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À Rome la nuit — le fotografie di Hervé Gloaguen al Museo di Roma in Trastevere

Dal 25 marzo al 6 settembre 2026 il Museo di Roma in Trastevere ha ospitato À Rome la nuit. Fotografie di Hervé Gloaguen, una mostra che ha raccontato Roma di notte attraverso lo sguardo di un fotografo francese arrivato qui per caso e rimastoci attaccato per vent’anni. La mostra ha chiuso i battenti il 6 settembre, quindi chi legge adesso queste righe arriva a cose fatte: le sale del primo piano sono già state svuotate e riallestite per altro. Ma il lavoro di Gloaguen continua a esistere, il museo che lo ha esposto continua a essere uno dei posti più intelligenti di Roma, e il rione in cui quelle fotografie sono state scattate è lì fuori, immutabile nella pianta e mutevolissimo nella sostanza. Vale la pena capire che cosa è passato da queste sale, perché è stato importante, e che cosa si può vedere oggi al suo posto.

È piccolo, gratuito per chi ha la MIC card, quasi mai affollato, e ha una programmazione fotografica che nelle grandi città europee sarebbe considerata da istituzione di riferimento mentre qui passa quasi sotto silenzio, schiacciata dal fatto che a duecento metri c’è una piazza che i turisti fotografano senza sosta e a mille metri c’è il Vaticano. Nel corso del 2026 in queste sale sono passati Annabella Rossi, Francesco Conversano, Matilde Damele, Hervé Gloaguen e Fulco Pratesi: un programma che messo in fila sembra quello di un centro per la fotografia di una capitale del nord Europa, non di un museo civico di rione in cui si entra da un portone su una piazzetta dove i bambini giocano a pallone.

La mostra di Gloaguen, in più, aveva una cornice che merita di essere ricordata: faceva parte del programma culturale con cui, dal 29 gennaio al 31 dicembre 2026, Roma e Parigi hanno celebrato i settant’anni del loro gemellaggio. Un gemellaggio esclusivo, nel senso letterale del termine: le due città si sono gemellate fra loro e con nessun’altra, e la formula che accompagna quel patto è rimasta identica dagli anni Cinquanta. Portare a Roma le fotografie notturne di un francese che ha passato vent’anni a tornare qui con la macchina fotografica era, dentro quel programma, la scelta più coerente possibile.

Che cosa è stata davvero À Rome la nuit

Un punto va chiarito subito, perché è la cosa che nelle descrizioni della mostra viene più spesso sbagliata: le fotografie di Gloaguen esposte al Museo di Roma in Trastevere erano a colori. Non in bianco e nero. Il nucleo dell’esposizione erano sessantotto fotografie a colori, scattate in diversi viaggi romani compresi fra il 1975 e il 1995, e il colore non era un dettaglio tecnico ma il senso stesso del lavoro.

Il chiostro del Museo di Roma in Trastevere
Il Museo di Roma in Trastevere, ex convento delle Carmelitane, dove sono esposte le fotografie. Foto di Mister No, licenza CC BY 3.0, via Wikimedia Commons.

Per capire perché serve rimettere le cose nel loro contesto. Negli anni Settanta, in Francia, la fotografia seria era in bianco e nero. Punto. Il colore apparteneva alla pubblicità, alle riviste illustrate, alla fotografia di famiglia, al turismo: era considerato volgare, commerciale, incapace di astrazione. La grande tradizione francese, quella degli umanisti, cioè dei fotografi che mettono al centro della ricerca l’essere umano dentro i suoi contesti sociali, lavorava rigorosamente in bianco e nero e ne aveva fatto una questione quasi morale. Gloaguen, in quel clima, è stato uno dei pochissimi fotografi francesi a esprimersi a colori mentre quasi tutti i colleghi facevano il contrario. Non era una scelta di comodo: era una posizione, e gli è costata molte discussioni.

Il secondo punto tecnico è ancora più notevole del primo: Gloaguen ha fotografato Roma di notte a colori e senza flash. Chiunque abbia provato a fare una fotografia notturna sa che cosa significa. Negli anni Settanta e Ottanta le pellicole a colori disponibili avevano sensibilità ridicole rispetto a quello che oggi fa un telefono, i tempi di posa diventavano lunghissimi, il mosso era una minaccia costante e il colore delle luci artificiali, quelle al sodio giallo arancio dei lampioni romani di allora, virava tutto verso tonalità che i manuali consideravano errori da correggere. Lui ha deciso che quegli errori erano il soggetto. Il giallo dei lampioni, il verde delle insegne, il rosso delle luci dei bar, la luce che rimbalza sui sampietrini bagnati: tutto quello che un fotografo ortodosso avrebbe eliminato, in quelle immagini è il punto.

Il nero della notte come sipario

La presentazione ufficiale della mostra usava una formula che trovo perfetta: il nero della notte come sipario. È esattamente quello che succede in una fotografia notturna senza flash fatta bene. Il buio non è un problema da illuminare, è un fondale che cancella tutto quello che non serve. Di giorno, a Roma, una fotografia contiene troppa città: cartelli, cavi, automobili, impalcature, secchi della spazzatura, gente. Di notte il buio mangia il novanta per cento di quel disordine e resta solo quello che la luce artificiale decide di mostrare. Una facciata rinascimentale illuminata da un lampione diventa una quinta teatrale. Una chiesa barocca con le luci accese sopra il portale diventa un fondale. E davanti a quel fondale si muovono le persone.

Le persone, appunto. Il lavoro di Gloaguen su Roma non è una raccolta di monumenti notturni, che sarebbe stata cosa noiosa e già fatta da mille altri. È un lavoro sui corpi e sui volti che popolano la notte romana, e l’elenco dei soggetti che il museo ha usato per descriverlo racconta da solo la qualità dello sguardo: borghesi, studenti, portinai, sposi novelli, vecchie coppie aristocratiche, turisti. Cioè tutti, tutte le classi sociali della città messe nello stesso spazio notturno e fotografate con la stessa attenzione. Non c’è compiacimento sul pittoresco popolare, che sarebbe stato l’errore più facile per uno straniero a Roma, e non c’è nemmeno lo snobismo verso il turista, che è l’errore più facile per un fotografo di reportage.

La differenza fra un fotografo di passaggio e uno che torna

Vent’anni di viaggi sulla stessa città producono qualcosa che un singolo reportage non può produrre. Un fotografo che viene a Roma per una settimana fa le fotografie che la città gli concede al primo sguardo, e sono sempre più o meno le stesse: le fontane, i vicoli, il Colosseo, le suore, il prete in bicicletta. Un fotografo che torna per vent’anni comincia a vedere le cose che cambiano. Vede le automobili cambiare forma, i vestiti cambiare taglio, le insegne cambiare carattere tipografico, le facce cambiare espressione, i bar cambiare arredamento. E soprattutto comincia a vedere le cose che non cambiano, che sono poi quelle interessanti.

Questa è la ragione per cui un corpus costruito fra il 1975 e il 1995 vale molto più della somma delle sue parti. Quei vent’anni, per Roma, sono stati un periodo di trasformazione profonda e sotterranea. All’inizio del periodo Trastevere era ancora in larghissima parte un rione popolare con le botteghe artigiane al piano terra e le famiglie romane ai piani sopra. Alla fine del periodo il processo di sostituzione era ampiamente avviato: i pub, i locali notturni, gli affitti brevi, la trasformazione in zona di divertimento notturno per tutta la città e poi per mezza Europa. Le fotografie di Gloaguen attraversano quel passaggio senza averlo come tema esplicito, ed è proprio per questo che lo documentano bene.

Una curiosità su À Rome la nuit — le fotografie di Hervé Gloaguen al Museo di Roma in Trastevere

Ecco la cosa più sorprendente nella storia di questo lavoro, e che dovrebbe essere scritta a lettere grandi all’ingresso di ogni mostra di fotografia di viaggio: il più bel lavoro fotografico notturno su Roma degli ultimi cinquant’anni nasce da una vacanza in furgone.

Nel 1974 Hervé Gloaguen non venne a Roma per un incarico. Stava facendo un viaggio in Italia con sua moglie e la loro bambina di pochi mesi, percorrendo la penisola da nord a sud, e il mezzo di trasporto era un pulmino Volkswagen. Arrivato a Roma, parcheggiò il pulmino nel campeggio di Monte Antenne, che si trova sul promontorio a nord della città, sopra l’ansa dell’Aniene, in una posizione da cui si domina un bel pezzo di Roma. Da lì, la sera, scendeva in centro a fotografare.

Il dettaglio conta per almeno tre ragioni. La prima è che smonta l’idea romantica del grande reporter che parte con una missione. Qui c’è un uomo di trentasette anni in viaggio con moglie e neonata, in campeggio, che di giorno fa il padre di famiglia in vacanza e di sera prende la macchina fotografica e va a lavorare. La seconda è che il campeggio di Monte Antenne è un posto tutt’altro che turistico: si trova nella parte nord di Villa Ada, in una zona che i romani associano al verde e alle passeggiate, non alla fotografia d’autore. La terza, la più importante, è che quella permanenza prolungata a basso costo è esattamente ciò che ha reso possibile il lavoro. Un fotografo in albergo in centro sarebbe rimasto tre giorni. Un fotografo in campeggio può restare due settimane, uscire ogni sera, tornare sui posti, aspettare.

Il colpo di fulmine

La presentazione del museo usava proprio questa espressione: per Gloaguen l’incontro con Roma fu un colpo di fulmine. E come tutti i colpi di fulmine ebbe un momento preciso di innesco. Fotografando di giorno i giovani intorno alle fontane, nelle terrazze dei caffè, nei ristoranti, cercando sempre di stare il più vicino possibile al soggetto, ebbe immediatamente l’intuizione che la cosa da cogliere era un’altra: i misteri della vita notturna e delle sue luci. Non la Roma diurna, monumentale e sovraesposta in tutti i sensi del termine, ma quella che comincia quando cala il buio.

Chi conosce Roma sa quanto questa intuizione sia giusta. Roma di giorno è una città che si difende dal fotografo perché è già stata fotografata troppo: ogni inquadratura diurna del centro storico esiste in centinaia di migliaia di esemplari e chiunque la rifaccia produce una copia. Roma di notte, invece, è ancora largamente inesplorata, perché di notte le fotografie sono tecnicamente difficili, perché la maggior parte di chi viene in città di sera è occupata a cenare, e perché il buio riordina completamente le gerarchie visive. Un fotografo che nel 1974 capisce questa cosa nel giro di pochi giorni è un fotografo che ha l’occhio giusto.

Una parola sul titolo

Il titolo della mostra era in francese, e non per vezzo. Nel 1995 Gloaguen ha pubblicato un volume intitolato Rome la nuit, che rappresenta il punto di arrivo editoriale di quei vent’anni di viaggi. La mostra romana del 2026 ha ripreso quel titolo aggiungendo la preposizione, e la scelta di lasciarlo in lingua originale dentro un programma dedicato al gemellaggio fra Roma e Parigi era tutt’altro che casuale. Una mostra francese su Roma, con titolo francese, nell’anno dei settant’anni del patto fra le due capitali.

Chi è Hervé Gloaguen

Vale la pena raccontarlo per esteso, perché è uno di quei fotografi che in Italia si conoscono poco e che invece hanno attraversato mezzo secolo di storia con la macchina fotografica al collo.

Hervé Gloaguen nasce l’11 maggio 1937 a Rennes, in Bretagna, nel dipartimento dell’Ille-et-Vilaine. Studia un anno alla scuola regionale di belle arti della sua città, poi nel 1958 si trasferisce a Parigi ed entra all’École technique de photographie et de cinématographie, la scuola di rue de Vaugirard che è l’antenata dell’attuale École nationale supérieure Louis-Lumière. Lì impara la tecnica fotografica, e già in quegli anni comincia a frequentare jazzisti dilettanti e attori esordienti: le sue prime fotografie nascono da quel giro.

È un dettaglio che torna per tutta la sua vita. Il jazz non è per Gloaguen un soggetto professionale fra gli altri, è una passione vera, e nel 1965, viaggiando per lavoro attraverso l’Europa e gli Stati Uniti, coglie l’occasione di fotografare una quantità di musicisti che oggi fa impressione soltanto a elencarli: Louis Armstrong, Miles Davis, Ray Charles e molti altri. Da quel filone, molto più tardi, uscirà un libro intero dedicato al jazz, pubblicato nel 2009.

Gli anni della formazione parigina

Fra il 1960 e il 1962 fa il servizio militare in marina. L’anno successivo avviene l’incontro che cambia la sua traiettoria: Chris Marker, il regista, lo presenta alla rivista Réalités, e Gloaguen diventa assistente di Gilles Ehrmann. Le redazioni delle grandi riviste illustrate, in quegli anni, erano il luogo dove un giovane fotografo imparava il mestiere sul campo.

Nel 1966 fotografa Andy Warhol. Nel 1970 realizza un reportage sugli artisti plastici che vivono e lavorano a Parigi, lavoro che diventa poi una pubblicazione. Sono gli anni in cui si costruisce la reputazione di un fotografo capace di muoversi fra il ritratto d’autore e il reportage sociale senza cambiare linguaggio.

La fondazione dell’agenzia Viva

Nel 1972 arriva il passaggio più importante della sua carriera. Gloaguen è fra i fondatori dell’agenzia Viva, una delle esperienze più interessanti e più brevi della fotografia europea del Novecento. Il museo, nella sua presentazione, elenca fra i fondatori insieme a lui Claude Dityvon, Martine Franck, François Hers, Richard Kalvar, Jean Lattès e Guy Le Querrec. Le ricostruzioni francesi aggiungono al gruppo anche Alain Dagbert.

Sono nomi che per chi si occupa di fotografia valgono da soli il prezzo del biglietto. Martine Franck, belga, sarebbe poi entrata in Magnum e avrebbe costruito uno dei corpus ritrattistici più importanti del secondo Novecento. Richard Kalvar, americano trapiantato a Parigi, è uno dei grandi maestri della fotografia di strada ironica e sarebbe anche lui approdato in Magnum. Guy Le Querrec è il fotografo di jazz per eccellenza della scena francese, altro membro Magnum. Claude Dityvon ha lasciato alcune delle immagini più citate del maggio francese. Mettere insieme, nel 1972, un gruppo di questa qualità dentro una struttura cooperativa era un’ambizione enorme.

E l’ambizione era proprio quella: Viva non voleva essere un’agenzia commerciale che vende immagini, voleva essere un collettivo con una linea. Il progetto che meglio ne rappresenta lo spirito è quello collettivo intitolato Famiglie in Francia, un’inchiesta fotografica sulla vita quotidiana francese condotta da più autori insieme. È un modo di lavorare che oggi si è quasi perso e che allora rappresentava un’alternativa dichiarata sia al fotogiornalismo di emergenza sia alla fotografia d’arte.

Dentro Viva, Gloaguen resta dieci anni e realizza una quantità di reportage di peso politico: i diversi partiti comunisti europei, la rivoluzione dei garofani in Portogallo nel 1974, la caduta di Saigon nel 1975. Nel 1978 dirige un atelier alle Rencontres di Arles, che nella fotografia europea è una specie di consacrazione. Nel 1982 Viva cessa la sua attività, e Gloaguen entra nell’agenzia Rapho, una delle storiche case della fotografia umanista francese, dedicandosi a reportage più mirati, in particolare per il mensile GEO.

Africa, rifugiati, sangue

La parte meno nota e forse più coraggiosa del suo percorso è quella successiva. Dal 1990 viene ammesso come fotografo al raid Air Solidarité, un’iniziativa che raccoglie fondi e materiali per le associazioni dei villaggi del Burkina Faso, e da lì realizza oltre trenta reportage in Africa. Parallelamente lavora a lungo sul tema dei rifugiati: nel 1986 realizza una serie completa per l’associazione France terre d’asile, e successivamente l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che ha sede a Ginevra, gli affida reportage nei cinque continenti. Anche l’Institut Mérieux gli commissiona coperture fotografiche che lo portano ad attraversare l’Africa.

Nel 1992 espone a Perpignan, a Visa pour l’Image, un lavoro intitolato Le marché mondial du sang, dedicato al commercio mondiale del sangue, che ebbe una risonanza internazionale notevole. Nel 1997 viaggia in Bolivia e in Perù.

Sue fotografie sono conservate, fra gli altri, alla Bibliothèque nationale de France a Parigi, al museo Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône, allo Stedelijk Museum di Amsterdam e al Museo di belle arti di Montréal. Nel 2007 il Jeu de Paume, nella sede di Sully, ha ospitato la retrospettiva dedicata a Viva, e in quell’occasione è uscito il volume di riferimento sull’agenzia.

Una cosa che non ti dice nessuno su À Rome la nuit — le fotografie di Hervé Gloaguen al Museo di Roma in Trastevere

La cosa che nelle presentazioni della mostra viene citata di sfuggita e che invece è il vero cuore della storia riguarda un nome che i romani conoscono benissimo: Alberto Moravia.

Quando Gloaguen torna a Roma negli anni Ottanta, non torna più come il turista in pulmino del 1974. Torna come un professionista che ha bisogno di andare oltre il primo strato della città, e per farlo si fa consigliare. Si fa guidare dai colleghi giornalisti, e soprattutto ascolta Moravia. E Moravia, invece di mandarlo dove manderebbe chiunque, cioè nel centro storico, lo manda all’EUR. Gli parla dei viali larghi, dei colonnati bianchi che brillano al sole, di quell’altra faccia della città che quasi nessun fotografo straniero degli anni Ottanta avrebbe pensato di cercare.

Fermiamoci un attimo su quanto sia straordinario questo consiglio. Moravia è lo scrittore che ha raccontato la Roma borghese e la Roma di borgata, quello dei Racconti romani e della Ciociara, l’autore che più di ogni altro ha tenuto insieme il centro e la periferia nello stesso sguardo. Un francese gli chiede dove andare a fotografare Roma e lui gli indica il quartiere costruito dal fascismo per l’esposizione universale mai avvenuta: architettura razionalista, geometrie assolute, spazi vuoti, marmi bianchi, esattamente il contrario dell’idea di Roma che un europeo porta con sé. È un consiglio da scrittore vero, cioè da persona che sa che l’identità di un luogo si vede meglio dove il luogo si contraddice.

Perché questo dettaglio cambia la lettura di tutto il lavoro

Se uno prende À Rome la nuit come un omaggio pittoresco alla Roma notturna dei vicoli, sbaglia di grosso. Il consiglio di Moravia ci dice che quel lavoro è, dall’inizio, un’indagine sulle facce diverse della stessa città. La Roma delle fontane e quella dei colonnati dell’EUR. La Roma dei portinai e quella delle vecchie coppie aristocratiche. La Roma dei turisti e quella degli studenti. Il buio della notte, in questo schema, non serve a rendere la città più carina: serve a metterla tutta sullo stesso piano, perché di notte i quartieri si somigliano di più e le differenze sociali si leggono sulle persone invece che sugli sfondi.

C’è anche un secondo motivo per cui il dettaglio Moravia merita attenzione, e riguarda il metodo. Gloaguen non arriva e improvvisa: chiede. Chiede ai colleghi, chiede a chi la città la conosce dall’interno, e poi va. È la cosa da ripetere a chi arriva a Roma con tre giorni a disposizione e la pretesa di capirla da solo: la differenza fra una visita mediocre e una buona, quasi sempre, non è il tempo, è a chi hai chiesto.

La terza cosa che nessuno dice

E poi c’è un fatto più prosaico, che riguarda la mostra in quanto tale. Sessantotto fotografie sono poche. Molto poche, per una mostra di un museo civico in una capitale. Le grandi retrospettive fotografiche ne mettono in fila centocinquanta, duecento, e il visitatore esce con gli occhi pieni e la testa vuota. Sessantotto immagini si guardano davvero, una per una, e si ricordano. Quando una mostra è così, il consiglio è sempre lo stesso: rallentare fino al ridicolo, perché il numero basso di opere è una scelta curatoriale che chiede di essere assecondata, non un difetto da compensare con la velocità.

Il museo che ha ospitato la mostra

Il Museo di Roma in Trastevere ha sede in piazza Sant’Egidio, in una porzione di quello che fu il monastero delle Carmelitane Scalze. L’indirizzo è piazza Sant’Egidio 1/b, e chi non lo conosce ci passa davanti senza accorgersene, perché la piazzetta è defilata di una cinquantina di metri rispetto a piazza Santa Maria in Trastevere e quei cinquanta metri bastano a filtrare quasi tutto il flusso turistico.

La storia dell’edificio è una delle più istruttive di Roma, perché in tre secoli e mezzo ha cambiato destinazione d’uso cinque o sei volte, e ogni cambio racconta un pezzo di storia della città.

Le monache

Il primo nucleo del monastero fu fondato nei primi decenni del Seicento presso la chiesa di San Lorenzo in Ianiculo, poi restaurata e dedicata a Sant’Egidio. Il contesto è quello della grande espansione carmelitana a Roma: dopo la canonizzazione di Santa Teresa d’Avila, la mistica del monte Carmelo, avvenuta nel 1622, l’ordine si impose nel rione di Trastevere con l’edificazione di numerosi edifici. Tre in particolare: il complesso di Santa Maria della Scala, quello ben più imponente di Regina Coeli in via della Lungara, e infine Santa Maria dei Sette Dolori alle pendici del Gianicolo.

Chi cammina oggi per Trastevere con questa chiave in testa vede il rione in modo completamente diverso. Santa Maria della Scala è a due minuti dal museo, in piazza della Scala, e la sua farmacia storica è una delle cose più affascinanti del quartiere. Regina Coeli, in via della Lungara, dopo l’unità d’Italia è diventato il carcere che tutti conoscono, e la trasformazione di un monastero carmelitano in penitenziario è una delle metafore più crude del passaggio dallo Stato pontificio allo Stato italiano. Santa Maria dei Sette Dolori, verso il Gianicolo, conserva un interno del Borromini che pochissimi visitano.

Nel tempo le monache devote alla Madonna del Carmelo acquisirono, in prossimità di piazza Santa Maria in Trastevere, uno spazio urbano ampio, trasformando gli edifici di loro proprietà in un unico monastero di clausura, al quale si aggiunse anche la chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano, che prima era San Biagio in Trastevere. Alcuni reperti delle chiese medievali demolite in quel processo sono oggi conservati nel chiostro del museo, ed è uno dei motivi per cui vale la pena affacciarsi al chiostro anche quando non c’è nulla di particolare in programma.

Nel 1723 le monache commissionarono un intervento architettonico a Francesco De Sanctis. È lo stesso architetto che, negli stessi anni, stava progettando la scalinata di Trinità dei Monti, cioè l’oggetto architettonico più fotografato di Roma dopo il Colosseo. Sapere che l’uomo della scalinata ha lavorato anche a questo monastero di Trastevere è uno di quei collegamenti che rendono la città improvvisamente più piccola e più leggibile.

Il consiglio che ti do per visitare À Rome la nuit — le fotografie di Hervé Gloaguen al Museo di Roma in Trastevere

Il consiglio più onesto che posso dare è anche il più semplice: la mostra ha chiuso il 6 settembre 2026 e non si visita più. Chi arriva adesso in piazza Sant’Egidio cercando le fotografie di Gloaguen non le troverà. Detto questo, ci sono quattro cose sensate da fare, e le metto in ordine di utilità reale.

Uno: andare comunque al museo, perché il programma è vivo

Al momento in cui scrivo, al Museo di Roma in Trastevere sono in corso o in partenza tre esposizioni, e almeno due sono fotografia pura.

New York di Matilde Damele è aperta dal 10 giugno e chiude il 13 settembre 2026, quindi chi legge queste righe ha pochissimo margine. È un viaggio fotografico lungo le strade della Grande Mela costruito in quindici anni di vita a New York, da Brooklyn alla West Side fino al Bronx, realizzato con una Leica M6 analogica, in bianco e nero, in dialogo dichiarato con la tradizione di Garry Winogrand e Helen Levitt. Chi voleva vedere Gloaguen e lo ha mancato dovrebbe correre qui: è lo stesso modo di stare in strada, applicato a un’altra città e a un’altra generazione.

Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways, con le fotografie di Francesco Conversano, è aperta dal 18 marzo e resta fino al 4 ottobre 2026. Sono novanta scatti in bianco e nero e a colori realizzati negli Stati Uniti fra il 1999 e il 2017 durante le riprese dei documentari girati insieme a Nene Grignaffini, curata dalla Fondazione Massimo e Sonia Cirulli. È un altro lavoro costruito su un arco lunghissimo di anni e su ritorni ripetuti nello stesso territorio: chi ha amato il metodo di Gloaguen qui lo ritrova quasi identico, spostato dall’Italia all’America profonda.

Fulco Pratesi. Acquerelli Pionieri apre il 16 settembre e resta fino al 6 dicembre 2026. Non è fotografia ma disegno e acquerello: taccuini, disegni e materiali originali del fondatore del WWF Italia, dentro il programma per i sessant’anni dell’associazione. Per un museo che custodisce gli acquerelli di Roesler Franz, ospitare gli acquerelli di un naturalista contemporaneo è una scelta che ha una sua bella coerenza interna.

Due: gli orari e il modo giusto di entrare

Il museo osserva un orario che negli anni è rimasto stabile: da martedì a domenica, dalle 10.00 alle 20.00, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Il lunedì è giorno di chiusura, e questo è l’errore più comune che vedo fare, perché Trastevere di lunedì è piena di gente che gira e il museo è l’unica cosa chiusa in mezzo a tutto il resto. L’ingresso è gratuito per chi ha la MIC card, che per chi risiede o studia a Roma resta uno degli acquisti più convenienti in assoluto. Per orari aggiornati, eventuali chiusure straordinarie e tariffe conviene sempre sentire il numero unico 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, e dare un’occhiata alla pagina degli avvisi del museo prima di mettersi in cammino.

Un accorgimento pratico che vale per tutte le mostre fotografiche di questo museo: le sale espositive si trovano al piano superiore e la collezione permanente al piano terra, e la maggior parte dei visitatori entra, va dritta alla mostra temporanea ed esce. È uno spreco. Con lo stesso biglietto si vedono anche le Scene romane, la stanza di Trilussa e gli acquerelli, e mezz’ora in più cambia completamente il valore della visita.

Tre: quando andarci

Il Museo di Roma in Trastevere ha un vantaggio enorme rispetto ai musei del centro: non ha code, praticamente mai. Questo significa che si può usare come valvola di sfogo nelle ore peggiori. La raccomandazione è di entrarci fra le 14.30 e le 16.30 di un giorno feriale, quando il caldo o la folla fuori sono al massimo e dentro non c’è quasi nessuno. La luce delle sale è artificiale e controllata, quindi l’orario non incide sulla qualità della visita, cosa che invece succede in molti altri musei romani.

La seconda finestra buona è l’ultima ora, verso le 18.30 o le 19.00, soprattutto in autunno e in inverno: si esce dal museo che è quasi buio, si attraversa piazza Santa Maria in Trastevere con le luci accese e il mosaico della facciata illuminato, e si capisce da soli perché uno come Gloaguen abbia deciso che il soggetto era la notte.

Quattro: recuperare il lavoro per altre strade

Se la mostra vi interessava davvero, il lavoro di Gloaguen su Roma esiste in forma editoriale. Il volume Rome la nuit è del 1995, e il suo libro dedicato al jazz, À hauteur de Jazz, è del 2009. Sono pubblicazioni francesi, quindi vanno cercate nel circuito antiquario o presso le librerie specializzate, e non tutte le biblioteche romane le hanno. La biblioteca del museo stesso è un buon punto di partenza per chiedere. Aggiungo che le mostre capitoline sono spesso accompagnate da cataloghi disponibili anche dopo la chiusura: conviene chiedere in biglietteria prima di rinunciare.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Ed eccoci al punto che quasi tutti i visitatori della mostra di Gloaguen si sono persi, e che invece è la ragione più profonda per cui quel lavoro stava esattamente nel posto giusto.

Il Museo di Roma in Trastevere conserva, nella sua collezione permanente, i centodiciannove acquerelli della Roma pittoresca di Ettore Roesler Franz, il ciclo che tutti conoscono con il nome di Roma sparita. Sono le vedute realizzate nel tardo Ottocento per documentare la città che stava per essere cancellata dai lavori dei muraglioni del Tevere e dalle demolizioni della Roma capitale. Roesler Franz dipingeva quello che stava per scomparire, e lo faceva sapendo che stava per scomparire.

Adesso mettete in fila le due cose. Un museo che custodisce il più celebre corpus di immagini della Roma che sparisce ospita, centocinquant’anni dopo, sessantotto fotografie a colori di un francese che ha documentato per vent’anni la Roma notturna fra il 1975 e il 1995, cioè un’altra Roma che nel frattempo è sparita quasi del tutto. Non è una coincidenza curatoriale: è la missione stessa dell’istituzione che si ripete con strumenti diversi. Acquerello nell’Ottocento, pellicola a colori nel Novecento, e lo stesso identico gesto dietro: fissare una città prima che cambi.

Che cos’altro conserva il museo

La collezione permanente comprende opere dal Settecento a oggi, e vale molto più della sua reputazione. Oltre ai centodiciannove acquerelli di Roesler Franz ci sono settantasei piccoli dipinti a olio di Diego Angeli, intellettuale legatissimo alla capitale e noto soprattutto per le sue cronache del Caffè Greco. Ci sono tre dipinti giovanili di Gino Severini, che per un museo di rione è una presenza tutt’altro che scontata.

E poi c’è la parte più interessante in relazione alla mostra di Gloaguen: gli scatti di Mario Carbone, Emilio Gentilini e Gianni Turillazzi, fotografi che hanno documentato non la Roma dei grandi eventi storici ma Trastevere e i suoi abitanti. Cioè lo stesso identico terreno che Gloaguen ha attraversato da francese e che loro hanno attraversato da italiani. Il museo, insomma, un fondo fotografico sulla Roma popolare del Novecento ce l’ha già in casa, ed è la ragione strutturale per cui la sua programmazione fotografica funziona: non è una moda recente, è la naturale prosecuzione di quello che colleziona da sempre.

Completano la visita un presepe, sei ricostruzioni d’ambiente note come Scene romane, e una stanza dedicata a Trilussa con oggetti d’arte e di artigianato appartenuti al poeta. La stanza di Trilussa, per inciso, è a poche centinaia di metri dalla piazza che porta il suo nome, quella all’imbocco di ponte Sisto dove c’è il suo busto, e questa continuità fra il museo e la toponomastica del rione è una delle cose che rendono la visita più densa di quanto il biglietto lasci prevedere.

La foto giusta da fare a À Rome la nuit — le fotografie di Hervé Gloaguen al Museo di Roma in Trastevere

Qui la faccenda diventa divertente, perché la risposta ovvia sarebbe fotografare le fotografie, e la risposta ovvia è anche la peggiore. Adesso che la mostra ha chiuso la domanda si riformula da sola in modo più interessante: qual è la fotografia da fare in questo posto, e che cosa ci ha insegnato Gloaguen su come farla.

Il chiostro, prima di tutto

La fotografia migliore di questo museo non è nelle sale espositive, è nel chiostro. È uno spazio quadrato, raccolto, con i reperti delle chiese medievali demolite incastonati nelle pareti, e ha una qualità che nelle sale non c’è: la luce naturale che cade dall’alto e cambia completamente nel corso della giornata. A metà mattina il sole taglia diagonalmente due lati del portico e lascia gli altri due in ombra profonda, e quel contrasto è esattamente quello che rende una fotografia di architettura leggibile invece che piatta. Mettetevi in un angolo, sotto il portico, e inquadrate verso l’angolo opposto in diagonale: la prospettiva del portico costruisce da sola la profondità e non serve nient’altro.

Il secondo scatto da fare nel chiostro è ravvicinato: uno dei frammenti medievali murati, isolato, con un po’ di intonaco intorno. Sono pezzi di chiese che non esistono più, rimessi in un muro di un ex convento diventato museo, e una fotografia stretta su uno di quei frammenti dice della stratificazione romana più di qualunque veduta d’insieme.

Fuori dal museo, la lezione di Gloaguen applicata

Ma la fotografia che davvero vale la pena di portarsi a casa dopo essere passati di qui si fa di sera, fuori, ed è la traduzione pratica di tutto quello che Gloaguen ha fatto a Roma. Riassumo il metodo in quattro regole che chiunque può applicare con un telefono.

Niente flash. Mai. Il flash sul telefono, di notte, fa una cosa sola: illumina i primi due metri, li rende piatti e gialli, e butta tutto il resto nel nero. La notte romana è già illuminata dai lampioni, dalle vetrine, dalle insegne e dalle chiese, e quella luce è il soggetto. Spegnete il flash e lasciate che la scena sia illuminata da quello che la illumina davvero.

Appoggiatevi. Senza flash e con poca luce il tempo di posa si allunga, e il mosso è il vero nemico. Non serve un treppiede: serve un muro, una ringhiera, il bordo di una fontana, lo schienale di una sedia. Appoggiare il gomito o il telefono su una superficie ferma risolve il novanta per cento del problema.

Aspettate la persona. È la regola che rende le fotografie di Gloaguen quello che sono. Inquadrate una scena vuota che vi piace, una facciata illuminata, un portone, un angolo di piazza, e poi aspettate che qualcuno ci passi dentro. Cinque minuti fermi in un punto di Trastevere e passa di tutto: il ragazzo con la pizza, la coppia di anziani, il cameriere che fuma, il gruppo di studenti. La differenza fra una cartolina e una fotografia è quasi sempre una persona che entra nel quadro al momento giusto.

Non correggete il colore. La tentazione di ogni telefono moderno, e di ogni utente, è di riportare le luci notturne verso il bianco neutro. Non fatelo. Il giallo dei lampioni, l’arancio, il verde delle insegne sono il colore vero della notte romana, e Gloaguen ha costruito vent’anni di lavoro esattamente su quelle dominanti che tutti gli altri consideravano errori.

Dove farle, concretamente, nel raggio di dieci minuti dal museo

Uscendo da piazza Sant’Egidio, il primo posto è naturalmente piazza Santa Maria in Trastevere, con il mosaico della facciata illuminato e la fontana ottagonale sui cui gradini si siede mezzo mondo. Il punto giusto non è al centro della piazza: è di lato, verso l’imbocco di via della Paglia, da dove la fontana entra nel quadro in primo piano e la basilica fa da fondale.

Il secondo posto è via della Lungaretta e i vicoli intorno a piazza in Piscinula, dove i portoni e le finestre illuminate creano quelle scenografie a strati che sono il marchio del lavoro notturno. Il terzo è il lungotevere all’altezza di ponte Sisto, guardando verso l’Isola Tiberina: l’acqua nera riflette le luci dei ponti e lavora da sola.

Il quarto, per chi ha voglia di salire, è il Gianicolo. Dal piazzale Garibaldi la vista notturna su Roma è la più celebre della città, e il consiglio è di non fotografare il panorama intero, che riesce male a chiunque, ma un dettaglio: la cupola di San Pietro isolata, oppure le persone appoggiate al parapetto in controluce sul fondo illuminato. La Fontana dell’Acqua Paola, poco più in basso, di sera è illuminata e praticamente vuota, ed è un soggetto notturno perfetto proprio perché quasi nessuno la fotografa dopo il tramonto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Torno all’edificio, perché la sua vicenda dopo la fine del monastero è un catalogo quasi perfetto di che cosa succede a un grande complesso religioso quando cambia il regime politico. Conviene seguirla in ordine, perché ogni passaggio corrisponde a un pezzo di storia della città.

Dopo il 1870 e la liquidazione dell’Asse ecclesiastico, il monastero viene espropriato dallo Stato italiano. Dal 1875 il complesso architettonico viene diviso in immobili distinti con destinazioni diverse. È il destino di decine di conventi romani in quegli anni, e in genere il criterio è brutalmente pratico: un edificio grande con molte celle e molti corridoi serve benissimo come caserma, come scuola, come ospedale o come prigione.

Una prima porzione va al Comune di Roma, che adibisce i locali prima a caserma delle guardie municipali, poi a pretura del quinto mandamento, con annessa residenza del pretore. Un monastero di clausura che diventa un tribunale con l’alloggio del giudice dentro: è un’immagine che dice tutto della Roma post unitaria.

Nei primi anni del Novecento l’edificio si trasforma in Casa di Contumacia, cioè in una struttura di isolamento sanitario. Poi diventa lazzaretto per i profughi del terremoto marsicano, quello devastante del 1915 che colpì la Marsica e arrivò a farsi sentire fino a Roma. Infine, durante la Grande Guerra, diventa ricovero per i soldati malati e infetti.

Nel secondo decennio del Novecento, per volontà del Governatorato di Roma, il complesso consolida la propria funzione pubblica come sanatorio antimalarico infantile, e nel 1921 viene intitolato a Ettore Marchiafava, medico illustre, senatore del Regno, uno dei grandi studiosi italiani della malaria e assessore per l’igiene. La targa all’ingresso del museo lo ricorda ancora, e vale la pena fermarsi trenta secondi a leggerla prima di entrare, perché racconta una Roma che oggi è difficile perfino da immaginare: una città in cui la malaria era un problema sanitario di massa e in cui i bambini del centro venivano curati in un ex convento di Trastevere.

La rinascita come museo

Negli anni Sessanta il Comune di Roma, che nel frattempo aveva acquisito anche le altre due ali dell’edificio affacciate sul chiostro, decide di recuperare una struttura ormai fatiscente. Il progetto di recupero architettonico porta la firma di Attilio Spaccarelli, con la collaborazione di Fabrizio Bruno. L’intervento fu sostanziale e radicale e riportò alla luce l’architettura settecentesca commissionata dalle monache a De Sanctis.

Spaccarelli è un nome che a Roma pesa: è l’architetto che, insieme a Marcello Piacentini, firmò via della Conciliazione, cioè l’operazione urbanistica più discussa del Novecento romano. Ritrovarlo qui, quarant’anni dopo, impegnato in un lavoro di recupero filologico su un monastero di Trastevere, dà la misura di quanto sia cambiato il clima culturale fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta.

Fra il 1976 e il 1977 nasce così un nuovo museo comunale, con l’intento dichiarato di tracciare le tradizioni popolari della Roma fra Settecento e Ottocento e di ospitare alcune opere della collezione del Museo di Roma. Per una generazione intera di romani questo posto è stato il museo del folklore, e molti lo chiamano ancora così.

Fra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila arriva il cambio di rotta. L’amministrazione capitolina decide di aggiornare i contenuti e di modificare la missione del museo, ampliando gli spazi per le esposizioni e allargando lo sguardo dalla sola tradizione popolare romana al rapporto fra cultura italiana e cultura internazionale. Nel 2000, per confermare il legame con il Museo di Roma di Palazzo Braschi, l’istituzione assume la denominazione attuale di Museo di Roma in Trastevere.

Da allora la vocazione è quella che ha reso possibile una mostra come quella di Gloaguen: grandi esposizioni fotografiche tematiche, un museo concepito non come contenitore statico ma come spazio adattabile, interattivo, centrato sul pubblico, una specie di hub culturale in mezzo alla città. Accanto alle sale espositive ci sono una sala multimediale per incontri e seminari, una sala video per i documentari d’arte, una sala pianoforte per la musica, e il chiostro come spazio esterno polifunzionale.

Chi è passato da À Rome la nuit — le fotografie di Hervé Gloaguen al Museo di Roma in Trastevere

La domanda si può leggere in due modi, e vale la pena rispondere a tutti e due, perché insieme raccontano meglio che cosa sia questo posto.

Chi è passato dentro le fotografie

Nel corpus romano di Gloaguen il protagonista collettivo è il popolo di Roma nella sua accezione più larga. La presentazione della mostra li elencava così: borghesi, studenti, portinai, sposi novelli, vecchie coppie aristocratiche, turisti. È un elenco che vale come dichiarazione di poetica. In vent’anni di notti romane sono passati davanti a quell’obiettivo tutti quelli che la notte romana la facevano: chi lavorava, chi festeggiava, chi tornava a casa, chi la città la stava visitando per la prima volta.

E poi, fuori dalle immagini ma dentro la storia del lavoro, c’è Alberto Moravia, che di quel lavoro è stato di fatto consulente informale, indirizzando il fotografo verso l’EUR negli anni Ottanta. Ci sono i colleghi giornalisti che gli hanno fatto da guida in quegli stessi anni e i cui nomi non sono documentati. E c’è sua moglie, insieme alla figlia di pochi mesi, nel pulmino parcheggiato a Monte Antenne nel 1974, senza i quali quel viaggio non sarebbe mai esistito.

Chi è passato nella carriera del fotografo

Allargando lo sguardo alla biografia, la lista di chi ha incrociato Gloaguen è impressionante. Chris Marker, che lo presenta a Réalités nel 1963 e gli apre le porte del mestiere. Gilles Ehrmann, di cui è stato assistente. Andy Warhol, fotografato nel 1966. E il mondo del jazz: Louis Armstrong, Miles Davis, Ray Charles, incontrati nel viaggio americano del 1965, che restano il filone più personale del suo archivio.

Poi ci sono i compagni di Viva, cioè Claude Dityvon, Martine Franck, François Hers, Richard Kalvar, Jean Lattès, Guy Le Querrec e Alain Dagbert: un gruppo che ha segnato la fotografia europea degli anni Settanta e di cui almeno tre nomi sono poi diventati colonne di Magnum. Dieci anni dentro una cooperativa con persone di quel calibro sono un’esperienza che cambia il modo di lavorare di chiunque, e si vede.

Chi è passato da queste sale

Terza lettura, la più utile per chi vuole capire il museo. Nel solo 2026, in queste sale, sono passati Annabella Rossi con la mostra sulla sua opera di etnografa e antropologa, dal 2 aprile al 31 maggio, Francesco Conversano con le strade blu americane, Hervé Gloaguen con la Roma notturna, Matilde Damele con New York e, da metà settembre, Fulco Pratesi con i suoi acquerelli naturalistici.

Negli anni precedenti il museo ha ospitato una quantità di mostre fotografiche di livello internazionale che sarebbe lungo elencare, e ha una relazione strutturale con la fotografia che nasce dalle sue stesse collezioni: Mario Carbone, Emilio Gentilini, Gianni Turillazzi sono in casa, e i centodiciannove acquerelli di Ettore Roesler Franz sono, in un certo senso, la preistoria di tutta questa vocazione documentaria.

E poi, in senso letterale, da questo edificio sono passate le Carmelitane Scalze per due secoli e mezzo, le guardie municipali, un pretore con la sua famiglia, i malati in quarantena, i profughi del terremoto della Marsica, i soldati infetti della Grande Guerra, i bambini malarici curati nel sanatorio intitolato a Marchiafava, gli operai del cantiere di Spaccarelli negli anni Sessanta e infine i visitatori del museo del folklore prima e del Museo di Roma in Trastevere poi. Pochi edifici a Roma hanno visto passare così tanta umanità diversa in così poco spazio.

Che cosa vedere nel rione adesso

Se siete arrivati fin qui per la mostra e la mostra non c’è più, il rione compensa abbondantemente. Trastevere è uno dei pochi pezzi di Roma in cui si può costruire una giornata intera senza mai prendere un mezzo, e il museo è un ottimo punto di partenza perché si trova più o meno al centro geometrico di tutto.

Le chiese

La Basilica di Santa Maria in Trastevere è a cinquanta metri dal museo ed è una delle più antiche chiese dedicate alla Madonna in tutto l’Occidente. I mosaici dell’abside, quelli di Pietro Cavallini nella fascia inferiore, sono fra le cose più belle che si vedono a Roma senza pagare nulla. Andateci con una moneta per l’illuminazione dell’abside, perché senza luce accesa i mosaici si perdono per metà.

La Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, dall’altra parte del rione verso il Tevere, è meno frequentata e altrettanto importante: la scultura del Maderno sotto l’altare, il Giudizio Universale di Cavallini nel coro delle monache, il cortile con la vasca. È il tipo di posto che i turisti saltano e che i romani consigliano.

La Chiesa di San Francesco a Ripa conserva la Beata Ludovica Albertoni del Bernini, una delle sue ultime sculture e forse la più intensa. La Chiesa di Sant’Agata in Trastevere è una di quelle piccole chiese di rione che quasi nessuno apre la porta per vedere.

Salendo verso l’alto, San Pietro in Montorio con il Tempietto del Bramante nel cortile è una tappa che chiunque si occupi di architettura considera obbligatoria: un edificio minuscolo che ha riscritto il Rinascimento.

Il verde e la vista

L’Orto Botanico di Roma, alle pendici del Gianicolo, occupa gli antichi giardini di Palazzo Corsini ed è uno dei posti più sottovalutati della città: dodici ettari di verde a pochi minuti dalla movida, con la scalinata delle undici fontane, il bambuseto, il giardino giapponese e la serra monumentale.

Il Gianicolo si raggiunge a piedi dall’Orto Botanico o da via Garibaldi, e oltre alla vista offre il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, dentro la porta di San Pancrazio, e il Museo delle Culture di Villa Garibaldi. Il cannone di mezzogiorno è un rito da vedere almeno una volta.

Le altre cose

La Villa Farnesina, in via della Lungara, con gli affreschi di Raffaello e della sua bottega e il Galatea, è forse il miglior rapporto qualità prezzo fra tutte le visite del rione. Poco più avanti, sempre in via della Lungara, si incontra il muro di Regina Coeli, cioè l’altro monastero carmelitano di cui parlavamo prima, diventato carcere.

L’Isola Tiberina chiude il rione verso il centro ed è il punto da cui il Tevere si guarda meglio. Porta Portese, la domenica mattina, è il mercato che ogni romano ha frequentato almeno una volta nella vita e che ancora oggi mantiene una sua autenticità caotica. La Casa della Memoria e della Storia, in via San Francesco di Sales, è un centro di documentazione poco noto che ospita incontri e presentazioni di ottimo livello.

E se volete restare sulla fotografia

Chi esce dal Museo di Roma in Trastevere con la voglia di continuare sul tema ha qualche alternativa in città. La Centrale Montemartini, sull’Ostiense, non è un museo di fotografia ma è l’edificio più fotogenico di Roma, con le statue antiche fra le turbine della vecchia centrale elettrica. Il Museo di Roma di Palazzo Braschi, in piazza Navona, è l’istituzione gemella di quella di Trastevere e ha una programmazione espositiva altrettanto seria. L’Ara Pacis ospita con regolarità grandi mostre fotografiche nello spazio espositivo interrato.

Che cosa resta di À Rome la nuit

Le mostre temporanee hanno una caratteristica malinconica: finiscono, e di solito non lasciano traccia visibile nel luogo che le ha ospitate. Le pareti vengono ridipinte, i pannelli smontati, le didascalie staccate, e quindici giorni dopo nessuno direbbe che lì c’era qualcosa. Ma qualcosa resta sempre, e nel caso di À Rome la nuit restano tre cose.

La prima è una correzione di prospettiva sulla fotografia a colori. Siamo talmente abituati a considerare il bianco e nero come la forma seria della fotografia e il colore come la forma leggera, che ci dimentichiamo quanto sia stato coraggioso, negli anni Settanta, fare l’opposto. Gloaguen ha fotografato a colori quando il colore era considerato indegno, e lo ha fatto di notte, che era la condizione tecnicamente peggiore per farlo. Guardare quelle immagini serviva a ricordare che le regole estetiche di un’epoca sono sempre convenzioni, e che chi le rompe con cognizione di causa produce le cose che poi durano.

La seconda è un’idea di Roma. Vent’anni di ritorni notturni sulla stessa città producono un ritratto che nessun reportage di una settimana può produrre, e quel ritratto non è mai monumentale. Sono corpi, volti, gesti, luci artificiali, facciate usate come fondali. È una Roma abitata invece che visitata, ed è esattamente l’immagine che ogni tanto serve rimettere al centro, in una città che rischia costantemente di essere raccontata solo attraverso il suo patrimonio.

La terza è un metodo che chiunque può rubare. Chiedere a chi sa. Tornare più volte nello stesso posto. Aspettare invece che cercare. Fidarsi della luce che c’è invece di portarsene una propria. Sono quattro principi che valgono per fare fotografie e valgono, letteralmente identici, per visitare una città.

Il museo, intanto, va avanti

Quello che consiglio davvero a chi legge, alla fine di tutto, è di prendere l’abitudine. Il Museo di Roma in Trastevere cambia programma tre o quattro volte l’anno, costa poco, non ha mai coda, chiude tardi, e sta dentro il rione più camminabile della città. Chi ci passa una volta all’anno vede una mostra. Chi ci passa ogni due mesi comincia a vedere una linea, e nel panorama espositivo romano quella linea è una delle più coerenti che ci siano. È la lezione più concreta di una mostra persa per una settimana: il rimedio non è il rimpianto, è tornare.

Domande frequenti su À Rome la nuit, le fotografie di Hervé Gloaguen al Museo di Roma in Trastevere

È ancora possibile visitare À Rome la nuit?

No, la mostra À Rome la nuit ha chiuso il 6 settembre 2026 e non si visita più: chi arriva oggi in piazza Sant'Egidio cercando le fotografie di Hervé Gloaguen non le troverà esposte. Il Museo di Roma in Trastevere resta comunque aperto con il proprio programma.

Di che cosa trattava la mostra À Rome la nuit?

À Rome la nuit presentava sessantotto fotografie a colori di Hervé Gloaguen, scattate durante diversi viaggi romani compresi tra il 1975 e il 1995. Il colore era un elemento centrale del lavoro, non un dettaglio tecnico secondario.

Dove si teneva la mostra À Rome la nuit?

La mostra si teneva al Museo di Roma in Trastevere, in piazza Sant'Egidio 1/b, dentro una porzione di quello che fu il monastero delle Carmelitane Scalze. La piazzetta è defilata di una cinquantina di metri rispetto a piazza Santa Maria in Trastevere.

Chi era Hervé Gloaguen, l'autore delle fotografie in mostra?

Hervé Gloaguen è un fotografo nato l'11 maggio 1937 a Rennes, in Bretagna. Dopo un anno alla scuola regionale di belle arti della sua città, nel 1958 si trasferì a Parigi, dove iniziò la carriera che lo avrebbe portato a fotografare Roma in più viaggi negli anni Settanta, Ottanta e Novanta.

Il lavoro di Gloaguen su Roma nasceva da un incarico professionale?

No, il primo viaggio romano di Hervé Gloaguen, nel 1974, non nacque da un incarico: stava facendo un viaggio in Italia in furgone quando cominciò a fotografare la città, un'esperienza personale che negli anni Ottanta lo portò poi a tornare come professionista, guidato anche dai consigli dello scrittore Alberto Moravia.

Cosa si può vedere ora al Museo di Roma in Trastevere, dopo la chiusura di À Rome la nuit?

Il Museo di Roma in Trastevere conserva nella collezione permanente i centodiciannove acquerelli della Roma pittoresca di Ettore Roesler Franz, il ciclo noto come Roma sparita, che raffigura vedute della città prima delle grandi trasformazioni urbanistiche. Il programma del museo resta comunque attivo dopo la chiusura della mostra di Gloaguen.

Che pubblico ritraevano le fotografie di À Rome la nuit?

Le fotografie di Hervé Gloaguen nel corpus romano avevano come protagonista collettivo il popolo di Roma nella sua accezione più larga: la presentazione della mostra elencava borghesi, studenti, portinai, sposi novelli, vecchie coppie aristocratiche e turisti tra i soggetti ritratti.

Prima di chiudere

Se state organizzando un viaggio a Roma e volete costruirlo intorno a cose come questa, cioè intorno a mostre, musei civici e quartieri da camminare invece che intorno alla lista dei dieci monumenti obbligatori, ecco due riferimenti utili. Su italyplanner.com trovate itinerari e guide pratiche per costruire i giorni in Italia con un criterio, comprese le combinazioni di quartiere che permettono di non sprecare mezze giornate negli spostamenti. Su tourleaderpro.com c’è invece il lato professionale del mestiere, per chi accompagna gruppi e ha bisogno di strumenti, tempistiche e materiali di lavoro veri.

E se passate da piazza Sant’Egidio, entrate lo stesso. Il chiostro con i frammenti medievali, gli acquerelli di Roesler Franz e la stanza di Trilussa sono lì tutto l’anno, e valgono la deviazione anche senza una mostra francese sulla notte romana ad aspettarvi al primo piano.

Prepara la visita

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Contact Information

Data Evento25 Marzo 2026 — 6 Settembre 2026
IndirizzoMuseo di Roma in Trastevere, Piazza Sant'Egidio 1/b, 00153 Roma Trastevere, Roma, Roma Città
CategorieEventiMostre

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