Oasi naturale Saline di Tarquinia
In breve. L’Oasi naturale Saline di Tarquinia è una riserva naturale statale di circa 170 ettari distesa sul litorale tirrenico del Comune di Tarquinia, in provincia di Viterbo, nel Lazio settentrionale.
L’Oasi naturale Saline di Tarquinia è una riserva naturale statale di circa 170 ettari distesa sul litorale tirrenico del Comune di Tarquinia, in provincia di Viterbo, nel Lazio settentrionale. Il nome ufficiale con cui compare negli atti è Riserva naturale statale Saline di Tarquinia, codice EUAP0085 nell’elenco delle aree naturali protette italiane, e l’atto che la fa nascere è un decreto del Ministero dell’agricoltura e delle foreste datato 25 gennaio 1980, che la istituisce come riserva naturale di popolamento animale in ragione della sua importanza per l’avifauna migratoria e stanziale ai sensi della convenzione di Ramsar sulle zone umide. La gestione, inizialmente affidata al Corpo forestale dello Stato, risulta oggi in capo al Raggruppamento Carabinieri Biodiversità del Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri, e in particolare al Reparto Carabinieri Biodiversità di Roma. Dal 1995 l’area è riconosciuta come sito di interesse comunitario e dal 2017 anche come zona di protezione speciale della rete Natura 2000.
La cosa che conviene mettere in chiaro subito, prima di qualunque altra considerazione, riguarda la natura del luogo: non si tratta di un parco cittadino con cancello e biglietteria, e nemmeno di una spiaggia attrezzata. Si tratta di una riserva statale a protezione elevata, dove l’accesso risulta regolamentato e le visite si svolgono su autorizzazione preventiva dell’ente gestore, compatibilmente con la finalità prioritaria di tutela delle specie e degli habitat. Chi arriva pensando di parcheggiare e infilarsi fra le vasche a fotografare i fenicotteri parte con il piede sbagliato. Chi invece si organizza per tempo, oppure si accontenta di leggere il paesaggio dal margine, dal litorale demaniale e dalla strada che corre verso Bagni di Sant’Agostino, porta a casa una delle esperienze naturalistiche più intense di tutto il litorale a nord di Roma.
Il secondo elemento da fissare riguarda la storia. Queste vasche non sono un ambiente naturale primordiale: sono un impianto industriale costruito dall’uomo. I lavori iniziarono nel 1802, quando lo Stato Pontificio decise di individuare un sito adatto a produrre il sale necessario al fabbisogno di Roma in sostituzione delle saline di Ostia, che si erano progressivamente allontanate dalla linea di costa. La produzione del sale si è ridotta gradualmente nel corso del Novecento fino a cessare definitivamente nel 1997. Da quel momento le vasche non lavorano più il sale, ma continuano a funzionare come zona umida ad altissima salinità, e proprio quella salinità anomala fa di questo fazzoletto di costa un ambiente raro in Italia e frequentatissimo dagli uccelli.
Dove si trova Oasi naturale Saline di Tarquinia e come ci si arriva davvero
Il perimetro della riserva si allunga parallelo al mare nella fascia costiera del Comune di Tarquinia, fra la zona del Lido di Tarquinia a nord ovest e la località di Sant’Agostino a sud est. È una striscia bassa, pianeggiante, salmastra, chiusa fra la battigia e la campagna della Maremma laziale, con la duna che fa da diaframma verso il mare e le vasche rettangolari che si susseguono verso l’interno. Chi guarda una carta si accorge subito che il disegno del terreno è geometrico, regolare, artificiale: la geometria appartiene all’impianto salifero ottocentesco, la vita che la riempie appartiene invece alla natura che si è ripresa lo spazio.
Chi arriva in automobile da sud percorre l’autostrada A12 Roma Civitavecchia e prosegue verso nord fino all’uscita di Tarquinia, oppure segue la Strada statale 1 Via Aurelia, che corre parallela alla costa e serve tutti i centri del litorale etrusco. Dall’uscita si scende verso il mare seguendo le indicazioni per Porto Clementino, sulla Strada provinciale 44, la strada che collega la parte alta di Tarquinia al suo litorale e che passa a ridosso dell’area della riserva. Chi arriva da nord, dalla direzione di Montalto di Castro e della Maremma, percorre la stessa Aurelia in senso inverso. La strada litoranea che collega il Lido di Tarquinia a Sant’Agostino costeggia il margine della riserva: da lì si vede molto, e si vede gratis, senza bisogno di alcuna autorizzazione, perché la strada pubblica e l’arenile demaniale restano fuori dal perimetro chiuso.
Il treno rappresenta un’alternativa ragionevole per chi non vuole guidare. La linea ferroviaria tirrenica che da Roma sale verso Grosseto e Pisa serve il litorale con fermate nei centri della costa, e la stazione che porta il nome di Tarquinia si trova nella zona bassa, verso il mare, non nel centro storico arroccato sul pianoro. Da lì al margine dell’area protetta il tragitto resta breve, ma va coperto con un mezzo o a piedi lungo la viabilità costiera, perché non esiste un servizio urbano pensato per portare i visitatori alla riserva. Chi si muove con i mezzi pubblici deve mettere in conto questa ultima porzione di percorso e organizzarla in anticipo, soprattutto fuori stagione, quando le corse si diradano.
Che cosa è davvero Oasi naturale Saline di Tarquinia: una riserva statale, non un parco attrezzato
La formula giuridica esatta merita attenzione, perché spiega tutto il resto. Il decreto del 1980 istituisce una riserva naturale di popolamento animale: una categoria pensata per proteggere non un paesaggio da guardare, ma una popolazione di animali che ha bisogno di quel luogo per sopravvivere. La differenza rispetto a un parco regionale organizzato per la fruizione è sostanziale. In un parco attrezzato la presenza dei visitatori fa parte del progetto e viene incanalata in sentieri, centri visita, pannelli, punti di ristoro. In una riserva di popolamento animale la presenza umana è una variabile da contenere, e ogni apertura viene valutata in base alla compatibilità con la nidificazione, la sosta migratoria e lo svernamento delle specie che ci vivono.
Il territorio protetto misura circa 170 ettari, una superficie che nella scala delle aree protette italiane risulta piccola. Questa piccolezza è insieme il limite e il punto di forza del luogo: limite perché la ridotta estensione comprime la diversità di anfibi, rettili, mammiferi e pesci, che restano poco numerosi in confronto ad aree protette più grandi; punto di forza perché la concentrazione di uccelli su una superficie tanto contenuta produce densità di osservazione che altrove richiederebbero chilometri di cammino. Su questi 170 ettari sono state censite circa 220 specie di uccelli, fra migratori e stanziali. È un numero che vale la pena rileggere con calma: duecentoventi specie su una superficie inferiore a due chilometri quadrati.
Dentro il perimetro convivono ambienti diversi che si toccano nel giro di poche centinaia di metri. Ci sono le vasche vere e proprie, bacini poco profondi di acqua iperalina, cioè con concentrazione salina superiore a quella del mare aperto, eredità diretta del ciclo produttivo del sale. Ci sono i canali e i chiari che mettono in comunicazione le vasche fra loro e con il mare, con acque a salinità variabile. Ci sono gli argini di terra battuta che separano un bacino dall’altro e che ospitano una vegetazione tutta particolare, adattata a un suolo dove il sale affiora. C’è la fascia dunale che chiude verso il mare, con la sua sequenza classica di specie psammofile. Ci sono lembi di canneto e, nella parte interna, filari e nuclei arborei con pini, pioppi e tamerici. Il sito ospita sette habitat tutelati dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea, fra cui le lagune costiere e le formazioni di vegetazione alofila, cioè amante del sale.
Le vasche, il litorale e la duna: che cosa è pubblico e che cosa non lo è
Qui serve precisione, perché l’equivoco è frequente e produce delusioni evitabili. L’arenile marittimo italiano è demanio pubblico: la spiaggia, in quanto tale, resta accessibile, e il litorale che corre davanti alla riserva non fa eccezione. Camminare sulla battigia, guardare il mare, prendere il sole sulla sabbia del litorale tarquiniese sono attività che nessuno vieta. Diverso è il discorso per l’interno del perimetro protetto, cioè per le vasche, gli argini, i canali e le aree di nidificazione: quella porzione non è liberamente accessibile e l’ingresso avviene su autorizzazione.
Le modalità con cui l’ente gestore consente le visite risultano orientate a gruppi organizzati e scolaresche, con richiesta preventiva rivolta al Reparto Carabinieri Biodiversità di Roma, e la concessione viene valutata caso per caso in funzione della compatibilità con le esigenze di tutela. Non esistono, a quanto risulta dalle fonti dell’ente gestore, un orario di apertura pubblicato, una tariffa di ingresso o un calendario fisso di visite guidate consultabile come si consulta quello di un museo. Chiunque affermi il contrario sta aggiungendo informazioni che le fonti ufficiali non contengono. La strada corretta consiste nel contattare in anticipo il reparto competente e formulare la richiesta, mettendo in conto tempi di risposta e la possibilità che nei periodi più delicati per la fauna la risposta sia negativa.
La duna costiera merita un capitolo a sé e una raccomandazione precisa. La vegetazione dunale è fragilissima: il giglio di mare, la gramigna delle spiagge, lo sparto pungente, il vilucchio marittimo e il ravastrello costruiscono con le loro radici la stabilità del cordone sabbioso, e il calpestio ripetuto le distrugge in una stagione. Camminare sulla duna, anche fuori dal perimetro protetto, significa smontare pezzo per pezzo la difesa naturale della costa. Sulla stessa sabbia nidifica il fratino, un piccolo limicolo che depone le uova direttamente in una conca del terreno, senza nido costruito, con una colorazione talmente mimetica che le uova diventano invisibili anche a pochi passi. Chi passeggia sulla battigia e non sul secco, e tiene il cane al guinzaglio, riduce enormemente il rischio di fare danni senza accorgersene.

Una curiosità sull'Oasi naturale Saline di Tarquinia
La curiosità più bella riguarda il colore. Nelle giornate giuste alcune vasche assumono tonalità che vanno dal rosa pallido al rossastro, e la spiegazione non ha nulla a che vedere con la luce del tramonto o con un effetto ottico. Il colore arriva da un organismo vivente: una microalga verde chiamata Dunaliella salina, censita fra le specie presenti nella riserva, capace di prosperare in acque con concentrazioni saline che ucciderebbero quasi qualunque altra forma di vita. Quando la salinità aumenta e la luce si fa intensa, questa alga produce grandi quantità di carotenoidi, pigmenti arancio rossi che le servono da protezione contro l’eccesso di radiazione. Il risultato, visto da fuori, è un bacino che vira al rosa.
La storia però non finisce lì, e la seconda parte è quella che rende la faccenda davvero elegante. In quelle stesse acque vive Artemia salina, un piccolo crostaceo branchiopodo anch’esso presente nell’elenco delle specie della riserva, che si nutre delle microalghe e accumula nei propri tessuti i carotenoidi che quelle producono. I fenicotteri filtrano l’acqua e mangiano i crostacei, e i carotenoidi passano nelle loro penne. Il rosa del fenicottero, in altre parole, viene dall’alga attraverso il crostaceo. Un fenicottero alimentato con una dieta priva di questi pigmenti diventerebbe bianco sporco. Il colore che tutti associano a questo uccello è il prodotto finale di una catena alimentare che comincia con un organismo microscopico in una vasca ipersalina.
Una seconda curiosità, meno colorata ma altrettanto significativa, riguarda un pesce minuscolo. Nelle acque della riserva vive Aphanius fasciatus, conosciuto con il nome comune di nono, un ciprinodontide che raramente supera i cinque o sei centimetri e che tollera variazioni di salinità impressionanti, passando senza problemi da acque quasi dolci ad acque più salate del mare. È una specie di interesse conservazionistico proprio perché legata a questi ambienti di transizione, che in Italia si sono ridotti drasticamente. Il maschio, in periodo riproduttivo, mostra una livrea a bande verticali scure su fondo chiaro che ne rende immediato il riconoscimento. Chi guarda una vasca vede un’acqua apparentemente vuota; sotto la superficie si muove una popolazione che pochi altri ambienti italiani possono ospitare.
La fauna delle Saline: gli uccelli, i pesci, gli anfibi, i rettili e i mammiferi
Il censimento parla di circa 220 specie di uccelli fra migratrici e stanziali, e l’elenco delle specie nidificanti da solo supera abbondantemente le quaranta voci. Fra queste compaiono l’airone guardabuoi, l’averla capirossa, l’avocetta, il balestruccio, il barbagianni, la calandrella, la cannaiola, il cannareccione, il cardellino, il cavaliere d’Italia, la cinciallegra, la cinciarella, il codibugnolo, la cornacchia grigia, il corriere piccolo, il cigno reale, il cuculo, la cutrettola, il fagiano comune, il fenicottero, la folaga, il fratino, il fringuello, la gallinella d’acqua, la garzetta, la gazza, il germano reale, il gruccione, la nitticora, la passera d’Italia, la passera mattugia, il pendolino, il picchio verde, il rampichino, la rondine, il rondone, la sterna comune, lo strillozzo, la taccola, il tarabusino, la tortora dal collare, il tuffetto, l’upupa comune, l’usignolo comune, il verzellino e la volpoca.
Vale la pena soffermarsi su alcune di queste presenze, perché un elenco di nomi dice poco a chi non frequenta il birdwatching. Il cavaliere d’Italia è un trampoliere bianco e nero dalle zampe rosse lunghissime, sproporzionate rispetto al corpo, che cammina nell’acqua bassa con un’eleganza che sembra studiata; è forse l’uccello più fotografato di queste vasche dopo il fenicottero. L’avocetta, altro trampoliere bianco e nero, si riconosce dal becco sottile ricurvo verso l’alto, che usa muovendolo lateralmente nell’acqua come una falce per catturare piccoli invertebrati. La volpoca è un’anatra grande, bianca con testa verde scuro e una fascia castana sul petto, tipicamente legata agli ambienti salmastri costieri e tutt’altro che comune sul resto del litorale.
Oltre alle specie nidificanti, la riserva ospita un flusso di presenze legate alla migrazione e allo svernamento. Fra gli ardeidi si osservano l’airone bianco maggiore, l’airone cenerino e l’airone rosso. Compare il cormorano comune. Fra gli anseriformi sono documentati l’alzavola, la canapiglia, il codone, il fischione, il mestolone e il moriglione, cioè buona parte delle anatre di superficie e tuffatrici che svernano nelle zone umide italiane. Fra i rapaci risultano il falco di palude, il falco pescatore, il falco pellegrino, il gufo di palude, il nibbio reale e il nibbio bruno: una presenza di predatori che da sola segnala la ricchezza della base alimentare, perché i rapaci si fermano dove c’è di che mangiare.
I laridi sono rappresentati dal beccapesci, dal gabbiano reale mediterraneo, dal gabbiano corso, dal gabbiano comune, dal gabbiano roseo e dal gabbiano corallino. I limicoli, cioè i piccoli e medi trampolieri che sondano il fango con il becco, comprendono il chiurlo, il corriere grosso, la pettegola, il piovanello, il piviere dorato e la pivieressa. È proprio questo gruppo a rendere le vasche irrinunciabili durante i passi migratori: i limicoli hanno bisogno di acque bassissime e fondali fangosi esposti, condizioni che le vasche di una salina riproducono meglio di qualunque altro ambiente costiero.
Il fenicottero merita il paragrafo che tutti aspettano. La specie citata nelle fonti sulla riserva è il fenicottero rosa, presente nelle vasche in numeri variabili da stagione a stagione. La sua espansione nel Mediterraneo occidentale negli ultimi decenni ha portato questi uccelli a frequentare regolarmente zone umide dove un tempo comparivano solo di rado, e le saline dismesse sono fra i loro ambienti preferiti proprio per la combinazione di acque basse, alta salinità e abbondanza di crostacei. Vedere un gruppo di fenicotteri in controluce sopra una vasca del litorale laziale è un’esperienza che pochi associano al Lazio e che invece qui risulta possibile.
Per le specie ittiche l’elenco censito comprende il già citato nono, Aphanius fasciatus, il cefalo comune, Mugil cephalus, e il cefalo bosega, Chelon labrosus. Le vecchie descrizioni del sito citavano anche l’anguilla fra le presenze delle vasche: il dato compare nella tradizione descrittiva locale, mentre l’elenco faunistico di riferimento più recente non la include, e conviene quindi trattarlo come una presenza riportata e non come un dato censito. Il punto interessante resta comunque il numero ridotto di specie ittiche: la salinità elevata funziona da filtro durissimo, e pochissimi pesci la superano.
Gli anfibi censiti comprendono il tritone punteggiato meridionale, Lissotriton vulgaris meridionalis, il tritone crestato italiano, Triturus carnifex, il rospo comune, Bufo bufo, il rospo smeraldino italiano, Bufotes balearicus, la rana verde italiana, Pelophylax hispanicus, e la raganella italiana, Hyla intermedia. La loro presenza dipende dalle porzioni a minore salinità, perché la pelle permeabile degli anfibi non tollera le acque troppo saline.
Fra i rettili l’elenco è più ricco di quanto ci si aspetti in un ambiente tanto specializzato: biacco, cervone, geco comune, geco verrucoso, lucertola campestre, luscengola, natrice dal collare, natrice tassellata, ramarro occidentale, saettone comune, testuggine di Hermann, testuggine palustre europea e vipera comune. Vale la pena segnalare due presenze di rilievo conservazionistico: la testuggine di Hermann, terrestre, e la testuggine palustre europea, legata alle acque dolci e salmastre, entrambe specie in declino in gran parte dell’areale italiano. Il cervone, il serpente più grande d’Europa fra quelli non velenosi, è innocuo e di indole tranquilla.
I mammiferi censiti comprendono l’arvicola di Savi, l’arvicola terrestre, la crocidura minore, la crocidura ventrebianco, la donnola, la faina, l’istrice, la lepre italica, il molosso di Cestoni, il mustiolo, il pipistrello albolimbato, il pipistrello di Savi, il ratto bruno, il riccio europeo, lo scoiattolo comune, la talpa romana, il tasso, il topo domestico, il topo selvatico, il toporagno appenninico, il vespertilio di Capaccini, il vespertilio di Natterer e la volpe. Due nomi meritano un cenno: il mustiolo è il più piccolo mammifero del mondo per massa corporea, un insettivoro che pesa meno di due grammi; la lepre italica è una specie endemica dell’Italia centro meridionale e della Sicilia, distinta dalla lepre europea e di interesse conservazionistico elevato.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Oasi naturale Saline di Tarquinia
La cosa che quasi nessuna descrizione turistica racconta riguarda le mani che hanno scavato queste vasche. La manodopera impiegata nella costruzione della salina, nella prima fase dei lavori, proveniva in larga parte dal carcere di Porto Clementino. L’edificio in questione era nato per altro: sotto il pontificato di Benedetto XIV il magazzino destinato all’immagazzinamento delle granaglie venne convertito in carcere, e da quella struttura arrivò gran parte della forza lavoro che aprì i bacini, sistemò gli argini e mise in funzione il ciclo produttivo del sale. Quando si cammina lungo il margine di questa zona umida e si guarda la regolarità dei rettangoli d’acqua, conviene ricordare che quella geometria è stata prodotta in condizioni che oggi definiremmo di lavoro forzato.
La seconda parte della storia è meno cupa e anche meno nota. A partire dal 1876 la manodopera carceraria venne sostituita da lavoratori civili, e accanto alle vasche venne costruito un piccolo insediamento per ospitarli. Non si trattò di baracche provvisorie: l’insediamento, una volta completato, disponeva di una scuola, di un edificio per il dopolavoro, di un serbatoio idrico, di una chiesa e di una caserma delle guardie doganali. In altre parole, sul litorale di Tarquinia è esistito per decenni un vero e proprio villaggio del sale, con la sua struttura sociale, i suoi bambini che andavano a scuola lì, il suo luogo di culto e il suo presidio fiscale, perché il sale era merce di monopolio e andava sorvegliato.
C’è poi un elemento di lunghissimo periodo che raramente compare nelle descrizioni. L’estrazione del sale in questa zona non comincia nel 1802: le fonti dell’ente gestore indicano che l’attività doveva avvenire già in epoca villanoviana e sarebbe proseguita sotto gli Etruschi e i Romani. Non parliamo degli stessi impianti, evidentemente, ma della stessa vocazione del luogo, sfruttata con tecniche diverse per quasi tre millenni. La costa bassa, la laguna, il sole forte e il vento costante fanno di questo tratto di litorale un posto dove il sale si ottiene con poco lavoro di scavo e molto lavoro di pazienza. Gli Etruschi di Tarquinia, che avevano nel vicino approdo di Gravisca il loro sbocco commerciale sul Tirreno, disponevano di una risorsa che valeva quanto il metallo.
Il consiglio che ti do per visitare l'Oasi naturale Saline di Tarquinia
Il consiglio numero uno riguarda l’organizzazione, e vale più di ogni altra indicazione pratica: chi vuole entrare nella riserva deve muoversi prima, contattando il Reparto Carabinieri Biodiversità di Roma e formulando una richiesta di visita. Le aperture risultano orientate a gruppi organizzati e a scolaresche, la valutazione avviene caso per caso e la compatibilità con le esigenze di tutela viene prima di tutto il resto. Presentarsi sul posto sperando in un ingresso improvvisato significa sprecare la giornata. Chi programma una gita scolastica o un’uscita di gruppo faccia la richiesta con largo anticipo, indicando numero di partecipanti, data e finalità.
Il consiglio numero due riguarda l’attrezzatura, e riguarda anche chi resta all’esterno. Senza un binocolo questa gita perde gran parte del suo senso. Un binocolo con ingrandimento intorno a otto o dieci volte e obiettivi da quaranta o cinquanta millimetri, cioè il classico 8x42 o 10x50, cambia completamente la percezione del luogo: quello che a occhio nudo appare come una macchia bianca su un’acqua piatta diventa una garzetta che caccia, e la fila rosa in lontananza diventa un gruppo di fenicotteri con le zampe immerse. Chi possiede un cannocchiale da osservazione con treppiede ha un vantaggio ulteriore sulle lunghe distanze. Per la fotografia servono focali lunghe, dai trecento millimetri in su: con un obiettivo standard si portano a casa paesaggi, non uccelli.
Il consiglio numero tre riguarda l’orario. Le prime ore del mattino e le ultime del pomeriggio sono quelle in cui l’attività degli uccelli raggiunge il massimo, la luce risulta radente e calda, e il riverbero sull’acqua si attenua. A mezzogiorno, in estate, il sole a picco appiattisce i colori, l’aria trema per il calore e l’osservazione a distanza diventa difficile per via del tremolio. Chi ha una sola occasione scelga il mattino presto: la luce arriva da est, quindi alle spalle di chi guarda verso le vasche dal lato del mare, e questo aiuta sia l’occhio sia la macchina fotografica.
Il consiglio numero quattro riguarda l’abbigliamento e la protezione. In estate il litorale tarquiniese è esposto e privo di ombra: cappello, occhiali da sole con buona protezione e crema solare non sono accessori opzionali. Nelle ore serali e nelle stagioni umide le zanzare sono numerose, come in qualunque zona umida costiera, e un repellente evita di trasformare l’osservazione in un supplizio. Scarpe chiuse, sempre: il terreno salmastro alterna crosta secca e fango, e nelle zone di vegetazione bassa la presenza di rettili, vipera comune compresa, consiglia di non camminare in ciabatte fra l’erba.
Il consiglio numero cinque riguarda il comportamento, e vale la pena essere espliciti. Niente droni: il sorvolo di un’area protetta con un mezzo a pilotaggio remoto è soggetto a normativa specifica e, al di là della normativa, un drone sopra una zona umida provoca l’involo di massa degli uccelli, che equivale a un dispendio energetico enorme per animali che magari hanno appena attraversato il Mediterraneo. Niente richiami acustici per attirare le specie. Niente avvicinamenti alla battigia dove nidifica il fratino nel periodo riproduttivo. Cani al guinzaglio, sempre, anche sul litorale esterno. Voci basse. Sono regole di buon senso che moltiplicano le probabilità di vedere qualcosa, oltre a ridurre il disturbo.

La flora delle vasche, degli argini e della duna
La vegetazione di questo sito si distribuisce lungo gli argini, all’interno delle vasche, negli stagni costieri e sulle dune, e comprende diverse specie rare o minacciate tipiche degli ambienti a elevata salinità. Il principio ordinatore è semplice: più ci si avvicina all’acqua salata, più le piante devono essere specializzate, fino ad arrivare alle alofite succulente, che immagazzinano acqua nei tessuti carnosi per diluire il sale che inevitabilmente assorbono.
Fra le alofite censite compaiono la salicornia glauca, Arthrocnemum macrostachyum, e le due specie di Sarcocornia riportate negli elenchi del sito, insieme a Suaeda fruticosa e Suaeda vera. Sono piante dall’aspetto poco appariscente, a fusti carnosi e articolati, che in autunno virano verso il rosso e il bronzo e regalano ai margini delle vasche una delle immagini cromatiche più memorabili del posto. A queste si aggiungono l’erba cristallina stretta, Mesembryanthemum nodiflorum, che deve il nome alle vescicole traslucide che le ricoprono la superficie, e l’erba franca annuale, Frankenia pulverulenta subspecie pulverulenta.
Sulla duna la sequenza è quella classica del litorale tirrenico: il ravastrello, Cakile maritima, che colonizza la sabbia più vicina alla battigia; la gramigna delle spiagge, Elymus farctus, che con i rizomi comincia a fissare il substrato; lo sparto pungente, Ammophila arenaria, che costruisce la duna vera e propria; il vilucchio marittimo, Calystegia soldanella, con i suoi fiori rosa a imbuto; lo zigolo delle spiagge, Cyperus capitatus. In mezzo a queste compare il giglio di mare, Pancratium maritimum, che a fine estate apre grandi fiori bianchi profumatissimi ed è forse la pianta più fotografata di tutte le dune italiane.
Nelle acque delle vasche vivono le alghe già ricordate, Cladophora vagabonda e Dunaliella salina, cioè la responsabile del colore rosato. Negli ambienti più asciutti e disturbati si trovano la salsola erba cali, Salsola tragus, e il fiordaliso ispido, Centaurea aspera subspecie aspera. Fra le specie arboree e arbustive gli elenchi riportano il pino domestico, Pinus pinea, e il pino d’Aleppo, Pinus halepensis, il pioppo bianco, Populus alba, l’olivello di Boemia, Elaeagnus angustifolia, il mirto e le tamerici, Tamarix gallica e Tamarix africana. La tamerice è la pianta simbolo di questi ambienti: sopporta il sale, il vento e la siccità, e le sue chiome leggere formano le uniche zone d’ombra della zona umida.
Va segnalata anche una presenza problematica: l’ailanto, Ailanthus altissima, specie esotica invasiva originaria dell’Asia orientale, capace di colonizzare rapidamente i suoli disturbati e di soppiantare la vegetazione autoctona. La sua comparsa negli elenchi floristici di un’area protetta non è una buona notizia, ed è uno dei fronti su cui la gestione di qualunque riserva costiera italiana lavora con continuità. Chi cammina lungo il margine e riconosce le foglie composte e l’odore sgradevole dei rametti spezzati capisce a colpo d’occhio di che si tratta.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: la salina di Tarquinia nasce come sostituta di un’altra salina. Le saline di Ostia, che per secoli avevano rifornito Roma, si erano progressivamente allontanate dalla linea di costa a causa dell’avanzamento del delta del Tevere, perdendo efficienza e alla fine funzionalità. Lo Stato Pontificio dovette quindi trovare un sito alternativo, e la scelta cadde su questo tratto di litorale a circa sei miglia da Corneto, nome che Tarquinia ha portato fino al 1872 e poi, nella forma Corneto Tarquinia, fino al 1922.
I due criteri che determinarono la scelta sono documentati e sono di una concretezza disarmante: da un lato le caratteristiche del terreno, pianeggiante e salmastro, quindi adatto a ospitare bacini di evaporazione senza opere di sbancamento; dall’altro la vicinanza a Porto Clementino, che disponeva già di un edificio per l’immagazzinamento delle granaglie, cioè di una struttura logistica riutilizzabile e di un approdo per la spedizione del prodotto. Nessuna considerazione paesaggistica, nessuna vocazione naturalistica: pura convenienza industriale e logistica.
Il nome che compare all’origine dell’impresa è quello dell’ingegnere Giuseppe Lipari, che su incarico di papa Pio VII ottenne la concessione per la realizzazione della salina. La produzione era destinata a soddisfare il fabbisogno di Roma e delle province pontificie affacciate sul versante tirrenico degli Appennini. Siamo nel 1802, cioè in una fase di ricostruzione istituzionale dello Stato Pontificio dopo la parentesi della Repubblica Romana, con un pontefice che aveva bisogno di rimettere in ordine le finanze e le forniture strategiche della capitale.
Il secondo fatto poco citato riguarda invece la fine del Novecento, ed è di natura amministrativa. La riserva venne affidata nel 1980 al Corpo forestale dello Stato, che l’ha gestita per oltre trentacinque anni. Con l’assorbimento del Corpo forestale nell’Arma dei Carabinieri, la gestione delle riserve naturali statali è passata al Raggruppamento Carabinieri Biodiversità, articolazione del Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari. Questo passaggio spiega perché molte fonti più datate parlino ancora di Corpo forestale e perché le fonti attuali citino i Carabinieri: si tratta della stessa funzione pubblica esercitata da una struttura diversa, non di un cambio di destinazione dell’area.
Il terzo fatto riguarda il 1987 e l’acqua. Un’alluvione danneggiò le strutture dei bacini e dei canali, compromettendo il sistema idraulico che regola i livelli e la circolazione dell’acqua fra le vasche. Il recupero è arrivato molti anni dopo, con il progetto Life 02 NAT/IT/8523 realizzato fra il 2002 e il 2007, dedicato proprio al ripristino ecologico dell’area. Chi oggi guarda le vasche piene e ordinate vede il risultato di quel lavoro, non uno stato di cose spontaneo.
La foto giusta da fare all'Oasi naturale Saline di Tarquinia
La fotografia che racconta davvero questo posto non è il primo piano del fenicottero, che richiede attrezzatura pesante e fortuna, ma il paesaggio in controluce all’alba o al tramonto, con il piano d’acqua immobile che riflette il cielo e le sagome nere degli uccelli che lo attraversano. La superficie bassissima delle vasche funziona da specchio quasi perfetto quando il vento cala, e il vento cala soprattutto nelle prime ore del mattino. Il risultato è un’immagine costruita su due bande orizzontali di cielo, una reale e una riflessa, separate dalla linea sottile dell’argine.
La seconda foto che vale la pena cercare è quella del colore. Quando la salinità e la luce lavorano insieme, il rosa prodotto dalla microalga rende le vasche protagoniste senza bisogno di alcun soggetto animale. Serve luce alta e cielo limpido per esaltarlo, quindi funziona meglio a metà mattina che al tramonto, ed è il caso in cui un filtro polarizzatore aiuta parecchio, perché elimina il riflesso di superficie e lascia emergere il colore dell’acqua.
La terza foto è quella della duna, e va costruita al contrario di come la costruisce la maggior parte delle persone. Invece di salire sul cordone sabbioso, cosa che va evitata, ci si abbassa sulla battigia e si usa il giglio di mare o un ciuffo di sparto pungente come primo piano, con le vasche e la linea di tamerici sullo sfondo. Una focale corta, una messa a fuoco vicina e un diaframma chiuso restituiscono in un’unica immagine i due ambienti che qui si toccano: mare e zona umida a poche decine di metri di distanza.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo capitolo è preistorico e protostorico: l’estrazione del sale in questo tratto di costa doveva avvenire già in epoca villanoviana, cioè nella prima età del ferro, e sarebbe proseguita sotto gli Etruschi e poi sotto i Romani. Il sale era una delle merci che rendevano ricca Tarquinia, e il suo sbocco marittimo aveva un nome preciso: Gravisca, il porto della città etrusca, attivo dalla fine del settimo secolo avanti Cristo e sede di uno dei santuari emporici meglio conosciuti del Mediterraneo arcaico, frequentato da mercanti greci di provenienza focea.
Nel 181 avanti Cristo, dopo la conquista romana del territorio tarquiniese, a Gravisca venne dedotta una colonia marittima di cittadini romani, che visse fino alla tarda antichità. Il sito occupa un tratto di costa bassa dove ancora oggi sono visibili le saline: in antico vi si apriva una laguna che offriva alle imbarcazioni un approdo naturale riparato. In età moderna l’approdo rinacque circa trecento metri più a nord ovest, con il Porto Clementino, lo scalo che avrebbe poi fornito insieme il magazzino, il carcere e la logistica della salina ottocentesca.
Il 1802 segna l’inizio dei lavori della salina moderna, su concessione ottenuta dall’ingegnere Giuseppe Lipari per incarico di papa Pio VII. I lavori si protrassero per decenni. La conversione del magazzino di Porto Clementino in carcere, avvenuta sotto Benedetto XIV, fornì la manodopera della prima fase. Dal 1876 si passò a lavoratori civili, con la costruzione del villaggio dotato di scuola, dopolavoro, serbatoio idrico, chiesa e caserma delle guardie doganali.
Il 25 gennaio 1980 il Ministero dell’agricoltura e delle foreste emana il decreto che istituisce la riserva naturale di popolamento animale, in ragione dell’importanza del sito per l’avifauna ai sensi della convenzione di Ramsar, affidandone la gestione al Corpo forestale dello Stato. Nel 1987 un’alluvione danneggia bacini e canali. Nel 1995 arriva il riconoscimento come sito di interesse comunitario. Nel 1997 cessa definitivamente l’estrazione del sale. Fra il 2002 e il 2007 il progetto Life 02 NAT/IT/8523 finanzia il recupero ecologico dell’area. Nel 2017 il sito diventa anche zona di protezione speciale, e nello stesso periodo la gestione passa al Raggruppamento Carabinieri Biodiversità.
Chi è passato dall'Oasi naturale Saline di Tarquinia
Il passaggio più celebre riguarda il cinema, e sorprende chiunque lo scopra. Alcune scene degli esterni della casina incantata della Fata dai capelli turchini, nello sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio diretto da Luigi Comencini nel 1972, vennero girate sulle vasche marine del lido delle Saline di Tarquinia: nello specifico la scena in cui vengono invitati i compagni di scuola. La passerella pedonale di legno e la casetta furono costruite appositamente per le riprese e oggi non esistono più. Altre scene dello stesso sceneggiato vennero girate al lago di Martignano. Chi ha in mente quelle immagini, con Gina Lollobrigida nel ruolo della Fata, guarda queste vasche con occhi diversi.
Sul piano storico i nomi che contano sono quelli già incontrati. Papa Pio VII, il pontefice che affrontò il confronto con Napoleone, autorizzò l’impresa della salina nel 1802. L’ingegnere Giuseppe Lipari ne fu il concessionario e il realizzatore. Papa Benedetto XIV, molto prima, aveva disposto la conversione del magazzino di Porto Clementino in carcere, decisione che avrebbe determinato la provenienza della manodopera dei primi decenni. Sono passaggi documentati che legano un fazzoletto di costa maremmana alle decisioni della curia romana.
Poco più a sud, sulla stessa costa, è passata l’archeologia italiana del Novecento: gli scavi di Gravisca, condotti fra il 1969 e il 1979 e poi fra il 1994 e il 2007 sotto la direzione di Mario Torelli, hanno restituito uno dei santuari emporici più studiati del Mediterraneo arcaico e hanno cambiato il modo in cui si ragiona sui rapporti fra Greci ed Etruschi. Chi si interessa a quella stagione trova al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma il contesto più ampio in cui collocare i materiali del litorale tarquiniese.
Quando andare a Oasi naturale Saline di Tarquinia e quando evitarla
I periodi migliori coincidono con i passi migratori: da fine febbraio a metà maggio per la migrazione primaverile, da agosto a novembre per quella autunnale. In queste finestre il numero di specie osservabili raggiunge il massimo, perché alle presenze stabili si sommano i migratori in sosta, e i limicoli che sfruttano i fondali bassi esposti compaiono in gruppi numerosi. Chi può scegliere un solo mese punti su aprile oppure su settembre.
L’inverno ha il suo valore e viene sottovalutato. Da dicembre a febbraio le vasche ospitano gli svernanti, anatre e ardeidi soprattutto, la luce è bassa e obliqua per tutto il giorno, il litorale è deserto e le condizioni atmosferiche regalano le atmosfere migliori. Il freddo si sente per via del vento, quindi serve abbigliamento adeguato, ma dal punto di vista dell’osservazione è una stagione eccellente.
Il periodo da evitare, per chi viene per la natura, è il cuore dell’estate. Fra metà luglio e la fine di agosto il caldo è pieno, l’attività degli uccelli si riduce alle prime e ultime ore della giornata, il tremolio dell’aria rende difficile l’osservazione a distanza e tutta la fascia costiera è affollata da chi viene per il mare. Chi si trova qui in quel periodo si limiti all’alba: dopo le nove del mattino l’esperienza cambia in peggio.
Un’avvertenza stagionale importante riguarda la nidificazione. Fra aprile e luglio il fratino depone sulla sabbia e le specie che nidificano nelle vasche sono nella fase più delicata del ciclo. È il periodo in cui il disturbo produce i danni maggiori e in cui le autorizzazioni di ingresso risultano, per ragioni evidenti, più difficili da ottenere. Chi programma una visita di gruppo tenga conto di questo calendario biologico prima di scegliere la data.
Cosa c’è intorno a Oasi naturale Saline di Tarquinia
A pochi minuti si trova il centro storico di Tarquinia, arroccato sul pianoro, con il tessuto medievale, le torri e il patrimonio etrusco che dal 2004 figura nel patrimonio dell’umanità UNESCO grazie alla grande necropoli dei Monterozzi, dove sono state censite oltre seimila tombe e dove si conservano circa quattrocento ipogei dipinti fra età arcaica ed ellenismo. Sulla costa, subito a sud, si trova la località di Bagni di Sant’Agostino, con le sue acque termali affacciate sul mare.
Verso nord la Maremma si apre con Montalto di Castro e con l’area archeologica di Vulci, altra grande città etrusca con il suo parco e il ponte sul Fiora. Proseguendo si arriva alla laguna e alle oasi della costa toscana meridionale, dal lago di Burano all’oasi della laguna di Orbetello, fino a Capalbio e Orbetello: chi vuole costruire un itinerario di zone umide sul Tirreno ha qui la sequenza più densa d’Italia.
Verso sud la costa etrusca continua con Civitavecchia e il suo porto, con la Frasca di Civitavecchia, con Santa Marinella e con la Riserva naturale di Macchiatonda, altra zona umida costiera che con le Saline condivide funzione e problemi. Più giù si arriva a Cerveteri e alla Necropoli della Banditaccia, la necropoli etrusca dell’antica Caere, e poi a Ladispoli e alle oasi del litorale romano come Macchiagrande e l’Oasi di Castel di Guido.
Nell’entroterra immediato si aprono i Monti della Tolfa, con Tolfa, Allumiere e il Faggeto di Allumiere, e poco oltre la Riserva di Monterano con il celebre borgo fantasma di Monterano nel territorio di Canale Monterano. Risalendo verso la Tuscia si incontrano Tuscania con la sua riserva naturale, il Parco Marturanum, il lago di Vico con la sua riserva, il lago di Bolsena con Marta, il paese che dà il nome al fiume che scende proprio verso il litorale tarquiniese, e infine Viterbo.
Domande veloci sull'Oasi naturale Saline di Tarquinia
Si entra liberamente nell’Oasi naturale Saline di Tarquinia?
No. È una riserva naturale statale con accesso regolamentato: le visite avvengono su autorizzazione preventiva dell’ente gestore, compatibilmente con le finalità di tutela di specie e habitat.
Chi gestisce la riserva?
Il Raggruppamento Carabinieri Biodiversità del Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri, e in particolare il Reparto Carabinieri Biodiversità di Roma. Fino all’assorbimento nell’Arma la gestione era del Corpo forestale dello Stato.
Quanto è grande?
Circa 170 ettari, distribuiti lungo il litorale di Tarquinia in provincia di Viterbo.
Qual è l’atto istitutivo?
Un decreto del Ministero dell’agricoltura e delle foreste del 25 gennaio 1980, che la istituisce come riserva naturale di popolamento animale. Il codice nell’elenco ufficiale delle aree protette è EUAP0085.
La salina è ancora in attività?
No. L’estrazione del sale è diminuita progressivamente fino alla definitiva interruzione nel 1997. Le vasche restano in funzione come ambiente umido gestito, non come impianto produttivo.
Quando sono state costruite le saline?
I lavori iniziarono nel 1802 e si protrassero per decenni. L’impianto nacque per sostituire le saline di Ostia nel rifornimento di sale a Roma e alle province pontificie del versante tirrenico.
Quali riconoscimenti europei ha il sito?
Sito di interesse comunitario dal 1995 e zona di protezione speciale dal 2017, all’interno della rete Natura 2000. Ospita sette habitat tutelati dalla Direttiva Habitat.
Quante specie di uccelli sono state censite?
Circa 220, fra migratrici e stanziali, su una superficie inferiore a due chilometri quadrati.
Ci sono davvero i fenicotteri?
Sì, il fenicottero figura fra le specie della riserva. La presenza varia da stagione a stagione e non è garantita in una data specifica.
Perché l’acqua a volte è rosata?
Per la presenza della microalga Dunaliella salina, che in condizioni di forte salinità e luce intensa produce pigmenti carotenoidi arancio rossi.
Posso andare in spiaggia davanti alla riserva?
L’arenile marittimo è demanio pubblico e il litorale resta accessibile. Quello che non è liberamente accessibile è l’interno del perimetro protetto, cioè vasche, argini e canali.
Quali sono gli orari e il prezzo del biglietto?
Dalle fonti dell’ente gestore non risultano orari di apertura al pubblico né tariffe di ingresso pubblicate: il regime è quello dell’autorizzazione preventiva, non quello della biglietteria.
Come si arriva in auto?
Autostrada A12 con uscita Tarquinia, oppure Strada statale 1 Via Aurelia, quindi discesa verso il mare lungo la Strada provinciale 44 in direzione Porto Clementino.
Serve il binocolo?
Sì, ed è l’oggetto che fa la differenza fra una passeggiata qualsiasi e una giornata di osservazione. Un 8x42 o un 10x50 sono più che sufficienti.
Si possono usare i droni?
No. Oltre alla normativa specifica sul volo in area protetta, il sorvolo provoca l’involo di massa degli uccelli e un dispendio energetico grave per gli animali in migrazione.
Qual è il periodo migliore?
Le stagioni di passo, quindi da fine febbraio a metà maggio e da agosto a novembre. L’inverno è ottimo per gli svernanti. Il cuore dell’estate è il periodo meno favorevole.
Ci sono pesci nelle vasche?
Pochi e specializzati: il nono, Aphanius fasciatus, il cefalo comune e il cefalo bosega. La salinità elevata funziona da filtro severissimo.
Che cosa era il carcere di Porto Clementino?
Un magazzino per le granaglie convertito in carcere sotto Benedetto XIV, da cui proveniva gran parte della manodopera impiegata nella prima fase dei lavori della salina.
È vero che ci hanno girato Pinocchio?
Sì. Gli esterni della casina della Fata dai capelli turchini nello sceneggiato di Luigi Comencini del 1972 furono girati in parte sulle vasche marine del lido delle Saline di Tarquinia, in parte al lago di Martignano. Le strutture costruite per le riprese non esistono più.
Che differenza c’è con un’oasi WWF?
Un’oasi gestita da un’associazione è pensata anche per la fruizione, con sentieri, capanni e visite in calendario. Una riserva naturale statale di popolamento animale ha come finalità prioritaria la tutela, e l’accesso viene concesso solo quando risulta compatibile con quella finalità.
A nostro giudizio l’Oasi naturale Saline di Tarquinia è uno dei posti più interessanti e peggio compresi del Lazio. Interessante perché in 170 ettari concentra una densità di vita che altrove richiede un parco nazionale. Mal compreso perché la gente ci arriva con l’idea del parco visitabile e trova invece una riserva severa, chiusa, che non fa niente per piacere. Vale la pena accettare le sue condizioni: un binocolo, un’alba, un po’ di pazienza, e la consapevolezza che quei rettangoli d’acqua sono l’ultima cosa rimasta di un paesaggio umido che sul Tirreno è quasi scomparso.
Domande frequenti sull'Oasi naturale Saline di Tarquinia
Si entra liberamente nell'Oasi naturale Saline di Tarquinia?
No, l'Oasi naturale Saline di Tarquinia è una riserva naturale statale con accesso regolamentato: le visite avvengono su autorizzazione preventiva dell'ente gestore, compatibilmente con le esigenze di tutela di specie e habitat. Chi vuole entrare deve contattare prima il Reparto Carabinieri Biodiversità di Roma.
Chi gestisce l'Oasi naturale Saline di Tarquinia?
L'Oasi naturale Saline di Tarquinia è gestita dal Raggruppamento Carabinieri Biodiversità del Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell'Arma dei Carabinieri. Le aperture sono orientate soprattutto a gruppi organizzati e scolaresche, con una valutazione caso per caso della richiesta di visita.
Qual è il periodo migliore per vedere gli uccelli alle Saline di Tarquinia?
I periodi migliori per l'Oasi naturale Saline di Tarquinia coincidono con i passi migratori: da fine febbraio a metà maggio per la migrazione primaverile, da agosto a novembre per quella autunnale. In queste finestre il numero di specie osservabili raggiunge il massimo, con i migratori in sosta che si sommano alle presenze stabili.
Perché alcune vasche delle Saline di Tarquinia diventano rosa?
Nelle giornate giuste alcune vasche dell'Oasi naturale Saline di Tarquinia assumono tonalità dal rosa pallido al rossastro grazie a un organismo vivente, la microalga Dunaliella salina, capace di prosperare in acque con alte concentrazioni saline. Il colore non ha nulla a che vedere con la luce del tramonto.
Si può camminare sulla spiaggia davanti alle Saline di Tarquinia?
Sì, l'arenile marittimo davanti all'Oasi naturale Saline di Tarquinia è demanio pubblico, quindi camminare sulla battigia, guardare il mare o prendere il sole sulla sabbia del litorale tarquiniese sono attività libere. Diverso è l'accesso alle vasche interne della riserva, che restano regolamentato.
Quante specie di uccelli si trovano alle Saline di Tarquinia?
Il censimento dell'Oasi naturale Saline di Tarquinia conta circa 220 specie di uccelli fra migratrici e stanziali, con un elenco di specie nidificanti che supera abbondantemente le quaranta voci, fra cui l'airone guardabuoi, l'avocetta, il cavaliere d'Italia e la calandrella.
Perché fu costruita la salina di Tarquinia?
L'Oasi naturale Saline di Tarquinia nasce come sostituta di un'altra salina: le saline di Ostia, che per secoli avevano rifornito Roma, si erano progressivamente allontanate dalla linea di costa a causa dell'avanzamento del delta del Tevere, perdendo efficienza. Lo Stato Pontificio dovette quindi trovare un sito alternativo su questo tratto di litorale.
Cosa c'è vicino all'Oasi naturale Saline di Tarquinia?
A pochi minuti dall'Oasi naturale Saline di Tarquinia si trova il centro storico di Tarquinia, arroccato sul pianoro, con il patrimonio etrusco che dal 2004 figura nella lista UNESCO grazie alla necropoli dei Monterozzi, dove sono state censite oltre seimila tombe e circa quattrocento ipogei dipinti.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata sulla costa etrusca fra Tarquinia, Vulci e i Monti della Tolfa, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari naturalistici e archeologici nel Lazio settentrionale trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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