Monte Lagusiello
Monte Lagusiello, che si trova scritto anche nella forma Laguscello, è un piccolo rilievo craterico del settore sabatino, nel territorio del Comune di Trevignano Romano (RM), alle spalle della sponda settentrionale del lago di Bracciano. Insieme alla fascia palustre delle Pantane di Trevignano forma il Monumento Naturale Pantane e Lagusiello, area protetta istituita nel 1997 ed estesa su circa 104 ettari, compresa a sua volta nel perimetro del Parco Naturale Regionale di Bracciano Martignano. La sua particolarità è di essere un cratere che fino al 1776 conteneva un lago, prosciugato in quell’anno da Domenico Grillo di Mondragone attraverso uno sboccatore già esistente, forse di epoca romana o anche più antico, che riversò l’acqua nel lago Sabatino, cioè nell’attuale lago di Bracciano. Dalle pendici dello stesso monte scaturiscono le sorgenti del Treja, il fiume che più a valle incide la forra del Parco Valle del Treja e che alle cascate di Monte Gelato assume il nome con cui tutti lo conoscono. Chi arriva qui non trova un belvedere attrezzato né una biglietteria: trova una conca agricola e boscata, un pezzo di campagna sabatina tutelata per ragioni naturalistiche, e un paesaggio che si legge soltanto se si sa che cosa si sta guardando.
Dove si trova Monte Lagusiello e come ci si arriva davvero
La prima cosa da mettere in chiaro riguarda la scala del posto. Monte Lagusiello non è una vetta, non è un monte nel senso alpino o appenninico della parola, e chi parte con l’idea di una salita con panorama a trecentosessanta gradi resterà deluso. Si tratta di un rilievo modesto del complesso vulcanico sabatino, uno dei tanti orli di cratere che punteggiano la campagna fra il lago di Bracciano e la via Cassia, e il suo interesse non è nell’altezza ma nella forma: una conca chiusa, quasi circolare, che il paesaggio agricolo ha riempito e mascherato al punto che molti ci passano accanto senza accorgersene.
Il riferimento geografico da tenere è Trevignano Romano, il borgo affacciato sulla sponda nord del lago. Il monumento naturale comprende due pezzi distinti e complementari: la fascia umida delle Pantane, lungo la riva, e il cratere del Lagusiello, alle spalle, verso l’interno. Chi vuole vedere entrambe le cose nello stesso giorno deve mettere in conto di muoversi fra la riva e la campagna retrostante, e di farlo con un mezzo proprio, perché il trasporto pubblico qui serve il paese e non le aree protette.
In automobile da Roma verso Trevignano e il Lagusiello
La strada naturale da Roma è la Cassia. Si esce a La Storta in direzione Bracciano e Anguillara, si prosegue verso Osteria Nuova e poi si segue la circumlacuale che gira intorno al bacino fino a Trevignano. Chi viene da fuori Roma può uscire dal Grande Raccordo Anulare all’uscita 5, imboccare la Cassia Veientana e deviare poi sulla Via Settevene Palo. La distanza dal centro della capitale resta intorno ai cinquanta chilometri di strada, un’ora scarsa quando il traffico collabora, molto di più nei rientri domenicali estivi, quando la circumlacuale diventa una fila unica di automobili.
Una volta arrivati in paese, il lungolago è il punto da cui si legge meglio il golfo delle Pantane: la rientranza semicircolare della riva si vede da lì, delimitata a est dal promontorio di Montecchio e a ovest da quello della Rocca. Il cratere del Lagusiello si trova invece nell’entroterra, sul versante dei Sabatini che chiude Trevignano alle spalle, e vi si accede attraverso la viabilità agricola locale. Qui va detta una cosa senza giri di parole: la rete di strade poderali di questo settore non è segnalata come un percorso turistico, molti tracciati attraversano proprietà private e non esiste un ingresso ufficiale con parcheggio e pannelli. Chi vuole avvicinarsi con tranquillità fa bene a chiedere indicazioni aggiornate all’Ente Parco o al Punto Informazioni Turistiche del Comune prima di partire, invece di affidarsi a una mappa satellitare e a un sentiero improvvisato.
Con i mezzi pubblici
Il collegamento con Roma è affidato al Cotral, che parte dal capolinea di Saxa Rubra sulla direttrice per Manziana e ferma a Trevignano in più punti, fra cui Piazza Vittorio Emanuele III, Viale Garibaldi e Via Settevene. Il biglietto costa poco e la corsa funziona bene per chi vuole vedere il paese e il lungolago. Non funziona altrettanto bene per chi punta al cratere: la fermata vi lascia in centro, e da lì la campagna retrostante si raggiunge soltanto a piedi, con un dislivello e una lunghezza che dipendono dal punto in cui si decide di salire. Stazione ferroviaria in paese non ce n’è: la più vicina è quella di Anguillara Sabazia, a una quindicina di chilometri, collegata da un servizio su gomma.
Il consiglio pratico, da chi accompagna gruppi su questo lago da molti anni, è di ragionare al contrario rispetto a come farebbe un turista: non venire qui per il Lagusiello e basta, ma venire per il lago, il borgo e il museo etrusco romano, e aggiungere il monumento naturale come approfondimento di mezza giornata. In questo modo la giornata regge anche se la parte del cratere si rivela meno spettacolare del previsto, come quasi sempre succede a chi si aspetta una scenografia e trova invece un campo coltivato in una conca.
Le distanze utili
Trevignano dista una dozzina di chilometri da Anguillara sull’altro versante del lago e poco meno da Bracciano, dove si trova il Castello Odescalchi. Il lago di Martignano, il piccolo specchio d’acqua gemello senza strade asfaltate sulle rive, resta a pochi chilometri in direzione sud est. Verso nord, oltre lo spartiacque, si entra rapidamente nella provincia di Viterbo e nel territorio di Sutri e di Nepi. Il Parco Valle del Treja, dove il fiume che nasce qui diventa protagonista, si raggiunge in una quarantina di minuti passando per Campagnano.

Che cosa è davvero Monte Lagusiello: un cratere prosciugato, non una montagna
Il nome inganna due volte. La prima volta con la parola monte, che fa pensare a una salita e a una cima, mentre qui il rilievo è l’orlo rialzato di una depressione. La seconda volta con il diminutivo, Lagusiello o Laguscello, che è in realtà l’unica parte onesta del toponimo: significa laghetto, piccolo lago, e conserva la memoria dello specchio d’acqua che occupava il fondo della conca prima dell’intervento del Settecento. Il toponimo, insomma, racconta una cosa che non esiste più. È il motivo per cui tanti visitatori arrivano, guardano e non capiscono: cercano un lago e trovano un prato, cercano un monte e trovano un bordo di conca alto quanto una collina qualsiasi.
La genesi vulcanica
Tutta questa porzione di Lazio settentrionale appartiene al distretto vulcanico sabatino, l’apparato che ha generato il bacino del lago di Bracciano e quello, più piccolo e più giovane nell’aspetto, del lago di Martignano. Il lago di Bracciano, che supera i cinquanta chilometri quadrati di superficie, è il secondo del Lazio per estensione ed è a sua volta una caldera riempita d’acqua. Attorno a questo grande vuoto centrale il paesaggio è disseminato di apparati minori: crateri secondari, maar, bocche laterali, conche chiuse che l’erosione e l’agricoltura hanno smussato fino a renderle quasi invisibili a chi non le cerca.
Il Lagusiello appartiene a questa famiglia di forme minori. La sua conca è una depressione chiusa, cioè priva di un emissario naturale in superficie, ed è esattamente questa caratteristica che ne spiega la storia. Una conca chiusa raccoglie l’acqua piovana e quella di falda e non la restituisce a valle, quindi tende a impaludarsi e, quando il fondo è sufficientemente impermeabile, a ospitare un piccolo specchio d’acqua permanente. È quello che è accaduto qui per un tempo lunghissimo, fino al momento in cui qualcuno ha deciso che quella conca poteva rendere di più come campo che come lago.
Il prosciugamento del 1776
La data è precisa e vale la pena fissarla: 1776. L’operazione è attribuita a Domenico Grillo di Mondragone, e il metodo merita attenzione perché non fu uno scavo ex novo. L’acqua venne fatta defluire attraverso uno sboccatore preesistente, cioè un canale di scarico già aperto in precedenza, di cui la tradizione erudita locale ipotizza un’origine romana o addirittura anteriore. Quel condotto scaricava verso il lago Sabatino, il nome antico con cui si indicava il bacino di Bracciano.
La frase merita di essere smontata pezzo per pezzo, perché contiene più informazione di quanta ne trasmetta al primo colpo. Se lo sboccatore era preesistente, significa che qualcuno aveva già tentato, molto prima del Settecento, di regolare il livello dell’acqua nella conca. Questo tipo di opera è caratteristico dell’ingegneria idraulica antica dell’Italia centrale tirrenica: gli emissari artificiali dei laghi craterici, i cunicoli di drenaggio scavati nel tufo, le opere di bonifica delle conche chiuse sono una costante del paesaggio etrusco e poi romano, dall’emissario del lago di Nemi e di quello Albano fino ai cunicoli dell’agro falisco e veiente. Attribuire con certezza una datazione a questo specifico manufatto, però, richiede una documentazione archeologica che per il Lagusiello non è facilmente reperibile, e il condizionale usato dalle fonti locali va quindi mantenuto.
Quello che è certo è l’esito: dalla fine del Settecento la conca è asciutta, il fondo è diventato terreno coltivabile e il lago sopravvive soltanto nel nome. Il paesaggio che si vede oggi è quindi un paesaggio artificiale nella sostanza e naturale nella forma, una condizione che vale per buona parte della campagna romana e che qui si legge con una chiarezza insolita.
Il Monumento Naturale Pantane e Lagusiello: che cosa è tutelato e che cosa si può fare
Il quadro normativo, per una volta, è semplice da riassumere. Il Monumento Naturale Pantane e Lagusiello è stato istituito nel 1997, si estende su circa 104 ettari nel Comune di Trevignano Romano e comprende due ambienti diversi: l’area paludosa delle Pantane lungo le rive del lago di Bracciano e il piccolo cratere del Lagusiello. La gestione ricade nell’ambito del Parco Naturale Regionale di Bracciano Martignano, l’area protetta più ampia che abbraccia i due laghi e i territori circostanti.
Perché è stato protetto
La ragione della tutela è dichiarata in modo esplicito nella documentazione dell’ente gestore: si tratta di una delle aree più importanti della regione per la conservazione dell’avifauna acquatica. I bassi fondali della fascia lacuale e la vegetazione riparia rigogliosa creano una zona umida particolarmente adatta alla riproduzione e alla sosta delle specie migratorie. Fra quelle più numerose vengono indicate la folaga, il cormorano, il germano, lo svasso maggiore, lo svasso piccolo, il moriglione e l’alzavola.
Il Lagusiello entra in questo sistema come elemento complementare. Non ospita più l’acqua libera che ospitava tre secoli fa, ma la sua conca e i piccoli corsi d’acqua del complesso mantengono condizioni di umidità che nel resto della campagna sabatina sono rare. Nel complesso lacuale delle Pantane viene segnalata la presenza della salamandrina dagli occhiali, un anfibio endemico italiano che è uno degli indicatori più eloquenti di qualità ambientale dei corsi d’acqua minori. La logica della protezione è quindi quella della rete: si tutela un mosaico di ambienti collegati, non un singolo punto panoramico.
Che cosa comporta per chi visita
Un monumento naturale non è un parco urbano e non è nemmeno un parco attrezzato per la visita di massa. È uno strumento di tutela che pone vincoli su ciò che si può fare all’interno del perimetro, e la conseguenza pratica per il visitatore è che l’accesso va concordato con il buon senso e con le regole dell’ente gestore, non dato per scontato. Nelle zone umide di questo tipo i periodi di nidificazione impongono cautele particolari: avvicinarsi al canneto in primavera con un cane libero o con un drone significa fare danno reale, non commettere una scortesia formale.
Va aggiunta un’avvertenza sulla proprietà dei terreni. Una parte consistente della superficie compresa nel monumento naturale è in mano privata e coltivata. Il vincolo di tutela non trasforma un campo in un’area a libero accesso, e questo è il malinteso più frequente fra chi legge il nome di un’area protetta su una mappa e presume di poterci entrare. La regola che applico quando accompagno qualcuno da queste parti è elementare: si cammina sulle strade pubbliche e sui tracciati riconosciuti, si guarda dall’esterno quello che sta dentro una recinzione e, se interessa davvero entrare, si chiede prima all’Ente Parco.
Una curiosità su Monte Lagusiello
La curiosità più bella di questo posto non riguarda il monte ma il fiume che ci nasce sotto, e riguarda la direzione in cui scorre. Il Treja, che ha le sue sorgenti alle pendici del Lagusiello, nel primo tratto non va verso il mare. Va nella direzione opposta.
Detta così sembra un errore di trascrizione, e invece è la conseguenza di una vicenda geologica documentata. Fino a circa seicentomila anni fa questa porzione di Lazio era una piana alluvionale percorsa dal Tevere, che scendeva verso la costa seguendo un tracciato diverso da quello attuale. Poi entrarono in attività gli apparati vulcanici sabatino e vicano, quelli che hanno generato rispettivamente il bacino del lago di Bracciano e quello del lago di Vico. I materiali eruttati, le colate piroclastiche, le coltri di tufo depositate ripetutamente su una superficie già pianeggiante sollevarono l’intera area di almeno un centinaio di metri.
Un fiume non attraversa un rilievo che si alza sotto di lui: lo aggira. Il Tevere fu spinto verso est e trovò una nuova via oltre il Monte Soratte, dove scorre ancora oggi. Il vecchio alveo, il paleoalveo, restò come una piega nel terreno, un solco antico privo del fiume che lo aveva scavato. Fu quel solco che le acque del Treja ripresero a incidere, questa volta percorrendolo in senso inverso rispetto alla direzione originaria del Tevere. Il risultato è che il fiume scende da ovest verso nord est, cioè verso l’interno, e raggiunge il Tevere soltanto più a valle, a nord del Soratte.
È una condizione rara, prodotta dalle particolarità orografiche dei luoghi, e il bello è che si può vedere con gli occhi. Chi guarda una carta della zona e segue il corso del Treja dal Lagusiello verso Calcata si accorge che il fiume gira le spalle al Tirreno per decine di chilometri. In una regione dove tutti i corsi d’acqua scendono verso ovest, questo è un’anomalia che vale il viaggio da sola, ed è anche la ragione per cui l’area è avvolta da una fama di luogo strano e misterioso che si ritrova in tutta la letteratura locale sulla forra del Treja.
Le sorgenti del Treja e il fiume che nasce sotto il cratere
Il Treja è il vero filo che collega il Lagusiello a un pezzo importante di Lazio. Le sue sorgenti si trovano presso il monte del Lagusiello, sul versante di Trevignano del bacino di Bracciano, e da lì comincia un percorso che attraversa ambienti molto diversi fra loro.
Dal fosso del Pavone al Treja
All’inizio del suo corso il fiume non si chiama nemmeno Treja: è noto come fosso del Pavone, un nome da ruscello di campagna che rende bene l’idea della portata iniziale. Qualche chilometro più a valle alle sue acque si uniscono quelle di numerosi altri ruscelli, e il corso d’acqua comincia a prendere corpo. Il nome cambia definitivamente all’altezza delle cascate di Monte Gelato, nel territorio di Mazzano Romano: da lì in poi è il Treja.
La toponomastica del fiume è una piccola galleria di varianti: Treja, Tregia, Triglia. L’origine del nome viene messa in relazione con la confluenza di tre fossi, il Pavone, il Maggiorana e la Sarnacchiola, una spiegazione da tradizione locale consolidata più che da certezza filologica. Il percorso complessivo si aggira sui trenta chilometri e termina nel Tevere, a nord del monte Soratte. Il bacino idrografico che il fiume raccoglie è però molto più ampio della sua lunghezza: si parla di circa 490 chilometri quadrati, con una quota media del territorio intorno ai duecento metri sul livello del mare.
La forra e il parco
La parte più celebre del corso è quella che attraversa il Parco Valle del Treja, area protetta di circa 630 ettari istituita per legge regionale nel 1982, compresa nei territori di Calcata, in provincia di Viterbo, e di Mazzano Romano, in provincia di Roma. Lì il fiume scorre in una gola stretta scavata nel tufo, sotto una copertura forestale fitta, e interrompe il proprio letto in cascatelle che nella zona di Monte Gelato diventano il motivo per cui migliaia di persone arrivano ogni estate.
Il punto che mi interessa sottolineare è la sproporzione fra le due estremità di questo sistema. A valle, Monte Gelato è uno dei luoghi più fotografati e più filmati del Lazio, con un mulino ad acqua, un laghetto e una notorietà cinematografica che dura da sessant’anni. A monte, dove il fiume nasce, non c’è nulla di tutto questo: ci sono un cratere asciutto, qualche campo e un nome che quasi nessuno sa pronunciare con sicurezza. Eppure è lo stesso fiume, e la stessa storia geologica.
L’acqua effervescente
Una caratteristica idrochimica che vale la pena conoscere, perché è il segno della natura vulcanica del substrato, riguarda le emergenze di acqua leggermente effervescente lungo il corso del Treja. Alcune centinaia di metri dopo il laghetto di Monte Gelato, sull’argine sinistro, si trovano rivoli che escono da fessure della roccia con acqua lievemente frizzante, e l’area è prossima a quella di uno stabilimento di imbottigliamento di acqua effervescente naturale. Il gas che rende frizzante quell’acqua viene dal basso, dal serbatoio magmatico ormai quiescente che ha costruito tutto il paesaggio di cui il Lagusiello fa parte. È un promemoria discreto del fatto che il vulcano non è morto, è soltanto addormentato.

Una cosa che non ti dice nessuno su Monte Lagusiello
Quello che non viene quasi mai detto è che il Lagusiello non ha una vista sul lago di Bracciano. O meglio: ce l’ha soltanto da alcuni punti dell’orlo esterno, e mai dall’interno della conca. Chi entra nel cratere perde completamente il lago, che pure si trova a poca distanza, e si ritrova in un anfiteatro chiuso di campi e siepi in cui l’orizzonte è il bordo stesso della depressione.
Sembra un dettaglio da niente e invece cambia tutto l’approccio alla visita. Le fotografie che circolano di questo luogo sono quasi sempre scattate dall’alto o dall’esterno, perché soltanto da lì si ottiene l’immagine che la gente si aspetta, con il rilievo in primo piano e l’acqua del lago dietro. Chi arriva sul posto con quelle immagini in testa e scende verso il fondo della conca ha la sensazione che il posto sia stato scambiato con un altro. Non è così: è semplicemente la geometria di un cratere, che per definizione nasconde a chi si trova al suo interno tutto quello che ha attorno.
La seconda cosa che non viene detta riguarda il rapporto fra tutela e agricoltura. L’immaginario collettivo associa l’espressione area protetta a un’idea di natura intatta, e qui l’idea non regge. Il fondo della conca è un terreno agricolo da oltre due secoli, la sua forma attuale dipende da un’opera idraulica settecentesca, e il paesaggio che viene tutelato è un paesaggio in cui la mano dell’uomo è stata decisiva. Non è un difetto, e anzi è la condizione normale dei paesaggi italiani: è però una cosa che conviene sapere prima, per evitare la delusione di chi cerca la wilderness dove c’è un mosaico rurale.
La terza cosa, la più pratica, è che il monumento naturale ha due anime che quasi nessuno visita insieme. Chi viene per le Pantane resta sulla riva, guarda gli uccelli acquatici con il binocolo e se ne torna al lungolago. Chi viene per il Lagusiello sale verso l’interno e non vede il canneto. I due ambienti però sono stati protetti insieme, con lo stesso provvedimento e per la stessa ragione di fondo, e il senso dell’area si coglie soltanto tenendoli insieme: acqua che affiora, acqua che scompare, acqua che riparte verso nord est sotto forma di un fiume.
Il consiglio che ti do per visitare Monte Lagusiello
Il consiglio è netto e non piacerà a chi ha poco tempo: non venite qui per il Lagusiello. Venite per il lago di Bracciano e mettete il Lagusiello dentro una giornata più ampia, come chiave di lettura del paesaggio invece che come meta.
La giornata che funziona, e che propongo da anni quando qualcuno mi chiede una gita sulla sponda nord, si costruisce così. Mattina a Trevignano Romano: si parte da Piazza Vittorio Emanuele III, si visita il Museo Civico Etrusco Romano al pianterreno del Municipio, si sale verso la Rocca per avere il colpo d’occhio sul bacino, si scende lungo i vicoli fino al lungolago. Tarda mattinata sulla riva, in direzione del golfo delle Pantane, con calma e con un binocolo: è lì che il monumento naturale si lascia vedere davvero, perché l’avifauna acquatica si osserva dall’acqua e non dalla collina. Pranzo in paese. Pomeriggio verso l’interno, sulla viabilità che risale il versante, per leggere la forma del cratere dall’esterno e capire dove nasce il Treja.
Cosa portare
Un binocolo con ingrandimento modesto e campo ampio vale qui più di qualunque altro oggetto, perché tutto ciò che merita si trova a distanza: gli uccelli sull’acqua, la forma del bordo craterico, il profilo dei promontori. Scarpe chiuse con suola scolpita, perché la campagna intorno alla conca dopo la pioggia diventa fango compatto e scivoloso. Acqua, perché fontane lungo il percorso non se ne incontrano con regolarità. Un cappello nei mesi caldi: il versante è in gran parte aperto e l’ombra è discontinua.
Da lasciare a casa è invece l’ambizione di fare tutto a piedi dal paese: il dislivello è modesto ma la distanza non è banale, e nelle giornate calde si arriva in quota senza più voglia di guardare niente. Meglio il contrario: automobile fino in alto e cammino in piano, lungo le strade bianche del pianoro.
Il rispetto delle regole locali
Ripeto una cosa già detta perché è la sola che possa creare problemi veri. Il perimetro del monumento naturale comprende terreni privati e coltivati. Le stradine che si vedono sulle mappe satellitari sono in molti casi accessi poderali, non sentieri pubblici. Un comportamento corretto consiste nel restare sulla viabilità aperta al transito, non scavalcare recinzioni, non entrare nei campi seminati, non lasciare cani liberi in prossimità del canneto durante la stagione riproduttiva e non fare volare droni sopra una zona umida protetta. Se serve un accesso più ravvicinato, l’interlocutore è l’Ente Parco di Bracciano Martignano, che ha un ufficio e un recapito e che risponde a chi chiede.
Quanto tempo dedicargli
Per la parte del Lagusiello in senso stretto bastano un paio d’ore, comprese le soste per guardarsi intorno. Per il monumento naturale nel suo insieme, Pantane comprese, mezza giornata piena. Per una gita che abbia senso, una giornata intera che includa il borgo di Trevignano, il lago e, per chi ha ancora energia nel tardo pomeriggio, una deviazione verso Anguillara Sabazia o verso il lago di Martignano.
Il verde, la flora e la fauna fra il cratere e le Pantane
La componente naturalistica è la ragione stessa per cui questo luogo è protetto, e merita di essere raccontata con i nomi delle specie, non con aggettivi generici.
La vegetazione della zona umida
Lungo la sponda lacuale l’ambiente è quello classico delle zone umide dell’Italia centrale: canneto, giuncheto, saliceto e ontaneto, con una successione di fasce che va dall’acqua aperta verso terra. Le specie vegetali più diffuse sono la cannuccia di palude, la tifa, il salice bianco, l’ontano, il pioppo nero, la veronica acquatica, il ranuncolo, l’iris, il sambuco nero. La documentazione dell’ente gestore aggiunge il giaggiolo acquatico e la menta d’acqua, e sottolinea le fioriture primaverili, che nella stagione giusta trasformano un margine di canneto in qualcosa che vale la sveglia presto.
La segnalazione più preziosa riguarda un’orchidea: l’elleborina palustre, Epipactis palustris, specie molto rara e tipica delle zone umide laziali. Non è una pianta vistosa, non ha il colore acceso delle orchidee tropicali che la gente si aspetta, e proprio per questo viene calpestata con facilità. Se camminate lungo il margine del canneto in primavera, la regola è semplice: si resta sui tracciati e si guarda dove si mettono i piedi.
Gli uccelli
La lista degli uccelli è lunga e riflette la posizione strategica del sito lungo le rotte migratorie. Fra le specie segnalate compaiono lo svasso maggiore e lo svasso minore, il tuffetto, la folaga, il nibbio, il falco di palude, il tarabusino, il moriglione, la moretta tabaccata, il germano reale, l’airone cenerino, la garzetta, la gallinella d’acqua, il beccaccino, il porciglione, il piro piro piccolo, il gabbiano comune e il gabbiano reale, il mignattino. L’ente gestore indica come più numerose la folaga, il cormorano, il germano, lo svasso maggiore, lo svasso piccolo, il moriglione e l’alzavola.
Il dato di contesto che aiuta a capire il peso di questo luogo riguarda il parco nel suo insieme: il territorio del Parco di Bracciano Martignano costituisce la seconda zona umida del Lazio per quantità di uccelli acquatici svernanti, dopo il Parco Nazionale del Circeo, con oltre centosessanta specie individuate e circa la metà di queste nidificanti. Fra le presenze più significative a scala nazionale viene citato il fistione turco, una rara anatra tuffatrice, particolarmente legata al lago di Martignano.
Anfibi, pesci e invertebrati
Nei piccoli corsi d’acqua del complesso lacuale delle Pantane è presente la salamandrina dagli occhiali, anfibio endemico della penisola italiana che vive soltanto dove l’acqua corrente è pulita e la copertura vegetale è continua. Fra i pesci ossei viene ricordato Salaria fluviatilis, il cavedano di fiume, specie piuttosto rara. Fra gli invertebrati compaiono due nomi che fanno battere il cuore a chi si occupa di entomologia: la farfalla Endromis versicolora e il coleottero cerambicide Rosalia alpina, una specie legata ai boschi maturi di latifoglie e protetta a livello europeo.
Il senso dell’elenco è uno solo: la ricchezza di questo settore del lago non si misura in panorami ma in specie. È un luogo per chi guarda da vicino.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: il sistema del Treja, con i suoi affluenti, costituiva il settore meridionale dell’Ager Faliscus, il territorio abitato in epoca preromana dai Falisci, popolo soggetto a forte influenza etrusca ma dotato di una lingua propria, imparentata con il latino.
Lo si legge in ogni manuale di archeologia dell’Italia centrale, quindi risaputo lo è davvero. Quello che raramente si aggiunge è la conseguenza per chi guarda il paesaggio. I Falisci non costruivano città su pianure aperte: occupavano gli speroni di tufo isolati dall’erosione fluviale, difesi su tre lati dalle forre e collegati alla terraferma da un istmo stretto. La forra del Treja è una fabbrica di quegli speroni, e infatti l’intera valle è un’antologia di insediamenti d’altura: Calcata è l’esempio più fotografato, Civita Castellana, l’antica Falerii, è la capitale del gruppo, Nepi e Sutri seguono la stessa logica geologica.
Il Lagusiello si trova al vertice estremo di questo sistema, nel punto in cui l’acqua comincia il suo lavoro di scavo. È un modo diverso di guardare un cratere anonimo: non un rilievo isolato, ma la testata di un bacino idrografico che ha prodotto una civiltà. Nel territorio del Parco Valle del Treja sono presenti resti di insediamenti falisci, e le necropoli rupestri scavate nel tufo lungo la valle sono la traccia più evidente di quella presenza.
C’è poi una coda moderna che vale la pena mettere in fila. Il Treja, e soprattutto le cascate di Monte Gelato, sono stati usati come set cinematografici in moltissimi film a partire dagli anni sessanta. La zona di Monte Gelato, con il suo mulino e il suo laghetto, compare in un numero di pellicole che le fonti locali stimano nell’ordine del centinaio, fra peplum, western all’italiana e produzioni d’autore. Lo stesso paesaggio che ha ospitato i Falisci ha fatto da fondale al cinema di genere italiano, e l’acqua che alimenta quelle cascate parte da sotto il Lagusiello.

La foto giusta da fare a Monte Lagusiello
La fotografia che rende qui non è quella che tenta di riprendere il cratere dall’interno. Dentro la conca l’occhio non ha appigli, la luce è piatta e il risultato è un campo qualunque con un bordo di alberi. La fotografia giusta è quella che mette insieme due elementi che di solito non si vedono nello stesso fotogramma: la conca asciutta e l’acqua del lago.
Il punto di ripresa
Serve un punto sull’orlo esterno del rilievo, sul versante rivolto verso il bacino, con il lago sullo sfondo e la depressione in primo piano o di fianco. È la sola composizione che racconti la storia del posto, perché mostra nello stesso quadro il lago che c’è ancora e la conca del lago che non c’è più. Chi non la ottiene si porta a casa fotografie graziose e mute.
La seconda immagine che vale è quella della riva, dal lungolago di Trevignano verso il golfo delle Pantane: la rientranza semicircolare della sponda, con il promontorio di Montecchio a est e quello della Rocca a ovest, restituisce la forma di quella che viene interpretata come un’ulteriore struttura craterica, questa volta invasa dall’acqua del lago. Messa accanto alla foto del Lagusiello, racconta la stessa geologia in due stati diversi.
La luce e la stagione
La luce migliore è quella del tardo pomeriggio, quando il sole viene da ovest e taglia di traverso il versante, facendo emergere il bordo craterico che a mezzogiorno scompare. Per il lago vale il contrario: la prima mattina, con l’acqua ferma, regala riflessi che dopo le dieci non si trovano più.
Le stagioni migliori sono due. La fine dell’inverno e l’inizio della primavera, quando i campi sono verdi, la vegetazione non ha ancora chiuso le visuali e l’aria è tersa al punto da far vedere i Monti Cimini e, nelle giornate eccezionali, il profilo del Soratte. E la fine dell’autunno, quando il bosco di latifoglie sull’orlo del cratere vira al rosso e all’ocra e la conca acquista un contorno di colore. L’estate è la stagione peggiore per fotografare qui: la foschia da calore appiattisce il lago e i campi mietuti diventano una superficie uniforme senza informazione.
Una raccomandazione sui droni
La vista aerea sarebbe la soluzione ovvia per un cratere, e proprio per questo va detto che sopra una zona umida protetta, in periodo di nidificazione, un drone è un disturbo serio per l’avifauna. Oltre alle norme generali sul volo, che vanno verificate ogni volta perché cambiano, vale un criterio di buon senso: sorvolare un canneto in aprile va contro la ragione stessa per cui il posto merita una visita.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questo luogo è breve e fatta di pochi passaggi, ma ciascuno di essi ha lasciato un segno leggibile sul terreno.
Circa seicentomila anni fa: il paesaggio si ribalta
L’evento fondativo non ha testimoni. L’attività degli apparati vulcanici sabatino e vicano solleva la piana alluvionale percorsa dal Tevere di almeno un centinaio di metri, costringe il fiume a spostarsi a est del Monte Soratte e lascia il paleoalveo abbandonato che il Treja tornerà a incidere in senso inverso. In questa fase si formano la caldera che ospiterà il lago di Bracciano e la serie di apparati minori di cui il Lagusiello fa parte.
Epoca preromana: i Falisci e l’influenza etrusca
Il bacino del Treja diventa il settore meridionale dell’Ager Faliscus. Gli insediamenti occupano gli speroni tufacei della valle e le necropoli vengono scavate nelle pareti della forra. Sulla sponda del lago, il territorio di Trevignano restituisce materiali etruschi in quantità tale da giustificare l’esistenza del Museo Civico Etrusco Romano che ancora oggi si visita nel palazzo comunale.
Epoca romana o anteriore: lo sboccatore
In un momento non determinabile con precisione viene realizzato lo sboccatore che collega la conca del Lagusiello al lago Sabatino. Le fonti locali ne ipotizzano un’origine romana o più antica, e la pratica di drenare le conche chiuse attraverso cunicoli scavati nel tufo è ben documentata in tutta l’Italia centrale tirrenica in età etrusca e romana. La datazione di questo specifico manufatto resta però un’ipotesi e va presentata come tale.
1776: il prosciugamento
Domenico Grillo di Mondragone fa defluire l’acqua del laghetto attraverso lo sboccatore preesistente, riversandola nel lago di Bracciano. La conca diventa terreno agricolo. È l’anno che cancella il lago e conserva soltanto il nome, ed è anche l’anno che spiega perché oggi si cammini su un fondo asciutto in un posto che si chiama laghetto. L’operazione si inserisce in una stagione di bonifiche settecentesche che ha interessato buona parte delle conche chiuse del Lazio interno, quando la terra coltivabile valeva più dell’acqua ferma e le paludi venivano considerate un problema sanitario oltre che un’area improduttiva.
1982: nasce il Parco Valle del Treja
Una legge regionale istituisce l’area protetta di circa 630 ettari fra Calcata e Mazzano Romano, tutelando la forra in cui scorre il fiume che nasce sotto il Lagusiello. Gli uffici del parco si trovano nel centro storico di Calcata, la sede legale a Mazzano.
1997: il Monumento Naturale Pantane e Lagusiello
Viene istituito il monumento naturale che tutela insieme l’area paludosa delle Pantane lungo le rive del lago e il piccolo cratere del Lagusiello, per circa 104 ettari nel Comune di Trevignano Romano. È l’atto che dà al rilievo il riconoscimento formale di bene naturale e che ne lega il destino a quello della zona umida sottostante.
1999: il Parco Naturale Regionale di Bracciano Martignano
Il Parco Naturale Regionale di Bracciano Martignano viene istituito su un territorio di circa 202 chilometri quadrati a cavallo fra le province di Roma e Viterbo, comprendendo i due laghi, le aree di interesse comunitario e i monumenti naturali del comprensorio. I comuni interessati sono dieci: Anguillara Sabazia, Bassano Romano, Bracciano, Campagnano di Roma, Cesano di Roma, Manziana, Monterosi, Oriolo Romano, Sutri e Trevignano Romano. La superficie dei due laghi, circa seimila ettari complessivi, copre da sola intorno al quaranta per cento dell’area protetta.
Chi è passato da Monte Lagusiello
Qui serve onestà, perché la tentazione di riempire un paragrafo con nomi illustri è forte e la documentazione su questo rilievo è scarsa. Le persone che il Lagusiello può rivendicare con sicurezza sono poche, e sono quelle che hanno lasciato una traccia materiale nel paesaggio.
Domenico Grillo di Mondragone
È il nome legato in modo diretto e verificabile alla vicenda del luogo. A lui viene attribuito il prosciugamento del laghetto nel 1776, l’operazione che ha cambiato per sempre l’aspetto della conca. Appartiene alla lunga storia delle famiglie che nel Lazio pontificio investivano nel recupero di terreni umidi, e il suo intervento si vede ancora oggi: il campo sul fondo del cratere esiste grazie a lui.
I Falisci e gli Etruschi
Il popolamento antico del bacino del Treja e della sponda settentrionale del lago è documentato dai materiali archeologici. I Falisci occupavano il sistema di forre che il fiume ha scavato a valle; il territorio di Trevignano restituisce testimonianze etrusche raccolte nel museo civico del paese. Non esistono, a mia conoscenza, attribuzioni puntuali di personaggi storici individuabili per nome legate al Lagusiello: c’è invece una presenza umana continua e anonima, quella di chi coltivava, pascolava e drenava questa campagna da almeno venticinque secoli.
I registi e le troupe
Più a valle, lungo il corso dello stesso fiume, il discorso cambia completamente. Le cascate di Monte Gelato e la forra del Treja sono state battute dal cinema italiano dagli anni sessanta in poi, con una frequenza che le fonti locali quantificano in un centinaio di pellicole. Registi, operatori, comparse e cavalli hanno lavorato in quella valle per decenni. Il Lagusiello non compare in quelle riprese, ma è il punto da cui parte l’acqua che ha fatto da protagonista in tante di quelle scene, e questa parentela merita di essere detta.
Gli escursionisti e i naturalisti
Oggi questi luoghi sono frequentati soprattutto da osservatori di uccelli, fotografi naturalisti ed escursionisti locali. Il golfo delle Pantane è un punto noto per il birdwatching sul lago di Bracciano, e specie rare come il fistione turco sul vicino lago di Martignano attirano ogni inverno chi segue gli acquatici svernanti. Non è una folla, ed è per questo che il posto funziona.
Quando andare a Monte Lagusiello e quando evitarlo
Il calendario di questo luogo dipende da tre variabili: la visibilità, la vegetazione e la presenza degli uccelli. Le tre non coincidono mai perfettamente, quindi conviene scegliere in base a che cosa si viene a fare.
Inverno
È la stagione migliore per gli uccelli acquatici. Gli svernanti arrivano in numero e il lago diventa il secondo bacino del Lazio per presenze dopo il Circeo. L’aria d’inverno è la più trasparente dell’anno e le visuali dai punti alti si aprono fino ai rilievi lontani. In compenso le giornate sono corte, la campagna intorno alla conca è spesso fangosa e il vento sul lungolago sa essere sgradevole. Chi viene in questa stagione porti abbigliamento a strati e programmi la giornata fra le dieci e le quindici.
Primavera
È il periodo delle fioriture della zona umida, con i gigli di palude e le orchidee rare del canneto, ed è anche il momento in cui i campi della conca sono verdi e la luce è generosa. È però la stagione della nidificazione, quindi quella in cui il disturbo va ridotto al minimo: niente cani liberi, niente fuoripista lungo la riva, niente droni. Aprile e maggio sono i mesi in cui il paesaggio dà il meglio e in cui il visitatore deve comportarsi meglio.
Estate
È la stagione da evitare, per tre motivi concreti. La foschia da calore cancella le visuali lontane e appiattisce il lago. I campi mietuti tolgono al fondo del cratere qualunque interesse visivo. Il traffico sulla circumlacuale, nei fine settimana di luglio e agosto, trasforma cinquanta chilometri in due ore di coda. Chi ha soltanto l’estate a disposizione faccia una cosa sola: venga di primissima mattina, resti sul lago, e lasci perdere la salita verso l’interno nelle ore centrali.
Autunno
È la mia stagione preferita da queste parti. Il bosco di latifoglie che borda la conca cambia colore, le prime piogge rimettono in moto i ruscelli, l’aria torna limpida e i villeggianti sono spariti. Ottobre e novembre offrono la combinazione migliore fra colore, silenzio e strade libere. L’unico accorgimento riguarda le calzature, perché dopo le prime piogge le strade bianche diventano scivolose.
Cosa c’è intorno a Monte Lagusiello
Il Lagusiello da solo non riempie una giornata, ma si trova al centro di uno dei comprensori più densi di cose da vedere del Lazio settentrionale. Ecco come lo userei per costruire itinerari di diversa lunghezza.
Sul lago
Le Pantane di Trevignano sono l’altra metà del monumento naturale e la tappa complementare naturale. Trevignano Romano offre il borgo, la Rocca, le chiese e il museo etrusco romano. Bracciano è il centro maggiore del bacino e ospita il Castello Odescalchi, uno dei manieri meglio conservati d’Italia. Anguillara Sabazia chiude il triangolo dei tre borghi rivieraschi con il suo promontorio sull’acqua. Il lago di Martignano, senza strade asfaltate sulle rive, è la meta di chi cerca l’acqua senza il contorno urbano. Il quadro d’insieme si legge nella pagina del lago di Bracciano e in quella del Parco Naturale Regionale di Bracciano Martignano.
Lungo il Treja
Seguire il fiume verso valle è il modo più coerente di prolungare la visita. Il Parco Valle del Treja è la tappa obbligata, con le cascate di Monte Gelato e il borgo di Calcata arroccato sullo sperone di tufo. Proseguendo si entra nell’area falisca vera e propria, con Civita Castellana, Nepi e la sua solfatara di Monte Calderone, altra testimonianza del vulcanismo residuo. All’estremità del percorso del fiume si staglia il Monte Soratte, il rilievo calcareo isolato che ha deviato il Tevere e che si vede da mezza provincia.
Nei dintorni dei Sabatini e dei Cimini
Verso ovest il parco comprende la Caldara di Manziana, monumento naturale di 90 ettari istituito con legge regionale nel 1988, con la sua sorgente sulfurea e il raro bosco di betulle bianche, e il Bosco Macchia Grande. Poco oltre si trovano la Riserva di Monterano con il suo borgo fantasma, e i Monti della Tolfa. Verso nord la Faggeta di Oriolo Romano, sito riconosciuto a livello internazionale, e la Mola di Oriolo Romano. Proseguendo si entra nel comprensorio cimino con Sutri e il suo parco dell’antichissima città, Ronciglione, Caprarola con Palazzo Farnese e il lago di Vico. Verso sud est, infine, il Parco di Veio e, sulla costa, Cerveteri con le sue necropoli.
Domande veloci su Monte Lagusiello
Dove si trova Monte Lagusiello?
Nel Comune di Trevignano Romano (RM), alle spalle della sponda settentrionale del lago di Bracciano, nel settore sabatino del Parco Naturale Regionale di Bracciano Martignano.
Perché si chiama così se non c’è un lago?
Il nome conserva la memoria del laghetto che occupava la conca fino al 1776, quando venne prosciugato. Lagusiello e Laguscello significano laghetto.
Chi prosciugò il lago e come?
Domenico Grillo di Mondragone, nel 1776, facendo defluire l’acqua attraverso uno sboccatore già esistente che la riversò nel lago Sabatino, cioè nel lago di Bracciano.
È un’area protetta?
Sì. Fa parte del Monumento Naturale Pantane e Lagusiello, istituito nel 1997, esteso su circa 104 ettari, che tutela insieme il cratere e la zona umida delle Pantane.
Si può visitare liberamente?
Il perimetro comprende terreni privati e coltivati e non esiste un ingresso attrezzato. Conviene restare sulla viabilità aperta al transito e chiedere indicazioni all’Ente Parco per ogni accesso più ravvicinato.
Che rapporto ha con il fiume Treja?
Le sorgenti del Treja si trovano alle pendici dello stesso monte. Il fiume nasce come fosso del Pavone e prende il nome di Treja dalle cascate di Monte Gelato in poi, percorrendo circa trenta chilometri fino al Tevere.
Qual è il periodo migliore?
Autunno e fine inverno per la limpidezza dell’aria e per gli uccelli acquatici svernanti, primavera per le fioriture. L’estate è la stagione meno favorevole.
Il mio giudizio, dopo molte giornate passate su questa sponda del lago, è che Monte Lagusiello sia un luogo per chi ha già visto tutto il resto. Non ha una vetta, non ha un panorama da cartolina, non ha un sentiero attrezzato. Ha una forma che racconta seicentomila anni di vulcani, un nome che ricorda un lago cancellato da una decisione del 1776 e un fiume che parte da sotto e decide di andare dalla parte sbagliata. Chi cerca uno spettacolo farà meglio a fermarsi al lungolago di Trevignano; chi cerca di capire perché questa campagna ha la forma che ha, qui trova una delle lezioni più chiare del Lazio settentrionale.
Domande frequenti su Monte Lagusiello
Dove si trova Monte Lagusiello?
Monte Lagusiello si trova nel Comune di Trevignano Romano, in provincia di Roma, alle spalle della sponda settentrionale del lago di Bracciano, nel settore sabatino del Parco Naturale Regionale di Bracciano Martignano. Non è una vetta nel senso alpino della parola, ma un rilievo modesto, l’orlo di un antico cratere vulcanico.
Perché si chiama Monte Lagusiello se non c'è un lago?
Il nome Monte Lagusiello conserva la memoria del laghetto che occupava la conca fino al 1776, quando venne prosciugato. Lagusiello e Laguscello significano infatti laghetto, piccolo lago, ed è l’unica parte davvero onesta di un toponimo che con la parola monte inganna, facendo pensare a una salita e a una cima che qui non esistono.
Da Monte Lagusiello si vede il lago di Bracciano?
Solo in parte: Monte Lagusiello ha una vista sul lago di Bracciano soltanto da alcuni punti dell’orlo esterno del cratere, mai dall’interno della conca. Chi entra nel cratere perde completamente il lago, che pure si trova a poca distanza, e si ritrova in un anfiteatro chiuso di campi e siepi.
Cosa nasce sotto Monte Lagusiello?
Alle pendici di Monte Lagusiello, sul versante di Trevignano del bacino di Bracciano, si trovano le sorgenti del fiume Treja, che nel primo tratto scorre con il nome di fosso del Pavone. È una curiosità geologica che il Treja, alla nascita, non vada verso il mare ma nella direzione opposta, conseguenza di eventi vulcanici avvenuti circa seicentomila anni fa.
Vale la pena visitare Monte Lagusiello come meta autonoma?
Il consiglio netto è di non venire apposta per Monte Lagusiello, ma di inserirlo dentro una giornata più ampia sulla sponda nord del lago di Bracciano, per esempio abbinandolo a una mattina a Trevignano Romano con la sua piazza, la Rocca e il museo etrusco romano.
Qual è il periodo migliore per vedere gli uccelli a Monte Lagusiello?
L’inverno è la stagione migliore per gli uccelli acquatici nella zona di Monte Lagusiello e delle vicine Pantane di Trevignano: gli svernanti arrivano in numero e il lago di Bracciano diventa il secondo bacino del Lazio per presenze dopo il Circeo, con un’aria più limpida per l’osservazione.
Cosa vedere vicino a Monte Lagusiello?
Vicino a Monte Lagusiello si trovano le Pantane di Trevignano, l’altra metà del monumento naturale Pantane e Lagusiello, oltre al borgo di Trevignano Romano con la Rocca, le chiese e il museo etrusco romano, e più oltre il paese di Bracciano.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata sul lago di Bracciano e nei monumenti naturali del parco, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari nel Lazio vulcanico trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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