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Chiesa di Santa Maria della Scala

La Chiesa di Santa Maria della Scala si trova in piazza della Scala, nel cuore di Trastevere, a poche decine di metri dalla Basilica di Santa Maria in Trastevere e sulla direttrice che porta verso Porta Settimiana e il Gianicolo. È una chiesa tardocinquecentesca dei Carmelitani Scalzi, nata da un’immagine della Madonna dipinta sul muro sotto una scala e ritenuta miracolosa alla fine del Cinquecento: da quella scala viene il nome, non da una scalinata monumentale come molti si aspettano arrivando in piazza. Dentro c’è un interno barocco che pochi visitatori si aspettano di trovare in un vicolo di Trastevere, con un ciborio dell’altare maggiore disegnato da Carlo Rainaldi, alabastri, diaspri e marmi colorati, e la reliquia del piede destro di Santa Teresa d’Avila. Ma la ragione per cui questa chiesa compare in ogni storia dell’arte europea è un quadro che non c’è più: la Morte della Vergine di Caravaggio, dipinta per la seconda cappella di sinistra, rimossa dai frati perché giudicata indecorosa, comprata su segnalazione di Rubens dal duca di Mantova e finita, attraverso tre secoli di passaggi di proprietà, al Museo del Louvre. Al piano superiore del convento, infine, sopravvive l’Antica Spezieria dei Carmelitani, la farmacia storica dei frati, uno degli ambienti settecenteschi meglio conservati di Roma e insieme il punto più scivoloso di tutta la visita, perché il suo regime di apertura cambia e non corrisponde a quello della chiesa. Le righe che seguono raccontano da dove viene questa chiesa, che cosa si vede oggi entrando, che cosa è successo davvero con il quadro di Caravaggio e come si organizza una visita senza perdere il viaggio.

Dove si trova la Chiesa di Santa Maria della Scala e come raggiungerla

La Chiesa di Santa Maria della Scala ha l’indirizzo in piazza della Scala 23, nel rione Trastevere, e si affaccia su una piazzetta irregolare che si apre lungo via della Scala, la strada che collega piazza Sant’Egidio a Porta Settimiana. È uno di quei luoghi che si raggiungono senza accorgersene: chi cammina da piazza Santa Maria in Trastevere verso il lungotevere passa quasi obbligatoriamente di qui, e la facciata in travertino chiara e alta si nota all’improvviso, stretta fra edifici di abitazione, senza alcuno spazio prospettico che la annunci da lontano.

A piedi dal centro di Trastevere

Da piazza Santa Maria in Trastevere, il centro di gravità del rione, servono tre o quattro minuti a piedi: si imbocca via della Paglia o si costeggia la basilica fino a piazza Sant’Egidio, dove si trova il Museo di Roma in Trastevere, e da lì si prosegue diritti lungo via della Scala. Chi arriva invece dal lungotevere e da ponte Sisto entra nel rione da via di Ponte Sisto e piazza Trilussa e in cinque minuti scarsi è in piazza della Scala, avendo attraversato uno dei tratti più frequentati della vita notturna romana. Da Porta Settimiana, cioè dal lato della Villa Farnesina e dell’Orto Botanico di Roma, la chiesa è a due minuti risalendo via della Scala nel senso opposto.

Con i mezzi pubblici

Trastevere non ha una stazione della metropolitana all’interno del rione: la fermata più vicina della metro è sull’altra sponda del Tevere, e il collegamento più comodo resta quello di superficie. Il tram che risale viale di Trastevere e i bus che percorrono il lungotevere lasciano a una distanza compresa fra i cinque e i dieci minuti a piedi dalla piazza; chi arriva dalla stazione Roma Trastevere, servita dai treni regionali e dal collegamento con l’aeroporto di Fiumicino, ha davanti una camminata di una ventina di minuti lungo viale di Trastevere oppure un breve tratto di tram. Gli orari e i percorsi delle linee cambiano con una certa frequenza per cantieri e deviazioni, e conviene sempre controllarli il giorno stesso sull’applicazione dell’azienda dei trasporti prima di muoversi.

La chiesa di Santa Maria della Scala a Trastevere
La chiesa di Santa Maria della Scala, nella piazza omonima nel cuore di Trastevere. Foto di Lalupa, licenza Public domain, via Wikimedia Commons.

L’origine: un’immagine della Madonna dipinta sotto una scala

Il nome della Chiesa di Santa Maria della Scala non deriva da una scalinata monumentale ma da una scala domestica: l’immagine della Madonna venerata qui era dipinta su un muro sotto la scala esterna di una piccola casa che sorgeva in questo tratto di Trastevere, e prese il nome dall’elemento architettonico banale sotto cui si trovava. È una delle tante immagini devozionali di strada che punteggiavano la Roma tardomedievale e rinascimentale, e sarebbe rimasta una fra centinaia se non fosse stata investita, alla fine del Cinquecento, da una vicenda di guarigione che la trasformò in meta di pellegrinaggio nel giro di pochi mesi.

La guarigione che diede inizio a tutto

La tradizione, raccolta dalle fonti locali e ripetuta dalla letteratura devozionale successiva, racconta di una donna del rione, indicata in alcune versioni come una levatrice di nome Cornelia, che pregò davanti all’immagine per la figlia muta, o secondo altre versioni per un bambino deforme, e ottenne la guarigione. Va detto con chiarezza che si tratta di tradizione devozionale e non di un fatto storicamente accertato: il dato storicamente solido è l’effetto, cioè l’afflusso improvviso di pellegrini davanti a quel muro e la decisione delle autorità ecclesiastiche di dare a quel culto spontaneo una sede stabile e controllata. Sulla data del prodigio le fonti non concordano: la maggior parte indica il 1592, ma alcune ricostruzioni locali risalgono fino al 1582, e chi scrive una data sola sta scegliendo fra versioni alternative, non riportando un documento univoco.

L’affresco oggi: dove si trova dentro la chiesa

L’immagine che diede il nome e l’origine a tutto non è sull’altare maggiore, come molti visitatori si aspettano, ma nella cappella del transetto di sinistra, dove fu trasferita e collocata in una cornice architettonica solenne con colonne in marmo rosso. Chi entra e punta dritto verso il presbiterio rischia di uscire senza averla vista: è uno degli errori di percorso più comuni in questa chiesa. L’immagine ricevette nel Seicento l’onore dell’incoronazione da parte del Capitolo Vaticano, un riconoscimento formale che veniva concesso alle immagini mariane di comprovata devozione e che ne sanciva definitivamente lo statuto pubblico.

La costruzione tardocinquecentesca e l’architettura

La Chiesa di Santa Maria della Scala fu costruita fra gli ultimi anni del Cinquecento e il 1610, con la facciata completata soltanto nel 1624: è quindi un edificio che nasce in pieno clima controriformistico e che arriva a compimento già dentro il primo Seicento, quando il linguaggio barocco romano stava prendendo forma. Il committente della prima fase è indicato dalle fonti nel cardinale Tolomeo Gallio, e l’impulso decisivo venne da papa Clemente VIII, che nel 1597, con la bolla Sacrarum Religionum, affidò la chiesa ai Carmelitani Scalzi.

Francesco Capriani da Volterra, il primo architetto

Il progetto iniziale si deve a Francesco Capriani, detto Francesco da Volterra, architetto attivissimo nella Roma di fine Cinquecento e figura di passaggio fra il tardo manierismo e il primo barocco. Capriani morì nel 1594, quando il cantiere era appena avviato, e la sua morte aprì una successione di direzioni che spiega bene perché l’edificio abbia un aspetto composito. A completare i lavori fu chiamato Girolamo Rainaldi, che portò l’interno a compimento intorno al 1610: lo stesso Girolamo Rainaldi che decenni dopo avrebbe lavorato, con il figlio Carlo, ad alcune delle imprese architettoniche più note della Roma barocca, fra cui il cantiere di Piazza Navona.

La facciata e la questione dell’attribuzione

La facciata in travertino, completata nel 1624, è a due ordini scanditi da paraste con capitelli corinzi, raccordati da volute laterali e conclusi da un timpano triangolare, secondo uno schema che a Roma era ormai un modello codificato per le chiese degli ordini religiosi. Sull’attribuzione della facciata le fonti divergono: alcune la riferiscono alla continuità del progetto di Francesco da Volterra portato avanti dai suoi successori, altre la assegnano a Ottaviano Mascherino, architetto anch’egli molto attivo nella Roma di quegli anni. Qui vale la regola generale: non esiste un documento pubblicamente noto che chiuda la questione in modo definitivo, e chi indica un nome solo sceglie fra ipotesi concorrenti.

La pianta: croce latina, navata unica, sei cappelle

L’interno ha pianta a croce latina con navata unica affiancata da tre cappelle per lato, più le due cappelle maggiori nei bracci del transetto. È l’impianto tipico delle chiese controriformistiche: navata sgombra che convoglia lo sguardo verso l’altare, cappelle laterali destinate al patronato di famiglie e confraternite, assenza di colonnati che ostacolino la vista e l’ascolto della predicazione. Una struttura pensata, letteralmente, perché tutti vedano l’altare e sentano il predicatore, in netta rottura con le grandi basiliche a più navate del passato medievale. Il pavimento attuale, ricco di lapidi sepolcrali, risale a un rifacimento settecentesco datato dalle fonti al 1739.

L’interno barocco: che cosa si vede entrando

L’interno della Chiesa di Santa Maria della Scala sorprende quasi tutti, perché la sobrietà della facciata in travertino non lascia prevedere la ricchezza di marmi colorati, alabastri e bronzi dorati che si trova appena varcata la porta. È un interno barocco maturo, stratificato in più campagne decorative che vanno dal primo Seicento alla metà del Settecento, dove ogni cappella racconta una committenza e una devozione diversa. Chi ha in mente le chiese carmelitane come luoghi di austerità assoluta si trova davanti a un caso interessante: qui l’ordine della riforma teresiana, nato all’insegna della povertà e della scalzità, gestisce una chiesa romana di rappresentanza, ricca e ornata, perché a Roma la povertà dell’ordine si dimostrava nella vita dei frati e non nella nudità degli altari.

L’altare maggiore e il ciborio di Carlo Rainaldi

L’elemento che colpisce di più nel presbiterio è il ciborio dell’altare maggiore, riferito dalle fonti a Carlo Rainaldi e datato intorno al 1650: un tempietto sorretto da sedici colonnine corinzie in alabastro, con fasce e capitelli in bronzo dorato, che funziona come un piccolo edificio dentro l’edificio. L’alabastro impiegato è quello che le fonti romane chiamano alabastro a pecorella, per la venatura nuvolosa che ricorda un gregge visto da lontano, una pietra che al lume di candela produceva un effetto di trasparenza calda oggi difficile da immaginare sotto l’illuminazione elettrica. La pala dell’altare maggiore raffigura la Madonna del Carmine ed è opera di Giuseppe Peroni, datata dalle fonti al 1737; l’altare fu riconsacrato nel 1725 nel corso di una cerimonia papale.

Le cappelle del lato destro

La prima cappella a destra è dedicata a San Giovanni Battista e custodisce una Decollazione di san Giovanni Battista attribuita a Gerrit van Honthorst, il pittore di Utrecht che i romani chiamavano Gherardo delle Notti per la sua predilezione per le scene illuminate da fonti di luce artificiale. Sulla datazione del dipinto le fonti divulgative riportano indicazioni fra loro incompatibili, e alcune citano un anno che precede la nascita stessa dell’artista: la collocazione plausibile è negli anni del soggiorno romano di Honthorst, cioè nel secondo decennio del Seicento, ma chi cerca una data precisa farà bene a verificarla su una scheda di catalogo e non su una pagina divulgativa. L’altare è ornato di colonne in marmo nero e di intarsi in alabastro, diaspro di Sicilia e giallo di Siena.

La seconda cappella a destra è dedicata a San Giacinto e conserva una tela di Antiveduto Gramatica con la Vergine fra San Giacinto e Santa Caterina da Siena, riferita ai primissimi anni del Seicento; l’altare ha fusti di marmo rosso di Cottanello, una pietra delle cave sabine che compare in moltissime chiese romane del Seicento. La terza cappella è dedicata a San Giuseppe e raccoglie una pala sulla Sacra Famiglia, un Sogno di Giuseppe di Giovanni Odazzi e uno Sposalizio della Vergine di Lodovico Antonio David, oltre a una copia da Pompeo Batoni del Sacro Cuore di Gesù collocata negli anni Ottanta del Settecento.

Le cappelle del lato sinistro

La prima cappella a sinistra è dedicata alla Madonna del Carmine e ha come pala un dipinto di Cristoforo Roncalli con la Vergine che porge lo scapolare a san Simone Stock alla presenza del profeta Elia: è l’immagine fondativa della devozione carmelitana, che lega l’ordine alla figura veterotestamentaria di Elia sul monte Carmelo e alla consegna dello scapolare come segno di appartenenza. Dal primo Novecento vi si venera anche una scultura lignea della Madonna del Carmine con il Bambino, rivestita di abiti ricamati secondo un uso devozionale diffusissimo nelle chiese romane.

La seconda cappella a sinistra, dedicata all’Assunta e progettata da Girolamo Rainaldi, è la cappella che interessa più di ogni altra chi arriva qui per motivi di storia dell’arte: è la cappella Cherubini, quella per cui Caravaggio dipinse la Morte della Vergine. Al posto del quadro di Caravaggio si vede oggi una Morte della Vergine di Carlo Saraceni, dipinta sullo stesso soggetto in una versione dichiaratamente più rassicurante. La terza cappella a sinistra è dedicata al Crocifisso e conserva un crocifisso ligneo dipinto insieme a un gruppo marmoreo con San Giovanni della Croce di Pietro Papaleo, realizzato dopo la canonizzazione del santo carmelitano nel 1726.

Il transetto sinistro e l’immagine venerata

Nel braccio sinistro del transetto si trova la cappella che custodisce l’affresco della Madonna della Scala, inquadrato da quattro colonne corinzie in marmo rosso di Verona. Intorno all’altare si dispongono i monumenti funebri della famiglia Santacroce, fra cui un cenotafio riferito ad Alessandro Algardi e un sepolcro attribuito a Domenico Guidi: due nomi di primo piano della scultura barocca romana, che qui lavorano su una scala intima molto diversa dalle grandi imprese di San Pietro. È la cappella dove la chiesa torna a essere quello che era all’origine, cioè un santuario mariano di quartiere, e dove ancora oggi si trovano ex voto e segni di devozione popolare continuativa.

Il transetto destro e la reliquia di Santa Teresa d’Avila

Nel braccio destro del transetto si apre la cappella dedicata a Santa Teresa d’Avila, la riformatrice spagnola da cui nasce l’intero ramo scalzo del Carmelo. La struttura architettonica della cappella è riferita a Giovanni Paolo Pannini, con quattro colonne tortili in verde antico, e la pala con l’estasi della santa è opera di Francesco Mancini; gli altorilievi marmorei sono attribuiti a Michel-Ange Slodtz e a Filippo della Valle. Qui è conservata, dal 1617 secondo le fonti, la reliquia del piede destro di Santa Teresa, una delle reliquie teresiane più importanti fuori dalla Spagna. Chi conosce l’Estasi di Santa Teresa di Bernini nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria trova qui un confronto istruttivo: due chiese carmelitane romane, due modi opposti di rappresentare la stessa santa, uno teatrale e scenografico, l’altro più composto e devozionale.

La Morte della Vergine di Caravaggio: il quadro che i carmelitani rifiutarono

La Morte della Vergine di Caravaggio fu dipinta per la seconda cappella di sinistra della Chiesa di Santa Maria della Scala, fu rimossa dai Carmelitani Scalzi perché giudicata priva del decoro dovuto, e si trova oggi al Museo del Louvre di Parigi. È una tela enorme, circa 369 centimetri per 245, e il suo allontanamento da questa chiesa è uno degli episodi più documentati e più discussi della storia dell’arte italiana. Vale la pena raccontarlo con precisione, perché è una storia che circola in decine di versioni romanzate e che nei fatti è più interessante di qualunque aneddoto inventato.

La commissione: Laerzio Cherubini, 14 giugno 1601

Il committente non fu l’ordine carmelitano ma un privato: Laerzio Cherubini, giurista e avvocato concistoriale, che aveva il patronato della cappella dell’Assunta. Il contratto, conservato nell’Archivio di Stato di Roma fra gli atti dei notai dell’Auditor Camerae, porta la data del 14 giugno 1601, prevedeva un anticipo e fissava un termine di consegna di un anno, con l’obbligo per il pittore di sottoporre preventivamente uno schizzo. Caravaggio, come accadeva regolarmente nella sua carriera, non rispettò il termine: sulla data di esecuzione effettiva le ricostruzioni degli studiosi oscillano fra il 1602 e il 1606, e non c’è consenso pieno. Il punto storicamente fermo è un altro, ed è una lettera.

La lettera di Giulio Mancini del 14 ottobre 1606

La testimonianza più antica e più netta sul rifiuto è una lettera che il medico e conoscitore d’arte Giulio Mancini scrisse al fratello Deifebo il 14 ottobre 1606, nella quale segnalava la disponibilità sul mercato di una tavola d’altare con la morte della Madonna, destinata alla Madonna della Scala di Trastevere e fatta togliere dal frate scalzo perché giudicata sproporzionata quanto a lascivia e a decoro. È un documento privato, scritto da un contemporaneo bene informato a pochi mesi dai fatti, e per questo gli storici lo trattano come la fonte primaria dell’intera vicenda: da lì si ricava che il quadro era stato collocato in chiesa e poi rimosso, e che la decisione venne dai frati.

Che cosa non piacque, esattamente

Le fonti secentesche che raccontano il rifiuto convergono su un punto preciso: la Vergine non era rappresentata come una dormiente serena, avvolta di luce e trasfigurata, ma come un cadavere reale. Giovanni Baglione, nelle sue Vite del 1642, scrisse che Caravaggio aveva fatto la Madonna gonfia e con le gambe scoperte, e che per questo la tela fu tolta. Giovan Pietro Bellori, nel 1672, disse che fu rimossa per avervi troppo imitato una donna morta gonfia. Il corpo disteso, il braccio abbandonato, il colorito terreo, i piedi nudi fino alla caviglia in primo piano: in un’epoca in cui la mostra dei piedi nudi di una figura sacra femminile era già di per sé un elemento disturbante, l’insieme risultava per i committenti religiosi inaccettabile su un altare.

La questione della modella: che cosa dicono davvero le fonti

La versione più diffusa nella divulgazione racconta che Caravaggio avrebbe usato come modella il cadavere di una prostituta annegata nel Tevere. Qui serve precisione, perché la storia circola come se fosse un fatto documentato e documentata non è. Giulio Mancini, nelle sue biografie scritte anni dopo la lettera, afferma che il dipinto fu tolto perché nella persona della Madonna il pittore aveva ritratto una cortigiana: parla quindi di una donna riconoscibile, non di un cadavere ripescato dal fiume. La variante dell’annegata è un’aggiunta successiva, di cui non esiste riscontro nelle fonti secentesche più vicine ai fatti. Alcuni studi recenti hanno proposto l’identificazione della modella con Fillide Melandroni, cortigiana romana che Caravaggio ritrasse più volte, e hanno letto il rifiuto come reazione al riconoscimento pubblico di un volto noto sotto le vesti della Vergine, cosa che le norme post-tridentine sulle immagini sacre disapprovavano espressamente. Resta un’ipotesi, per quanto ben argomentata, e va presentata come tale.

Rubens, il duca di Mantova e l’esposizione pubblica del 1607

Il quadro rifiutato non finì in un magazzino. Pieter Paul Rubens, allora a Roma e al servizio di Vincenzo Gonzaga duca di Mantova, lo giudicò una delle opere migliori di Caravaggio e ne consigliò l’acquisto al duca, che procedette tramite il proprio inviato a Roma. Prima che la tela lasciasse la città, nell’aprile del 1607, fu esposta pubblicamente per alcuni giorni, e le fonti riportano che la richiesta di quell’esposizione venne dagli artisti romani, desiderosi di vedere un’opera di cui si parlava moltissimo e che era stata sottratta alla vista del pubblico. È un dettaglio importante, perché mostra che il giudizio degli specialisti e quello dei committenti religiosi erano nettamente divergenti: ciò che per i frati era indecoroso, per i pittori era un capolavoro da studiare.

Da Mantova a Parigi: tre secoli di passaggi

Il percorso successivo della tela è quello, tipico delle grandi collezioni europee, dei dissesti dinastici. Il collasso finanziario dei Gonzaga portò alla vendita di gran parte della raccolta mantovana a Carlo I d’Inghilterra negli anni Venti del Seicento; dopo l’esecuzione del re, nel 1649, la collezione reale inglese fu messa in vendita dal governo repubblicano, e la Morte della Vergine fu acquistata dal banchiere parigino Everhard Jabach, che a sua volta la cedette a Luigi XIV di Francia. Dalle collezioni reali francesi il quadro è poi confluito nel Louvre, dove si trova oggi. Chi vuole vedere il dipinto per cui questa cappella fu costruita deve quindi andare a Parigi: nella chiesa di Trastevere resta la cappella vuota del suo quadro, cosa che a ben vedere è essa stessa un pezzo di storia da guardare.

Carlo Saraceni e la pala di sostituzione

Al posto di Caravaggio, la cappella ricevette una Morte della Vergine dipinta da Carlo Saraceni, artista veneziano attivo a Roma e uno dei pittori più attenti alla lezione caravaggesca. Saraceni dipinse lo stesso soggetto in chiave rassicurante: una Vergine composta, trasfigurata, priva di ogni allusione alla corruzione fisica del corpo. Confrontare mentalmente le due versioni, quella che si vede qui e quella riprodotta in qualunque manuale, è il modo più diretto per capire che cosa fosse in gioco nella disputa sul decoro delle immagini sacre dopo il Concilio di Trento. Non era una questione di gusto: era una questione di che cosa si potesse mostrare a un fedele inginocchiato davanti a un altare.

Perché la storia conta più dell’aneddoto

Raccontata così, la vicenda della Morte della Vergine smette di essere l’ennesimo aneddoto sul pittore maledetto e diventa il caso di scuola su come funzionava il sistema dell’arte a Roma nel primo Seicento: un committente privato che ordina un’opera per la propria cappella, un ordine religioso che ha diritto di veto su ciò che sta sopra un altare della propria chiesa, un mercato internazionale pronto ad assorbire immediatamente ciò che la committenza ecclesiastica scarta, e una comunità di artisti che si mobilita per vedere un’opera prima che lasci la città. Tutti questi soggetti si incrociano dentro una cappella di Trastevere nell’arco di sei anni. Chi vuole prolungare il percorso caravaggesco a Roma trova gli altri due nuclei fondamentali nella Cappella Contarelli dentro la Chiesa di San Luigi dei Francesi e nella cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, entrambe con le tele ancora al loro posto.

Una curiosità sulla Chiesa di Santa Maria della Scala

La curiosità più utile riguarda proprio il nome, perché quasi tutti lo interpretano male. Non c’è nessuna scala monumentale, nessuna scalinata santa, nessun riferimento alla Scala Santa del Laterano, con cui la confusione è frequentissima fra chi cerca su una mappa. La scala del titolo è una scala di casa: una rampa esterna, di quelle che nella Roma di allora portavano al primo piano delle abitazioni popolari, e sotto la quale qualcuno aveva dipinto un’immagine della Madonna, come si faceva in centinaia di angoli della città.

Perché la confusione con la Scala Santa è così comune

Chi digita il nome su un motore di ricerca incontra quasi sempre anche la Scala Santa del complesso lateranense, che è un luogo completamente diverso, si trova all’altro capo della città, ha un’altra storia e un’altra devozione, legata alla scala che la tradizione vuole proveniente dal pretorio di Pilato. Le due cose non hanno nulla in comune se non la parola scala. Vale la pena saperlo prima di partire, perché ogni anno qualcuno arriva in piazza della Scala a Trastevere cercando la scala che si sale in ginocchio e resta perplesso davanti a una facciata barocca senza alcuna scalinata.

Una cosa che non ti dice nessuno sulla Chiesa di Santa Maria della Scala

Quello che quasi nessuna guida spiega è che la cappella di sinistra dove oggi si guarda il quadro di Carlo Saraceni non è una cappella qualsiasi con una pala seicentesca di buon livello: è il luogo fisico in cui si è consumato uno dei rifiuti più celebri della storia dell’arte occidentale, e il dipinto che la occupa è lì proprio in quanto sostituto. Saraceni non fu scelto per caso: dipinse una versione dello stesso identico soggetto, con lo stesso formato e la stessa destinazione, deliberatamente corretta rispetto a ciò che era stato giudicato inaccettabile.

Una chiesa che ha perso il suo pezzo più famoso e quasi nessuno lo sa

C’è un secondo aspetto che sfugge: la Chiesa di Santa Maria della Scala è probabilmente l’unica chiesa di Roma nota in tutto il mondo per un’opera che non contiene. Chiunque studi storia dell’arte incontra il nome di questa chiesa nella scheda di un quadro del Louvre, e moltissimi lo incontrano soltanto lì, senza mai realizzare che l’edificio esiste ancora, è aperto al culto, si trova in una piazza dove la sera si beve all’aperto e si può visitare gratuitamente. È un caso raro di luogo celebre per sottrazione, e capire questo aiuta anche a spiegare perché sia così poco frequentata rispetto alle chiese vicine.

Il consiglio che ti do per visitare la Chiesa di Santa Maria della Scala

Il consiglio pratico più importante è separare nettamente due cose che la maggior parte delle persone confonde: la chiesa e la Spezieria non sono lo stesso luogo, non hanno lo stesso ingresso e non hanno lo stesso regime di apertura. La chiesa è un luogo di culto ufficiato dai Carmelitani Scalzi e si visita liberamente, senza biglietto, negli orari di apertura al culto, con la consueta interruzione nelle ore centrali della giornata tipica delle chiese romane. La Spezieria storica è invece un ambiente del convento al piano superiore, non è un museo ad accesso libero e non si visita entrando in chiesa. Chi arriva pensando di vedere le due cose con un solo ingresso si trova regolarmente davanti a una porta chiusa.

Verificare gli orari prima di muoversi

Gli orari di apertura delle chiese romane officiate da comunità religiose cambiano con le stagioni, con il calendario liturgico e con la disponibilità dei frati, e non esiste un orario stabile che si possa riportare qui con certezza. La parrocchia dispone di un recapito telefonico e di un indirizzo di posta elettronica, e una telefonata o un messaggio il giorno prima è il modo più affidabile per sapere quando la chiesa sarà aperta e se ci sono celebrazioni in corso. Nei giorni di festa e nelle ore di messa l’accesso ai visitatori resta possibile ma la visita va condotta in silenzio e senza girare fra le cappelle durante la celebrazione: è una chiesa viva, non un museo.

Abbinarla al resto di Trastevere

Questa chiesa funziona benissimo come tappa dentro un percorso a piedi del rione e molto meno come meta isolata. L’itinerario che consiglio più spesso parte da ponte Sisto, tocca piazza Trilussa, risale a piazza Sant’Egidio con il Museo di Roma in Trastevere, entra in Santa Maria della Scala, prosegue verso la Basilica di Santa Maria in Trastevere e si chiude, per chi ha fiato, con la salita verso il Tempietto del Bramante e la Chiesa di San Pietro in Montorio. In tre ore si attraversa tutto il rione alto e si vede molto più di quanto vedano quasi tutti i visitatori che si fermano in piazza Santa Maria.

L’Antica Spezieria di Santa Maria della Scala: la farmacia dei papi

Al piano superiore del convento dei Carmelitani Scalzi, con ingresso da piazza della Scala 23, si conserva l’Antica Spezieria di Santa Maria della Scala, una delle farmacie storiche più antiche d’Europa, con arredi, vasi e strumentazione rimasti sostanzialmente invariati dal Settecento. È il motivo per cui molte persone arrivano fin qui, ed è anche il punto su cui è più facile sbagliare programma, perché non si tratta di un museo civico con orario fisso ma di un ambiente conventuale il cui accesso dipende dalla comunità religiosa e dagli operatori che organizzano le visite.

Che cos’è e da dove viene

La farmacia nasce nella seconda metà del Cinquecento come laboratorio interno del convento, destinato a curare i frati con i preparati ricavati dalle erbe coltivate dall’ordine, e si apre al pubblico verso la fine del Seicento, quando la sua fama si era già diffusa nella Roma delle corti cardinalizie. La consuetudine di rifornire la corte papale e le famiglie dell’aristocrazia romana le valse il soprannome di farmacia dei papi, con cui viene tuttora presentata. Fra i preparati che l’hanno resa celebre le fonti ricordano la teriaca, l’antidoto composito di origine antichissima che le farmacie europee hanno continuato a produrre fino in pieno Novecento, e l’acqua della Scala, un rimedio della casa impiegato per disturbi respiratori e dolori reumatici.

Fra Basilio della Concezione

La figura che più di ogni altra si lega alla storia della Spezieria è quella di fra Basilio della Concezione, carmelitano vissuto nel Settecento, la cui competenza nelle sostanze medicinali fu tale da giustificare l’apertura, nel convento, di un insegnamento aperto anche ai laici. Nella farmacia si conserva un dipinto che lo raffigura mentre insegna ai discepoli, e il suo nome resta associato ai rimedi che uscirono da questo laboratorio. È un aspetto della storia degli ordini religiosi che si tende a dimenticare: per secoli i conventi sono stati anche centri di produzione farmaceutica e di trasmissione del sapere erboristico, in un’epoca in cui la distinzione fra farmacia, botanica e medicina era molto meno netta di oggi.

Come si visita oggi: il punto da verificare prima di partire

Qui serve la massima chiarezza, perché è il dettaglio che fa perdere il viaggio. L’Antica Spezieria non si visita liberamente: l’accesso avviene su appuntamento e, di norma, attraverso visite guidate organizzate in date definite da associazioni culturali e guide abilitate, con prenotazione obbligatoria e un contributo di ingresso. A complicare le cose, la Spezieria storica ha attraversato un periodo di chiusura per lavori di restauro, avviato dopo l’autunno del 2024, durante il quale le visite sono state sospese e alcuni operatori hanno pubblicato sui propri siti l’avviso di chiusura. Non è possibile affermare con certezza, senza una verifica diretta, se e da quando le visite siano state riprese in modo regolare: prima di organizzare uno spostamento apposta, conviene contattare direttamente il convento ai recapiti della chiesa oppure l’organizzatore della visita, e chiedere conferma della data.

La farmacia al piano terra non è la Spezieria storica

Un equivoco molto comune, e la fonte principale delle delusioni, riguarda la farmacia commerciale attiva al piano terra dello stesso complesso. Dopo la cessazione dell’attività galenica dei frati, avvenuta secondo le fonti a metà degli anni Cinquanta del Novecento, l’esercizio farmaceutico si è trasferito al piano stradale ed è passato in gestione privata: è una farmacia funzionante, con i suoi orari commerciali, e chi ci entra trova un negozio, non l’ambiente settecentesco con gli scaffali intagliati, i vasi di maiolica e gli alambicchi. Diverse schede turistiche riportano come orari della Spezieria quelli dell’esercizio commerciale al piano terra, ed è proprio da quella sovrapposizione che nasce gran parte degli arrivi a vuoto. La regola da tenere a mente è semplice: piano terra uguale farmacia moderna ad accesso libero, piano superiore uguale Spezieria storica solo su appuntamento.

Una scheda dedicata sul sito

Poiché la Spezieria è un ambiente autonomo con una storia e un regime di visita propri, sul sito esiste già una scheda dedicata soltanto a essa, con il dettaglio degli ambienti, dei preparati e delle figure che vi hanno lavorato: chi è interessato soprattutto alla farmacia storica trova là il quadro completo e può usare questa pagina per la chiesa e il contesto, senza dover cercare le due cose in un solo testo. La scheda dedicata è quella dell’Antica Spezieria di Santa Maria alla Scala.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Nel 1849, durante i mesi della Repubblica Romana, la Chiesa di Santa Maria della Scala e il convento annesso furono adibiti a ospedale per i feriti della difesa di Roma contro il corpo di spedizione francese. È un fatto riportato da tutte le fonti locali e sostanzialmente assente dalle guide generaliste, che di questa chiesa raccontano quasi soltanto la vicenda caravaggesca.

I feriti del Gianicolo curati qui

La geografia spiega tutto: i combattimenti più duri della difesa repubblicana si svolsero sulle alture del Gianicolo e lungo le mura gianicolensi, cioè immediatamente sopra Trastevere, e i feriti venivano portati a valle nelle strutture disponibili più vicine. Conventi e chiese del rione divennero ospedali di emergenza nell’arco di poche ore, in un’organizzazione sanitaria improvvisata a cui parteciparono anche donne volontarie del quartiere. Qui, secondo le fonti locali, morirono alcuni fra i nomi più ricordati di quella stagione, fra cui Andrea Aguyar, il combattente di origine sudamericana che militava fra i garibaldini, e secondo altre ricostruzioni anche l’ufficiale lombardo Luciano Manara, caduto nei combattimenti finali di fine giugno. Chi vuole ricostruire per intero quella stagione trova il quadro d’insieme al Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina, sul Gianicolo, a una ventina di minuti di salita da piazza della Scala.

La foto giusta da fare alla Chiesa di Santa Maria della Scala

La foto che restituisce meglio questa chiesa non è quella frontale della facciata, che in piazza della Scala non si riesce quasi mai a inquadrare per intero perché lo spazio davanti è troppo stretto, ma quella in diagonale dall’imbocco di via della Scala, che permette di far entrare nello stesso fotogramma il fronte in travertino e il taglio del vicolo. È l’immagine che racconta la condizione reale di questo edificio: una chiesa monumentale incastrata in un tessuto urbano minuto, senza il respiro prospettico che le chiese romane di rappresentanza hanno quasi sempre.

Dentro: il ciborio dell’altare maggiore

All’interno il soggetto più fotogenico è il ciborio in alabastro e bronzo dorato dell’altare maggiore, che con la sua corona di colonnine sottili si presta a una inquadratura frontale stretta. La difficoltà è la luce: l’interno è scuro e il flash è quasi sempre vietato, oltre che inutile su superfici lucide. Chi vuole un buon risultato deve appoggiare la macchina o il telefono su un piano stabile, alzare la sensibilità e accettare tempi lunghi, evitando qualunque attrezzatura ingombrante. Prima di fotografare conviene comunque verificare sul posto se ci sono divieti esposti e non fotografare mai durante le celebrazioni.

La cappella vuota del Caravaggio

C’è infine uno scatto concettuale che vale più di molti altri: la seconda cappella di sinistra ripresa nel suo insieme, con la pala di Saraceni al posto del quadro rimosso. Non è una foto spettacolare, ma è l’unica immagine che si possa portare a casa da questa chiesa che racconti davvero la sua storia più importante, cioè l’assenza. Chi accompagna la foto con la spiegazione di che cosa quella cappella conteneva e di dove sia finito il dipinto ottiene, da un’immagine modesta, un racconto che nessuna inquadratura della facciata potrebbe dare.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia della Chiesa di Santa Maria della Scala si concentra in pochi episodi molto densi, distribuiti su poco più di due secoli e mezzo, a cui si aggiunge la parentesi risorgimentale dell’Ottocento. Metterli in fila aiuta a capire come un’edicola di strada sia diventata in pochi anni una delle chiese più discusse d’Europa.

Il Seicento e il Settecento: gli arredi, la reliquia, l’incoronazione

Il resto del Seicento è la stagione della costruzione dell’immagine pubblica della chiesa: la facciata si completa nel 1624, la statua di Francesco di Cusart arriva nel 1633, l’immagine mariana riceve l’incoronazione da parte del Capitolo Vaticano a metà secolo, il ciborio di Carlo Rainaldi viene realizzato intorno al 1650 e nel 1664 papa Alessandro VII eleva la chiesa a sede di un titolo cardinalizio. Il Settecento porta il rifacimento del pavimento nel 1739, le cantorie del 1756, la cappella di Santa Teresa e il gruppo scultoreo di San Giovanni della Croce eseguito dopo la canonizzazione del 1726. La reliquia del piede destro di Santa Teresa d’Avila risulta presente in chiesa già dal 1617.

Chi è passato dalla Chiesa di Santa Maria della Scala

Da questa chiesa sono passati, in poco più di quattro secoli, personaggi che appartengono a storie diversissime fra loro: pittori, papi, architetti, farmacisti conventuali, combattenti risorgimentali e generazioni di abitanti del rione. Ricostruire l’elenco aiuta a capire quanto un edificio apparentemente minore possa essere stato attraversato da linee di storia molto ampie.

Caravaggio, Rubens e Saraceni

Il nome più pesante è ovviamente quello di Michelangelo Merisi da Caravaggio, che per questa cappella lavorò e da questa cappella fu respinto. Accanto a lui va messo Pieter Paul Rubens, che a Roma in quegli anni lavorava per la corte di Mantova e che con il proprio giudizio determinò il destino del dipinto rifiutato. E va messo Carlo Saraceni, il pittore veneziano chiamato a rimediare, che si trovò nella posizione scomodissima di dover dipingere lo stesso soggetto sapendo esattamente che cosa non doveva fare. Tre traiettorie che si incrociano in una cappella di quattro metri per cinque.

Gli artisti che hanno lavorato qui

L’elenco degli artisti che hanno lasciato un’opera in questa chiesa è lungo e attraversa un secolo e mezzo: Gerrit van Honthorst, il maestro olandese della luce artificiale che i romani ribattezzarono Gherardo delle Notti; Antiveduto Gramatica, pittore legato alla prima cerchia caravaggesca; Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio; gli architetti Francesco da Volterra, Girolamo Rainaldi e Carlo Rainaldi; gli scultori Alessandro Algardi, Domenico Guidi, Pietro Papaleo e Francesco di Cusart; e nel Settecento Francesco Mancini, Giuseppe Peroni, Giovanni Odazzi, Michel-Ange Slodtz e Filippo della Valle. Molti di questi nomi si ritrovano nelle grandi imprese barocche della città, da Piazza Navona alle basiliche maggiori, ma qui lavorano in scala ridotta, su commissioni di famiglie e di ordini religiosi.

I combattenti del 1849 e gli abitanti del rione

Nel giugno del 1849 attraversarono queste porte i feriti della difesa del Gianicolo, i medici e le volontarie che li assistettero, e alcuni degli uomini che di quella difesa sono diventati il simbolo. Ma la categoria di visitatori più numerosa, in quattro secoli, resta quella meno documentata: gli abitanti di Trastevere che sono venuti a pregare davanti all’immagine della Madonna della Scala, hanno lasciato ex voto, si sono sposati e sono stati sepolti sotto le lapidi del pavimento. Una chiesa di quartiere resta prima di tutto questo, anche quando la storia dell’arte la ricorda per un quadro andato a Parigi.

Che cosa vedere intorno alla chiesa

Le altre chiese di Trastevere

A pochi minuti a piedi si trovano alcune delle chiese più importanti di Roma: la Basilica di Santa Maria in Trastevere, con i mosaici absidali medievali e il fronte dorato; la Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, con la scultura di Stefano Maderno e i sotterranei; la Chiesa di San Francesco a Ripa, con la Beata Ludovica Albertoni di Bernini; e la piccola Chiesa di Sant’Agata in Trastevere. Un percorso che tocchi anche solo tre di queste chiese in mezza giornata dà del rione un’idea molto più completa di qualunque passeggiata fra i vicoli.

Ville, orti e panorami

Risalendo verso Porta Settimiana si arriva in pochi minuti alla Villa Farnesina con gli affreschi di Raffaello e della sua bottega, e all’Orto Botanico di Roma, che occupa il pendio del Gianicolo alle spalle del rione. Salendo ancora si raggiungono il Tempietto del Bramante e il piazzale del Gianicolo, che offre il panorama più ampio sulla città storica.

Domande frequenti sulla Chiesa di Santa Maria della Scala

Dove si trova la Chiesa di Santa Maria della Scala?

La Chiesa di Santa Maria della Scala si trova in piazza della Scala 23, nel rione Trastevere a Roma, lungo via della Scala fra piazza Sant’Egidio e Porta Settimiana. Si raggiunge a piedi in tre o quattro minuti da piazza Santa Maria in Trastevere e in cinque minuti da ponte Sisto, mentre in auto la zona è a traffico limitato e priva di parcheggi.

Si paga il biglietto per entrare nella Chiesa di Santa Maria della Scala?

L’ingresso alla Chiesa di Santa Maria della Scala è gratuito, come in quasi tutte le chiese di Roma aperte al culto. Il biglietto serve invece per le visite guidate all’Antica Spezieria al piano superiore del convento, che sono a pagamento, su prenotazione e organizzate in date definite, con un contributo di ingresso che varia a seconda dell’operatore.

C’è ancora il Caravaggio nella Chiesa di Santa Maria della Scala?

No, nella Chiesa di Santa Maria della Scala il Caravaggio non c’è più: la Morte della Vergine, dipinta per la seconda cappella di sinistra su commissione di Laerzio Cherubini, fu rimossa dai Carmelitani Scalzi nel 1606 e si trova oggi al Museo del Louvre di Parigi. Al suo posto si vede una Morte della Vergine di Carlo Saraceni, dipinta come sostituzione sullo stesso soggetto.

Perché i carmelitani rifiutarono la Morte della Vergine di Caravaggio?

I Carmelitani Scalzi di Santa Maria della Scala rifiutarono la Morte della Vergine perché la giudicarono priva del decoro dovuto a un’immagine d’altare. Le fonti secentesche parlano di una Madonna gonfia, con le gambe e i piedi scoperti, dipinta come un cadavere reale; Giulio Mancini aggiunse che il pittore avrebbe usato come modella una cortigiana riconoscibile, particolare che la letteratura successiva ha ampliato senza riscontri documentari.

Si può visitare l’Antica Spezieria di Santa Maria della Scala?

L’Antica Spezieria di Santa Maria della Scala si visita soltanto su appuntamento, tramite visite guidate a pagamento organizzate in date definite, e non entrando in chiesa. La farmacia storica ha inoltre attraversato un periodo di chiusura per restauro a partire dall’autunno del 2024: prima di programmare la visita occorre chiedere conferma al convento o all’organizzatore, perché le date non sono continuative.

Quanto tempo serve per visitare la Chiesa di Santa Maria della Scala?

Per visitare la Chiesa di Santa Maria della Scala bastano dai venti ai quaranta minuti, sufficienti per le sei cappelle laterali, le due cappelle del transetto e il presbiterio con il ciborio in alabastro. Chi aggiunge la visita guidata all’Antica Spezieria deve calcolare circa novanta minuti in più, che è la durata dichiarata dagli organizzatori delle visite.

La Chiesa di Santa Maria della Scala è adatta ai bambini?

La Chiesa di Santa Maria della Scala è adatta ai bambini per una visita breve, perché è di dimensioni contenute, si percorre in pochi minuti e non richiede code né percorsi faticosi. Trattandosi di un luogo di culto ufficiato, va chiesto ai più piccoli di restare in silenzio, soprattutto durante le celebrazioni; la vicina piazza Santa Maria in Trastevere offre poi uno spazio aperto dove fare una pausa.

Si possono fare foto dentro la Chiesa di Santa Maria della Scala?

Nella Chiesa di Santa Maria della Scala le fotografie senza flash e senza treppiede sono di norma tollerate come in gran parte delle chiese romane, ma non esiste una regola uniforme e la decisione spetta alla comunità religiosa. Conviene controllare i cartelli all’ingresso, evitare del tutto di fotografare durante le messe e chiedere ai frati in caso di dubbio.

Che differenza c’è fra Santa Maria della Scala e Santa Maria in Trastevere?

Santa Maria della Scala e Santa Maria in Trastevere sono due chiese diverse a tre minuti di distanza: la prima è una chiesa carmelitana tardocinquecentesca con interno barocco, nata da un’immagine miracolosa; la seconda è una basilica di origine paleocristiana, ricostruita nel XII secolo, celebre per i mosaici absidali medievali e per il grande mosaico di facciata.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

La Chiesa di Santa Maria della Scala rende al massimo come tappa di un percorso trasteverino e non come meta isolata di una mattinata: è piccola, gratuita, si visita in mezz’ora e sta esattamente sulla linea che collega ponte Sisto a Porta Settimiana e al Gianicolo. Chi ha poco tempo a Roma la inserisca fra la basilica di Santa Maria in Trastevere e la salita verso il Tempietto del Bramante; chi ha più tempo la usi come punto di partenza per capire, prima di andare altrove, che cosa significasse dipingere per un altare romano nel primo Seicento.

Chi costruisce un itinerario più ampio fra Trastevere, il Gianicolo e il centro storico, incrociando questa tappa con le altre soste del rione e con le chiese caravaggesche della città, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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IndirizzoVicolo della Scala Roma Roma Città 00120

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