Museo della Terra Pontina

Museo della Terra Pontina, piazza del Quadrato 24, 04100 Latina, all'interno del palazzo che fu dell'Opera Nazionale Combattenti. Ingresso gratuito, biglietteria inesistente perché non serve. Apertura dal martedì al sabato in fascia mattutina, indicativamente dalle 10 alle 13.30, con alcune aperture pomeridiane infrasettimanali; lunedì chiuso; la domenica e i festivi si entra su prenotazione, e anche per i gruppi e le visite guidate la prenotazione è la regola. Telefono 0773 400088 e 335 5286652, posta elettronica museo.terrapontina@hotmail.it: prima di mettersi in macchina conviene una telefonata, perché gli orari pomeridiani riportati dai repertori istituzionali non coincidono fra loro. Latina non ha metropolitana: la stazione ferroviaria è a Latina Scalo, sulla linea Roma-Formia-Napoli, e dista circa nove chilometri dal centro cittadino, il record nazionale di lontananza fra un capoluogo di provincia e la sua stazione; da lì si prosegue con gli autobus urbani o in taxi. In automobile si arriva dalla via Pontina e si parcheggia sulla piazza, che è larga e quasi sempre libera. Visita da un'ora abbondante se si cammina, da due e mezza se si legge.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Se stai costruendo un itinerario nel Lazio meridionale, la pagina delle attrazioni turistiche aiuta a incastrare questa tappa con le altre della pianura pontina.

Museo della Terra Pontina
Museo della Terra Pontina

Che cos'è il Museo della Terra Pontina e perché conviene andarci

Il Museo della Terra Pontina è il primo istituto che si sia assunto, in forma stabile, il compito di conservare la memoria storica dell'Agro Pontino. Non è un museo d'arte e non è un museo archeologico: è un museo etnografico e storico, di quelli che la museologia italiana chiama demoetnoantropologici, e il suo oggetto è una vicenda del Novecento che nel raggio di venti chilometri ha cambiato il paesaggio, la popolazione, la lingua parlata nei campi e persino il profilo sanitario di un pezzo d'Italia.

La raccolta nasce da una ricerca avviata nel 1991 dall'Associazione "Don Vincenzo Onorati" e cresce quasi tutta per donazione: famiglie che aprono un cassetto, che tirano fuori una fotografia sbiadita, un contratto di colonia, una zappa, un ferro da stiro a carbone. L'allestimento aperto al pubblico risale al 1999, e nel luglio del 2024 il museo ha celebrato il venticinquesimo anniversario con una giornata intitolata "Il Museo comunica la sua storia". Oggi conta all'incirca un migliaio di reperti distribuiti in cinque sezioni, è accreditato dalla Regione Lazio e riconosciuto dal Ministero della Cultura, ed è inserito nel progetto Ecomuseo dell'Agro Pontino come centro di interpretazione.

Ti do subito la mia opinione, senza giri: è uno dei musei più onesti del Lazio. Onesto perché non ha niente da vendere, perché non fa scenografia, perché mette in vetrina oggetti poveri e li lascia parlare. Chi arriva aspettandosi effetti speciali resta deluso in dieci minuti. Chi arriva con la voglia di capire come si costruisce una provincia dal nulla esce dopo due ore con la testa piena.

Dove si trova il Museo della Terra Pontina e come ci si arriva

L'indirizzo esatto del Museo della Terra Pontina

Piazza del Quadrato 24, a Latina. Il numero civico va detto con una minima cautela: i repertori istituzionali oscillano fra il 24 e il 22, e in piazza la questione si risolve in tre secondi guardando l'unico edificio storico affacciato sullo spiazzo. È il palazzo dell'ex Opera Nazionale Combattenti, riconoscibile per la mole compatta, l'intonaco chiaro e il taglio razionalista addolcito che era la cifra dell'architetto Oriolo Frezzotti.

In treno e con i mezzi pubblici verso il Museo della Terra Pontina

La stazione di Latina si trova a Latina Scalo, circa nove chilometri a nord del centro, sulla dorsale tirrenica Roma-Formia-Napoli. È una distanza anomala per un capoluogo, conseguenza del fatto che la ferrovia esisteva prima della città: quando Littoria venne fondata, nel 1932, il binario correva già di là. Dalla stazione partono autobus urbani ed extraurbani verso Latina; i taxi ci sono, ma non sono numerosi, e nelle ore morte conviene prenotarli. Complessivamente, arrivare al Museo della Terra Pontina senza automobile richiede pazienza e un margine di tre quarti d'ora.

In automobile e dove parcheggiare

Da Roma si esce sulla via Pontina, la statale 148, e si entra a Latina dal versante settentrionale. Piazza del Quadrato è fuori dal ricciolo di strade a raggiera del centro disegnato da Frezzotti, in una zona a bassa densità dove il parcheggio è gratuito e quasi sempre disponibile. Chi arriva da sud, da Terracina o dal Circeo, percorre la Pontina in senso inverso e impiega poco più di mezz'ora. È una di quelle rare visite laziali in cui l'automobile non è un problema.

Il palazzo dell'Opera Nazionale Combattenti che ospita il Museo della Terra Pontina

L'edificio è del 1932 e porta la firma di Oriolo Frezzotti, l'architetto marchigiano al quale l'Opera Nazionale Combattenti affidò l'impianto urbanistico di Littoria: pianta a raggiera, strade che si dipartono da un centro, un disegno che i critici hanno letto come una traduzione novecentesca di schemi urbani antichi. Il palazzo dell'O.N.C. al Quadrato è una delle prime cose costruite qui, precede la città vera e propria e la spiega. Era la sede operativa dell'ente che gestiva la bonifica: uffici, alloggi per i tecnici, magazzini, il punto dove si firmavano i contratti di colonia.

Il Fondo Ambiente Italiano ha segnalato il complesso come luogo di interesse, sottolineando che la piazza e il palazzo conservano un'armonia originaria quasi intatta. Non è un giudizio di comodo: piazza del Quadrato è uno dei pochi punti dell'Agro dove la stratificazione edilizia del dopoguerra non ha cancellato le proporzioni degli anni Trenta. Ci si trova davanti a un manufatto che è insieme il contenitore e il primo reperto del Museo della Terra Pontina.

Perché si chiama Quadrato

Il toponimo non ha nulla di fascista e viene da molto più lontano: indica una misura agraria di antica tradizione, un appezzamento squadrato. Sulla cartografia prebonifica la località compariva come Cancello di Quadrato, un punto di riferimento in mezzo al nulla paludoso. Il fatto che la piazza principale del primo nucleo urbano abbia conservato quel nome contadino, invece di riceverne uno celebrativo, è una delle piccole ironie della toponomastica pontina.

Il percorso di visita del Museo della Terra Pontina, sezione per sezione

Le sezioni sono cinque e vanno percorse nell'ordine, perché il museo racconta una storia con un prima e un dopo. Chi salta la prima sala non capisce le altre.

La sezione pre-bonifica del Museo della Terra Pontina

Si comincia dall'Agro Pontino com'era: acquitrini, boschi igrofili, bufali, pastorizia transumante, carbonai, e una popolazione stagionale che scendeva a lavorare e risaliva prima dell'estate perché in estate qui si moriva. Gli oggetti sono poveri e parlanti: attrezzi da lavoro, utensili di legno e di ferro battuto, documenti catastali, carte geografiche che mostrano un territorio disegnato dall'acqua e non dall'uomo. La sezione ha il compito ingrato di smontare due luoghi comuni opposti, quello della palude disabitata e quello dell'Arcadia distrutta dalle ruspe: qui viveva gente, in condizioni durissime, e il paesaggio aveva una sua economia. Guarda con attenzione le fotografie di questa sala: sono poche, spesso mosse, e sono la sola immagine che possediamo di un mondo scomparso in quindici anni.

La sezione scientifica: la malaria

È la sala che nessuno si aspetta e che tutti ricordano. Conserva i materiali del Comitato Provinciale Antimalarico di Littoria: registri, libri, strumenti, farmaci d'epoca, confezioni di chinino, vetrini con esemplari di zanzara anofele preparati per la didattica e per il riconoscimento. Il chinino qui non è un dettaglio pittoresco. Dal 1900, con la legge che agevolava lo smercio del chinino, lo Stato italiano produsse il farmaco nello stabilimento del Monopolio di Torino e lo distribuì a prezzo controllato attraverso le rivendite di sali e tabacchi: il celebre Chinino di Stato, uno dei primi grandi interventi di sanità pubblica dell'Italia unita. La mortalità per malaria nel Paese scese da circa sedicimila decessi nel 1895 a 7.838 nel 1905. La malattia però resistette nell'Agro fino al secondo dopoguerra, quando la campagna con il DDT, condotta con l'appoggio americano e con velivoli Dakota che irroravano la pianura, ne chiuse il ciclo nel corso degli anni Cinquanta. Se ti interessa il filone, a Roma il Museo di Anatomia Comparata Battista Grassi porta il nome dello scienziato che nel 1898 individuò l'agente trasmettitore della malaria umana e avviò la profilassi antimalarica nell'Agro Romano.

Trasformazione agraria e appoderamento: la sezione dell'O.N.C.

Qui il museo entra nel merito tecnico e amministrativo, ed è la parte che gli appassionati di storia trovano più densa. Si vedono le planimetrie dei poderi, i modelli e le fotografie delle case coloniche seriali, i contratti, i libretti colonici, la contabilità dell'Opera Nazionale Combattenti. L'ente era nato con il decreto n. 1970 del 10 dicembre 1917 per assistere i reduci della Grande Guerra; negli anni Trenta divenne il braccio operativo della trasformazione pontina. I numeri documentati sono impressionanti anche a distanza di novant'anni: oltre 450 chilometri di strade, più di 1.800 chilometri di canali, circa quattromila case coloniche, quasi tremila poderi, dei quali 2.953 gestiti dall'O.N.C. e 1.748 assegnati a famiglie di coloni veneti e friulani. La cornice normativa è la legge del 24 dicembre 1928 n. 3134, la cosiddetta legge sulla bonifica integrale, e poi la legge Serpieri del 1933, che articolò l'intervento in fase sanitaria, idraulica e agraria.

Il quotidiano del pioniere, la sezione antropologica del Museo della Terra Pontina

La sezione più amata dal pubblico, e la ragione per cui vale la pena portarci un adolescente annoiato. Sono ambienti ricostruiti con gli oggetti della vita domestica e del lavoro: un grande telaio di legno grezzo, i ferri per la filatura e la tessitura, gli utensili di cucina, le biciclette d'epoca che erano il solo mezzo di trasporto di un podere isolato. Ci sono gli attrezzi dei mestieri scomparsi, l'acconciabrocche che rimetteva insieme il vasellame rotto, l'arrotino, il seggiolaio, il cordaio. Sono i mestieri ambulanti che i coloni portarono con sé dal Veneto, dal Friuli e dall'Emilia e che qui si esaurirono nel giro di due generazioni. Il museo ha scelto di non estetizzare nulla: gli oggetti sono usurati, i manici lisci per il consumo, ed è giusto così.

La sezione artistica del Museo della Terra Pontina

Chiude il percorso una raccolta artistica che riguarda la rappresentazione del territorio: dipinti, disegni, materiali grafici che documentano come l'Agro Pontino sia stato guardato e raccontato per immagini. È la sezione più piccola e la più delicata da leggere, perché mette in fila anche l'iconografia di propaganda, cioè un materiale che oggi si osserva con altri occhi. Il museo non lo nasconde e non lo celebra: lo espone come documento. È esattamente l'atteggiamento che un museo di storia contemporanea deve tenere.

Le fotografie, il vero collante del Museo della Terra Pontina

Il filo che tiene insieme le cinque sezioni è fotografico. Sono immagini spesso sbiadite, molte donate dalle famiglie, e servono a non far dimenticare gli attori sociali della vicenda: quei coloni che l'allestimento chiama pionieri e che furono gli artefici materiali della trasformazione. La scelta museografica è dichiarata: mettere l'uomo al centro, e usare codici espositivi diversi tenuti insieme dal filo antropologico. Nella pratica significa che accanto alla vetrina trovi il pannello, accanto al pannello la postazione multimediale, e che il percorso può essere letto a più livelli di profondità.

La bonifica dell'Agro Pontino raccontata dal Museo della Terra Pontina

La cronologia essenziale

Il riordino del territorio comincia prima del fascismo: nel 1918 si avviano i primi ragionamenti, nel 1924 si acquistano ventimila ettari, nel 1926 un regio decreto istituisce il Consorzio di Bonificazione dell'Agro Pontino, che arriverà a comprendere 26.567 ettari. La legge del 1928 dà lo strumento dell'esproprio dei terreni improduttivi; dal 1931 l'Opera Nazionale Combattenti ridisegna l'intera pianura, circa cinquecento chilometri quadrati. Il 30 giugno 1932 viene posta la prima pietra di Littoria; l'inaugurazione arriva il 18 dicembre dello stesso anno. Nel 1933 Littoria diventa comune, nel 1934 capoluogo di provincia. Seguono Sabaudia nel 1934, Pontinia nel 1935, Aprilia nel 1937, Pomezia nel 1939, più quattordici borgate rurali costruite dall'O.N.C.

I borghi con i nomi delle battaglie

Chi gira l'Agro Pontino oggi attraversa Borgo Podgora, Borgo Carso, Borgo Piave, Borgo Grappa, Borgo Montello, Borgo Isonzo, Borgo Montenero, Borgo San Donato, Borgo Flora, Doganella. La toponomastica è quella della Grande Guerra, coerente con la natura dell'ente costruttore, nato per i combattenti. Podgora fu il primo e all'origine si chiamava Sessano. I borghi non erano paesi: erano centri di servizio, con chiesa, scuola, ambulatorio, spaccio, azienda agraria dell'O.N.C., pensati per tenere insieme poderi sparsi su chilometri.

Da dove venivano i coloni

La stragrande maggioranza delle famiglie arrivò dal Veneto, dal Friuli e dall'Emilia-Romagna, regioni allora povere e sovraffollate, con una pressione demografica che spingeva i piccoli proprietari a vendere. Il Museo della Terra Pontina conserva le tracce di questo trapianto: i cognomi, i dialetti, gli oggetti domestici, le pratiche agricole importate. È una storia di migrazione interna italiana su larga scala, e per molti visitatori del Nord-Est la sala del quotidiano funziona come uno specchio: riconoscono gli attrezzi di casa dei nonni a settecento chilometri di distanza.

Come la storiografia legge oggi la bonifica pontina

Sul piano storiografico la vicenda è discussa da decenni e va presa per quello che è: un'operazione di ingegneria idraulica e agraria di enormi proporzioni, realizzata da un regime autoritario che ne fece uno dei propri strumenti di propaganda più efficaci. La critica urbanistica italiana ci ha lavorato presto, con "Mussolini urbanista" di Antonio Cederna, pubblicato nel 1979; studi successivi come "Mussolini architetto" di Paola Nicoloso, del 2011, e i lavori di geografia storica di Giuliano De Vecchis hanno approfondito il rapporto fra progetto tecnico, ideologia e costruzione del consenso. Le letture contemporanee insistono su tre punti: il valore materiale dell'opera, la rigidità del controllo sociale imposto ai coloni, l'uso propagandistico nazionale e internazionale della vicenda. Al Museo della Terra Pontina tutto questo è presente in filigrana, nei documenti più che nei commenti, e la mia opinione è che sia il modo migliore per trattarlo: si mostra la carta d'archivio e si lascia al visitatore la fatica del giudizio.

Una curiosità su Museo della Terra Pontina

La curiosità sta in una parola sola: quadrato. La piazza su cui affaccia il museo non prende il nome da una forma geometrica del piano urbanistico, come quasi tutti immaginano guardando la scacchiera dell'Agro. Prende il nome da una misura agraria di tradizione antica, un appezzamento squadrato di terreno, e sulle carte prebonifica il luogo compariva come Cancello di Quadrato: un varco, un riferimento in mezzo all'acquitrino, materia da mandriani e da carbonai.

Ne discende una cosa che vale la pena capire in piedi davanti all'edificio. Il palazzo dell'Opera Nazionale Combattenti che oggi ospita il Museo della Terra Pontina è del 1932, cioè della stessa annata della città, ma la logica costruttiva è rovesciata rispetto a quella urbana: prima l'ente, poi il paese. Qui c'erano gli uffici, i tecnici, la contabilità, le mappe dei poderi, e attorno non c'era ancora niente. La città di fondazione nasce dopo, a raggiera, un chilometro più in là.

C'è un dettaglio ulteriore che quasi nessuno collega. Al Quadrato, prima ancora del palazzo dell'O.N.C., funzionava un presidio antimalarico: la lotta alla zanzara precede la lotta all'acqua, ed è la ragione per cui questo luogo, e non un altro, divenne il perno delle decisioni. Il museo, ospitando proprio qui la sezione dedicata alla malaria, chiude un cerchio che è insieme topografico e sanitario. Il fatto che una toponomastica contadina sia sopravvissuta intatta al ventennio delle intitolazioni celebrative è, a suo modo, la vendetta silenziosa del vecchio Agro sul nuovo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo della Terra Pontina

Nessuno ti dice che il Museo della Terra Pontina non è nato da una delibera, ma da una questua. La ricerca parte nel 1991 per iniziativa dell'Associazione "Don Vincenzo Onorati", e il grosso della collezione arriva per donazione privata: famiglie che consegnano il telaio della nonna, il libretto colonico del padre, la fotografia del podere il giorno dell'assegnazione. Otto anni separano l'inizio della raccolta dall'apertura al pubblico, nel 1999. Otto anni di case, di cantine, di persone convinte una per una.

Questa origine spiega due caratteristiche che il visitatore percepisce senza sapere da dove vengano. La prima è la qualità documentaria degli oggetti: non sono pezzi comprati sul mercato antiquario per illustrare una tesi, sono oggetti con una provenienza nota, spesso con il nome della famiglia e il numero del podere. La seconda è l'assenza totale di retorica nell'allestimento. Chi ha donato l'attrezzo del bisnonno non tollera che gli si costruisca sopra un monumento, e infatti il tono resta asciutto.

C'è una conseguenza pratica che nessuna guida segnala. Il personale del museo conosce le storie familiari dei reperti, e se trovi qualcuno disposto a raccontarle la visita cambia di natura: si passa dalla vetrina alla biografia. La direzione è affidata a Manuela Francesconi, che conduce personalmente visite guidate attraverso le cinque sezioni. Telefonare prima e chiedere se in quella fascia oraria è disponibile un accompagnamento vale più di qualunque audioguida. Aggiungo un'opinione netta: senza qualcuno che parli, questo museo rende la metà.

Il consiglio che ti do per visitare Museo della Terra Pontina

Prenota, anche quando non è obbligatorio. Il Museo della Terra Pontina apre in fasce brevi, con orari mattutini dal martedì al sabato e aperture pomeridiane solo in alcuni giorni infrasettimanali; la domenica funziona su appuntamento. I repertori istituzionali non riportano tutti lo stesso quadro orario, e un museo gratuito gestito con risorse limitate può modificare l'apertura per una scolaresca o per un allestimento temporaneo. Una telefonata allo 0773 400088 o al 335 5286652 risolve il problema in due minuti e ti consente anche di chiedere la visita accompagnata.

Secondo consiglio, sull'ordine della giornata. Metti il museo la mattina e il territorio il pomeriggio. Uscendo da qui, con i numeri della bonifica ancora in testa, il paesaggio dell'Agro diventa leggibile: i canali rettilinei, le case coloniche gemelle, i borghi con i nomi delle battaglie. Il lago di Fogliano e il Parco Nazionale del Circeo conservano i lembi di foresta e di duna che la bonifica non toccò, e sono la controprova visiva di tutto quello che hai appena letto nelle vetrine.

Terzo, il consiglio contrario a quello che leggerai ovunque: non portarci un bambino sotto i sette anni sperando che si diverta da solo. Funziona benissimo, invece, se gli dai un compito, per esempio trovare tre oggetti che oggi non esistono più e provare a indovinare a cosa servivano. Quarto e ultimo: prenditi mezz'ora in più, prima o dopo, per camminare intorno a piazza del Quadrato. L'edificio, la piazza e le proporzioni degli anni Trenta sono parte della collezione, e nessuna vetrina te le può restituire.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che l'Agro Pontino fosse malarico lo sanno tutti. Quello che si cita raramente è la portata industriale e statale della risposta italiana, che il Museo della Terra Pontina documenta con i materiali del Comitato Provinciale Antimalarico di Littoria. Il Chinino di Stato non fu un espediente locale: dopo la legge del 4 luglio 1895, promossa da Federico Garlanda, e soprattutto dopo quella del 23 dicembre 1900 dovuta a Leone Wollemborg, lo Stato produsse il chinino nello stabilimento del Monopolio di Torino e lo mise in vendita a prezzo calmierato in tutte le rivendite di sali e tabacchi del Regno. Un antimalarico comprato dal tabaccaio, in un'Italia in cui la sanità pubblica quasi non esisteva.

Il risultato è misurabile: i decessi annui per malaria in Italia passano da circa sedicimila nel 1895 a 7.838 nel 1905. Nell'Agro, però, la malattia resistette a lungo, perché la profilassi farmacologica riduceva la mortalità senza togliere di mezzo il vettore. La partita si chiuse solo dopo la seconda guerra mondiale con l'irrorazione massiccia di DDT, condotta con il concorso americano e con velivoli Dakota che passavano bassi sulla pianura, e il ciclo endemico si esaurì nel corso degli anni Cinquanta.

La sezione scientifica del Museo della Terra Pontina conserva i vetrini con le zanzare anofele preparati per il riconoscimento, i registri, le confezioni di farmaco. Vale la pena fermarcisi più a lungo di quanto la sua dimensione suggerisca: è il punto in cui la storia della bonifica smette di essere una vicenda di ruspe e diventa una vicenda di medicina pubblica. E, francamente, è la parte che regge meglio la prova del tempo.

La foto giusta da fare a Museo della Terra Pontina

La fotografia migliore non è dentro, è fuori, e va fatta appena arrivati. Mettiti sul lato lungo di piazza del Quadrato, dalla parte opposta all'ingresso, e inquadra il palazzo dell'ex Opera Nazionale Combattenti per intero, con lo spiazzo in primo piano. Serve un obiettivo moderatamente grandangolare, intorno ai 24 o 28 millimetri equivalenti, e serve luce radente: prima mattina o tardo pomeriggio, quando il sole taglia la facciata e restituisce lo spessore delle cornici. A mezzogiorno l'intonaco chiaro si brucia e l'edificio diventa piatto.

Dentro, la regola cambia. Le sale hanno illuminazione museale e vetrine, quindi flash spento sempre, sia per rispetto della conservazione sia perché il riflesso rovina qualunque scatto. Il soggetto migliore è il grande telaio di legno grezzo della sezione antropologica: fotografalo di tre quarti, appoggiando la macchina o il telefono su un piano stabile, e usa i fili tesi come linee di fuga. Il secondo soggetto è la parete delle fotografie storiche, ma qui la foto della foto ha senso solo se ci metti dentro un visitatore che guarda: senza la scala umana resta un documento illeggibile.

Un consiglio che vale doppio in questo museo: prima di scattare, chiedi. L'uso fotografico è normalmente consentito per fini personali, ma alcuni fondi donati da privati possono avere restrizioni, e trattandosi di materiale familiare la cortesia non è un formalismo. La mia foto preferita, comunque, resta quella controintuitiva: le biciclette d'epoca inquadrate dal basso, con la finestra alle spalle. Racconta l'isolamento del podere meglio di qualsiasi pannello.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è una riunione. Nell'aprile del 1932, al Cancello di Quadrato, una delegazione governativa guidata da Benito Mussolini compie il sopralluogo sull'area destinata a ospitare il nuovo centro; le fonti locali oscillano fra il 4 e il 5 aprile, ma il fatto e il luogo sono documentati. Sul tavolo c'era la proposta di Valentino Orsolini Cencelli, presidente dell'Opera Nazionale Combattenti, di costruire una città nel mezzo dell'Agro bonificato invece di limitarsi ai poderi sparsi. Da quel sopralluogo discende tutto il resto.

Il 30 giugno 1932 viene posta la prima pietra di Littoria. Il 18 dicembre dello stesso anno la città è inaugurata: poco più di cinque mesi di cantiere per un impianto urbano completo, un dato che all'epoca fece il giro del mondo e che fu usato come argomento propagandistico in ogni sede. Nel 1933 Littoria diventa comune autonomo, nel 1934 capoluogo di una provincia nuova di zecca. Dopo la guerra il nome cambia in Latina.

Nel frattempo, e per decenni, il palazzo del Quadrato lavora: contratti di colonia, assegnazioni di poderi, contabilità agraria, censimenti. Nel secondo dopoguerra la pianura è teatro della campagna di eradicazione della malaria con il DDT, e il presidio antimalarico locale ne è uno dei nodi. Poi la lunga parentesi in cui la memoria di tutto questo resta nelle case private.

Nel 1991 l'Associazione "Don Vincenzo Onorati" comincia la raccolta; nel 1999 il Museo della Terra Pontina apre al pubblico; il 3 luglio 2024, alle 18, il museo celebra i venticinque anni con l'incontro "Il Museo comunica la sua storia", accompagnato da una degustazione di prodotti tipici dell'Agro Pontino. Fra le mostre ospitate negli ultimi anni, la rassegna itinerante didattica "Voci dalle acque", dedicata al rapporto fra il territorio e l'acqua, e la mostra fotografica "Viaggio intorno all'Agro Pontino" di Stefano Orlando.

Chi è passato da Museo della Terra Pontina

Cominciamo dal luogo, perché l'edificio ha una biografia più lunga del museo. Da qui, nell'aprile del 1932, passò la delegazione governativa che decise la nascita di Littoria, con Benito Mussolini e con Valentino Orsolini Cencelli, il presidente dell'Opera Nazionale Combattenti al quale si deve l'idea stessa della città di fondazione nel mezzo dell'Agro. Da qui passò Oriolo Frezzotti, l'architetto che firmò il palazzo e il piano urbanistico a raggiera, e passarono i tecnici, gli agronomi e i contabili dell'ente, che in questi uffici tenevano i registri dei poderi.

Passarono soprattutto i coloni. Migliaia di famiglie venete, friulane ed emiliano-romagnole sfilarono davanti a questi sportelli per firmare il contratto di colonia, ritirare le chiavi, discutere un conto. Non sono nomi celebri, ma sono i protagonisti reali della vicenda, e il museo esiste proprio per restituire loro il ruolo che la retorica ufficiale assegnava ad altri. Passarono i medici e gli operatori del presidio antimalarico, che qui distribuivano il chinino e tenevano i registri dei casi.

Nel presente, il Museo della Terra Pontina è attraversato ogni anno da migliaia di studenti: le scuole del territorio, a partire dagli istituti comprensivi di Latina, lavorano stabilmente con il museo su progetti didattici. La direzione è di Manuela Francesconi, che accompagna di persona i gruppi lungo le cinque sezioni. Attorno al museo si è formato anche un comitato di sostenitori che lo ha candidato ai Luoghi del Cuore del Fondo Ambiente Italiano.

Un'ultima presenza, indiretta ma pesante. Antonio Pennacchi, nato a Latina il 26 gennaio 1950 e morto nella stessa città il 3 agosto 2021, veniva da una di quelle famiglie di migranti arrivate per la bonifica e con "Canale Mussolini", Premio Strega 2010, ha dato a questa storia la sua forma narrativa più conosciuta. Chi ha letto il romanzo trova al Museo della Terra Pontina gli oggetti di cui il libro parla.

Il Museo della Terra Pontina con i bambini e con le scuole

Funziona, a patto di dosare. Il museo dispone di servizi didattici strutturati e collabora regolarmente con gli istituti scolastici del territorio, quindi il personale è abituato a parlare con i ragazzi. La sezione del quotidiano del pioniere è la più immediata: gli attrezzi, il telaio, le biciclette e i mestieri scomparsi si prestano al gioco del riconoscimento. La sezione scientifica cattura i ragazzi delle medie, perché la storia della zanzara e del chinino ha la struttura di un'indagine.

Per una classe della scuola primaria calcola un'ora e un quarto; per una secondaria di primo grado un'ora e mezza abbondante. La prenotazione telefonica è indispensabile e va fatta con anticipo, perché le fasce di apertura sono strette. Un consiglio da chi accompagna gruppi da anni: chiedi che la visita parta dalla sala del quotidiano e non dalla pre-bonifica. Con i bambini l'ordine cronologico è una trappola, l'oggetto familiare è la porta d'ingresso.

Accessibilità, servizi e durata della visita al Museo della Terra Pontina

Il museo dispone di postazioni multimediali, di servizi didattici e di un piccolo punto vendita di pubblicazioni. Sull'accessibilità in sedia a rotelle conviene chiedere direttamente al numero del museo prima di partire: si tratta di un edificio storico del 1932 e le condizioni dei percorsi interni vanno verificate caso per caso.

La durata realistica: quaranta minuti se hai fretta, un'ora e mezza per una lettura normale, due ore e mezza se ti fermi sui documenti e sulle fotografie. Con visita accompagnata metti in conto un'ora e un quarto minimo. Non esiste caffetteria interna; i bar sono nel centro di Latina, a pochi minuti di automobile. Il parcheggio in piazza è libero.

Cosa vedere intorno al Museo della Terra Pontina

Latina, città di fondazione

Il centro disegnato da Frezzotti, con la piazza principale e le strade a raggiera, si visita in un'ora di passeggiata. Nel Palazzo del Governo si conserva il ciclo pittorico di Duilio Cambellotti dedicato alla redenzione dell'Agro, uno dei documenti visivi più importanti della vicenda pontina; alla stessa figura Latina ha dedicato un museo civico. Chi arriva dal Museo della Terra Pontina ha in mano tutte le chiavi per leggerlo.

La pianura bonificata e il litorale

A pochi chilometri si aprono il Lido di Latina e la fascia costiera dei laghi, con il lago di Fogliano, il pezzo di paesaggio prebonifica meglio conservato. Proseguendo verso sud si arriva alla spiaggia di Torre Paola a Sabaudia e all'intero Parco Nazionale del Circeo, istituito proprio negli anni della bonifica per salvare quanto restava della foresta planiziale. Sono i chilometri in cui la lettura del paesaggio imparata al Museo della Terra Pontina si mette alla prova: dune, canali, pinete impiantate, e a ridosso del mare i lembi che la trasformazione risparmiò.

I Monti Lepini, cioè il rovescio della medaglia

Per capire davvero l'Agro serve salire. I paesi dei Lepini guardavano la palude dall'alto e la temevano: Sermoneta con il castello Caetani, Norma con il suo balcone sulla pianura e le rovine di Norba, Cori con il tempio di Ercole e il Museo della Città e del Territorio. Ai piedi di Norma il Giardino di Ninfa occupa una città medievale abbandonata anche a causa della malaria: il contraltare perfetto della sezione scientifica del Museo della Terra Pontina. Più a sud, a Priverno, i musei civici e l'abbazia di Fossanova completano l'itinerario.

Un confronto utile a Roma

Chi si appassiona alla museologia antropologica trova a Roma, all'EUR, il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, oggi parte del Museo delle Civiltà: stessa famiglia disciplinare, scala nazionale, e un confronto istruttivo con la dimensione locale del Museo della Terra Pontina.

Quando andare al Museo della Terra Pontina

Da ottobre a maggio, senza esitazioni. L'Agro Pontino d'estate è caldo e umido, e la pianura al mattino presto o al tramonto rende molto più che a mezzogiorno. Il museo apre in fascia mattutina per la maggior parte della settimana, quindi la finestra naturale è fra le 10 e le 13. Se puoi scegliere, prendi un giorno infrasettimanale con apertura pomeridiana e usa la mattina per il territorio, oppure il contrario.

Evita i periodi di chiusura scolastica se cerchi silenzio, perché il museo lavora molto con le classi, e viceversa cercali se ti piace vedere un museo che funziona. Nei mesi di mostra temporanea gli spazi possono essere parzialmente riorganizzati: la telefonata preventiva serve anche a questo.

Domande veloci su Museo della Terra Pontina

Dove si trova il Museo della Terra Pontina?

In piazza del Quadrato 24 a Latina, nel palazzo che fu sede dell'Opera Nazionale Combattenti, costruito nel 1932 su progetto di Oriolo Frezzotti.

Quanto costa il biglietto del Museo della Terra Pontina?

Niente: l'ingresso è gratuito. Non esiste un biglietto intero né un ridotto, e non c'è biglietteria.

Quali sono gli orari del Museo della Terra Pontina?

L'apertura è concentrata al mattino dal martedì al sabato, indicativamente dalle 10 alle 13.30, con aperture pomeridiane in alcuni giorni infrasettimanali. Il lunedì è giorno di chiusura. Gli orari pomeridiani riportati dai diversi repertori istituzionali non coincidono: una telefonata prima di partire è la scelta prudente.

Il Museo della Terra Pontina è aperto la domenica?

La domenica si entra su prenotazione. Alcune fonti istituzionali segnalano l'apertura della prima domenica del mese in fascia mattutina, altre indicano la domenica come giorno di chiusura: conviene concordare l'accesso al telefono.

Serve prenotare la visita al Museo della Terra Pontina?

Per la visita individuale in orario di apertura non è obbligatorio, ma è consigliato. Per i gruppi, le scolaresche, le visite guidate e l'accesso domenicale la prenotazione è necessaria.

Qual è il numero di telefono del Museo della Terra Pontina?

0773 400088 e, in alternativa, il cellulare 335 5286652. L'indirizzo di posta elettronica indicato dai repertori istituzionali è museo.terrapontina@hotmail.it.

Quanto dura la visita al Museo della Terra Pontina?

Fra un'ora e un'ora e mezza per una visita normale, quaranta minuti se hai fretta, fino a due ore e mezza se leggi i documenti e ti fermi sulle fotografie.

Quante sezioni ha il Museo della Terra Pontina?

Cinque: pre-bonifica; sezione scientifica dedicata alla malaria; trasformazione agraria e appoderamento dell'Opera Nazionale Combattenti; il quotidiano del pioniere, cioè la sezione antropologica; sezione artistica.

Quanti oggetti conserva il Museo della Terra Pontina?

All'incirca un migliaio di reperti, in larghissima parte donati da privati e da famiglie del territorio.

Quando è nato il Museo della Terra Pontina?

La ricerca che ha dato origine alla collezione parte nel 1991 per iniziativa dell'Associazione "Don Vincenzo Onorati"; l'allestimento aperto al pubblico risale al 1999. Nel luglio 2024 il museo ha festeggiato i venticinque anni.

Il Museo della Terra Pontina è adatto ai bambini?

Sì, soprattutto dai sette anni in su, e in particolare nella sezione del quotidiano del pioniere, dove telaio, biciclette e attrezzi dei mestieri scomparsi funzionano bene. Il museo ha servizi didattici e lavora regolarmente con le scuole.

Si possono fare fotografie al Museo della Terra Pontina?

La fotografia per uso personale è normalmente ammessa, senza flash. Trattandosi di materiali donati da privati, è buona norma chiedere conferma al personale prima di scattare.

Il Museo della Terra Pontina è accessibile in sedia a rotelle?

L'edificio è del 1932: conviene verificare le condizioni di accesso telefonando al museo prima della visita.

Come si arriva al Museo della Terra Pontina con i mezzi pubblici?

In treno fino alla stazione di Latina, che si trova a Latina Scalo sulla linea Roma-Formia-Napoli, a circa nove chilometri dal centro cittadino, e poi con gli autobus urbani o in taxi verso piazza del Quadrato.

C'è parcheggio al Museo della Terra Pontina?

Sì, la piazza è ampia e la sosta è libera; è una delle visite laziali in cui arrivare in automobile conviene.

Che differenza c'è fra il Museo della Terra Pontina e gli altri musei dell'Agro?

Il Museo della Terra Pontina è il più antico e il più completo sul piano etnografico e documentario, ed è centro di interpretazione dell'Ecomuseo dell'Agro Pontino. Gli altri istituti del territorio approfondiscono aspetti specifici, dalla storia locale all'archeologia.

Perché il Museo della Terra Pontina si trova in piazza del Quadrato?

Perché il palazzo che lo ospita era la sede operativa dell'Opera Nazionale Combattenti, l'ente che realizzò la bonifica e fondò la città. Il Quadrato è il nucleo originario da cui nacque Littoria nel 1932.

Il Museo della Terra Pontina parla di fascismo?

Parla della bonifica integrale e della colonizzazione degli anni Venti e Trenta, che di quel regime furono un'operazione simbolo. L'impostazione è documentaria: fonti, oggetti, fotografie e carte, senza tono celebrativo.

Da dove venivano i coloni raccontati dal Museo della Terra Pontina?

In grandissima maggioranza dal Veneto, dal Friuli e dall'Emilia-Romagna. Fonti documentarie indicano 2.953 poderi gestiti dall'Opera Nazionale Combattenti, dei quali 1.748 assegnati a famiglie venete e friulane.

Che cos'è il Chinino di Stato esposto al Museo della Terra Pontina?

Il chinino prodotto dal Monopolio di Stato e venduto a prezzo controllato nelle rivendite di sali e tabacchi, istituito con le leggi del 1895 e del 1900 per combattere la malaria. La sezione scientifica ne conserva confezioni e documentazione insieme ai materiali del Comitato Provinciale Antimalarico di Littoria.

Quando è stata debellata la malaria nell'Agro Pontino?

La profilassi con il chinino ridusse la mortalità già dai primi del Novecento, ma il ciclo endemico si chiuse solo nel secondo dopoguerra, con la campagna di irrorazione del DDT condotta con il concorso americano e conclusa nel corso degli anni Cinquanta.

C'è una caffetteria o un guardaroba al Museo della Terra Pontina?

Non c'è caffetteria interna; i bar sono nel centro di Latina. Il museo dispone di servizi didattici, postazioni multimediali e un punto vendita di pubblicazioni.

Il Museo della Terra Pontina organizza mostre temporanee?

Sì, ogni anno ospita mostre ed eventi culturali. Fra quelle recenti, la rassegna itinerante didattica "Voci dalle acque" e la mostra fotografica "Viaggio intorno all'Agro Pontino" di Stefano Orlando.

Vale la pena visitare il Museo della Terra Pontina se non si è del posto?

Sì, e forse ancora di più. È il modo più rapido per capire perché la pianura fra Latina e il Circeo abbia quell'aspetto, e per leggere il paesaggio invece di limitarsi ad attraversarlo.

Si può visitare il Museo della Terra Pontina con una guida?

Sì, su prenotazione. Le visite guidate lungo le cinque sezioni sono condotte dalla direzione del museo e cambiano radicalmente la resa della visita.

Un'ultima cosa, e la dico da professionista che accompagna gruppi. Il Museo della Terra Pontina non ha il fascino immediato di una villa romana o di una chiesa barocca, e chi cerca il colpo d'occhio farà meglio ad andare altrove. Ma se ti interessa capire come un pezzo d'Italia sia stato costruito da zero in dieci anni, chi lo abbia costruito materialmente e a quale prezzo, qui trovi la documentazione più onesta che esista nel Lazio meridionale. Telefona, chiedi di essere accompagnato, e lascia perdere l'orologio.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoIl Museo della Terra Pontina rappresenta il primo riferimento istituzionale per la salvaguardia della memoria storica del territorio Pontino.
TagsMuseo

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IndirizzoViale Vittorio Veneto, 24, 04100 Latina LT, Italia 4100
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