Forte Bravetta
Forte Bravetta si trova in via di Bravetta 739-741, nel Municipio XII, fra la via Aurelia e la via Portuense. Forte e area verde sono di Roma Capitale: il Parco dei Martiri di Forte Bravetta ha ingresso libero e il portale turistico del Comune lo indica aperto dalla mattina al tramonto. L’interno del forte, cioè piazza d’armi, fossato e casematte, si vede soltanto nelle visite guidate su prenotazione che il Comune annuncia di volta in volta.
Il forte appartiene al Campo trincerato, l’anello di quindici forti e tre batterie costruito intorno a Roma fra il 1877 e il 1891. Come opera militare è invecchiato quasi subito. La sua storia vera è un’altra: dal 1932 al 1945 qui si eseguirono condanne a morte, prima quelle del Tribunale speciale fascista, poi quelle dei tribunali tedeschi durante l’occupazione, infine quelle contro i responsabili fascisti dopo la liberazione della città.
Le informazioni pratiche, cioè indirizzo, apertura del parco, canali di prenotazione e linee di autobus, risultano dalle fonti ufficiali consultate il 28 settembre 2026: il portale turistico di Roma Capitale, il programma del Municipio XII per la Festa della Resistenza, le pagine di RomaNatura, oltre ai documenti storici dell’ANPI e dell’ANFIM citati più avanti. Le visite all’interno cambiano calendario ogni anno: prima di muovervi chiamate lo 060608 e fatevi dire se ci sono date in programma.

Dove si trova e che cosa si vede davvero
Il forte occupa un pianoro nel suburbio Gianicolense, dentro il quartiere residenziale che dalla strada prende il nome. Le ricostruzioni storiche gli assegnano una superficie di poco più di dieci ettari, e il parco che lo abbraccia ha misure simili: il portale turistico del Comune parla di circa undici ettari, compresi nel perimetro della Riserva Naturale Valle dei Casali. Da fuori sembra una collina alberata. È un’opera di terra, costruita apposta per non farsi vedere.
Dal parco, senza prenotare niente, si cammina lungo il perimetro esterno e si capisce la forma: terrapieni coperti di alberi, il fossato che gira intorno, le prese d’aria dei locali sotterranei, le garitte di avvistamento, il corpo di guardia all’ingresso. Il monumento con i nomi dei fucilati si trova proprio all’entrata, ed è la prima cosa che vedete arrivando da via di Bravetta. Fermatevi lì prima di tutto il resto, non dopo.
Il parco ha i servizi di un parco di quartiere, e il portale del Comune li elenca: bagni, percorsi natura, piste ciclabili, attrezzi per lo sport all’aperto, un’area per i cani e i giochi per i bambini. Troverete gente che corre, famiglie, anziani sulle panchine. Non è una mancanza di rispetto. È la scelta che il Comune ha fatto: tenere la memoria dentro la vita di tutti i giorni invece di chiuderla dietro un cancello.
Dentro, con la visita guidata, si entra nella piazza d’armi e si segue l’anello del vecchio fossato difensivo. Il percorso annunciato dal Comune misura circa un chilometro, è facile, e tocca le strutture militari, le lapidi informative dedicate ai martiri e il punto delle esecuzioni. La durata indicata per le visite del 2025 era di circa due ore, con gruppi fino a quaranta persone.
Che cosa non si vede: un museo. Nel 2011 era stato annunciato un museo della memoria negli edifici del forte, ma alla data di verifica una sede espositiva con orari propri non compare sui canali del Comune. Gli ambienti interni restano chiusi fuori dalle visite. Chi arriva aspettandosi sale con vetrine, pannelli e audioguide trova invece un luogo che parla quasi solo attraverso la voce di chi lo accompagna.
Il quartiere intorno è cresciuto soprattutto nel secondo dopoguerra, con palazzine e case popolari che hanno riempito la campagna fra Monteverde e la Portuense. Negli anni dell’occupazione, invece, il forte era ancora isolato fra vigne e casali. Tenetelo presente quando leggete le testimonianze dell’epoca: chi veniva portato qui attraversava campi aperti, non strade di città, e il quartiere che oggi vedete intorno non esisteva ancora.
Una curiosità sul Forte Bravetta
Moltissime persone hanno già visto Forte Bravetta senza saperlo. Nel finale di Roma città aperta, il film di Roberto Rossellini, il sacerdote don Pietro viene fucilato alla periferia della città, davanti ai ragazzi del quartiere. Quella scena richiama la morte di don Giuseppe Morosini, fucilato qui il 3 aprile 1944. Il personaggio interpretato da Aldo Fabrizi è uno dei ritratti più noti della Resistenza romana.
Il personaggio però non è Morosini e basta. Le ricostruzioni lo descrivono come una sintesi fra due preti romani della Resistenza: Morosini, appunto, e don Pietro Pappagallo, che fu ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Il nome richiama il secondo, la morte davanti al plotone il primo. Chi visita anche il Mausoleo delle Fosse Ardeatine ritrova l’altra metà di quella figura.
Della vicenda reale di Morosini i documenti dicono questo. Nato a Ferentino nel 1913, ordinato sacerdote nel 1937, cappellano militare, dopo l’8 settembre aiutò la Resistenza. Fu arrestato a Roma il 4 gennaio 1944 dopo la segnalazione di un infiltrato della polizia tedesca, detenuto a Regina Coeli, condannato a morte da un tribunale tedesco il 22 febbraio. Ebbe la medaglia d’oro al valor militare alla memoria nel febbraio 1945.
Il suggerimento è di rivedere il film prima di venire, e di dimenticarlo appena entrati. Il cinema ha fatto un lavoro enorme per la memoria di questo posto, ma ha anche concentrato su un solo volto una storia che ne ha decine. La maggior parte dei nomi incisi all’ingresso non ha avuto un film, un francobollo o una piazza. Leggerli uno per uno, in silenzio, è il modo giusto di restituire le proporzioni.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Forte Bravetta
Il racconto pubblico del forte si concentra sui nove mesi dell’occupazione tedesca, e ha ragione di farlo. Quello che si dice meno è che lo stesso luogo servì per tre stagioni diverse della pena di morte in Italia. Prima il regime fascista, con il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Poi i tribunali militari tedeschi. Poi, dopo il 4 giugno 1944, la giustizia dell’Italia liberata contro chi aveva collaborato con l’occupante.
Le prime esecuzioni documentate risalgono al 17 giugno 1932: il repubblicano Domenico Bovone e l’anarchico Angelo Sbardellotto, condannati dal Tribunale speciale per aver progettato attentati contro Mussolini. Nel gennaio del 1943, a guerra in corso, qui fu fucilata Laura D’Oriano, agente del servizio segreto britannico, che secondo la ricerca dell’ANPI di zona è l’unica donna condannata a morte dal Tribunale speciale e giustiziata davvero.
Dopo la liberazione il terrapieno tornò a essere usato. Il 22 settembre 1944 fu fucilato Pietro Caruso, questore di Roma durante l’occupazione, condannato per il suo ruolo nella preparazione dell’eccidio delle Ardeatine. Il 5 giugno 1945 toccò a Pietro Koch, capo del reparto speciale di polizia responsabile delle torture contro i resistenti. L’opuscolo storico dell’ANFIM conta dieci esecuzioni di questo periodo, tutte di condannati per crimini legati al fascismo e all’occupazione.
Una precisazione utile, perché la confusione circola. Le ultime condanne a morte eseguite in Italia non furono eseguite a Bravetta. Il 4 marzo 1947, al poligono delle Basse di Stura di Torino, furono fucilati i tre condannati per la strage di Villarbasse, un delitto comune. Il giorno dopo, il 5 marzo, a La Spezia, furono eseguite le ultime tre condanne per crimini del periodo fascista. La Costituzione entrò in vigore il primo gennaio 1948.
Messa in fila, la storia di Bravetta è quindi la storia di tutta la pena capitale del Novecento italiano in un solo cortile di terra. Il regime la usò contro gli oppositori, l’occupante contro i resistenti, l’Italia liberata contro i responsabili delle stragi, poi smise per sempre. Chi viene qui solo per la pagina del 1944 perde metà del senso del luogo. Chiedetelo alla guida: la risposta di solito è lunga.
Il Campo trincerato, in concreto
Il sistema nasce con un decreto del 1877, pochi anni dopo che Roma era diventata capitale. Il portale turistico del Comune lo descrive così: quindici forti e tre batterie, costruiti fra il 1877 e il 1891, su un anello di circa trentasette chilometri, a circa quattro chilometri dalle Mura Aureliane e a circa tre chilometri l’uno dall’altro. Allora erano in aperta campagna. Oggi la città li ha inghiottiti tutti.
I quindici forti sono Monte Antenne, Pietralata, Tiburtina, Prenestino, Casilina, Appia Antica, Ardeatina, Ostiense, Portuense, Bravetta, Aurelia Antica, Boccea, Braschi, Trionfale e Monte Mario. Le batterie sono Appia Pignatelli, Porta Furba e Nomentana. Bravetta fu costruito fra il 1877 e il 1883, quindi nella prima fase, e presidiava il settore occidentale fra la via Aurelia e la via Portuense, cioè gli accessi da mare.
La forma è quella di tutti i forti del sistema: una piazza d’armi centrale, terrapieni tutto intorno, le caserme per la truppa, i depositi di munizioni e le polveriere scavati sotto terra, le postazioni per i pezzi, il fossato esterno. Opere pensate per assorbire l’artiglieria, non per mostrarsi. Dal punto di vista costruttivo il più facile da capire resta Forte Antenne, dentro Villa Ada.
Ora una posizione controcorrente. Il Campo trincerato viene spesso raccontato come un capolavoro di ingegneria militare. Non lo era. Le nuove artiglierie lo resero superato già a ridosso del completamento, e il sistema fu dismesso dal 1919 senza aver mai difeso la città da nessuno. Fu un grande investimento pubblico arrivato in ritardo sulla tecnica del suo tempo.
Il valore dei forti, oggi, si misura su quello che è successo dopo. Qualcuno è diventato caserma, qualcuno magazzino, qualcuno parco, qualcuno è stato occupato e trasformato in centro sociale. Bravetta ha preso la strada più dura, quella del luogo di esecuzione, e poi quella del deposito munizioni. Chi vuole capire il rapporto fra l’esercito e la città ha nel Museo Storico della Fanteria un buon punto di partenza.
Il consiglio che ti do per visitare il Forte Bravetta
Venite in una domenica di visita guidata, non il 25 aprile. Lo so che suona strano. Il giorno della Liberazione è quello in cui il forte si riempie, e va benissimo così: c’è la cerimonia, c’è la corona, ci sono i cori. Ma per una prima visita, per capire lo spazio e leggere i nomi con calma, serve una mattina qualunque con un gruppo piccolo e una guida che ha il tempo di rispondere.
Telefonate allo 060608 e chiedete se ci sono visite in calendario. Il numero è il contact center turistico di Roma Capitale, e per le visite del 2025 risponde tutti i giorni dalle 9 alle 19. Per le giornate della Festa della Resistenza del 2026 il Municipio XII ha usato invece l’indirizzo fortebravetta.visite@gmail.com. Fatevi confermare punto d’incontro, orario e durata, perché cambiano fra un ciclo di visite e l’altro.
Arrivate con venti minuti di anticipo e fate prima il giro esterno da soli. Il perimetro del parco vi dà la scala dell’opera, e quando entrate nella piazza d’armi sapete già dove siete. Poi fermatevi davanti al monumento all’ingresso e contate i nomi. Sembra un esercizio da scuola. Non lo è: il numero cambia a seconda delle fonti, e capire perché è metà della visita.
Scarpe chiuse, sempre. Il percorso è facile ma è su terra battuta ed erba, e dopo la pioggia il fondo del fossato diventa fango. In estate portate acqua: il parco ha alberi, ma i tratti scoperti sulla piazza d’armi a mezzogiorno sono duri. D’inverno, al mattino presto, l’umidità del fossato si sente nelle ossa. Una giacca in più non pesa.
Un’ultima cosa sul comportamento, e non la dico per retorica. Il punto delle esecuzioni è segnato. Non ci si siede sopra, non ci si mette in posa, non si fanno video con la musica. Per molte famiglie romane questo è il luogo dove è morto un parente. Vale la regola che userete in qualunque cimitero: voce bassa e telefono in tasca.
Se potete, preparatevi a casa con una lettura breve. L’opuscolo dell’ANFIM sui fucilati di Forte Bravetta si scarica gratuitamente dal sito dell’associazione e mette in fila date, nomi e gruppi di appartenenza. Arrivare sapendo chi erano gli undici di Bandiera Rossa o chi era Laura D’Oriano cambia la visita: davanti al monumento non vedrete più un elenco, vedrete persone con un mestiere, un’età e un quartiere di provenienza.
Come si entra: orari, visite, costi
Il parco è gratuito e aperto a tutti. Il portale turistico di Roma Capitale indica l’apertura dalla mattina al tramonto, senza un orario al minuto: in pratica i cancelli seguono la luce, più tardi in estate, prima in inverno. Non serve prenotare, non ci sono biglietti e non esistono prevendite. Chi vi propone un biglietto a pagamento per entrare nel parco vi sta vendendo qualcosa che è pubblico.
Per l’interno del forte l’unico canale è quello pubblico: il contact center 060608 o l’indirizzo dedicato che il Municipio XII indica di volta in volta, come fortebravetta.visite@gmail.com per il 25 e 26 aprile 2026. Nei programmi pubblicati dal Comune non compare una tariffa. Non esistono prodotti di rivendita dedicati a questo luogo sui grandi portali di visite, e non ha senso cercarli: la visita è un servizio civico, non un’attrazione commerciale.
Nel 2025 le visite sono state inserite negli Itinerari inaspettati di Roma, un programma di Roma Capitale finanziato dal Ministero del Turismo per portare i visitatori fuori dal centro. Il calendario pubblicato andava dall’8 giugno al 14 dicembre 2025, con ritrovo alle 10 in via di Bravetta 739-741, percorso di circa un chilometro e gruppi fino a quaranta persone. Per il 7 dicembre erano annunciati due turni, alle 10 e alle 10.30.
Il 25 e 26 aprile 2026 il Municipio XII ha organizzato al Parco dei Martiri la Festa della Resistenza, a ingresso libero. Il programma pubblicato prevedeva il 25 aprile la deposizione della corona alle 12.15 con il sindaco Roberto Gualtieri, i cori, una visita guidata al forte alle 13, e il 26 aprile una visita alle 10, laboratori per bambini e concerti fino alle 21. Il programma del 2027 non è ancora pubblicato.
Per tutto quello che non trovate online esistono due contatti ufficiali: lo 060608 per le visite e le informazioni turistiche, e la presidenza del Municipio XII, presidenza.mun12@comune.roma.it, per le iniziative sul parco. Per le escursioni nella riserva circostante il riferimento è RomaNatura all’indirizzo escursioni@romanatura.roma.it. Il gestore non pubblica un calendario fisso annuale: le date escono con poche settimane di anticipo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il 2 febbraio 1944 furono fucilati qui undici militanti del Movimento Comunista d’Italia, il gruppo clandestino noto come Bandiera Rossa. Erano stati condannati dal tribunale di campo tedesco di Roma il 27 gennaio per tentati atti di violenza contro le truppe di occupazione. Fra le azioni contestate c’era la distribuzione di volantini antifascisti nelle sale cinematografiche romane, nel dicembre 1943. La data è ricordata dall’ANPI provinciale di Roma.
Il fatto risaputo è la condanna tedesca. Quello che si cita poco è chi eseguì la sentenza. Secondo la ricostruzione pubblicata dall’ANPI di Roma, il comando tedesco affidò la fucilazione a un plotone italiano della Polizia dell’Africa Italiana, al comando di un colonnello. Italiani che sparano su italiani per ordine dell’occupante: è la parte della storia di Roma che la narrazione del buon popolo romano tende a lasciare fuori.
Il secondo fatto poco citato riguarda il dopoguerra. Finita la guerra, il forte non diventò subito un luogo di memoria. Rimase all’esercito e fu usato per decenni come deposito di munizioni, chiuso al pubblico. Per decenni la memoria del luogo restò affidata al monumento, alle associazioni partigiane e alle famiglie. Il passaggio al Comune e l’apertura del parco arrivano solo nel nuovo secolo.
Sulla data di apertura le fonti non concordano. La voce enciclopedica sul forte colloca l’inaugurazione del Parco dei Martiri nel settembre 2009, con dieci ettari, mentre il portale turistico del Comune parla di una riapertura nel 2011. Probabilmente si tratta di due momenti diversi della stessa operazione. Il senso non cambia: per più di sessant’anni il luogo più doloroso della Resistenza romana è rimasto dentro un’area militare.
Un’ultima osservazione su chi cadde qui durante l’occupazione. L’opuscolo dell’ANFIM elenca militanti di Bandiera Rossa, dei Gruppi di Azione Patriottica, del Partito d’Azione e del Fronte Militare Clandestino, cioè gli ufficiali e i soldati rimasti fedeli al governo legittimo dopo l’8 settembre. Comunisti, azionisti, monarchici in divisa. Il forte mette sullo stesso terrapieno una Resistenza romana molto più varia di quanto la memoria di parte abbia raccontato per decenni.
La foto giusta da fare al Forte Bravetta
La foto giusta la fate nel fossato, durante il giro con la guida. Mettetevi in un tratto curvo e riprendete il camminamento che sparisce dietro la parete di terra, con gli alberi che crescono sopra il terrapieno. È l’immagine che spiega il forte meglio di qualunque pianta: un’architettura scavata, fatta per nascondere. Funziona in verticale, con la luce bassa del mattino che entra di taglio fra i tronchi.
La seconda immagine è il monumento con i nomi, all’ingresso. Fotografatelo senza persone davanti e senza di voi dentro l’inquadratura. Avvicinatevi abbastanza da rendere leggibili le righe incise: una foto in cui i nomi si leggono vale più di dieci scatti d’insieme. Nelle giornate di commemorazione evitate di riprendere in primo piano i familiari e le persone anziane che depongono fiori, se non ve lo chiedono loro.
Il terzo scatto è di paesaggio. Gli alberi del parco sono una parte vera della visita: il programma comunale segnala tigli selvatici, robinie, roverelle, e poi olivi e mandorli che vengono dalla vecchia campagna. In primavera i mandorli in fiore davanti alla massa scura dei terrapieni danno un contrasto netto. Il posto giusto è il margine del parco, sul lato che guarda verso la valle.
Quello che non si fa: salire sui terrapieni per avere la vista dall’alto, entrare nelle aperture chiuse, scavalcare recinzioni per inquadrare la piazza d’armi quando non c’è visita. Le strutture sono vecchie di quasi centocinquant’anni e i percorsi sono stati pensati per chi resta sul sentiero. Il drone, in un’area urbana e in un luogo di memoria, lasciatelo a casa. La foto migliore, qui, è sempre quella fatta da terra.
Come si arriva
Con i mezzi pubblici il portale turistico di Roma Capitale indica le linee ATAC 98, 786 e 889, che servono via di Bravetta. Non esiste una metropolitana vicina, e da Stazione Termini servono almeno un cambio e un tempo che dipende molto dal traffico sulla Gianicolense. Il consiglio concreto è impostare il percorso sull’app o sul sito ATAC la sera prima, con l’indirizzo di via di Bravetta 741 come destinazione.
In auto si raggiunge via di Bravetta dalla via Aurelia Antica o dalla zona di Monteverde, con strade residenziali strette e trafficate nelle ore di punta. Il Comune non indica un parcheggio dedicato al parco. Si parcheggia su strada nelle vie intorno, con la pazienza che serve in un quartiere di case. Il sabato mattina è il momento peggiore, la domenica mattina il migliore.
In bicicletta il collegamento più sensato passa dai viali di Villa Doria Pamphilj e dalla Valle dei Casali, che la voce enciclopedica sulla riserva descrive come la prosecuzione ideale della villa. Dentro il parco del forte il Comune segnala piste ciclabili. Fra la villa e il forte il tratto su strada resta, e le carreggiate del quadrante non hanno corsie protette continue.
RomaNatura, per le escursioni che organizza nella riserva, indica come punto di ritrovo il parcheggio circolare davanti al civico 283 di via del Forte Bravetta, una strada diversa da via di Bravetta anche se il nome confonde. Se partecipate a una di quelle uscite controllate bene quale dei due indirizzi vi hanno dato. Chi sbaglia strada perde mezz’ora a girare intorno alla valle.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Nel 1877 un decreto avvia il Campo trincerato di Roma. Bravetta viene costruito fra il 1877 e il 1883, nel settore occidentale, a guardia delle strade che arrivano dal mare. Le ricostruzioni storiche collocano il forte sopra i resti di una villa romana attribuita a Lucio Fabio Pollione, attribuzione che si ripete nelle fonti locali ma che nessun documento visibile al pubblico sul posto permette di controllare.
Il 17 giugno 1932 il forte diventa luogo di esecuzione. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato manda davanti al plotone Domenico Bovone e Angelo Sbardellotto. L’opuscolo storico pubblicato dall’ANFIM conta trentasette esecuzioni fra il 1932 e il 1942. Il 16 gennaio 1943 viene fucilata Laura D’Oriano.
Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi occupano Roma. Secondo la voce enciclopedica, fra l’11 ottobre 1943 e il 3 giugno 1944 a Bravetta vengono fucilati partigiani e militari condannati dai tribunali tedeschi, su ordine della polizia di sicurezza di Herbert Kappler. Il 30 dicembre 1943 muore l’anarchico Riziero Fantini. Il 2 febbraio 1944 cadono gli undici di Bandiera Rossa. Il 3 aprile 1944 viene fucilato don Giuseppe Morosini.
Il 3 giugno 1944, il giorno prima che gli Alleati entrino in città, qui vengono eseguite le ultime fucilazioni dell’occupazione. Il portale del Comune ricorda i sei patrioti uccisi quel giorno, la voce enciclopedica ne conta sette. Il 4 giugno Roma è libera. A Bravetta la liberazione arriva letteralmente con un giorno di ritardo rispetto alla vita di quegli uomini.
Il 22 settembre 1944 viene fucilato l’ex questore Pietro Caruso, il 5 giugno 1945 Pietro Koch. Sono due delle esecuzioni del dopoguerra, dieci in tutto secondo l’ANFIM, disposte contro responsabili del periodo fascista e dell’occupazione. Poi il forte torna all’esercito, che lo usa come deposito di munizioni. La pena di morte per i reati comuni e militari di pace esce dall’ordinamento con la Costituzione del 1948.
Alla fine degli anni Sessanta viene posato all’ingresso il monumento con i nomi dei caduti. Sulla data le fonti non concordano: la voce enciclopedica indica il 1967, l’opuscolo dell’ANFIM parla di una lapide di marmo del 1970. Può darsi che si tratti di due interventi distinti. Il monumento riporta settantasette nomi, cifra che il portale del Comune riprende e che gli storici discutono.
Nel nuovo secolo il forte passa a Roma Capitale e l’area diventa il Parco dei Martiri di Forte Bravetta, con l’inaugurazione collocata nel 2009 e la riapertura nel 2011. Nel 2025 il sito entra negli Itinerari inaspettati di Roma, con visite guidate da giugno a dicembre. Il 25 aprile 2026 il sindaco depone la corona durante la Festa della Resistenza organizzata dal Municipio XII.
Chi è passato dal Forte Bravetta
Domenico Bovone e Angelo Sbardellotto, il 17 giugno 1932. Il primo repubblicano, il secondo anarchico, condannati dal Tribunale speciale per aver progettato attentati alla vita del capo del governo. Sono i primi due nomi della storia del forte come luogo di esecuzione, e aprono una stagione che durerà tredici anni.
Laura D’Oriano, fucilata il 16 gennaio 1943. Nata a Istanbul da genitori italiani, reclutata a Parigi dal servizio segreto britannico, fu mandata in Italia alla fine del 1941 per raccogliere informazioni sulle navi militari e sui cantieri di Genova e Napoli. La ricerca pubblicata nel 2025 da Ugo Fanti, presidente della sezione ANPI Aurelio-Cavalleggeri, la indica come l’unica donna condannata a morte dal Tribunale speciale e fucilata.
Riziero Fantini, abruzzese, anarchico, emigrato in America, amico di Sacco e Vanzetti, collaboratore di giornali libertari. Fucilato il 30 dicembre 1943. La sua morte a Bravetta è stata accertata solo nel 2020, secondo quanto riporta l’associazione Stampa Romana, che lo ricorda insieme ad altri due giornalisti caduti qui. È un buon esempio di come l’elenco dei fucilati sia ancora un lavoro aperto, non una lista chiusa.
Ezio Malatesta e Carlo Merli, fucilati il 2 febbraio 1944 con gli altri nove di Bandiera Rossa. Malatesta era un insegnante, aveva diretto una rivista di cinema e teatro e scriveva sul giornale clandestino del movimento. Ebbe la medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Merli, milanese, era passato dalla prigione tedesca di via Tasso, oggi Museo Storico della Liberazione.
Gli altri nove di quel 2 febbraio, secondo l’elenco pubblicato dall’ANPI provinciale di Roma, sono Romolo Iacopini, Filiberto Zolito, Branko Bitler, Gino Rossi, Ettore Arena, Quirino Sbardella, Augusto Paroli, Benvenuto Badiali e Ottavio Cirulli. Il più giovane, Ettore Arena, aveva ventun anni. Il più anziano, Gino Rossi, cinquanta. Li mettiamo per esteso perché i nomi sono l’unica cosa che questo luogo ha davvero da mostrare.
Don Giuseppe Morosini, sacerdote di Ferentino, cappellano militare, fucilato il 3 aprile 1944 dopo una condanna per spionaggio a favore degli Alleati. Nella memoria nazionale è il prete di Roma città aperta, e questo lo ha reso il più conosciuto dei caduti di Bravetta, spesso a spese degli altri.
Dall’altra parte, Pietro Caruso e Pietro Koch, fucilati qui dopo la liberazione. Il primo aveva guidato la questura di Roma durante l’occupazione ed era stato condannato per il suo ruolo nell’eccidio delle Ardeatine. Il secondo aveva comandato il reparto speciale di polizia responsabile delle torture contro i resistenti catturati. Il loro nome sul registro dello stesso forte chiude il cerchio, e la storia lo ricorda senza bisogno di commento.
I nomi e i numeri della memoria
Quanti furono i fucilati di Forte Bravetta? La risposta onesta è che le fonti non concordano, e che le differenze hanno motivi precisi. Il monumento all’ingresso riporta settantasette nomi riferiti all’occupazione, e il portale del Comune riprende quella cifra. La voce enciclopedica sui martiri parla di sessantotto militari e partigiani. L’ANFIM ne conta sessantanove. L’associazione Stampa Romana scrive di circa settantaquattro esecuzioni, sessantasei delle quali di partigiani.
Le ragioni della differenza sono note agli storici. L’elenco inciso contiene nomi ripetuti per errore di trascrizione e comprende alcuni condannati per reati comuni, che non erano partigiani ma furono fucilati nello stesso periodo. Altri nomi, come quello di Riziero Fantini, sono emersi solo con ricerche recenti. Un elenco di pietra fatto negli anni Sessanta non poteva sapere quello che gli archivi hanno restituito dopo.
Sul totale dell’intero periodo dal 1932 al 1945 la forbice si allarga. L’opuscolo dell’ANFIM somma centosedici esecuzioni: trentasette sotto il Tribunale speciale, sessantanove durante l’occupazione, dieci dopo la liberazione. La ricerca dell’ANPI Aurelio-Cavalleggeri pubblicata nel 2025 parla di oltre cento fucilazioni, con una stima di centotré. Sono ordini di grandezza compatibili, non cifre identiche, e qui le riportiamo tutte.
Chi vuole leggere gli elenchi completi ha tre strade. L’opuscolo dell’ANFIM sui fucilati di Forte Bravetta, pubblicato nel 2023, è la raccolta più ordinata. Il museo di via Tasso conserva documenti su molti dei prigionieri passati da lì prima dell’esecuzione. La Casa della Memoria e della Storia a Trastevere ospita gli archivi delle associazioni della Resistenza romana.
Una nota di metodo che vale per tutti i luoghi della memoria. Quando trovate un numero tondo, diffidate. Quando trovate un numero preciso, chiedete chi lo ha contato e quando. I numeri di Bravetta sono stati corretti più volte, e ogni correzione ha restituito un nome a una famiglia. Per un quadro generale sulla città conviene partire dalla nostra guida ai luoghi della memoria a Roma.
Il parco e la Valle dei Casali
Il Parco dei Martiri è compreso nella Riserva Naturale Valle dei Casali, istituita nel 1997 e gestita dall’ente regionale RomaNatura. La riserva copre un pianoro che scende verso il Tevere fra i quartieri Gianicolense e Portuense, con colline e fossi, e le pagine dei parchi del Lazio la descrivono come uno degli ultimi lembi del paesaggio agricolo della campagna romana dentro la città.
Dentro la riserva si trovano edifici storici che molti romani non hanno mai visto: Villa York, settecentesca, Villa Consorti, il complesso del Buon Pastore progettato da Armando Brasini, e Torre Righetti, un casino di caccia che guarda la valle del Tevere. Forte Bravetta ne è il margine più noto, quello con la storia più pesante. Il resto della valle racconta un’altra Roma, fatta di vigne, casali e padroni di terra.
La vegetazione mescola pini, aceri, palme, pioppi e salici con gli olivi e i gelsi della vecchia agricoltura. Fra gli animali segnalati ci sono ricci, volpi, donnole, gheppi e poiane, e negli ultimi anni colonie di parrocchetti. Al mattino presto, nei prati intorno al forte, non è raro vedere un rapace sopra i terrapieni. È una delle cose che le visite guidate del Comune mettono in fila insieme alla storia.
RomaNatura organizza escursioni nella riserva, con prenotazione all’indirizzo escursioni@romanatura.roma.it, e le annuncia sul proprio sito. Sono uscite naturalistiche, non visite al forte, ma aiutano a capire perché proprio qui sia sopravvissuto un pezzo di campagna: i vincoli militari intorno al forte hanno tenuto lontana l’edilizia per decenni. Il deposito di munizioni, paradossalmente, ha protetto il verde. Questa è un'interpretazione, non un dato d’archivio.
Il collegamento naturale è con Villa Doria Pamphilj, uno dei più grandi parchi storici della città, che la riserva prosegue verso sud. Chi ha una mattina intera può entrare nella villa, uscire sul lato della valle e arrivare al forte a piedi, ricordando che fra i due tratti verdi resta un pezzo di strada senza marciapiede continuo.
Quando è chiuso e che cosa non aspettarsi
Il parco chiude al tramonto e riapre al mattino. L’interno del forte è chiuso in tutti i giorni in cui non c’è una visita programmata, cioè quasi sempre. Presentarsi davanti al cancello della piazza d’armi senza prenotazione significa restare fuori. Nelle giornate di forte pioggia le visite possono saltare, e il Comune non indica sempre una data di recupero: chiedete al momento della prenotazione.
Non aspettatevi servizi da museo. Non c’è una biglietteria, non c’è un bookshop, non ci sono audioguide né pannelli multilingue lungo tutto il percorso. Le lapidi informative interne sono in italiano. Il Comune non indica punti ristoro dentro il parco nei giorni ordinari, mentre nelle giornate di festa di aprile il programma ha previsto banchi di cibo. Portate con voi quello che vi serve.
Sull’accessibilità, il percorso di visita è descritto come facile e di circa un chilometro, su terreno naturale. Il portale turistico rimanda alla sezione Roma Accessibile per le informazioni specifiche, e una dichiarazione completa di accessibilità del percorso interno non risulta pubblicata. Chi si muove in carrozzina o con difficoltà motorie deve chiedere allo 060608 quali tratti sono percorribili, soprattutto dopo giorni di pioggia.
Non aspettatevi neppure la spettacolarità di altri forti. Bravetta non ha i murales di un centro sociale, non ha concerti ogni sera, non ha il fascino dell’abbandono che attira i fotografi urbani. È un posto sobrio, verde, silenzioso. La sua forza sta tutta nella storia che lo attraversa, e se non la conoscete prima di arrivare rischiate di vedere un parco di quartiere e basta.
Un consiglio pratico sulla stagione. La primavera, con i mandorli e i prati verdi, e l’autunno, con la luce bassa e le foglie dei tigli, sono i momenti migliori per il parco. L’estate romana sulla piazza d’armi è dura nelle ore centrali, e le visite comunali partono comunque al mattino. In inverno le giornate corte riducono il tempo utile nel parco, che chiude con il tramonto.
Mangiare in zona
Bravetta è un quartiere residenziale, e intorno al parco la cucina è quella di chi ci abita: bar di quartiere, pizzerie al taglio, qualche trattoria con i clienti fissi. Le trappole per turisti qui sono rare, perché i turisti sono rari. Il problema si ripresenta se chiudete la mattinata scendendo verso Trastevere o il Gianicolo, ed è lì che conviene tenere gli occhi aperti.
Primo segnale: il menù con le foto dei piatti, tradotto in cinque lingue e plastificato. Un locale che deve mostrarvi l’immagine di un’amatriciana sta parlando a chi non l’ha mai mangiata. Secondo segnale: la signora che tira la sfoglia in vetrina o sul marciapiede. È teatro, non garanzia. La pasta fresca seria si prepara al mattino, in cucina, lontano dallo scarico delle auto.
Terzo segnale: la persona sulla porta che vi ferma per invitarvi a entrare. Un posto che deve procurarsi i clienti per strada non ha clienti abituali. Vale lo stesso per le cucine aperte senza interruzione da mezzogiorno a mezzanotte: una cucina vera ha una pausa, perché la brigata deve preparare. Quarto segnale: le voci senza prezzo, il pesce del giorno a cifra da chiedere, il menù diverso fra sala interna e tavoli fuori.
I locali davanti ai monumenti tendono ad adattare il conto al cliente, e le insegne ripetute identiche in cinque piazze funzionano come attrazioni, non come trattorie. Sono comode e prevedibili, e chi viaggia con bambini stanchi le sceglie per buone ragioni. Semplicemente i romani non ci vanno, perché sanno che a trecento metri, in una strada senza vista, si mangia meglio e si spende meno.
Il criterio è guardare chi è seduto. Se alle due di un giorno feriale ci sono impiegati, operai e famiglie del quartiere, avete trovato. Per non andare a tentativi, qui c’è la nostra lista dei posti dove mangiamo noi, a Roma e nei dintorni, aggiornata quando i posti cambiano e senza sponsorizzazioni di nessun tipo.
Che cosa abbinare in giornata
La giornata più sensata è un percorso della memoria. Al mattino il forte, poi il Museo Storico della Liberazione in via Tasso, dove molti dei fucilati di Bravetta furono detenuti prima del processo, e nel pomeriggio il Mausoleo delle Fosse Ardeatine. Sono tre luoghi che si spiegano a vicenda, e visti nello stesso giorno danno la misura dei nove mesi dell’occupazione.
Chi preferisce una giornata a piedi sul versante occidentale può unire il forte con Villa Doria Pamphilj, poi scendere al Gianicolo passando dalla Fontana dell’Acqua Paola e da San Pietro in Montorio. Lì la memoria cambia secolo: il Mausoleo Ossario Gianicolense e il Museo della Repubblica Romana raccontano il 1849.
Il legame fra i due momenti è geografico: il Gianicolo e Bravetta raccontano, a un secolo di distanza, come Roma sia stata difesa e occupata dal suo lato occidentale. Da lì si può chiudere a Villa Sciarra, a Monteverde, oppure scendere verso Trastevere, dove la Casa della Memoria e della Storia tiene le carte delle associazioni partigiane.
Per chi segue la pista della Resistenza nel resto della città, le tappe sono Porta San Paolo, dove si combatté il 10 settembre 1943, il Quadraro del rastrellamento dell’aprile 1944, il Ghetto ebraico con la memoria della razzia del 16 ottobre 1943. Chi vuole il confronto con un altro forte del Campo trincerato vada a Forte Antenne, dentro Villa Ada.
Se invece siete in città per la Roma del Novecento industriale e urbana, lo stesso quadrante sud-ovest si lega al Gasometro, all’ex Porto Fluviale e alla Necropoli di via Portuense. Per un’altra pagina del Novecento romano c’è la Città universitaria della Sapienza, e la domenica mattina il mercato di Porta Portese è sulla strada del ritorno.
Domande frequenti
Il Forte Bravetta si può visitare?
Il parco intorno al forte, il Parco dei Martiri di Forte Bravetta, è pubblico e a ingresso libero dalla mattina al tramonto. L’interno del forte, con la piazza d’armi e il fossato, si visita solo nelle visite guidate che Roma Capitale e il Municipio XII programmano di volta in volta, su prenotazione allo 060608 o all’indirizzo indicato nel programma di ciascuna iniziativa.
Quanto costa entrare?
L’ingresso al parco è gratuito e non richiede prenotazione. Nei programmi di visite guidate pubblicati dal Comune per il 2025 e per la Festa della Resistenza del 2026 non compare alcuna tariffa, e la Festa del 25 e 26 aprile era a ingresso libero. Diffidate di chi vende biglietti per questo luogo: il canale è soltanto quello pubblico del Comune.
Dove si trova esattamente l’ingresso?
L’ingresso principale del parco si trova in via di Bravetta 739-741, nel Municipio XII, nel quadrante fra la via Aurelia e la via Portuense. Il monumento con i nomi dei fucilati si trova proprio all’entrata. Attenzione a non confondere via di Bravetta con via del Forte Bravetta, una strada diversa usata da RomaNatura come ritrovo per le escursioni.
Quante persone furono fucilate a Forte Bravetta?
Le fonti non concordano. Il monumento riporta settantasette nomi riferiti all’occupazione tedesca, mentre le ricerche storiche contano fra sessantotto e settantaquattro esecuzioni fra l’ottobre 1943 e il giugno 1944. Per tutto il periodo dal 1932 al 1945 l’ANFIM somma centosedici esecuzioni, l’ANPI di zona parla di oltre cento. Gli elenchi sono stati corretti più volte.
Le ultime condanne a morte in Italia furono eseguite qui?
No. Le ultime esecuzioni capitali in Italia avvennero il 4 marzo 1947 al poligono delle Basse di Stura di Torino, per la strage di Villarbasse, e il 5 marzo 1947 a La Spezia, per crimini del periodo fascista. Fra le ultime esecuzioni documentate a Forte Bravetta c’è quella di Pietro Koch, il 5 giugno 1945, dopo una condanna dell’Alta corte di giustizia.
Come si arriva con i mezzi pubblici?
Il portale turistico di Roma Capitale indica le linee di autobus ATAC 98, 786 e 889, che servono via di Bravetta. Non ci sono stazioni della metropolitana vicine, quindi dal centro serve almeno un cambio. Conviene pianificare il percorso con gli strumenti ufficiali di ATAC il giorno prima, tenendo conto del traffico sulla Gianicolense nelle ore di punta.
Quando si svolgono le commemorazioni?
La data documentata più recente è il 25 aprile 2026, quando alle 12.15 si è svolta la deposizione della corona con il sindaco di Roma nell’ambito della Festa della Resistenza del Municipio XII. L’ANPI provinciale ricorda inoltre gli anniversari delle singole fucilazioni, come quella del 2 febbraio 1944. Per il 2027 il programma non è ancora pubblicato.
Il forte è adatto a una visita con i ragazzi?
Il parco ha giochi, prati e percorsi facili, e la visita guidata copre circa un chilometro senza difficoltà. Il contenuto però è serio e riguarda esecuzioni e guerra. Funziona bene con ragazzi dalle scuole medie in su, meglio se preparati prima con il racconto dell’occupazione di Roma, e le guide del Comune sanno adattare il tono ai gruppi scolastici.
Chi ha scritto la pagina
La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Date, contatti e modalità di visita riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura. Trattandosi di un sito con aperture occasionali, ricontrollate tutto prima di partire e segnalateci quello che trovate cambiato.
Mettere in fila una giornata sui luoghi della memoria significa incastrare visite su prenotazione, musei con orari ridotti, autobus di periferia che la domenica si diradano e il rispetto che luoghi come questo richiedono, per sé o per una classe di trenta ragazzi. Chi si trova davanti a questo tipo di lavoro trova su Tour Leader Pro materiali pensati per chi accompagna gruppi e per chi organizza da solo.
Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.
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