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Lungo le Strade Blu — Along the Blue Highways, al Museo di Roma in Trastevere

Evento concluso · si è chiuso il 4 Ottobre 2026. Guarda gli eventi in programma a Roma →

Fino al 4 ottobre 2026 il Museo di Roma in Trastevere, in piazza Sant’Egidio, ospita Lungo le Strade Blu. Along the Blue Highways, una mostra fotografica di Francesco Conversano curata dalla Fondazione Massimo e Sonia Cirulli. La mostra ha aperto il 18 marzo 2026 ed è tuttora in corso: chi legge queste righe oggi, 12 settembre, ha ancora poco più di tre settimane per vederla. Dopo il 4 ottobre le sale del museo passeranno ad altro, come succede quattro volte l’anno in questo posto, e quei novanta scatti torneranno negli archivi da cui sono usciti.

Lo scrivo subito, in chiaro, perché la descrizione che gira in giro di questa mostra è quasi sempre imprecisa. Non è una collettiva di fotografi americani. Non è una rassegna di street photography statunitense. È il lavoro di un solo autore italiano, un regista di documentari, che per diciotto anni ha attraversato la provincia degli Stati Uniti con una troupe al seguito e una macchina fotografica in mano, scattando negli intervalli fra una ripresa e l’altra. Le fotografie in mostra sono novanta, in bianco e nero e a colori, realizzate fra il 1999 e il 2017. Non sono fotogrammi dei film, sono un lavoro parallelo e autonomo: un taccuino visivo tenuto per quasi vent’anni lungo le stesse strade su cui venivano girati i documentari.

È piccolo, gratuito per chi ha la MIC card, quasi mai affollato, e ha una programmazione fotografica che in una capitale del nord Europa sarebbe considerata da istituzione di riferimento, mentre qui passa quasi sotto silenzio, schiacciata dal fatto che a duecento metri c’è una piazza che tutti fotografano senza sosta. Nel corso del 2026 in queste sale sono passati Annabella Rossi, Hervé Gloaguen, Matilde Damele, Fulco Pratesi e appunto Francesco Conversano. Messa in fila, è una stagione espositiva seria, e questa mostra ne è forse il pezzo più ambizioso, perché è quello che richiede più tempo per essere letto bene.

Che cosa si vede davvero in mostra

Il titolo viene da un libro. Blue Highways, pubblicato nel 1982 da William Least Heat-Moon, uscito in Italia come Strade blu, è il resoconto di un viaggio di quasi ventimila chilometri compiuto dall’autore attorno agli Stati Uniti dopo aver perso in contemporanea il lavoro e il matrimonio. Heat-Moon decise di non prendere mai un’autostrada. Sulle vecchie mappe stradali americane, quelle della Rand McNally che si compravano nelle stazioni di servizio, le autostrade erano rosse e le strade secondarie erano stampate in blu. Percorrere solo le strade blu significava attraversare il paese al rallentatore, entrare nelle cittadine invece di aggirarle, mangiare nei locali con il parcheggio in ghiaia e dormire nei motel a un piano.

Il Museo di Roma in Trastevere
Il Museo di Roma in Trastevere in piazza Sant'Egidio, sede della mostra. Foto di Jensens, pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Il comunicato della mostra è esplicito nel rivendicare questa filiazione, e cita accanto a Heat-Moon anche John Steinbeck, che nel 1960 attraversò gli Stati Uniti con il suo cane e ne ricavò In viaggio con Charley. Conversano ha fatto la stessa cosa, con la differenza che lui tornava. Non un viaggio, ma una serie di viaggi ripetuti nell’arco di diciotto anni, ognuno con un pretesto cinematografico diverso, ognuno con una porzione di paese diversa da attraversare. È questa la ragione per cui il risultato non somiglia a un reportage: somiglia a una frequentazione.

Le fotografie appese alle pareti del primo piano del museo raccontano una America che non è quella delle metropoli. Non c’è New York, non c’è Los Angeles, non c’è lo skyline. Ci sono cittadine di poche centinaia di abitanti nel Midwest, stazioni di servizio in mezzo al nulla, industrie dismesse, uffici postali di legno, cartelloni pubblicitari giganteschi piantati nella prateria, e soprattutto facce. Facce di operai, pescatori, detenuti, migranti, attivisti, gente comune fotografata frontalmente e senza pietismo.

Le tre sezioni: Paesaggi, Volti, Segni

Il percorso è diviso in tre sezioni, e sapere come si chiamano prima di entrare cambia parecchio il modo in cui si guarda. Le riporto nell’ordine in cui il museo le ha disposte.

Paesaggi. È la sezione che apre, e porta in esergo una citazione da On the Road di Jack Kerouac, quella in cui uno dei personaggi dice che bisogna andare e non fermarsi finché non si è arrivati, e alla domanda su dove si stia andando risponde che non lo sa, ma che bisogna andare. Serve a dichiarare il metodo: itinerari casuali, vocati alla lentezza e all’imprevisto. Le immagini sono luoghi, quasi sempre senza persone dentro, o con persone piccolissime. Piccole città, stabilimenti abbandonati, distributori isolati, ristoranti, attrazioni di strada. Compaiono anche due luoghi carichi di mitologia: la zona ormai abbandonata nota come Area 51, legata agli esperimenti militari del passato, e il cimitero di Spoon River, quello che diede a Edgar Lee Masters la materia per la sua Antologia.

Volti. È la sezione centrale, ed è quella che giustifica da sola il biglietto. Le persone incontrate lungo le strade del Midwest non sono comparse: ognuna sembra incarnare un aspetto specifico della vita di provincia. Il testo curatoriale elenca alcuni di questi incontri, e l’elenco è già un racconto. C’è l’operaio solitario di Atomic City, una cittadina dell’Idaho che conta ventinove abitanti. C’è lo sguardo aspro e dignitoso di un pescatore di ostriche della Florida. Ci sono le facce stralunate dei sostenitori di Obama durante la campagna elettorale del 2008. Ci sono i volti confusi dei migranti lungo il confine messicano, segnati dalle rughe e dalla paura. Questa sezione è in gran parte in bianco e nero, e la scelta non è estetica ma funzionale: il bianco e nero cattura meglio le sfumature della luce e il passaggio del tempo su una pelle.

Segni. La terza sezione è quella che sorprende di più, e anche quella dove il colore esplode. Per più di un secolo il sogno americano ha viaggiato su quattro ruote, inventando una cultura della mobilità che ha riempito le campagne di cartelli, manifesti e insegne. Colori brillanti, forme eccentriche, messaggi ammiccanti. Nelle praterie e nei deserti quei segni hanno raccontato storie e reinventato lo spazio, diventando il simbolo iconico della cultura pop americana e nutrendo la rivoluzione visiva degli anni Sessanta. Al centro della sezione campeggia, monumentale, un manifesto pubblicitario della Coca Cola. Chi arriva qui dopo aver attraversato il bianco e nero dei Volti riceve un colpo di technicolor che è calcolato e funziona.

Le tre parole della struttura, messe in sequenza, sono anche una piccola dichiarazione di poetica: prima il posto, poi chi lo abita, poi quello che chi lo abita ha scritto sopra al posto. È un ordine antropologico, non fotografico, e viene da uno che di mestiere fa documentari.

Da dove nasce il progetto, anno per anno

Vale la pena ricostruire la cronologia, perché quasi nessuno la racconta e senza di essa la mostra sembra una raccolta casuale di immagini, mentre è esattamente il contrario.

1999. Il primo viaggio americano di Conversano e della sua socia di sempre, Nene Grignaffini, non è nel Midwest ma nel Sud: New Orleans e la Louisiana. Il tramite è lo scrittore Barry Gifford, e la ragione del viaggio è la ricerca dei luoghi di Cuore selvaggio, il film di David Lynch di cui Gifford aveva scritto il romanzo e collaborato alla sceneggiatura. Questa è la scintilla: un viaggio letterario e cinematografico insieme.

2002. Il viaggio lungo le strade blu vero e proprio comincia all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle. La destinazione è la Small Town America, la sconfinata provincia americana. Il paese è sotto shock e i due decidono di andare a vedere che faccia abbia lo shock fuori dalle città grandi.

2003. Il viaggio prosegue durante la guerra degli Stati Uniti in Iraq. Cambia il clima, cambiano le bandiere esposte sulle verande, cambia il tono delle conversazioni nei diner.

2008. Questo capitolo si chiude nell’anno dell’elezione di Barack Obama. I volti stralunati dei sostenitori in campagna elettorale, quelli che si vedono nella sezione Volti, vengono da qui.

2014. Il viaggio americano riprende, stavolta puntando dritto al Midwest e ai luoghi che diedero vita alla mitologia dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Chiunque abbia letto quel libro da ragazzo, magari nella traduzione di Fernanda Pivano, capisce perché un regista italiano abbia voluto andare a vedere se quel cimitero esistesse davvero.

2017. L’ultimo capitolo ripercorre la memoria di John Fitzgerald Kennedy attraverso i luoghi che ne hanno segnato la vita, da Hyannis Port nel Massachusetts fino all’epilogo di Dallas, in Texas. È il capitolo che chiude il ciclo, e non a caso è quello in cui il viaggio smette di essere geografico e diventa apertamente memoriale.

Diciotto anni, sei o sette spedizioni, un paese attraversato mentre passava dall’11 settembre a Obama. Chi guarda le fotografie sapendo questo le legge in un altro modo.

Una curiosità su Lungo le Strade Blu — Along the Blue Highways, al Museo di Roma in Trastevere

La curiosità è nel titolo, e quasi nessuno la conosce per intero. Le strade blu esistono davvero, ma esistono solo sulla carta stampata, e per un motivo puramente tipografico.

Le mappe stradali americane più diffuse del Novecento erano quelle della Rand McNally, una casa editrice di Chicago che aveva inventato un codice cromatico diventato poi universale. Le grandi arterie interstatali, quelle a più corsie costruite a partire dagli anni Cinquanta, venivano stampate in rosso, perché il rosso salta all’occhio e chi ha fretta trova subito la linea che gli serve. Le strade statali e locali, quelle a due corsie che entrano nei paesi, si fermano ai semafori e passano davanti alle case, erano stampate in blu. Il blu era il colore del secondario, del lento, del residuo.

Quando Heat-Moon decise di girare gli Stati Uniti evitando sistematicamente le linee rosse, si accorse che stava disegnando sulla mappa un itinerario interamente blu, e da lì nacque il titolo del suo libro. La metafora è così perfetta che è quasi sospetta: la velocità è rossa, la scoperta è blu. E dentro questo doppio senso c’è anche l’altro blu, quello che in inglese vuol dire malinconia, quello del blues, che è esattamente la musica che si ascolta nei posti che quelle strade attraversano.

Conversano ha preso il titolo del libro e lo ha applicato al proprio lavoro con una consapevolezza che merita di essere sottolineata: le sue fotografie non illustrano il libro di Heat-Moon, ci dialogano. Quarant’anni separano il viaggio del 1978 raccontato in Blue Highways dall’ultimo capitolo del viaggio di Conversano nel 2017, e in mezzo l’America è cambiata moltissimo. Le fotografie in mostra sono, se si vuole, il controcampo tardivo di quel libro: gli stessi tipi di strada, le stesse tipologie di locale, gli stessi mestieri, ma quattro decenni dopo, con le fabbriche chiuse e la politica impazzita.

C’è poi un dettaglio sul metodo che trovo bellissimo e che dice tutto sul perché queste fotografie non somiglino a quelle di un fotografo di professione. Conversano è un regista, e durante le riprese scattava. Non andava in America per fotografare: andava per girare documentari, e fotografava negli intervalli, mentre la troupe smontava le luci, mentre si aspettava che un intervistato finisse di prepararsi, mentre si percorrevano centinaia di chilometri fra una location e l’altra. Le sue stesse parole, nel materiale che accompagna la mostra, parlano di frammenti di narrazione complementari ai film, di un diario di viaggio, di un taccuino. Questo spiega la qualità particolare di queste immagini: non hanno l’ossessione della composizione perfetta che hanno le fotografie fatte per essere fotografie. Hanno invece la naturalezza di chi guarda mentre fa altro, che è poi il modo in cui si vedono davvero i posti.

Chi è Francesco Conversano

Sul nome vale la pena spendere qualche riga, perché è un autore notissimo dentro il mondo del documentario italiano e quasi sconosciuto fuori.

Conversano è un regista italiano che ha realizzato circa cento documentari. Nel 1980, a Bologna, ha fondato con Nene Grignaffini la società di produzione Movie Movie, e con lei ha firmato ogni singola opera della sua carriera: una collaborazione lunga più di quarant’anni, il che nel cinema documentario italiano è una rarità quasi assoluta.

Il riconoscimento più importante gli è arrivato con il David di Donatello per il documentario Il bravo gatto prende i topi, il racconto della Cina dei primati nei primi anni Duemila. Quel film, realizzato per Rai 3, è poi rimasto in cartellone per un anno intero al MASS MoCA, il Massachusetts Museum of Contemporary Art, dal febbraio 2008 al febbraio 2009: un documentario televisivo italiano che sta dodici mesi in un museo d’arte contemporanea americano è un caso che meriterebbe da solo una scheda.

Con la serie Megalopolis, sempre per Rai 3, ha vinto nel 2008 il Premio Ilaria Alpi - Premio della Critica, e attorno a quel lavoro ha costruito una serie di eventi al MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo qui a Roma. Chi conosce quella serie sa che l’approccio è sempre lo stesso: andare in un posto, restarci, guardare le persone invece degli edifici.

La definizione che il museo usa per collocarlo è cinema del reale, e non è un sinonimo elegante di documentario. Indica un modo preciso di lavorare: nessuna ricostruzione, nessuna messa in scena, tempi lunghi di permanenza sul posto, e una impostazione dichiaratamente antropologica. Le fotografie in mostra nascono dentro quel metodo e ne sono, in un certo senso, la prova documentale.

Una cosa che non ti dice nessuno su Lungo le Strade Blu — Along the Blue Highways, al Museo di Roma in Trastevere

Questa è la parte che fa la differenza fra una visita di venti minuti e una visita di un’ora e mezza, e non la trovate scritta da nessuna parte in evidenza.

La mostra ha dieci podcast. Dieci tracce audio brevi, ciascuna associata a una fotografia precisa, raccontate dalla voce di Francesco Conversano in persona. Non sono una audioguida generica sul percorso: sono dieci commenti d’autore su dieci immagini specifiche, in cui chi le ha scattate racconta chi c’era davanti all’obiettivo e che cosa stava succedendo.

Le fotografie accompagnate da una traccia sono identificate da un numero nel percorso, e coprono entrambe le sezioni principali. Ci sono paesaggi: una casa con i panni stesi, un ufficio postale, una ragazza in strada, un detective con una fotografia in mano. E ci sono volti: un patriota, un detenuto, un migrante, un operaio, un attivista per Obama, un uomo con il forcone, un altro di cui viene detto il nome e cognome. Il fatto che alcuni di questi ritratti abbiano un nome proprio nel titolo, mentre altri restano identificati solo dal ruolo, è a sua volta una informazione: significa che con alcune di quelle persone c’è stata una conversazione vera e con altre no.

Il consiglio pratico è semplice. Portatevi gli auricolari. Le tracce si ascoltano dal telefono e senza auricolari, in una sala silenziosa dove altri stanno guardando, si finisce per non ascoltarle. Dieci tracce brevi significano una ventina di minuti in tutto, ed è la ventina di minuti che trasforma la mostra: perché il salto fra guardare la faccia di un detenuto e sentire chi lo ha fotografato raccontare in che circostanze quella faccia è finita dentro l’inquadratura è un salto enorme.

Aggiungo una seconda cosa che non viene detta quasi mai. Esiste un catalogo con testi curatoriali e schede di approfondimento firmati da Peppino Ortoleva e Laura Gasparini. Ortoleva è uno storico dei media fra i più autorevoli che abbiamo in Italia, Gasparini viene dal mondo degli archivi fotografici. Non è un catalogo di sole immagini con didascalie: è un volume con dentro dei saggi, e uno di questi porta un titolo che riassume il progetto meglio di qualunque comunicato, cioè la ricerca del senso del vivere lungo le strade blu. Chi ha interesse per la fotografia documentaria farebbe bene a sfogliarlo al bookshop prima di decidere se comprarlo, perché è il tipo di libro che si legge davvero e non solo si guarda.

Il museo che ospita la mostra, e perché è il posto giusto

Il Museo di Roma in Trastevere occupa una porzione di quello che fu il Monastero delle Carmelitane Scalze, un complesso di clausura che nei secoli ha inglobato edifici e chiese di tutto l’isolato fra piazza Sant’Egidio e piazza Santa Maria in Trastevere.

Il primo nucleo nasce nei primi decenni del Seicento presso la chiesa di San Lorenzo in Ianiculo, poi restaurata e intitolata a Sant’Egidio. Le Carmelitane, nel rione, si impongono soprattutto dopo la canonizzazione di Santa Teresa d’Avila nel 1622, e nel giro di pochi decenni riempiono Trastevere e le pendici del Gianicolo di fondazioni: Santa Maria della Scala, il ben più imponente Regina Coeli in via della Lungara, Santa Maria dei Sette Dolori. Le monache devote alla Madonna del Carmelo acquisiscono progressivamente un intero blocco urbano vicino a Santa Maria in Trastevere e lo trasformano in un unico monastero di clausura, al quale si aggiunge anche la chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano, in precedenza San Biagio in Trastevere.

Dentro il chiostro del museo sono conservati alcuni reperti di quelle chiese medievali poi demolite, e vale la pena guardarseli con attenzione perché quasi nessuno lo fa. Ci sono tre colonnine di reimpiego, forse provenienti da una delle chiese incluse nel complesso all’epoca della fondazione, una lastra intagliata con rosette e stelle, un torso di animale accosciato che è probabilmente un felino, un piccolo cippo, e un gruppo con putti che apparteneva a una fontana oggi scomparsa ma documentata da fotografie d’epoca.

Il chiostro come lo vediamo oggi è un cortile porticato di circa cinquecento metri quadrati, con centocinquanta metri quadrati di portico alto cinque metri e mezzo e un prato di circa quattrocento. Le arcate a tutto sesto sono state chiuse da vetrate per renderlo utilizzabile come spazio espositivo, e al centro cresce un cedro dell’Himalaya imponente che d’estate copre di ombra tutta la parte scoperta. In passato il cortile ha ospitato concerti, spettacoli teatrali e serate di danza. Un tempo era collegato a una vasta area verde che arrivava fino alle pendici del Gianicolo, oggi sparita sotto l’edilizia scolastica.

Detto tutto questo, la ragione per cui questo museo è il posto giusto per una mostra come questa non è architettonica ma di missione. Dalla fine degli anni Novanta in poi l’amministrazione ha cambiato la vocazione dell’istituto: da museo delle tradizioni popolari romane a spazio che si misura con la cultura internazionale. Oggi il Museo di Roma in Trastevere si è specializzato nelle grandi mostre fotografiche tematiche e si presenta come un hub culturale in mezzo alla città, mobile e adattabile invece che statico. Una mostra su diciotto anni di provincia americana, dentro un ex monastero di clausura del Seicento a Trastevere, è la dimostrazione più letterale possibile di quella dichiarazione di intenti.

Il consiglio che ti do per visitare Lungo le Strade Blu — Along the Blue Highways, al Museo di Roma in Trastevere

Il consiglio è uno solo e riguarda l’ordine di lettura. Non guardate le fotografie nell’ordine in cui sono appese. Guardatele due volte, e la seconda volta al contrario.

Il percorso ufficiale va da Paesaggi a Volti a Segni: prima i luoghi, poi le persone, poi le insegne. È l’ordine giusto per una prima lettura, perché costruisce il contesto prima di mostrarvi chi lo abita. Fate questo giro senza fermarvi troppo, a passo normale, lasciando che le immagini si accumulino. Vi prenderà una ventina di minuti.

Poi tornate indietro. Rifate il percorso dalla fine verso l’inizio, dai Segni ai Volti ai Paesaggi. Quello che succede è che, avendo già visto le facce, i paesaggi smettono di essere vuoti. Quella stazione di servizio isolata nel nulla, la seconda volta, è la stazione di servizio dove lavora una delle persone che avete appena guardato negli occhi. Il palazzo delle poste in legno è il posto dove quella gente ritira la corrispondenza. La casa con i panni stesi è la casa di qualcuno. La mostra è costruita in modo che i tre blocchi si illuminino a vicenda, ma nel verso ufficiale l’illuminazione va in una direzione sola. Andando al contrario si accende anche l’altra.

Aggiungo quattro cose pratiche, tutte utili.

Gli orari. Il museo apre dal martedì alla domenica dalle 10 alle 20, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Il lunedì è chiuso. Prima di partire da casa conviene sempre dare un’occhiata alla pagina degli avvisi del sito ufficiale, perché nei musei civici romani le chiusure straordinarie capitano e non sempre vengono annunciate con largo anticipo.

L’orario migliore. Le sale espositive del primo piano ricevono luce naturale, e una mostra fotografica con molti bianco e nero si legge meglio quando la luce non batte di taglio sui vetri delle cornici. Il momento migliore, a settembre, è il tardo pomeriggio, fra le 17 e le 19. In più è il momento in cui il museo è più vuoto: la maggior parte dei visitatori arriva la mattina, e nelle ultime due ore capita spesso di avere una sala intera per sé.

Il biglietto. Il biglietto del museo comprende la visita alle mostre in corso e costa 13 euro l’intero e 8,50 il ridotto. Chi possiede la MIC card entra gratis. E chi risiede a Roma o nell’area metropolitana entra gratis comunque, esibendo un documento che attesti la residenza: su questo punto torno fra poco, perché è la notizia che più gente ignora. Il preacquisto online o tramite il call center 060608 aggiunge un euro di prevendita e non è rimborsabile, quindi per un museo che non ha mai coda conviene evitarlo e comprare in biglietteria.

Quanto tempo mettere in conto. Se ascoltate i dieci podcast e fate il doppio giro che consiglio, calcolate un’ora e mezza abbondante. Se andate di corsa, mezz’ora scarsa basta, ma francamente in quel caso conviene rimandare a un giorno in cui avete più tempo, perché questa è una mostra che dà molto a chi la legge lentamente e pochissimo a chi la attraversa.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: dal febbraio 2026 chi risiede a Roma e nella Città Metropolitana entra gratuitamente nei Musei Civici di Roma Capitale. Gratis. Basta un documento che attesti la residenza.

Lo dico perché è una misura che ha cambiato in modo sostanziale il rapporto fra i romani e i loro musei, e nonostante questo la quantità di gente che ancora non lo sa è impressionante. Molti romani, davanti alla locandina di una mostra civica, fanno il calcolo del biglietto e restano stupiti quando scoprono che non devono pagare nulla. Questa mostra rientra pienamente nella misura: il biglietto del Museo di Roma in Trastevere comprende la visita alle esposizioni in corso, e se risiedete in città o nell’area metropolitana quel biglietto per voi è gratuito.

La seconda metà del fatto riguarda la MIC card, che continua a esistere e continua a costare cinque euro per dodici mesi. Verrebbe da chiedersi a che serva, se i residenti entrano gratis comunque. Serve per due ragioni. La prima è che la card dà la riduzione alle mostre ospitate negli spazi espositivi che prevedono bigliettazione separata, cioè quelle grandi esposizioni a pagamento autonomo che ogni tanto occupano sedi civiche e che non rientrano nella gratuità per residenza. La seconda è che la card apre un calendario di appuntamenti riservati ai possessori, visite guidate e incontri gratuiti che per questa mostra ci sono stati più volte nel corso del 2026, e apre una lista di luoghi convenzionati che va oltre il perimetro dei musei comunali.

Per chi arriva da fuori Roma il conto è diverso, ovviamente: il biglietto del museo è 13 euro intero e 8,50 ridotto, comprensivo delle mostre in corso. Rispetto a quanto si paga in questa città per una mostra fotografica ospitata in una fondazione privata resta una cifra bassa, e va considerato che qui non si compra solo la mostra: si compra anche la collezione permanente, che merita e di cui parlo più avanti.

C’è un effetto collaterale di tutto questo che conta più del risparmio in sé. Quando entrare non costa nulla, si entra senza fare il calcolo se valga la pena. Si entra anche solo per mezz’ora, anche solo per rivedere due fotografie, anche solo perché fuori piove. E questo trasforma i musei da eventi in abitudini. Una mostra come questa, che chiede tempo, lentezza e possibilmente una seconda visita, è fatta apposta per essere vista da chi può tornarci senza pensarci due volte. Il paradosso è che la mostra parla di un paese dove per vedere qualcosa bisogna guidare per centinaia di chilometri, e la si guarda in una città dove la cosa più preziosa da vedere è a quattro fermate di tram e non costa niente.

La foto giusta da fare a Lungo le Strade Blu — Along the Blue Highways, al Museo di Roma in Trastevere

Prima la regola, perché è una mostra fotografica e la regola conta. Dentro le sale espositive non si fotografano le opere. Le fotografie appese sono di un autore vivente, prestate da un archivio, e la riproduzione è soggetta a autorizzazione: il museo ha addirittura una procedura formale per le riprese fotografiche e una per le richieste di fotoriproduzione. Fare foto agli scatti in mostra e pubblicarle non è una furbata, è un modo per rovinare il lavoro a chi organizza queste cose. Se avete un dubbio, chiedete al personale in sala, che risponde sempre.

Detto questo, la fotografia giusta da fare in questa visita esiste, ed è una sola. Il chiostro, dal portico, con il cedro dell’Himalaya al centro e le vetrate delle arcate a fare da cornice.

Vi spiego perché è quella. Un cortile porticato di un ex monastero di clausura secentesco, con le arcate a tutto sesto chiuse da vetri, un prato di quattrocento metri quadrati e un cedro himalayano che domina la scena, è già di per sé una immagine forte. Ma la ragione vera è di contrasto. Avete appena passato un’ora a guardare distese americane, benzinai isolati, cartelloni pubblicitari nel deserto, spazi enormi e vuoti. Poi scendete e vi trovate nello spazio esattamente opposto: un quadrato chiuso, piccolo, verde, costruito nel Seicento da monache che avevano scelto di non uscirne mai. Il mondo più aperto che esista contro il mondo più chiuso che esista, a trenta secondi di distanza l’uno dall’altro. Quella è la fotografia, e chi la fa dopo aver visto la mostra la fa in modo diverso da chi la fa prima.

Qualche indicazione tecnica, visto che siamo in tema.

L’ora. A settembre e nei primi giorni di ottobre la luce migliore nel chiostro è nel tardo pomeriggio, quando il sole non entra più diretto nel cortile ma le pareti alte rimandano una luce riflessa morbida. Il cedro, con il sole alto, produce un contrasto violentissimo fra la sua chioma scurissima e il prato illuminato, e nessuna fotocamera lo tiene insieme bene. Nella luce riflessa di fine giornata, invece, torna tutto leggibile.

La posizione. Mettetevi sotto il portico, a un paio di metri dall’ultima colonna, e includete nell’inquadratura una arcata intera sul lato del fotogramma. Il portico vi dà la cornice, l’arcata vi dà la profondità, il cedro vi dà il soggetto. Senza la cornice del portico è la fotografia di un albero in un cortile, e non interessa a nessuno.

Il bianco e nero. Provateci. Una mostra in cui due sezioni su tre sono in bianco e nero lascia l’occhio tarato in quel modo per almeno mezz’ora dopo l’uscita, e il chiostro, che è un gioco di archi, ombre e verticali, in bianco e nero funziona benissimo. È anche un piccolo esercizio di verifica: se l’immagine regge senza il verde del prato, vuol dire che la composizione è buona.

La fotografia alternativa. Se il chiostro è chiuso o occupato da un allestimento, uscite dal portone e mettetevi al centro di piazza Sant’Egidio. La piazza è piccola, irregolare, con la facciata della chiesa di Sant’Egidio da un lato e il muro del museo dall’altro, e verso sera si riempie di persone sedute sui gradini. È una delle poche piazzette di Trastevere che non sia ancora completamente occupata dai tavolini, e fotografarla con la gente dentro, invece che vuota, è più onesto e più bello.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Questo edificio ha avuto più vite di quante ne abbia avute qualunque altro museo civico romano, e la sequenza è talmente sorprendente che vale la pena metterla in fila per intero. In poco più di quattro secoli lo stesso complesso è stato monastero di clausura, caserma, tribunale, casa di quarantena, lazzaretto, ricovero militare, ospedale pediatrico e infine museo.

Primi decenni del Seicento: nasce il monastero. Il primo nucleo si forma presso la chiesa di San Lorenzo in Ianiculo, restaurata e poi intitolata a Sant’Egidio, e accoglie le Carmelitane. La spinta decisiva arriva nel 1622 con la canonizzazione di Santa Teresa d’Avila, la mistica del monte Carmelo: da quel momento l’ordine si impone a Trastevere con una serie di fondazioni che segnano tuttora la topografia del rione. Nel tempo le monache acquisiscono un intero blocco urbano vicino a piazza Santa Maria in Trastevere e lo fondono in un unico monastero di clausura, inglobando anche la chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano, prima intitolata a San Biagio.

1723: arriva Francesco De Sanctis. Le monache commissionano l’architettura del complesso a Francesco De Sanctis, ed è il nome che nel racconto di questo museo passa sempre troppo in fretta. De Sanctis è l’architetto che proprio in quegli stessi anni progetta e realizza la scalinata di Trinità dei Monti, cioè l’opera di architettura urbana più fotografata di Roma. Che la stessa mano abbia disegnato il chiostro dove oggi si scende dopo aver visto una mostra sulla provincia americana è uno di quei cortocircuiti che questa città produce senza sforzo e senza avvisare.

1875: l’esproprio. Dopo l’unità d’Italia, con la liquidazione dell’Asse ecclesiastico, il monastero viene espropriato dallo Stato italiano. Il complesso architettonico viene spezzato in immobili distinti con destinazioni diverse, e qui comincia la parte più movimentata della storia. Una prima porzione passa al Comune di Roma.

Fine Ottocento: caserma e tribunale. Il Comune adibisce i locali prima a caserma delle guardie municipali, poi a Pretura del V Mandamento, con annessa la residenza del pretore. Nelle stanze dove le Carmelitane avevano vissuto in silenzio per due secoli e mezzo si tengono udienze e alloggia un magistrato con la famiglia.

Primi anni del Novecento: casa di contumacia. L’edificio diventa una struttura di quarantena, cioè il posto dove si isolavano le persone sospettate di avere contratto malattie contagiose. È una funzione che dice molto sulla Roma di quegli anni, una città che cresceva in fretta e male e che gestiva le epidemie come poteva.

1915: lazzaretto per i profughi del terremoto della Marsica. Il 13 gennaio 1915 il terremoto che colpisce la Marsica rade al suolo Avezzano e decine di altri centri, e provoca decine di migliaia di morti. I sopravvissuti arrivano a Roma a ondate, e questo edificio viene destinato ad accoglierli. Nel chiostro disegnato da De Sanctis, in quei mesi, ci sono famiglie abruzzesi che hanno perso tutto.

1915 al 1918: ricovero per i soldati della Grande Guerra. Subito dopo, il complesso diventa ricovero per i soldati malati e infetti che tornano dal fronte. Due funzioni di emergenza consecutive nello stesso luogo, nel giro di pochi mesi.

1921: il sanatorio antimalarico infantile. Nel secondo decennio del Novecento, per volontà del Governatorato di Roma, l’edificio consolida una funzione pubblica stabile: diventa un sanatorio antimalarico per bambini. Nel 1921 viene intitolato a Ettore Marchiafava, medico illustre, senatore del Regno, uno dei più grandi studiosi di malaria che l’Italia abbia avuto e assessore per l’Igiene. La targa che lo ricorda è ancora oggi all’ingresso del museo: passateci davanti e leggetela, perché in quattro righe contiene una delle pagine più importanti della storia sanitaria di questo paese. La malaria in Agro Romano era una piaga di massa, e Trastevere, con il fiume a due passi, era territorio di frontiera.

Anni Sessanta: il recupero architettonico. Il Comune, che nel frattempo ha acquisito anche le altre due ali affacciate sul chiostro, decide di trasformare una struttura ormai fatiscente. Il progetto di recupero porta la firma di Attilio Spaccarelli, con la collaborazione di Fabrizio Bruno. L’intervento è radicale e riporta alla luce l’architettura settecentesca di De Sanctis, chiostro compreso. Spaccarelli è un nome pesante nella Roma del Novecento, e chi ha camminato una volta in via della Conciliazione ha già visto il suo lavoro più discusso.

Primavera 1976: nasce il museo. Il nuovo museo del Comune di Roma apre con l’intento preciso di raccontare le tradizioni popolari della Roma fra Settecento e Ottocento e di ospitare alcune opere della collezione del Museo di Roma. È il museo del folklore romano, quello degli acquerelli, dei costumi, delle scene di vita popolare.

Fine anni Novanta e primi anni Duemila: il cambio di missione. L’amministrazione decide di aggiornare i contenuti del museo per rispondere a una città diversa. La missione viene modificata, gli spazi espositivi ampliati, e l’obiettivo diventa raccontare l’incontro fra la cultura italiana e quella internazionale. È da questa decisione che discende tutto il resto: il museo comincia a specializzarsi nelle grandi mostre fotografiche tematiche e si definisce come un hub culturale al centro della città, mobile e interattivo invece che statico.

2026: la stagione fotografica. Nel corso di quest’anno le sale hanno ospitato, una dopo l’altra, Annabella Rossi, questa mostra di Francesco Conversano, gli acquerelli di Fulco Pratesi, la Roma notturna di Hervé Gloaguen e la New York di Matilde Damele. Un ex sanatorio antimalarico ricavato da un monastero di clausura che nel giro di dodici mesi mette in fila cinque mostre di quel livello è una cosa che a Roma diamo per scontata e che altrove sarebbe una notizia.

Chi è passato da Lungo le Strade Blu — Along the Blue Highways, al Museo di Roma in Trastevere

Qui la domanda ha due risposte diverse, e sono tutte e due interessanti.

La prima risposta riguarda chi ha fatto questa mostra. L’autore delle fotografie è Francesco Conversano, e accanto al suo nome va messo sempre quello di Nene Grignaffini, sua socia dal 1980 e co-firmataria di ogni opera: i viaggi americani da cui vengono questi scatti sono stati fatti in due, e i documentari che li hanno resi possibili sono firmati da entrambi. Il progetto espositivo è curato dalla Fondazione Massimo e Sonia Cirulli, che lavora da anni sulla cultura visiva del Novecento e ha una competenza specifica proprio sul rapporto fra immagine, grafica e identità collettiva: se la sezione dedicata alle insegne e ai manifesti pubblicitari americani è così ben costruita, il merito è largamente loro. La mostra è promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dalla Sovrintendenza Capitolina, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura. Il catalogo porta i testi di Peppino Ortoleva, storico dei media, e Laura Gasparini, studiosa di archivi fotografici.

La seconda risposta è più divertente, e riguarda chi è passato dentro le immagini. Il testo che accompagna la mostra costruisce una specie di genealogia culturale del progetto, e l’elenco dei nomi che ci finiscono dentro è una piccola enciclopedia dell’immaginario americano del Novecento. Li riporto perché guardare le fotografie tenendo a mente questa lista è una esperienza completamente diversa dal guardarle a mente vuota.

La letteratura. C’è la poesia di Walt Whitman, il fondatore stesso dell’idea che l’America si racconti attraverso la gente comune. Ci sono gli epitaffi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che nel progetto non sono una citazione ma una destinazione fisica, visto che nel 2014 il viaggio è andato proprio a cercare i luoghi che li avevano ispirati. C’è la letteratura epica di John Steinbeck, e in particolare quel In viaggio con Charley del 1960 che è l’antenato diretto di ogni road trip americano raccontato. C’è l’universo minimalista della gente qualunque di Raymond Carver. C’è Truman Capote con A sangue freddo, primo romanzo-reportage e invenzione geniale di un genere letterario nuovo. C’è il Texas con i racconti di frontiera di Joe R. Lansdale. C’è l’umanità precaria e surreale dei personaggi di Barry Gifford, che nel 1999 accompagnò materialmente Conversano e Grignaffini nel primo viaggio in Louisiana. E c’è, in esergo alla prima sezione, Jack Kerouac con On the Road.

La pittura. C’è Edward Hopper, e chiunque guardi la sezione dei paesaggi lo riconosce prima ancora di leggere il pannello: i silenzi sospesi, la solitudine, l’attesa, le stanze e i locali vuoti in cui qualcosa sta per accadere o è appena accaduto.

La fotografia. Ci sono Walker Evans e Dorothea Lange, cioè i due nomi maggiori della campagna fotografica della Farm Security Administration, il programma voluto dall’amministrazione del presidente Roosevelt durante la Grande Depressione per documentare le condizioni della popolazione rurale. Quelle immagini di farmers e pionieri hanno stabilito una volta per tutte come si fotografa una faccia americana di provincia, e la sezione Volti di questa mostra dialoga apertamente con loro.

La musica. Il testo curatoriale parla di una colonna sonora immortale che riecheggia lungo tutto il percorso, e nomina il western swing, il blues, il rock e il folk, con la linea che va da Pete Seeger e Woody Guthrie fino a Bob Dylan. Non è un elenco di gusti personali: è la genealogia della musica che in America ha raccontato esattamente la stessa gente che queste fotografie ritraggono.

Il cinema. Ci sono David Lynch, con le sue rappresentazioni oniriche dell’inconscio e dell’invisibile nascosto nella quotidianità, e Peter Bogdanovich, con il cinema della memoria dei luoghi. Il titolo che il testo cita è The Last Picture Show, il film del 1971 ambientato in una cittadina texana in via di estinzione, che il curatore definisce una sintesi assoluta e moderna del cinema dei grandi maestri, sospesa fra paesaggi, drammi interiori, riti di iniziazione e memoria. Chi lo ha visto ritrova in mostra parecchie inquadrature che sembrano venire da lì.

C’è infine una presenza che non è nominata fra le fonti ma attraversa il progetto per intero: John Fitzgerald Kennedy, cui è dedicato il capitolo del 2017, quello che segue i luoghi della sua vita da Hyannis Port fino a Dallas.

C’è un nome che a questa mostra non appartiene ma appartiene a questo edificio, e che vale la pena ricordare a chi sale le scale: la collezione permanente del museo conserva la ricostruzione dello studio di Trilussa, con i suoi mobili, i suoi oggetti e i suoi libri, donati al Comune dopo la morte del poeta. Trilussa è passato di qui in senso letterale, ed è a duecento metri dalla piazza che porta il suo nome.

Che cosa vedere nello stesso biglietto, prima o dopo

Un errore che vedo fare continuamente è entrare, vedere la mostra fotografica, e uscire. Il biglietto comprende anche la collezione permanente, che è piccola ma è una delle cose più particolari di Roma, e saltarla è uno spreco.

Il nucleo più prezioso sono i circa centoventi acquerelli di Ettore Roesler Franz della serie Roma sparita, dipinti fra gli anni Settanta e Novanta dell’Ottocento per documentare la città che i lavori dei muraglioni del Tevere e le demolizioni post-unitarie stavano cancellando. Sono acquerelli di una precisione allucinante, e parecchi ritraggono proprio Trastevere: le case sull’acqua, i porti fluviali, i vicoli spariti, il Ghetto prima dello sventramento. Guardarli subito dopo novanta fotografie sulla provincia americana produce un effetto che vale la visita: due archivi di un mondo che scompare, a un secolo e mezzo di distanza, con la stessa identica preoccupazione di fondo.

Poi ci sono le scene di vita popolare romana ricostruite a grandezza naturale, con i manichini e gli ambienti dell’Ottocento: l’osteria, la bottega, la casa. Sono di gusto profondamente datato, ed è esattamente per questo che sono interessanti, perché raccontano tanto della Roma ottocentesca quanto della Roma degli anni Settanta che decise di raccontarla così. E c’è la stanza di Trilussa, già nominata.

Poi il chiostro, con i frammenti medievali già citati, e il cedro. Contando tutto, la collezione permanente si vede in quaranta minuti buoni. Sommata alla mostra e ai podcast, fa una visita da due ore abbondanti, che per un museo civico gratuito per i residenti è un rapporto che non ha rivali in questa città.

Il rione intorno, e come costruirci mezza giornata

Piazza Sant’Egidio è uno dei pochi punti di Trastevere in cui si riesce ancora a capire com’era il rione prima che diventasse quello che è. È piccola, storta, con la chiesa di Sant’Egidio da un lato, il portone del museo dall’altro, e una quantità di tavolini ancora sopportabile. Ci si arriva da piazza Santa Maria in Trastevere passando per vicolo della Paglia, e il salto di rumore fra le due piazze, distanti settanta metri, è impressionante.

Chi vuole costruirci attorno una mezza giornata seria, senza rincorrere niente, può mettere in fila queste tappe, tutte raggiungibili a piedi in pochi minuti.

Santa Maria in Trastevere. La basilica è a settanta metri, ha i mosaici absidali del Duecento e il ciclo di Pietro Cavallini, ed è gratuita. Andateci nel tardo pomeriggio, quando il sole entra da ovest e i mosaici si accendono.

Santa Cecilia. La basilica di Santa Cecilia è dall’altra parte del rione, a dieci minuti buoni di cammino, e custodisce il Giudizio universale di Cavallini, uno degli affreschi più importanti del medioevo romano, visibile solo in fascia oraria ristretta e con un piccolo contributo. Chi ha tempo ci vada, perché è una delle cose meno frequentate e più straordinarie della città.

San Francesco a Ripa. La chiesa di San Francesco a Ripa conserva la Beata Ludovica Albertoni del Bernini, opera tarda e violentissima, molto meno visitata della Santa Teresa e secondo parecchi più riuscita.

Villa Farnesina. A pochi minuti verso il fiume, Villa Farnesina ha gli affreschi di Raffaello e della sua bottega, la Galatea, la loggia di Amore e Psiche e la sala delle Prospettive di Baldassarre Peruzzi. Ha orari limitati, quindi va controllata prima.

Palazzo Corsini. Di fronte alla Farnesina, Palazzo Corsini ospita una parte della Galleria Nazionale d’Arte Antica, con Caravaggio, Rubens e Beato Angelico, in sale rimaste quasi identiche a come erano nel Settecento.

Orto Botanico. Subito dietro Corsini, l’Orto Botanico risale la collina verso il Gianicolo e a settembre è nel suo momento migliore. È il modo più civile che conosco per rallentare a metà giornata.

Il Gianicolo e il Fontanone. Chi ha ancora energia sale al Gianicolo e si ferma alla Fontana dell’Acqua Paola. Al tramonto è una delle viste migliori su Roma, e la salita da piazza Sant’Egidio si fa in venti minuti a passo tranquillo.

L’ordine che consiglio, per chi vuole il massimo, è questo: Villa Farnesina e Palazzo Corsini in mattinata, Orto Botanico a mezzogiorno, pranzo lento, museo e mostra nel pomeriggio fra le 16 e le 19, Santa Maria in Trastevere all’uscita, Gianicolo al tramonto. È una giornata che non richiede mezzi pubblici, non richiede prenotazioni salvo la Farnesina, e costa pochissimo.

Perché questa mostra vale la deviazione

Alla fine, la domanda vera è se valga la pena entrare in un museo romano per guardare fotografie dell’Idaho e della Florida. Provo a rispondere con tre ragioni, e sono le stesse che darei a un amico.

La prima è che questo è un lavoro sulla lentezza, fatto da qualcuno che ha avuto la pazienza di praticarla per diciotto anni. Il materiale di accompagnamento cita una riflessione recente del New York Times su quanto sia cambiato in cinquant’anni il modo di viaggiare: dal viaggio inventato da Kerouac alla pratica di oggi, in cui il GPS azzera le distanze geografiche ma soprattutto riduce il vocabolario emotivo, facendo venire a mancare l’esperienza totale del viaggio, che è scoperta e crescita interiore. È una critica che fa male perché è precisa, e queste novanta fotografie sono la dimostrazione pratica di quello che si guadagna quando si rinuncia alla linea rossa.

La seconda è che è un lavoro sulla provincia, e la provincia è il posto che tutti hanno smesso di guardare. Le fotografie in mostra raccontano cittadine da ventinove abitanti, fabbriche chiuse, uffici postali di legno, gente che vive lontanissimo da qualunque cosa venga considerata centrale. Negli anni in cui quelle immagini sono state scattate, il paese che contenevano stava cambiando politicamente in modi che nessuno vedeva arrivare, e che si sono poi manifestati con forza. Guardare quelle facce oggi, sapendo come è andata a finire, è un esercizio di intelligenza storica che una mostra fotografica raramente offre.

La terza è che è un lavoro fatto di lato. Conversano non è andato in America per fotografare, è andato per girare film, e ha fotografato negli intervalli. Le immagini migliori della mostra hanno quella qualità lì: sono l’equivalente visivo degli appunti presi mentre si fa altro, e gli appunti presi mentre si fa altro sono quasi sempre più onesti delle relazioni ufficiali. È un metodo che chiunque può rubare, e vale per fotografare come vale per visitare una città: guardare mentre si fa altro, tornare più volte nello stesso posto, fidarsi della luce che c’è.

Vale la pena ripetere la scadenza, perché è l’informazione più concreta di tutte: la mostra chiude il 4 ottobre 2026. Oggi è il 12 settembre. Restano tre settimane abbondanti, dentro le quali il museo apre dal martedì alla domenica e chiude il lunedì. Chi rimanda arriva tardi, e in questo caso arrivare tardi significa aspettare che quelle stampe tornino in un archivio.

Domande frequenti su Lungo le Strade Blu, Along the Blue Highways, al Museo di Roma in Trastevere

Che cosa raffigurano le fotografie in mostra?

Le fotografie di "Lungo le Strade Blu" documentano i viaggi compiuti dal 1999 in avanti da Francesco Conversano e Nene Grignaffini attraverso gli Stati Uniti, sulla scia del libro Blue Highways di William Least Heat-Moon. Il percorso è diviso in tre sezioni, Paesaggi, Volti e Segni, disposte in quest'ordine dal museo per costruire prima il contesto e poi mostrare chi lo abita.

Da dove viene il titolo della mostra?

Il titolo viene dal libro Blue Highways, pubblicato nel 1982 da William Least Heat-Moon e uscito in Italia come Strade blu, il resoconto di un viaggio di quasi ventimila chilometri intorno agli Stati Uniti fatto evitando sempre le autostrade. Le strade blu esistono davvero, ma solo sulla carta stampata: sulle vecchie mappe Rand McNally erano segnate in blu le strade secondarie, quelle non interstatali.

Chi è l'autore delle fotografie?

L'autore delle fotografie è Francesco Conversano, regista italiano che ha realizzato circa cento documentari, sempre in coppia con la sua socia Nene Grignaffini, con cui ha fondato a Bologna nel 1980 la società di produzione Movie Movie. I viaggi americani da cui vengono questi scatti sono stati fatti insieme, in una collaborazione lunga più di quarant'anni.

Dove si trova il Museo di Roma in Trastevere?

Il Museo di Roma in Trastevere occupa una parte di quello che fu il Monastero delle Carmelitane Scalze, fra piazza Sant'Egidio e piazza Santa Maria in Trastevere. L'edificio nasce nei primi decenni del Seicento presso la chiesa di San Lorenzo in Ianiculo, e nei secoli è stato anche caserma, tribunale, lazzaretto, ospedale pediatrico e infine museo.

Si possono fotografare le opere in mostra?

No, dentro le sale espositive di "Lungo le Strade Blu" non si fotografano le opere. Le fotografie appese sono di un autore vivente, prestate da un archivio, e la riproduzione è soggetta ad autorizzazione: il museo ha una procedura formale sia per le riprese fotografiche sia per le richieste di fotoriproduzione.

Che cos'altro si vede con lo stesso biglietto?

Il biglietto della mostra comprende anche la collezione permanente del Museo di Roma in Trastevere, il cui pezzo più prezioso sono circa centoventi acquerelli di Ettore Roesler Franz della serie Roma sparita, dipinti fra gli anni Settanta e Novanta dell'Ottocento per documentare la città prima delle grandi trasformazioni urbanistiche.

I residenti di Roma pagano il biglietto?

No: dal febbraio 2026 chi risiede a Roma e nella Città Metropolitana entra gratuitamente nei Musei Civici di Roma Capitale, compreso il Museo di Roma in Trastevere, semplicemente esibendo un documento che attesti la residenza. È una misura recente che molti residenti ancora non conoscono.

Prima di chiudere

Se state organizzando un viaggio a Roma e volete costruirlo intorno a cose come questa, cioè intorno a musei civici, mostre fotografiche e quartieri da camminare invece che intorno alla lista dei dieci monumenti obbligatori, ecco due riferimenti utili. Su italyplanner.com trovate itinerari e guide pratiche per costruire i giorni in Italia con un criterio, comprese le combinazioni di quartiere che permettono di non buttare mezze giornate negli spostamenti: per una giornata trasteverina come quella descritta qui sopra è esattamente il tipo di strumento che serve. Su tourleaderpro.com c’è invece il lato professionale del mestiere, per chi accompagna gruppi e ha bisogno di tempistiche reali, materiali di lavoro e strumenti operativi invece che di articoli motivazionali.

E se passate da piazza Sant’Egidio dopo il 4 ottobre, entrate lo stesso. Il chiostro con i frammenti medievali, il cedro dell’Himalaya, gli acquerelli di Roesler Franz e la stanza di Trilussa sono lì tutto l’anno, e al primo piano ci sarà già qualcos’altro. In questo museo c’è sempre qualcosa, ed è quasi sempre migliore di quanto la scarsa pubblicità lasci immaginare.

Prepara la visita

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Data Evento18 Marzo 2026 — 4 Ottobre 2026
IndirizzoMuseo di Roma in Trastevere, Piazza Sant'Egidio 1/b, 00153 Roma Trastevere, Roma, Roma Città
CategorieEventiMostre

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