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Forre di Corchiano

In breve. Il Monumento Naturale Forre di Corchiano è un’area protetta della Regione Lazio che occupa 42 ettari nel territorio comunale di Corchiano, in provincia di Viterbo, e si distende lungo il corso del Rio Fratta, il torrente che scorre…

Il Monumento Naturale Forre di Corchiano è un’area protetta della Regione Lazio che occupa 42 ettari nel territorio comunale di Corchiano, in provincia di Viterbo, e si distende lungo il corso del Rio Fratta, il torrente che scorre dentro la forra proprio sotto il centro storico del paese. La gestione è affidata al Comune di Corchiano, e questo spiega buona parte di come funziona la visita: non c’è un ente parco con uffici propri e personale numeroso, c’è un piccolo comune dell’Agro Falisco che amministra una gola boscosa lunga pochi chilometri e densissima di cose da vedere. Dentro quei 42 ettari si trovano cavernette preistoriche e protostoriche, tombe e vie cave falische, un ponte romano, un tratto della via Amerina, antiche mole, opere idrauliche falische e perfino una centrale idroelettrica rimasta in funzione fino ai primi anni Sessanta del Novecento, che oggi si legge come un pezzo di archeologia industriale incastrato nel verde. Per chi arriva dalla capitale è una delle gite più corte e meno frequentate del Lazio settentrionale, e per chi gira la provincia di Viterbo è l’anello mancante fra la campagna coltivata in superficie e il mondo scavato che le corre sotto.

Qui si incontrano i segni, di valore archeologico, che le popolazioni hanno lasciato in questo luogo nel corso delle epoche: iscrizioni incise sulle pareti di tufo, tagli verticali profondi decine di metri, nicchie, canalette, camere sepolcrali svuotate e riusate come stalle. Non è un museo e non è un percorso attrezzato in senso moderno: è un fondovalle umido con un fiume dentro, dove la stratificazione storica si presenta senza didascalie. Chi ci arriva aspettandosi un parco avventura resta spiazzato; chi ci arriva sapendo che cosa sono i Falisci e che cosa sono le tagliate ne esce convinto di aver visto uno dei posti più sottovalutati dell’Italia centrale.

Monumento Naturale delle Forre di Corchiano - Viterbo
Monumento Naturale delle Forre di Corchiano – Viterbo: le pareti di tufo che chiudono il corso del Rio Fratta sotto il centro storico del paese, con la vegetazione ripariale che copre il fondovalle per quasi tutto l’anno

Dove si trovano le Forre di Corchiano e come ci si arriva davvero

Corchiano si trova nella parte meridionale della provincia di Viterbo, nel cuore di quell’area che gli archeologi chiamano Agro Falisco: la fascia di terra fra il Tevere a est e i Monti Cimini a ovest, delimitata a sud dal Treja e a nord dalla conca di Orte. È una zona che in superficie appare piatta e agricola, occupata da noccioleti, oliveti e vigne, e che invece risulta incisa da decine di solchi profondi, invisibili finché non ci si affaccia sul bordo. Le forre sono esattamente questo: valli strette e verticali scavate dai corsi d’acqua dentro i banchi di tufo depositati dal vulcanismo cimino e vicano. Il paese si trova su una rupe difesa naturalmente dai fossi, e il monumento naturale corre alla base di quella rupe.

In auto da Roma verso le Forre di Corchiano

Dalla capitale la via naturale è la Flaminia oppure l’autostrada A1 con uscita Magliano Sabina, ma il percorso che la maggior parte dei romani utilizza passa per la Cassia bis e poi per la Flaminia in direzione di Civita Castellana, che risulta il riferimento urbano principale della zona. Da Civita Castellana a Corchiano restano pochi chilometri di strada provinciale fra campi e noccioleti. Chi arriva invece dal versante dei laghi, cioè da Bracciano o da Sutri, entra nell’Agro Falisco passando per Nepi e Fabrica di Roma, e in quel caso conviene mettere in conto una giornata intera, perché lungo il tragitto si incontrano cose che meritano una sosta autonoma.

Il punto importante da capire prima di partire riguarda la logistica interna. Gli accessi al monumento naturale non si concentrano in un unico ingresso monumentale con biglietteria e parcheggio dedicato: risultano distribuiti lungo il perimetro del borgo, e si scende nella forra da più punti del centro storico e delle sue immediate vicinanze. Questo ha un vantaggio e uno svantaggio. Il vantaggio è che si parcheggia in paese, si cammina qualche minuto e si è dentro. Lo svantaggio è che chi imposta la visita con il navigatore su un generico punto di interesse rischia di ritrovarsi su una strada di campagna senza sapere da che parte scendere. La soluzione pratica è puntare sul centro di Corchiano, parcheggiare lì e chiedere in paese: l’ente gestore è il Comune, e in paese sanno perfettamente indicare da dove si scende in quel periodo dell’anno, informazione tutt’altro che banale in un fondovalle dove la vegetazione e il livello dell’acqua cambiano l’accessibilità stagione per stagione.

Con i mezzi pubblici e a piedi dal paese

Corchiano non ha una stazione ferroviaria propria. Gli scali utili della zona si trovano lungo la linea che risale da Roma verso Orte, e il collegamento su gomma verso i piccoli comuni dell’Agro Falisco è pensato per i residenti, non per i visitatori della domenica. Tradotto: senza automobile la visita risulta complicata e va organizzata in anticipo, verificando gli orari del servizio extraurbano regionale, che nei giorni festivi si riduce drasticamente. Chi non guida ha una sola strada sensata, cioè unirsi a un’escursione organizzata con partenza da Roma o da Viterbo, oppure appoggiarsi a una guida ambientale escursionistica del territorio.

Una volta in paese, invece, tutto si fa a piedi. Corchiano è un borgo di poco più di tremila abitanti, il centro storico si attraversa in un quarto d’ora e il salto di quota fra il piano del paese e il fondo della forra risulta modesto in termini assoluti: si tratta di scendere qualche decina di metri, non di affrontare un dislivello alpino. L’itinerario del Club Alpino Italiano che il portale regionale dei parchi mappa dentro l’area protetta, siglato 136B e intitolato proprio Forre di Corchiano, viene classificato come escursionistico e misura 2,8 chilometri, con dislivello in salita praticamente nullo e circa quindici metri in discesa. Sono numeri che spiegano meglio di qualunque aggettivo di che cosa si parla: una passeggiata breve e quasi pianeggiante, dove la difficoltà non è l’altimetria, è il fondo umido e la vegetazione.

Dove parcheggiare e come impostare la giornata

Le escursioni guidate che negli anni sono partite da qui hanno usato come punto di ritrovo il parcheggio di Piazza del Bersagliere, in paese, e resta il riferimento più comodo anche per chi arriva in autonomia. Da lì si imposta la giornata in due modi. Il primo, più semplice, prevede di scendere nella forra, percorrere il tratto che corre sotto la rupe fino al ponte romano e risalire per una delle vie cave, chiudendo un anello che riporta in paese. Il secondo, più ambizioso, aggiunge la visita del borgo, la chiesa della Madonna del Soccorso e l’altro monumento naturale del comune, quello di Pian Sant’Angelo, che è un’Oasi WWF istituita nel 2000 e che con le forre condivide territorio comunale e logica geologica.

Che cosa sono davvero le Forre di Corchiano: una forra, non un canyon

La parola forra crea equivoci. Chi la sente per la prima volta pensa a un canyon americano, a pareti rosse e a un fiume largo sul fondo. Le forre dell’Italia centrale tufacea funzionano in modo diverso e vanno capite per essere apprezzate. Si tratta di solchi stretti, spesso larghi pochi metri sul fondo, con pareti verticali di tufo alte fra i dieci e i quaranta metri, completamente chiusi in alto dalla vegetazione. La sensazione non è di ampiezza, è di corridoio. Si cammina dentro un tunnel verde, con la luce che arriva filtrata, l’aria di qualche grado più fresca che in superficie e il rumore dell’acqua che rimbalza sulle pareti.

La geologia lo spiega con precisione. Il portale regionale delle aree protette descrive il paesaggio dell’area come un insieme di terrazzi formati dal materiale eruttivo dell’antico complesso vulcanico cimino-vicano, successivamente incisi dai corsi d’acqua, a una quota media compresa fra 150 e 200 metri. In pratica, decine di migliaia di anni fa i vulcani a nord e a ovest hanno riempito questa porzione di Lazio con depositi piroclastici che si sono compattati in tufo. Il tufo ha due proprietà che contano moltissimo per la storia che raccontiamo: è tenero abbastanza da essere inciso rapidamente dall’acqua corrente, e regge la verticale senza franare, cioè si lascia scavare mantenendo pareti a piombo. Il primo carattere ha prodotto le forre; il secondo ha permesso agli uomini che qui vivevano di fare esattamente la stessa cosa che faceva il fiume, ma con attrezzi di ferro.

Il Rio Fratta, un affluente del Tevere

Il corso d’acqua che ha scavato tutto questo è il Rio Fratta, un affluente del Tevere. Non è un fiume imponente e chi lo vede in agosto rischia di sottovalutarlo: in piena estate la portata si riduce e il letto in certi tratti appare quasi asciutto, con pozze isolate e ghiaia. In autunno e in primavera la faccenda cambia, l’acqua corre, e la forza erosiva che ha prodotto la forra torna evidente. Questa variabilità stagionale è il primo dato pratico da tenere in mente: il Rio Fratta non si comporta allo stesso modo in aprile e in agosto, e il fondovalle nemmeno.

Perché il paese si trova proprio lì

Una domanda che pochi si pongono, e che invece apre tutto: perché un insediamento antico proprio in questo punto? La risposta è difensiva e commerciale insieme. La rupe su cui sorge Corchiano risulta difesa naturalmente dai fossi che la circondano e, verso il lato non protetto dall’acqua, da un vallo artificiale. In un’epoca senza artiglieria, un pianoro di tufo con tre lati a strapiombo su una gola è una fortezza gratuita. Allo stesso tempo il sito controllava la via di transito che aggirava i Monti Cimini da est, cioè il corridoio naturale fra la valle del Tevere e l’Etruria interna, che in età romana sarebbe diventato il tracciato della via Amerina.

Il Rio Fratta e le pareti di tufo: che cosa si vede scendendo nella forra

Vale la pena descrivere la discesa così come si presenta, perché è la parte che nessuna fotografia restituisce. Si lascia il paese, si imbocca una delle vie che scendono verso il fosso e in pochi minuti la temperatura cala, il rumore del traffico sparisce e si entra in un ambiente completamente diverso da quello che si aveva alle spalle. Il percorso che si snoda sotto la base della rupe che regge Corchiano è il cuore del monumento naturale. Nell’ombra dei fossi cresce una vegetazione riparia fitta, che nasconde un mondo sotterraneo sorprendentemente vivo, animale e vegetale insieme.

La cascata e i muraglioni

Lungo il tracciato una piccola cascata introduce una nota pittoresca nel paesaggio, che per il resto risulta dominato dai muraglioni costruiti a protezione della rupe. Questo dettaglio merita attenzione perché racconta una preoccupazione costante degli abitanti: un paese costruito sul bordo di una gola convive con il problema dell’erosione del proprio basamento. I muraglioni sono la risposta ingegneristica a quel problema, stratificata nel tempo, e osservandoli dal basso si legge la differenza fra i tratti antichi e gli interventi moderni.

I bottini dell’acquedotto e le opere idrauliche falische

La parte tecnicamente più affascinante del percorso riguarda l’acqua governata dall’uomo. Il sentiero prosegue all’interno del folto della vegetazione e a un certo punto si cammina dentro i bottini dell’acquedotto: canali scavati nel tufo, con pareti sempre più alte e incombenti, sui quali si aprono delle finestre regolate da chiuse. Quelle finestre e quelle chiuse testimoniano le antiche modalità di irrigazione degli orti e dei campi sottostanti, oggi in larga parte ingombri di vegetazione perché abbandonati alla coltivazione intensiva delle superfici pianeggianti.

Le opere idrauliche falische sono uno dei tratti identitari di tutta questa area del Lazio. I Falisci, e prima di loro le popolazioni che occupavano questi pianori, avevano un problema costante: l’acqua piovana che scorre su un plateau di tufo fessurato scava rapidamente, e se non viene incanalata porta via il terreno coltivabile e destabilizza gli abitati. La risposta è stata un sistema capillare di cunicoli di drenaggio, canalette, sbarramenti e derivazioni che nell’Agro Falisco e nella vicina Etruria meridionale conta centinaia di esemplari. A Corchiano una parte di questo sistema è ancora leggibile perché la forra l’ha conservata: quello che in superficie è stato cancellato dall’aratro, sotto le pareti è rimasto.

La centrale idroelettrica, archeologia industriale nel bosco

Dentro i confini del monumento naturale si trova anche una centrale idroelettrica rimasta in funzione fino ai primi anni Sessanta del Novecento. È l’elemento che sorprende di più chi non se lo aspetta, perché cortocircuita le epoche: si cammina fra tombe falische scavate nel tufo e a un certo punto compare un manufatto industriale novecentesco, costruito con la stessa logica di tutte le piccole centrali fluviali italiane della prima metà del secolo. Prendevano un salto d’acqua modesto, lo canalizzavano e alimentavano l’illuminazione e le prime attività produttive di un comprensorio ristretto.

Monumento Naturale delle Forre di Corchiano - Viterbo
Monumento Naturale delle Forre di Corchiano – Viterbo: il fondovalle del Rio Fratta, con la vegetazione ripariale di ontano nero, salice bianco e pioppo che chiude la gola sopra il sentiero

Una curiosità su Forre di Corchiano

La curiosità più bella di questo posto ha un nome e un cognome etruschi, ed è incisa sulla parete di una via cava. Lungo la tagliata della Cannara, il taglio che attraversa il banco di tufo e lo risale fra pareti scure che reggono campi coltivati e noccioleti, si legge la firma dell’antico impresario che ha voluto incidere il proprio nome sulle pareti a memoria perenne della sua opera di ingegneria stradale. Il nome è Larth Vel Amies.

Fermiamoci un attimo su questa cosa, perché è enorme e nessuno la racconta abbastanza. Il mondo antico ci ha lasciato milioni di iscrizioni, e la stragrande maggioranza riguarda dei, re, magistrati, defunti benestanti. Le opere pubbliche portano quasi sempre il nome di chi le ha finanziate o del magistrato sotto il cui mandato sono state realizzate, non di chi le ha materialmente eseguite. Qui invece un uomo che dirigeva un cantiere di scavo ha deciso che il proprio nome doveva restare sulla roccia che aveva tagliato. Non un tempio, non una tomba di famiglia: una strada incassata, un’infrastruttura di servizio. È l’orgoglio professionale di un tecnico del primo millennio avanti Cristo, scolpito su un muro di tufo dell’alto Lazio, e si trova ancora lì.

Come si legge una via cava

Chi non è del mestiere ci mette qualche minuto a capire che cosa sta guardando, quindi conviene dare qualche chiave. Una via cava, o tagliata, è un passaggio scavato verticalmente nel tufo per superare un dislivello o per attraversare un plateau senza affrontare una salita ripida. Le pareti risultano quasi a piombo e possono superare i dieci metri; la larghezza del fondo, in genere, basta appena per un carro. Sulle pareti si riconoscono i solchi paralleli lasciati dagli strumenti di scavo, e spesso si vedono canalette laterali ricavate per raccogliere l’acqua piovana e portarla via, altrimenti il passaggio diventerebbe un torrente alla prima pioggia.

L’archeologia delle Forre di Corchiano: tagliate, necropoli e via Amerina

Se si dovesse spiegare il monumento naturale con una sola frase, direi che è una gola in cui la storia si è depositata verticalmente. Alla base delle pareti si aprono cavernette preistoriche e protostoriche, cioè ripari usati dall’uomo prima ancora che esistesse il popolo falisco. Sopra e attorno si trovano tombe e vie cave falische, un ponte romano, un tratto della via Amerina, antiche mole e opere idrauliche. Questa sequenza copre qualcosa come tremila anni senza soluzione di continuità, e la si attraversa in un’ora di cammino.

I Falisci, un popolo che parlava latino e viveva da etrusco

Conviene chiarire chi erano i Falisci, perché la confusione con gli Etruschi è la regola. I Falisci occupavano la fascia di territorio alla destra del Tevere fra il Soratte e i Monti Cimini, con capitale a Falerii, l’odierna Civita Castellana. Parlavano una lingua italica strettamente imparentata con il latino, tanto che il falisco viene classificato come dialetto del gruppo latino-falisco e non come lingua etrusca. Sul piano materiale, però, la loro cultura risulta profondamente etruschizzata: urbanistica su pianori tufacei difesi da forre, necropoli rupestri scavate nelle pareti, ceramica e bronzi di gusto etrusco, alfabeto derivato dallo stesso ceppo.

Corchiano apparteneva a questo mondo ed era legato alla capitale Falerii Veteres. La sua posizione era particolarmente avanzata e adatta al controllo della via di transito che aggirava i Monti Cimini, e questo ne fece un nodo strategico. In pratica: chi teneva Corchiano vedeva passare chiunque volesse muoversi fra la valle del Tevere e l’Etruria interna senza affrontare la selva cimina, che per i romani della prima età repubblicana era un luogo temuto e praticamente impenetrabile.

La via cava di Sant’Egidio e la necropoli rupestre

Uno degli ambienti più belli è la via sepolcrale scavata nel tufo che collegava il borgo alla sua necropoli rupestre, oggi nota come Via Cava di Sant’Egidio. Il concetto è quello che vale per tutta l’Etruria meridionale: i vivi abitano il pianoro, i morti abitano la parete della gola di fronte, e fra i due mondi corre una strada dedicata, incassata nel tufo. Percorrerla oggi significa fare esattamente il tragitto che facevano i cortei funebri duemilacinquecento anni fa.

Il percorso si presenta come un corridoio d’ombra fiancheggiato da locali e magazzini in grotta, cioè da camere che in origine erano sepolcrali e che nei secoli successivi sono state svuotate e riusate per esigenze agricole. A un certo punto una scalinata intagliata nel tufo sale verso una cappellina rupestre, e al termine della via cava si arriva alla chiesa di Sant’Egidio, che custodisce alcuni dipinti ormai sbiaditi e una crocifissione nell’abside. Questo passaggio dalla tomba pagana alla cappella cristiana, dentro lo stesso taglio di roccia, è forse il modo più chiaro per capire come funziona la continuità di questi paesaggi: nessuno ha mai smesso di usarli, hanno solo cambiato destinazione.

Il ponte romano e la via Amerina

La via Amerina è la strada romana che da Falerii Novi risaliva verso l’Umbria passando per Ameria, l’odierna Amelia, e che nell’alto medioevo diventò l’asse del corridoio bizantino fra Roma e Ravenna, quando le altre vie erano in mano longobarda. Un tratto del suo tracciato attraversa l’area protetta di Corchiano, e su di esso si trova un ponte romano che scavalca il fiume. Accanto al ponte si osserva un ingegnoso canale di irrigazione, ed è uno dei punti in cui l’ingegneria idraulica e quella stradale si vedono insieme.

Sulla datazione del ponte circola con insistenza l’indicazione del terzo secolo dopo Cristo. Preferisco riportarla come tradizione locale diffusa piuttosto che come dato certificato, perché la scheda ufficiale della Regione parla genericamente di un ponte romano senza specificare il secolo. Chi vuole la datazione precisa deve rivolgersi alla bibliografia archeologica specialistica o alla Soprintendenza competente; per la visita, la sostanza non cambia: si tratta di un manufatto romano in opera di tufo che regge da quasi due millenni un attraversamento fluviale in fondo a una gola.

La chiesa della Madonna del Soccorso e le tombe monumentali

Proseguendo lungo la via Amerina in direzione del corso del Fratta si arriva nei pressi della chiesa della Madonna del Soccorso, dove la rupe custodisce nelle proprie pareti alcune grandi tombe rupestri con pregiati elementi architettonici e decorativi. Sono i sepolcri delle famiglie importanti, quelli con facciata lavorata, cornici e partiture architettoniche ricavate direttamente nella roccia.

La chiesa è rinascimentale, risale al quindicesimo secolo, viene attribuita a Giuliano da Sangallo e fu dichiarata monumento nazionale nel 1902. Sulla sommità della scalinata, in facciata, insistono due pilastri compositi e due colonne di peperino ornati da stemmi, rosette e altri elementi decorativi, con un impianto molto simile, o forse una copia diretta, di quello della Basilica della Madonna della Quercia a Viterbo. All’interno si conservano affreschi di pregio, alcuni dei quali attribuiti allo Zuccari. Detto fuori dai denti: un santuario rinascimentale di questo livello, in qualunque altra regione d’Italia, avrebbe un parcheggio per pullman e un bookshop. Qui si raggiunge camminando lungo una strada romana in fondo a una forra, e nella maggior parte dei giorni dell’anno non si incontra nessuno.

Una cosa che non ti dice nessuno su Forre di Corchiano

La cosa che non viene quasi mai detta riguarda la gestione. Il Monumento Naturale Forre di Corchiano non è amministrato da un ente parco regionale con sede, guardiaparco e centro visite come accade per le riserve maggiori del Lazio: l’ente di gestione è il Comune di Corchiano, cioè un’amministrazione di un paese di poco più di tremila abitanti. La sede dell’ente di gestione risulta in paese, e i contatti pubblicati dal portale regionale sono un numero di telefono comunale, un cellulare e un indirizzo di posta elettronica dedicato.

Questa informazione, apparentemente burocratica, cambia radicalmente il modo in cui va organizzata la visita, e chi la ignora si lamenta poi delle cose sbagliate. Significa che non esiste un orario di apertura del parco nel senso in cui esiste per un museo, perché la forra è un fondovalle liberamente accessibile dai vari punti di discesa. Significa anche che la manutenzione dei passaggi, la pulizia dopo le piene e l’eventuale chiusura temporanea di un tratto dipendono dalle risorse e dai tempi di un piccolo comune. E significa, soprattutto, che l’interlocutore giusto prima di partire è il Comune, non un call center regionale.

La seconda cosa poco raccontata è che Corchiano ha due monumenti naturali, non uno. La designazione delle forre è arrivata nel 2008 ed è la seconda a interessare questo comune del viterbese, perché fin dal 2000 vi era stato istituito il monumento naturale di Pian Sant’Angelo, gestito come Oasi WWF. Due aree protette regionali dentro il territorio di un comune di tremila abitanti sono una densità che pochissimi posti in Italia possono vantare, e il fatto che quasi nessuno lo sappia dice molto su come funziona la comunicazione turistica delle aree interne.

Domande frequenti su Forre di Corchiano

Quanto dura la visita alle Forre di Corchiano?

Le Forre di Corchiano si visitano lungo un tracciato escursionistico mappato di 2,8 chilometri con dislivello minimo, quindi la sola camminata richiede poco tempo. Con le soste alle grotte, al ponte romano e alla via cava è ragionevole considerare mezza giornata, che diventa una giornata intera aggiungendo il borgo e il santuario nei dintorni.

Si paga un biglietto per entrare nelle Forre di Corchiano?

Le Forre di Corchiano formano un monumento naturale gestito direttamente dal Comune di Corchiano, un paese di poco più di tremila abitanti, e non da un ente parco regionale con centro visite come le riserve maggiori del Lazio. Il dato preciso sull’eventuale biglietto non è confermato nelle informazioni disponibili, quindi conviene verificarlo prima di partire.

Che scarpe servono per camminare nelle Forre di Corchiano?

Per camminare nelle Forre di Corchiano servono scarponcini da trekking con suola scolpita, non sneakers e tantomeno sandali. Il fondovalle risulta umido quasi tutto l’anno, il tufo bagnato diventa scivoloso e in più punti si cammina su roccia levigata da secoli di passaggi.

Cosa si vede scendendo nelle Forre di Corchiano?

Scendendo nelle Forre di Corchiano si attraversa un ambiente scavato dal Rio Fratta, con pareti di tufo alte fra dieci e quaranta metri e vegetazione fitta che chiude il cielo sopra la testa. Lungo il percorso si incontrano cavernette preistoriche, tombe e vie cave falische, un ponte romano e un tratto della via Amerina.

Quando è meglio visitare le Forre di Corchiano?

Il periodo migliore per visitare le Forre di Corchiano va da fine marzo a metà maggio, quando l’acqua ha portata sufficiente, le felci sono al massimo rigoglio e le temperature sul fondo restano piacevoli anche nelle giornate calde. È anche la stagione in cui uccelli e anfibi risultano più attivi lungo il fosso.

Che cos'è la tagliata della Cannara nelle Forre di Corchiano?

La tagliata della Cannara è uno dei tagli etruschi scavati nel banco di tufo delle Forre di Corchiano, fra pareti scure che reggono campi coltivati e noccioleti. Sulla parete si legge la firma di Larth Vel Amies, l’antico impresario che incise il proprio nome a memoria della propria opera di ingegneria stradale.

Cosa vedere vicino alle Forre di Corchiano?

Vicino alle Forre di Corchiano, nell’Agro Falisco, si trova Civita Castellana con la sua rupe, il Forte Sangallo e il portico cosmatesco della cattedrale. Nepi aggiunge le sue mura, le forre e l’acquedotto, completando un itinerario nel territorio percorso dall’antica via Amerina.

Il consiglio che ti do per visitare Forre di Corchiano

Il consiglio principale è uno solo e riguarda le scarpe. Servono scarponcini da trekking con suola scolpita, non sneakers e men che meno sandali. Il fondovalle è umido quasi tutto l’anno, il tufo bagnato diventa saponoso, e in più punti si cammina su roccia levigata da secoli di passaggi. Le escursioni guidate che negli anni sono partite da qui indicavano nell’equipaggiamento consigliato abbigliamento sportivo, scarponcini da trekking e acqua, segnalando come utili anche i bastoncini. Sono indicazioni sensate e le sottoscrivo: i bastoncini servono meno per la fatica e più per l’equilibrio sui tratti scivolosi.

Il secondo consiglio riguarda la compagnia. Questo è uno dei posti in cui una guida cambia completamente il risultato della giornata. Senza qualcuno che spieghi, un visitatore attento vede una gola boscosa con dei buchi nella roccia; con qualcuno che spiega, la stessa gola diventa una sequenza leggibile di necropoli, tagliate, canalizzazioni e riusi agricoli. Le escursioni sul territorio sono state condotte da guide ambientali escursionistiche iscritte al registro nazionale e da guide turistiche abilitate, ed è l’investimento migliore che si possa fare qui. Chi organizza una giornata con accompagnatore turistico abilitato, per sé o per un gruppo, trova il servizio su TourLeaderPro.

Come impostare l’ordine della visita

L’errore classico è partire dal basso e finire stanchi in paese senza aver visto il borgo. Conviene fare il contrario: mezz’ora di centro storico prima di scendere, per capire la forma della rupe e per vedere lo stemma del giglio farnesiano che compare nei vicoli, e poi la discesa. In questo modo, quando ci si trova sul fondo e si guarda in alto, si riconoscono i muraglioni che si erano appena visti dall’altra parte, e il paese acquista senso come oggetto geologico oltre che urbano.

Il verde, la fauna e la flora della forra

Un dato che spiega tutto: le uniche aree boscate del comune di Corchiano sono proprio le profonde valli scavate dai fossi. In superficie il territorio è agricolo da secoli, nocciole, olivi e vigne; il bosco è sopravvissuto soltanto dove l’aratro non poteva arrivare, cioè dentro le forre. Quello che si attraversa scendendo nella gola non è quindi un bosco fra tanti: è il residuo di un ambiente che altrove è stato cancellato, conservato per ragioni puramente topografiche.

Le piante: due mondi a pochi metri di distanza

La forra ospita due vegetazioni diverse a distanza di poche decine di metri verticali, e riconoscerle è uno dei piaceri della visita. In alto, nei settori più assolati del bordo, si trovano specie termofile: il leccio, accompagnato da orniello, acero minore e bagolaro. È la vegetazione mediterranea che ci si aspetta in un’area esposta al sole dell’alto Lazio.

Scendendo, il quadro cambia completamente. Nell’ombra della forra prosperano le felci, e la lista è quella dei luoghi umidi e ombrosi per eccellenza: la felce maschio, la lingua cervina, il capelvenere e l’ombelico di Venere. Il capelvenere in particolare è una pianta che cresce dove l’acqua stilla dalla roccia in modo costante, e vederlo tappezzare una parete di tufo è il segnale più chiaro che quell’ambiente mantiene umidità tutto l’anno. Fra le specie arboree del fondovalle sono diffusi ontano nero, salice bianco, pioppo nero, olmo e pioppo bianco, cioè il classico corteggio del bosco ripariale italiano.

Gli animali: presenze non banali

Il portale regionale usa un’espressione efficace, e cioè che nel piccolo territorio dell’area protetta si registrano presenze non banali. La prima citata è il toporagno acquatico di Miller, un insettivoro legato ad acque pulite e a sponde ben vegetate, che funziona come indicatore di qualità ambientale. Accanto compaiono lo scoiattolo, il moscardino, la puzzola e la martora, cioè una comunità di mammiferi forestali che in un’area di 42 ettari incastrata fra i noccioleti si spiega soltanto se la forra funziona come corridoio ecologico continuo verso altri sistemi boscati.

Fra gli uccelli, l’ambiente di forra è frequentato dalla gallinella d’acqua e dal martin pescatore, mentre nel bosco ripariale e in quello dei versanti adiacenti si trovano torcicollo, picchio verde, picchio rosso maggiore, upupa, usignolo, piccione selvatico e numerosi passeriformi. Il martin pescatore è quello che regala la soddisfazione maggiore: una linea azzurra che attraversa il corso d’acqua a mezzo metro dal pelo dell’acqua e sparisce. Chi vuole vederlo deve stare fermo e zitto per venti minuti vicino a una pozza, condizione che nel turismo contemporaneo risulta quasi eversiva.

Fra gli anfibi hanno rilievo la rana appenninica e la salamandrina dagli occhiali. Quest’ultima merita due righe: si tratta di un anfibio endemico dell’Italia peninsulare, di taglia minuta, legato a corsi d’acqua freddi e puliti in ambiente boschivo, e la sua presenza è un titolo di merito ambientale vero, non decorativo. Vederla richiede fortuna e attenzione; sapere che è lì cambia il modo in cui si mettono i piedi.

necropoli falisca - Cavo degli zucchi - via Amerina tra Civita Castellana e Nepi
necropoli falisca – Cavo degli zucchi – via Amerina tra Civita Castellana e Nepi: lo stesso tipo di taglio nel tufo e di necropoli rupestre che si incontra lungo il tratto di via Amerina dentro le Forre di Corchiano

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: la via Amerina, che attraversa l’area protetta, non è una strada romana qualunque, è la strada che ha tenuto insieme l’Italia bizantina. Chiunque si occupi di alto medioevo lo sa benissimo, eppure nelle presentazioni turistiche del territorio la si liquida come un tratto di antica via consolare.

La vicenda è questa. Dopo la guerra greco-gotica e con l’arrivo dei Longobardi nella penisola alla fine del sesto secolo, i territori ancora in mano all’impero romano d’oriente si ritrovarono spezzati in due tronconi: Roma con il suo ducato a sud, Ravenna con l’esarcato a nord. Fra i due si stendevano i possedimenti longobardi di Tuscia e Spoleto. Le grandi consolari erano tagliate, e l’unico collegamento praticabile restò un corridoio stretto che risaliva l’Agro Falisco, attraversava l’Umbria meridionale e arrivava alla costa adriatica. L’asse portante di quel corridoio era la via Amerina.

Tradotto in termini concreti: per circa due secoli, tutto quello che passava fra la sede del papa e la capitale amministrativa bizantina in Italia, cioè eserciti, funzionari, corrispondenza, esattori, vescovi, transitava per questa fascia di territorio. E in questa fascia di territorio si trova il tratto che attraversa le Forre di Corchiano. Camminare sul basolato dentro la gola significa camminare su una delle poche arterie rimaste aperte in un’Italia frammentata.

La foto giusta da fare a Forre di Corchiano

La foto giusta qui non è il panorama e non è la cascata. È la parete verticale con la figura umana dentro.

Il motivo è tecnico. Una forra non si fotografa bene dall’alto, perché dall’alto si vede soltanto una striscia di chiome verdi e non si capisce che sotto c’è un taglio di trenta metri. E non si fotografa bene in primo piano, perché senza un termine di paragone il tufo appare come una qualunque parete rocciosa. La foto che funziona si scatta dal fondo, mettendo una persona in piedi contro la parete e inquadrando verticalmente fino a prendere il cielo fra le chiome. A quel punto la scala si legge da sola, e chi guarda capisce all’istante che quella crepa nel mondo è alta come un palazzo di dieci piani.

Impostazioni e momento

La difficoltà maggiore è il contrasto. Il fondo della gola è in ombra profonda e la fessura di cielo in alto è luminosissima, il che significa una differenza di parecchi stop dentro la stessa inquadratura. Con il telefono conviene toccare lo schermo sulla parete in ombra e accettare che il cielo bruci: è preferibile un cielo bianco a una parete nera. Con una macchina fotografica seria si lavora in raw e si recupera in post, oppure si scattano due esposizioni e si fondono. Il treppiede aiuta perché le sensibilità richieste sul fondo sono alte.

Il momento migliore della giornata è quando il sole è alto abbastanza da infilare qualche lama di luce dentro la gola, cioè attorno a mezzogiorno, che è l’esatto opposto della regola generale della fotografia di paesaggio. Nelle forre la luce radente non entra, quindi l’ora d’oro non serve a niente e anzi consegna un fondovalle completamente spento. La stagione migliore è il tardo autunno o la fine dell’inverno, quando gli alberi hanno meno foglie, la luce scende più facilmente e l’acqua ha una portata decente.

L’altro soggetto che merita

L’altro soggetto da non perdere è la firma incisa nella via cava della Cannara. Va fotografata di taglio, con luce laterale, altrimenti l’incisione si appiattisce e diventa illeggibile: una torcia tenuta di lato dà risultati molto migliori del flash frontale.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Elenco i passaggi che hanno lasciato un segno leggibile sul terreno, in ordine cronologico, distinguendo con onestà i fatti documentati dalle attribuzioni discusse.

Dalla preistoria ai Falisci

La prima presenza umana nell’area è testimoniata dalle cavernette preistoriche e protostoriche che si aprono alla base delle pareti. Poi, nel primo millennio avanti Cristo, si struttura l’insediamento falisco sul pianoro, con la necropoli rupestre sulle pareti di fronte e il sistema di vie cave che collega i due mondi. La documentazione archeologica di questo insediamento risulta di rilievo nel quadro dell’Agro Falisco settentrionale, ma il nome antico del centro rimane ignoto: l’identificazione con Fescennium, proposta sulla base delle fonti letterarie, non trova conferma nei reperti. È un caso raro di sito importante e anonimo.

La conquista romana e la via Amerina

Nel 241 avanti Cristo Roma distrugge Falerii Veteres, l’odierna Civita Castellana, e deporta la popolazione nella nuova Falerii Novi, in pianura e senza difese naturali. È il momento in cui l’autonomia falisca finisce. Da quel momento il territorio viene riorganizzato secondo la logica romana, e la via Amerina diventa l’asse portante del collegamento verso l’Umbria. Il ponte romano che oggi si attraversa dentro la forra appartiene a questa fase di riorganizzazione infrastrutturale.

Il corridoio bizantino

Fra il sesto e l’ottavo secolo dopo Cristo la via Amerina diventa, come si diceva, la spina dorsale del corridoio che teneva collegati il Ducato romano e l’Esarcato di Ravenna attraverso territori altrimenti longobardi. Per il territorio di Corchiano significa restare su una direttrice strategica in un’epoca in cui quasi tutto il resto dell’Italia centrale si frammentava.

Il medioevo, i Farnese e il giglio

Il basso medioevo lascia al borgo una storia densa di episodi cavallereschi, e il Rinascimento lo consegna al dominio della famiglia Farnese, la casata che da Farnese e dalla Tuscia si issa fino al papato con Paolo terzo e fino al ducato di Parma e Piacenza. Lo stemma della famiglia, il giglio, compare ancora oggi con frequenza nei vicoli del centro storico di Corchiano, ed è il modo più immediato per leggere in pietra a chi apparteneva questo territorio nel Cinquecento. Chi vuole capire che cosa significasse il potere farnesiano su questa porzione di Lazio deve vedere il Palazzo Farnese a Caprarola, a meno di un’ora da qui.

Il Novecento e la protezione

Nel 1902 la chiesa della Madonna del Soccorso viene dichiarata monumento nazionale. Nella prima metà del Novecento entra in funzione la centrale idroelettrica sul Fratta, che resta attiva fino ai primi anni Sessanta. Nel 2000 la Regione Lazio istituisce il monumento naturale di Pian Sant’Angelo, nello stesso comune. Infine, il Monumento Naturale Forre di Corchiano viene istituito con Decreto del Presidente della Regione Lazio del 30 ottobre 2008, numero 635, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione del 28 novembre 2008, numero 44, e successivamente modificato e integrato con Deliberazione del Consiglio Regionale del 2 ottobre 2013, numero 92, pubblicata sul Bollettino Ufficiale del 30 gennaio 2014, numero 9. Sono date noiose da leggere, ma sono quelle che hanno impedito a questa gola di fare la fine di tante altre forre laziali usate come discarica o cancellate dalle bonifiche agricole.

Chi è passato da Forre di Corchiano

La lista dei personaggi celebri legati a questo posto è breve e va raccontata senza gonfiarla, perché l’Agro Falisco non è il Grand Tour e chi sostiene il contrario vende fumo.

Il primo nome è quello di Larth Vel Amies, l’impresario che ha firmato la propria opera sulla parete della via cava della Cannara. Non era un re e non era un artista celebre, era un tecnico, e per una volta abbiamo il nome di chi ha effettivamente costruito una cosa invece del nome di chi l’ha pagata. Nella storia dell’ingegneria antica italiana è una rarità e a me pare il personaggio più interessante dell’intero elenco.

Il secondo nome è quello di Giuliano da Sangallo, al quale viene attribuita la chiesa della Madonna del Soccorso. L’attribuzione va presa per quello che è, cioè un’attribuzione consolidata nella letteratura locale e ripresa dalle schede ufficiali, non una firma autografa su contratto. Sangallo lavorava in questa porzione di Italia centrale e il linguaggio architettonico della facciata è coerente con la sua cerchia; chi vuole essere prudente parlerà di ambito sangallesco.

Il quarto passaggio non ha un nome singolo ed è il più importante di tutti: i papi, i legati imperiali, gli esarchi e i funzionari bizantini che fra il sesto e l’ottavo secolo percorsero la via Amerina fra Roma e Ravenna. Non sappiamo quali di loro si siano fermati esattamente qui, e non lo scriverò, ma sappiamo che questo era il tracciato, e che chi andava da una capitale all’altra passava di qui. Per una gola di 42 ettari nell’alto Lazio è un curriculum più che dignitoso.

Quando andare alle Forre di Corchiano e quando evitarle

La stagione cambia questo posto più di quanto cambi qualunque altra meta del Lazio, quindi vale la pena essere precisi.

Primavera, la stagione migliore

Da fine marzo a metà maggio la forra dà il meglio: l’acqua ha portata sufficiente, le felci sono al massimo rigoglio, gli uccelli cantano, gli anfibi sono attivi e le temperature sul fondo restano piacevoli anche nelle giornate calde. È anche il periodo in cui il contrasto fra il pianoro assolato e il fondovalle fresco si percepisce meglio. Unico prezzo da pagare: dopo piogge abbondanti il fondo diventa fangoso e certi passaggi vicino all’acqua risultano scivolosi.

Estate, con qualche avvertenza

In luglio e agosto la gola resta un rifugio termico reale, ed è uno dei pochi posti dell’alto Lazio dove si cammina con sollievo a mezzogiorno di agosto. In compenso la portata del Fratta cala, le zanzare abbondano e la vegetazione chiude parecchi scorci. Chi arriva in estate sperando in cascate scroscianti resta deluso; chi arriva cercando ombra e archeologia resta soddisfatto. Ripeto il punto: le pozze non risultano dichiarate balneabili da alcuna fonte ufficiale, e questa non è una gita da costume.

Autunno, il periodo dei fotografi

Ottobre e novembre portano due vantaggi enormi: le prime piogge rimettono acqua nel torrente e la caduta delle foglie apre la volta vegetale, lasciando scendere luce in fondo alla gola. Il bosco ripariale di ontano, pioppo e salice vira su gialli intensi. È il momento in cui la forra si fotografa meglio e si legge meglio, perché le pareti tornano visibili.

Inverno, per chi sa quello che fa

Da dicembre a febbraio il fondovalle è freddo, umido e buio presto. Le piene possono rendere certi tratti impraticabili o pericolosi, e dopo eventi di pioggia intensa la cosa sensata è rimandare e sentire il Comune. In compenso, nelle giornate limpide di gennaio, senza foglie e senza nessuno, la gola mostra la propria struttura geologica con una chiarezza che nelle altre stagioni non ha. Vale per chi ha esperienza, attrezzatura adeguata e nessuna fretta.

Cosa c’è intorno alle Forre di Corchiano

Il grande vantaggio di questa zona è la densità: nel raggio di pochi chilometri si concentrano borghi, aree protette e siti archeologici che altrove basterebbero a riempire una regione intera.

L’Agro Falisco e la via Amerina

Civita Castellana è il riferimento obbligato, con la sua rupe, il Forte Sangallo e il portico cosmatesco della cattedrale. Nepi aggiunge le mura, le forre e l’acquedotto, e nelle vicinanze conserva la Solfatara di Nepi e Monte Calderone. Castel Sant’Elia è imperdibile per la basilica altomedievale affacciata sulla forra. Completano il quadro Fabrica di Roma, Faleria, Vasanello, Orte con la sua città sotterranea, Bassano in Teverina e, sul versante romano del Tevere, Civitella San Paolo e Filacciano.

Le altre forre e le aree protette vicine

Chi si appassiona a questo tipo di paesaggio ha di che continuare. Il Parco Valle del Treja offre le stesse forre in scala maggiore, con la cascata di Monte Gelato e il borgo di Calcata appollaiato su uno sperone di tufo. L’altro monumento naturale del comune, Pian Sant’Angelo, è a pochi minuti. Verso il Tevere si trova la Riserva naturale di Nazzano Tevere Farfa, con l’osservatorio ornitologico sull’ansa del fiume, e più a est le Gole del Farfa.

I laghi e i Cimini

A ovest il paesaggio cambia e diventa vulcanico. Il Lago di Vico con la sua riserva naturale è il lago meno costruito del Lazio, e attorno si dispongono Caprarola con il suo palazzo pentagonale, Ronciglione, Vignanello, Vallerano, Soriano nel Cimino con il borgo abbandonato di Chia, Capranica e Vetralla. Sutri con il suo parco archeologico e l’anfiteatro scavato nel tufo è la tappa che meglio si accompagna a Corchiano, perché racconta lo stesso rapporto fra uomo e roccia. Poco lontano si trovano la Faggeta di Oriolo Romano e la Mola di Oriolo Romano.

Scendendo verso Roma si entra nel comprensorio del Lago di Bracciano e del Parco di Bracciano Martignano, con Bracciano e il suo castello Odescalchi, Trevignano Romano e Anguillara Sabazia. Verso il capoluogo, infine, Viterbo con il quartiere medievale di San Pellegrino e, nei dintorni, Villa Lante a Bagnaia.

Domande veloci su Forre di Corchiano

Quanto dura la visita alle Forre di Corchiano?

Il tracciato escursionistico mappato dentro l’area protetta misura 2,8 chilometri con dislivello minimo, quindi in termini di sola camminata si parla di poco. Con le soste, le grotte, il ponte e la via cava è ragionevole considerare mezza giornata, e una giornata intera se si aggiungono il borgo e il santuario.

Si paga un biglietto?

Il monumento naturale è un’area protetta regionale liberamente accessibile, non un sito a ingresso contingentato. Le visite guidate organizzate da guide e associazioni hanno naturalmente un costo proprio, che varia da operatore a operatore.

Chi gestisce il monumento naturale?

L’ente di gestione è il Comune di Corchiano, in provincia di Viterbo. Per informazioni aggiornate su accessi, chiusure temporanee e visite conviene rivolgersi direttamente al Comune, che pubblica sul portale regionale delle aree protette i propri recapiti telefonici e di posta elettronica.

Quanto è grande l’area protetta?

L’estensione è di 42 ettari, interamente nel territorio comunale di Corchiano, ambito territoriale di Viterbo.

È adatta ai bambini?

Sì, dai sei o sette anni in su, con scarpe adeguate e sorveglianza vicino all’acqua. Non è adatta ai passeggini né a chi ha difficoltà motorie, perché il fondo risulta irregolare e in più punti scivoloso.

Che differenza c’è fra le Forre di Corchiano e Pian Sant’Angelo?

Sono due monumenti naturali distinti dello stesso comune. Le Forre proteggono il tratto di gola lungo il Rio Fratta con le sue pareti tufacee e la stratificazione archeologica; Pian Sant’Angelo, istituito nel 2000 e gestito come Oasi WWF, tutela un’area contigua con caratteri propri. Visitarli entrambi nella stessa giornata è del tutto fattibile.

Si può fare il bagno nelle pozze del Rio Fratta?

Nessuna fonte ufficiale dichiara balneabili le pozze del torrente, che non sono sorvegliate e la cui profondità e portata cambiano con la stagione. La risposta prudente è no.

Le Forre di Corchiano sono il posto giusto per chi ha capito che il Lazio interessante non è quello dei monumenti isolati ma quello dei paesaggi stratificati. Qui, in poco più di due chilometri di fondovalle, si attraversano una gola vulcanica, una necropoli rupestre, una strada romana, un ponte antico, un sistema di irrigazione preromano e una centrale elettrica dismessa, con il capelvenere sulle pareti e il martin pescatore sull’acqua. Chi cerca un’attrazione con biglietteria e percorso segnalato uscirà perplesso; chi cerca un posto da leggere, tornerà.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata nell’Agro Falisco con accompagnatore turistico abilitato si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari nella Tuscia trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.

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RiassuntoL’area protetta del Monumento Naturale delle Forre di Corchiano si distende lungo il corso del Rio Fratta, un torrente che scorre all’interno della forra sotto al centro storico.
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