Filacciano (RM)

Filacciano si trova in via Oreste Leonardi 5, CAP 00060, città metropolitana di Roma Capitale, sullo sperone tufaceo che chiude a nord la Valle del Tevere romana: il municipio risponde allo 0765 332113 e la casella certificata è comunedifilacciano@pcert.it. Il borgo è a poco meno di un'ora di automobile dal centro di Roma. In auto si esce dalla A1 al casello di Ponzano Romano-Soratte, che dista circa tre chilometri dall'abitato, e si prosegue sulla provinciale Tiberina; in treno si scende alla stazione di Poggio Mirteto Scalo oppure a quella di Stimigliano, entrambe sulla linea Roma-Firenze servita dalla ferrovia regionale FL1 Orte-Fiumicino, e si completa il tragitto con un mezzo su gomma o un passaggio. Non ci sono biglietti: il paese si visita a piedi, gratuitamente, in qualunque ora del giorno. Il Palazzo Del Drago è una proprietà privata della famiglia Del Drago e non ha aperture regolari al pubblico: la piazza, l'arco, la fontana e il belvedere si vedono sempre e da fuori, gli interni solo in occasione di eventi, e per quelli conviene sentire il Comune o l'ente di valorizzazione locale. Le chiese aprono con orari legati alle funzioni, quindi per la chiesa di Sant'Egidio e per la parrocchiale di Santa Maria Assunta il consiglio è chiedere in paese la mattina della visita.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il paese misura poco meno di sei chilometri quadrati e conta poco più di quattrocentocinquanta residenti: è uno dei comuni più piccoli della provincia romana. Il centro abitato è a circa 247 metri sul livello del mare, mentre la golena del Tevere, sotto, scende a poco più di trenta. Questo salto di duecento metri in orizzontale spiega tutto quello che vedrete: la posizione di controllo sul fiume, il vento che pettina il belvedere anche in agosto, la scenografia della piazza che si affaccia sul vuoto. Chi arriva qui cercando un museo sbaglia indirizzo. Chi arriva cercando un impianto urbano seicentesco rimasto in piedi quasi per intero, invece, trova una delle cose più intelligenti della Valle del Tevere. Per inquadrare la zona nel resto dell'offerta laziale può servire la pagina delle attrazioni turistiche.

Dove si trova Filacciano (RM) e come ci si arriva da Roma

Filacciano occupa il margine destro della Valle del Tevere, all'altezza in cui il fiume comincia a piegare verso la Sabina. Dal paese lo sguardo copre a est la piana alluvionale e i terrazzi fluviali della riva sinistra, a nord-ovest la sagoma isolata del Monte Soratte, che con i suoi 691 metri è l'unico rilievo di calcare in mezzo a un mare di tufo, a sud l'invaso della riserva di Nazzano, Tevere-Farfa. Il territorio comunale appartiene all'Unione Valle del Tevere - Soratte e al distretto sociosanitario della ASL Roma 4.

In automobile fino a Filacciano

La via più rapida da Roma è l'Autostrada del Sole in direzione nord fino all'uscita di Ponzano Romano-Soratte. Dal casello si è in paese in cinque minuti. In alternativa si può percorrere tutta la Tiberina, la strada che ricalca il tracciato romano che da Prima Porta risaliva verso la Sabina e verso Otricoli: è più lenta ma è anche l'unico modo per capire come il fiume abbia disegnato questa vallata, con i canneti, i pioppeti e i campi che scendono fino all'acqua. Il tratto provinciale che serve il paese è la 20/a, che si sovrappone alla 15/A Tiberina. Il parcheggio va cercato fuori dal nucleo antico: i vicoli del borgo hanno una larghezza pensata per il carro e per il mulo, non per il monovolume. Piazzale della Fontana è il punto naturale dove lasciare l'auto, tenendo conto che durante le manifestazioni estive la viabilità viene modificata.

In treno e con i mezzi pubblici

Non esiste una stazione a Filacciano. Le due fermate utili sono equidistanti e si trovano entrambe sulla direttissima Roma-Firenze: Poggio Mirteto Scalo a sud e Stimigliano a nord, servite dalla FL1 che collega Orte a Fiumicino passando per Tiburtina, Ostiense e Trastevere. Da lì servono un autobus di linea o un taxi, e in una giornata feriale i collegamenti su gomma sono radi. Chi non guida faccia i conti prima: la corriera del pomeriggio, in questi paesi, è spesso l'ultima. Il mio consiglio da professionista è semplice, e lo do senza girarci intorno: Filacciano si visita in auto, oppure dentro un giro organizzato che tocchi anche l'abbazia di Farfa e la riserva del Tevere, perché il paese da solo occupa due ore, non una giornata.

In bicicletta e a piedi lungo il Tevere

La Valle del Tevere fra Nazzano e Ponzano Romano è terreno da bicicletta da corsa e da gravel: strade poco trafficate, pendenze corte e cattive, panorami che cambiano ogni curva. La salita finale verso Filacciano è breve ma seria, e in estate va affrontata presto. A piedi il paese si percorre tutto in venti minuti se si cammina; in un'ora e mezza se si guarda, che è il modo giusto.

Filacciano (RM) - Palazzo del Drago - ingresso al borgo
Filacciano (RM) - Palazzo del Drago - ingresso al borgo

Che cosa aspettarsi da Filacciano (RM): un borgo progettato, non cresciuto

Quasi tutti i paesi della Valle del Tevere sono cresciuti per accumulo: una torre, poi le case addossate alla torre, poi il muro di cinta, poi l'espansione fuori porta secondo il capriccio della proprietà. Filacciano funziona in modo diverso, ed è la ragione per cui vale il viaggio. Il nucleo medievale c'è, ed è quello aggrappato al castello; ma la parte che si distende verso valle, fra Cinquecento e Seicento, è organizzata secondo un disegno, con edifici bassi, allineati, di altezza costante, e una strada che li attraversa fino a sfociare in una piazza rettangolare aperta sul panorama.

Il risultato è un impianto scenografico da teatro barocco applicato a un paese di seicento anime. La fontana detta del Mascherone, l'arcone di accesso e il portale del palazzo sono impostati su un unico asse ottico: chi arriva dal basso vede l'acqua, poi il vuoto dell'arco, poi la porta del palazzo, incolonnati come le quinte di una scena. Non è un caso fortunato, è un progetto. Tradizione locale e letteratura ripetuta in zona attribuiscono il disegno a Mattia de Rossi, romano, allievo prediletto di Gian Lorenzo Bernini e dal 1680 architetto della Fabbrica di San Pietro; l'attribuzione è verosimile per stile e per cronologia, perché il committente fu la famiglia Muti Papazzurri e gli anni sono quelli giusti, ma non compare fra le opere documentate dell'architetto nei repertori maggiori. Va presa per quello che è: un'attribuzione tradizionale robusta, non un dato d'archivio.

La struttura urbana di Filacciano, porta per porta

Si entra dalla parte bassa. Superata la prima porta si è nell'espansione tardo-rinascimentale: case a due piani, cornici semplici, androni profondi e riservati che nascondono cortili e scale. Il fronte è ordinato, uniforme, quasi severo. La strada sale dolcemente e sbocca nella piazza, che è il fulcro visivo dell'intero paese. Oltre una seconda porta storica comincia il borgo medievale vero, quello del castello, dove i vicoli si stringono, il tufo affiora, i muri cambiano tessitura e le case si appoggiano l'una all'altra per reggersi. In dieci minuti di cammino si attraversano trecento anni di edilizia.

Un dettaglio che i visitatori distratti perdono: le quote. Il paese digrada verso il fiume per terrazze, e ogni terrazza ha il suo affaccio. Non esiste un unico belvedere, ne esistono cinque o sei, e il migliore non è quello segnalato.

Il nome di Filacciano: quattro ipotesi e un documento dell'VIII secolo

La toponomastica di Filacciano è uno di quei rompicapi che gli eruditi si passano da due secoli senza chiuderlo. Le ipotesi in campo sono sostanzialmente quattro, e conviene tenerle distinte per grado di solidità.

La prima, quella più diffusa nella tradizione orale del paese, fa derivare il nome da un imperatore o comunque da un personaggio di nome Felicianus, che avrebbe fatto costruire quassù un primo castrum sui cui resti sarebbe poi sorto il castello. È la versione che si racconta in piazza. Non ha appoggi documentari e va classificata come leggenda erudita di formazione tardo-moderna.

La seconda risale il nome a Faliscanum o Faliscianum, cioè al riferimento etnico ai Falisci, il popolo che occupava la riva destra del Tevere fra Civita Castellana e il Soratte. Ha il pregio di essere coerente con l'archeologia del territorio, perché i materiali preromani trovati in zona sono di cultura falisco-capenate.

La terza, ed è la più accreditata, deriva il toponimo da Flaccianum, cioè dal fundus Flaccus, il podere di un possidente romano di nome Flacco. La tesi fu sostenuta da Antonio Nibby, l'archeologo e topografo che nella prima metà dell'Ottocento ricostruì sistematicamente la geografia antica dei dintorni di Roma, e si fonda su un elemento concreto: un documento di donazione dell'VIII secolo che attribuisce il possesso del fondo Flaccianus all'abbazia di Farfa, possesso poi confermato da una bolla di papa Stefano IV dell'anno 817. Un fondo agricolo intitolato a un proprietario romano che sopravvive come nome di paese è un meccanismo classico, si ripete in tutto il Lazio, e qui ha per giunta la carta.

La quarta, minoritaria, tira in ballo la filatura e i lavori tessili. Non regge alla verifica linguistica ed è probabilmente una retrodatazione moderna, nata per spiegare il nome della sagra invernale.

La storia di Filacciano, dai Capenati ai principi Del Drago

Prima di Roma: la necropoli di Marisano

Nel territorio comunale, in località Marisano, sono stati rinvenuti materiali che documentano una necropoli preromana di cultura affine a quella falisco-capenate. Non è una scoperta clamorosa in sé: tutta la riva destra del Tevere fra Capena e il Soratte era occupata da comunità di questo tipo, gente che parlava una lingua italica imparentata con il latino, scriveva con un alfabeto derivato da quello etrusco e commerciava lungo il fiume. La rilevanza è di contesto. Significa che l'altura di Filacciano era già scelta, già frequentata, già considerata un buon punto di controllo prima che Roma esistesse come potenza regionale. I materiali non sono esposti in paese: l'archeologia dell'agro capenate si vede a Capena, fra il museo civico ospitato nella Torre dell'Orologio e l'area di Lucus Feroniae sulla Tiberina, dove il santuario federale della dea Feronia raccoglieva Latini, Sabini ed Etruschi.

Filacciano in epoca romana

La conquista romana della sponda destra arriva con le campagne condotte da Marco Furio Camillo contro Veio, Capena e Faleri Veteres, la città che corrisponde all'odierna Civita Castellana. Nel 387 avanti Cristo il territorio capenate viene ascritto alla tribù Stellatina e organizzato come municipio federato. L'area dell'odierno comune di Filacciano entra così nell'ager Capenas e, con la riforma augustea, nella Regio VII Etruria. Non abbiamo un centro urbano romano quassù: abbiamo poderi, ville rustiche, un paesaggio agricolo di proprietà medio-grandi che produce grano, olio e vino e li fa scendere al fiume. Il Tevere, in quei secoli, è l'autostrada: le chiatte risalivano e scendevano portando derrate verso Roma. La strada che oggi chiamiamo Tiberina ricalca il percorso antico verso la Sabina e verso Otricoli.

Farfa, i Benedettini e la nascita del castello

Con il crollo del sistema tardoantico la valle si spopola e la proprietà si concentra nelle mani dei monasteri. Il fondo Flaccianus passa all'abbazia imperiale di Farfa, che fra IX e XI secolo è una delle grandi potenze fondiarie dell'Italia centrale, alla pari con Montecassino e con Sant'Andrea in Flumine di Ponzano. La donazione dell'VIII secolo e la conferma di papa Stefano IV dell'817 sono i primi documenti che nominano questa terra. Sono i monaci benedettini a costruire, intorno all'anno Mille, la chiesa di Sant'Egidio sul rialzo isolato appena sotto l'abitato, ed è probabile che sia loro anche il primo nucleo fortificato. L'incastellamento della Valle del Tevere segue ovunque questo schema: il monastero raccoglie i coloni sparsi, li porta in alto, li mette dietro un muro. Nasce così il borgo.

Gli Orsini, duecento anni sulla rocca

Dal 1344 Filacciano è degli Orsini, e ci resta per due secoli tondi, fino al 1544. Gli Orsini sono la famiglia che disegna la geografia feudale del Tevere e della Sabina: la stessa che controlla Nazzano, che pesa su Monterotondo, che si scontra con i Colonna per il predominio nel Patrimonio di San Pietro. Un conteggio del Trecento basato sul consumo del sale attribuisce al paese circa quattrocento abitanti: per l'epoca e per queste dimensioni è una comunità vitale. Il castello in questa fase è ancora un castello vero, con funzione militare, non la residenza signorile che vedete oggi.

Savelli, Naldi e il passaggio di mano continuo

Dal 1544 il feudo passa ai Savelli, con Antimo e Antonello, e vi resta fino al 1593. Seguono i baroni Naldi della Bardosiera, con Filiberto, Filippo e Ottavio, che tengono il possesso fino ai primi del Settecento. In mezzo, un episodio militare che il paese non ha dimenticato: fra 1485 e 1486, durante la guerra fra il Papato e gli Aragonesi di Napoli, Filacciano viene presa e poi riedificata. Non è una battaglia da manuale, è una delle infinite scaramucce del conflitto baronale romano; ma per un paese di quattrocento persone significa mura abbattute e case da rifare.

I Muti Papazzurri e l'invenzione del borgo barocco

Il momento decisivo arriva nel 1674, quando subentrano i Muti Papazzurri: Giovanni, Pompeo, Scipione, Curzio. È la famiglia che trasforma un castello in un palazzo e un ammasso di case in un impianto urbano. Sono loro i committenti dell'asse scenografico, della piazza rettangolare, della fontana, dell'arcone. La mezzaluna del loro stemma è ancora leggibile sul fronte del palazzo, e trovarla è uno dei piccoli giochi che consiglio ai gruppi. Nel 1704 il paese conta circa seicento abitanti, il massimo storico prima dell'Ottocento. Nel 1706 la morte di monsignor Giovanni Muti Papazzurri innesca una crisi familiare che rallenta il programma edilizio: l'asse ottico che avrebbe dovuto guidare lo sviluppo dell'intero borgo resta un frammento realizzato in modo splendido e mai completato. Il paese che vedete è un progetto interrotto, ed è precisamente questo che lo rende leggibile.

Ottocento: Mauri, Franci, Ferrajoli, Del Drago

Nel 1810 il possesso passa a Carlo Mauri, monsignore, sostituto segretario di Stato della curia romana, che lascia il nome a un palazzo del paese e la propria sepoltura nella cappella di San Filippo Neri annessa a Sant'Egidio. Dal 1833 al 1843 subentrano i Franci; nel 1843 la proprietà tocca a Domenico Orsini, poi nel 1852 al cavalier Giuseppe Ferrajoli, che porta il titolo di marchese di Filacciano. Nel 1853 il palazzo e il feudo sono acquistati dai principi Del Drago, principi di Mazzano e Antuni, che ne sono ancora oggi i proprietari. Sono loro a dare il nome con cui tutti chiamano il complesso. Nel 1804 l'editto napoleonico di Saint Cloud, che vieta le sepolture dentro l'abitato, aveva già prodotto l'attuale cimitero: una riforma sanitaria imposta dall'alto che in tutta Italia ha cambiato il paesaggio dei paesi.

Il Novecento: mezzadri, cinema, spopolamento

Il censimento del 1911 registra 705 abitanti, il massimo storico assoluto. Poi comincia la lunga discesa: la guerra, l'emigrazione, la fine della mezzadria. Nel dopoguerra, e in particolare intorno agli anni Cinquanta, arrivano famiglie di mezzadri dalle Marche e dall'Abruzzo, terre più povere, che si innestano sulla comunità contadina locale. Nel 1930 un incendio devasta il palazzo: tre figli del principe Clemente Del Drago vengono tratti in salvo dagli abitanti del paese. È un episodio che a Filacciano si racconta ancora, e che spiega meglio di qualunque saggio il rapporto fra il paese e la famiglia proprietaria. Oggi i residenti sono poco più di quattrocentocinquanta.

Palazzo del Drago - comune di Filacciano (RM)
Palazzo del Drago - comune di Filacciano (RM)

Il Palazzo Del Drago di Filacciano

Il palazzo è il motivo per cui il paese esiste e la ragione per cui ha la forma che ha. Nasce come maniero medievale, presidio della valle, e viene progressivamente addomesticato fra Cinquecento e Seicento fino a diventare residenza signorile. Il fronte che si vede dalla piazza non è una facciata di castello: è una facciata di palazzo, con il portale al centro dell'asse, le finestre incorniciate, la simmetria dichiarata. Sotto, però, la struttura resta quella difensiva, e si legge nei rapporti fra i volumi e nella base delle murature.

Dal castello al palazzo: la trasformazione seicentesca

La conversione è opera dei Muti Papazzurri, che intervengono a partire dal secondo Seicento e proseguono nel Settecento. L'operazione culturale è quella che in quegli anni si compie in tutto il Lazio: la nobiltà romana non ha più bisogno di rocche, ha bisogno di ville di rappresentanza dove passare la villeggiatura e ricevere. Il castello smette di guardare il nemico e comincia a guardare il panorama. È il passaggio che si osserva anche a Castelnuovo di Porto e in mezza Sabina, ma qui è più netto perché il paese intero viene ridisegnato di conseguenza.

La scalinata a ventaglio

Il pezzo che più colpisce è la scalinata a ventaglio che raccorda il palazzo alla piazza. È un elemento di architettura teatrale, di quelli che il barocco romano usa per creare un punto focale, ma a Filacciano ha avuto per secoli una seconda vita, molto più concreta: è stato il palcoscenico naturale della vita serale del paese. Le radici della storia di Filacciano affondano nelle memorie contadine, e quelle memorie hanno un luogo preciso. Nelle sere d'estate, finita la giornata di lavoro che cominciava all'alba e finiva al tramonto, secondo l'espressione locale da levata a calata, la gente saliva in piazza. Spesso c'era un organetto. Era il momento di socializzazione di una comunità in cui, nei primi anni del dopoguerra, convivevano famiglie del posto e mezzadri arrivati dalle Marche e dall'Abruzzo. Un gradino di travertino ha tenuto insieme un paese per duecento anni: la si guardi con questo in mente, quella scalinata.

L'asse scenografico: fontana del Mascherone, arcone, portale

Il particolare unico del borgo, quello che nessun'altra cittadina della valle possiede, è l'allineamento fra la fontana del Mascherone, l'arcone e il portale del palazzo. Sono tre elementi progettati, realizzati e costruiti su un solo asse, in modo che il visitatore che risale dal basso li veda incolonnati. È un cannocchiale prospettico da giardino barocco applicato allo spazio pubblico di un paese contadino, ed è la firma di una cultura architettonica di primo livello. Il mascherone della fontana è il classico volto grottesco che getta acqua dalla bocca: un motivo di derivazione cinquecentesca, di uso larghissimo a Roma, che qui funziona da quinta d'ingresso. Il consiglio pratico è di mettersi con la schiena alla fontana e guardare in su lentamente: l'effetto si costruisce in tre secondi.

Si può visitare il Palazzo Del Drago di Filacciano

Il complesso è di proprietà privata e non ha aperture ordinarie al pubblico. Gli esterni, l'arco, la scalinata e la piazza si vedono liberamente e sono la parte che conta davvero dal punto di vista urbanistico. Per gli interni non esiste una biglietteria: si entra soltanto in occasione di eventi, concerti o manifestazioni organizzate d'intesa con la proprietà, e le date vanno chieste al Comune. Chi arriva convinto di trovare un castello visitabile con audioguida resterà deluso; chi arriva per capire come si progetta un paese resterà molto più a lungo del previsto. Per organizzare la visita con un accompagnatore autorizzato conviene rivolgersi ai professionisti di TourLeaderPro a Roma.

Piazza Umberto I, la scena urbana di Filacciano

La piazza è rettangolare, allungata, chiusa su un lato dal fronte del palazzo e aperta sull'altro verso la valle. È il capolavoro modesto del paese. Gli edifici che la delimitano sono bassi e allineati, con una regolarità che nella Valle del Tevere non ha molti confronti, e appartengono alla parte del borgo organizzata fra XVI e XVII secolo. Il vuoto è calibrato: abbastanza grande da contenere la festa patronale, abbastanza piccolo da restare uno spazio domestico. In questa piazza si sono proiettati i film all'aperto a partire dagli anni Sessanta, quando il boom economico e la rinascita del cinema italiano portarono anche quassù lo schermo montato la sera. La consuetudine non si è persa: il calendario estivo del Comune prevede ancora serate di cinema, sport e cena in piazza a fine agosto, con la viabilità modificata attorno a Piazzale della Fontana.

Il belvedere di Filacciano sulla Valle del Tevere

Dal margine del centro storico si apre l'affaccio panoramico sulla Valle del Tevere: sotto, la piana con i meandri e i pioppeti; di fronte, i rilievi della Sabina; a nord-ovest il profilo del Soratte, che da qui si vede per il lato lungo e sembra un'isola. Nelle giornate di tramontana, quando l'aria si asciuga, la vista arriva alla catena appenninica e si distinguono le cime innevate: quanto lontano si spinga dipende dalla giornata, e su questo conviene fidarsi dei propri occhi più che dei cartelli. L'ora giusta è il tardo pomeriggio, quando il sole batte da ovest e accende il tufo delle case. All'alba, invece, la valle si riempie di nebbia bassa e restano fuori solo il Soratte e i campanili: è lo spettacolo migliore e nessuno lo guarda perché a quell'ora il paese dorme.

Le chiese di Filacciano (RM)

Nonostante le dimensioni ridottissime del territorio, Filacciano conta tre chiese e due cappelle private. Per un comune di seicento anime storiche è una densità notevole, e si spiega con la stratificazione dei proprietari: ogni famiglia che è passata di qui ha lasciato un altare.

La chiesa di Sant'Egidio a Filacciano

È la seconda costruzione in ordine di tempo del futuro borgo e sorge isolata su un rialzo del terreno poco sotto il castello, in posizione dominante sulla valle del Tevere. La tradizione la vuole edificata dai monaci benedettini di Farfa, proprietari del fondo, intorno all'anno Mille; l'impianto è romanico e la datazione corrente la colloca fra la fine del X e l'XI secolo. Sant'Egidio abate, l'eremita di origine greca venerato in tutto l'Occidente benedettino, è il patrono del paese e si festeggia il primo settembre.

Il tesoro della chiesa sono gli affreschi duecenteschi. Furono commissionati dai coniugi Marocce nel 1228 e sono attribuiti a un pittore anonimo che la critica locale chiama il maestro di Filacciano: una bottega di ambito laziale che lavora nel momento in cui la pittura romana passa dalla maniera bizantina a un linguaggio più narrativo. Guardate le mani e i panneggi: la rigidità è ancora quella dell'icona, ma i volti cominciano a muoversi. Gli affreschi si sono conservati in buono stato anche dopo il crollo del tetto avvenuto nella notte fra il 16 e il 17 del 1968, e sono stati oggetto di restauro. La commissione da parte di una coppia di laici, e non del monastero, è il dettaglio storicamente più interessante: nel 1228 significa che a Filacciano c'era gente che aveva denaro proprio e voleva lasciarne memoria sul muro di una chiesa. La committenza privata nelle chiese rurali del Duecento è documentata ma non frequentissima, e qui è datata con precisione.

All'edificio originario fu aggiunta molti anni dopo una cappella dedicata a San Filippo Neri, dove è sepolto Carlo Mauri, il prelato che nell'Ottocento fu sostituto segretario di Stato della curia romana e proprietario del feudo. La dedicazione a San Filippo Neri non è casuale: la devozione filippina si diffonde nel Lazio a partire dal Seicento e diventa il marchio di fabbrica di una religiosità urbana e allegra che le famiglie romane portano nei propri feudi di campagna.

La chiesa di Santa Maria Assunta a Filacciano

Si trova all'interno del borgo e vi si accede da via Filocastello. Non esiste una data di fondazione documentata né il nome di un committente: l'ipotesi ragionevole, basata sull'analisi della muratura e sul rapporto con il castello, la colloca fra XV e XVI secolo, dopo la ricostruzione del maniero da parte degli Orsini. La struttura ricorda molto quella di Sant'Egidio, il che fa pensare a maestranze locali che ripetono un modello collaudato.

L'interno è a navata unica, con due absidi laterali dedicate rispettivamente a Santa Maria Assunta e al Salvatore. Sulle pareti ai lati dell'altare sono ricavate due nicchie che ospitano le statue di San Valentino e di Sant'Egidio abate. La luce entra da cinque finestre di impianto gotico, e il soffitto è a capriate lignee a vista: una soluzione povera e onesta, tipica dell'edilizia religiosa minore laziale, che ha il pregio di restituire il volume originario senza le controsoffittature settecentesche che altrove hanno cancellato tutto. Le capriate a vista sono anche la ragione per cui l'acustica, durante le funzioni cantate, funziona sorprendentemente bene.

L'oratorio di Sant'Egidio e le cappelle private

All'elenco si aggiunge l'oratorio di Sant'Egidio, edificato dai Muti Papazzurri nella fase in cui la famiglia stava ridisegnando il paese: un edificio di servizio devozionale legato alla residenza signorile, secondo un uso comune nelle proprietà nobiliari romane. Le due cappelle private completano il quadro. Non sono aperte al pubblico e non figurano in nessun percorso turistico; le cito perché fanno parte del conto e perché aiutano a capire quanto fosse fitto il tessuto devozionale di un paese così piccolo.

I palazzi minori di Filacciano: Mauri, Arcangeli, Leoni

Chi si ferma al Del Drago perde metà del paese. Filacciano conserva altri tre edifici signorili che raccontano la borghesia agraria locale, quella che non era principesca ma contava.

Il Palazzo Mauri fu costruito dal marchese Giambattista Mauri, della famiglia che nell'Ottocento ebbe brevemente il feudo. Il Palazzo Arcangeli risale al Cinquecento circa, si affaccia su via Filocastello e ha una particolarità che i visitatori non notano mai: era collegato a un mulino. In un paese arroccato a duecento metri sul fiume, avere il controllo di un mulino significava avere il controllo del pane. Il Palazzo Leoni, anch'esso su via Filocastello, è riconoscibile per il sottopasso voltato, realizzato con ogni probabilità nel XVII secolo, che attraversa la strada e collega due corpi di fabbrica. Questi passaggi coperti sono uno dei tratti più caratteristici dei borghi della Valle del Tevere e nascono da una necessità banale: quando la famiglia cresce e non c'è spazio per espandersi in orizzontale, si scavalca la strada. Via Filocastello, con i suoi androni e i suoi sottopassi, è la strada da percorrere lentamente.

Filacciano (RM)
Filacciano (RM)

Una curiosità su Filacciano (RM)

La curiosità vera di Filacciano non è il castello: è il fatto che questo paese sia il resto visibile di un progetto urbanistico mai finito. Quando i Muti Papazzurri, nel secondo Seicento, decisero di riorganizzare il feudo, non commissionarono soltanto il restauro di una residenza. Fecero impostare un asse ottico che partiva dalla fontana del Mascherone, passava sotto l'arcone e arrivava al portale del palazzo, e quell'asse doveva essere la spina dorsale su cui far crescere l'intero abitato. Era la logica dei grandi interventi barocchi romani applicata in scala minuscola: si traccia una direttrice, si allineano i fronti, e la città si sviluppa da sola lungo la linea.

La linea, però, si è fermata. Nel 1706 muore monsignor Giovanni Muti Papazzurri e la famiglia entra in una crisi che ne compromette le finanze e le ambizioni. Il cantiere si interrompe. Quello che restava da costruire non fu costruito mai, e il paese si è cristallizzato al punto in cui era arrivato: un frammento di architettura urbana di altissima qualità, incastonato in un tessuto rurale che non ha avuto il tempo di adeguarsi. È esattamente questa incompiutezza a rendere Filacciano leggibile. In un borgo completato non si distingue più il progetto dalla crescita spontanea; qui si vede la cucitura. Si vede dove finisce l'idea e dove ricomincia il paese contadino.

C'è un secondo elemento che i visitatori ignorano quasi sempre. La quantità di famiglie che si sono succedute nella proprietà di questo minuscolo feudo è impressionante: Orsini, Savelli, Naldi della Bardosiera, Muti Papazzurri, Mauri, Franci, Orsini di nuovo, Ferrajoli, Del Drago. Nove passaggi in cinque secoli, per un paese che non ha mai superato le settecento anime. Filacciano non era ricco: era comodo. Sedeva su una strada, guardava un fiume navigabile, produceva olio e grano, e costava poco. Per la nobiltà romana era il feudo che si comprava e si rivendeva quando servivano liquidi, il titolo che si aggiungeva al nome. La storia di Filacciano è, letta bene, la storia del mercato immobiliare aristocratico dello Stato Pontificio.

Una cosa che non ti dice nessuno su Filacciano (RM)

Nessuna guida lo scrive, ma a Filacciano il problema non è che cosa vedere: è quando arrivare. Il paese ha meno di cinquecento residenti, non ha una biglietteria, non ha un ufficio informazioni permanente e non ha una ristorazione dimensionata sul turismo. In una domenica di novembre alle tre del pomeriggio troverete le chiese chiuse, nessuno in piazza e nessun posto dove sedersi. Non è ostilità: è aritmetica demografica. Chi vuole vedere le chiese aperte deve venire nel giorno della festa patronale, il primo settembre, oppure durante una delle sagre, oppure chiedere direttamente in paese la mattina stessa. La seconda cosa che nessuno dice riguarda la ristorazione: qui non si arriva all'una senza aver telefonato prima. Le trattorie della zona lavorano su prenotazione e nei giorni feriali possono semplicemente non aprire.

Il terzo punto è il più utile di tutti. Il collegamento con i mezzi pubblici esiste sulla carta ed è fragile nella pratica: le stazioni ferroviarie di riferimento, Poggio Mirteto Scalo e Stimigliano, sono entrambe fuori dal territorio comunale e vanno raggiunte con un autobus di linea le cui corse, nel pomeriggio e nei festivi, si diradano parecchio. Chi non ha l'automobile e vuole comunque vedere questo tratto di Valle del Tevere faccia una scelta diversa: prenda per base Poggio Mirteto o Fara in Sabina, che sono meglio servite, e raggiunga Filacciano in giornata con un mezzo a noleggio.

Ultima cosa, e riguarda le aspettative. Girano fotografie del Palazzo Del Drago che lasciano immaginare un castello visitabile. Non lo è. È una residenza privata abitata, e va trattata come tale: si fotografa dall'esterno, non si suona al portone, non si entra nei cortili. Questo, per inciso, è il motivo per cui il borgo si è conservato così bene. Un edificio che qualcuno abita è un edificio che qualcuno mantiene.

Il consiglio che ti do per visitare Filacciano (RM)

Non venite a Filacciano da soli. Intendo: non fatene la meta unica di una giornata, perché il paese vi occuperà due ore piene e poi vi lascerà con mezzo pomeriggio in mano. Costruite invece un anello sulla Valle del Tevere e mettete Filacciano al centro, come pausa alta fra due cose basse.

L'itinerario che propongo ai gruppi da anni è questo. Partenza da Roma presto, uscita a Ponzano Romano-Soratte, prima tappa all'abbazia di Sant'Andrea in Flumine sotto Ponzano Romano: architettura romanica di primissimo ordine, cinta muraria fatta erigere nel 946 da Alberico II, campanile ricavato all'inizio del Duecento da una delle tre torri difensive, un complesso restaurato in occasione del Giubileo del 2000 con lavori conclusi nel 2004. Ci vuole un'ora. Poi si sale a Filacciano per la piazza, il palazzo, il belvedere e le chiese, con il pranzo prenotato in zona. Nel pomeriggio si scende alla riserva naturale di Nazzano, Tevere-Farfa, che è la prima area protetta istituita dalla Regione Lazio, nel 1979, riconosciuta zona umida di importanza internazionale secondo la convenzione di Ramsar già dal 1977: si visita il Museo del Fiume a Nazzano e si percorre uno dei sentieri di osservazione sul lago formato dallo sbarramento costruito negli anni Cinquanta. Chi ha ancora energia chiude con la salita al Monte Soratte per il tramonto.

Sulla stagione sono netto. Il momento migliore per Filacciano è la seconda metà di ottobre: la luce è bassa e calda, la valle si accende, la nebbia mattutina comincia e non fa ancora freddo. Il momento peggiore è il pomeriggio di luglio, quando il tufo restituisce il calore e la piazza diventa una padella. Agosto è ambiguo: fa caldo, ma è l'unico periodo in cui il paese è vivo davvero, con le manifestazioni serali, il cinema e le cene all'aperto. Se dovete scegliere fra il comfort e l'anima del posto, scegliete l'anima. E portate scarpe con la suola scolpita: i vicoli sono ripidi e il selciato, quando è umido, non perdona.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Filacciano sia stato dell'abbazia di Farfa lo si legge dovunque. Quello che quasi nessuno spiega è che cosa comportasse concretamente, e quanto profondamente abbia determinato la forma del paese. Farfa, fra il IX e l'XI secolo, era un'abbazia imperiale: godeva cioè della protezione diretta del sovrano germanico ed era esente dalla giurisdizione vescovile. Nella Valle del Tevere lo stesso statuto ce l'avevano Sant'Andrea in Flumine sotto Ponzano Romano e San Salvatore Maggiore in provincia di Rieti, oltre a Montecassino. Significa che questa vallata non era terra qualsiasi: era un corridoio di potere fra Roma e il Nord, e i monasteri che la controllavano erano attori politici, non soltanto religiosi.

Le conseguenze sul terreno sono tre e si vedono ancora. La prima è la fondazione delle chiese: Sant'Egidio nasce come chiesa monastica di un fondo, non come parrocchia di una comunità, e per questo si trova isolata su un rialzo fuori dell'abitato invece che al centro del paese. La seconda è l'incastellamento: sono i monaci a concentrare i coloni sparsi nei fondi dentro un recinto fortificato, ed è da quel recinto che nasce il borgo medievale. La terza è la toponomastica agraria, che ha conservato i nomi dei fondi romani perché i monaci li registravano nei propri cartulari, e infatti il nome stesso di Filacciano viene da lì.

C'è poi un dato che si cita di rado. Il documento dell'VIII secolo e la bolla di papa Stefano IV dell'817 non sono soltanto le prime attestazioni del nome: sono la prova che nell'alto medioevo questa terra aveva un valore agricolo riconosciuto e un proprietario che valeva la pena registrare. Una donazione si fa quando c'è qualcosa da donare. Nel Lazio dell'anno 800, con la popolazione ai minimi storici e vaste aree tornate a bosco, un fondo produttivo sopra il Tevere era un bene di prima qualità. Se volete leggere in continuità questa storia, la visita all'abbazia di Farfa e al suo borgo, e poi alle gole del Farfa, completa il quadro molto meglio di qualunque spiegazione.

La foto giusta da fare a Filacciano (RM)

La fotografia che tutti fanno è quella frontale del Palazzo Del Drago dalla piazza. È una buona fotografia e non ha nessun interesse, perché è già stata fatta diecimila volte e perché il fronte, illuminato di piatto nelle ore centrali, appiattisce anche la scalinata.

La fotografia giusta è un'altra, ed è una sola. Mettetevi in basso, all'altezza della fontana del Mascherone, e inquadrate lungo l'asse: acqua in primo piano, l'arcone che fa da cornice nera nel mezzo, il portale del palazzo in fondo, dentro l'arco. Serve un obiettivo che non deformi troppo, quindi lasciate perdere il grandangolo spinto e usate un normale, intorno ai cinquanta millimetri di equivalente, arretrando quanto basta. La chiave è chiudere il diaframma per tenere a fuoco i tre piani e aspettare che nell'arco non passi nessuno. In questo modo si fotografa non un edificio ma un'idea di progetto, cioè l'unica cosa che a Filacciano non si trova altrove.

La luce corretta è quella del tardo pomeriggio, quando il sole entra da ovest e il fondo dell'arco riceve il riflesso invece dell'ombra piena. La mattina l'arco diventa una macchia nera e il portale sparisce.

La seconda fotografia da portare a casa è dal belvedere, e va fatta all'alba, non al tramonto. Nelle mattine di fine ottobre e novembre la valle si riempie di nebbia bassa, il Tevere sparisce e sopra il grigio restano soltanto il Soratte e le sagome dei campanili sulla riva sinistra. Con una focale medio-lunga, intorno ai centotrenta millimetri, si comprime la successione dei piani e si ottiene un'immagine che sembra un paesaggio giapponese girato in Sabina. Portate un treppiede leggero perché all'alba i tempi si allungano e sul belvedere tira vento.

Terza indicazione, meno ovvia. I sottopassi voltati di via Filocastello sono un soggetto eccellente in bianco e nero, perché il taglio di luce che entra dall'estremità del passaggio disegna il selciato. Aspettate che passi qualcuno del paese e scattate controluce: la figura in silhouette dentro il tunnel di pietra racconta Filacciano meglio di qualunque veduta panoramica. Una raccomandazione da professionista: chiedete sempre il permesso prima di fotografare le persone e non puntate l'obiettivo dentro i cortili privati. In un paese di quattrocentocinquanta abitanti la buona educazione si ricorda per anni, e la maleducazione anche.

Infiorata del Corpus Domini - Filacciano (RM)
Infiorata del Corpus Domini - Filacciano (RM)

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è documentario e non fa rumore, ma è quello che fonda tutto: la donazione dell'VIII secolo che consegna il fondo Flaccianus all'abbazia di Farfa, confermata nell'817 da una bolla di papa Stefano IV. Da quel momento Filacciano esiste per iscritto. Prima c'erano l'altura, la necropoli di Marisano e i poderi romani dell'ager Capenas; da lì in poi c'è un nome, un proprietario e una storia continua.

Il secondo è militare. Fra il 1485 e il 1486, durante la guerra fra il Papato e il Regno aragonese di Napoli, il paese viene conquistato e successivamente riedificato. È l'unico episodio bellico di rilievo nella storia del borgo e va inquadrato nel contesto giusto: il conflitto baronale romano di fine Quattrocento, con gli Orsini e i Colonna schierati su fronti opposti e i piccoli feudi della valle usati come pedine. Per gli abitanti significò mura da rialzare e case da rifare.

Il terzo è artistico e ha una data precisa: il 1228, anno in cui i coniugi Marocce commissionano il ciclo di affreschi di Sant'Egidio. Non è un evento politico, è un evento culturale, e ha lasciato la sola opera d'arte di rilievo assoluto del paese.

Il quarto è il passaggio del 1674, quando il feudo entra nelle mani dei Muti Papazzurri. È l'anno che cambia la faccia del borgo, perché da lì parte il programma edilizio che produce la piazza, la fontana, l'arcone e la trasformazione del castello in palazzo. Il quinto, speculare, è il 1706: la morte di monsignor Giovanni Muti Papazzurri e la crisi familiare che ferma il cantiere.

Il sesto è amministrativo e riguarda tutti i paesi italiani, ma qui ha lasciato un segno visibile. Nel 1804 l'editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone, vieta le sepolture all'interno dei centri abitati e impone i cimiteri fuori le mura: il camposanto attuale di Filacciano nasce da quella norma. Il settimo è il 1853, l'anno in cui i principi Del Drago acquistano il palazzo e il feudo e cominciano una proprietà che dura da oltre un secolo e mezzo.

L'ottavo è del 1930 ed è il più raccontato in paese: un incendio devasta il palazzo e tre figli del principe Clemente Del Drago vengono salvati dagli abitanti accorsi. In una comunità dove la famiglia proprietaria e i mezzadri vivevano a cinquanta metri di distanza, quella notte ha stabilito un rapporto che le generazioni successive hanno continuato a citare.

Il nono non è un fatto singolo ma un processo, ed è il più pesante di tutti. Il censimento del 1911 registra 705 abitanti, il massimo storico. Da allora la curva scende senza interruzioni fino ai poco più di quattrocentocinquanta di oggi. In mezzo ci sono due guerre, l'emigrazione verso Roma, la fine della mezzadria e l'arrivo, negli anni Cinquanta, di famiglie contadine da Marche e Abruzzo che rimpiazzarono in parte chi se n'era andato. La storia recente di Filacciano è la storia dello spopolamento dell'Italia interna, letta in scala minuscola e quindi con una chiarezza che i grandi numeri non hanno.

Chi è passato da Filacciano (RM)

Il primo nome è quello di Marco Furio Camillo, il tribuno militare che nella prima metà del IV secolo avanti Cristo condusse le campagne romane contro Veio, Capena e Faleri Veteres. Non abbiamo notizia di un suo passaggio sull'altura di Filacciano, e sarebbe scorretto affermarlo; abbiamo però la certezza che le sue guerre determinarono il destino di questo territorio, che nel 387 avanti Cristo entrò nella tribù Stellatina come parte dell'ager Capenas.

Il secondo è papa Stefano IV, che nell'817 confermò con una bolla il possesso farfense del fondo Flaccianus. Il terzo, per via indiretta, è il mondo benedettino di Farfa: gli abati che governavano una delle abbazie imperiali dell'Italia centrale amministravano anche questa terra, e i monaci che costruirono Sant'Egidio intorno all'anno Mille sono, di fatto, i primi architetti del paese.

Poi arrivano le famiglie. Gli Orsini, signori dal 1344 al 1544, sono la stirpe che ha dato due papi alla Chiesa e ha controllato mezzo Lazio: qui misero un castellano e una guarnigione. I Savelli, Antimo e Antonello, subentrano nel 1544. Seguono i baroni Naldi della Bardosiera, Filiberto, Filippo e Ottavio. Dal 1674 i Muti Papazzurri, con Giovanni, Pompeo, Scipione e Curzio, sono i personaggi che hanno inciso di più sull'aspetto del borgo: il loro stemma con la mezzaluna è ancora visibile sul palazzo.

Il nome più singolare della lista è Mattia de Rossi, romano, nato nel 1637 e morto nel 1695, figlio dell'architetto Marc'Antonio, allievo prediletto di Gian Lorenzo Bernini, che lo trattò quasi come un figlio e lo portò con sé a Parigi nel 1665. De Rossi diresse i lavori della balaustra di Ponte Sant'Angelo, fu perito per la stabilità della cupola di San Pietro sotto Innocenzo XI, divenne architetto della Fabbrica di San Pietro alla morte di Bernini nel 1680 e principe dell'Accademia di San Luca nel 1681. La tradizione locale gli attribuisce il disegno della piazza e dell'asse scenografico di Filacciano. L'attribuzione è coerente con la cronologia e con la committenza dei Muti Papazzurri, ma nei repertori delle sue opere documentate Filacciano non compare: chi vi racconta il contrario sta trasformando una tradizione in un documento.

Dell'Ottocento restano due figure. Carlo Mauri, monsignore, sostituto segretario di Stato della curia romana, proprietario del feudo dal 1810 e sepolto nella cappella di San Filippo Neri annessa a Sant'Egidio. E Antonio Nibby, il topografo che studiò i dintorni di Roma e propose l'etimologia da fundus Flaccus: non fu signore del posto, ma è l'uomo che ha dato al paese il proprio nome storicamente fondato.

Dal 1853 in poi la scena è dei principi Del Drago, principi di Mazzano e Antuni, che detengono tuttora la proprietà. Il principe Clemente Del Drago è il protagonista involontario della notte dell'incendio del 1930. Infine c'è una categoria di passaggio che non ha nomi propri ma ha lasciato il segno più profondo: i mezzadri marchigiani e abruzzesi arrivati nel dopoguerra, che portarono quassù dialetti, cucine e canzoni diverse e le fusero con quelle locali. Se oggi le sagre di Filacciano hanno il repertorio che hanno, è anche merito loro.

Feste, sagre e tradizioni di Filacciano

Un paese di questa taglia si conosce davvero solo nei giorni in cui si riunisce. Il calendario delle manifestazioni è curato dall'ente di valorizzazione e pro loco locale, e le date precise di ogni edizione vanno confermate sul canale ufficiale del Comune o dell'associazione prima di mettersi in macchina, perché in una comunità di volontari il fine settimana può spostarsi.

La festa patronale di Sant'Egidio Abate

Si celebra il primo settembre ed è la ricorrenza principale dell'anno. Sant'Egidio abate, eremita di tradizione benedettina, è il patrono del paese e dà il nome alla chiesa romanica sotto il castello. È il giorno in cui la comunità si ritrova per intero, in cui le porte si aprono e in cui, se volete vedere gli affreschi del 1228, avete le probabilità più alte.

Le sagre di Filacciano, una per stagione

Il ciclo gastronomico è distribuito lungo tutto l'anno e ricalca la scansione agricola. In maggio la Sagra delle Fave e del Pecorino, che è la festa laziale per eccellenza, legata al primo maggio e al raccolto delle fave fresche. Fra maggio e giugno l'Infiorata del Corpus Domini, che non è una sagra ma un'opera collettiva: i tappeti di petali stesi sul selciato richiedono notti di lavoro e durano poche ore, il tempo della processione. In luglio la Sagra delle Fettuccine al Ragù, con la pasta all'uovo tirata a mano che è uno dei prodotti tipici riconosciuti del paese. In estate la Sagra degli Stringozzi al Tartufo, formato di pasta lunga di tradizione umbro-sabina che qui incontra il tartufo delle colline vicine. In agosto la Sagra della Pizza Fritta e la serata di Cantine Aperte e Lampioni Accesi, che è il momento in cui il borgo si illumina e si percorre a piedi con il bicchiere in mano. In dicembre la Sagra de U'filaretto, la ricorrenza invernale che chiude il calendario.

A queste si aggiunge il programma estivo del Comune, che a fine agosto propone serate di cinema, sport, quiz e cena in piazza, con modifiche alla viabilità intorno a Piazzale della Fontana. La proiezione all'aperto è la continuazione diretta di una consuetudine che risale agli anni Sessanta, quando il cinema arrivò quassù insieme al boom economico e lo schermo si montava davanti al palazzo. Un'opinione, e non la nascondo: fra tutte, la serata che vale il viaggio è quella dei lampioni accesi in agosto, perché è l'unica in cui il progetto barocco del borgo si vede funzionare per quello che era stato pensato, cioè uno spazio scenico abitato di sera.

Che cosa si mangia a Filacciano

L'economia del paese è rimasta prevalentemente agricola e la tavola lo riflette senza infingimenti. Il prodotto di punta è l'olio extravergine di oliva della zona del Soratte, che ha ottenuto il riconoscimento di denominazione di origine protetta: olivi su terreni vulcanici, resa bassa, amaro e piccante marcati. Se passate in novembre, durante la molitura, chiedete dell'olio nuovo.

Poi c'è il pecorino romano, che in questa fascia di territorio ha una tradizione di produzione antica e accompagna le fave nella sagra di maggio. C'è il fico bianco di Filacciano, una varietà locale che matura in estate e che è il prodotto più identitario del paese, di quelli che non si trovano al supermercato. Ci sono le fettuccine di pasta all'uovo tirate a mano, che nel Lazio interno si condiscono con il ragù di carni miste cotto per ore. Ci sono le pizze fritte, che qui sono un piatto di festa e non uno spuntino. E ci sono i falloni, i rustici di pasta di pane farciti con verdure ripassate, che sono la cucina povera portata alla perfezione: cicoria o bieta ripassata in padella con aglio e peperoncino, chiusa nel pane e infornata.

Un avvertimento pratico che vale oro. La ristorazione a Filacciano è dimensionata sui residenti, non sui visitatori. Nei giorni feriali fuori stagione può non esserci nulla di aperto. Telefonate il giorno prima, oppure organizzate il pranzo a Nazzano, a Ponzano Romano o a Torri in Sabina, dove l'offerta è più ampia.

Che cosa vedere intorno a Filacciano in mezz'ora di automobile

Filacciano è un ottimo perno per una giornata nella Valle del Tevere e nella bassa Sabina, e questa è la ragione principale per cui lo inserisco negli itinerari.

La riserva naturale di Nazzano, Tevere-Farfa

È la prima area naturale protetta istituita dalla Regione Lazio, nel 1979, e comprende territori dei comuni di Nazzano, Torrita Tiberina, Montopoli di Sabina, Castelnuovo di Farfa e Fara in Sabina. Il paesaggio che si vede oggi è artificiale nell'origine e naturalissimo negli effetti: lo sbarramento idroelettrico costruito sul Tevere negli anni Cinquanta rallentò la corrente e creò un lago fluviale con ampie zone di canneto, che è diventato uno dei più importanti siti di sosta per l'avifauna acquatica dell'Italia centrale. Il riconoscimento come zona umida di importanza internazionale secondo la convenzione di Ramsar risale al 1977, cioè precede l'istituzione della riserva. Si osservano aironi, garzette, anatidi e rapaci di palude; a Nazzano si visita il Museo del Fiume e da lì partono i sentieri attrezzati. Portate un binocolo: senza, metà della riserva resta invisibile.

L'abbazia di Sant'Andrea in Flumine a Ponzano Romano

Sotto Ponzano Romano, sulla riva del Tevere, sorge una delle architetture romaniche più importanti del Lazio. La tradizione ne attribuisce la fondazione al VI secolo a Galla, figlia del patrizio Simmaco, e vuole che il monastero sia stato edificato nell'VIII secolo per iniziativa di Carlomanno, fratello di Pipino il Breve e monaco sul Soratte: due notizie di carattere tradizionale, da maneggiare come tali. Il dato solido è che nel IX secolo Sant'Andrea era una delle abbazie imperiali dell'Italia centrale, insieme a Farfa, a San Salvatore Maggiore di Rieti e a Montecassino. Nel 946 Alberico II la fece fortificare con una cinta muraria e tre torri di difesa; dal 1074 dipese dall'abbazia di San Paolo fuori le Mura; una delle torri difensive fu trasformata in campanile all'inizio del XIII secolo. Dal Settecento il complesso decadde fino a ridursi a fattoria. Un primo restauro fu eseguito nel 1959, mentre l'intervento complessivo è quello del Giubileo del 2000, con lavori conclusi nel 2004. Gli orari di visita sono limitati e vanno verificati con la parrocchia di Ponzano Romano.

Il Monte Soratte e i suoi eremi

Il rilievo calcareo di 691 metri che domina l'orizzonte a nord-ovest è una riserva naturale regionale istituita nel 1997, la cui gestione è stata affidata nel 2018 alla riserva di Nazzano, Tevere-Farfa. In cima si trova l'eremo di San Silvestro, la cui fondazione è tradizionalmente collocata nel VI secolo su strutture di un tempio dedicato ad Apollo, con affreschi fra XIV e XV secolo; lungo i versanti si incontrano gli eremi di Sant'Antonio, Santa Lucia, San Sebastiano e Santa Romana, in stato di conservazione diseguale, e il complesso ottocentesco di Santa Maria delle Grazie. Nel ventre della montagna corre un sistema di gallerie militari scavato a partire dal 1937, usato dal comando tedesco nel 1943 e riconvertito in parte, fra il 1967 e il 1972, in bunker antiatomico governativo. Orazio nominò la sua cima innevata e Dante lo citò nel XXVII canto dell'Inferno. Pochi luoghi nel Lazio mettono insieme tante epoche in così poco spazio.

Farfa, la Sabina e i borghi del Tevere

A mezz'ora si raggiungono l'abbazia di Farfa con il suo borgo, Castelnuovo di Farfa con il museo dell'olio, Poggio Catino e Montebuono. Verso ovest, oltre il Soratte, si entra nel mondo falisco e etrusco: Civita Castellana con il portico dei Cosmati e il forte sangallesco, Calcata sospesa sul Treja, Nepi con le sue forre e Sutri con l'anfiteatro scavato nel tufo. Verso nord, lungo il fiume, Orte e Vasanello. In un raggio di quaranta minuti da Filacciano c'è materiale per una settimana.

Filacciano con i bambini, in famiglia e con problemi di mobilità

Il paese funziona bene con i bambini per una ragione semplice: il traffico è quasi assente e gli spazi sono a misura di gambe corte. La piazza è un campo da gioco naturale, il belvedere è protetto e la passeggiata completa dura poco. Il gioco che propongo sempre ai gruppi con figli è la caccia alla mezzaluna dei Muti Papazzurri sul fronte del palazzo: tiene occupati venti minuti e insegna che gli stemmi si leggono.

Sull'accessibilità bisogna essere onesti. Filacciano è un borgo arroccato con pendenze forti, selciato irregolare, gradini e sottopassi: la parte alta, quella medievale, non è percorribile in autonomia con una sedia a rotelle e presenta difficoltà anche con un passeggino. La piazza e il tratto pianeggiante che la precede sono invece praticabili, e l'affaccio panoramico principale si raggiunge senza scale. Chi ha problemi di deambulazione limiti la visita a quella fascia e goda dell'asse scenografico, che è comunque la cosa migliore del paese. Per la riserva di Nazzano, alcuni tratti dei percorsi vicino al museo sono più agevoli, ma la conformazione dei sentieri va verificata con la sede della riserva prima di partire.

Quando andare a Filacciano e quanto tempo serve

Due ore bastano per vedere tutto con calma: piazza, palazzo dall'esterno, belvedere, via Filocastello con i sottopassi, chiesa di Santa Maria Assunta e discesa a Sant'Egidio. Tre ore se le chiese sono aperte e vi fermate davanti agli affreschi come meritano. Mezza giornata se ci aggiungete il pranzo. Una giornata intera solo se costruite l'anello con Nazzano e Ponzano Romano.

La stagione migliore va da metà settembre a metà novembre, con l'apice nella seconda decade di ottobre. La primavera è ottima in maggio, quando ci sono le fave e l'Infiorata. L'estate è calda ma è l'unico periodo di vita serale. L'inverno è silenzioso e bellissimo nelle giornate limpide di tramontana, quando la visibilità sulla valle diventa eccezionale; è però il periodo in cui è più probabile trovare tutto chiuso. Chi programma un viaggio a Roma e vuole capire come incastrare una giornata fuori porta fra le visite in città può partire dall'itinerario di tre giorni a Roma e dalle gite in giornata in Italia pubblicate in inglese.

Domande veloci su Filacciano (RM)

Dove si trova Filacciano (RM)

Nella città metropolitana di Roma Capitale, sul margine destro della Valle del Tevere, a circa 247 metri di quota, con il municipio in via Oreste Leonardi 5, CAP 00060. È uno dei comuni più settentrionali della provincia romana, al confine con la Sabina reatina.

Quanto dista Filacciano da Roma

Poco meno di un'ora di automobile dal centro di Roma, percorrendo l'Autostrada del Sole fino all'uscita di Ponzano Romano-Soratte, che dista circa tre chilometri dal paese. Chi preferisce la strada panoramica può risalire tutta la Tiberina, impiegando però parecchio di più.

Quanti abitanti ha Filacciano

Poco più di quattrocentocinquanta residenti su una superficie di circa sei chilometri quadrati. Il massimo storico fu registrato dal censimento del 1911, con 705 abitanti.

Si paga un biglietto per visitare Filacciano

No. Il borgo è uno spazio pubblico e si percorre gratuitamente a qualunque ora. Non esistono biglietterie né tornelli.

Si può visitare il Palazzo Del Drago di Filacciano

Il palazzo è una proprietà privata della famiglia Del Drago e non ha aperture ordinarie al pubblico. Gli esterni, la scalinata, l'arcone e la piazza si vedono sempre. Gli interni si aprono soltanto in occasione di eventi organizzati d'intesa con la proprietà: le informazioni vanno chieste al Comune.

Quanto tempo serve per visitare Filacciano

Due ore per il borgo con calma, tre se trovate le chiese aperte, mezza giornata con il pranzo. Una giornata intera solo se aggiungete la riserva di Nazzano e l'abbazia di Sant'Andrea in Flumine.

Come si arriva a Filacciano con i mezzi pubblici

Le stazioni di riferimento sono Poggio Mirteto Scalo e Stimigliano, sulla linea Roma-Firenze servita dalla ferrovia regionale FL1 Orte-Fiumicino, entrambe fuori dal territorio comunale. Da lì serve un collegamento su gomma o un taxi. Nei giorni feriali le corse sono poche e nei festivi ancora meno: chi non guida deve verificare gli orari prima di partire.

Che cosa vedere a Filacciano in un'ora

Piazza Umberto I con il fronte del Palazzo Del Drago e la scalinata a ventaglio, la fontana del Mascherone e l'arcone allineati sull'asse scenografico, il belvedere sulla Valle del Tevere e la discesa a vista sulla chiesa di Sant'Egidio.

Le chiese di Filacciano sono aperte

Aprono con orari legati alle funzioni e non hanno un'apertura turistica continuativa. La probabilità più alta di trovarle aperte è nei giorni di festa, a cominciare dal primo settembre, festa di Sant'Egidio Abate. Conviene chiedere in paese la mattina stessa.

Che cosa sono gli affreschi del maestro di Filacciano

Il ciclo pittorico duecentesco conservato nella chiesa di Sant'Egidio, commissionato dai coniugi Marocce nel 1228 e attribuito a un pittore anonimo di ambito laziale. È l'opera d'arte più importante del paese e si è salvato anche dopo il crollo del tetto della chiesa, avvenuto nella notte fra il 16 e il 17 del 1968.

Chi ha progettato la piazza di Filacciano

La tradizione locale attribuisce il disegno a Mattia de Rossi, allievo di Bernini e architetto della Fabbrica di San Pietro dal 1680, su commissione dei Muti Papazzurri. L'attribuzione è coerente con la cronologia e con lo stile, ma non compare fra le opere documentate dell'architetto nei repertori maggiori: va considerata una tradizione solida, non un dato d'archivio.

Perché si chiama Filacciano

L'ipotesi più accreditata, sostenuta dall'archeologo Antonio Nibby, deriva il nome dal fundus Flaccus, il podere di un possidente romano di nome Flacco, attraverso la forma Flaccianum: la sostiene un documento di donazione dell'VIII secolo che assegna il fondo Flaccianus all'abbazia di Farfa, con conferma nella bolla di papa Stefano IV dell'817. Altre ipotesi rimandano ai Falisci o a un personaggio di nome Felicianus.

Filacciano è adatto ai bambini

Sì. Il traffico è quasi nullo, gli spazi sono contenuti e la piazza è un luogo sicuro dove giocare. Le pendenze possono affaticare i più piccoli e il passeggino soffre sul selciato della parte alta.

Filacciano è accessibile in sedia a rotelle

Solo in parte. La piazza e il tratto pianeggiante che la precede sono praticabili e permettono di vedere l'asse scenografico e l'affaccio panoramico. La parte alta, quella medievale, ha pendenze forti, gradini e selciato irregolare e non è percorribile in autonomia.

Si possono fare fotografie a Filacciano

Negli spazi pubblici sì, liberamente. Il palazzo si fotografa dall'esterno perché è abitato: non si entra nei cortili privati e non si punta l'obiettivo dentro le finestre. Per le persone, si chiede il permesso.

Qual è il periodo migliore per andare a Filacciano

La seconda metà di ottobre per la luce e per i colori della valle. Maggio per le fave e per l'Infiorata del Corpus Domini. Agosto se cercate il paese vivo, con le manifestazioni serali e il cinema in piazza, accettando il caldo.

Quali sono le sagre di Filacciano

La Sagra delle Fave e del Pecorino in maggio, l'Infiorata del Corpus Domini fra maggio e giugno, la Sagra delle Fettuccine al Ragù in luglio, la Sagra degli Stringozzi al Tartufo in estate, la Sagra della Pizza Fritta e Cantine Aperte e Lampioni Accesi in agosto, la festa patronale di Sant'Egidio Abate il primo settembre e la Sagra de U'filaretto in dicembre. Le date vanno confermate sui canali ufficiali del Comune e della pro loco.

Che cosa si mangia a Filacciano

Olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta della zona del Soratte, pecorino romano, il fico bianco di Filacciano, fettuccine di pasta all'uovo, pizze fritte e falloni, i rustici di pasta di pane ripieni di verdure ripassate.

Ci sono ristoranti a Filacciano

L'offerta è dimensionata sui residenti e nei giorni feriali fuori stagione può essere ridotta o assente. Conviene telefonare il giorno prima oppure programmare il pranzo a Nazzano, a Ponzano Romano o in Sabina.

Che differenza c'è fra Filacciano e Nazzano

Nazzano ha circa milletrecento abitanti, un castello dei Savelli del XIII secolo a pianta quadrangolare con due torri, il Museo del Fiume e la sede della riserva naturale; è il paese dell'acqua e della natura. Filacciano ha meno di cinquecento abitanti, non ha un museo e non ha una riserva, ma possiede l'impianto urbano barocco più interessante del tratto: è il paese dell'architettura. Visitarli insieme, nello stesso pomeriggio, è la scelta giusta.

Filacciano è un borgo medievale o barocco

Entrambe le cose, ed è questa la sua particolarità. La parte alta attorno al castello è medievale, quella che digrada verso la valle è organizzata fra XVI e XVII secolo secondo un disegno unitario. Le due si toccano lungo una linea che si percorre in dieci minuti.

Serve prenotare per visitare Filacciano

Non per il borgo, che è liberamente accessibile. Sì per il pranzo, sì per eventuali aperture straordinarie del palazzo, sì per una visita accompagnata. Chi vuole un accompagnatore turistico autorizzato può scrivere ai contatti di TourLeaderPro.

Filacciano fa parte di una riserva naturale

Il territorio comunale non rientra nel perimetro della riserva di Nazzano, Tevere-Farfa, che interessa i comuni di Nazzano, Torrita Tiberina, Montopoli di Sabina, Castelnuovo di Farfa e Fara in Sabina. Filacciano ne è però immediatamente affacciato e il panorama dal belvedere copre buona parte della valle protetta.

Che cosa si vede dal belvedere di Filacciano

La Valle del Tevere con i meandri e i pioppeti, i rilievi della Sabina sulla riva sinistra e, a nord-ovest, il profilo isolato del Monte Soratte. Nelle giornate di tramontana la visibilità si allunga fino alla catena appenninica.

Il mio giudizio finale su Filacciano

Accompagno gruppi nel Lazio da vent'anni e ho imparato a diffidare dei paesi che si vendono come borghi. Filacciano non si vende affatto, e proprio per questo funziona. Non ha un museo, non ha un castello visitabile, non ha una via dei negozi. Ha una cosa sola, e ce l'ha in una qualità che non trovate altrove nella Valle del Tevere: un pezzo di urbanistica barocca pensato da una mente di primo livello, costruito a metà, e sopravvissuto intatto perché nessuno ha mai avuto i soldi per rovinarlo.

Andateci di pomeriggio, mettetevi accanto alla fontana e guardate lungo l'asse. Se in quel momento non capite la differenza fra un paese cresciuto e un paese progettato, il viaggio è stato inutile. Se la capite, avete in mano una chiave che vi servirà in tutti gli altri borghi che vedrete dopo. E fate una cosa che quasi nessuno fa: scendete fino a Sant'Egidio, entrate se potete, e restate cinque minuti davanti a quegli affreschi del 1228. Sono stati pagati da due coniugi di questo paese ottocento anni fa. Non c'è tour operator al mondo che possa vendervi quella sensazione.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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