Itri (LT)

Itri (LT) è un comune di poco più di diecimila abitanti della provincia di Latina, a 170 metri sul livello del mare, in una valle dei Monti Aurunci a circa otto chilometri dalla costa di Gaeta e Sperlonga e a circa 130 chilometri da Roma. Il paese è tagliato in due dalla via Appia, la Strada Statale 7, che qui corre esattamente dove correva la consolare del 312 a.C.: chi arriva in automobile la percorre da Fondi, venendo da Terracina, oppure da Formia, venendo da Napoli; dal paese si dirama la Strada Statale 82 della Valle del Liri, che sale verso Campodimele e l'Abruzzo, mentre la provinciale Itri-Sperlonga scende al mare e alla via Flacca. In treno la stazione di Itri è sulla linea Roma-Formia-Napoli, la stessa che serve Fondi-Sperlonga e Formia-Gaeta; gli autobus Cotral collegano il paese con Fondi, Formia, Gaeta, Minturno, Terracina e Latina. Il borgo medievale è libero e aperto sempre. Il Castello medievale, in via Sant'Angelo 60 (telefono 0771 732208), ha un biglietto intero di 3 euro, ridotto di 1 euro per i ragazzi fra 10 e 16 anni e per gli over 65, gratuito sotto i 10 anni, e un biglietto cumulativo di 5 euro che comprende anche il Museo del Brigantaggio, in corso Appio Claudio 268 (telefono 0771 721061), aperto di norma il giovedì pomeriggio dalle 15 alle 19, il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19. Attenzione però: i siti ufficiali di entrambi indicano al momento una chiusura temporanea per lavori di manutenzione, quindi prima di partire va telefonato al numero dell'Ufficio Cultura del Comune, 0771 732208, oppure scritto a cultura@comune.itri.lt.it. Il Santuario della Madonna della Civita, sul monte Fusco, è in via Santuario Madonna della Civita (telefono 0771 727116) ed è aperto tutto l'anno, con orari delle messe pubblicati sul suo sito. Il Municipio è in piazza Umberto I, 1 (centralino 0771 7321).

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Per orientarti fra i borghi e i paesi del Lazio che vale la pena raggiungere in giornata puoi partire dalla pagina delle attrazioni turistiche di questo sito, dove Itri è schedato accanto agli altri centri della Riviera di Ulisse e dei Monti Aurunci.

Itri (LT)
Itri (LT)

Itri (LT) in breve: un paese fatto di due paesi

Itri è costituito da due nuclei distinti, e capirlo prima di arrivare aiuta a non perdere tempo. Il primo, la città bassa, si è sviluppato lungo la via Appia, nella valle del torrente Pontone (detto anche Rio Torto): è la parte moderna e commerciale, con le piazze, i negozi e il Museo del Brigantaggio. Il secondo, la città alta, è arroccato sul colle Sant'Angelo attorno al Castello, costruito a partire dal IX secolo e ampliato fino al XIII: è il borgo medievale vero, con la chiesa madre di San Michele Arcangelo, i vicoli, il quartiere ebraico. I due nuclei sono separati dal torrente e collegati da rampe e da strette scalinate di pietra, che costituiscono uno degli elementi più tipici dell'antica struttura urbana itrana: chi vuole capire Itri deve salirle a piedi, non aggirarle in macchina.

La posizione spiega tutto il resto. Itri si trova nel punto in cui l'Appia, dopo la piana di Fondi, si infila nelle gole di Sant'Andrea e valica il crinale che separa il Lazio storico dal golfo di Gaeta. Per duemila anni chiunque andasse da Roma a Napoli per terra è passato di qui: legioni, pellegrini, mercanti, eserciti francesi, briganti. Il paese è nato come posto di sosta lungo quella strada e non ha mai smesso di viverne.

Da dove viene il nome di Itri (LT)

Il nome deriva con ogni probabilità dal latino iter (genitivo itineris), «via, cammino», in riferimento evidente al tracciato dell'Appia che collegava Roma a Capua e poi a Brindisi. A sostegno di questa etimologia il portale turistico del Comune segnala la lapide murata accanto a Porta Mamurra, l'ingresso storico del borgo, che riporta la parola ITER in un'epigrafe romana di età repubblicana. Esiste anche una spiegazione leggendaria, che il lettore troverà più avanti, legata al serpente dello stemma cittadino e alla mitica città costiera di Amyclae: è una bella storia, ma non ha alcun fondamento documentario.

Come si visita Itri (LT) e quanto tempo serve

Una visita completa richiede una giornata intera: due ore per il borgo alto e il Castello, un'ora per le chiese della città bassa e il Museo del Brigantaggio, mezza giornata per il Santuario della Civita sul monte e per il tratto di Appia antica nella valle di Sant'Andrea. Chi ha solo mezza giornata scelga il borgo con il Castello e il tratto di Appia, che sono a pochi chilometri l'uno dall'altro e raccontano la stessa storia da due punti di vista opposti: dall'alto della torre e dal basso della strada. Il Santuario merita un viaggio a sé, con la luce del mattino.

Il Castello di Itri (LT), la fortezza sul colle Sant'Angelo

Il Castello di Itri è una possente fortezza medievale collocata sul punto più alto del colle Sant'Angelo, da cui controllava la via Appia in entrambe le direzioni e, con lo sguardo, il mare. Il sito ufficiale lo definisce con precisione una «tipica struttura difensiva destinata al controllo territoriale», costruita sull'impianto di una fortificazione precedente. È il monumento che dà forma al paese: il borgo alto gli si è avvolto intorno come una spirale di case, vicoli e scale, e da qualunque punto della città bassa la sagoma delle torri è la prima cosa che si vede.

Castello di Itri (LT)
Castello di Itri (LT)

Le tre torri del Castello di Itri (LT): 882, 950 e 1250

Il Castello si articola intorno a una torre pentagonale con una piccola cinta merlata, che la tradizione storiografica attribuisce al duca di Gaeta Docibile I e all'anno 882: era un posto di vedetta contro i Saraceni, che in quegli anni infestavano il golfo di Gaeta e il basso Garigliano. Nel 950 il nipote di Docibile, Marino I, fece costruire accanto alla prima una seconda torre, quadrata, più alta e più maestosa: è il maschio del castello, quello che si vede da lontano. Intorno al 1250 il complesso ricevette la sua forma definitiva con la costruzione della parte abitativa, del torrione cilindrico e del cammino di ronda che unisce le strutture. Tre secoli, tre torri di forma diversa: pentagonale, quadrata, cilindrica. È una lezione di architettura militare in un solo colpo d'occhio, e chi accompagna un gruppo dovrebbe fermarsi all'ingresso a farla riconoscere prima di entrare.

La Torre del Coccodrillo

Il torrione cilindrico è detto anche «Torre del Coccodrillo», per una leggenda secondo la quale nel suo fondo si trovava una vasca d'acqua con uno di quegli animali, a cui venivano dati in pasto i condannati a morte. La stessa leggenda circola a Castel Nuovo di Napoli, dove è anzi molto più famosa: è un motivo narrativo itinerante delle fortezze del Regno, non una cronaca. Ma la torre è davvero l'ambiente più cupo del complesso, e l'idea che una prigione fosse sul fondo di un cilindro di pietra senza altre aperture è verosimile anche senza bestie esotiche.

La cavea e il ghetto: cosa si vede dall'ingresso del Castello di Itri (LT)

Al complesso appartiene anche un fortilizio inferiore, la cavea, con tre piccole torrette cilindriche disposte a un livello più basso e visibili dall'entrata principale. Questa parte era adibita a ricovero per i cavalli, la servitù e i gendarmi: la guarnigione dormiva qui, i signori sopra. Dalla cavea, attraverso un cancelletto, si vede il quartiere ebraico, il vico Giudea, di cui parlo più avanti.

Gli ambienti abitativi del Castello di Itri (LT)

La parte destinata ad abitazione si sviluppa su due piani, ciascuno diviso in tre sale. Entrando, subito a sinistra, si presentano le tre sale del piano principale; dalla seconda, una scalinata scende al piano inferiore, costituito da tre vasti spazi di servizio: qui restano i resti del forno e della vasca utilizzata per conservare il cibo, ancora visibili nella stanza sulla sinistra, e l'antica cisterna dove venivano raccolte le acque piovane. Un castello su un colle calcareo senza sorgenti vive di cisterne: senz'acqua raccolta non regge un assedio di una settimana.

Al secondo piano si osservano i resti di un camino e un affresco con Sant'Antonio abate e la Madonna che allatta il Bambino. In questo punto la famiglia Caetani, conti di Fondi, fece costruire una cappella privata, il che lascia pensare che la sala antistante fosse una camera da letto signorile: si dormiva accanto all'altare, come in tutte le residenze feudali del tempo. Salendo l'ultima rampa di scale della torre quadrata si arriva a un'ampia terrazza da cui si gode un panorama a 360 gradi, dalla via Appia al mare.

I fantasmi del Castello di Itri (LT)

Secondo le leggende locali, nelle notti di temporale si sentirebbero i lamenti dei fantasmi e, soprattutto, si vedrebbero fluttuare dei mantelli lungo il cammino di ronda che collega il castello alla Torre del Coccodrillo. Il portale turistico del Comune riporta la storia senza imbarazzo. La riporto anch'io, con l'avvertenza che i mantelli di solito sono nebbia che sale dal Pontone.

Giulia Gonzaga e la corte di Fondi nel Castello di Itri (LT)

Il Castello ospitò Giulia Gonzaga (1513-1566), contessa di Fondi e duchessa di Traetto, la donna più celebrata del Rinascimento meridionale. Sposata a tredici anni, nell'agosto del 1526, al vecchio Vespasiano Colonna, vedova a quindici, ereditò le contee a condizione di non risposarsi e fece del castello di Fondi, con Itri come fortezza di appoggio, una corte dove passarono Vittoria Colonna, Marcantonio Flaminio, Vittore Soranzo, Francesco Maria Molza, Francesco Berni, Pier Paolo Vergerio, Pietro Carnesecchi, il riformatore spagnolo Juan de Valdés e il pittore Sebastiano del Piombo, che le fece il ritratto. Il cardinale Ippolito de' Medici la corteggiò con ostinazione e le dedicò la sua traduzione dell'Eneide. Di Ippolito, e della sua morte proprio a Itri, il lettore troverà il racconto nel capitolo sugli avvenimenti.

Dalla rovina al restauro: il Castello di Itri (LT) dal 1944 al 2007

Danneggiato dai bombardamenti del maggio 1944, il Castello fu acquistato dalla Provincia di Latina nel 1979, per un prezzo simbolico, dal dottor Francesco Saverio Ialongo, e poi ceduto al Comune di Itri. Il progetto iniziale prevedeva di ospitarvi il Museo del Brigantaggio; durante i lavori, in seguito a una richiesta di fondi alla Comunità Europea, l'amministrazione decise di collocare il museo in un'altra zona del paese, in località Madonna delle Grazie, lungo l'Appia. La prima parte restaurata del Castello fu inaugurata il 4 giugno 2003; l'intero complesso è stato aperto il 14 settembre 2007. Oggi il sito ufficiale del castello propone un percorso in otto punti di interesse: la costruzione, la struttura, gli ambienti abitativi del primo e del secondo piano, gli ambienti di servizio, l'assassinio di Ippolito de' Medici, la torre circolare e la terrazza.

Biglietti e orari del Castello di Itri (LT)

Il listino ufficiale prevede 3 euro per l'intero, 1 euro per il ridotto (10-16 anni e over 65), ingresso gratuito sotto i 10 anni e per le scolaresche di Itri, 2 euro per le scolaresche esterne e 5 euro per il cumulativo con il Museo del Brigantaggio (3 euro per le scolaresche). Il sito segnala però una chiusura temporanea per lavori di manutenzione e non pubblica orari: telefonate al 0771 732208 prima di mettervi in strada. Il mio consiglio, da chi ha atteso davanti a più di un portone chiuso: chiamate la settimana prima, non la mattina stessa.

Panorama dal castello di Itri (LT)
Panorama dal castello di Itri (LT)

Il borgo alto di Itri (LT): porte, vicoli e il quartiere ebraico

Porta Mamurra, l'ingresso storico di Itri (LT)

La visita del centro storico comincia da Porta Mamurra, l'ingresso storico al borgo medievale, che le immagini d'epoca mostrano con due archi e una torre circolare di difesa, poi inglobata dalle costruzioni successive. Sui lati la porta conserva quattro bassorilievi con un serpente e una testa di cane, i simboli dello stemma araldico di Itri, che il portale turistico del Comune attribuisce con prudenza ai Longobardi della fine dell'VIII secolo. Sul lato sinistro è murata una tavola di circa due metri con l'epigrafe romana «C. M. AGNIUS M. F. AE AEDIL. ITER», ed è quella parola finale, ITER, che il paese legge come il proprio atto di nascita. Ai lati degli stipiti due pietre in caratteri maiuscoli longobardo-romani proclamano «CUSTODES SUMUS JTRI NOSTRI SAEVISSIMI VOBIS», «siamo i custodi del nostro Itri, ferocissimi con voi», e, quasi del tutto coperta, «NUI SEMO BILI. SERPENTES», i serpenti a due lingue. Una porta che minaccia il forestiero prima ancora di farlo entrare: pochi borghi hanno un biglietto da visita così sincero.

Vico Giudea e Vico Uso: gli ebrei di Itri (LT)

Nel XV secolo un nucleo di ebrei viveva presso il castello, nell'area dell'attuale vico Giudea. Il portale turistico del Comune precisa che si trattava di un quartiere riservato, separato dalla popolazione cristiana, più che di un ghetto in senso proprio; la comunità era piccola e non aveva una sinagoga vera, e i fedeli si riunivano per la preghiera nella casa del rabbino o dell'anziano. All'imbocco del vicolo resta un gradino di alabastro con un foro, nel quale si ritiene fosse infisso un ferro del cancello che chiudeva il passaggio nelle ore notturne. Di fronte si apre vico Uso, il cui nome rimanda al commercio di stoffe usate, gli «stracci», che era l'attività tipica della comunità. Chi cerca lapidi, iscrizioni ebraiche o una sinagoga resterà deluso: la memoria di quella presenza sopravvive quasi soltanto nei nomi dei vicoli, ed è già molto.

Lo Straccio, il quartiere delle stazioni di posta

Ai piedi del Castello, lungo il tracciato dell'Appia, si allunga il quartiere detto Lo Straccio, uno dei più antichi di Itri, nato come punto di sosta per chi viaggiava sulla consolare. Sul nome esistono due spiegazioni: la prima lo fa derivare dal latino statio, la stazione di posta dove si cambiavano i cavalli stanchi dopo la salita delle gole di Sant'Andrea; la seconda lo lega alla comunità ebraica, trasferita dal castello lungo l'Appia e dedita al commercio degli stracci. Le due ipotesi non si escludono, e a mio giudizio la prima spiega il luogo e la seconda il nome.

Piazza Fra Diavolo e Largo Staurenghi

Il percorso del centro storico proposto dal Comune tocca anche Largo Staurenghi, Porta San Martino, Piazza Fra Diavolo e Vico Papa: sono i nomi da cercare sulle targhe mentre si sale verso San Michele, e la piazza intitolata al brigante è il luogo giusto per ricordare che Michele Pezza è nato in queste case, nel 1771, prima di diventare un personaggio d'opera.

Le chiese di Itri (LT), una per una

San Michele Arcangelo, la chiesa madre di Itri (LT)

La chiesa di San Michele Arcangelo, nel borgo alto accanto al castello, risale all'XI secolo ed è l'edificio sacro più antico di Itri; è dedicata al patrono del paese. A tre navate, in forme che la tradizione locale definisce arabo-normanne, ha una caratteristica che si nota subito: il campanile quadrato, ornato da piatti di maiolica colorata incassati nella muratura, è addossato alla facciata in corrispondenza dell'ingresso principale, anziché posto di lato come quasi ovunque. Si articola su quattro piani, dal portale d'accesso alle due bifore e alla trifora, con un coronamento a cuspide. È il campanile più fotografato di Itri e, a mio avviso, il monumento più bello del paese dopo il castello: le maiolette che luccicano nella pietra grigia sono un gesto di grazia in un'architettura di difesa.

All'interno si conservano un affresco del XV secolo con la Vergine e il Bambino e la statua lignea di San Michele Arcangelo, collocata in una nicchia dell'altare maggiore. Qui sono custoditi anche alcuni affreschi staccati dalla chiesa dell'Annunziata prima che i bombardamenti del 1944 la distruggessero: un salvataggio all'ultimo momento, di cui pochi visitatori sanno.

Santa Maria Maggiore, già Santissima Annunziata

Alla chiesa di Santa Maria Maggiore, che si trova in piazza Annunziata nella città bassa, si accede da un ampio portico gotico con tre archi ogivali e tre portali, ricostruiti dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale; quello centrale, più grande, è anch'esso ogivale e risale al XIV secolo. Le prime notizie sono del 26 marzo 1363, quando la chiesa è ricordata nel testamento del conte di Fondi Onorato I Caetani, che le lasciò venti once. L'esterno, di gusto romanico laziale, è decorato con fasce di pietra bianca alternate a laterizio, con cornicioni al termine di ogni piano.

Nel Seicento la chiesa era a tre navate: la centrale coperta a tettoia, l'altare maggiore e il coro coperti a volta; c'erano l'organo, il pulpito, il fonte battesimale e un campanile con due campane. All'inizio del Settecento fu ampliata e radicalmente restaurata, e la sua caratteristica principale divenne il soffitto a cassettoni dorato a oro zecchino, che fu rimosso dopo un crollo avvenuto nel 1829, quando l'edificio venne rifatto in muratura. Nel 1944 i bombardamenti la distrussero, con l'eccezione del campanile duecentesco, restaurato in anni recenti. Dopo la ricostruzione la chiesa, nella quale si conserva il busto argenteo della Madonna della Civita, proprietà del popolo di Itri che ne pagò la realizzazione con una questua, ha preso il titolo di Santa Maria Maggiore, mantenendo quello antico dell'Annunziata; il Comune la indica oggi come Collegiata.

L'interno è a tre navate. A destra si apre la cappella del Crocifisso, con un altare in marmo intarsiato nel cui paliotto sono scolpite le Anime del Purgatorio e, sopra il fastigio, la Sacra Sindone: un'opera riferibile al XVIII secolo. La volta della stessa cappella è decorata a stucco con angeli che reggono gli emblemi della Passione; una tradizione locale la vuole realizzata nel 1827 per volere di papa Leone XII, ma la fattura la riporta al XVI o al più tardi al XVII secolo. Nell'altare della navata sinistra riposa il corpo di San Costanzo martire, con i resti ricoperti da vesti ricamate. Nella predella della cappella della navata sinistra si trovava una tela interessante con la Predica di San Tommaso d'Aquino davanti al Papa e a un re, forse Carlo I d'Angiò.

Il Convento di San Francesco e la Madonna di Cristoforo Scacco

Il convento di San Francesco, con la chiesa omonima, fu fondato nel 1324 dal conte di Fondi Onorato I Caetani ed è uno dei primi conventi francescani nati nella diocesi di Gaeta. Si trovava nella parte bassa del paese, nelle immediate vicinanze della chiesa dell'Annunziata, e conteneva un oratorio dedicato a San Giovanni Battista, nel quale i confratelli avevano diritto di sepoltura. Dallo statuto itrano del Quattrocento si sa che Onorato II Caetani vi dimorò per un certo periodo a partire dal 1487. Una visita pastorale del 1722 descrive la chiesa con tre altari: il maggiore con l'immagine del santo, e due laterali, del Crocifisso e della Natività. Sull'altare maggiore sembra si trovasse la tavola di Cristoforo Scacco con la Madonna in trono col Bambino tra i santi Francesco e Giovanni Battista, oggi al Museo di Capodimonte a Napoli: Scacco, veronese di nascita, fu il pittore più raffinato attivo fra Fondi e Gaeta a cavallo del 1500, e la migrazione della sua pala a Napoli racconta bene come il patrimonio dei piccoli conventi soppressi si sia disperso nell'Ottocento.

Di chiesa e convento resta poco: gli ambienti sono stati trasformati in abitazioni civili e sopravvive un affresco in un edificio della centrale piazza Incoronazione. Due colonne dell'altare del Santuario della Civita e il lavabo della sua sagrestia provengono da qui.

Il Monastero di San Martino

Il monastero benedettino di San Martino era in origine fuori dall'abitato, presso San Martino in Pagnano. Abbandonato in conseguenza delle leggi di soppressione delle corporazioni religiose del Regno d'Italia, quando venne meno il numero legale delle monache, e occupato in stato di decadimento dalle Suore del Preziosissimo Sangue, fu poi ricostruito all'interno delle mura. Distrutto anch'esso dai bombardamenti del 1944, è stato ricostruito nel dopoguerra. Il nome resta nella Porta San Martino del borgo alto.

Santa Maria di Loreto e i Cappuccini di Itri (LT)

Su una collina un tempo fuori dal paese, ormai raggiunta dall'espansione dell'abitato, si trova la chiesa di Santa Maria di Loreto con l'annesso convento dei Cappuccini, dal quale la zona ha preso il nome di «Cappuccini». I Padri Cappuccini vi si insediarono nel marzo del 1574, dapprima in proprietà e poi, dopo la confisca dei beni ecclesiastici, in enfiteusi; in quel momento l'edificio era isolato. Vi rimasero fino al 1897. Nel 1910-1911, durante l'epidemia di colera che colpì Itri, il convento fu adibito a lazzaretto. I Padri Passionisti arrivarono il 30 marzo 1943, giorno in cui fu firmato l'atto con cui il Comune donava loro il complesso. L'opera di ricostruzione, voluta dal senatore Pietro Fedele, storico e ministro, sposato a Itri con donna Tecla De Fabritiis, cominciò nel novembre 1941 e fu completata dopo la guerra. Nella chiesa si conserva, fra le altre opere, un dipinto di San Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, attribuito a Sebastiano Conca (1680-1764), il pittore di Gaeta che fu il più richiesto decoratore della Roma del primo Settecento: l'attribuzione è tradizionale, non documentata, ma il soggetto e la data della morte del santo (1775) suggeriscono in ogni caso un'opera della cerchia o della bottega.

Il Santuario della Madonna della Civita, il monte santo di Itri (LT)

Nel territorio di Itri, sulla sommità del monte Fusco, detto anche monte della Civita, nella catena degli Aurunci, sorge il Santuario della Madonna della Civita, uno dei più antichi luoghi di culto mariano del Lazio e il più frequentato del Lazio meridionale. Vi si venera un'antica icona raffigurante una Madonna bruna con il Bambino, di fattura orientale e stile bizantino, che la tradizione attribuisce a San Luca per tre lettere sbiadite alla base, L.M.P., lette come «Lucas Me Pinxit». Sull'ingresso campeggia l'iscrizione «Terribilis est locus iste»: questo luogo è tremendo, nel senso biblico di sacro.

santuario della madonna della civita - Itri (LT)
santuario della madonna della civita - Itri (LT)

La leggenda del ritrovamento

La tradizione racconta che durante la persecuzione iconoclasta dell'VIII secolo due monaci basiliani, sorpresi con l'icona, furono chiusi in una cassa e gettati in mare; dopo cinquantaquattro giorni la cassa approdò a Gaeta, ma l'immagine sparì e fu ritrovata da un pastore sordo e muto sopra un leccio del monte, e il pastore riacquistò la parola e l'udito. La versione più realistica, che gli studiosi preferiscono, parla di monaci basiliani fuggiti dall'Oriente iconoclasta che portarono l'icona sugli Aurunci e la affidarono ai benedettini di San Giovanni in Figline. Le prime attestazioni documentarie del culto risalgono al 1147.

Le date del Santuario della Civita

Nel 1491 il vescovo Francesco Patrizi consacrò la chiesa ampliata, dedicandola all'Immacolata. Il 21 luglio si celebra la festa liturgica, fissata dal vescovo di Gaeta Carlo Pergamo in memoria della grazia più grande attribuita alla Madonna della Civita: la liberazione dalla peste del 1527 di tutti gli abitanti dei paesi circostanti. Lo stesso Pergamo autorizzò la prima incoronazione dell'icona, il 20 luglio 1777; la seconda avvenne nel 1877 per decreto di Pio IX. Restauri sono documentati da una lapide del 1691; nel 1820 l'ingegnere De Donatis progettò un ampliamento; la chiesa ampliata fu inaugurata il 25 febbraio 1849 dal cardinale Gabriele Ferretti. Il 10 febbraio 1849 salì al santuario Pio IX, allora esule a Gaeta dopo la fuga da Roma, e la devozione locale sostiene che da quella visita il papa abbia tratto ispirazione per la definizione del dogma dell'Immacolata Concezione, proclamato nel 1854. In quello stesso anno il re Ferdinando II fece costruire la strada Civita Farnese, che è l'attuale Statale 82: il santuario deve la sua strada carrozzabile a un re Borbone e a un papa in esilio.

Che cosa si vede dentro il Santuario della Civita

La chiesa è a tre navate. L'altare maggiore, con l'icona protetta da un cristallo, è composto di marmi e intarsi di scuola napoletana del maestro Filippo Pecorella (XVIII secolo); gli altari laterali sono dedicati a San Gioacchino e a Sant'Anna. Le decorazioni della volta furono eseguite da Salvatore Cozzolino nel 1919 e ritoccate in seguito da A. Rollo di Bari. L'organo, costruito nel 1914 da Pacifico Inzoli di Crema, a trasmissione meccanica con consolle ausiliaria elettrica di Ponziano Bevilacqua, ha dodici registri su un solo manuale e pedale. Il santuario custodisce opere di Sebastiano Conca e di scuola napoletana, reliquie e paramenti donati da Pio IX, e le due colonne dell'altare che provengono dal Convento di San Francesco di Itri. Durante la seconda guerra mondiale don Lidio Borgese nascose l'icona sotto il mantello per sottrarla ai tedeschi; nel 1953 la tavola fu restaurata dal professor Edelweiss Frezzan, lo stesso scultore a cui il paese avrebbe commissionato il Monumento ai Caduti. Il 25 giugno 1989 vi salì come pellegrino Giovanni Paolo II, accompagnato dal cardinale Ugo Poletti e dal ministro Giulio Andreotti. Dal 1985 al 2024 il santuario è stato affidato ai Passionisti; dal 2024 è tornato all'Arcidiocesi di Gaeta. Da qui trasmette Radio Civita, nata nel 1988 per volontà di padre Giuseppe Polselli.

I pellegrinaggi alla Civita da Itri (LT) e dagli altri paesi

Il santuario riceve, secondo la letteratura devozionale, quasi mezzo milione di pellegrini l'anno, e almeno un decimo sale a piedi. I pellegrinaggi più lunghi partono da Cellole (42 chilometri) e da Pontecorvo (34); quello di Itri si ripete ogni mattina dei sette sabati che precedono il 21 luglio. Il 25 aprile il paese sale al santuario per il pellegrinaggio contro la siccità, e ogni luglio il programma dei festeggiamenti in onore di Maria Santissima della Civita coinvolge tutto il paese, con la statua portata in processione fino al castello.

Castello di Itri - Madonna della Civita (Luglio)
Castello di Itri - Madonna della Civita (Luglio)

La via Appia antica a Itri (LT): la valle di Sant'Andrea

In direzione di Fondi, nella gola di Sant'Andrea, è stato rimesso in luce e valorizzato un tratto dell'antico percorso della via Appia, uno dei meglio conservati dell'intera consolare e, per chi scrive, il più bello del Lazio dopo il parco romano. Dal luglio 2024 la via Appia è Patrimonio Mondiale dell'UNESCO, iscritta nella quarantaseiesima sessione del Comitato riunita a Nuova Delhi il 29 luglio, e la Regione Lazio ha indicato Terracina, Fondi, Itri e Formia fra i territori interessati dal riconoscimento. Il tratto itrano corre parallelo alla moderna Appia, la Statale 7, ma in un'altra epoca: chi vi cammina è su un basolato che l'imperatore Caracalla fece restaurare nel 216 d.C.

I tre chilometri di basolato

Lungo i circa tre chilometri di percorso, ai lati della strada romana correva una sorta di marciapiede, tuttora visibile in alcuni tratti. Il lato a valle era terrazzato con imponenti muri in opera poligonale, e lungo il cammino si osservano ancora i resti delle costruzioni di difesa contro i briganti e dei posti di blocco borbonici: qui, dal XIII secolo fino al 1860, correva la frontiera tra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli, e ogni viaggiatore veniva fermato e controllato. Il paesaggio è di uliveti secolari, agrumeti e macchia mediterranea; lungo il tracciato affiorano mausolei, ponti, resti di ville, mura poligonali e una cisterna in opera incerta del I secolo a.C. Verso Fondi il percorso incontra un ponte del 1568 costruito per ordine di Filippo II di Spagna, allora sovrano di Napoli. L'eccellente stato di conservazione fa di quest'area un museo a cielo aperto della tecnica stradale romana, e il Comune la propone come uno dei quattro itinerari tematici del paese, insieme al centro storico, al «sentiero spirituale» verso la Civita e alla «via del Sale».

Il Forte di Sant'Andrea e il Tempio di Apollo

All'incirca a metà del percorso la strada è dominata dal Forte di Sant'Andrea, edificato sui resti di un antico tempio dedicato ad Apollo, di cui sono ancora visibili le cisterne a volta dentro i terrazzamenti; sotto vi sono i ruderi di una villa romana di età repubblicana (I secolo a.C.). In età tardoantica sui ruderi del tempio fu costruita una cappella dedicata a Sant'Andrea apostolo, da cui prendono nome il forte e la valle. Il fortino, nella forma che si vede oggi, fu edificato durante il regno di Gioacchino Murat per fortificare il passo, in una posizione delicata perché coincideva con l'ingresso nel Regno di Napoli. Dal XVI secolo il sito fu teatro di scontri fra eserciti napoletani, pontifici e stranieri; fu usato nel 1814 contro gli austriaci e nella difesa di Gaeta del 1860. Il nome più legato al forte resta quello di fra Diavolo, che dal passo di Sant'Andrea organizzò nel 1798-1799 la resistenza contro i francesi, impedendo per un periodo la penetrazione delle truppe napoleoniche nel Napoletano. Alla gola è legato anche il brigante Sciarra, che secondo una leggenda concesse un passaggio d'onore al poeta Torquato Tasso.

Il Museo del Brigantaggio di Itri (LT)

Lungo l'Appia, in corso Appio Claudio 268, in località Madonna delle Grazie, si trova il Museo del Brigantaggio, inaugurato nel 2003 con fondi dell'Unione Europea per il recupero di edifici pubblici a uso culturale e inserito nell'Organizzazione Museale Regionale del Lazio. Non è un museo di cimeli: si presenta come centro di ricerca e documentazione sul brigantaggio meridionale, con un percorso in tre sezioni, «Ragioni della Storia», «Ragioni del Mito» e «Ragioni del Luogo», una schedatura dei briganti con documentazione storica e un archivio. Vi è conservato anche un esemplare della rosa «Fra Diavolo», la cultivar creata nel 1992 dall'ibridatore ungherese Gergely Márk. Orari ordinari: giovedì 15-19, sabato e domenica 10-13 e 16-19; visite guidate e gruppi su prenotazione (telefono 0771 721061). Anche qui il sito segnala una chiusura temporanea per manutenzione, da verificare prima della visita. La Biblioteca comunale, che aderisce al Sistema bibliotecario del Lazio meridionale, possiede una sezione specialistica sullo stesso tema.

Altro da vedere a Itri (LT)

La Fontana di Gioacchino Murat

La fontana di pietra detta di Gioacchino Murat, originariamente in piazza dell'Annunziata e oggi in piazza Armando Diaz, è circolare, a due vasche, e fu realizzata secondo la tradizione fra il 1810 e il 1812 per volere di Murat, re di Napoli, nell'ambito delle sistemazioni della strada che il cognato di Napoleone ordinò lungo l'Appia. È il punto di ritrovo delle visite guidate del Comune, e il luogo più comodo da cui partire.

Il Monumento ai Caduti e l'Arco della Pace

In piazza Guglielmo Marconi si trova il Monumento ai Caduti, statua in bronzo di Edelweiss Frezzan del 1962: lo scultore che nove anni prima aveva restaurato l'icona della Civita. In piazza Sandro Pertini l'Arco della Pace, un arco con fontana decorata da due rane, è opera dello scultore Peppino Quinto (1989). Sono due monumenti del Novecento in un paese che il Novecento ha quasi raso al suolo, e vanno letti così.

La via del Sale: San Vito, San Cristoforo e il Santuario Romano

Il quarto itinerario proposto dal Comune, la via del Sale, è un percorso storico-naturalistico verso il mare che tocca la Grotta di San Vito, la chiesa di San Cristoforo e il cosiddetto Santuario Romano. È l'itinerario meno battuto e meno documentato, da affrontare con una guida locale.

La natura intorno a Itri (LT): il Parco degli Aurunci, il Ruazzo e le Rave Fosche

Itri appartiene al Parco Naturale dei Monti Aurunci, che si estende per 19.375 ettari su dieci comuni delle province di Latina e Frosinone, e alla XVII Comunità Montana. Il territorio comunale supera i mille metri con il Monte Cervello (1.004), il Monte Trina (1.062) e il Monte Ruazzo (1.314 metri), la cima più alta del comune e una delle più panoramiche del gruppo, con vista sul golfo di Gaeta. Sul versante meridionale il comune tocca il mare per un breve tratto di costa rocciosa, Cala Cetarola, riconosciuta come sito Natura 2000: una spiaggia di Itri, pochi lo sanno, fra Sperlonga e Gaeta.

Le Rave Fosche e la caverna di fra Diavolo

Le Rave Fosche sono un rilievo a est dell'abitato, raggiungibile a piedi dalla località Postacchio. La caratteristica geologica del monte è la presenza di imponenti formazioni calcaree di colore bianco-grigiastro (le Rave Fosche vere e proprie) e rossicce per l'alto contenuto di ossido di ferro (le Rave Rosse). Fra le pareti si aprono caverne di forma singolare, tra cui la celebre caverna di fra Diavolo, dove la tradizione vuole che il brigante Michele Pezza si nascondesse durante la latitanza sugli Aurunci. Qui, e sui sentieri del Ruazzo, il Parco organizza escursioni guidate: vale la pena chiederne il calendario all'Ente Parco prima di partire.

La storia di Itri (LT) dalla preistoria al Novecento

Prima di Roma: Aurunci, ossidiana e la via Appia

Il sito fu frequentato già in epoca preistorica: sono stati rinvenuti strumenti in pietra e in ossidiana di età neolitica e resti dell'età del bronzo a Valle Oliva (II millennio a.C.). Il territorio apparteneva agli Aurunci, il popolo osco che diede il nome ai monti, e fu conquistato dai Romani, che nel 312 a.C. vi fecero passare la via Appia. Il luogo acquistò importanza strategica ma non vi si formò un centro abitato consistente: le fonti antiche non nominano alcuna città tra Fondi e Formia, e la presenza di un piccolo nucleo, se non altro come stazione di posta, è probabile ma non documentata. Un antico tracciato viario, di cui si sono trovati resti di basolato in località Calvi, collegava il luogo all'attuale Sperlonga.

Il castrum e i conti di Fondi

Le prime notizie di un centro chiamato Itri risalgono al 914, quando un atto di vendita cita uno «Stefano, itrano». Tra il IX e l'XI secolo sorse il primo nucleo fortificato, il castrum, sull'altura che controllava il passaggio dell'Appia. Il castrum di Itri fece parte del ducato di Gaeta e passò intorno al 1140 nella contea di Fondi, dominata prima dalla famiglia normanna Dell'Aquila, poi dai Caetani, e in seguito dai Colonna, Gonzaga, Carafa, Mansfeld e Di Sangro; sotto il profilo ecclesiastico appartenne sempre alla diocesi di Gaeta. Un altro abitato fortificato, sorto a Campello (castrum Campelli), fu abbandonato alla metà del XV secolo. L'abitato medievale sorse sul colle Sant'Angelo, con il castello e la chiesa madre di San Michele; solo in seguito si espanse nella valle lungo l'Appia. Nella seconda metà del Quattrocento l'Universitas di Itri, con il finanziamento di Onorato II Caetani, impiantò nella parte bassa alcune tintorie per i tessuti di lana, e la zona prese il nome di «la Foschia». Una delle attività più importanti era già allora quella delle olive itrane e dell'olio, esportato attraverso il vicino porto di Gaeta.

Dal Regno di Napoli alla provincia di Latina

Dal XIII secolo fino al 1861 Itri fece parte del Regno di Napoli, poi Regno delle Due Sicilie, nell'antica provincia di Terra di Lavoro, della quale continuò a far parte anche dopo l'Unità, fino al 1927. In quell'anno, nel riordino territoriale del regime fascista, la parte settentrionale della Terra di Lavoro fu scorporata dalla neonata provincia di Caserta e assegnata al Lazio: quasi tutto il distretto di Gaeta passò alla provincia di Roma. Nel 1934 Itri fu incluso nella nuova provincia di Littoria, l'attuale Latina. Un itrano nato nel 1920 è nato campano, cresciuto romano e invecchiato pontino senza mai cambiare casa.

Il maggio 1944

Durante la seconda guerra mondiale, nel maggio 1944, quando gli Alleati sfondarono la linea Gustav e i tedeschi si ritirarono lungo l'Appia, i bombardamenti distrussero il paese e i suoi monumenti al 75 per cento: l'Annunziata, San Martino, il castello, interi quartieri. Nel 1961 il Presidente della Repubblica ha conferito a Itri la medaglia di bronzo al valor civile. È il motivo per cui il borgo, pur medievale nell'impianto, ha così tante case ricostruite: chi giudica Itri «troppo rifatto» dovrebbe sapere che cosa ne restava nell'estate del 1944.

Fra Diavolo, il figlio più famoso di Itri (LT)

Michele Arcangelo Pezza nacque a Itri il 7 aprile 1771. Il soprannome viene dall'infanzia: la madre, quando a cinque anni il bambino si ammalò gravemente, fece voto di vestirlo da frate se fosse guarito, e il ragazzo portò per anni un saio che gli valse il nome di «fra Michele»; un maestro esasperato dal suo disinteresse per lo studio gli gridò «tu sei fra Diavolo!», e il nome gli restò. Apprendista sellaio, uccise in una lite il suo padrone Eleuterio Agresti e poi il fratello di lui, e fuggì sugli Aurunci, dove visse da bandito prima di rifugiarsi nello Stato Pontificio. Nel 1797 la famiglia ottenne la commutazione della condanna a morte in servizio militare: Pezza entrò in un reggimento borbonico e partecipò all'occupazione di Roma del 1798.

Quando i francesi invasero il Regno, tornò a Itri e organizzò la resistenza armata lungo l'Appia con tattiche di guerriglia che tagliarono i rifornimenti nemici: il forte di Sant'Andrea fu il suo caposaldo. Ferdinando IV lo nominò capitano, la regina Maria Carolina gli donò una spilla di diamanti; nel maggio 1799 comandava più di mille uomini all'assedio di Gaeta e con l'Armata della Santa Fede del cardinale Fabrizio Ruffo partecipò alla riconquista di Napoli del 13 giugno 1799, salvo esserne tenuto fuori con i suoi uomini e disarmato. Il 14 agosto 1799 sposò a Napoli Fortunata Rachele De Franco; fu promosso colonnello e nominato comandante generale del dipartimento di Itri. Nel 1806, quando Napoleone attaccò di nuovo Napoli, fu tra i pochi comandanti a disobbedire all'ordine di non resistere: operò da Gaeta con la «Legione della Vendetta», ottenne il titolo di duca di Cassano, e fu infine sopraffatto dalle forze del maresciallo Masséna. Con una taglia di 17.000 ducati sulla testa, fu riconosciuto in una farmacia di Baronissi il 1º novembre 1806 e impiccato a Napoli, in piazza del Mercato, l'11 novembre 1806, in uniforme di brigadiere borbonico e con il brevetto di duca al collo. La famiglia reale gli fece celebrare i funerali nella cattedrale di Palermo.

Da lì in poi comincia il mito: l'opera comica «Fra Diavolo» di Daniel Auber, del 1830, che lo trasformò in un bandito galante da palcoscenico; il film del 1933 con Stanlio e Ollio; una serie di pellicole dal 1906 al 2008. Victor Hugo lo elogiò come prototipo del «brigante patriota» che resiste all'invasore straniero. A Itri il nome è su una piazza, su una caverna, su una rosa e sul museo. Il mio giudizio: Pezza fu un assassino diventato ufficiale, e il Regno lo usò e lo scaricò; ma la sua guerra sull'Appia, nel 1799, fu una guerra vera, e i borbonici che la chiamarono brigantaggio erano gli stessi che gli avevano dato i gradi.

Tradizioni e feste di Itri (LT)

I fuochi di San Giuseppe

L'evento più caratteristico dell'anno itrano sono i fuochi di San Giuseppe, la sera del 19 marzo, quando nei diversi rioni del paese vengono accesi immensi falò per celebrare l'arrivo della primavera. Quella notte risuonano canzoni popolari e balli, e si mangiano le zeppole fritte itrane, la salsiccia itrana, l'oliva d'Itri, le bruschette con l'olio nuovo, il marzolino. È la più antica delle tradizioni del paese e le sue origini si perdono nei secoli: vi si fondono il ringraziamento cristiano a San Giuseppe e il rito arcaico del fuoco purificatore che, pur non avendo alcun rapporto con la vita del santo, gli è stato associato perché la sua festa coincide con la fine dell'inverno. Erano i falegnami del borgo, di cui San Giuseppe è patrono, a ripulire le botteghe e i magazzini dagli scarti della lavorazione e ad allestire i falò, un tempo più piccoli ma numerosissimi. Sulla cima di ogni fuoco veniva e viene tuttora posto un manichino di stracci vecchi, il «màmmuòcc'», che rappresenta l'inverno finito e brucia con esso. Chi vuole vedere Itri nel suo momento più vero deve venire quella sera, e non d'estate.

Fuochi San_Giuseppe - Itri (LT)
Fuochi San_Giuseppe - Itri (LT)

Le feste della Civita e di San Michele

Il calendario religioso ruota intorno alla Madonna della Civita: il pellegrinaggio del 25 aprile contro la siccità, i sette sabati di cammino prima della festa, la festa del 21 luglio con i festeggiamenti di tutto il paese. Il patrono è San Michele Arcangelo, titolare della chiesa madre del borgo alto, la cui statua lignea è nella nicchia dell'altare maggiore. Fra gli appuntamenti ricorrenti il portale turistico del Comune elenca anche l'Infiorata.

Itri (LT) città dell'olio: Monna Oliva 2026

Itri aderisce all'Associazione Nazionale Città dell'Olio, e il 29 e 30 maggio 2026 ha ospitato nel Castello «Monna Oliva 2026», il premio nazionale dedicato alle migliori olive da tavola italiane, con un convegno tecnico sull'olivicoltura sostenibile, un approfondimento sulle olive da tavola in cucina, la premiazione e la consegna della bandiera delle Città dell'Olio; nel programma il Comune ha inserito una visita guidata gratuita al borgo e a uno dei «trappeti» storici, i frantoi tradizionali, con partenza dalla fontana Murat. Il cinghiale in umido è il piatto della sagra che il paese gli dedica ogni anno e che si trova comunque nei ristoranti locali.

La cucina di Itri (LT): l'oliva itrana e tutto il resto

L'oliva di Gaeta è un'oliva di Itri (LT)

Le olive itrane, famose in tutto il mondo con il nome di olive di Gaeta, sono raccolte nei tempi che la sapienza contadina conosce e poste in salamoia secondo un metodo antico dal quale escono pronte per la tavola. Dal 15 dicembre 2016 l'«Oliva di Gaeta» è una Denominazione di Origine Protetta dell'Unione Europea (regolamento 2016/2252, Gazzetta ufficiale L 340), la 290ª denominazione italiana di allora: il disciplinare impone la cultivar Itrana (detta anche Gaetana), un diametro minimo di 12 millimetri, un colore dal rosa intenso al violaceo, un rapporto polpa-nocciolo di almeno 3 a 1 e, soprattutto, la lavorazione «all'itrana», cioè l'avvio naturale della fermentazione lattica senza l'aggiunta immediata di sale né di acidificanti di sintesi, con la salamoia rabboccata di volta in volta per tenere le olive lontane dall'aria. La zona di produzione copre 44 comuni fra Latina, Frosinone, Roma e Caserta, ma il nome del metodo dice chi lo ha inventato. Sulle tavole dei ristoranti le olive arrivano in scodelle di coccio che ne esaltano il colore, violaceo e talvolta quasi beige, e accompagnano tutto il pranzo, dall'aperitivo ai formaggi. La pianta itrana è vigorosa e rustica, autosterile e quindi bisognosa di impollinatori come il Leccino e il Pendolino, con frutti di 3,5 grammi dalla forma ovoidale leggermente asimmetrica; dalla stessa oliva, raccolta fra novembre e i primi di dicembre, si ricava un olio denso e profumato, a bassa acidità, con note di pomodoro verde ed erbacee, che dal 2010 rientra nella DOP «Colline Pontine» e che ha meritato numerosi premi nazionali.

Formaggi, cicerchia e piatti della tradizione itrana

I formaggi della zona seguono le stagioni, e fra tutti spicca il cacio marzolino, prodotto con il latte di marzo delle pecore e delle capre e messo in formine tipiche: si mangia fresco o salato, anche ricoperto di erbe di montagna o di peperoncino, oppure conservato sott'olio. La mozzarella di bufala arriva dalla piana di Fondi e dal Garigliano. La cicerchia, un legume della cucina povera simile al fagiolo nella forma e con un sapore fra il fagiolo e il cece, cotta con la cicoria selvatica e i broccoletti locali e condita con l'olio itrano, è uno dei piatti più saporiti della tradizione. Seguono cicoria e fagioli, la zuppa di uova e cipolle, la pasta con pomodoro e olive, la salsiccia itrana e la tiella di Gaeta, la torta salata ripiena di polpo, alici, scarola, baccalà o ortaggi. Per San Giuseppe si friggono le zeppole, condite con zucchero oppure salate con asparagi o olive. Per un pasto veloce vanno benissimo i panini farciti degli alimentari e la pizza al taglio, che a Itri si fa con l'olio giusto.

Il Cecubo, il vino di Orazio

Tra i vini spicca il Cecubo, oggi ricavato dal vitigno Abbuoto, il rosso storico di questo lembo di Lazio meridionale, di origini antichissime: il Caecubum era il vino dell'ager Caecubus, la fascia costiera fra Fondi e Sperlonga, e Orazio nell'Ode I,37 («Nunc est bibendum») lo cita quando invita gli amici a tirar fuori il Cecubo dalle cantine per festeggiare la morte di Cleopatra. Il legame fra l'Abbuoto moderno e il Cecubo degli antichi è una tradizione, non una filiazione documentata, ma il bicchiere non se ne accorge.

Una curiosità su Itri (LT)

Lo stemma di Itri porta un serpente, e il serpente ha generato una leggenda che il paese racconta con un certo orgoglio: la fondazione di Itri sarebbe opera degli abitanti di Amyclae, la mitica città costiera che le fonti antiche ricordano fra Terracina e Gaeta ma che nessuno ha mai identificato sul terreno, fuggiti nell'interno per un'invasione di serpenti. In questa versione il nome stesso di Itri deriverebbe dall'Idra di Lerna, il mostro a molte teste ucciso da Ercole. La storia è priva di qualsiasi fondamento, e il nome viene dal latino iter, come attesta l'epigrafe di Porta Mamurra. Ma la curiosità vera è che il paese ha preso la leggenda sul serio al punto da scolpirla sulla propria porta: i quattro bassorilievi con il serpente e la testa di cane e, soprattutto, la pietra con «NUI SEMO BILI. SERPENTES», i serpenti a due lingue, sono l'unico caso che io conosca di un borgo che si presenta ai forestieri come un covo di rettili. A Itri, che ha passato secoli a controllare i passi dell'Appia e a dare l'allarme contro saraceni, francesi e briganti, la scelta di un antenato scacciato dai serpenti ha una sua ironia. Osservate la porta con calma, prima di salire: la lapide con ITER è il documento, i serpenti sono il carattere.

Una cosa che non ti dice nessuno su Itri (LT)

Che il Castello e il Museo del Brigantaggio possono essere chiusi anche quando la guida dice che sono aperti. I due siti ufficiali, mentre scrivo, riportano entrambi una chiusura temporanea per manutenzione, senza data di riapertura, e il sito del castello ha perfino tolto la pagina degli orari lasciando solo il listino dei prezzi. Nessun portale turistico lo scrive in evidenza, e ho visto gruppi arrivare da Roma, salire tutte le scale del borgo alto e trovare il cancello di via Sant'Angelo chiuso. La regola è semplice: si telefona all'Ufficio Cultura del Comune, 0771 732208, qualche giorno prima, oppure si scrive a cultura@comune.itri.lt.it, e se il castello è chiuso si chiede se è possibile una visita su appuntamento, che il sito prevede fra le sue funzioni. La seconda cosa che non vi dicono è che, anche a castello chiuso, la salita vale: il borgo alto, San Michele con il campanile di maioliche, vico Giudea con il suo gradino forato, la vista dal piazzale sotto le torri restano liberi e gratuiti, e sono metà della visita. La terza: il biglietto cumulativo castello più museo costa 5 euro contro i 3 del solo castello, e il museo è a un chilometro e mezzo, nella città bassa, sulla strada per Fondi; conviene sempre, a patto di avere l'automobile o di non temere la camminata lungo l'Appia. Ultima cosa: il Santuario della Civita è a quota di montagna, e anche a luglio, quando il paese sfiora i trenta gradi, sul monte Fusco tira vento. Una giacca in macchina non è mai stata un errore.

Il consiglio che ti do per visitare Itri (LT)

Arrivate la mattina presto e cominciate dal basso: lasciate la macchina nella città bassa, vicino a piazza Diaz e alla fontana Murat, e salite a piedi verso Porta Mamurra e il borgo alto, come faceva chiunque sia arrivato a Itri negli ultimi mille anni. Le scale sono ripide ma brevi, e ogni rampa apre una vista diversa sulle torri. In cima fate il castello, se aperto, poi San Michele e i vicoli, e scendete per un'altra scalinata per non rifare la stessa strada. Nel primo pomeriggio prendete l'automobile e andate verso Fondi: dopo pochi chilometri, alla gola di Sant'Andrea, si lascia la statale e si cammina sul basolato romano fino al forte. È il momento migliore per capire il paese, perché dalla strada si vede il castello che la controlla e dal castello, un'ora prima, avete visto la strada. Il Santuario della Civita, a mio giudizio, va lasciato per un secondo giorno o per il mattino seguente: la salita in auto sulla Statale 82 chiede tempo, e una visita di corsa a un luogo che vive di lentezza è una visita sprecata. Se avete un solo giorno e dovete scegliere fra il santuario e l'Appia, scegliete l'Appia: il santuario è un'esperienza di fede e di panorama che si ripete in altri luoghi del Lazio, mentre tre chilometri di consolare romana integra con i muri poligonali e i posti di blocco borbonici non si trovano da nessun'altra parte. Ultimo consiglio, il più pratico: mangiate nel borgo o nella città bassa, non lungo la statale, e ordinate le olive come antipasto e il cinghiale come secondo. Se è marzo, tornate la sera del 19 per i fuochi. Se è luglio, sappiate che il 21 il paese è tutto in strada e le camere si esauriscono.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che le olive di Gaeta sono famose; quasi nessuno ricorda che a Gaeta di olivi ce ne sono pochi, e che le olive «di Gaeta» sono olive di Itri, di cultivar Itrana, che presero il nome della città portuale semplicemente perché da lì venivano imbarcate. È un caso di scuola di come un porto rubi il nome a una campagna: l'oliva cresce sui terrazzamenti degli Aurunci, viene raccolta tra novembre e dicembre, fermenta in salamoia con il metodo itrano e parte da Gaeta, dove i mercanti la registravano con il nome del molo. Il disciplinare della DOP del 2016 ha sancito la contraddizione: la denominazione si chiama «Oliva di Gaeta», la varietà obbligatoria si chiama Itrana, e il metodo di lavorazione è definito «sistema all'itrana». Itri, che aderisce alle Città dell'Olio e ha ospitato nel 2026 il premio nazionale delle olive da tavola, ha di fatto vinto la partita della sostanza e perso quella del nome. Il fatto è risaputo fra chi produce, e persino la vecchia denominazione commerciale «oliva d'Itri» sopravvive sui menu del paese accanto a quella ufficiale; ma il turista che compra un barattolo a Gaeta di rado sa che sta comprando Itri. Un secondo fatto, dello stesso genere: la festa liturgica della Civita del 21 luglio ricorda la fine della peste del 1527, l'anno in cui la peste percorse l'Italia sulla scia del Sacco di Roma. La grazia di Itri, a ben vedere, è una nota a piè di pagina della catastrofe romana.

La foto giusta da fare a Itri (LT)

La foto da portare a casa si fa dalla terrazza della torre quadrata del Castello, a 360 gradi, con l'Appia che entra nella gola verso Fondi da una parte e il mare di Gaeta dall'altra; se il castello è chiuso, il piazzale ai piedi delle torri offre una versione ridotta ma onesta. La luce giusta è quella del tardo pomeriggio, quando il sole scende dietro gli Aurunci e le torri di pietra grigia diventano dorate, mentre al mattino il castello è in controluce da quasi tutti i punti della città bassa. La seconda foto è il campanile di San Michele con le maioliche colorate, da riprendere dal basso, con un teleobiettivo se lo avete, perché i piatti di ceramica sono piccoli e la facciata è alta. La terza, per chi ha tempo, è dalla valle di Sant'Andrea: il basolato romano in primo piano, i muri poligonali di lato e, sullo sfondo, il forte sulla sua rupe. Chi viene per i fuochi di San Giuseppe fotografi il màmmuòcc' prima che bruci, perché dopo resta un attimo. E chi sale alla Civita fotografi il santuario dalla strada, un tornante prima dell'arrivo, con la chiesa sulla cresta e il golfo sotto: da vicino l'edificio, ampliato nell'Ottocento, è meno fotogenico della sua posizione. Un'ultima nota da professionista: nel borgo alto i vicoli sono stretti e le case alte, e la fotografia più riuscita è spesso quella verticale di una scalinata con la torre in cima.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Itri è un paese di frontiera, e le frontiere fabbricano avvenimenti. Nel 312 a.C. il censore Appio Claudio Cieco fece passare qui la sua strada, e nel 216 d.C. Caracalla ne rifece il lastricato. Nell'882 Docibile I di Gaeta alzò la torre pentagonale contro i Saraceni; nel 914 un atto di vendita nomina per la prima volta un itrano. Nel 1527 la peste dei lanzichenecchi risparmiò i paesi intorno al monte Fusco, e la Civita ne ebbe la festa. Nella notte fra l'8 e il 9 agosto 1534 il corsaro Khayr al-Din Barbarossa sbarcò per rapire Giulia Gonzaga e portarla al sultano Solimano: la contessa fuggì da Fondi a Campodimele attraverso queste montagne, e il pirata saccheggiò i paesi del circondario. L'anno seguente, il 10 agosto 1535, morì a Itri il cardinale Ippolito de' Medici, ventiquattro anni, figlio naturale di Giuliano duca di Nemours e nipote di Leone X, ritratto da Tiziano in costume ungherese: viaggiava verso Tunisi per denunciare all'imperatore Carlo V gli abusi del cugino Alessandro, duca di Firenze, quando si ammalò e spirò fra queste mura; il sospetto di avvelenamento cadde sul suo siniscalco Giovanni Andrea de' Franceschi di Borgo San Sepolcro, che subì un processo, e dietro di lui sul duca Alessandro. Il sito ufficiale del castello dedica all'episodio uno dei suoi otto punti di visita, «l'assassinio di Ippolito de' Medici». Ippolito fu sepolto a Roma, in San Lorenzo in Damaso. Nel 1798-1799 fra Diavolo tenne il passo di Sant'Andrea contro i francesi; nel 1806 fu impiccato a Napoli. Nel 1849 Pio IX, esule a Gaeta, salì alla Civita e Ferdinando II fece costruire la strada. Il 12 e 13 luglio 1911, durante i lavori del quinto lotto della Direttissima Roma-Napoli, un alterco nel giorno di paga in piazza Incoronazione tra operai sardi e un itrano degenerò in due giornate di caccia all'uomo: gli operai sardi, circa cinquecento nel comune su un migliaio arrivati per la ferrovia, pagati meno degli altri e costretti al pizzo dalla camorra infiltrata nell'appalto, avevano rifiutato di pagare e tentato di costituire una lega di autodifesa; il sindaco Gennaro Bureli D'Arezzo vietò il comizio, e la sera del 13 una folla armata di fucili, forconi e coltelli, radunata al caffè Unione, inseguì i sardi per le strade con la partecipazione di notabili e nell'indifferenza o complicità delle forze dell'ordine. Il bilancio accertato, fra difficoltà e reticenze, fu di 8 morti e 60 feriti, tutti sardi; i deputati sardi Carboni-Boi, Cocco-Ortu e Pais-Serra portarono il caso in Parlamento nel febbraio 1912; il processo a Napoli, nel maggio 1914, si concluse con l'assoluzione degli imputati itrani e nove condanne in contumacia. È la «strage di Itri», raccontata di recente nel libro «I giorni del massacro» di Antonio Budruni (2011), e il paese non ha ancora una lapide che la ricordi. Nel maggio 1944 le bombe distrussero tre quarti del paese; nel 1961 arrivò la medaglia di bronzo al valor civile. Il 25 giugno 1989 Giovanni Paolo II salì alla Civita. Il 29 luglio 2024, a Nuova Delhi, l'Appia che attraversa Itri è diventata Patrimonio dell'Umanità.

Chi è passato da Itri (LT)

Chiunque abbia percorso l'Appia fra Roma e Napoli è passato da Itri, il che rende l'elenco infinito; mi limito a chi ha lasciato una traccia. Orazio, nella Satira I,5, racconta il suo viaggio a Brindisi del 37 a.C. con Mecenate e Virgilio: da Fondi a Formia il gruppo attraversò necessariamente le gole di Sant'Andrea, e la tappa a Formia, nella villa di Murena, è la prima cena tranquilla del poema. Onorato II Caetani, conte di Fondi, vi dimorò nel 1487. Nel 1534 Giulia Gonzaga vi tenne corte con Vittoria Colonna, Juan de Valdés, Sebastiano del Piombo, Pietro Carnesecchi e gli altri della sua cerchia, e nel 1535 il cardinale Ippolito de' Medici vi morì. Fra Diavolo vi nacque nel 1771. Gioacchino Murat vi lasciò la fontana e il forte. Il 10 febbraio 1849 Pio IX, ospite di Ferdinando II a Gaeta, salì al santuario, e vi mandò poi reliquie e paramenti. Vittorio De Sica vi girò nel 1960 alcune scene de «La Ciociara» con Sophia Loren, che per quel film vinse l'Oscar; John Huston vi girò nel 1966 scene de «La Bibbia», e Luigi Magni nel 1971 «Scipione detto anche l'Africano». Il 25 giugno 1989 Giovanni Paolo II salì alla Civita con il cardinale Ugo Poletti e Giulio Andreotti. Il Giro d'Italia vi è passato nel 1992 e nel 1996. Il senatore Pietro Fedele, ministro della Pubblica Istruzione e storico del Medioevo, vi si sposò e vi ricostruì il convento dei Cappuccini. Migliaia di pellegrini vi passano ogni luglio a piedi da Cellole e da Pontecorvo. E ci passò, nel 1911, un migliaio di ferrovieri sardi, di cui otto non tornarono a casa: il passaggio meno celebrato e più importante di tutti.

Itri (LT) e i dintorni: cosa abbinare nella stessa giornata

Itri è a un quarto d'ora da Gaeta, con il castello angioino, la Montagna Spaccata e la spiaggia di Sant'Agostino; a venti minuti da Sperlonga, il borgo bianco con la Villa di Tiberio e la sua grotta; a venti minuti da Formia e alla tomba di Cicerone; a mezz'ora da Minturno e dall'area archeologica di Minturnae sul Garigliano. Chi arriva da nord può fermarsi prima a Sermoneta e al Giardino di Ninfa, i due luoghi dei Caetani che furono signori anche di Itri, oppure al Parco Nazionale del Circeo; chi va verso Cassino ha sulla strada, per la Statale 82 e la valle del Liri, l'Abbazia di Montecassino. Da Formia partono i traghetti per l'isola di Ponza. E chi vuole confrontare il basolato di Sant'Andrea con quello romano ha il Parco dell'Appia Antica alle porte di Roma: sono le due estremità laziali della stessa strada.

Domande veloci su Itri (LT)

Dove si trova Itri e a che distanza è da Roma?

Itri è in provincia di Latina, sulla via Appia fra Fondi e Formia, a circa 130 chilometri a sud di Roma e a otto dal mare di Gaeta e Sperlonga, a 170 metri di quota.

Come si arriva a Itri (LT) senza macchina?

In treno sulla linea Roma-Formia-Napoli, scendendo alla stazione di Itri, oppure a Fondi-Sperlonga o Formia-Gaeta e proseguendo con gli autobus Cotral, che collegano Itri con Fondi, Formia, Gaeta, Minturno, Terracina e Latina.

Quanto costa il Castello di Itri (LT)?

Intero 3 euro, ridotto 1 euro per i ragazzi dai 10 ai 16 anni e per gli over 65, gratuito sotto i 10 anni; cumulativo con il Museo del Brigantaggio 5 euro. Il sito ufficiale segnala però una chiusura temporanea per manutenzione: telefonate al 0771 732208.

Quali sono gli orari del Museo del Brigantaggio di Itri (LT)?

Di norma giovedì 15-19, sabato e domenica 10-13 e 16-19, in corso Appio Claudio 268, con visite guidate su prenotazione al 0771 721061; anche qui il sito segnala una chiusura temporanea, da verificare.

Si visita il borgo di Itri (LT) gratis?

Sì: il borgo alto, Porta Mamurra, vico Giudea, la chiesa di San Michele, Santa Maria Maggiore, le piazze e il tratto di Appia nella valle di Sant'Andrea sono liberi. Si paga solo per il castello e per il museo.

Quanto dura la visita di Itri (LT)?

Due ore per borgo e castello, un'ora per chiese e museo, due ore per l'Appia antica, mezza giornata per il Santuario della Civita. Una giornata piena per tutto, mezza per l'essenziale.

Il Castello di Itri (LT) è adatto ai bambini?

Sì, ed è gratuito sotto i 10 anni: torri, cisterna, forno, la Torre del Coccodrillo con la sua leggenda e la terrazza piacciono ai più piccoli. Le scale sono ripide e senza ascensore, quindi i passeggini restano giù.

Itri (LT) è accessibile in sedia a rotelle?

La città bassa e il museo sì; il borgo alto è fatto di scalinate e il castello è un edificio medievale su più livelli, senza ascensore. Il tratto di Appia a Sant'Andrea è un basolato irregolare, percorribile solo con accompagnamento. Per le condizioni aggiornate conviene chiedere all'Ufficio Cultura.

Si possono fare fotografie nel Castello di Itri (LT)?

Nel borgo, sulle terrazze e lungo l'Appia senza limiti. All'interno del castello e del museo valgono le regole affisse all'ingresso: in genere sono ammesse senza flash, ma va chiesto al personale.

Quando si festeggia la Madonna della Civita a Itri (LT)?

La festa liturgica è il 21 luglio, in memoria della liberazione dalla peste del 1527; c'è poi il pellegrinaggio del 25 aprile contro la siccità e i sette sabati di cammino che precedono la festa. I festeggiamenti di luglio coinvolgono tutto il paese.

Quando sono i fuochi di San Giuseppe a Itri (LT)?

La sera del 19 marzo, con i falò nei rioni, le zeppole, la salsiccia itrana e il fantoccio di stracci, il màmmuòcc', bruciato in cima a ogni fuoco.

Chi è il patrono di Itri (LT)?

San Michele Arcangelo, titolare della chiesa più antica del paese, dell'XI secolo, nel borgo alto accanto al castello, dove una statua lignea del santo occupa la nicchia dell'altare maggiore.

Che cosa sono le olive di Itri?

Le olive della cultivar Itrana, in salamoia con fermentazione naturale, note in commercio come olive di Gaeta e dal 2016 tutelate dalla DOP «Oliva di Gaeta»; dallo stesso frutto si ricava l'olio della DOP Colline Pontine.

Dove è nato fra Diavolo?

A Itri, il 7 aprile 1771, con il nome di Michele Arcangelo Pezza. Fu impiccato a Napoli l'11 novembre 1806. Il paese gli dedica una piazza, una caverna sulle Rave Fosche e il Museo del Brigantaggio.

Perché la via Appia a Itri (LT) è Patrimonio UNESCO?

Perché dal 29 luglio 2024 l'intera via Appia da Roma a Brindisi è iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale, e il tratto nella valle di Sant'Andrea, con basolato, muri poligonali e forte, è uno dei meglio conservati del Lazio.

Quanto si cammina sull'Appia antica a Itri (LT)?

Circa tre chilometri di basolato nella gola di Sant'Andrea, in leggera salita verso il forte, con scarpe chiuse: il selciato romano è liscio e scivoloso dopo la pioggia.

Che differenza c'è tra Itri e Fondi?

Fondi è la città di pianura, con il castello dei Caetani e la corte di Giulia Gonzaga, il lago e la piana agricola; Itri è il borgo di montagna che controllava il passo dell'Appia fra la piana e il golfo. Gli stessi signori, due paesaggi opposti, quindici minuti di distanza.

Che differenza c'è tra Itri (LT) e Sperlonga?

Sperlonga è il borgo bianco sul mare con la villa e la grotta di Tiberio; Itri è il paese dell'interno, con il castello e l'Appia. Sono collegati dalla provinciale e si visitano bene nello stesso giorno, Itri al mattino e Sperlonga per il bagno del pomeriggio.

Conviene salire al Santuario della Civita?

Sì, se avete tempo e un mezzo: la Statale 82 sale con molti tornanti e in cima, oltre alla chiesa e all'icona, c'è la vista sul golfo. Sul monte fa più fresco che in paese. Gli orari delle messe sono sul sito del santuario, telefono 0771 727116.

Dove si mangia a Itri (LT) e che cosa ordinare?

Nei ristoranti del borgo e della città bassa: olive itrane e marzolino per cominciare, cicerchia con cicoria o pasta con pomodoro e olive, cinghiale in umido o salsiccia itrana, un bicchiere di Cecubo. Per pranzo veloce, i panini degli alimentari e la pizza al taglio.

Itri (LT) ha una spiaggia?

Sì, anche se pochi lo sanno: Cala Cetarola, un breve tratto di costa rocciosa fra Sperlonga e Gaeta, riconosciuto sito Natura 2000. Per la sabbia, però, si va a Sperlonga o a Sant'Agostino di Gaeta.

Che cosa è successo a Itri nel 1911?

La strage di Itri: il 12 e 13 luglio 1911 otto operai sardi impiegati nella costruzione della ferrovia Roma-Napoli furono uccisi e sessanta feriti da una folla armata del paese. Il processo di Napoli del 1914 assolse gli imputati presenti e condannò nove contumaci.

Che cosa vedere a Itri (LT) in un'ora?

Porta Mamurra, la salita al borgo alto, il campanile di San Michele e il piazzale sotto le torri del castello. Se il castello è aperto, altri quaranta minuti dentro.

Se posso lasciarvi un'ultima opinione: Itri non è un borgo da cartolina, è un posto di frontiera che per mille anni ha vissuto di chi passava e di chi fermava chi passava, e va visitato con quello spirito. Salite le scale invece di cercare la strada, guardate la porta prima del castello, camminate sul basolato dell'Appia prima di giudicare il paese, e mangiate le olive dicendo il loro vero nome. Chi lo fa torna a Roma con una cosa in più di quelle che aveva cercato.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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