Formia (LT)
Formia è un comune di circa 37.000 abitanti della provincia di Latina, disteso al centro del Golfo di Gaeta, 150 chilometri a sud di Roma e 80 a nord di Napoli. Il municipio è in via Vitruvio 190 (telefono 0771 7781). Si arriva in treno con la linea Roma-Napoli via Formia: la stazione di Formia-Gaeta è servita da regionali e Intercity da Roma Termini, con tempi che vanno da poco più di un'ora dei convogli più rapidi a circa un'ora e mezza dei regionali; dalla stazione al Museo Archeologico Nazionale sono 400 metri a piedi. In auto: autostrada A1 fino a Cassino e poi la strada statale 630 Ausonia fino al mare, oppure la via Appia (statale 7) da Terracina passando per Fondi e Itri. Dal porto partono i traghetti e gli aliscafi per Ponza e Ventotene. Il Museo Archeologico Nazionale di Formia è in via Vitruvio 184: apre martedì, venerdì, sabato e domenica dalle 8:30 alle 19:30 (ultimo ingresso alle 19:00), chiude lunedì, mercoledì, giovedì, il 1 gennaio e il 25 dicembre; biglietto intero 5 euro, ridotto 2 euro dai 18 ai 25 anni, biglietto integrato Sperlonga-Formia 10 euro valido trenta giorni; telefono 0771 770382. Il Cisternone romano di Castellone (accesso da via Rampa Capo Castello) si visita solo con accompagnamento e su prenotazione al 349 5328280 o all'indirizzo sinusformianus@gmail.com; la Tomba di Cicerone sulla via Appia apre a calendario con visite guidate gratuite, sempre con prenotazione allo stesso numero. Le spiagge di Vindicio, Acquatraversa e Gianola sono libere o attrezzate secondo i tratti; l'Oasi blu di Gianola è area protetta del WWF dentro il Parco regionale Riviera di Ulisse.
Formia è una delle capitali della Riviera di Ulisse, il tratto di costa laziale che va da Sperlonga a Minturno; la guida alla Riviera raccoglie tutte le località del golfo.

Formia (LT), la città che i Romani sceglievano per villeggiare
Marziale, nell'epigramma dedicato all'amico Apollinare e alla sua villa formiana, apre con un verso che a Formia citano ancora tutti: «O temperatae dulce Formiae litus». Il dolce lido di Formia dal clima temperato. Non era una cortesia poetica. La città è protetta a ovest dal promontorio di Gaeta, alle spalle dalla catena degli Aurunci, e si affaccia a sud sul mare aperto: i venti freddi arrivano smorzati, l'inverno è breve, la primavera comincia a febbraio con le mimose e gli agrumeti. I Romani, che di villeggiatura se ne intendevano, avevano capito tutto già nel I secolo avanti Cristo, quando il golfo si chiamava ancora Sinus Formianus e la costa fra Gaeta e Minturno era una fila ininterrotta di ville marittime.
Il nome viene quasi certamente dal greco Hormiai, «approdo», e dice già tutto della vocazione del luogo: un riparo sicuro per le navi, lontano dalle correnti che battono Terracina e dal vento che spazza il Circeo. Una seconda etimologia, meno accreditata, rimanda al latino formus, «caldo», che a sua volta risalirebbe a una radice indoeuropea. Le due ipotesi non si escludono: la città calda e la città dell'approdo sono la stessa città.
Oggi Formia è un nodo di transito con la stazione ferroviaria, il porto commerciale e l'imbarco per le isole Pontine, ma è anche, e prima di tutto, una città stratificata: una cinta megalitica preromana, un'acropoli romana diventata borgo medievale, un quartiere marinaro cresciuto intorno a una torre angioina, un lungomare ottocentesco di ville e giardini, e un tessuto novecentesco ricostruito dopo che la guerra, nel 1944, aveva raso al suolo quasi tutto. Chi arriva aspettandosi solo una spiaggia trova una città che ha almeno tre millenni di storia scritta nelle sue pietre, e che quasi nessuno legge per intero.
Dove si trova Formia e come è fatta
Il territorio comunale scende dai Monti Aurunci al mare. La costa va da Vindicio, a ovest, verso Gaeta, fino a Gianola e Santo Janni, a est, verso Scauri e Minturno; in mezzo il porto, la villa comunale, il lungomare di via Vitruvio. Sulla collina al centro, il quartiere di Castellone, che occupa l'acropoli antica; sotto, sul mare, il rione di Mola, l'antico approdo dei mulini. Sulle pendici della montagna, le frazioni di Maranola, Castellonorato e Trivio, borghi che furono comuni autonomi fino al 1928. Da Maranola parte il sentiero di tre chilometri che sale al Redentore, la vetta con la statua da cui si domina l'intero golfo: la fotografia di Formia vista dalla punta del Redentore è la più bella che si possa fare di questa costa, e la trovate più avanti in questa guida.
Perché Formia merita più di una giornata di mare
Ecco subito la nostra opinione: Formia è sottovalutata rispetto a Gaeta e Sperlonga perché non ha un centro storico «da cartolina» compatto. I bombardamenti del 1944 le hanno tolto la cinta turrita, le chiese antiche, i palazzi. Quello che resta è disperso: una cisterna sotto le case, una tomba lungo la statale, una torre in un quartiere di pescatori, un museo in un'ala del municipio, una villa romana sotto un giardino pubblico. Chi accetta di cercare, però, torna a casa con più cose di quante ne porti via da una città più «finita». È il fascino delle città a strati, che chiedono di essere lette, prima ancora che guardate.
Che cosa vedere a Formia: i monumenti e i luoghi d'interesse
Il patrimonio di Formia si divide in modo naturale in quattro famiglie: le architetture religiose, quelle civili, quelle militari e i siti archeologici, con in più le aree naturali della Riviera di Ulisse. Le passo in rassegna una per una, con un consiglio per ciascuna, perché il rischio a Formia è quello di vedere tre cose e perdersi le altre trenta.
Le chiese di Formia (LT): le architetture religiose
La chiesa di Sant'Erasmo, cattedrale antica di Formia
Sant'Erasmo è il santo di Formia. Vescovo di Antiochia secondo la tradizione, martirizzato sotto Diocleziano nel 303, la sua memoria è legata a questa città al punto che Formia fu sede episcopale dal IV al IX secolo, prima che la cattedra passasse a Gaeta e con essa le reliquie del santo, portate via nel IX secolo quando la città romana era ormai spopolata dalle incursioni saracene. La chiesa attuale, a tre navate, è di impianto rinascimentale, rimaneggiata più volte. All'interno conserva un dipinto anonimo del Settecento, una lastra funeraria dei duchi di Marzano datata 1698 e l'altare settecentesco che custodisce la statua lignea del santo. È aperta la domenica per le messe; negli altri giorni conviene informarsi in parrocchia. La piazza antistante, piazza Sant'Erasmo, è il salotto di Castellone e il punto di partenza naturale per la visita del borgo alto.
Sant'Anna, già Santa Maria del Forno, nel borgo di Castellone
Piccola chiesa dentro il quartiere medievale, chiamata un tempo Santa Maria del Forno perché costruita accanto a un forno del borgo. La fondazione risale al X secolo, su un sito che con ogni probabilità ospitava un edificio sacro pagano; l'aspetto attuale è invece moderno, frutto di rifacimenti successivi ai danni e ai furti subiti nel corso dei secoli. Vale la pena entrare per l'affresco absidale rinascimentale di scuola napoletana con la Natività della Vergine, e per alcune opere del Settecento e dell'Ottocento. È aperta in genere solo in occasione della festa di Sant'Anna, la sera del 1 giugno, e nel mese di dicembre, quando ospita un presepe di grande impegno che i formiani vanno a vedere ogni anno. Se capitate a Formia fuori da quelle date, chiedete nel borgo: qualcuno con la chiave si trova.
San Rocco, la chiesetta fuori le mura
Costruita nel 1474 fuori dalla cinta muraria di Castellone, a navata unica, San Rocco è stata restaurata di recente. Al suo interno c'è un trittico del Seicento con la Madonna fra i santi Rocco e Sebastiano, opera di Girolamo Stabile, pittore attivo nel golfo, e i resti di un affresco nella lunetta. Il santo pellegrino guaritore dalla peste fu invocato a Formia, come in tutto il Mezzogiorno, nei secoli delle grandi epidemie: la posizione fuori le mura è coerente con la sua funzione di protezione «alla porta». Da alcuni anni la chiesetta ospita anche la messa in rito greco-cattolico della comunità ucraina, un dettaglio che racconta la Formia di oggi almeno quanto quella di Cinquecento anni fa.
Santa Maria della Noce, l'eremo benedettino sopra Formia
Sulle colline alle spalle di Castellone, in una conca di prati e ulivi, l'eremo di Santa Maria della Noce con i ruderi del monastero attiguo è una fondazione dell'XI secolo dei monaci benedettini di Montecassino, che in quei secoli disseminarono di dipendenze tutta la Terra di Lavoro. La chiesa è a due navate; conserva un olio su tavola del Cinquecento, di autore ignoto, con la Madonna e il Bambino seduti su un albero di noce tra i santi Benedetto ed Erasmo: un programma iconografico che unisce l'ordine fondatore e il santo della città. Cupola e campanile mostrano forme di derivazione bizantina. Il complesso è oggi in mano privata e recintato; si apre di norma il lunedì di Pasquetta, quando i formiani salgono per il picnic tradizionale nei prati intorno. Un dettaglio che collega l'eremo al centro storico: le sorgenti della zona di Santa Maria la Noce erano quelle che alimentavano il Cisternone romano di Castellone, sull'acropoli. L'acqua che i monaci bevevano nell'XI secolo era la stessa che aveva dissetato Formiae mille anni prima.
San Remigio, la cappella di villa riaperta dal FAI
In località San Remigio, lungo la via Appia in direzione di Itri, sorge la chiesetta del 1490 a navata unica, dentro la villa d'epoca che fu anche dei Piccolomini e che è oggi proprietà privata. All'interno restano tracce di affreschi floreali alle pareti, un quadro del santo e, sull'altare, la teca con la reliquia. Danneggiata durante la guerra, è tornata visitabile per la prima volta grazie a una giornata del FAI il 18 ottobre 2015 e da allora apre solo in occasioni particolari. San Remigio, il vescovo di Reims che battezzò Clodoveo, è un titolo raro nel Lazio meridionale, e la sua presenza a Formia è probabilmente legata a un passaggio di proprietà o a una devozione familiare: una piccola curiosità per chi ama i culti «fuori posto».
Santa Maria del Castagneto, la chiesa più antica di Formia
Accanto al cimitero, Santa Maria del Castagneto è datata al 1170 ed è quindi la chiesa più antica di Formia. La fondarono i benedettini, e all'epoca doveva trovarsi nel folto di un bosco di castagni, da cui il nome. Per costruirla furono reimpiegate parti di un tempio romano, secondo una pratica comunissima nel Medioevo del golfo; all'interno restano brani dell'antico pavimento cosmatesco e frammenti di affreschi medievali. Restaurata nel 1935, con il campanile rifatto nel 1936, è aperta la domenica per la messa delle 10 in estate e delle 9:30 in inverno. Chi ha un'ora di margine dovrebbe andarci: il pavimento cosmatesco è raro sotto Roma, e qui si vede a portata di mano, senza transenne.
Santa Teresa d'Avila, il convento carmelitano di Formia
Chiesa del Settecento a navata unica fiancheggiata da cappelle, con un interno barocco misurato, quasi sobrio se paragonato alle chiese napoletane dello stesso periodo. Conserva dipinti di Antonio Sicurezza, il pittore formiano del Novecento (1905-1979) che ha lasciato opere in quasi tutte le chiese della città. L'ex monastero carmelitano dell'Ottocento aspetta da anni un restauro; la chiesa, invece, è stata riaperta dopo quattro anni di lavori ed è visitabile nel pomeriggio dal lunedì al sabato. Se volete capire chi era Sicurezza, un artista che merita più di una riga, questo è il posto dove cominciare, prima di San Giovanni Battista.
San Giovanni Battista e San Lorenzo, la chiesa del patrono nel borgo di Mola
Nel rione di Mola, accanto alla torre, sorgevano due chiese antichissime: San Lorenzo, documentata dall'831, e San Giovanni Battista, del 1566, adiacente al castello, a due navate e con un portico. Fino al Settecento le divideva un muro; nell'Ottocento il muro fu abbattuto e le due chiese diventarono un unico edificio a due navate. La guerra lo distrusse. La chiesa attuale è del 1938 e raccoglie le opere superstiti della vecchia: la statua lignea barocca di San Giovanni Battista, patrono di Formia; una tavola di anonimo di ambito antoniazzesco del Quattrocento con la Madonna e il Bambino fra i santi Sebastiano e Lorenzo; e la Madonna di Ponza di Geronimo Stabile, del Cinquecento, già pala d'altare della chiesa di Ponza, rubata nel 2002 e ritrovata nel 2005 nel Vicentino. Ci sono poi diversi dipinti di Antonio Sicurezza. Aperta la domenica mattina per le messe. Un consiglio: guardate la tavola antoniazzesca con attenzione, perché la pittura romana del secondo Quattrocento, quella della bottega di Antoniazzo Romano, arrivò fin quaggiù attraverso la via Appia e questa è una delle prove più belle che se ne conservino nel golfo.
Il Santuario della Madonna di Ponza e Sant'Antonio da Padova
Nella località che ne porta il nome, il Santuario della Madonna di Ponza risale al XV secolo e conserva sull'altare l'antica immagine mariana portata sulla terraferma dai monaci provenienti dall'isola, quando Ponza fu abbandonata per le incursioni dei pirati. Il legame fra Formia e Ponza è antico, e il rapporto con l'isola, che dal porto si raggiunge ancora oggi in traghetto e in aliscafo, passa anche per questa Madonna. Completa il quadro delle chiese cittadine la chiesa con annesso convento di Sant'Antonio da Padova, dei frati minori.

Le ville e i palazzi di Formia (LT): le architetture civili
Villa Rubino, detta villa di Cicerone, e il porticciolo romano di Caposele
Alla fine del lungomare di Vindicio, verso Gaeta, c'è la villa che i formiani chiamano di Cicerone e che si presenta con terrazze, giardini e due ninfei che scendono al mare accanto al porticciolo romano di Caposele. Il nucleo antico è del I secolo avanti Cristo: la villa cinquecentesca dei Marzano sorge sopra le strutture voltate di una grande villa marittima romana, con peschiere, tre fontane monumentali e un approdo, e la tradizione vuole che sia proprio il Formianum di Cicerone, la residenza in cui l'oratore soggiornò tante volte e dalla quale partì, in lettiga, nella sua ultima fuga. È una tradizione, non un dato documentato, ma è una tradizione con buoni argomenti: posizione, dimensioni, vicinanza al mausoleo sull'Appia.
La storia moderna della villa è una sequenza di grandi nomi. Fu del principe di Caposele, Carlo Ligny, che vi raccolse un museo privato di antichità romane e rinascimentali e che nel 1791 vi ospitò insieme Vittorio Emanuele I di Sardegna e Ferdinando IV di Borbone. Nel 1852 la comprò Ferdinando II di Borbone, che la restaurò e la fece proteggere con la garitta ancora visibile all'angolo sud-ovest, del 1854; passò al figlio Francesco II, e fu qui, il 13 febbraio 1861, che fu firmata la capitolazione di Gaeta, la fine del Regno delle Due Sicilie, mentre il generale Cialdini aveva usato la villa come quartier generale durante l'assedio. Negli anni Venti del Novecento diventò dei Rubino. Frequentata come albergo di lusso da personaggi colti di tutta Europa, oggi è privata, in gran parte lottizzata, e attende un recupero che la renda visitabile. Dalla spiaggia e dal porticciolo romano, però, le strutture antiche e i ninfei si vedono bene; e la firma della resa di Gaeta, avvenuta in una villa attribuita a Cicerone, è una di quelle coincidenze storiche che a Formia sembrano volute.
La garitta borbonica di Villa Rubino
Il piccolo corpo di guardia in muratura del 1854, costruito per vigilare sul soggiorno di Ferdinando II, è uno degli oggetti più fotografati e meno capiti del lungomare di Vindicio. Serviva a una sentinella armata, e la sua presenza dice quanto il re Borbone, sette anni prima della caduta del regno, si sentisse già poco sicuro anche in villeggiatura.
I palazzi d'epoca di via Vitruvio
Via Vitruvio è la spina dorsale di Formia, intitolata all'architetto romano che alcuni studiosi vogliono nato in queste terre: una tradizione erudita, non una certezza. Lungo la via si allineano i palazzi ottocenteschi e primo-novecenteschi restaurati negli ultimi anni, il municipio al civico 190, il museo al 184, i portici, i caffè. È qui che la città vive, e la sera d'estate la «notte bianca» chiamata Vivi Vitruvio la chiude al traffico e la riempie.
Villa Torlonia a Vindicio e le ville del lungomare
Alla fine dell'Ottocento i principi Torlonia costruirono a Vindicio una villa immersa in un orto botanico secolare, con stucchi all'interno, una scala elicoidale e un belvedere sul terrazzo; la cappella Stella Maris è degli anni Cinquanta del Novecento. Dopo vari passaggi di proprietà e restauri, la villa è oggi una struttura alberghiera. Sullo stesso lungomare la villa in mattoni rossi degli Amante e quella, scenografica, che fu di Alberto Sordi raccontano il gusto della villeggiatura borghese e cinematografica a Vindicio nel Novecento. Palazzo Forcina, del Settecento, già sede del Comune, è oggi diviso in abitazioni private.
Castellone, la Torre di Mola e le mura: le architetture militari di Formia
Il Castellone di Formia e la torre ottagonale dei Caetani
Il Castellone occupa la collina dell'acropoli antica ed è il quartiere che conserva meglio l'aria del borgo medievale, anche se ha perduto nella guerra la cinta muraria turrita. Delle dodici torri originarie ne restano due. La prima è quella ottagonale del XIV secolo, sulla sommità dell'antica rocca romana, che mostra tre stratificazioni leggibili a occhio nudo: una base poligonale preromana, una fase di età repubblicana e, sopra, il torrione costruito dai Caetani. La seconda è la Torre dell'Orologio, detta anche Porta degli Spagnoli, con l'orologio maiolicato settecentesco che è stato rimesso in funzione. Il nome Castellone viene dal castello fatto costruire da Onorato I Caetani, conte di Fondi, nella seconda metà del Trecento, e passò per le forme Castel Leone e Castel Lione prima di fissarsi in quella attuale. Nei vicoli si incontrano colonne e capitelli dell'arce romana reimpiegati nelle case, portali antichi, scale esterne. Il borgo nacque per difendersi dalle incursioni dal mare, e lo si capisce: dalla torre si controlla tutto il golfo.
Le mura megalitiche di Formia
Il tratto più antico delle fortificazioni formiane è la cinta in opera poligonale, con blocchi bugnati e lisci, che gli studiosi datano fra il IV e il III secolo avanti Cristo, con sopra una cortina in opus incertum del II secolo avanti Cristo. Se ne conservano tratti lungo la costa e nel quartiere di Castellone. Sono le mura della Formia aurunca, precedenti alla romanizzazione, e appartengono alla stessa famiglia delle mura poligonali di Fondi, Itri, Arpino e Alatri: la grande architettura «ciclopica» del Lazio meridionale, che i viaggiatori del Grand Tour attribuivano ai Pelasgi e che oggi si legge come opera delle popolazioni italiche fra V e III secolo.
La Torre di Mola, simbolo di Formia
Nel rione di Mola, in via Abate Tosti, la torre cilindrica alta 27 metri su tre livelli è il resto più imponente del castello angioino, costruito nel 1296 da Carlo II d'Angiò come avamposto di Gaeta e a protezione dei mulini che davano il nome al borgo. Il nucleo è più antico, del X secolo; la torre è del XIII. Nel 1435 il complesso passò agli Aragonesi e nel 1460 a Nicola Caetani, e i Caetani d'Aragona, signori di Castelmola, lo trasformarono da fortezza in residenza nobiliare tenendolo fino ai primi dell'Ottocento; il portale rinascimentale in marmo è un'aggiunta del 1880 voluta da Onorato Caetani. La guerra lo danneggiò gravemente insieme al quartiere; il restauro lo ha rivestito d'intonaco chiaro. Dal 2014 il piano terra ospita l'Archivio storico comunale, con la cucina originaria e la cappella di San Michele Arcangelo; i piani superiori non sono accessibili, e la torre si usa come spazio espositivo per mostre. Nel sottosuolo intorno restano tracce di terme romane. È il monumento che Formia ha scelto come simbolo, ed è la ragione per cui vale la pena arrivare a Mola a piedi lungo il porto, invece che restare sul lungomare di Vindicio.

I siti archeologici di Formia (LT), uno per uno
Il Cisternone romano di Formia, la basilica sotterranea di Castellone
È il monumento per cui, da solo, vale il viaggio. Sotto le case e i vicoli di Castellone, dentro l'acropoli, si apre una cisterna del I secolo avanti Cristo lunga 65 metri, larga da 5 a 25, alta fino a 7,5 metri, con una pianta di circa 1.200 metri quadrati e una capienza di circa 7.000 metri cubi d'acqua. Lo spazio è diviso in quattro navate da 53 pilastri centrali alti 6,5 metri e larghi 90 centimetri, cui si aggiungono 36 pilastri addossati alle pareti; le volte a crociera sono in opus caementicium, i pilastri e le pareti in opus incertum, tutto rivestito di cocciopesto, come il pavimento. L'acqua arrivava dalle sorgenti della collina di Santa Maria la Noce e da qui, attraverso una rete di distribuzione urbana, scendeva alla città. Per tipologia il Cisternone si confronta con la Piscina Mirabilis di Miseno e con la Cisterna Basilica di Istanbul, e viene considerato, dopo la Piscina Mirabilis, una delle più grandi opere idrauliche romane conservate. Il vecchio nome popolare di «basilica sotterranea» rende bene l'effetto: si entra in una selva di pilastri, con l'acqua ferma sul fondo e le volte che si perdono nel buio.
La riscoperta è una storia formiana in tre tempi. Nel 1860 il pittore Pasquale Mattej, lo stesso che disegnò lo stemma cittadino, lo esplorò per primo e lo descrisse; nel 1930 il podestà Felice Tonetti ne redasse una relazione; poi, fra il 30 marzo e il 5 maggio 1985, un gruppo di giovani del quartiere, il Gruppo Studi e Ricerca di Castellone, lo rimappò per intero, quando era ormai un deposito di detriti accumulati in ventidue secoli. I lavori di recupero cominciarono nei primi anni Duemila e l'11 ottobre 2003 il Cisternone fu inaugurato e aperto al pubblico. Le visite guidate sono curate dall'associazione Sinus Formianus, con turni a orario fisso e prenotazione obbligatoria al 349 5328280; l'accesso è da via Rampa Capo Castello. A nostro giudizio è il sotterraneo romano più impressionante del Lazio fuori Roma, e le sue murature sono così robuste che reggono, da duemila anni, le case che ci sono state costruite sopra.
Il Teatro romano di Formia e il martirio di Sant'Erasmo
Il teatro di età augustea, del I secolo avanti Cristo, si trovava ai piedi dell'acropoli. Nel Seicento sulle sue rovine fu costruita una casa, e oggi le strutture superstiti sono inglobate in abitazioni private: si intuiscono le curve della cavea e alcuni ambienti voltati. Secondo la tradizione popolare, e solo secondo quella, è qui che il vescovo Erasmo subì il martirio il 2 giugno del 303, durante la persecuzione di Diocleziano. Nel periodo natalizio il sito ospita un presepe che sfrutta con intelligenza le rovine come scenografia.
La Tomba di Cicerone sulla via Appia
Alle porte di Formia, in località Acervara, lungo la via Appia in direzione di Itri, si alza il mausoleo circolare di età tardo-repubblicana o augustea che tutti chiamano Tomba di Cicerone. Poggia su un basamento quadrato in opera cementizia di cinquanta piedi romani, poco meno di 15 metri di lato, rivestito di blocchi di calcare; il tamburo circolare è in opera reticolata, e l'interno, anch'esso circolare, è diviso in cinque nicchie che dovevano ospitare statue e arredi. In origine il monumento raggiungeva circa 24 metri e portava un rivestimento marmoreo oggi perduto. L'attribuzione a Cicerone non è documentata da iscrizioni: è una tradizione, però sostenuta da tre argomenti forti. La vicinanza al luogo in cui si colloca la sua villa; le fonti antiche, Plutarco in testa, che raccontano l'assassinio proprio nei pressi di Formia; e la mole dell'edificio, senza dubbio costruito per un uomo illustre. Sulla collina di fronte, a un centinaio di metri in linea d'aria, i resti di un secondo sepolcro sono chiamati Tomba di Tulliola, dal nome della figlia amatissima di Cicerone, morta di parto nel 45 avanti Cristo, per la quale l'oratore progettò un monumento che non riuscì mai a costruire. Il sito è affidato alla Direzione regionale Musei nazionali Lazio e apre a calendario, con visite guidate gratuite di circa mezz'ora su prenotazione al 349 5328280; le date correnti vanno controllate prima di mettersi in viaggio.
Il muro in opus reticulatum e la villa di Vindicio
Alla fine della pineta di Vindicio, il muro in opera reticolata con esedra e struttura a emiciclo appartiene con ogni probabilità a una residenza aristocratica del I-II secolo dopo Cristo, una delle tante ville che allineavano la costa da Caposele a Gianola. È a due passi dalla spiaggia, senza recinzioni: chi fa il bagno a Vindicio ci passa davanti senza saperlo.
Il porticciolo romano di Caposele
All'estremità occidentale del lungomare di Vindicio, il porticciolo romano di Caposele, con i moli in opera cementizia e le peschiere, serviva la grande villa che oggi è Villa Rubino. Era un approdo privato, come ne avevano tutte le ville marittime di rango sul Tirreno, e resta uno dei più leggibili della costa laziale.
La Torricella e il sepolcro sull'Appia a San Pietro
Sulla via Appia, nella zona di San Pietro, la Torricella è un sepolcro romano a torre; in zona si trovava la chiesa omonima di San Pietro, che un documento del 1002 dice già distrutta. Poco distante l'albergo ristorante Miramare occupa l'ex villa reale dei Savoia, costruita sui ruderi di una villa romana: anche la monarchia sabauda, dopo i Borboni, scelse Formia per villeggiare.
L'anfiteatro romano sotto la stazione di Formia
Sotto il piazzale della stazione ferroviaria e alle spalle di via Lavanga si trovano i resti dell'anfiteatro romano del I secolo dopo Cristo, di età claudia, in corso di scavo. È il monumento più «nascosto» della città nel senso letterale: chi scende dal treno ci cammina sopra. Una città con teatro e anfiteatro era una città di prima grandezza, e Formiae lo fu.
San Remigio: il sepolcro a torretta e la fontana romana
In località San Remigio, oltre alla cappella già ricordata, si trova un sepolcro a torretta di età imperiale. Ma il monumento davvero raro è la Fontana romana di San Remigio, lungo la via Appia in direzione Itri e Roma: una fonte di epoca romana in buono stato, appoggiata a un muro di grossi blocchi calcarei, lunga circa sette metri e larga un metro e mezzo, con una cisterna sul retro per l'approvvigionamento. L'acqua usciva da due mascheroni antropomorfi che raffiguravano il Sole e la Luna, e di uno restano le tracce. Accanto è visibile un tratto della via Appia con il basolato originario. Fontane pubbliche romane così conservate, lungo una strada consolare, sono rarissime: questa è considerata unica nella penisola, ed è un luogo dove fermarsi cinque minuti se si viaggia sull'Appia fra Formia e Itri.
I criptoportici sotto la villa comunale e sotto piazza della Vittoria
La villa comunale di Formia, il giardino pubblico del 1893 sul mare, poggia sui criptoportici di una villa romana del I secolo avanti Cristo, corridoi voltati usati come magazzini in collegamento con la peschiera antistante, che serviva da vivaio per il pesce e che si vede ancora, dal lungomare, nelle ore di bassa marea del pomeriggio. Oggi i criptoportici sono usati per mostre ed esposizioni. Un secondo complesso di criptoportici e villa del I secolo avanti Cristo si trova sotto piazza della Vittoria, con resti di decorazione pittorica alle pareti. Chi vuole vedere una peschiera romana funzionante nel suo contesto non ha bisogno di andare a Sperlonga: basta scendere al lungomare di Formia al momento giusto della giornata.

L'acquedotto, il foro e la scala del Capitolium
Nei pressi della chiesa di San Giovanni Battista, a Mola, restano tratti dell'acquedotto romano di età repubblicana e primo-imperiale. Al civico 360 di via Vitruvio, poco distante da piazza Mattej, che occupa l'area del foro romano, sono visibili strutture antiche: da qui provengono molte delle statue esposte nel museo. In via Mamurra è conservata una scala coperta di età adrianea pertinente al Capitolium, il tempio della triade capitolina che dominava il foro. Sono frammenti, ma messi in fila raccontano una città romana con foro, tempio capitolino, teatro, anfiteatro, acquedotto e cisterna monumentale: il corredo completo di una città di rango.
La villa di Mamurra sul promontorio di Gianola
Sul promontorio di Gianola, dentro il parco regionale, si visitano i resti della villa attribuita a Mamurra, il cavaliere formiano che fu praefectus fabrum di Cesare in Gallia, si arricchì in modo scandaloso e fu bersaglio degli insulti in versi di Catullo, che lo chiamò «Mentula»; Orazio, nel viaggio a Brindisi delle Satire, chiama Formia «la città dei Mamurra». L'attribuzione è tradizionale, ma la villa è reale e imponente: un edificio ottagonale in corso di scavo, due grandi cisterne, la Cisterna Maggiore e la Cisterna delle 36 colonne, una scala coperta conosciuta come grotta della Janara, resti di ambienti termali e una piscina per l'allevamento del pesce che coincide con il porticciolo romano di Gianola. Il parco è visitabile liberamente sui sentieri; la villa si visita nelle giornate di apertura organizzate dall'ente parco. Chi arriva fin qui trovi il tempo per la guida al Parco di Gianola e del Monte di Scauri.
Il ponte di Acquatraversa e il muro di Nerva
Completano l'elenco dei siti archeologici il ponte romano di Acquatraversa, nella zona omonima fra il centro e Gianola, e il complesso detto del muro di Nerva, nei pressi del porto, una struttura romana che arriva direttamente al mare. Il nome di Nerva è tradizionale: l'imperatore, nato a Narni, non ha con Formia un legame documentato, ma il toponimo resiste da secoli.
Il Castello Miramare di Formia
In località Pagnano, a poca distanza da piazza Sant'Erasmo, il Castello Miramare risale al XV secolo ed è oggi un hotel con ristorante rinomato. Non va confuso con l'albergo Miramare di San Pietro, l'ex villa dei Savoia: due Miramare per una sola città, e i formiani li distinguono da sempre chiamando «il castello» il primo.
Il Museo Archeologico Nazionale di Formia
La storia del museo e gli Stalloni dei Borbone
Il Museo Archeologico Nazionale di Formia occupa un'ala del settecentesco palazzo municipale, in via Vitruvio 184, nota come Stalloni dei Borbone perché ospitava le scuderie reali. Nasce da lontano: un primo Antiquarium cittadino fu distrutto dalla guerra, un secondo aprì nel 1968, e il museo attuale fu inaugurato nel 1997 come ampliamento di quest'ultimo. Oggi dipende dalla Direzione regionale Musei nazionali Lazio, la stessa che gestisce Sperlonga, e con Sperlonga condivide il biglietto integrato da 10 euro valido trenta giorni, un'occasione che consiglio a chiunque passi due giorni sulla Riviera di Ulisse.
Le sculture del foro di Formia
La collezione è quasi tutta scultura, di livello alto, databile fra il I secolo avanti Cristo e il II dopo Cristo, cioè i decenni della massima ricchezza di Formiae. Il nucleo principale sono le statue onorarie, maschili e femminili, trovate nell'area del foro, quella di piazza Mattej: ritraggono patroni della città, magistrati locali e membri della famiglia imperiale. Fra i pezzi che vale la pena cercare c'è il ritratto di Gaio Cesare, il nipote di Augusto morto giovane nel 4 dopo Cristo, che Formia onorò come tutte le città fedeli alla casa Giulia. Accanto, tre statue virili, una figura in atto di sacrificare, due figure femminili panneggiate, una testa velata e ritratti di anziani rientrati da Napoli, dove erano confluiti nel Museo Archeologico Nazionale quando Formia faceva parte del Regno: una restituzione recente che ha ridato coerenza alla raccolta.
Le ville marittime nel museo di Formia
La seconda sezione raccoglie elementi architettonici, corredi funerari e sculture di divinità e soggetti mitologici provenienti dalle ville marittime della costa: quelle di Caposele, di Vindicio, di Gianola. È il contrappunto necessario alle statue del foro: là la città pubblica, qui il lusso privato. La visita richiede circa 45 minuti; l'accesso è completamente accessibile per chi ha difficoltà motorie; i gruppi entrano fino a venti persone più la guida. Conviene visitare il museo prima del Cisternone e delle ville, e non dopo: le statue danno i volti ai luoghi.

Il mare di Formia: Vindicio, Acquatraversa, Gianola e l'Oasi blu
Le spiagge di Formia da ovest a est
Vindicio è la spiaggia storica, a ovest del porto, lunga, di sabbia, con la pineta alle spalle, gli stabilimenti e i tratti liberi, chiusa a ponente dal porticciolo di Caposele; è la più comoda dal centro e la più frequentata. Acquatraversa e Santo Janni sono le calette a est, più raccolte, con scogli e fondali bassi. Gianola, all'estremità orientale, è la spiaggia dentro il parco, con il promontorio della villa di Mamurra sopra la testa, e prosegue verso Scauri e Minturno. Formia ha la Bandiera Blu e le Tre Vele del Touring Club e di Legambiente; le condizioni di balneazione vanno comunque controllate stagione per stagione sui canali del Comune. Ai lettori che chiedono qual è la spiaggia «migliore» rispondo con una domanda: con i bambini, Vindicio; per il mare, Gianola.
L'Oasi blu di Gianola, l'area marina del WWF a Formia
A Gianola il WWF ha istituito una delle sue Oasi blu. Il fondale corre parallelo alla costa e arriva a circa quattro metri di profondità; il fondo è misto ma prevalentemente roccioso, con una sorgente sottomarina e una vasca per le tartarughe; la fauna è quella tirrenica tipica, varia e ancora ricca. Settembre è il mese ideale per le immersioni e lo snorkeling: acqua ancora calda, visibilità migliore, bagnanti pochi. Alla guida dell'Oasi blu di Gianola rimando per orari e regole di accesso.

I parchi intorno a Formia: Riviera di Ulisse, Gianola, Aurunci
Formia è dentro tre aree protette. Il Parco regionale Riviera di Ulisse unisce Gianola e Monte di Scauri, Monte Orlando a Gaeta e la villa di Tiberio a Sperlonga in un unico ente. Il Parco di Gianola e del Monte di Scauri è la parte formiana, con sentieri sul promontorio fra macchia mediterranea e rovine romane. Alle spalle della città, il Parco naturale dei Monti Aurunci sale fino ai 1.500 metri del Petrella e conserva, sopra Maranola, il santuario rupestre di San Michele Arcangelo e la vetta del Redentore. Chi vuole un'idea dei Monti Aurunci come catena, prima ancora che come parco, trova qui la guida. La villa comunale del 1893, infine, è il giardino sul mare dove i formiani passeggiano la sera.
Il porto di Formia e le isole Pontine
Il porto è la porta delle isole. Da Formia partono i traghetti e gli aliscafi per Ponza e Ventotene, e per chi viene da Roma è l'imbarco più comodo insieme ad Anzio e Terracina. La guida a Ponza e la guida a Ventotene spiegano cosa aspettarsi una volta sbarcati. Il porto commerciale, con i pescherecci e il mercato del pesce, è anche la ragione per cui a Formia si mangia pesce vero, non pesce da turisti.
La cucina di Formia e del Golfo di Gaeta
La tavola formiana è quella del golfo. La tiella di Gaeta, prodotto agroalimentare tradizionale del Lazio, è una pizza chiusa ripiena di polpi, di scarola e olive, di baccalà o di cipolle: la si trova nei forni di Mola e di via Vitruvio e si mangia a temperatura ambiente, sulla spiaggia. Poi la pizza farcita, l'insalata di fave e lenticchie, i paccheri con porcini e mazzancolle, un piatto che tiene insieme la montagna degli Aurunci e il mare, e la pezzogna al forno con le patate, il pagello di fondale che è il pesce più tipico del golfo. Dalle colline arrivano i formaggi: il pecorino romano DOP, la ricotta, e la mozzarella di bufala campana DOP, perché la piana del Garigliano è a un passo e la bufala non conosce confini regionali. Le olive di Gaeta, che in realtà nascono a Itri e sui monti intorno, chiudono ogni antipasto. Il consiglio è uno solo: chiedete la pezzogna, e se non c'è, il pescato del giorno; lasciate perdere i menù turistici con i gamberi surgelati.
Formia nello sport: il centro di preparazione olimpica
A Formia ha sede il Centro di Preparazione Olimpica del CONI, intitolato a Bruno Zauli, dove dagli anni Cinquanta si allenano gli atleti azzurri dell'atletica leggera e di altre discipline, attratti dallo stesso clima che Marziale lodava duemila anni fa. Non è visitabile, ma spiega perché in città si incrociano tanti atleti in tuta, e perché Formia ha una tradizione sportiva che va oltre la spiaggia. Nel 2026 la città ha ospitato di nuovo, dopo 52 anni, la partenza di una tappa del Giro d'Italia.
La storia di Formia dai Lestrigoni alla ricostruzione
Il mito: Ulisse, i Lestrigoni e il Sinus Formianus
Le origini di Formia si perdono nel mito e si legano al ritorno di Ulisse. Tutta la tradizione antica colloca in questo tratto di costa la terra dei Lestrigoni, i giganti cannibali del canto decimo dell'Odissea, al cui porto approdarono le navi di Ulisse: solo la sua si salvò, perché l'eroe l'aveva ormeggiata fuori dalla baia. È da questa identificazione, già nota agli eruditi romani, che la costa fra Sperlonga e Minturno ha preso nel Novecento il nome di Riviera di Ulisse. Una seconda tradizione, riportata dalle fonti antiche, vuole Formia fondata dai Laconi, cioè da coloni spartani: è il modo con cui le città del Lazio meridionale, come tante in Magna Grecia, si diedero un'origine ellenica nobile. Per oltre due millenni il golfo si chiamò Sinus Formianus, il golfo di Formia, e solo in età moderna prese il nome di Gaeta.
Formia aurunca e la conquista romana
Di formazione preitalica e aurunca, come dimostrano le mura poligonali conservate lungo la costa e a Castellone, Formia entrò nell'orbita di Roma con la conquista del territorio fra V e IV secolo avanti Cristo e fu compresa nel Latium adiectum. Nel 338 avanti Cristo, o forse nel 332, ricevette la civitas sine suffragio, la cittadinanza senza diritto di voto, insieme a Fondi: Livio spiega che i Romani premiavano così le due città perché il passaggio attraverso il loro territorio era sempre stato sicuro. Il passaggio era così importante che nel 312 avanti Cristo la via Appia di Appio Claudio Cieco fu tracciata proprio per Formia, e nel 188 avanti Cristo la città ottenne la cittadinanza piena. La guida al Parco dell'Appia Antica racconta l'altro capo di quella strada, quello romano.
Formia romana: le ville di Mamurra, Mecenate e Cicerone
Fra la tarda Repubblica e il primo Impero Formiae fu una delle località di villeggiatura più apprezzate dell'aristocrazia romana. Le ville celebri erano quelle di Mamurra a Gianola e di Mecenate, e sopra tutte quella di Cicerone, il Formianum, una delle sue case di campagna predilette, da cui scrisse molte lettere ad Attico. Ed è a Formia che Cicerone morì, il 7 dicembre del 43 avanti Cristo, per mano dei sicari di Antonio, mentre tentava di sottrarsi alle proscrizioni del secondo triumvirato. Nei secoli successivi la città continuò a prosperare: il teatro augusteo, l'anfiteatro claudio, il Capitolium adrianeo, il Cisternone e le statue del foro sono le tappe di quella prosperità.
Il Medioevo: Mola e Castellone, i due borghi di Formia
Con la caduta dell'Impero d'Occidente Formia fu saccheggiata; dopo le invasioni e la guerra greco-gotica gli abitanti si rifugiarono sulle colline, la città romana si spopolò e nel IX secolo, con le incursioni saracene, anche la sede vescovile e le reliquie di Sant'Erasmo passarono a Gaeta. Ne nacquero due nuclei, diventati poi sobborghi di Gaeta: Mola di Gaeta, sul mare, che prendeva il nome dai mulini in attività, dove alla fine del XIII secolo Carlo II d'Angiò eresse il fortilizio; e Castellone, sulla collina, intorno al castello di Onorato I Caetani. Per secoli i due rioni furono separati da giardini e agrumeti, come mostrano le carte del Cinquecento e del Settecento: la Formia fra Mola e Castellone era una campagna di aranci. Il comune di Mola e Castellone nacque nel 1820 dalla fusione dei due borghi; nel 1862, con il Regno d'Italia, riprese il nome antico di Formia, e nel 1928 incorporò i comuni di Castellonorato e Maranola.
Il 1944: Formia sulla Linea Gustav
Nel gennaio del 1944 e nei mesi seguenti Formia subì danni pesantissimi, perché si trovava al margine della Linea Gustav, il fronte tedesco che correva dal Garigliano a Cassino e che è ricordato per la distruzione di Montecassino e per le battaglie di Mignano Monte Lungo. I bombardamenti alleati e le demolizioni tedesche cancellarono la cinta di Castellone con dieci delle sue dodici torri, le chiese di Mola, i palazzi, l'Antiquarium. Gran parte del patrimonio storico e artistico andò perduto, e quanto resta va letto tenendo conto di quella perdita. Chi vuole capire cosa fu quel fronte trova la guida all'Abbazia di Montecassino e quella a Cassino.
Lo stemma di Formia: la fenice e il motto Post Fata Resurgo
Il 5 dicembre 1863 il consiglio comunale, presieduto dal sindaco Gaetano Rubino, incaricò il pittore formiano Pasquale Mattej di disegnare lo stemma di una città che, dopo secoli come sobborgo di Gaeta, aveva ripreso il proprio nome e voleva risorgere. Mattej, che tre anni prima era sceso per primo nel Cisternone, consegnò in pochi giorni un bozzetto ad acquerello: l'Araba Fenice che risorge dal rogo e spicca il volo verso un sole splendente in alto a destra, con il motto Post Fata Resurgo, «dopo la morte risorgo». Con regio decreto del 17 aprile 1865 lo stemma fu adottato ufficialmente, con questa blasonatura: d'azzurro alla fenice nella sua immortalità, al naturale, mirante un sole d'oro nel cantone destro del capo, con la bordatura di ventiquattro pezzi di verde, d'argento e di rosso alternati; lo scudo cimato da corona murale d'oro aperta di quattro porte e sormontata da cinque merli, accostato da due rami di palma di verde decussati sotto la punta e legati di rosso, con la lista del motto in lettere maiuscole romane di nero. Un secolo dopo, nel 1944, la fenice avrebbe dovuto risorgere una seconda volta: il motto di Mattej si è rivelato profetico.

Una curiosità su Formia (LT)
La curiosità riguarda il poeta più velenoso di Roma e il cavaliere più ricco di Formia. Mamurra, nato qui, seguì Cesare in Gallia come praefectus fabrum, il responsabile del genio militare, e ne tornò così ricco da essere il primo a Roma, secondo Plinio, a rivestire di marmo tutte le pareti della propria casa sul Celio e a usare colonne di marmo massiccio. Catullo, che detestava lui e Cesare, gli dedicò alcuni dei carmi più feroci della letteratura latina, chiamandolo con un soprannome osceno; Orazio, una generazione dopo, raccontando il viaggio a Brindisi nelle Satire, chiama Formia «la città dei Mamurra», e la battuta è rimasta. Duemila anni dopo, quel cavaliere insultato in versi ha dato il nome a una strada del centro, via Mamurra, dove si conserva la scala del Capitolium, e alla grande villa sul promontorio di Gianola. È uno dei casi più curiosi di ribaltamento della fama: l'uomo che Catullo voleva cancellare è oggi uno dei nomi più ripetuti di Formia, mentre la villa di Cicerone, il grande, resta un'attribuzione tradizionale. La seconda curiosità, minore ma reale, sta in un dato idraulico: le sorgenti di Santa Maria la Noce, che riempivano il Cisternone del I secolo avanti Cristo, sono le stesse intorno a cui i benedettini costruirono nell'XI secolo il loro eremo. A Formia l'acqua ha scelto i luoghi prima degli uomini.
Una cosa che non ti dice nessuno su Formia (LT)
Quasi nessuno dice che la fine del Regno delle Due Sicilie fu firmata a Formia, e non a Gaeta. L'assedio durò dal novembre 1860 al febbraio 1861, con Francesco II e la regina Maria Sofia chiusi nella fortezza di Gaeta sotto il fuoco dell'artiglieria piemontese del generale Cialdini. Cialdini aveva messo il quartier generale a Villa Caposele, la villa attribuita a Cicerone che era stata, fino a pochi mesi prima, la residenza estiva dello stesso Francesco II e di suo padre Ferdinando II. La capitolazione fu firmata il 13 febbraio 1861 dentro quella villa. Chi passeggia sul lungomare di Vindicio davanti alla garitta borbonica del 1854 guarda il luogo dove un regno di sette secoli si è chiuso con una firma, in casa propria e con i vincitori seduti al proprio tavolo. La seconda cosa che non si dice è più pratica: i criptoportici sotto la villa comunale e la peschiera romana davanti si vedono gratis, dal lungomare, nelle ore di bassa marea del pomeriggio; chi arriva la mattina vede solo acqua. La terza riguarda la stazione: il piazzale copre un anfiteatro. Tre notizie che non compaiono in nessun dépliant e che cambiano il modo di camminare per la città.
Il consiglio che ti do per visitare Formia (LT)
Prenotate il Cisternone prima di tutto il resto. È l'unica visita che non si improvvisa, si fa solo con accompagnamento e a orari fissi, e quando i turni sono pieni non c'è modo di entrare; il numero è il 349 5328280. Costruite la giornata intorno a quell'orario. Il percorso consigliato è questo: si comincia dal museo in via Vitruvio, 45 minuti, per dare un volto alla città romana; si sale a Castellone per il Cisternone e le due torri, un'ora e mezza fra visita e vicoli; si scende al lungomare per la villa comunale, la peschiera nel pomeriggio, e si prosegue a piedi lungo il porto fino a Mola e alla Torre. Se c'è un'auto, la Tomba di Cicerone e la fontana di San Remigio si vedono in mezz'ora andando verso Itri, meglio nel tardo pomeriggio con la luce radente sull'Appia. Il mare, Vindicio o Gianola, va tenuto per un secondo giorno o per la mattina presto. Il periodo migliore è fra maggio e giugno, o settembre: in luglio e agosto Formia è una città di villeggiatura piena e le visite guidate si esauriscono in fretta. Se avete un solo giorno e dovete scegliere fra il museo e il Cisternone, scegliete il Cisternone: le statue si trovano altrove, una cisterna così no. E comprate il biglietto integrato con Sperlonga, dieci euro per trenta giorni: la villa di Tiberio a Sperlonga è a venti chilometri e completa il racconto delle ville del golfo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che Cicerone morì a Formia. Pochi ricordano come. Il 7 dicembre del 43 avanti Cristo l'oratore, iscritto nelle liste di proscrizione dal secondo triumvirato per volontà di Antonio, lasciò la villa del Formianum in lettiga, diretto al mare per imbarcarsi verso la Grecia. Aveva già tentato la fuga da Astura e vi aveva rinunciato, incapace di lasciare l'Italia. I sicari, il centurione Erennio e il tribuno militare Popilio Lenate, che Cicerone anni prima aveva difeso in un processo per parricidio, lo raggiunsero in un viale della villa, o sulla strada verso Gaeta secondo le versioni. I servi volevano combattere; Cicerone lo vietò, fece fermare la lettiga, sporse il capo e ordinò di colpire. Aveva 63 anni. Per ordine di Antonio gli furono tagliate la testa e le mani che avevano scritto le Filippiche, e furono inchiodate ai rostri del Foro, la tribuna da cui aveva parlato per quarant'anni. Plutarco racconta che Fulvia, la moglie di Antonio, trafisse la lingua del morto con uno spillone. Il racconto è di Plutarco, con Livio citato da Seneca il Vecchio: fonti antiche, non contemporanee, ma concordi sul luogo. Da allora Formia è, per chiunque abbia studiato il latino, il posto in cui la Repubblica ha smesso di parlare. Il mausoleo sull'Appia non ha un'iscrizione che lo confermi, e va detto con chiarezza: la tomba è una tradizione; la morte a Formia è un fatto.
La foto giusta da fare a Formia (LT)
La fotografia che racconta Formia è quella dalla punta del Redentore, sopra Maranola: la città in basso, il porto, il promontorio di Gaeta a destra, Gianola e la foce del Garigliano a sinistra, le isole Pontine all'orizzonte nelle giornate limpide. Si raggiunge con il sentiero di tre chilometri che parte da Maranola e passa dal santuario rupestre di San Michele Arcangelo: due ore in salita, scarpe da montagna, acqua, e la luce migliore è quella della tarda mattinata invernale, quando l'aria è pulita dal vento di tramontana. Per chi non vuole camminare, la seconda foto è dal molo del porto verso la Torre di Mola, con il campanile di San Giovanni Battista e la montagna dietro, al tramonto, quando il cilindro bianco della torre prende la luce arancione e le barche sono rientrate. La terza, per chi ama i sotterranei, è dentro il Cisternone: un pilastro in primo piano, la fuga delle navate dietro, il riflesso sull'acqua; la luce è bassa e serve un tempo lungo, il treppiede in genere non è ammesso, quindi si appoggia la macchina a un pilastro e si aspetta. Una foto che sconsiglio è quella della Tomba di Cicerone dalla strada: il traffico dell'Appia la rovina; va fatta dall'interno del recinto nei giorni di apertura, con il basamento in primo piano.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il 312 avanti Cristo, quando il censore Appio Claudio Cieco fa passare la sua via da Roma a Capua per Formia, è la data in cui la città entra nella rete dell'Italia romana; da lì in poi, per sei secoli, chiunque viaggi fra Roma e il Sud passa di qui. Il 7 dicembre del 43 avanti Cristo è la morte di Cicerone, l'avvenimento per cui Formia è nei libri di scuola di mezzo mondo. Il 2 giugno del 303, secondo la tradizione, il martirio del vescovo Erasmo, che darà alla città il santo e la sede episcopale per cinque secoli. Nel IX secolo lo spopolamento: le incursioni saracene svuotano la città romana e portano la cattedra e le reliquie a Gaeta; Formia scompare come nome per quasi mille anni e sopravvive come Mola e Castellone. Nel 1296 Carlo II d'Angiò costruisce la torre di Mola; nella seconda metà del Trecento Onorato I Caetani il castello di Castellone: nascono i due borghi che sono ancora il centro storico. Nel 1791 il principe di Caposele ospita nella sua villa due re, quello di Sardegna e quello di Napoli. Nel 1820 Mola e Castellone si uniscono in un solo comune; il 13 febbraio 1861 a Villa Caposele si firma la capitolazione di Gaeta e finisce il Regno delle Due Sicilie; nel 1862 il comune riprende il nome di Formia, e nel 1865 la fenice diventa il suo stemma. Nel 1985 quattro ragazzi del quartiere rientrano nel Cisternone e lo mappano; nel 2003 il Cisternone riapre. In mezzo, il gennaio del 1944: la Linea Gustav, i bombardamenti, la città distrutta e poi ricostruita, la fenice per la seconda volta. Sono duemilatrecento anni raccontati da una decina di date, e a Formia ognuna ha ancora un luogo dove andare a guardarla.
Chi è passato da Formia (LT)
L'elenco comincia con Ulisse, se si accetta il mito, e con i Lestrigoni che lo accolsero a modo loro. Poi i nomi certi. Cicerone, che nel Formianum scrisse decine di lettere ad Attico e vi morì il 7 dicembre del 43 avanti Cristo. Mamurra, il cavaliere formiano arricchito in Gallia con Cesare, padrone della villa di Gianola, bersaglio di Catullo. Mecenate, che secondo la tradizione ebbe qui una villa. Marziale, che a Formia dedicò l'epigramma sul «dolce lido» e l'amico Apollinare che vi villeggiava. Sant'Erasmo, vescovo e martire, nel 303. Carlo II d'Angiò, che fortificò Mola nel 1296, e Onorato I Caetani, conte di Fondi, che costruì il Castellone. Nel 1791 Vittorio Emanuele I di Savoia e Ferdinando IV di Borbone, ospiti insieme a Villa Caposele. Ferdinando II, che comprò la villa nel 1852, e Francesco II, che vi passò le ultime estati da re e vi vide firmare la propria fine nel 1861, mentre il generale Enrico Cialdini vi teneva il comando dell'assedio. I Savoia, che dopo l'Unità si fecero una villa reale a San Pietro sui ruderi di una villa romana. Pasquale Mattej, il pittore che scese nel Cisternone nel 1860 e disegnò lo stemma nel 1863. I principi Torlonia, che alla fine dell'Ottocento costruirono la villa di Vindicio. Antonio Sicurezza, il pittore formiano del Novecento le cui tele sono in quasi tutte le chiese della città. Alberto Sordi, che a Vindicio ebbe la villa che porta ancora il suo nome. E generazioni di atleti azzurri, che dal dopoguerra si allenano al centro olimpico del CONI. Formia ha ospitato oratori, poeti, re e martiri, ma a ben vedere il passante più illustre resta la via Appia: tutti gli altri sono arrivati con lei.
Come arrivare a Formia da Roma e come muoversi
In treno è la soluzione migliore: la stazione di Formia-Gaeta, sulla linea Roma-Napoli via Formia, è servita da regionali e Intercity da Roma Termini, con tempi da poco più di un'ora a un'ora e mezza; da Napoli Centrale il tempo è simile. La stazione è a 400 metri dal museo e a un chilometro dal porto. In auto dall'A1 si esce a Cassino e si scende con la statale 630 Ausonia, 50 chilometri; dalla Pontina e dalla Flacca, invece, si arriva costeggiando Terracina, Sperlonga e Gaeta, la strada più bella e più lenta. In città si cammina: dal museo a Castellone sono dieci minuti in salita, dal porto a Mola quindici minuti in piano lungo il mare. Per Gianola, la Tomba di Cicerone e Maranola serve l'auto o l'autobus urbano. I parcheggi comunali sono lungo il lungomare e intorno al municipio. Chi arriva in nave da Ponza o Ventotene sbarca al porto e ha il centro a portata di piedi.
Formia (LT) con i bambini e l'accessibilità
Formia con i bambini funziona bene, a patto di dosare. Il Cisternone piace moltissimo ai ragazzi dai sette anni in su, per il buio e l'acqua, ma è umido e ha gradini: per i passeggini non è adatto. Il museo è completamente accessibile per chi ha difficoltà motorie e si gira in tre quarti d'ora, la misura giusta per una famiglia. La villa comunale e il lungomare sono piani e passeggiabili; la peschiera romana, nelle ore di bassa marea, è un gioco d'osservazione. Castellone ha vicoli in salita e scale, come tutti i borghi collinari. La spiaggia di Vindicio, con fondale che degrada dolcemente, è la più indicata per i piccoli; l'Oasi blu di Gianola per i ragazzi che sanno nuotare e vogliono provare la maschera. La Tomba di Cicerone è visita breve e all'aperto: la storia della testa e delle mani ai rostri, raccontata con misura, resta impressa più di qualsiasi lezione.
Cosa c'è intorno a Formia: Gaeta, Itri, Minturno, Sperlonga
A ovest, a otto chilometri, Gaeta con la Montagna Spaccata, il castello e la cattedrale che custodisce le reliquie di Sant'Erasmo portate via da Formia, e la spiaggia di Sant'Agostino. Sull'Appia verso l'interno, Itri con il castello e le olive, e sulla stessa strada la Tomba di Cicerone e la fontana di San Remigio. A est, oltre Gianola, Minturno con l'area archeologica di Minturnae, il teatro e l'acquedotto, e il Ponte Real Ferdinando sul Garigliano. Verso nord, a venti chilometri, Sperlonga e la villa di Tiberio, con il biglietto integrato del museo. Più lontano, nella valle del Liri, Arpino, la città natale di Cicerone: chi vuole chiudere il cerchio comincia da Arpino e finisce sull'Appia di Formia, dove la storia dell'arpinate si è conclusa.
Quando andare a Formia e quando evitarla
Maggio, giugno e settembre sono i mesi giusti: mare già o ancora caldo, visite guidate disponibili, città viva ma non piena. Luglio e agosto sono i mesi della villeggiatura, con il lungomare pieno, i parcheggi introvabili e i turni del Cisternone esauriti; chi viene d'estate prenoti con settimane di anticipo. L'inverno è mite, come diceva Marziale, e regala le giornate più limpide per la salita al Redentore e la foto del golfo; molte chiese però aprono solo la domenica e le aperture straordinarie della Tomba di Cicerone si diradano. Il 1 giugno la sera di Sant'Anna a Castellone e il 2 giugno la festa di Sant'Erasmo sono le date della tradizione; a dicembre il presepe di Sant'Anna e quello nel teatro romano. Evitate i giorni di libeccio forte: il lungomare diventa impraticabile e le peschiere spariscono sotto le onde.
Domande veloci su Formia (LT)
Quanto costa il Museo Archeologico Nazionale di Formia?
Il biglietto intero costa 5 euro, il ridotto 2 euro per i giovani dai 18 ai 25 anni; il biglietto integrato con il museo e la villa di Tiberio a Sperlonga costa 10 euro e vale trenta giorni. Valgono le gratuità di legge dei musei statali.
Quali sono gli orari del museo di Formia?
Martedì, venerdì, sabato e domenica dalle 8:30 alle 19:30, ultimo ingresso alle 19:00. Chiuso lunedì, mercoledì e giovedì, oltre al 1 gennaio e al 25 dicembre.
Si può visitare il Cisternone romano di Formia liberamente?
No. Si entra solo con visita accompagnata, a turni di orario fisso, prenotando al 349 5328280 o scrivendo a sinusformianus@gmail.com. L'accesso è a pagamento e l'ingresso è da via Rampa Capo Castello, nel quartiere di Castellone.
Quanto dura la visita del Cisternone di Formia?
Fra i trenta e i quarantacinque minuti. Dentro fa fresco tutto l'anno e il pavimento può essere umido: servono scarpe chiuse e una giacca leggera anche in agosto.
La Tomba di Cicerone a Formia è sempre aperta?
No. Il mausoleo sulla via Appia apre a calendario, con visite guidate gratuite di circa mezz'ora a cura della Direzione regionale Musei nazionali Lazio, su prenotazione al 349 5328280. Dall'esterno, dalla strada, si vede sempre.
Cicerone è sepolto davvero nella Tomba di Cicerone?
Non è documentato. Il mausoleo non ha iscrizioni e l'attribuzione è una tradizione, sostenuta dalla posizione accanto alla villa, dai racconti antichi della sua morte a Formia e dalle dimensioni del monumento. La morte a Formia, il 7 dicembre del 43 avanti Cristo, è invece un fatto storico.
Quanto tempo serve per visitare Formia?
Una giornata piena per museo, Cisternone, Castellone, lungomare e Mola; una seconda per la Tomba di Cicerone, Gianola e il mare. Chi ha mezza giornata scelga museo e Cisternone.
Formia si visita in un giorno da Roma?
Sì. Con il treno da Termini si arriva in poco più di un'ora con i collegamenti rapidi; il museo è a 400 metri dalla stazione e Castellone a dieci minuti a piedi. Il Cisternone va prenotato prima di partire.
Qual è la spiaggia più bella di Formia?
Vindicio è la più comoda e adatta ai bambini, con sabbia e pineta; Gianola, dentro il parco e accanto all'Oasi blu, ha il mare più bello. Acquatraversa e Santo Janni sono le calette intermedie, più raccolte.
Dove si trova la Torre di Mola a Formia?
In via Abate Tosti, nel rione di Mola, accanto alla chiesa di San Giovanni Battista, a quindici minuti a piedi dal porto lungo il mare. Il piano terra ospita l'Archivio storico comunale e le mostre; i piani superiori non sono accessibili.
Che cosa si vede nel museo di Formia?
Statue onorarie del foro romano, fra cui il ritratto di Gaio Cesare nipote di Augusto, sculture rientrate da Napoli, e reperti dalle ville marittime della costa: elementi architettonici, corredi funerari, divinità e soggetti mitologici. Tutto databile fra il I secolo avanti Cristo e il II dopo Cristo.
Formia è accessibile in sedia a rotelle?
Il museo sì, completamente. Il lungomare e la villa comunale sono piani. Il Cisternone e i vicoli di Castellone hanno gradini e pendenze e non sono adatti; la Tomba di Cicerone ha un accesso su terreno naturale.
Si possono fare fotografie nel museo e nel Cisternone di Formia?
Nel museo le fotografie personali senza flash sono consentite; per le foto professionali si scrive alla Direzione regionale. Nel Cisternone si fotografa durante la visita, senza flash e senza treppiede, salvo diversa indicazione della guida.
Dove parcheggiare a Formia?
Nei parcheggi comunali lungo il lungomare e intorno al municipio di via Vitruvio, a pochi minuti dal museo. In estate conviene arrivare la mattina presto o in treno.
Da Formia si va a Ponza e Ventotene?
Sì, dal porto partono traghetti e aliscafi per entrambe le isole. Gli orari cambiano con la stagione e vanno controllati sui siti delle compagnie di navigazione.
Che differenza c'è fra Formia e Gaeta?
Gaeta ha un centro storico compatto sul promontorio, il castello, la cattedrale e la Montagna Spaccata; Formia ha una città ricostruita con i monumenti dispersi, ma un patrimonio romano più profondo: il Cisternone, la Tomba di Cicerone, le ville, il museo. Gaeta si guarda, Formia si legge. Sono a otto chilometri e si visitano insieme.
Che cosa si mangia a Formia?
La tiella di Gaeta, la pezzogna al forno con le patate, i paccheri con porcini e mazzancolle, l'insalata di fave e lenticchie, la mozzarella di bufala e il pecorino delle colline, le olive di Gaeta.
Quando è la festa del patrono di Formia?
San Giovanni Battista è il patrono; Sant'Erasmo, il santo storico della città, si celebra il 2 giugno, e la sera del 1 giugno Castellone festeggia Sant'Anna con l'apertura della chiesa.
Formia ha la Bandiera Blu?
Sì, e le Tre Vele del Touring Club Italiano e di Legambiente. La qualità delle acque va comunque verificata sui canali del Comune stagione per stagione.
Perché Formia si chiama così?
Dal greco Hormiai, «approdo», per il riparo che il golfo offriva alle navi; una seconda ipotesi rimanda al latino formus, «caldo». Il golfo stesso si chiamò Sinus Formianus per oltre duemila anni.
Che cosa vuol dire Post Fata Resurgo sullo stemma di Formia?
«Dopo la morte risorgo». È il motto della fenice disegnata da Pasquale Mattej nel 1863 e adottata con regio decreto del 17 aprile 1865, per una città che aveva ripreso il proprio nome antico nel 1862.
Quanti abitanti ha Formia?
Circa 37.000 residenti, che in estate aumentano sensibilmente con la villeggiatura. Comprende le frazioni di Maranola, Castellonorato e Trivio, oltre ai rioni storici di Mola e Castellone.
Formia vale una deviazione dalla strada per Gaeta o per Napoli: fermatevi mezza giornata, prenotate il Cisternone e scendete sotto Castellone. Non c'è un altro posto nel Lazio dove si cammini dentro l'acqua che dissetava una città romana, con le case di oggi sopra la testa. Tutto il resto di Formia, Cicerone compreso, viene dopo quella discesa.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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