giorno feriale, quando la spiaggia è quasi deserta ed è bello camminare sulla riva per un chilometro senza incontrare nessuno; oppure settembre, quando la costa ripara dal vento e il mare tiene la temperatura dell'estate. Ad agosto la scalinata diventa una processione e l'incanto si riduce. Chi scende deve ricordarsi che i trecento gradini si risalgono, nelle ore più calde, con l'acqua che si è portato: nella parte libera della spiaggia non c'è nulla, ed è esattamente questo il suo pregio.

La spiaggia dell'Ariana e lo scoglio dei tre cani
Il nome, secondo la spiegazione locale, è un binomio dell'antica parlata gaetana: aria sana. La spiaggia dell'Ariana è piccola, riparata, dorata, con un mare limpido che le ha valso più volte la Bandiera Blu, e prende carattere dalla macchia mediterranea che le scende addosso dalla collina e dai cosiddetti scogli dei tre cani, che affiorano davanti alla riva e sono il punto di riferimento di chi nuota. Si trova lungo la litoranea, la strada statale 213 Flacca, più lontana dal centro urbano rispetto a Serapo, e proprio per la sua posizione a ridosso della collina è quasi sempre al riparo dal vento: è la spiaggia dove andare quando a Serapo tira il maestrale. Il rovescio della medaglia è la dimensione: essendo molto piccola, in estate si riempie presto e nei fine settimana di luglio e agosto conviene arrivare la mattina presto o nel tardo pomeriggio. È ideale per una giornata tranquilla, con stabilimenti e un tratto libero, e per chi vuole fare snorkeling intorno agli scogli.

La spiaggia dei Quaranta Remi e il Pozzo del Diavolo
Sul tratto di costa fra la spiaggia di Fontania e la caletta che precede la spiaggetta dei Quaranta Remi si apre il Pozzo del Diavolo, che a Gaeta chiamano anche Pozzo delle Chiavi: una voragine che si spalanca all'improvviso nella roccia, sulla collina, e dopo un salto di cinquanta metri sprofonda nel mare. I nomi sono pittoreschi, l'origine è ignota, e nessuna delle spiegazioni che si sentono in paese regge a una verifica. Il Pozzo del Diavolo è in realtà una grande grotta che si sviluppa sia sopra la superficie del mare, con un ingresso in cui può entrare una piccola barca, sia sott'acqua, e per il subacqueo è uno dei siti più interessanti del golfo: la profondità è di pochi metri e la grotta ospita una fauna di tipo cavernicolo e precavernicolo, spugne, briozoi, crostacei che escono dalle fessure quando cala il buio. Tutta la zona è indicata per immersioni poco impegnative come profondità ma molto ricche di vita, che dà il meglio dei suoi colori nelle ore notturne: un'immersione notturna qui è un'esperienza che consiglio a chiunque abbia un brevetto e un centro immersioni che la organizzi.
La grotta ha, in alto, un camino che si apre all'esterno sulla collinetta sovrastante, ed emergere di notte dentro la cavità per guardare il cielo stellato attraverso quel camino è un momento che i subacquei gaetani raccontano come un rito. Spalle al pozzo, l'esplorazione continua tenendo il piede della parete rocciosa sulla sinistra: si arriva presto a una baietta con una parete perfettamente verticale, il fondale resta basso, non più di cinque o sei metri, e procedendo si trova la cosiddetta tana dei copertoni, una piccola grotta battezzata così da Gianni Frignone, subacqueo gaetano di grande esperienza, per via di due gomme d'auto incastrate nella roccia da tempo immemorabile; ospita spesso gruppi sparuti di corvine e ha tre ingressi e un camino che arriva in superficie. Subito dopo il Pozzo del Diavolo c'è una piccola caletta con una bella spiaggetta raggiungibile soltanto a nuoto o in barca, e questa è la spiaggia dei Quaranta Remi, la più segreta delle sette: chi la raggiunge in kayak da Serapo, in una mattina di giugno, ha il diritto di dire di aver visto una Gaeta che quasi nessuno conosce.
La spiaggia di Fontania e la Nave di Serapo
Fontania fu scelta nell'antichità, per la sua posizione, come dimora di un personaggio che la tradizione locale identifica con Gneo Fonteio, di cui la spiaggia porterebbe il nome. È una piccola insenatura sulla costa meridionale della città, poco a nord-ovest della spiaggia di Serapo, raggiungibile a piedi o a nuoto, e conserva i resti di una grandiosa villa romana del I secolo d.C. Alle spalle dell'insenatura sabbiosa si aprono molteplici grotte con vani coperti da volte a botte; due grandi grotte con un'unica entrata sono disposte sul lato orientale, e sul fondo di quella di sinistra una piccola sorgente d'acqua dolce potrebbe spiegare l'etimologia del nome. Le opere romane si protendono in mare sul lato meridionale: l'insenatura ha nell'acqua una fila di sei grandi piloni, e da questo complesso di strutture sommerse, collegate ad altre interrate nella spiaggia, deriva l'ipotesi che qui esistesse una grande piscina comunicante con il mare, una peschiera come quelle delle ville marittime di Sperlonga e del Circeo. I gaetani frequentano questa oasi sin dall'infanzia, soprattutto fuori stagione, passando da una stradina laterale e da un cancello che costituiscono l'unico accesso da terra; in spiaggia c'è uno stabilimento con bar e locale serale (via Fontania, telefono 339 6841107).
A brevissima distanza dalla riva affiora lo scoglio della Nave di Serapo, un isolotto allungato in cui, con un po' di fantasia, si riconosce la sagoma di una nave, e che è un sito biologico di discreta importanza. È una meta ideale per le immersioni dei principianti, perché la profondità è di pochi metri, e per gli appassionati di fotografia naturalistica: vi si trovano molluschi come il polpo e la seppia, nudibranchi di varie specie fra cui il comunissimo glossodoride di Valenciennes, gamberi nelle ore notturne, granchi e pesci di scoglio. Il versante di terra, rivolto verso la costa, è di poco interesse; la meta è il versante esterno, quello che guarda il mare aperto e Punta Trinità, da esplorare tutto e in particolare nella zona dove finisce la roccia e comincia la sabbia. Dall'estremità di ponente dello scoglio partono alcuni canaloni nella roccia che procedono rettilinei per un buon tratto; al loro termine, continuando per una decina di metri nella stessa direzione, si trova un piccolo altopiano roccioso, che in gaetano si chiama prana, con pochi ciuffi di posidonia, e lì ci sono sempre qualche polpo, ostriche cementate sul substrato, una piccola colonia di margherite di mare, perchie, sciarrani e un pesce lucertola che i subacquei del posto conoscono da anni. D'estate, nelle acque della Nave di Serapo, si vedono spesso le lepri di mare che si accoppiano formando lunghe catene di individui attaccati l'uno all'altro.
La costa di Gaeta è anche un osservatorio del cambiamento del Mediterraneo. L'aumento costante della temperatura dell'acqua, anche in profondità, è testimoniato dall'arrivo di specie provenienti da mari tropicali, e nell'ottobre del 2007, nelle acque di Fontania, il subacqueo e fotografo Adriano Madonna fotografò il granchio Percnon gibbesi, descritto per la prima volta nel 1853 da Henri Milne Edwards e tipico delle coste atlantiche, dalla Florida al Brasile e da Madeira al golfo di Guinea, e di quelle pacifiche dalla Bassa California al Cile settentrionale. Oggi è un ospite ormai stabile del Tirreno; allora era una notizia.

La spiaggia di Serapo, la spiaggia dei gaetani
Serapo è la spiaggia principale del comune, la spiaggia dei cittadini: vicina, comoda, sotto casa, la spiaggia delle mamme con i passeggini e dei ragazzi che scendono in bicicletta. Si stende per circa un chilometro e mezzo di sabbia finissima, chiara, pulita e leggera, a pochi minuti dal centro e dal borgo medievale, alle pendici del parco di Monte Orlando, ed è frequentatissima da italiani e stranieri. Un tempo qui c'era una duna sconfinata; con l'apertura della vetreria, nel 1911, tonnellate di quella sabbia finirono nei forni per fabbricare bottiglie, e la larghezza dell'arenile si ridusse a quella attuale. Oggi non c'è traccia di dune, ma la rena è rimasta la stessa, e il mare, nonostante la folla, è pulito. La spiaggia è chiusa a sud da Monte Orlando e dal Santuario della Montagna Spaccata, dal cui belvedere si gode il panorama di Serapo in tutta la sua lunghezza; a nord, da un promontorio parallelo, più basso, dove si aprono altre insenature con accesso privato o pubblico. Davanti alla riva affiora la Nave di Serapo, lo scoglio dalla forma di nave di cui abbiamo parlato. Quasi tutto l'arenile è dato in concessione dal Comune e l'offerta di stabilimenti è ampia: lungo via Marina di Serapo si susseguono, con numerazione e telefoni che cambiano di anno in anno, lidi storici come La Luna Rossa, Palm Beach, Serapide, Miramare, Nave di Serapo, Oriente, La Perla, Selene, Sirio, Viareggio, Aurora, Risorgimento, lo stabilimento militare, il lido dell'hotel Serapo e altri; esistono anche tratti di spiaggia libera, di solito alle estremità. È la spiaggia che consiglio a chi ha poco tempo: si scende dal borgo in dieci minuti, si fa il bagno, si risale per il santuario.

Che cosa vedere a Gaeta (LT): i palazzi e le architetture civili
Il patrimonio civile di Gaeta racconta due città: quella dei duchi, dei re angioini e aragonesi, dei vescovi, tutta dentro le mura del rione Sant'Erasmo; e quella dei Borbone e dell'Italia unita, che si è distesa fuori, lungo il Borgo. Li percorro nell'ordine in cui li si incontra partendo dall'istmo.
Il Palazzo comunale di Gaeta e il carillon del Big Ben
Il palazzo comunale sorge in piazza XIX Maggio, sul versante orientale dell'istmo di Montesecco, nella stessa posizione dell'edificio precedente: una posizione scelta perché baricentrica fra i due centri abitati di Gaeta ed Elena, quando i due comuni erano appena stati riuniti. Fu costruito negli anni Cinquanta del Novecento su progetto di Amedeo Gonzales e Vincenzo Moccolupi, e completato e modificato nel 1957-1958 da Nello Ena e Candeloro Corbo, che vi aggiunsero la torre civica. L'esterno è caratterizzato dal paramento in travertino e laterizio, secondo il gusto del dopoguerra italiano; alla destra si eleva la torre civica, a pianta quadrangolare, sormontata dalla cella campanaria dove un concerto di campane riproduce, all'inizio di ogni ora, il carillon del Big Ben di Londra, un dettaglio che sorprende chi lo sente per la prima volta passeggiando sul lungomare. Alla base la torre è circondata da una pensilina aggettante che, sul lato anteriore, porta un altorilievo in ceramica smaltata raffigurante il Lavoro della città di Gaeta: da sinistra, i navigatori di alto corso, la vetreria, i cantieri navali, i contadini e i vignaioli, i pescatori, gli studenti e gli emigrati. È un catalogo sociale della Gaeta di metà Novecento, e merita un minuto: c'è dentro tutto quello che la città era prima del turismo. La sala consiliare ospita una copia del dipinto di Sebastiano Conca, il pittore gaetano più celebre, con i Santi Erasmo e Marciano che benedicono la città di Gaeta (1749), il cui originale è custodito nella pinacoteca del Centro Storico Culturale Gaeta.
Il Palazzo della Cultura di Gaeta e il Centro Storico Culturale
Il Palazzo della Cultura è l'ex caserma Cosenz, in via dell'Annunziata, costruita nella seconda metà del XIX secolo per la guarnigione della piazzaforte e convertita a uso civile. Ospita la biblioteca e la pinacoteca del Centro Storico Culturale Gaeta, nella quale sono esposti, fra le altre opere, frammenti architettonici di epoca romana e affreschi medievali staccati: dalla ex chiesa di Santa Lucia provengono un Vescovo, una Madonna col Bambino e santa, i Santi Pietro e Giovanni Battista; dalla chiesa di San Domenico una Sant'Orsola con le Vergini. Qui si trova anche l'originale della tela di Conca con i santi patroni e la Madonna col Bambino che era sull'altare maggiore della chiesa del Suffragio, al cimitero. Gli orari di apertura sono ridotti e legati all'attività della biblioteca: chi vuole vedere gli affreschi di Santa Lucia deve informarsi in Comune prima di salire.

Il Palazzo De Vio di Gaeta e il Museo Diocesano
Il palazzo sorse come residenza vescovile, probabilmente in coincidenza con il trasferimento della sede episcopale da Formia a Gaeta nel IX secolo, e prende il nome dal cardinale Tommaso De Vio, il Gaetano, vescovo della città dal 1517 al 1534, teologo domenicano di fama europea, che lo ristrutturò in forme rinascimentali. Fu il De Vio, come legato pontificio, a interrogare Lutero ad Augusta nel 1518: il cardinale che abitò queste stanze è lo stesso che tentò, e fallì, di riportare il monaco tedesco all'obbedienza, ed è il dettaglio che racconto sempre ai gruppi davanti al portale. Nel 1771 il palazzo divenne sede del seminario e tale rimase fino agli anni Sessanta del Novecento; cessò di essere episcopio nel 1806, quando i vescovi si trasferirono nell'ex collegio degli scolopi. Nel XIX secolo fu oggetto di un importante intervento di restauro e ampliamento, verosimilmente su progetto di Federico Travaglini, l'architetto napoletano che lavorò molto a Gaeta per Ferdinando II, con l'edificazione dell'attuale facciata principale su via Duomo. La facciata settentrionale, rivolta verso vicolo Caetani e il mare, ingloba l'antica torre Georgia, alla cui base si apre la posterla del X secolo, e presenta numerose finestre di foggia medievale.
Oggi il palazzo, in piazza Cardinale De Vio 7, ospita il Museo Diocesano e della Religiosità del Parco dei Monti Aurunci, fondato nel 1956 nei locali sopra l'atrio della cattedrale e trasferito qui all'inizio del XXI secolo; occupa tre piani e raccoglie dipinti, suppellettili liturgiche e libri corali provenienti dalle chiese della città e dell'arcidiocesi. Le opere per cui vale la visita sono cinque. La stauroteca bizantina in oro e smalti, una croce reliquiario che il cardinale De Vio donò alla cattedrale. I tre rotoli di Exultet su pergamena dell'XI secolo, i manoscritti liturgici miniati che il diacono srotolava dall'ambone la notte di Pasqua, con le immagini capovolte rispetto al testo perché i fedeli le vedessero mentre il rotolo scendeva: a Gaeta ce ne sono tre, ed è una delle raccolte più importanti d'Italia insieme a quelle di Bari e Montecassino. Parte degli affreschi trecenteschi della Cappella d'Oro, staccati. Il Trittico dell'Incoronazione della Vergine di Giovanni da Gaeta, datato 1456 e proveniente dalla ex chiesa di Santa Lucia, che è l'opera maggiore del pittore locale del Quattrocento. E lo Stendardo di Lepanto, il vessillo di seta rossa con Cristo crocifisso fra i santi Pietro e Paolo, dipinto da Girolamo Siciolante da Sermoneta nel 1570, consegnato da Pio V a Marcantonio Colonna e issato sulla nave ammiraglia pontificia nella battaglia del 7 ottobre 1571, poi donato dall'ammiraglio alla cattedrale per voto, danneggiato dai bombardamenti del 1943 e restaurato. Completano la raccolta dipinti dal XII al XVIII secolo, con Luca Giordano e Francesco Solimena, oreficerie dall'XI al XIX secolo e il calice e l'ostensorio donati da Pio IX durante l'esilio gaetano del 1848-1849. In agosto e settembre il museo apre soltanto su prenotazione (telefono 0771 740300); negli altri mesi gli orari vanno chiesti alla stessa arcidiocesi, che li pubblica sul proprio sito. È, a mio giudizio, il museo più sottovalutato del basso Lazio.
Lo Stabilimento della Santissima Annunziata di Gaeta
Fu fondato nel 1321, insieme alla chiesa annessa, come ricovero per i poveri e gli ammalati, fuori dal circuito murario di allora: un ospedale medievale voluto dalla città, non da un ordine religioso, e amministrato da laici, che è arrivato fino a noi come IPAB, cioè istituzione pubblica di assistenza. L'edificio è caratterizzato dalla lunga facciata su via dell'Annunziata e dal monumentale passaggio ad arco che scavalca la strada e lo collega alla dipendenza con giardino. All'interno ci sono due cortili, quello catalano con il loggiato, memoria del secolo aragonese, e quello barocco; su quest'ultimo prospetta la cosiddetta cappella del conservatorio, sconsacrata, con un portale marmoreo sormontato da un timpano triangolare di Andrea Lazzari, che custodiva un polittico di Giovanni Filippo Criscuolo del 1536. Quest'ultima opera, insieme ad altre appartenenti all'istituto, come i lacerti degli affreschi gotici della Cappella d'Oro, alcune tele, suppellettili d'argento fra cui una Fuga in Egitto del XIV secolo e paramenti sacri, fa parte dell'esposizione permanente allestita nei locali dell'antico ospedale. È ancora visibile la corsia, un unico ampio ambiente voltato con un ballatoio a metà altezza, sul quale si trova un altare ligneo con un dipinto di Sebastiano Conca raffigurante la Morte di San Giuseppe, degli anni Quaranta del Settecento: i malati, dai letti, potevano seguire la messa senza alzarsi, ed è la stessa logica della grata reale nella chiesa dell'Addolorata. L'archivio storico dell'IPAB conserva settecento anni di documenti sull'attività assistenziale, oltre ad atti diplomatici, amministrativi e testamenti, fra cui gli Statuti, privilegi e consuetudini della città di Gaeta, il codice cinquecentesco che raccoglie le leggi e i privilegi della città.
Il Palazzo Arcivescovile di Gaeta
Sorge alle spalle della cattedrale, lungo via Docibile, davanti al molo Santa Maria. Venne costruito fra il 1732 e il 1739 come collegio dagli scolopi, che officiavano l'adiacente chiesa di San Salvatore, e dopo la chiusura della scuola, nel 1806, divenne episcopio, ruolo che conserva. Nel XIX secolo fu rifatta la facciata verso il mare con la realizzazione dell'attuale loggiato su più ordini, che è quello che si vede dal porto. La facciata principale, su piazza dell'Episcopio, ha un ampio portale marmoreo ascrivibile a Domenico Antonio Vaccaro, l'architetto e scultore napoletano del primo Settecento che lavorò anche nella chiesa di Santa Caterina, e questa attribuzione, su base stilistica, è generalmente accettata dagli studi.
Palazzo San Giacomo e la Pinacoteca d'Arte Contemporanea di Gaeta
Il palazzo, in via De Lieto 2/4, fu costruito dalla famiglia Spina presso il castello angioino nel XVI secolo. Nel 1750 un discendente, Francescantonio Spina, trasferitosi da Gaeta a Castellone (oggi Formia), vendette il palazzo a Giuseppe Diaz, che a sua volta lo cedette al Governo nel 1792; lo Stato lo ampliò per trasformarlo in succursale dell'ospedale militare di Gaeta. Oggi ospita la Pinacoteca comunale d'Arte Contemporanea Antonio Sapone, che deve il suo nome e la sua raccolta al gallerista gaetano attivo a Nizza e ha allestito nel tempo mostre su artisti locali e internazionali: Alberto Burri, Alberto Magnelli, Hans Hartung, Paul Jenkins, Alvaro Siza. È uno dei pochi luoghi del contemporaneo nel Lazio meridionale ed è censito nella rete dei luoghi del contemporaneo del Ministero della Cultura; gli orari sono variabili e vanno controllati sul sito del Comune.
Il Palazzo reale di Ladislao a Gaeta
Situato nella via omonima, presso la chiesa di Santa Lucia, fu il palazzo reale di Ladislao di Durazzo durante la sua permanenza in città, fra il 1387 e il 1399, quando Gaeta fu la capitale di un re in esilio dalla sua stessa capitale. Dell'antico palazzo, che doveva essere di notevoli dimensioni, rimangono alcuni elementi inglobati in tre edifici costruiti in epoche successive: l'imponente portale in marmo con lo stemma di casa Durazzo e l'atrio con lo scalone centrale; un secondo portale gotico con un monogramma scolpito che simboleggia il Christus; parte dell'originaria cornice, i cui filari orizzontali sono realizzati alternando blocchi squadrati di travertino e pietra scura, secondo un gusto bicromo che a Gaeta si ritrova nel campanile del duomo. Chi cammina in via Ladislao senza alzare gli occhi non vede nulla; chi li alza vede una reggia angioina smontata e ricomposta dentro le case.
Il Palazzo reale di Carlo III, già Gattola-Di Transo
Sorgeva dove oggi c'è la scuola elementare Giuseppe Mazzini, in via Faustina, nel luogo anticamente detto Vetrera. Originariamente di proprietà del marchese Riccardo Maria Gattola, passò come dote dell'unica figlia, Maria Giuseppa, ai Di Transo nella persona di don Pietro, che ospitò più volte nel suo palazzo il re Carlo III di Borbone, poiché il castello superiore era stato definitivamente adibito a caserma dagli austriaci. Il 13 luglio 1738 vi si celebrò il matrimonio di Carlo di Borbone con Maria Amalia di Sassonia, evento che unì la nuova dinastia napoletana alla casa elettorale sassone e polacca. Nel 1835 il palazzo fu acquistato dal Governo per uso di palazzo reale, e a partire dal 25 novembre 1848, per tutta la durata del suo soggiorno gaetano, vi alloggiò papa Pio IX, ospite di Ferdinando II. Dopo l'Unità divenne sede del Comando della Fortezza e del Presidio militare, e fu distrutto da mine tedesche nell'ottobre 1943. Un ponte di ferro, demolito nel 1961, lo collegava alla Batteria Favorita. Del palazzo dove si sposò un re e dove un papa preparò un dogma non resta che il nome della via.
Il Palazzo reale di Ferdinando II a Gaeta
Tuttora esistente, ha l'ingresso principale al numero 34 di via Annunziata, nella contrada detta la Riccia. Fu costruito nel 1852 da Ferdinando II per proprio uso, demolendo vecchi palazzi di famiglie notabili gaetane, fra cui gli Ernandes e i Politi, risarcite con un canone. Il complesso, di notevoli dimensioni, è composto da 87 stanze e comprendeva in origine la Villa Reale retrostante, in seguito donata alla città dallo stesso re e oggi in abbandono. Un ponte in ferro collegava la struttura alla prospiciente Cortina dell'Addolorata, mentre una grata traforata, ancora visibile nella contigua chiesa della Santissima Addolorata, permetteva alla famiglia reale di seguire le celebrazioni senza uscire dal palazzo. L'edificio è di proprietà del demanio militare ed è adibito ad alloggi per le famiglie dei militari: non si visita, ma la facciata su via Annunziata dice abbastanza di quanto Gaeta contasse per l'ultimo Borbone che la amò davvero.
I palazzi nobiliari di Gaeta
Il rione Sant'Erasmo conserva una serie di palazzi delle famiglie del patriziato gaetano, quasi tutti privati e da guardare dall'esterno, con portali, stemmi e cortili che ripagano la salita: Palazzo Conca, della famiglia del pittore; Palazzo De Vio in piazza Cavallo; Palazzo De Boffe; Palazzo Di Transo; Palazzo Gaetani di Castelmola; Palazzo Gattola in piazza del Pesce e un secondo Palazzo Gattola in piazza Traniello; Palazzo Gioia, già Guastaferri; Palazzo Iannitti, già Gesualdo; Palazzo Oliva, già sede del Sedile di Gaeta, cioè dell'assemblea dei nobili che governava la città nell'età aragonese e spagnola; Palazzo Pecorini, già Santilli-Basta; Palazzo Tosti. Vale la pena fare il giro con la luce radente del mattino, quando gli stemmi in pietra prendono rilievo.
Le architetture militari di Gaeta (LT): castello, mura, Gran Guardia
Gaeta è stata per nove secoli, prima di tutto, una fortezza: la chiave del Regno di Napoli dalla parte di Roma. Quattordici assedi, secondo il conto tradizionale, dalla conquista normanna del 1140 al bombardamento piemontese del 1861. Le sue architetture militari sono la ragione per cui la città esiste così com'è.
Il Castello Angioino-Aragonese di Gaeta
Sorge nell'area più alta del quartiere medievale, sulla sommità della collina che domina il porto, ed è il monumento che si vede da ogni punto del golfo. Si compone di due edifici adiacenti. Il più antico è il castello Angioino, l'ala occidentale, di origine probabilmente altomedievale, forse del VI-VII secolo, fatto fortificare da Federico II di Svevia fra il 1222 e il 1234 e ampliare da Carlo II d'Angiò nel 1289; sede del carcere militare dal 1862 al 1980, ha una pianta irregolare e cinque torrioni circolari, uno dei quali, coperto a cupola, ospita la cappella fatta realizzare da Ferdinando II delle Due Sicilie nel 1849. Nel carcere militare di Gaeta furono detenuti, nel Novecento, prigionieri celebri: il più noto è il criminale di guerra tedesco Herbert Kappler, responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, che vi restò per quasi trent'anni, dopo la condanna del 1948 e la prima detenzione a Forte Boccea, fino al trasferimento al policlinico militare del Celio nel 1976, da cui evase il 15 agosto 1977. Il castello Aragonese, l'ala orientale, fu costruito da Carlo V d'Asburgo dopo il 1536 ed è sede delle caserme Cavour e Mazzini della Guardia di Finanza; l'edificio si sviluppa intorno a un cortile centrale quadrangolare con quattro torrioni angolari esterni, dei quali quello nord-occidentale, detto torre Alfonsina, è più alto degli altri; la facciata principale, rivolta a nord, è caratterizzata da possenti contrafforti e dai resti, nella parte sommitale, del campanile a vela dell'orologio. Il castello non è aperto alla visita ordinaria, perché entrambe le ali sono demanio militare; si visita in occasioni straordinarie, e chi trova una di quelle date deve prenderla al volo.

Le mura di Gaeta e le cinque porte
La più antica cerchia muraria di cui si abbia testimonianza fu costruita dall'imperatore Antonino Pio alla fine del II secolo, e già questo dice quanto Gaeta contasse come porto. Una nuova cerchia venne realizzata probabilmente nel VI secolo, includendo l'area delle attuali via Ladislao e via Pio IX. In seguito al rifacimento del IX secolo voluto dall'ipato Docibile I, il fondatore della dinastia ducale, la cinta seguiva la costa dai pressi di punta Stendardo alla chiesa di Santa Maria del Parco, inglobando l'antico foro, l'odierna piazza Cavallo, e proseguiva fino all'attuale salita degli Albito, raggiungendo poi il versante meridionale del promontorio e il castello. Un primo ampliamento si ebbe sotto Giovanni I intorno al 920, e alcuni resti sono visibili in via Docibile, presso la confluenza in via Duomo. Ulteriori lavori furono intrapresi da Federico II di Svevia, mentre Alfonso V d'Aragona fece scavare, nel secondo quarto del XV secolo, un profondo fossato, poi colmato, a ridosso del versante occidentale delle mura. Carlo V fu l'autore dell'ultimo ampliamento: le mura inglobarono l'intero attuale centro storico seguendo il litorale settentrionale lungo le pendici di Monte Orlando, con rifacimenti sotto Carlo III di Borbone e Ferdinando II, e ampi brani sono visibili sul lungomare Caboto presso il santuario della Santissima Annunziata. Restano cinque porte, ed è un buon gioco cercarle tutte: la porta Domnica, detta anche Dorica, in piazza Cavallo, delle mura di Docibile I; la posterola ai piedi della torre Georgia, in vicolo Caetani, delle mura di Giovanni I; la porta di Ferro in piazza Commestibili, anch'essa di Giovanni I; la porta Carlo V sul lungomare Caboto, presso i resti della chiesa di San Biagio, che fino al 1928 fu l'unico accesso da terra alla città ed è caratterizzata da un percorso obbligato a L, all'interno del quale nel 1660 fu ricavata una cappella dedicata alla Madonna della Solitudine; e la porta Carlo III, già dell'Avanzata, sul lungomare Caboto presso l'intersezione con via Firenze, del 1737, ricostruita nel 1811 e preceduta da un ponte in muratura.
La Gran Guardia di Gaeta
Fra piazzale Caboto e piazza Traniello, la Gran Guardia venne costruita nel 1768 su progetto di Pietro Paolo Ferrara, in stile neoclassico, come sede del comando della guarnigione, e successivamente adibita a circolo ufficiali, prima di cadere in disuso. La facciata principale è caratterizzata da un lungo portico sormontato da una meridiana del 1792. È il primo edificio che si incontra scendendo dall'autobus e il più ignorato: eppure, con il suo portico severo, è la traduzione in pietra di che cosa fosse Gaeta nel Settecento borbonico, una città di soldati.
La Scuola nautica della Guardia di Finanza a Gaeta
La Scuola nautica della Guardia di Finanza venne trasferita a Gaeta nel 1948 ed è preposta alla formazione degli allievi sottufficiali del comparto mare. Ha due sedi, entrambe nel centro storico: la caserma Cavour, che ingloba anche la caserma Mazzini, sede della Compagnia allievi finanzieri di mare, all'interno del castello Aragonese; e la caserma Bausan sul promontorio di punta Stendardo. Con la base della Marina Militare e la presenza, per decenni, della nave ammiraglia della Sesta Flotta statunitense, la scuola spiega perché a Gaeta si incontrano così tante divise: la vocazione militare della piazzaforte non è finita nel 1861, ha soltanto cambiato bandiera.
Le ville comunali, le strade storiche e il viadotto di Gaeta (LT)
Le ville comunali di Gaeta: piazza Traniello e Villa delle Sirene
La villa comunale, intitolata al generale Vincenzo Traniello che la volle nel 1919, si trova nell'omonima piazza del quartiere medievale. Al centro dell'area verde c'è il Monumento ai Caduti, costituito da un piedistallo marmoreo circondato da quattro bombarde e da una statua bronzea della Vittoria alata: quest'ultima risale al 1950, è opera di Guido Galletti e sostituisce quella originaria di Aurelio Mistruzzi, fusa nel 1938 per le necessità belliche. Una seconda villa comunale, Villa delle Sirene, si trova nel quartiere di Porto Salvo, sul lungomare Caboto: venne aperta nel 1924 al posto di una piccola darsena detta Mandracchio e ospita anch'essa un Monumento ai Caduti, realizzato su disegno di Torquato Ciacchi e costituito da un cippo frontonato in travertino. Villa delle Sirene è il posto giusto per una sosta all'ombra fra il borgo e il Borgo, con le panchine rivolte al porto.
Via dell'Indipendenza, la strada del Borgo di Gaeta
È lo storico asse viario del quartiere Porto Salvo, antica strada di accesso alla città, che si sviluppa lungo la direttrice nord-sud parallela alla costa, dalla contrada Spiaggia all'istmo di Montesecco; a partire dalla contrada Calegna fu demolita per l'apertura del lungomare Caboto e sopravvive nel tratto più settentrionale con il nome di via San Giacomo. Via dell'Indipendenza è collegata alla chiesa di Santa Maria di Porto Salvo dalla salita degli Scalzi, monumentale ex voto per la pestilenza scampata nel 1656, quando la peste che devastò Napoli risparmiò in gran parte Gaeta; nel tratto che va dall'estremità meridionale a detta salita è fitta di negozi, ed è la strada dello struscio serale e dello shopping, con le botteghe che vendono la tiella e le olive.
Il lungomare Giovanni Caboto di Gaeta
È il principale asse costiero della città, dal confine con il comune di Formia, dove diventa viale dell'Unità d'Italia, fino a piazzale Giovanni Caboto nel quartiere medievale, e attraversa, da nord a sud, le località Arcella, Conca e Arzano e, nel quartiere di Porto Salvo, le contrade Spiaggia, Calegna, Mare all'Arco e Montesecco. Fu costruito fra il 1956 e il 1962 demolendo i bastioni del fronte a mare e inglobando corso Attico, realizzato nel 1852 da Ferdinando II, e, fuori dal centro abitato, il percorso della strada statale 213 Flacca. Presso il santuario della Santissima Annunziata si trova il Monumento a Giovanni Caboto del 1990, che ricorda il navigatore che una tradizione gaetana vuole nato qui; davanti alla porta Carlo V c'è il Monumento nazionale al Sommergibilista del 2017, perché Gaeta è la città dove la Marina forma i suoi sommergibilisti. Il lungomare è lungo più di cinque chilometri ed è, con i suoi platani e le sue palme, la passeggiata serale dei gaetani: si percorre in bicicletta o a piedi, e le Favole di Luce, le luminarie che d'inverno lo trasformano, sono diventate un richiamo nazionale.
Il viadotto di Pontone, i Venticinque Ponti
Il viadotto di Pontone, chiamato comunemente Venticinque Ponti, prende il nome dal torrente che scavalca presso il confine con il comune di Itri, e fa parte della ferrovia Formia-Gaeta: venne edificato in pietra nel 1890-1891 e, distrutto dalle truppe tedesche in ritirata nel 1944 a eccezione delle prime tre arcate sul lato di Formia, fu ricostruito in muratura nel 1952-1954. La struttura si compone di venticinque arcate, ha una lunghezza di 359 metri e un'altezza massima di 23. La linea ferroviaria Formia-Gaeta, chiusa al traffico passeggeri da decenni, resta l'oggetto di un progetto ricorrente di riattivazione come ferrovia turistica; il viadotto, intanto, è una delle più belle opere d'ingegneria ottocentesca della provincia e si vede bene dalla Flacca.
I siti archeologici di Gaeta (LT), da Planco a Cicerone
Il Mausoleo di Lucio Munazio Planco a Gaeta
Il mausoleo di Lucio Munazio Planco, edificato nel 22 a.C., è in blocchi di pietra e si trova sulla sommità di Monte Orlando, a 170 metri sul mare. È un tamburo cilindrico di 29 metri di diametro, rivestito di blocchi di calcare, coronato da un fregio dorico con metope e triglifi, all'interno del quale un corridoio anulare conduce a quattro camere funerarie disposte a croce. Il personaggio merita di essere conosciuto: Lucio Munazio Planco fu luogotenente di Cesare, con cui passò il Rubicone e combatté in Gallia, console nel 42 a.C., fondatore di Lugdunum, cioè Lione, e di Augusta Raurica presso Basilea, poi seguace di Marco Antonio e infine, con un tempismo perfetto, passato a Ottaviano prima di Azio; fu lui, nel gennaio del 27 a.C., a proporre in Senato il titolo di Augusto. L'iscrizione sul mausoleo, che riassume tutto questo cursus honorum, è una delle epigrafi latine più citate nei manuali. Il monumento appartiene allo Stato ed è aperto con calendari stagionali: nell'estate del 2026, dal venerdì alla domenica, con una navetta a pagamento (due euro) da via Lucio Munazio Planco, oppure a piedi dai sentieri del parco. Il panorama dalla cima, su tutto il golfo fino a Ischia, è il più ampio della costa laziale.
Il Mausoleo di Lucio Sempronio Atratino a Gaeta
Il mausoleo di Lucio Sempronio Atratino, console nel 34 a.C. e ammiraglio di Marco Antonio, sorge sulla vetta dell'omonimo colle nella parte alta del quartiere Porto Salvo. È privo del rivestimento esterno in conci lapidei, che furono utilizzati nel medioevo per costruire il basamento del campanile della cattedrale e la scalinata degli Scalzi: chi guarda i blocchi alla base del campanile guarda, in realtà, il sepolcro di un console romano smontato. Il monumento è un cilindro su base quadrata, inglobato fra le case; si vede dall'esterno, salendo dal Borgo.
Il sepolcreto marittimo di Gaeta, la cosiddetta tomba di Cicerone
Il cosiddetto sepolcreto marittimo sorge nella zona di Calegna ed è databile intorno al III secolo d.C., sebbene la tradizione erudita lo abbia identificato ora come tomba di Cicerone, ucciso nel 43 a.C. proprio su questa costa, presso Formia, ora come tomba di Scipione l'Africano. Entrambe le attribuzioni sono senza fondamento documentario, e il sepolcro di Cicerone che si mostra ai visitatori è quello lungo la via Appia a Formia. La facciata dell'edificio presenta un paramento murario a grandi blocchi squadrati di pietra, con un alto stilobate; internamente si articola in due ambienti, il corridoio rettangolare d'ingresso e l'ipogeo seminterrato a pianta a croce greca, sul quale insiste, al primo piano, un altro ambiente voltato a crociera. Il Comune ne cura la valorizzazione e lo ha reso uno dei punti del percorso Gaeta nella storia.
La villa di Lucio Marcio Filippo a Gaeta
Presso il confine con Formia, in località Arcella, si trovano i resti della monumentale villa di Lucio Marcio Filippo, console nel 56 a.C. e patrigno di Ottaviano, avendone sposato la madre Azia dopo la morte di Gaio Ottavio. Fra il 1907 e il 1912 i resti vennero inglobati nella villa neoclassica del conte Stenbock-Fermor, poi convertita in struttura ricettiva; fra le strutture antiche ci sono il lungo criptoportico, sul quale si apre una serie di cameroni intercomunicanti, e alcune esedre che si aprivano nell'antico muro di recinzione. È l'esempio più chiaro di come le ville marittime romane, da Formia a Sperlonga, abbiano continuato a vivere dentro le ville dei ricchi dell'Ottocento.
Il Parco di Monte Orlando a Gaeta (LT) e le aree naturali
Il territorio di Gaeta comprende due aree protette: il Parco regionale urbano di Monte Orlando, istituito nel 1986, e il Parco regionale Riviera di Ulisse, che si estende lungo la costa del golfo e comprende le aree protette dei comuni di Gaeta, Formia, Minturno e Sperlonga, con il parco di Gianola e Monte di Scauri e la villa di Tiberio.

Monte Orlando, il promontorio di Gaeta
Monte Orlando è il promontorio calcareo alto 171 metri che chiude la penisola di Gaeta, un blocco di roccia coperto di macchia mediterranea, lecci, pini e ginestre, con pareti a picco sul mare sul lato di ponente e i resti delle fortificazioni borboniche sparsi in cima. Il parco si percorre a piedi lungo una rete di sentieri segnati che partono dal santuario della Montagna Spaccata, da via Munazio Planco e dal quartiere medievale; in un paio d'ore si fa l'anello completo, con il mausoleo di Planco in vetta, le batterie e le polveriere ottocentesche, e i belvedere che si aprono ora su Serapo, ora sul porto, ora sul mare aperto. È il luogo dove nidifica il falco pellegrino e dove, in primavera, fioriscono le orchidee spontanee. Consiglio di salire nel tardo pomeriggio, quando il sole cala dietro il Circeo e la roccia della Montagna Spaccata si tinge di rame.

Le batterie borboniche e le polveriere di Monte Orlando
La cima e i fianchi del monte sono costellati di opere militari: la Batteria Monte Orlando Superiore, la Batteria Favorita che era collegata da un ponte al palazzo reale, le polveriere Trabacco e Ferdinando, la Batteria Regina, le cortine di Carlo V lungo il porto. Sono le fortificazioni che Cialdini bombardò nel 1861 e che l'esercito italiano continuò a usare fino al Novecento; oggi sono in parte recuperate come spazi espositivi e in parte ruderi immersi nella macchia. Camminando fra queste opere si capisce fisicamente che cosa significasse assediare Gaeta: il monte è una fortezza naturale, e i Borbone lo sapevano.

Le chiese di Gaeta (LT): la cattedrale e i santuari
La città dalle cento chiese va presa alla lettera. Qui trovate, una per una, le chiese aperte al culto, le chiese sconsacrate e i conventi in rovina: chi ha una sola giornata scelga la cattedrale con il campanile, l'Annunziata con la Cappella d'Oro e la Montagna Spaccata; chi ne ha due aggiunga San Giovanni a Mare, Santa Lucia e San Francesco.
La Cattedrale dei Santi Erasmo e Marciano e di Santa Maria Assunta
La cattedrale di Gaeta venne edificata nell'XI secolo su una preesistente chiesa dedicata a Santa Maria del Parco, del VII secolo, e fu consacrata da papa Pasquale II nel 1106. Secondo la tradizione degli studi locali, dopo il terremoto del 1231 fu ricostruita in forme gotiche con una struttura a sette navate; alla fine del XVIII secolo Pietro Paolo Ferrara la restaurò in stile neoclassico riducendo lo spazio interno a tre navate con cappelle laterali mediante sovrastrutture. La facciata neogotica, in mattoni con decorazioni in pietra chiara e la statua in ghisa dell'Immacolata sulla sommità, fu progettata dall'ingegnere Pietro Giannattasio, iniziata nel 1903 e completata soltanto nel 1950, e si affaccia sull'angusta via del Duomo: è impossibile fotografarla per intero, e questa è la prima lezione di Gaeta vecchia, dove tutto è stretto e alto. Dal pronao, con le statue dei due patroni Erasmo e Marciano, si accede alla navata centrale, coperta da una volta a botte cassettonata e illuminata da finestre a lunetta; lungo le due navate laterali si aprono quattro cappelle per lato con altari barocchi in marmi policromi, due dei quali provengono dalla chiesa di Santa Caterina d'Alessandria, chiusa al culto. L'abside fu costruita alla fine del XVI secolo e rifatta a partire dal 1619 da Jacopo e Dionisio Lazzari, la dinastia di marmorari e architetti napoletani che dominò il barocco gaetano; è sopraelevata rispetto al resto della chiesa per la presenza del sottostante succorpo di Sant'Erasmo, a navata unica, realizzato nei primi decenni del Seicento su progetto di Jacopo Lazzari, ideato come custodia delle reliquie di diversi santi, riccamente decorato con marmi e con gli affreschi e gli stucchi di Giacinto Brandi, e restaurato fra il 2008 e il 2010. In fondo all'abside rettangolare si trova l'altare barocco in marmi policromi, anch'esso dei Lazzari, sormontato dalla pala di Giovanni Filippo Criscuolo con la Madonna col Bambino e San Michele Arcangelo attorniato da sei angeli, della metà del XVI secolo, posta dove in origine era esposto lo Stendardo di Lepanto.
Nel presbiterio è custodito il candelabro del cero pasquale, del XIII secolo: una colonna marmorea interamente scolpita, divisa dallo scultore in dodici livelli orizzontali e quattro fasce verticali, da cui le quarantotto formelle che raccontano, in due cicli di ventiquattro scene, le Storie della vita di Cristo e la passione di Sant'Erasmo. È, con quelli di Anagni e di Roma, uno dei massimi esempi di scultura romanica del Lazio, e la ragione per cui uno storico dell'arte entra in questa chiesa. Alle spalle dell'edificio, dove si trovava l'ingresso della prima chiesa, sorge il campanile: iniziato nel 1148 da Nicola d'Angelo, il marmoraro romano che lavorò anche nella concattedrale di Sutri e nel candelabro pasquale di San Paolo fuori le Mura a Roma, e completato nel 1279 con il cupolino ottagonale, raggiunge i 57 metri. La possente mole, romanica con evidenti influssi arabo-normanni nelle bifore e nelle maioliche del coronamento, si articola in tre piani; nella strombatura alla base della torre sono murati sarcofagi di epoca romana e due bassorilievi marmorei con la storia di Giona e il pistrice, il mostro marino che lo inghiotte e lo restituisce, immagine della resurrezione rivolta ai marinai. I blocchi del basamento provengono dal mausoleo di Sempronio Atratino. Il campanile di Gaeta, insieme a quello di Amalfi con cui ha notevoli analogie, è considerato un vertice dell'arte medievale dell'Italia centro-meridionale, ed è l'immagine della città. La cattedrale, chiusa per un lungo consolidamento dal 2008, è stata riaperta e riconsacrata il 27 settembre 2014. Sotto l'altare riposano le reliquie di Sant'Erasmo, il vescovo di Antiochia martirizzato a Formia e trasferito a Gaeta nell'842 per sottrarlo ai saraceni, patrono dei marinai di tutto il Mediterraneo, festeggiato il 2 giugno con il pontificale e la processione dei busti reliquiari per le vie della città.

Il Santuario della Santissima Annunziata e la Cappella d'Oro
La chiesa della Santissima Annunziata venne costruita fra il 2 maggio 1321 e il 1352, anno della consacrazione, alle porte dell'antica città, lungo l'unica via d'accesso al centro abitato, come luogo di culto annesso all'omonimo stabilimento ospedaliero. Nel XVII secolo la chiesa gotica venne radicalmente restaurata in forme barocche su progetto di tre esponenti della famiglia Lazzari: Andrea curò la nuova facciata, Jacopo la cappella del Santissimo Sacramento e Dionisio l'apparato decorativo interno. La facciata di Andrea Lazzari è sormontata dal campaniletto a vela con l'orologio in maioliche; un secondo campanile, gotico, si trova presso l'abside sul lato destro, mentre lungo la fiancata sinistra si apre l'antico portale laterale gotico, con la lunetta affrescata dell'Annunciazione. L'interno è a navata unica, dominato dalla tinta celeste delle pareti con gli stucchi bianchi, e conserva le volte a crociera gotiche originarie. Lungo la navata ci sono due altari marmorei, ciascuno sormontato da una pala di Luca Giordano: a sinistra l'Adorazione dei Pastori, a destra Gesù crocifisso, due tele del grande napoletano che da sole meriterebbero il viaggio. L'aula termina con l'abside rettangolare, dove si trova il coro ligneo di Colangelo Vinaccia, e la parete di fondo è interamente occupata dal polittico di Andrea Sabatini da Salerno del 1521, uno dei capolavori del Rinascimento meridionale, con la Madonna e i santi in una cornice dorata. L'altare maggiore e la balaustra in marmi policromi, le cantorie in finto marmo e la cassa dell'antico organo sulla cantoria di sinistra, restaurato e ricollocato dopo circa settant'anni di assenza dal maestro Alessandro Girotto, che ha ricostruito anche la cassa del lato destro, sono opera di Dionisio Lazzari, come il Crocifisso. L'organo a canne venne costruito da Giuseppe de Martino alla fine del XVII secolo e, secondo la tradizione, fu suonato anche da Alessandro Scarlatti.
Alle spalle del santuario, con portale su via dell'Annunziata, si apre la Cappella dell'Immacolata Concezione, detta Cappella d'Oro o Grotta d'Oro perché la volta a botte è interamente rivestita di cassettoni di legno intagliati e dorati. Alle pareti ci sono diciannove tele con scene della vita di Gesù e della Madonna, opera di Giovanni Filippo Criscuolo, lo stesso pittore che dipinse i santi del polittico di fondo, mentre l'Immacolata al centro è di Scipione Pulzone, il gaetano che fu uno dei grandi ritrattisti della Roma di fine Cinquecento. In questa cappella, secondo la tradizione, papa Pio IX passò lunghe ore di preghiera durante l'esilio del 1848-1849, e qui maturò l'idea di proclamare il dogma dell'Immacolata Concezione, cosa che fece a Roma l'8 dicembre 1854 con la bolla Ineffabilis Deus; per questo, dal 25 marzo 2009, la chiesa è santuario, gemellato con Nostra Signora di Lourdes. Anche Giovanni Paolo II, il 25 giugno 1989, in visita alla città, volle pregare nella Grotta d'Oro. La chiesa, insieme a Santa Maria della Sorresca, appartiene ai beni dell'IPAB Stabilimento della Santissima Annunziata. Il mio parere: la Cappella d'Oro è l'ambiente più bello di Gaeta, e un'ora del tardo pomeriggio, quando la luce entra radente e accende l'oro del soffitto, vale più di qualunque spiaggia.
La chiesa di San Francesco a Gaeta
Nel luogo dell'attuale chiesa, secondo la tradizione, lo stesso Francesco d'Assisi fondò nel 1222 un oratorio presso il luogo dove dimorava durante la sua permanenza a Gaeta. Questa prima chiesa venne ricostruita in forme gotiche e monumentali per volere di Carlo II d'Angiò nel XIV secolo e, nel XIX, Ferdinando II affidò a Giacomo Guarinelli un radicale restauro durante il quale furono sovrapposte alla struttura trecentesca decorazioni neogotiche. Il sagrato è preceduto da una grande scalinata, al cui centro si trova la statua della Religione con la croce in mano, opera di Luigi Persico, lo scultore napoletano che lavorò anche al Campidoglio di Washington. La slanciata facciata neogotica ha un bel portale strombato e un grande rosone, ed è decorata dalle sculture marmoree dei due sovrani che vollero la costruzione e la ricostruzione, Carlo II e Ferdinando II, e del santo dedicatario. L'interno a tre navate, dominato dal colore giallo dei muri, è illuminato da grandi finestre con vetrate policrome; nell'abside poligonale, dominata dalla statua del Redentore, si trova l'altare maggiore neogotico in stucco dipinto a finto marmo, e in fondo a ciascuna navata laterale un altare in marmi policromi. San Francesco, per la sua mole e per la scalinata, è la chiesa più scenografica di Gaeta, e quella da cui si gode la vista più bella sul porto e sul golfo: nei pomeriggi d'estate la scalinata è il ritrovo dei ragazzi del quartiere.
La chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, detta degli Scalzi
Situata nell'omonimo quartiere, in origine abitato prevalentemente da pescatori, è detta anche degli Scalzi perché anticamente era tenuta dai frati agostiniani scalzi. Venne costruita in forme barocche nel XVII secolo su progetto di Dionisio Lazzari; l'interno, dominato dal colore celeste delle pareti, è a navata unica con cappelle laterali, e alle spalle dell'altare maggiore in marmi policromi, in una nicchia con elaborata cornice marmorea, è custodita la venerata statua processionale della Madonna di Porto Salvo, la protettrice dei marinai del Borgo, che ogni estate scende in processione fino al mare. Annesso alla chiesa è l'oratorio detto della Congrega dei Pescatori, con pavimento in maioliche policrome, altare marmoreo e decorazione in stucco sulle pareti e sulla volta. Sulla chiesa insiste la parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, che prende il nome dalla vicina chiesa omonima, gravemente danneggiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e restaurata senza ricostruire le campate distrutte. Ci si arriva dalla salita degli Scalzi, la scalinata ex voto del 1656 costruita con i blocchi del mausoleo di Atratino.
La chiesa di San Giacomo Apostolo a Gaeta
Lungo via dell'Indipendenza, nel quartiere di Porto Salvo, venne costruita fra il 1517 e il 1605 in forme barocche, a navata unica con cappelle laterali, e successivamente rimaneggiata. I lavori più radicali furono quelli del 1965, quando vennero demolite la facciata e la parete di fondo dell'abside, ricostruito in stile moderno il prospetto e realizzata una nuova abside a pianta quadrangolare, collegata alla navata attraverso quella antica. All'interno è custodito l'antico altare maggiore barocco proveniente dalla ex chiesa di Santa Caterina d'Alessandria, trasferito qui nel XIX secolo; la sua pala, fino al 1993 al centro dell'ancona e oggi sulla parete destra dell'antica abside, raffigura una Sacra Conversazione ed è opera di Santillo Sannini, del 1695. È la chiesa del Borgo commerciale, quella dove entrano i gaetani fra una commissione e l'altra.

Il Santuario della Santissima Trinità alla Montagna Spaccata
Il Santuario della Santissima Trinità, detto della Montagna Spaccata, si trova sulla fiancata occidentale di Monte Orlando, sopra Serapo, in via Santissima Trinità 3. Fu edificato nell'XI secolo dai benedettini e sorge su una fenditura della roccia che scende fino al mare, nella Grotta del Turco: secondo la leggenda la montagna si squarciò nel momento della morte di Cristo, quando si lacerò il velo del tempio di Gerusalemme, e la tradizione dice che il terremoto della Passione aprì tre spaccature nel calcare, di cui questa è la più grande. Nel 1434 dall'alto dei due costoni si staccò un macigno che andò a incastrarsi più in basso fra le pareti della fenditura, sopra l'ingresso a mare della grotta; su di esso, nel XVI secolo, venne costruita la cappella del Crocifisso, raggiungibile con una scalinata che si insinua nella spaccatura. Lungo la discesa, sulla parete di destra, si notano un distico latino e, accanto, la cosiddetta mano del Turco, l'impronta di cinque dita nella roccia: la leggenda vuole che un marinaio turco, miscredente, non credesse al racconto sull'origine della spaccatura e vi appoggiasse la mano, e che la roccia, diventata miracolosamente morbida, ne conservasse l'impronta. Un'altra scalinata, di circa trecento gradini, scende alla Grotta del Turco, la cavità aperta sul mare dove la luce entra dal basso e colora l'acqua di verde: è la ragione per cui la Montagna Spaccata è il luogo più fotografato di Gaeta, e anche quello in cui la fila, in agosto, è più lunga.
La chiesa, barocca, è a navata unica con volta a botte lunettata e cappelle laterali; l'abside quadrangolare ospita l'altare maggiore novecentesco, sormontato dalla tela di Raimondo Bruno con Sant'Erasmo e la Madonna che affidano Gaeta alla protezione della Santissima Trinità, del 1850 circa. Qui pregarono numerosi pontefici, fra cui Pio IX, sovrani, vescovi e santi: Bernardino da Siena, Ignazio di Loyola, Leonardo da Porto Maurizio, Paolo della Croce, Gaspare del Bufalo e Filippo Neri, e la tradizione vuole che Filippo Neri abbia vissuto un periodo di eremitaggio dentro la Montagna Spaccata, dove un giaciglio di pietra è ancora chiamato il letto di San Filippo Neri. Il santuario è sede dei missionari del PIME, il Pontificio Istituto Missioni Estere. Gli orari 2026, validi fino al 25 ottobre: dal martedì alla domenica, la Montagna Spaccata dalle 9 alle 12 e dalle 14.30 alle 18, la Grotta del Turco dalle 9 alle 11.45 e dalle 14.30 alle 17.30; lunedì chiuso; ingresso a offerta libera; dispone di parcheggio e servizi, ma l'accesso per chi ha disabilità motorie presenta difficoltà oggettive; vietati cani, cibo, musica e fumo, perché resta un luogo di culto. Il mio consiglio da guida: la Montagna Spaccata alle nove del mattino, quando apre, con la luce che entra nella fenditura dal lato del mare e senza nessuno davanti; dopo le undici, d'estate, è un'altra esperienza. Gli aggiornamenti si leggono sul sito del santuario.
La chiesa della Santissima Addolorata e la grata dei re
La chiesa della Santissima Addolorata sorge lungo via Annunziata, sul lato opposto rispetto allo Stabilimento. È la cappella dell'annesso convento delle Suore crocifisse adoratrici dell'Eucaristia, già delle Mantellate serve di Maria, che nel XIX secolo vi avevano stabilito un collegio per ragazze nobili. Costruita nel XIV secolo e in origine dedicata a San Gregorio Magno, venne radicalmente restaurata fra il 1853 e il 1855 in forme neogotiche da Federico Travaglini, che progettò anche la facciata neoclassica con la ripida rampa di scale che collega la strada alla navata, posta a un livello superiore. L'interno è a navata unica di due campate con volte a crociera decorate da stucchi con le Litanie lauretane; nella seconda campata si aprono, a sinistra, la cappella di San Filippo Benizi con la statua lignea policroma del santo, e a destra la finestra con la grata dalla quale la famiglia reale seguiva le celebrazioni dal palazzo, senza mescolarsi ai sudditi. Nella parete di fondo dell'abside si apre una triplice nicchia con arco a sesto acuto che ospita il gruppo scultoreo con al centro la Madonna Addolorata, del XIX secolo.
La chiesa di Santa Maria della Sorresca
Prende il nome dall'evento miracoloso che ne provocò la costruzione: il 16 aprile 1513 un'immagine della Madonna col Bambino, dipinta presso i depositi di sorra della famiglia Albito, operò un miracolo. La sorra era la ventresca del tonno sotto sale, uno dei commerci della Gaeta cinquecentesca, e la chiesa nacque quindi in un magazzino di pesce: è il caso più chiaro, in città, di una devozione nata dal lavoro. L'attuale edificio venne costruito in forme barocche, forse su progetto di Andrea Lazzari, fra il 1617 e il 1635, e arricchito della cantoria, dell'altare maggiore e del confessionale, opere di Dionisio Lazzari, e alla fine del secolo successivo di due altari laterali progettati da Pietro Paolo Ferrara. Chiusa al culto nel 1966 e mai sconsacrata, è sede di manifestazioni culturali saltuarie. La facciata con la ripida scalinata d'accesso fu realizzata nel 1855, probabilmente su progetto di Federico Travaglini, perché in origine la chiesa non aveva un ingresso monumentale; l'interno barocco è ottagonale, coperto a cupola, uno spazio centrale raro nel Lazio meridionale.
La chiesa di San Giovanni a Mare e il pavimento inclinato
Presso la cattedrale, davanti al mare, la chiesa di San Giovanni a Mare venne edificata nel X secolo dal duca di Gaeta Giovanni IV e ricostruita dopo il terremoto del 1213; le decorazioni barocche aggiunte nei secoli furono demolite nella prima metà del XX secolo, restituendole l'aspetto medievale. Due caratteristiche la rendono unica: la cupola di gusto arabo, a costoloni, che richiama Amalfi e la Sicilia, e il pavimento leggermente inclinato verso l'ingresso per far defluire l'acqua del mare nei periodi di alta marea, perché la chiesa fu costruita sulla riva, fuori dalla cinta muraria, parzialmente demolita agli inizi degli anni Sessanta. L'interno è a tre navate e croce latina, con lacerti superstiti degli affreschi dei secoli XIII e XIV che ornavano pareti, volte e absidi; l'altare maggiore fu composto nel 1928 riutilizzando come paliotto la lastra di un sarcofago romano. È la chiesa che i gaetani chiamano San Giuvanne a mare ed è la più antica, per impianto, fra quelle aperte.
La chiesa di San Domenico e la Terra Santa
Officiata soltanto in occasione della memoria del santo, l'8 agosto, venne costruita nel XIV secolo insieme al convento dei frati predicatori, soppresso nel 1809. Gli arredi barocchi passarono nel XIX secolo ad altre chiese della diocesi e l'edificio fu privato di tutte le decorazioni barocche con i restauri dei primi del Novecento; si presenta a due navate, una maggiore e una minore a destra, priva di qualsiasi decorazione, con il semplice altare maggiore in pietra al centro dell'abside. Annesso è l'ampio edificio dell'ex convento, con chiostro quadrangolare, dominato dalla torre campanaria del XII secolo, unico elemento superstite della precedente chiesa di Santa Maria della Maina. Sotto la chiesa si trova la cosiddetta Terra Santa, l'antico cimitero della confraternita con le nicchie per la scolatura dei corpi, che viene aperto in occasioni particolari ed è una delle esperienze più impressionanti della Gaeta sotterranea.
La chiesa di Santa Caterina d'Alessandria a Gaeta
Presso San Domenico, venne costruita nel XIV secolo come chiesa del monastero delle benedettine; venne restaurata internamente agli inizi del XVIII secolo in forme barocche da Domenico Antonio Vaccaro, mentre l'aspetto neoclassico dell'esterno risale ai lavori del 1852 di Federico Travaglini. L'edificio, con facciata a capanna in cui si aprono l'unico portale e il rosone circolare, è a navata unica con volte a crociera e un'ampia cantoria sopra l'ingresso; le modanature barocche in stucco delle pareti e della volta sottolineano la sottostante struttura gotica rimasta inalterata. A ridosso della parete di fondo si trova l'altare maggiore in marmi policromi. È chiusa al culto, e i suoi altari sono finiti in cattedrale e a San Giacomo.
La chiesa del Rosario a Gaeta
Già dedicata a San Tommaso apostolo, sorge lungo via Aragonese e trae il nome attuale dall'omonima confraternita laicale, fondata nel 1571, l'anno di Lepanto, presso la chiesa di San Domenico e trasferita qui nel 1809 insieme ad alcuni arredi marmorei barocchi, fra cui elementi dell'altare maggiore e della balaustra del presbiterio. L'edificio è costituito da una navata gotica coperta con volte a crociera estradossate, articolata in due campate: la prima ospita, nell'ampia cantoria, il coro dei confratelli, mentre ai lati della seconda si aprono due cappelle ottocentesche. La statua processionale della Madonna col Bambino risale al XVIII secolo, e la pala dell'altare maggiore è un dipinto di Sebastiano Conca con la Madonna del Rosario e i santi Domenico e Caterina da Siena, del 1737: un Conca in patria, nella sua città, cosa non frequente.
La chiesa di Santa Maria del Suffragio e il sacrario dei garibaldini
È la cappella maggiore del cimitero comunale, nel quartiere di Serapo, alle pendici della collina della Catena. Costruita fra il 1850 e il 1854 in un sobrio stile neoclassico influenzato dal tardobarocco, è inserita nel complesso che costituisce l'ingresso monumentale del camposanto, con il sacrario dei garibaldini, una cripta sotto il sagrato dove riposano i volontari caduti nell'assedio del 1860-1861. L'interno, con l'alternanza di bianco e celeste, è a navata unica con abside quadrangolare coperta a padiglione; sull'altare maggiore in marmi policromi c'era in origine una Madonna col Bambino di pittore ignoto, oggi nella pinacoteca del Centro Storico Culturale.
La chiesa dei Santi Carlo e Anna, la chiesa di San Paolo Apostolo e la Madonna della Catena
Tre chiese minori raccontano la Gaeta fuori le mura. La chiesa dei Santi Carlo e Anna, nel quartiere Piaja lungo la strada per Formia, venne costruita nel XVII secolo e pesantemente rimaneggiata dalla metà del Novecento, così da perdere ogni riferimento barocco a eccezione della struttura: esternamente ha un campaniletto a vela, internamente una navata unica con volta a botte lunettata, cappelle poco profonde senza altari e abside rettangolare. La chiesa di San Paolo Apostolo, sulla piana di Montesecco fra Serapo e il centro storico, fu costruita nel 1964 per volere dell'arcivescovo Lorenzo Gargiulo, che vi è sepolto; l'edificio e il complesso parrocchiale, moderni, furono progettati da Antonio Petrilli e Pasquale Marabotto, con pianta quadrata, un alto ambiente centrale circondato da un basso deambulatorio e, a destra dell'altare, i resti dell'altare maggiore della demolita chiesa di San Biagio, di cui rimane il tabernacolo. La chiesa della Madonna della Catena si trova presso il tratto urbano della Flacca, sulla sommità che domina Serapo dal lato opposto a Monte Orlando, nel luogo dove la tradizione vuole che sia apparsa la Madonna con il Bambino e una catena in mano, simbolo del peccato da spezzare: costruita nel XVII secolo e ampliata nel XIX e nel XX, è l'unica chiesa della città con pianta a croce greca, e il suo altare maggiore barocco proviene da San Giovanni a Mare.
Santo Stefano Protomartire e il Santuario di San Nilo Abate
La chiesa di Santo Stefano Protomartire, in via dei Frassini, fu costruita con l'attiguo complesso parrocchiale fra il 2009 e il 2014 su progetto di Linda De Luca e inaugurata il 26 dicembre 2014; sede della parrocchia eretta nel 1986, che all'inizio si riuniva in locali provvisori, è un'aula rettangolare divisa in tre navate asimmetriche da pilastri cilindrici, con l'abside quadrangolare che ospita il presbiterio e la cappella del Santissimo Sacramento in fondo alla navata destra; il soffitto della navata centrale è in legno, a unico spiovente digradante verso l'ingresso. Il Santuario di San Nilo Abate, nella zona di Serapo, venne edificato a partire dal 1965 su progetto di Riccardo Morandi, l'ingegnere del ponte di Genova e del viadotto di Agrigento, secondo un'idea del parroco don Giuseppe Viola, che volle rivisitare in chiave moderna le peculiarità delle antiche chiese gaetane; consacrata nel 1999 ed elevata a santuario nel 2014, ha una semplice struttura a tre navate ed è dedicata al monaco calabrese che, secondo la tradizione, passò da Gaeta verso Roma. Per chi ama l'architettura del Novecento, un Morandi a Serapo è una sorpresa.
Le cappelle mariane rurali di Gaeta, le Madonnelle
Nella campagna intorno alla città ci sono alcune cappelle dedicate alla Madonna, popolarmente chiamate Madonnelle, che hanno una struttura unica: un luogo di culto di modeste dimensioni, un arcone in muratura che passa sopra la strada antistante e, in alcuni casi, la canonica annessa, così che il viandante passasse sotto la benedizione dell'immagine. Sono quattro: la cappella della Madonna del Colle, in via del Colle; la cappella della Madonna di Casalarga, in via Sant'Agostino; la cappella della Madonna di Conca, in via Conca; la cappella della Madonna di Longato, in via Sant'Agostino. La loro esistenza è legata alla devozione dei contadini verso la Vergine, invocata come protettrice del lavoro dei campi e dei raccolti, una devozione che affonda le radici nella religione romana e nel culto di Cerere. Queste cappelle acquisirono un ruolo di centro religioso durante l'assedio del 1860-1861 e nella seconda guerra mondiale, quando la popolazione sfollata si trasferì nelle campagne. Fuori dall'antico centro abitato esistevano altre cappelle oggi scomparse: Santa Maria delle Grazie all'Arcella, Santa Maria di Casaregola, citata in un documento del 1180, l'Assunta al Pizzone, la Madonnella di Serapo e Santa Maria della Treglia.
Le chiese sconsacrate e i conventi in rovina di Gaeta (LT)
Qui sta la ragione del soprannome. Gaeta ha più chiese chiuse che aperte, e alcune delle chiuse sono le più belle. Vanno cercate con pazienza, perché molte si vedono soltanto dall'esterno o in occasione di mostre.
La ex chiesa di Santa Lucia, cioè Santa Maria in Pensulis
La chiesa di Santa Maria in Pensulis, la più antica della città fra quelle ancora esistenti, venne costruita nell'XI secolo ruotando di novanta gradi l'orientamento di un edificio precedente più piccolo, di cui inglobò la parete destra, convertita in facciata, e quella di fondo; nel XIII secolo furono edificate le volte a crociera gotiche. Durante la permanenza a Gaeta di Ladislao di Durazzo e di sua moglie Costanza Chiaramonte, che soggiornarono con la corte dal 1387 al 1399, la chiesa fu la cappella palatina del re. La titolazione a Lucia di Siracusa si affiancò a quella originaria a partire dal XV secolo e la sostituì dal XVIII in poi. Nel 1646 e nel 1755 la chiesa venne restaurata e decorata con elementi barocchi, demoliti nel 1934-1937, quando fu ricondotta a un ipotetico aspetto originario, più scarno. Chiusa al culto nel 1966 e sconsacrata nel 1972, è romanica, a pianta basilicale con tre navate, la centrale terminante in un'abside semicircolare, senza transetto; nelle prime due campate della navata destra restano la parete di fondo e l'abside della chiesa altomedievale, con affreschi realizzati a più riprese fra l'VIII-IX secolo e il XV, i più antichi di Gaeta. Esternamente, sul fianco sinistro lungo via Ladislao, si apre un portale laterale con protiro. Da qui vengono il Trittico di Giovanni da Gaeta del Museo Diocesano e gli affreschi staccati della pinacoteca comunale.
La ex chiesa di San Salvatore
Si trova in vicolo Caetani, fra la cattedrale e il palazzo De Vio. Sorse fra l'VIII e il IX secolo e nel medioevo fu di proprietà dell'abbazia di Montecassino; dal 1671 al 1806 venne retta dagli scolopi, che avevano la scuola nell'attiguo edificio oggi palazzo arcivescovile. Sconsacrata nel 1814, venne in gran parte distrutta nel bombardamento della notte fra l'8 e il 9 settembre 1943, e i suoi resti sono stati convertiti in uno spazio espositivo all'aperto: permangono le sei colonne di spoglio che dividevano l'ambiente in tre navate ed è visibile nella sua interezza la navata laterale destra, con tracce di affreschi medievali. È una rovina a cielo aperto in mezzo alle case, e fa impressione.
La ex chiesa di San Giovanni della Porta
Nel centro storico, presso il castello, venne fondata nel X secolo e assunse l'attuale conformazione nell'ampliamento medievale dei secoli XIII-XIV. La struttura è a navata unica gotica di due campate con abside poco profonda; le decorazioni e gli altari in stucco sono barocchi, e nella prima campata c'è un affresco quattrocentesco attribuito a Giovanni da Gaeta con il santo titolare e un santo benedettino. L'avancorpo con cantoria risale alla fine del XIX secolo e ha inglobato il precedente campanile a vela. La chiesa non ha una vera facciata e vi si accede da due portali sulla fiancata sinistra, che dà su un piccolo slargo; oggi è la sede locale del Consorzio universitario di economia industriale e manageriale.
La ex chiesa di San Giuda Taddeo
Opera di Giacomo Guarinelli, lungo via Angioina non lontano da San Francesco, fu costruita fra il 1855 e il 1856 per volere di Ferdinando II al posto dell'antica chiesa di Sant'Onofrio, documentata dalla fine del XV secolo; utilizzata dai militari durante l'assedio del 1860, venne sconsacrata lo stesso anno e abbandonata. La struttura ha una fastosa decorazione neogotica, esterna e interna, e una navata unica di tre campate con volte a crociera, affiancata dalla sacrestia, in cui si trovavano tre altari marmorei ottocenteschi rimossi dopo la chiusura; un rosone circolare si apre sia in facciata sia nella parete di fondo. Una chiesa che visse cinque anni: il monumento più malinconico della Gaeta borbonica.
La ex chiesa di Santa Maria del Monte e la ex chiesa di San Nicola
Santa Maria del Monte sorse nel XIV secolo come romitorio e si trova lungo via Aragonese, ai piedi del castello. La facciata è preceduta da un piccolo slargo, l'antico sagrato, e al centro si apre il portale barocco con cornice marmorea sormontata da un timpano semicircolare spezzato; sulla destra, il campaniletto a vela a unico fornice. La copertura è a volte a crociera estradossate, e l'interno, privato delle decorazioni, è a navata unica di due campate, con due cappelle per lato e l'abside. San Nicola si trova invece alla sommità della salita degli Albito, a monte di Santa Maria della Sorresca: già presente nel X secolo, acquisì l'attuale conformazione gotica nel XIV, e oggi è adibita a giardino privato in seguito al crollo di gran parte della volta nel bombardamento del settembre 1943. All'esterno la caratterizzano la torre campanaria, probabilmente del XIII secolo e riconvertita in abitazioni, e l'edicola mariana ricavata dall'antico portale laterale sulla parete destra; l'interno conserva, in cattivo stato, le decorazioni barocche del XVII-XVIII secolo in stucco e scagliola, cornici e altari.
La ex chiesa dei Santi Martiri Irlandesi e del Beato Oliver Plunkett
Venne costruita agli inizi degli anni Trenta del Novecento come luogo di culto della residenza estiva del Pontificio Collegio Irlandese, presso il confine con Formia, e consacrata il 19 ottobre 1932 dall'arcivescovo di Dublino Edward Joseph Byrne. Nella seconda metà del Novecento l'intero complesso venne convertito in struttura ricettiva e la chiesa, sconsacrata, adibita a ristorante. L'edificio conserva intatte le caratteristiche originarie: un portico neoclassico a tre arcate in facciata e, all'interno, un'unica aula terminante con un'ampia abside poligonale, le cui pareti sono decorate da affreschi monocromi con motivi allegorici e vegetali, con al centro il ciborio marmoreo con elementi musivi. I seminaristi irlandesi che venivano a Gaeta per l'estate sono un capitolo curioso della storia della città: si cenano oggi sotto le loro volte.
La ex chiesa di Sant'Ambrogio e la ex chiesa di Sant'Angelo dei Marzi
Sant'Ambrogio si trova alle pendici del versante meridionale di monte Conca, in posizione dominante sulla piana di Arzano; citata per la prima volta nel 1231, è abbandonata, ma presenta integra la struttura gotica con navata unica di tre campate coperta da volte a crociera estradossate, senza abside, e all'interno tracce di affreschi e una grande macina in pietra, testimone del riuso agricolo. Sant'Angelo dei Marzi sorge in località Pontone, sulle sponde dell'omonimo torrente, presso il confine con Itri e il viadotto della ferrovia; documentata dal 1185, assunse l'attuale conformazione nel XIV secolo ed era probabilmente annessa a un cenobio, di cui restano parti nei pressi. L'edificio, in avanzato degrado e in parte invaso dalla vegetazione, è a navata unica di tre campate coperta da volte a crociera ogivali estradossate, di cui ne rimane una sola; la facciata, con il portale dagli stipiti in pietra, era preceduta da un portico. L'ultima campata è separata dalle altre da un tramezzo costruito quando la chiesa divenne un edificio agricolo, e all'interno conserva numerosi lacerti dell'originaria decorazione a fresco del primo quarto del XIV secolo, riconducibili all'ambito cavalliniano, cioè alla cerchia di Pietro Cavallini, il grande pittore romano di Santa Cecilia in Trastevere: figure monumentali di santi dentro una partitura geometrica a due ordini sovrapposti, di cui rimane quello inferiore. Secondo il Codex diplomaticus cajetanus, la raccolta dei documenti medievali gaetani, il nome deriva dalla dedicazione all'arcangelo Gabriele, la cui festa, fino al Concilio Vaticano II, cadeva in marzo. Un Cavallini in rovina in mezzo agli agrumeti: se qualcuno a Gaeta dovesse ricevere un restauro, è questo.
L'ex convento di Sant'Agata e l'ex monastero di Santo Spirito di Zannone
Il convento di Sant'Agata sorge sulla sommità del colle omonimo, nel rione Spiaggia. Venne fondato dal vescovo Francesco II Gattola nel 1327 e la sua chiesa consacrata nel 1357; anche prima della soppressione del 1809 fu utilizzato in vari modi per scopi militari, e nel 1837-1838 venne provvisoriamente destinato a cimitero. Oggi l'intero complesso è in rovina, ma delle strutture gotiche restano chiaramente individuabili il chiostro con tracce di affreschi cinquecenteschi, la sala capitolare con le fosse di comunicazione con i sotterranei per le sepolture, la chiesa e le celle, al primo piano dell'ala nord-est, riconoscibili dal profilo delle perdute volte estradossate. Il monastero di Santo Spirito di Zannone si trova nella piana di Arzano, dentro l'area dell'ex raffineria: fu fondato nel 1295 da monaci cistercensi ed è in abbandono; il complesso diroccato, in origine recintato da mura, è costituito dall'edificio monastico affiancato dalla chiesa gotica, di grandi dimensioni. Una chiesa cistercense dentro una raffineria dismessa è l'immagine più cruda del Novecento gaetano.
La storia di Gaeta (LT), dagli Aurunci a Ferdinando II
Gaeta antica: Aurunci, Roma e le ville dei consoli
I primi insediamenti nel territorio di Gaeta risalgono al IX-X secolo a.C. Successivamente tutta l'area costiera del golfo fece parte della regione popolata dagli Aurunci, il popolo osco stanziato fra il Liri, il Volturno e il vulcano di Roccamonfina, e soltanto nel 345 a.C. il territorio gaetano finì sotto l'influenza di Roma, nel corso delle guerre che portarono alla sottomissione dei Volsci e degli Aurunci e alla fondazione delle colonie latine di Fondi e Formia. In età preimperiale il territorio, al confine fra Lazio e Campania, rientrava nel Latium adiectum, il Lazio aggiunto, cioè i territori annessi al Latium vetus dopo le prime conquiste romane verso sud, con la scomparsa dei popoli preromani: Volsci, Equi, Ernici, Ausoni-Aurunci. Con Augusto e la sua riforma amministrativa, Gaeta ricadde nella regione unica formata dal Latium vetus e dal Latium adiectum, che i romani chiamavano semplicemente Latium, e che terminava lungo il Liri-Garigliano; amministrativamente era unita alla Campania nella Regio I Latium et Campania, una delle undici regioni dell'Italia augustea. Durante il periodo romano Gaeta divenne un luogo di villeggiatura rinomatissimo, frequentato da imperatori, patrizi, consoli e senatori; a favorire la loro venuta fu anche la costruzione di una nuova strada, la via Flacca, più breve dell'Appia, che correva lungo la costa da Terracina a Formia. Del periodo romano restano molte vestigia: sulla sommità di Monte Orlando il mausoleo di Lucio Munazio Planco, console, prefetto dell'Urbe, generale di Cesare (attraversò con lui il Rubicone e fu al suo fianco nelle campagne galliche), poi di Marco Antonio e infine di Ottaviano Augusto; a Porto Salvo il mausoleo di Sempronio Atratino; a Fontania e all'Arcella le ville; a Calegna il sepolcreto. E poco più in là, sulla via Appia presso Formia, il sepolcro attribuito a Cicerone, che qui fu raggiunto e ucciso dai sicari di Antonio il 7 dicembre del 43 a.C.
Il ducato di Gaeta e la repubblica marinara
Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente cominciò un periodo di transizione, caratterizzato da saccheggi prima dei popoli germanici e poi dei saraceni. Proprio per la sua posizione su una penisola naturale, facilmente difendibile, Gaeta si trasformò gradualmente in un castrum: la città fu fortificata con cinte murarie, sulla zona alta del borgo sorse il castello, e le popolazioni delle zone limitrofe, a cominciare da quella di Formia distrutta dai saraceni, si trasferirono dentro le mura in cerca di protezione. Le prime notizie del castello risalgono al VI secolo, nella guerra contro i Goti; nel X secolo se ne fa cenno nelle carte del Codex diplomaticus cajetanus, ma notizie certe della sua esistenza si hanno soltanto dal XII secolo. La prima documentazione dell'esistenza di una flotta gaetana è dell'812, quando il patrizio bizantino Gregorio, governatore della Sicilia, incalzato dalla minaccia araba, chiese aiuto al duca di Napoli e ai ducati campani: risposero Gaeta e Amalfi, che con le loro navi, unite a quelle di Costantinopoli, sconfissero la flotta araba al largo di Lampedusa. Già nel IX secolo Gaeta si rese autonoma dall'autorità imperiale bizantina e nell'839 la carica di ipato venne assunta da Costantino, figlio del conte Anatolio e capostipite di una dinastia in cui la tradizione riconosce l'origine dei Caetani; Docibile I, nella seconda metà del IX secolo, fu di fatto il primo sovrano di Gaeta riconosciuto, e la sua stirpe governò per un secolo e mezzo. Il ducato conquistò gradualmente l'indipendenza e restò in vita per oltre due secoli, con una propria solidità militare, autonomia politica e giurisdizionale, istituti giuridici civici, una moneta propria, il follaro, e un considerevole sviluppo economico attraverso i traffici marittimi: nel periodo che va dall'839 al 1140 Gaeta può essere considerata a pieno titolo una repubblica marinara, e infatti compare, con Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, fra le città che alcuni storici aggiungono alle quattro canoniche.
I gaetani difesero le loro libertà con una politica saggia e talvolta spregiudicata: alleanze con gli Stati autonomi del Mezzogiorno contro le scorrerie saracene, ma anche patti con gli stessi musulmani per difendere il ducato dalle mire del papato. Particolarmente significativa fu l'alleanza che portò alla Lega campana, promossa da papa Leone IV per la difesa di Roma: nell'estate dell'849 la flotta della Lega, con le navi di Amalfi, Gaeta, Napoli e Sorrento sotto la guida del console Cesario di Napoli, sbaragliò i saraceni che si apprestavano a sbarcare a Ostia per invadere e distruggere Roma, e Raffaello immortalò la battaglia di Ostia nella Stanza dell'Incendio di Borgo, in Vaticano. Nel 915 il duca Giovanni I contribuì alla costituzione della lega cristiana che sconfisse i saraceni nella battaglia del Garigliano, eliminando definitivamente la presenza araba nel Lazio meridionale. Il ducato restò pienamente indipendente fino all'inizio del XII secolo, quando il duca Riccardo fu deposto dal principe di Capua, e nel 1140 la città fu conquistata da Ruggero II di Sicilia, della dinastia degli Altavilla, che fu però benevolo nei confronti di Gaeta: le lasciò numerosi privilegi, a partire dalla moneta propria e da una significativa autonomia, tanto da permetterle di conservare, al pari di Amalfi, il carattere di repubblica marinara. Con Ruggero II nacque il regno unitario del Sud che per sette secoli, tranne il periodo del viceregno spagnolo (1504-1707) e della dominazione austriaca (1707-1734), sarebbe rimasto indipendente e sovrano, l'unico in Europa a conservare così a lungo i suoi limiti territoriali, con Gaeta a fungere più volte da capitale di fatto e da città di confine con lo Stato della Chiesa.
Gaeta sotto gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi
Durante il governo della dinastia sveva Gaeta vide rafforzata la sua funzione di chiave d'accesso al regno: Federico II venne più volte in città e, nelle lotte fra guelfi e ghibellini, creò fortificazioni per difendere i confini, facendo costruire nel 1223 quelle del castello, che quindi esisteva già. Sotto gli Angioini e i Durazzo (1266-1442) la città continuò a ricoprire un ruolo di primo piano: dal 1378 fu per qualche anno la residenza dell'antipapa Clemente VII, alleato della regina Giovanna I, e dal 1387 vi si stabilì, temporaneamente in esilio, l'erede al trono Ladislao d'Angiò-Durazzo, che celebrò a Gaeta, il 21 settembre 1389, le nozze con Costanza Chiaramonte, figlia di Manfredi III Chiaramonte, conte di Modica e vicario del Regno di Sicilia. Salito al trono, Ladislao fu riconoscente verso Gaeta e le concesse ulteriori privilegi a rafforzarne l'autonomia. Anche la futura regina Giovanna II, sorella di Ladislao, soggiornò a lungo in città, dove scelse di farsi incoronare nel 1419. Dal 1435 Alfonso V d'Aragona fece di Gaeta la base per la conquista del trono di Napoli a danno di Renato d'Angiò, sconfitto definitivamente nel 1442; qui, nel 1435, Alfonso era stato sconfitto in mare dai genovesi nella battaglia di Ponza e fatto prigioniero, e da qui ripartì. Con l'arrivo della dinastia aragonese alcuni personaggi locali, caduti in disgrazia, dovettero abbandonare Gaeta, e fra questi la tradizione locale colloca Giovanni Caboto, che si sarebbe rifugiato a Venezia nel 1461 prendendone la cittadinanza quindici anni dopo: la nascita gaetana del navigatore è un'ipotesi discussa dagli storici, non un dato, ma la città l'ha fatta propria. In questo periodo Gaeta fu munita di un nuovo castello, il cosiddetto Alfonsino, adibito a reggia, mentre il vecchio, l'Angioino, fu ampliato e unito al nuovo. Per tutta la seconda metà del XV secolo la città fu governata dagli aragonesi; fra le personalità succedutesi al governo della piazzaforte spicca nel 1501 il barone Diomede de Gemmis di Castel Foce, cognato del futuro governatore di Milano Andrea Caiano. I sovrani aragonesi, come i predecessori, capirono quanto fosse strategico il possesso di Gaeta e la fortificarono con due nuove cinte murarie, oggi scomparse. Gaeta subì, secondo il conto tradizionale, quattordici assedi, che coincisero con avvenimenti spesso cruciali, dalla fine del ducato fino all'ultimo, decisivo per i destini del Regno delle Due Sicilie, quello del 1860-1861 delle truppe del generale Enrico Cialdini, che sarebbe poi stato nominato duca di Gaeta.
Gaeta spagnola e borbonica: Carlo V, Lepanto, Carlo III
Con la dominazione spagnola, iniziata nel 1504, lo Stato unitario del Sud nato nel 1140 perse per la prima volta l'indipendenza e divenne un viceregno; il ruolo di piazzaforte di Gaeta fu però ancor più accentuato, e la città fu dotata, per ordine di Carlo V, di nuovissime fortificazioni bastionate alle pendici di Monte Orlando, aggiornate contro le più potenti armi da fuoco, e del castello Aragonese. Nel 1571 si radunò nel porto di Gaeta la flotta pontificia che, al comando dell'ammiraglio Marcantonio Colonna, salpò il 24 giugno per unirsi al resto della flotta cristiana comandata da don Giovanni d'Austria. Il comandante aveva ricevuto il 20 giugno da papa Pio V lo Stendardo di Lepanto, in seta, da issare sulla nave ammiraglia; nella cattedrale di Gaeta, davanti alle reliquie di Sant'Erasmo, protettore dei marinai, Colonna fece voto che se avesse vinto avrebbe donato lo stendardo alla cattedrale ponendolo ai piedi del santo. La battaglia fra la Lega Santa e l'Impero ottomano ebbe luogo il 7 ottobre 1571 e fu vinta dalle forze cristiane; al ritorno Colonna mantenne il voto, e oggi lo stendardo è esposto nel Museo Diocesano. Nel 1734 Gaeta fu conquistata, dopo un assedio, da Carlo di Borbone, il futuro Carlo III di Spagna, fondatore del ramo napoletano della dinastia: con Carlo il Regno di Napoli riconquistò dopo 230 anni la sua indipendenza, tornando a essere lo Stato più esteso e importante della penisola, e Gaeta ne fu la fortezza settentrionale, con il palazzo dove il re si sposò nel 1738.
Pio IX a Gaeta e l'assedio del 1860-1861
Il 25 novembre 1848 papa Pio IX, fuggito da Roma in abiti da semplice prete dopo l'uccisione del ministro Pellegrino Rossi e la rivolta che avrebbe portato alla Repubblica Romana, sbarcò a Gaeta, ospite di Ferdinando II, e vi rimase fino al 4 settembre 1849: per quei nove mesi Gaeta fu la sede istituzionale e la capitale di fatto dello Stato della Chiesa, il centro di riferimento politico e religioso di tutta la cristianità, con i cardinali e le ambasciate ospitati nelle case dei nobili. Fu durante questo soggiorno, secondo la tradizione illuminato dallo Spirito Santo nelle preghiere nella Cappella d'Oro, che Pio IX scrisse l'enciclica Ubi Primum, del 2 febbraio 1849, con cui interrogava i vescovi del mondo sull'opportunità di proclamare il dogma dell'Immacolata Concezione, cosa che avvenne al ritorno a Roma. Dodici anni dopo, la fine. Il 5 novembre 1860 le truppe piemontesi di Enrico Cialdini posero l'assedio a Gaeta, dove Francesco II di Borbone si era ritirato con la regina Maria Sofia dopo la sconfitta sul Volturno; fino al 19 gennaio 1861 la flotta francese dell'ammiraglio de Tinan, ancorata nel golfo, impedì alla marina sarda di bombardare dal mare e permise i rifornimenti, poi Napoleone III la ritirò e il bombardamento divenne totale. Il 5 febbraio 1861 esplose il deposito di munizioni della batteria Sant'Antonio, con più di trecento artiglieri napoletani e un centinaio di civili morti e una breccia di trenta-quaranta metri nelle mura; il 13 febbraio 1861, dopo 102 giorni di assedio e settantacinque sotto il fuoco, Francesco II firmò la capitolazione, con gli onori militari agli ufficiali, e il 14 si imbarcò con la regina sulla nave francese Mouette per l'esilio romano. Cessò così di esistere il Regno delle Due Sicilie, e un mese dopo, il 17 marzo, fu proclamato il Regno d'Italia. Maria Sofia, ventenne, che durante l'assedio girava fra le batterie a incoraggiare i soldati, divenne una leggenda romantica dell'Europa del secondo Ottocento, e Marcel Proust, decenni dopo, l'avrebbe fatta entrare fra i personaggi della Recherche come la regina di Napoli.
Gaeta ed Elena, la Marina e la provincia di Latina
Il Borgo di Gaeta, la frazione fuori le mura, con regio decreto del 15 marzo 1897 divenne comune autonomo, sotto la spinta di una ristretta ma influente cerchia di esponenti liberali, e prese il nome di Elena in onore della principessa Elena di Montenegro, futura regina d'Italia; trent'anni dopo, con regio decreto del 17 febbraio 1927, i comuni di Gaeta ed Elena vennero riuniti sotto il nome di Gaeta, e il Borgo divenne il rione Porto Salvo, la città fortificata il rione Sant'Erasmo. Nello stesso 1927, il 6 febbraio, Gaeta perse la qualifica di piazzaforte per diventare una base della Marina Militare, e il suo porto costituì con La Spezia la principale base navale del Tirreno; dal 1967 vi è stata di stanza per decenni anche la nave ammiraglia della Sesta Flotta degli Stati Uniti, che ha lasciato in città una comunità americana e qualche insegna in inglese. Sul piano amministrativo, Gaeta era stata parte dell'antica provincia di Terra di Lavoro del Regno di Napoli, con capoluogo Capua fino al 1818 e poi Caserta, come uno dei cinque capoluoghi di distretto fino al 1860; nel Regno d'Italia la provincia fu mantenuta e divisa in circondari secondo la legge Rattazzi, e Gaeta fu capoluogo di circondario fino al 1927, con Caserta, Sora, Nola e Piedimonte d'Alife. Quando il regime fascista nel 1927 riorganizzò gli ambiti territoriali abolendo i circondari e sopprimendo la Terra di Lavoro, incorporò Gaeta nella provincia di Roma, e nel 1934 nella neoistituita provincia di Littoria, oggi Latina. Dal 1970, con le regioni a statuto ordinario, Gaeta fa parte del Lazio; ma chi la ascolta parlare, chi mangia la sua tiella, chi guarda il campanile arabo-normanno del duomo, sa che è una città del Regno di Napoli prestata al Lazio. Nel settembre 1943, dopo l'armistizio, la città subì i bombardamenti alleati e le distruzioni tedesche che cancellarono il palazzo reale di Carlo III, il viadotto, San Salvatore e parte del borgo; la ricostruzione del dopoguerra, con il lungomare Caboto, la città moderna e la vocazione balneare, è la Gaeta che si visita oggi.
Una curiosità su Gaeta (LT)
La curiosità che racconto sempre per prima riguarda il nome della città moderna. Per trent'anni, dal 1897 al 1927, metà di Gaeta non si chiamava Gaeta: si chiamava Elena, come la principessa montenegrina che aveva sposato Vittorio Emanuele di Savoia nel 1896 e che sarebbe diventata regina d'Italia nel 1900. Il Borgo, cioè il quartiere dei pescatori e dei commercianti fuori dalle mura della piazzaforte, aveva chiesto e ottenuto dal governo l'autonomia comunale, e i suoi notabili liberali scelsero un nome che era un atto di fedeltà alla nuova dinastia e, insieme, un modo per distinguersi dalla città vecchia, borbonica per storia e militare per vocazione. Il Comune di Elena ebbe il suo municipio, il suo stemma e il suo bilancio, e sviluppò la città moderna lungo via dell'Indipendenza, che non a torto porta quel nome. Poi il fascismo, che non amava i piccoli comuni, li riunì nel 1927 e la parola Elena scomparve dalle carte, restando soltanto nella memoria delle famiglie e in qualche insegna. È per questo che il palazzo comunale di oggi sorge sull'istmo di Montesecco, a metà strada fra i due centri: doveva essere baricentrico fra due città che non si erano ancora abituate a essere una sola. E ancora oggi un gaetano del borgo vecchio e uno di Porto Salvo, se glielo chiedete, vi diranno di essere gaetani in due modi diversi.
Una cosa che non ti dice nessuno su Gaeta (LT)
Nessuno vi dice che il campanile della cattedrale, l'immagine da cartolina di Gaeta, è costruito con le pietre di un sepolcro romano. I conci lapidei che rivestivano il mausoleo di Lucio Sempronio Atratino, il console e ammiraglio di Marco Antonio sepolto sul colle sopra il Borgo, furono smontati nel medioevo e riutilizzati per il basamento della torre iniziata nel 1148 da Nicola d'Angelo, e più tardi per la scalinata degli Scalzi. Il mausoleo, rimasto senza rivestimento, è ancora lì, un cilindro nudo fra le case di Porto Salvo che quasi nessuno visita; il campanile, alto 57 metri, è quello che tutti fotografano. La stessa logica del riuso spiega i sarcofagi romani murati alla base della torre, il paliotto dell'altare di San Giovanni a Mare, ricavato dalla lastra di un sarcofago, e le sei colonne di spoglio di San Salvatore: Gaeta medievale è stata costruita smontando Gaeta romana, pezzo per pezzo, e chi impara a riconoscere i blocchi antichi dentro le mura moderne comincia a leggere la città in un altro modo. Un'altra cosa che non vi dice nessuno riguarda le chiese chiuse. A Gaeta le chiese sconsacrate, in rovina o riconvertite sono più numerose di quelle aperte, e alcune contengono le opere più antiche della città: gli affreschi dell'VIII-IX secolo di Santa Lucia, i santi di scuola cavalliniana di Sant'Angelo dei Marzi, il chiostro di Sant'Agata, la chiesa cistercense dentro l'ex raffineria di Arzano. Le mostre, le giornate del patrimonio e le aperture straordinarie della Pro Loco sono l'unico modo per entrarvi, e valgono il viaggio più della spiaggia più bella. Infine, la grata. Nella chiesa dell'Addolorata, sulla destra della seconda campata, c'è una finestra con una grata traforata che dà su via Annunziata: da lì, attraverso un ponte di ferro, la famiglia reale di Ferdinando II seguiva la messa dal palazzo senza mescolarsi ai sudditi. Il ponte non c'è più; la grata sì, e nessun cartello la spiega.
Il consiglio che ti do per visitare Gaeta (LT)
Il consiglio è uno solo e ha tre parti: dormite a Gaeta almeno una notte, girate a piedi, e rovesciate l'ordine che fanno tutti. Chi viene in giornata da Roma fa quasi sempre la stessa cosa: arriva alle undici, si mette in fila alla Montagna Spaccata sotto il sole, scende a Serapo, mangia una tiella al volo e riparte alle sei, con il borgo medievale visto dal finestrino. È il modo peggiore. Fate così: arrivate nel tardo pomeriggio, lasciate l'auto in piazzale 5 Febbraio o in una delle strisce blu del lungomare, e salite nel rione Sant'Erasmo quando la luce è radente e le chiese riaprono, dalle cinque alle sette; cattedrale, campanile, San Giovanni a Mare, i vicoli fino a piazza Traniello, la Gran Guardia, e la cena nel borgo. La mattina dopo, alle nove in punto, siate alla Montagna Spaccata: senza nessuno, con la luce che entra dalla fenditura, con la Grotta del Turco che a quell'ora è ancora in ombra e verde; in un'ora e mezza avete finito, e proseguite a piedi nel parco di Monte Orlando fino al mausoleo di Planco, se è un giorno di apertura, o almeno fino alle batterie e ai belvedere. Scendete a Serapo per il bagno verso mezzogiorno, e pranzate tardi. Nel pomeriggio, l'Annunziata e la Cappella d'Oro, il Museo Diocesano se avete prenotato, via dell'Indipendenza per comprare le olive e la tiella da portare a casa. Se avete un terzo giorno, la costa: l'Arenauta con i suoi trecento gradini, Sant'Agostino, oppure Sperlonga e la villa di Tiberio. Andate a piedi ovunque, perché Gaeta vecchia in auto è una punizione e il lungomare in bicicletta è un piacere; e se venite con un gruppo o con la famiglia, una guida che conosca le chiese chiuse e sappia farle aprire cambia il viaggio, ed è quello che fanno i professionisti di TourLeaderPro per gli itinerari lungo la Riviera di Ulisse.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che a Gaeta si arrese l'ultimo re delle Due Sicilie. Pochi citano il fatto che, per due mesi e mezzo, l'assedio fu una questione francese. Quando Cialdini piantò le batterie sulle alture di Castellone e Monte Conca, il 5 novembre 1860, la flotta sarda avrebbe potuto chiudere il cerchio dal mare in pochi giorni; non lo fece, perché nel golfo era ancorata la squadra francese dell'ammiraglio de Tinan, sette navi da guerra che Napoleone III aveva inviato ufficialmente a proteggere il re e la regina, e di fatto per non consegnare Gaeta a Torino senza contropartite diplomatiche. Con i francesi in rada, i borbonici ricevevano rifornimenti via mare, e il bombardamento piemontese restava un affare di terra. Il 19 gennaio 1861 Napoleone III, sotto la pressione dell'Inghilterra e dei suoi stessi calcoli, richiamò la flotta; da quel momento la marina sarda entrò in azione, la città fu presa fra due fuochi, e in venticinque giorni tutto finì. L'esplosione della polveriera di Sant'Antonio del 5 febbraio, con centinaia di morti, aprì la breccia decisiva. In altre parole, la resistenza di Gaeta non durò 102 giorni per la forza delle sue mura, ma per un equilibrio europeo che si ruppe in un giorno preciso. Il secondo fatto risaputo e poco citato è che i garibaldini caduti in quell'assedio riposano ancora nel sacrario sotto il sagrato della chiesa del Suffragio, al cimitero di Serapo; e che pochi metri più su, nel Palazzo reale di via Annunziata, vivono oggi le famiglie dei militari italiani. La storia, a Gaeta, non è mai stata rimossa: è stata semplicemente ammobiliata.
La foto giusta da fare a Gaeta (LT)
La foto che fanno tutti è quella nella fenditura della Montagna Spaccata, con le pareti di calcare che salgono verso una striscia di cielo e la scalinata che scende: è una bella foto, ma si fa male a mezzogiorno, con il contrasto violento fra l'ombra e il sole, e si fa bene alle nove del mattino, quando la luce entra dal mare e la roccia diventa dorata. La seconda foto è la Grotta del Turco dall'ultimo gradino, con il mare che entra nella cavità e diventa verde smeraldo: qui la regola è aspettare che passi la fila e tenere il telefono basso, all'altezza dell'acqua. La foto giusta, però, quella che nessuno fa, si scatta dal lungomare Caboto all'altezza di Villa delle Sirene, nel tardo pomeriggio, guardando verso la città vecchia: il porto in primo piano con i pescherecci, il campanile del duomo che svetta, il castello sopra, e Monte Orlando che chiude la scena; d'inverno, con le luminarie accese, diventa un'altra fotografia. La quarta è dal belvedere del santuario sopra Serapo, con il chilometro e mezzo di sabbia in un solo sguardo e, a destra, il promontorio di Fontania. La quinta, per chi sale al mausoleo di Planco, è il golfo intero da 170 metri, con Ponza e Ventotene all'orizzonte e, nelle giornate di tramontana, la sagoma di Ischia. La sesta è dentro la Cappella d'Oro, senza flash, con l'obiettivo puntato verso il soffitto, ma qui fotografare è meno importante che restare. Un consiglio tecnico: a Gaeta vecchia le strade sono così strette che il grandangolo del telefono deforma tutto; per la facciata del duomo e per la scalinata di San Francesco conviene arretrare fino a trovare una prospettiva obliqua, e per il campanile il punto è la banchina del porto, non la piazza.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La sequenza degli avvenimenti gaetani è lunga quanto quella di una capitale. Nell'812 le navi di Gaeta e Amalfi, con quelle bizantine, sconfiggono la flotta araba al largo di Lampedusa: è il primo atto documentato della marineria gaetana. Nell'839 Costantino assume la carica di ipato e comincia la storia del ducato indipendente. Nell'849 la flotta della Lega campana, con Gaeta, batte i saraceni a Ostia e salva Roma dal sacco, un episodio che Raffaello dipinse nelle Stanze Vaticane. Nel 915 il duca Giovanni I partecipa alla battaglia del Garigliano che caccia gli arabi dal Lazio. Nel 1106 papa Pasquale II consacra la cattedrale. Nel 1140 Ruggero II conquista la città e la annette al regno normanno. Nel 1222 Francesco d'Assisi, secondo la tradizione, soggiorna a Gaeta e fonda l'oratorio da cui nascerà la chiesa che porta il suo nome. Nel 1223 Federico II fortifica il castello. Nel 1321 la città fonda l'ospedale dell'Annunziata. Nel 1378 l'antipapa Clemente VII si stabilisce a Gaeta. Il 21 settembre 1389 Ladislao di Durazzo sposa in città Costanza Chiaramonte, e nel 1419 Giovanna II sceglie Gaeta per l'incoronazione. Nel 1435 Alfonso d'Aragona è sconfitto nella battaglia navale di Ponza e fa poi di Gaeta la base per la conquista di Napoli. Nel 1434 il macigno si incastra nella fenditura della Montagna Spaccata e vi nascerà la cappella. Nel 1513 il miracolo della Sorresca. Nel 1518 il cardinale gaetano Tommaso De Vio interroga Lutero ad Augusta. Il 24 giugno 1571 la flotta pontificia di Marcantonio Colonna salpa da Gaeta per Lepanto, e a ottobre lo stendardo torna in cattedrale. Il 13 luglio 1738 Carlo di Borbone sposa a Gaeta Maria Amalia di Sassonia. Il 25 novembre 1848 Pio IX sbarca in città e vi resta nove mesi, preparando il dogma dell'Immacolata. Dal 5 novembre 1860 al 13 febbraio 1861 l'assedio di Cialdini chiude la storia del Regno delle Due Sicilie. Nel 1897 nasce il Comune di Elena, riunito a Gaeta nel 1927, l'anno in cui la città diventa base della Marina. Nel settembre 1943 i bombardamenti alleati e le mine tedesche distruggono San Salvatore, il palazzo reale di Carlo III e il viadotto. Nel 1948 la Guardia di Finanza porta a Gaeta la sua scuola nautica; nel 1967 arriva la nave ammiraglia della Sesta Flotta americana. Il 25 giugno 1989 Giovanni Paolo II prega nella Cappella d'Oro. Il 27 settembre 2014 la cattedrale, dopo sei anni di lavori, viene riconsacrata. Ogni data ha un luogo dove andare a verificarla con gli occhi, ed è questo che rende Gaeta una città da leggere e non soltanto da guardare.
Chi è passato da Gaeta (LT)
Il primo a passare, per la letteratura, è Enea, che vi seppellisce la nutrice; il secondo è Ulisse, che secondo Dante rimase con Circe là presso a Gaeta. Poi la storia: Cicerone, che aveva la villa a Formia e fu ucciso su questa costa nel 43 a.C.; Lucio Munazio Planco, che scelse Monte Orlando per il suo sepolcro; Lucio Marcio Filippo, patrigno di Augusto, che qui aveva la villa; e Augusto stesso, che secondo Svetonio frequentò le ville del golfo. Nel medioevo Francesco d'Assisi, che la tradizione vuole a Gaeta nel 1222; Federico II, che venne più volte; Bonifacio VIII, un Caetani di Anagni, la cui famiglia rivendicava l'origine dalla dinastia ducale gaetana; l'antipapa Clemente VII; Ladislao di Durazzo e Giovanna II; Alfonso d'Aragona. I santi: Bernardino da Siena, Ignazio di Loyola, Filippo Neri, che secondo la tradizione visse da eremita nella Montagna Spaccata, Leonardo da Porto Maurizio, Paolo della Croce e Gaspare del Bufalo, tutti passati a pregare alla Santissima Trinità. Gli artisti: Nicola d'Angelo, il marmoraro romano del campanile; Giovanni da Gaeta, il pittore quattrocentesco del Trittico; Scipione Pulzone, detto il Gaetano, nato qui intorno al 1544 e diventato il ritrattista dei papi e dei cardinali della Roma di fine Cinquecento; Sebastiano Conca, nato a Gaeta nel 1680 e morto a Napoli nel 1764, il pittore che decorò mezza Roma e la cui pala del Rosario è tornata in patria; Luca Giordano e Andrea Sabatini con le loro tele all'Annunziata; i Lazzari, Domenico Antonio Vaccaro, Federico Travaglini, Riccardo Morandi. I sovrani: Carlo V, che ricostruì le mura; Carlo di Borbone, che qui si sposò; Ferdinando II, che amò Gaeta più di ogni altra piazzaforte; Francesco II e Maria Sofia, che vi persero il regno. Pio IX, che vi trascorse nove mesi e da qui scrisse l'Ubi Primum, e Giovanni Paolo II, che vi tornò nel 1989. Marcantonio Colonna, l'ammiraglio di Lepanto, che qui fece il suo voto. Herbert Kappler, il responsabile delle Fosse Ardeatine, detenuto per quasi trent'anni nel carcere militare del castello. E i navigatori: Giovanni Caboto, che una tradizione contesa vuole nato qui, e le migliaia di sommergibilisti, finanzieri di mare e marinai americani che hanno fatto di Gaeta, per un secolo, una città di divise. Chi passa da Gaeta oggi, con la guida in mano, cammina dentro tutta questa compagnia.
Come si visita davvero Gaeta (LT): tempi, percorsi, bambini, accessibilità
Quanto tempo serve a Gaeta e in che ordine
Mezza giornata basta per il rione Sant'Erasmo: cattedrale e campanile, San Giovanni a Mare, i palazzi e le porte, la Gran Guardia, il porto, in due ore e mezza di cammino con qualche salita. La Montagna Spaccata con la Grotta del Turco richiede da un'ora a un'ora e mezza, di più con la fila estiva. Il parco di Monte Orlando con il mausoleo di Planco è un anello di due o tre ore. L'Annunziata con la Cappella d'Oro e il Museo Diocesano, un'ora e mezza. Ogni spiaggia è una mezza giornata. Il totale onesto, per vedere quello che c'è in questa guida senza correre, è tre giorni; il compromesso ragionevole per un fine settimana da Roma è due, con il borgo la sera dell'arrivo, santuario e parco la mattina dopo, mare nel pomeriggio, e il terzo giorno, se c'è, per la costa o per Sperlonga. Chi vuole soltanto il mare vada direttamente a Serapo o a Sant'Agostino e non entri nemmeno nel borgo: lo farà la prossima volta, quando avrà tempo.
Gaeta con i bambini
Gaeta è una città generosa con i bambini, a patto di scegliere bene. La Grotta del Turco con i suoi trecento gradini è un'avventura che i ragazzi dai sei anni in su adorano e che i passeggini non possono fare: chi ha bambini piccoli si fermi alla cappella sul macigno, che è già dentro la fenditura. Serapo ha sabbia fine e fondale che degrada lentamente, e gli stabilimenti hanno tutto quello che serve; Sant'Agostino è ancora più adatta per lo spazio. Il parco di Monte Orlando con le batterie borboniche e le polveriere è un campo di esplorazione perfetto, con sentieri facili e ombra; la navetta per il mausoleo di Planco risolve la salita. Nel borgo, la caccia alle cinque porte delle mura, i sarcofagi romani alla base del campanile con la storia di Giona e il mostro marino, e il carillon del Big Ben dalla torre civica allo scoccare dell'ora tengono viva l'attenzione. Le escursioni in barca dal porto, lungo la costa fino alle grotte e a Sperlonga, sono l'esperienza da cui i bambini tornano parlando per giorni. Evitate con i bambini le ore centrali di agosto nel borgo, dove l'ombra è poca e le salite tante.
Gaeta e l'accessibilità
Il lungomare Caboto, via dell'Indipendenza e la zona di Serapo sono pianeggianti e accessibili in sedia a rotelle; le spiagge attrezzate di Serapo dispongono in genere di passerelle e alcune di sedie da mare, da verificare con il singolo stabilimento. Il rione Sant'Erasmo è invece una città di scale e vicoli in pendenza: la cattedrale si raggiunge da via Duomo con una salita moderata, San Giovanni a Mare e il porto sono in piano, ma il castello e la parte alta non sono praticabili con una carrozzina. Il santuario della Montagna Spaccata dichiara parcheggio, servizi e accesso per disabili con difficoltà oggettive: la chiesa e il belvedere sono raggiungibili, la fenditura e la Grotta del Turco no. Il Museo Diocesano è su tre piani di un palazzo storico. Chi ha esigenze specifiche faccia una telefonata prima: a Gaeta le risposte sono gentili e precise.
Quanto costa Gaeta (LT) e come si risparmia
Gaeta è una delle mete più economiche della costa laziale per chi ama la cultura, perché quasi tutto quello che vale è gratuito o a offerta: cattedrale, chiese, mura, porte, lungomari, il parco di Monte Orlando, la Montagna Spaccata a offerta libera. I costi veri sono tre: il parcheggio, con le strisce blu che d'estate diventano la voce più pesante del bilancio di una giornata, e che si evitano parcheggiando gratis in piazzale Bisbiglia e camminando un quarto d'ora, oppure arrivando in treno e autobus; la spiaggia attrezzata, dove un ombrellone con due lettini a Serapo in alta stagione costa quanto in qualunque località del Tirreno, mentre le spiagge libere e i tratti liberi di Serapo, Sant'Agostino e Arenauta non costano nulla; e i biglietti dei pochi luoghi a pagamento, il Museo Diocesano, la pinacoteca d'arte contemporanea, la navetta per il mausoleo di Planco (due euro nel 2026), che restano cifre modeste. Il modo migliore per risparmiare è venire fuori stagione: da ottobre a maggio i parcheggi sono liberi o quasi, gli alberghi costano la metà, il santuario è vuoto e la città è di chi la abita. Per i biglietti dei luoghi gestiti dallo Stato e dalla diocesi le tariffe si leggono sui rispettivi siti ufficiali, perché cambiano di anno in anno.
Cosa c'è intorno a Gaeta (LT) nel raggio di dieci minuti e di un'ora
A dieci minuti, senza uscire dal comune, ci sono tutte le spiagge e il parco di Monte Orlando. A un quarto d'ora d'auto c'è Formia, con la tomba di Cicerone sull'Appia, il museo archeologico e il porto degli aliscafi per Ponza e Ventotene. A venti minuti, verso nord sulla Flacca, Sperlonga, il borgo bianco e la villa di Tiberio con il museo dei gruppi scultorei di Ulisse; verso l'interno, Itri, il castello e il museo del brigantaggio, patria delle olive; verso sud, Minturno con il teatro romano e l'acquedotto, e il parco di Gianola e Monte di Scauri con la villa di Mamurra. A un'ora, l'abbazia di Montecassino, il Circeo, e Napoli. Dal porto di Gaeta e da Formia, d'estate, si parte per Ponza e Ventotene. Chi arriva dall'estero e vuole un itinerario in inglese lungo questa costa trova su ItalyPlanner la guida alle spiagge del Lazio e le gite in giornata da Roma.
Quando andare a Gaeta (LT) e quando evitare
I mesi giusti sono maggio, giugno, settembre e ottobre: mare caldo, luce lunga, città vivibile, chiese aperte. Il 2 giugno, festa dei patroni Erasmo e Marciano, con il pontificale e la processione dei busti reliquiari per le vie del borgo, è la giornata in cui vedere Gaeta com'era; la novena comincia a fine maggio. Luglio e agosto sono il mare e la folla: bellissime le sere sul lungomare, dure le giornate nel borgo e la fila alla Montagna Spaccata. Da novembre a gennaio Gaeta si accende con le Favole di Luce, le luminarie che trasformano il lungomare e le piazze e attirano visitatori da tutto il centro-sud nei fine settimana; è un'altra città, invernale e marina, con la tiella calda e il vento. Da evitare, se possibile, i fine settimana di agosto con l'auto, e il lunedì per chi vuole la Montagna Spaccata, che è chiusa. Da cercare, il primo giorno di tramontana dopo una perturbazione: l'aria è di vetro e da Monte Orlando si vede tutto, fino a Ischia.
Cosa si mangia a Gaeta (LT): la tiella e le olive
Due parole entrano in ogni conversazione gaetana: tiella e olive. La tiella è una torta salata di pasta lievitata, sottile, con due dischi che chiudono un ripieno; il più classico è polpo con pomodoro, olive e prezzemolo, poi scarola, alici e cipolla, zucchine e uova, baccalà e cipolle. È il cibo dei pescatori e dei contadini, nato per essere portato in barca e nei campi, e si compra a spicchi nei forni di via dell'Indipendenza e del borgo; si mangia tiepida, in spiaggia o su una panchina del lungomare, e un gaetano vi dirà che la migliore è quella di sua nonna. Le olive di Gaeta sono le olive della cultivar Itrana, nera-violacea, raccolta tardiva e conservata in salamoia con un metodo che le rende acidule e carnose; l'olio delle stesse olive è la base della cucina locale. Al mercato del pesce e nelle trattorie del porto si trovano la zuppa di pesce, le linguine con le vongole e i frutti di mare del golfo, il tonno e la sorra, cioè la ventresca, che dà il nome alla chiesa della Sorresca. Nell'entroterra, verso Itri e i Monti Aurunci, il vino e i formaggi di capra. Non faccio nomi di locali: cambiano, e la regola migliore, a Gaeta, è entrare dove entrano i gaetani.
Domande veloci su Gaeta (LT)
Quanto dista Gaeta da Roma e come si arriva senza auto?
Gaeta è a circa 130 chilometri da Roma. Senza auto si prende il treno per Formia-Gaeta da Roma Termini, fra un'ora e dieci e un'ora e mezza, e poi l'autobus Cotral fino a piazzale Caboto, mezz'ora. La domenica le corse dell'autobus sono rade e l'ultima rientra presto: controllate gli orari prima di scendere in spiaggia.
Quanto costa entrare a Gaeta?
Niente. Chiese, borgo, mura, lungomare e parco sono liberi. Si paga il parcheggio, la spiaggia attrezzata, il Museo Diocesano, la pinacoteca e la navetta per il mausoleo; la Montagna Spaccata chiede un'offerta.
Quanto dura la visita della Montagna Spaccata a Gaeta?
Un'ora per santuario, fenditura e cappella; un'altra mezz'ora per scendere e risalire alla Grotta del Turco. D'estate, con la fila, il doppio.
La Montagna Spaccata di Gaeta è aperta il lunedì?
No, chiude il lunedì. Apre dal martedì alla domenica con orario spezzato fra mattina e pomeriggio; la Grotta del Turco chiude un quarto d'ora prima.
Si può visitare il castello di Gaeta?
Di norma no: entrambe le ali sono demanio militare, con la Guardia di Finanza nell'ala aragonese. Si apre in occasioni straordinarie annunciate dal Comune e dalla Pro Loco.
Qual è la spiaggia più bella di Gaeta?
Dipende da cosa cercate. Serapo per comodità e sabbia, l'Arenauta per la natura e il silenzio, Sant'Agostino per lo spazio e i bambini, l'Ariana quando tira vento, Fontania e i Quaranta Remi per chi ha una maschera o un kayak.
La spiaggia dell'Arenauta di Gaeta è naturista?
In parte: il tratto naturista è quello centrale e meridionale della spiaggia grande, verso la duna. Le zone con gli stabilimenti sono tessili. Si scende dalla scalinata dei trecento gradini.
Dove si parcheggia a Gaeta?
Strisce blu sul lungomare Caboto, in piazzale 5 Febbraio per il borgo, in piazza della Libertà e a Serapo; gratis in piazzale Bisbiglia sul lungomare verso Formia, a un quarto d'ora a piedi dal centro. D'estate arrivate presto.
Gaeta si visita in sedia a rotelle?
Lungomare, Borgo e Serapo sì; il rione medievale in parte, con salite; la fenditura della Montagna Spaccata e la Grotta del Turco no.
Si possono fare foto nella cattedrale e nella Cappella d'Oro di Gaeta?
Sì, senza flash e fuori dalle celebrazioni. Nel Museo Diocesano chiedete al personale.
Gaeta con i bambini: cosa fare?
Grotta del Turco dai sei anni in su, Serapo, il parco di Monte Orlando con le batterie, la caccia alle cinque porte, la gita in barca lungo la costa.
Quando è la festa patronale di Gaeta?
Il 2 giugno, Santi Erasmo e Marciano, con pontificale e processione dei busti reliquiari; la vigilia, il primo giugno, la messa serale con l'offerta dei ceri da parte del Comune.
Che cosa sono le Favole di Luce di Gaeta?
Le luminarie artistiche che da novembre a gennaio trasformano il lungomare, le piazze e il borgo, con installazioni luminose e mercatini. Nei fine settimana la città si riempie.
Serve prenotare per il Museo Diocesano di Gaeta?
In agosto e settembre sì, telefonando allo 0771 740300; negli altri mesi conviene comunque chiamare, perché gli orari sono ridotti.
Che differenza c'è fra Gaeta e Sperlonga?
Sperlonga è un borgo bianco su uno sperone con spiagge lunghe e la villa di Tiberio: una mattinata. Gaeta è una città vera, con una cattedrale, un castello, un porto, sette spiagge e mille anni di storia da leggere: un fine settimana. Si visitano insieme, sono a venti minuti.
Che differenza c'è fra Gaeta e Formia?
Formia è la stazione, il porto degli aliscafi e la tomba di Cicerone; Gaeta è il borgo medievale, la Montagna Spaccata e le spiagge. Chi arriva in treno le vede entrambe nello stesso giorno.
Si può salire al mausoleo di Planco a Gaeta?
Nel 2026, nei mesi estivi, dal venerdì alla domenica, con la navetta a pagamento da via Munazio Planco oppure a piedi dai sentieri del parco. Fuori da queste date le aperture vanno chieste alla Pro Loco.
Che cosa si mangia a Gaeta?
La tiella, di polpo o di scarola, comprata a spicchi nei forni; le olive di Gaeta; il pesce del golfo nelle trattorie del porto.
Gaeta è nel Lazio o in Campania?
Nel Lazio, in provincia di Latina, dal 1927-1934; ma per storia, cucina e parlata è una città dell'antico Regno di Napoli, e lo si sente subito.
Vale la pena dormire a Gaeta?
Sì. La città vecchia la sera, senza i visitatori di giornata, e la Montagna Spaccata alle nove del mattino sono le due cose che chi viene in giornata non vede mai.
Il mio parere finale su Gaeta (LT)
Ho accompagnato gruppi a Gaeta in tutte le stagioni, e la mia convinzione è questa: è la città più sottovalutata del Lazio, perché la sua fama balneare le ha fatto torto. Le sette spiagge sono vere, ma il campanile arabo-normanno, il candelabro del duomo, la Cappella d'Oro, gli Exultet e lo stendardo di Lepanto, gli affreschi dell'VIII secolo di Santa Lucia e i santi cavalliniani in rovina in mezzo agli agrumeti valgono, da soli, una città d'arte. Andateci fuori stagione, dormiteci, salite al santuario quando apre, e lasciate Serapo per l'ora in cui la pietra scotta. Chi fa così torna da Gaeta con una città in più, non con una spiaggia in più.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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