Museo Lorenzo Ferri
In breve. Il Museo Lorenzo Ferri è a Cave, in provincia di Roma, in Via Cavour 23, e la visita si prenota: il sito ufficiale ha un pulsante dedicato che porta alla pagina dei contatti, il telefono è 06 5745934 e l'indirizzo di posta elettronica è…
Il Museo Lorenzo Ferri è a Cave, in provincia di Roma, in Via Cavour 23, e la visita si prenota: il sito ufficiale ha un pulsante dedicato che porta alla pagina dei contatti, il telefono è 06 5745934 e l'indirizzo di posta elettronica è museolorenzoferri@gmail.com. Lunedì e martedì il museo è chiuso; dal mercoledì alla domenica apre dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30, con la biglietteria che chiude mezz'ora prima dell'orario di chiusura. Le chiusure fisse dell'anno sono il 1 gennaio, il 15 agosto e il 25 dicembre. Gli orari conoscono variazioni stagionali che il museo annuncia sui propri canali, e questo rende la telefonata di conferma la mossa più intelligente prima di mettersi in strada: sono quaranta chilometri da Roma, e nessuno ha voglia di farli due volte.
Il biglietto intero costa 3 euro. Il ridotto costa 2,50 euro e spetta ai residenti, ai gruppi sopra le venti persone, ai bambini e ai ragazzi dai 3 ai 18 anni e agli over 65. L'ingresso è gratuito per le persone con disabilità con un accompagnatore e per i bambini fino a tre anni compiuti. Sono cifre che nel panorama museale italiano hanno del comico: tre euro per una gipsoteca di centinaia di pezzi e per un presepe di nove statue alte quanto un primo piano. Il museo è civico, di proprietà del Comune di Cave, e fa parte del Museo Civico "Città di Cave"; dal 2024 aderisce al Sistema Museale dei Castelli Romani e Prenestini Museumgrandtour.
Le sedi sono due e non coincidono. La sezione principale, la gipsoteca, occupa il palazzo dell'ex Ospedale Mattei in Via Cavour 23 ed è accessibile alle persone con disabilità motorie grazie all'ascensore. La sezione del Presepe Monumentale occupa le sale ipogee del Palazzo Comunale, l'ex convento degli Agostiniani, nel centro storico, e quella parte non è raggiungibile da chi ha difficoltà di deambulazione. In entrambe le sezioni esiste un percorso tattile con pannelli informativi e riproduzioni in scala di alcune statue, pensato per i visitatori ipovedenti e non vedenti: è una scelta rara nei musei piccoli, e in un museo di sculture in gesso ha un senso che va oltre l'adempimento normativo.
Ci si arriva percorrendo la strada statale 155 di Fiuggi, quella che unisce Roma a Frosinone passando per la valle del Sacco; in automobile il casello di riferimento è Valmontone, sull'Autostrada del Sole. Con i mezzi pubblici funzionano le linee Cotral che partono dai capolinea di Anagnina e di Ponte Mammolo, mentre chi arriva in treno scende alla stazione ferroviaria di Valmontone e prosegue con le navette. Cave è ai piedi dei Monti Prenestini, in mezzo ai boschi di castagno, e conta poco meno di undicimila abitanti: chi arriva aspettandosi una periferia romana trova invece un paese di collina con una piazza, una collegiata e un municipio ricavato in un convento.
Che cosa si visita al Museo Lorenzo Ferri
Il Museo Lorenzo Ferri è dedicato a Lorenzo Ferri (1902-1975), scultore, pittore, restauratore, sindonologo e insegnante. La formula che il museo usa per definirlo mette in fila cinque mestieri e non è una civetteria: sono davvero cinque vite parallele, e il museo ha il pregio di mostrarle tutte insieme invece di scegliere quella più comoda da raccontare. La collezione proviene dalla raccolta che gli eredi dell'artista donarono al Comune di Cave, ed è disposta in ordine cronologico per restituire il percorso completo dell'autore, dagli esercizi di un ragazzo di sedici anni alle ultime opere del 1975.

La sezione principale, inaugurata nel dicembre 2013 nell'ex Ospedale Mattei, ospita una gipsoteca molto nutrita: opere in gesso rappresentative di tutte le fasi della carriera, dagli anni Venti agli anni Settanta. Tra i pezzi più noti ci sono i bozzetti di sculture romane come la statua di Trilussa e il busto di Giolitti, l'Ecce Homo, il Cristo Alfa e Omega, il Cristo Redentore, i rilievi per il concorso delle porte bronzee della Basilica di San Pietro, il dipinto a olio "Eva nell'Eden" e i bozzetti del monumento per il santuario di Knock in Irlanda.
La sezione del Presepe Monumentale, inaugurata un anno prima, nel dicembre 2012, nelle sale ipogee dell'ex convento agostiniano, ospita la natività gigantesca con le nove statue in gesso scolpite tra il 1947 e il 1948, dopo la vittoria al concorso indetto dai Padri Pallottini per il rinnovamento del presepe di Sant'Andrea della Valle a Roma. Rappresentano l'Epifania: Maria con il Bambino, San Giuseppe alla destra della Vergine e, di fronte, i tre Magi, uno dei quali inginocchiato, con i rispettivi paggi che recano le offerte.
Il giudizio è netto: la gipsoteca è interessante, il presepe è memorabile. Se aveste tempo per una sola delle due sezioni andrei senza esitare nell'ipogeo dell'ex convento, perché l'effetto di nove figure quasi alte quattro metri dentro una volta a crociera non ha equivalenti a portata di macchina da Roma. Ma sarebbe un peccato, perché la gipsoteca spiega come quelle nove figure sono nate, e senza la gipsoteca il presepe resta un colpo di teatro invece che il punto d'arrivo di una ricerca.
Chi era Lorenzo Ferri, lo scultore a cui è dedicato il Museo Lorenzo Ferri
Lorenzo Ferri nacque a Mercato Saraceno, in Romagna, il 18 luglio 1902, da una famiglia di tradizione risorgimentale, e morì a Roma il 25 febbraio 1975, stroncato da un infarto mentre lavorava ancora. In mezzo ci sono settantadue anni di una biografia che sembra scritta da un romanziere con troppa fantasia: Roma, Buenos Aires, Bengasi, Salerno, il Vaticano, l'Irlanda, Giacarta, e per tutto il tempo un'ossessione unica che gli è cresciuta accanto come una seconda professione.
Arrivò a Roma nel 1913, undicenne, e imparò la scultura nella bottega di Giuseppe Fallani, restauratore dei Sacri Palazzi Apostolici. È un dettaglio che vale più di una laurea: significa entrare da ragazzino in un mestiere che a Roma si trasmetteva ancora per contatto, con le mani nella creta e gli occhi sui marmi antichi da rimettere in piedi. Tra il 1919 e il 1920 frequentò la Scuola d'arte ornamentale di San Giacomo, con maestri come Antonino Calcagnadoro ed Ermenegildo Luppi, e nel 1921 si diplomò all'Istituto di Belle Arti di Roma. Tra il 1925 e il 1926 studiò bassorilievo e medaglia con Giuseppe Romagnoli alla Scuola della Zecca: da lì viene quella precisione da incisore che si riconosce nei medaglioni esposti al terzo piano.
Ferri concepiva l'arte come conoscenza, e i suoi due poli erano Leonardo e Michelangelo. È una dichiarazione che oggi suona ingenua e che invece spiega ogni scelta della sua carriera: la ricostruzione dell'Ultima Cena leonardesca, il restauro filologico del Laocoonte, gli studi anatomici sul telo di Torino sono altrettante applicazioni della stessa idea, cioè che scolpire e capire siano lo stesso gesto. Chi entra nel museo aspettandosi un artista devozionale di provincia trova invece uno scienziato mancato con lo scalpello in mano.
Buenos Aires, Bengasi, Salerno: gli anni di lavoro di Lorenzo Ferri
Tra il 1926 e il 1929 Ferri fu a Buenos Aires, dove collaborò con l'architetto Mario Palanti e vinse il primo premio alla Exposición de Artes Aplicadas e Industriales. Aveva ventiquattro anni. L'Argentina degli anni Venti era, per uno scultore italiano, quello che l'America era per un musicista: un cantiere continuo, palazzi enormi da decorare, committenti con fretta e denaro. Ferri tornò a Roma nel 1929 con un mestiere formato e con l'idea che l'insegnamento potesse essere una parte della professione e non un ripiego.
Dal 1930 insegnò all'Oratorio di San Pietro, dove costruì una piccola comunità di giovani artisti; tra gli allievi più dotati ci fu Alberto Carlo Carpiceci, che sarebbe diventato suo cognato e con cui avrebbe firmato il Presepio Monumentale. Dal 1935 al 1939 lavorò a Bengasi, in Libia; dal 1941 fu distaccato alle Soprintendenze di Salerno e Potenza per i restauri archeologici, e dal 1943 partecipò al restauro della basilica di San Lorenzo fuori le mura, colpita dal bombardamento del 19 luglio. Nel 1946 tornò all'insegnamento pubblico.
C'è un episodio che i cataloghi citano di sfuggita e che invece dice tutto del personaggio: nel 1942 collaborò al restauro del Laocoonte ai Musei Vaticani, e nel 1967 identificò frammenti del Gruppo di Polifemo nel museo di Sperlonga, ricostruendone parti significative. Un restauratore che rimette insieme un gruppo ellenistico dai cocci è la stessa persona che passerà quarant'anni a ricostruire un corpo umano da un'impronta su un lenzuolo. Il metodo è identico: partire da un frammento e risalire alla forma intera. Chi visita il museo tenendo a mente questo filo capisce perché le sale non sono un magazzino di gessi ma il diario di un'indagine.
La gipsoteca del Museo Lorenzo Ferri, piano per piano
La gipsoteca dell'ex Ospedale Mattei è organizzata cronologicamente e si percorre salendo. È una disposizione onesta e faticosa: si comincia dai gessi di un ragazzo e si finisce davanti agli autoritratti di un uomo che sa di essere alla fine. Fate le scale con calma, perché il museo non è grande ma è denso, e la tentazione di attraversarlo in venti minuti va combattuta.
Piano terra: le opere giovanili di Lorenzo Ferri
La sala al piano terra raccoglie le opere giovanili. Il pezzo che colpisce per primo è "Amanti" del 1918, un bozzetto in gesso di 16 per 20 per 63 centimetri: Ferri aveva sedici anni. Accanto ci sono i ritratti dei primi anni Venti, il "Bimbo con grembiule" e la "Bimba con guance gonfie" del 1920, il busto di Wanda Rizzo del 1924, e soprattutto "Angelina", la figura in gesso patinato del 1922 che è considerata la sua prima statua vera e propria, con quello sguardo abbassato che il museo definisce pudico e che è, più prosaicamente, la soluzione di un ragazzo che non sa ancora reggere lo sguardo di un modello.
Della stessa sala fanno parte la "Vittoria alata" e la "Vittoria" del 1925, mezza figura in gesso alta 155 centimetri, e il bassorilievo in gesso patinato "Leggenda di Orfeo" del 1926, due metri e quaranta per novantasei centimetri: qui il ragazzo è diventato un professionista e il rilievo mette insieme composizione classica e narrazione simbolica. Ci sono poi gli studi accademici del 1926, i nudi virili e femminili in bassorilievo, la "Ragazza con trecce e spalle scoperte", il "Prelato con berretta a spigoli" in forma di medaglia. Chiude la sala un autoritratto a olio del 1966, intitolato con autoironia "Pictor Peximus", pittore pessimo: quarantasei per cinquantacinque centimetri di sana modestia professionale.
Terzo piano: le opere del Museo Lorenzo Ferri dal 1930 al 1950
Le sale dell'ultimo piano raccolgono le opere realizzate fra il 1930 e il 1950, e sono il cuore della carriera. Qui c'è "Il volto dell'Arte" del 1933, mezza figura femminile in gesso alta 110 centimetri e volutamente non finita, che chiede al visitatore di completarla con l'immaginazione. C'è la serie "Ecce Rex Vester", lavorata fra il 1933 e il 1951, con più teste in gesso e una statua in gesso patinato alta 208 centimetri, in cui la ricerca anatomica del volto è già condotta sulla Sindone: è il punto esatto in cui lo studio sindonico entra dentro la scultura sacra e non ne esce più.
Ci sono poi "La sposa", statua in gesso del 1934-1944 ispirata alla moglie dell'artista, e il suo pendant "Estremo addio" del 1936-1944, entrambe poi tradotte in bronzo e in marmo per il museo di Giacarta. C'è il busto in gesso patinato di Trilussa del 1954, di 60 per 67 per 83 centimetri, cioè il modello del monumento romano. Ci sono i ritratti di Antonio Rosmini del 1956, di Giovanni Giolitti del 1959, di Carlo Petrocchi del 1962, di Luciano Manara, di Ennio Quirino Visconti, del cardinale Lepicier del 1930. E c'è una nutrita sezione di arte sacra: le Madonne con Bambino, il Cristo nell'orto degli ulivi del 1949-1953 in quattro bassorilievi, il Cristo Sindonico e la Pietà per la cappella Ciro Gori, il Sant'Antonio da Padova, il Cristo davanti a Pilato, il San Leone Magno del 1947-1948, l'Ecce Homo del 1958, e un singolarissimo "Christus Yogi" del 1941 che da solo varrebbe una tesi di laurea sull'incontro fra iconografia cristiana e suggestione orientalista.
Nelle vetrine dei piccoli formati compaiono le forme di medaglia per i ritratti di Giovanni XXIII del 1963, il ritratto di Michelangelo del 1964, la Pietà di Palestrina, i due putti con colombe del 1962. E tra i dipinti, il "Gesù falegname con Maria" del 1946 su tavola, il ritratto del cardinale Borgongini Duca del 1953, olio su tela di 120 per 180 centimetri. Se dovessi indicare un solo pezzo di questo piano indicherei "Il volto dell'Arte": un gesso incompiuto del 1933 che dice sulla scultura più di venti opere finite.
Secondo piano: le ultime opere di Lorenzo Ferri, 1960-1975
Al secondo piano si arriva già stanchi ed è un peccato, perché è il piano più intenso. Espone le opere dal 1960 al 1975. Ci sono i bassorilievi in gesso del "Cristo Alfa e Omega" del 1957 con i relativi studi; i bozzetti per il Cristo Redentore del cimitero di Prima Porta, elaborati fra il 1961 e il 1973; la serie completa per la cappella dell'Apparizione di Knock, in Irlanda, realizzata fra il 1960 e il 1963, con la Madonna, San Giuseppe e San Giovanni in gesso; i bozzetti della Madonna Immacolata sul globo del 1950 e del 1952-1954.
Il pezzo che vale il viaggio è "L'attesa", gesso patinato in oro di 60 per 180 centimetri, lavorato fra il 1956 e il 1965, che l'artista intendeva come figurazione della lotta fra materia e spirito. Accanto c'è "La vergine riluttante" del 1964-1965, statua e bozzetti. Poi la pittura, che di questo piano è la sorpresa: l'autoritratto ad acquerello del 1975, ultimo anno di vita; il "Gesù nell'orto del Getsemani" del 1955, olio su tela di 100 per 70; "Dal Vietnam a New York" del 1973-1974, olio su tela di 132 per 244 centimetri, che di un artista sacro non ha nulla e che merita più dei tre secondi che quasi tutti gli concedono; "Eva nell'Eden" del 1973-1974, 112 per 215 centimetri; e una "Testa di Beethoven" del 1969, olio su tela di 75 per 100. Chiudono i ritratti scultorei del monsignor Ferdinando Baldelli del 1972, di Eugenio Terrachini del 1964, di Renato Donatelli del 1972.
Il Presepe Monumentale del Museo Lorenzo Ferri
Nel 1946 i Padri Pallottini bandirono un concorso per rinnovare il presepe donato dai Torlonia, in occasione del centenario dell'istituzione dell'Ottavario dell'Epifania voluta da San Vincenzo Pallotti. L'opera vincitrice era destinata alla chiesa di Sant'Andrea della Valle a Roma. Ferri vinse, e si trovò davanti un problema che nessuno gli aveva spiegato: collocare una natività davanti all'abside della seconda chiesa più alta di Roma, a tre metri dal pavimento. La sua relazione artistica parla di grandi problemi di rapporti di misure, di armonizzazione di linee, di masse e volumi; le proporzioni vennero calcolate sui rapporti costruttivi del tempio, cioè sul rettangolo doppio quadrato di 1 a 2.
La scelta stilistica fu radicale per l'epoca: eliminare gli elementi folcloristici e i pittoricismi teatrali, fondere il paesaggio della grotta con masse che disegnano una linea curva concava. Niente pastorelli, niente casette, niente muschio. Chi arriva nell'ipogeo di Cave aspettandosi il presepe napoletano ingigantito resta interdetto per un minuto buono, e poi capisce.
Le dimensioni delle statue del Presepe Monumentale
Le nove statue sono in gesso patinato. Il catalogo del museo registra la Madonna seduta con il Bambino a 150 per 180 per 367,1 centimetri; San Giuseppe a 80 per 110 per 384,7; il Re Assiro con il paggio a 120 per 360 per 375,5; il Re Indiano inginocchiato a 225,5 per 175 per 265,8; il paggio del Re Indiano con il cofanetto a 71 per 160 per 265,8; il Re Africano a 140 per 300 per 370,2; il paggio del Re Africano con l'anfora a 60 per 130 per 301,2. Tradotto: le figure in piedi sfiorano i quattro metri, quelle inginocchiate superano i due metri e mezzo. Davanti a San Giuseppe, che misura tre metri e ottantaquattro, un uomo adulto arriva poco sopra il ginocchio della statua.
I modelli viventi del Presepe Monumentale
Questa è la parte che i visitatori ricordano a distanza di anni. Per San Giuseppe posò Sirio, figlio dello scultore. Per il Re Assiro posò Erminio Spalla, il pugile, campione europeo dei pesi massimi negli anni Venti e poi attore e cantante: un corpo che Ferri voleva perché reggeva la scala monumentale senza sembrare gonfio. Per il Re Indiano posò un ottantenne ospite del Cottolengo di Don Orione, mentre per la testa dello stesso Re Indiano l'artista usò se stesso. Sapere che dentro un presepe alto quattro metri ci sono un pugile professionista, un anziano assistito e il figlio dell'autore cambia completamente il modo di guardarlo.
Come nacquero la Madonna e il San Giuseppe
La prima redazione della Madonna e del San Giuseppe non convinse né l'artista né i committenti. Ferri le rifece in sessanta giorni di lavoro ininterrotto, modellando anche di notte con luci violente per verificare gli effetti plastici, cioè per vedere come le ombre avrebbero funzionato una volta collocata l'opera in alto e illuminata dal basso. L'obiettivo dichiarato era distaccare il mondo materiale, rappresentato dai Re Magi con il loro corredo di ricchezze, ed esaltare il mondo spirituale con le linee purissime e semplici della Vergine. Guardate i panneggi: quelli dei Magi sono mossi, spezzati, ricchi di sottosquadri; quelli di Maria sono continui, quasi lisci. La differenza non è stilistica, è teologica.
Perché il Presepe Monumentale è finito a Cave
Il presepe non arrivò mai a Sant'Andrea della Valle. Le difficoltà economiche del dopoguerra fecero perdere ai Pallottini l'interesse per il progetto, e nel 1952 l'opera venne inaugurata nella cripta della basilica Regina Pacis, a Ostia. Nel dicembre 2012 l'intero complesso è stato trasferito e allestito nel vasto ambiente ipogeo dell'ex convento degli Agostiniani, adiacente al municipio, nel centro storico di Cave: uno spazio voltato a crociera che, per una volta, sembra costruito apposta. Il legame fra Ferri e Cave, come vedremo, non era occasionale, e la città ha ereditato un'opera che Roma aveva commissionato e poi lasciato cadere.
Gli studi sulla Sindone al Museo Lorenzo Ferri
La sala dedicata agli studi sindonici, nell'ex convento agostiniano, ricostruisce l'atmosfera della sala sindonica dello studio romano di Ferri e documenta quarantasei anni di ricerca. È la parte del museo che divide i visitatori, e va detto subito per chiarezza: Ferri non fu un teologo e il museo non emette verdetti sull'autenticità del telo di Torino. Ferri fu uno scultore che applicò all'immagine sindonica gli strumenti dell'anatomia artistica, con la stessa testardaggine con cui aveva ricomposto un gruppo ellenistico dai frammenti.
Il metodo di Lorenzo Ferri
Ferri cominciò a occuparsi della Sindone alla fine degli anni Venti, lavorando sulle lastre fotografiche di Giuseppe Enrie, e non smise fino alla morte. Nel 1950 presentò il proprio materiale artistico e scientifico al Primo Convegno Internazionale sulla Sacra Sindone; nel 1952 fu ricevuto in udienza privata da Pio XII, al quale presentò il volto di Gesù ricostruito dall'impronta. Nel 1951 arrivò all'intuizione su cui si regge tutto il resto: che le impronte del telo contenessero un'informazione tridimensionale, cioè che l'intensità dell'immagine variasse in funzione della distanza fra il corpo e il tessuto. Da quell'idea nacquero le due ricostruzioni plastiche, la RP1 in resina realizzata fra il 1966 e il 1968, alta 198 centimetri, e la RP2 in gesso lavorata fra il 1972 e il 1975, alta 197 centimetri, oltre alla ricostruzione del flagello del 1972 e a quella del teschio del 1974. Dalle sue misurazioni Ferri ricavò una statura intorno a un metro e ottantacinque, una posizione del corpo a S e una lussazione della spalla sinistra.
I volti, le mani, i piedi
La sala espone la serie dei volti in sequenza cronologica, e la sequenza è la cosa più istruttiva del museo intero. Il volto Borgongini del 1933 in terracotta patinata, il volto Christus del 1937-1938 in gesso patinato, il volto Spinelli del 1951 in marmo e nella versione in gesso dipinto, il volto Felbermayer del 1954, il volto Vitt del 1966 in cera e quello a occhi socchiusi del 1961, il volto sindonico con i capelli appena abbozzati del 1970 in terracotta, il volto frustato del 1971 in gesso dipinto. Accanto, le coppie di mani e di piedi divise in prima maniera, del 1950-1960, e seconda maniera, del 1967-1968, in gesso e in resina: la revisione di un dettaglio anatomico condotta per quindici anni.
C'è poi una raccolta che non ci si aspetta e che spiazza: le maschere cadaveriche. Cavour, Trilussa, Mazzini, Tolstoj, Beethoven, il monsignor Borgongini Duca, la Valtorta. Ferri le studiava per capire come il volto umano si modifica dopo la morte, e le espose accanto al volto cadaverico sindonico RP2 del 1973. È una sala che va guardata con lo stomaco saldo e senza sentimentalismi: è un laboratorio, non una cappella.
Gli altri pezzi della sala sindonica
Completano l'ambiente il telo con la riproduzione della Sindone del 1964, quattro metri e trentasei per un metro e cinquanta; il grande olio su tela "Gesù inchiodato sulla croce a terra" del 1953-1961, 247 per 122 centimetri; il grafico dell'asse di simmetria del volto, carboncino su carta del 1949; il volto vivo sindonico a carboncino del 1958; il crocifisso sindonico in gesso su legno del 1952 in scala un quarto; le quattro figure in bronzo delle fasi della deposizione dalla croce del 1974; e il busto altorilievo del 1972 con la spalla lussata. Nella stessa sala sono esposti i bozzetti originali della porta Janua Coeli, quelli del 1968-1970 in gesso al vero, 226 per 520 centimetri, e i due bozzetti in gesso patinato del 1970.
La sala superiore dell'ex convento: Fallani, San Francesco e Giacarta
La sala superiore dell'ex convento dei frati agostiniani espone opere realizzate fra il 1950 e il 1965 e, gesto raro e generoso, alcuni lavori del maestro di Ferri, Giuseppe Fallani (1859-1933): i quattro bozzetti in gesso presentati al terzo concorso per il palazzo di Giustizia di Roma, cioè "La forza", "La giustizia", "La carità" e "La legge", tutti del 1898, e una "Venere" in gesso del 1904. Vedere il maestro accanto all'allievo, in un museo intitolato all'allievo, è una scelta museografica che nessun grande museo si permetterebbe e che qui funziona benissimo.
Della stessa sala fanno parte i bozzetti del presepe di Sant'Andrea della Valle, cioè i modellini preparatori delle statue che si vedono a scala reale nell'ipogeo: il Re Indiano inginocchiato, la Madonna con il Bambino in due versioni, il San Giuseppe, il paggio, il Re Assiro con paggio. Passare dai bozzetti alle statue è un esercizio che consiglio di fare nell'ordine giusto, prima il piccolo e poi il grande.
C'è poi il gruppo francescano commissionato dal vescovo Cristoforo Arduino Terzi per valorizzare i luoghi francescani della valle reatina: il "San Francesco e il lupo" del 1958, "Fra Masseo disteso", "Fra Angelo con il liuto", "San Francesco che declama il cantico delle creature", "Fra Bernardino in ginocchio", "Fra Leone che scrive la regola", tutti fra il 1960 e il 1964, e il dettaglio della testa di San Francesco del 1972. Chi conosce i santuari della valle di Rieti riconosce subito il progetto. Completano la sala l'Immacolata nella mandorla in ceramica del 1965, l'ostensorio con San Francesco e gloria di angeli del 1958, i sette santi fondatori dell'ordine dei Serviti, la copia in gesso del Sarcofago degli sposi del 1950 e la serie di bozzetti per il monumento nazionale di Giacarta del 1964, con la nave, il giovane con l'arco, il toro indonesiano e l'aquila emblema dell'Indonesia, di cui esiste anche un imponente dettaglio della testa in gesso, 76 per 16 per 105 centimetri.
Lorenzo Ferri e la città di Cave: la Veronica, la porta bronzea, il Crocifisso
Resta la domanda che tutti si fanno arrivando: perché un museo dedicato a uno scultore romagnolo, vissuto e morto a Roma, si trova in un paese dei Monti Prenestini. La risposta ha un nome e un cognome, monsignor Lorenzo Castellani, parroco di Cave. Ferri, per i suoi studi sulla Sindone, frequentava gli ambienti ecclesiastici romani, e lì strinse amicizia con Castellani, che lo portò a Cave.
La prima opera per la città è una tela della Veronica con il volto di Cristo coronato di spine, realizzata per il Comitato Pro-Venerdì Santo di cui Castellani era direttore spirituale, oggi conservata nella chiesa di Santa Maria Assunta. Seguirono due lavori che raccontano un rapporto ormai affettivo: la porta bronzea della stessa chiesa di Santa Maria Assunta, la Janua Coeli, presentata nel 1970 a Paolo VI e inaugurata nel 1972, che illustra la vita della Vergine e nella quale sono ritratti lo stesso Ferri e monsignor Castellani; e il Crocifisso Sindonico, iniziato nel 1964 e fuso in bronzo dopo la morte dell'artista, esposto nella frazione di San Bartolomeo.
Un consiglio pratico che vale il tempo che costa: dopo la visita al museo, salite alla collegiata di Santa Maria Assunta e guardate la porta. È a pochi minuti a piedi dal Palazzo Comunale, non ha biglietto e chiude il cerchio, perché nella gipsoteca avete visto i gessi al vero e i bozzetti, e qui vedete il bronzo montato sui cardini, con le figure dei due amici che si sono infilati dentro la storia della Vergine come i donatori nei polittici del Quattrocento.
Il monumento a Trilussa e le opere romane di Lorenzo Ferri
Il pezzo più famoso di Lorenzo Ferri non è in un museo: è a Trastevere, in piazza Trilussa, ed è il monumento al poeta. Nel 1952, dopo un dibattito acceso in Consiglio comunale, la piazza fino ad allora conosciuta come piazza di Ponte Sisto fu intitolata a Carlo Alberto Salustri, cioè Trilussa, morto nel 1950. Il monumento, con basamento in cortina laterizia ed elementi architettonici antichi e con il busto in bronzo, fu inaugurato il 22 dicembre 1954 alla presenza di una gran folla e del sindaco Salvatore Rebecchini. Sul monumento corrono i versi di "All'ombra": "Mentre me leggo er solito giornale / spaparacchiato all'ombra d'un pajaro" e la chiusa "de poté dì le cose come stanno / senza paura de finì in priggione".
Ferri non aveva mai ritratto Trilussa dal vero. Lavorò sulle fotografie e sulle descrizioni di Rosa Tomei, la donna che era stata accanto al poeta. Nella gipsoteca di Cave si vedono il busto in gesso patinato e la figura intera in piccolo formato, cioè le due tappe di quel ritratto costruito per interposta memoria. È un dato che restituisce dignità professionale a un monumento che i romani trattano come un appoggio per le birre del sabato sera: quel volto è un lavoro di ricostruzione, non una copia.
Delle opere romane di Ferri fa parte anche il Cristo Redentore del cimitero di Prima Porta, il cimitero Flaminio, statua monumentale in marmo alta quattro metri elaborata fra il 1961 e il 1973: ai piedi di quella statua riposano le sue ceneri. E c'è il capitolo del concorso per le porte bronzee della Basilica di San Pietro, in cui Ferri fu finalista nel 1948 con un bozzetto per il secondo grado; i rilievi si vedono nella gipsoteca. Perse, come persero quasi tutti, ma il fatto che un maestro d'arte di scuola pubblica arrivasse in finale a quel concorso dice quanto valesse la mano. Per orientarvi nel resto del panorama museale della capitale potete partire dalla pagina dedicata ai musei di Roma.
Knock, Giacarta e le commissioni internazionali di Lorenzo Ferri
Tra il 1960 e il 1963 Ferri realizzò il gruppo marmoreo dell'Apparizione per il santuario di Knock, nella contea di Mayo, in Irlanda. Il santuario descrive le statue come eseguite in marmo di Carrara bianchissimo, su commissione della Knock Shrine Society, con la Vergine al centro, San Giovanni Evangelista alla sua destra e San Giuseppe alla sua sinistra, secondo il racconto dei quindici testimoni dell'apparizione del 1879 e le interviste degli anni Trenta a Mary Byrne O'Connell. Nella cappella un altare con l'Agnello e angeli scolpiti completa la scena. È una delle mete di pellegrinaggio più frequentate d'Europa, e i milioni di persone che ci passano ignorano quasi tutte che l'autore sia un italiano i cui gessi preparatori si trovano al secondo piano di un ex ospedale in un paese dei Monti Prenestini.
Tra il 1964 e il 1966 Ferri lavorò al portale bronzeo e alle statue per il Sacrario dell'Indipendenza di Giacarta; nel 1963 realizzò mosaici e vetrate per la chiesa dei Missionari Comboniani a Roma. Nel 1970 ricevette il premio dell'Accademia Tiberina e fu nominato accademico tiberino; realizzò la medaglia per il centenario di Roma capitale. La ricostruzione tridimensionale del volto dell'Uomo della Sindone è stata pubblicata nel volume "L'uomo della Sindone nella ricostruzione dello scultore Lorenzo Ferri", edito da Kappa nel 2012.
Il Museo Lorenzo Ferri dentro il Museo Civico Città di Cave
Il Museo Civico "Città di Cave" è stato istituito il 30 maggio 2013 e comprende tre divisioni. La prima è il Museo Lorenzo Ferri con il Presepe Monumentale, ed è l'unica pienamente visitabile: le altre due, il Museo del Tabacco e del Baco da Seta e il Museo Archeologico, sono in fase di realizzazione. Chi arriva a Cave contando di vedere anche la sezione sul tabacco farà bene a verificarne lo stato prima di partire.
Il museo appartiene al Sistema Museale Territoriale dei Monti Prenestini e della Valle del Giovenzano, il cosiddetto Pre.Gio., e dal 2024 aderisce al Sistema Museale dei Castelli Romani e Prenestini Museumgrandtour. Sono sigle che al visitatore dicono poco e che invece contano parecchio: significano personale formato, cataloghi condivisi e la possibilità di costruire una giornata mettendo insieme più sedi vicine. La coltivazione del tabacco, per inciso, è un capitolo di storia economica di questa zona che meriterebbe più attenzione, ed è lo stesso tipo di memoria produttiva che si trova documentata al museo della canapa di Pisoniano, a pochi chilometri.
Come arrivare al Museo Lorenzo Ferri e che cosa vedere intorno
Cave è ai piedi dei Monti Prenestini, circondata da boschi di castagno e ceduo, su un territorio in gran parte collinare che tocca i 450 metri alla Montagnozza. Il paese ha poco meno di undicimila abitanti ed è attraversato dalla storia in un modo che nessuno si aspetta: qui, il 14 settembre 1557, durante la guerra del sale, fu firmata la pace fra Filippo II di Spagna e papa Paolo IV, quella che i manuali chiamano appunto pace di Cave. Chi arriva per il museo si porta a casa anche questo.
Per costruire una giornata intera, il vicinato è ricchissimo. A pochi minuti c'è Palestrina, con il santuario della Fortuna Primigenia e il museo archeologico nazionale che conserva il mosaico nilotico; sopra Palestrina c'è Castel San Pietro Romano con la rocca e la vista. Poco più in là ci sono Genazzano con il castello Colonna e il Ninfeo bramantesco, e la selva di Genazzano per chi vuole camminare. Verso la montagna si sale al castagneto prenestino, mentre a est si arriva a Olevano Romano, il paese dei pittori nordici, e a Segni con le sue mura ciclopiche. Con un'ora di macchina in più si tocca Subiaco con i monasteri benedettini; sull'altro versante, verso nord, si arriva a Tivoli e alle sue ville.
Il Museo Lorenzo Ferri con i bambini e con le scuole
Il museo offre laboratori didattici per gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, organizzati secondo necessità e obiettivi in accordo con i docenti accompagnatori. L'offerta comprende visite guidate generali e tematiche alla gipsoteca della durata di circa un'ora e laboratori tematici di due ore che affrontano la concezione, la produzione e le tecniche delle opere, con visita totale o parziale della raccolta. L'impostazione dichiarata è inclusiva, con attenzione al pubblico con disabilità e con bisogni educativi speciali, e ricorre allo storytelling come strumento di accessibilità.
Non è una didattica improvvisata: risponde a un'idea dell'artista, che aveva realizzato pannelli espositivi e conservato copie da studio di opere classiche e gessi anatomici, oggi perduti, con l'intento di creare un museo interattivo contiguo a un liceo artistico proprio a Cave. Il liceo non è mai nato, il museo sì. Con i bambini funziona benissimo l'ipogeo del presepe, per una ragione elementare di scala: davanti a una statua alta quattro metri anche un bambino annoiato alza la testa. La gipsoteca è più impegnativa e va dosata; la sala delle maschere cadaveriche, con i bambini piccoli, la salterei.
Accessibilità del Museo Lorenzo Ferri
La sezione principale del Museo Lorenzo Ferri, quella dell'ex Ospedale Mattei in Via Cavour, è accessibile alle persone con disabilità motorie ed è servita da ascensore. La sezione del Presepe Monumentale, ricavata nelle sale ipogee dell'ex convento nel centro storico, non è accessibile alle persone con mobilità ridotta, e vale la pena saperlo prima e non sul posto.
In entrambe le sezioni esiste un percorso tattile che consente la fruizione degli spazi e la conoscenza delle opere anche ai visitatori ipovedenti e non vedenti, con pannelli informativi e postazioni dedicate che ospitano riproduzioni in scala di alcune delle statue esposte, così da restituire forma e dimensioni degli originali. In un museo fatto quasi interamente di gessi, cioè di superfici pensate per essere lette con la luce radente, l'idea di far toccare copie in scala è la traduzione più sensata possibile dell'esperienza. L'ingresso è gratuito per le persone con disabilità con un accompagnatore.
Quando andare al Museo Lorenzo Ferri
Il museo apre in due fasce, mattina e pomeriggio, e questo condiziona la giornata più di quanto sembri. La fascia del mattino, dalle 10.30 alle 12.30, è breve e va sfruttata arrivando alle 10.30 spaccate; quella del pomeriggio, dalle 16.30 alle 19.30, è tre ore ed è la scelta giusta se volete vedere entrambe le sezioni con calma e salire poi alla collegiata. In estate il pomeriggio ha il vantaggio del fresco: siamo in collina, e alle 17 di agosto qui si respira meglio che a Roma.
Il periodo migliore, se posso scegliere per voi, è l'autunno. Da queste parti l'autunno significa castagne, boschi che cambiano colore lungo la strada da Palestrina e paesi vuoti di turisti. Il Natale ha ovviamente il suo argomento, perché un presepe monumentale a dicembre acquista un senso che a luglio si perde un po'; ma è anche il momento in cui la sezione ipogea è più frequentata. Il periodo che eviterei è il pieno agosto, non per il caldo ma per il calendario: il 15 agosto il museo è chiuso e nelle settimane intorno gli orari possono cambiare. Ricordo, per l'ultima volta, che la visita si prenota e che il numero 06 5745934 risolve in due minuti qualsiasi dubbio.
Una curiosità sul Museo Lorenzo Ferri
Dentro il Presepe Monumentale c'è un pugile. Il Re Assiro, la figura che con il suo paggio occupa un fronte di tre metri e sessanta, ha il corpo di Erminio Spalla, che negli anni Venti era stato campione europeo dei pesi massimi e che poi si era dato al cinema e alla canzone. Ferri non lo scelse per il nome: gli serviva un fisico capace di reggere la scala monumentale senza diventare una caricatura muscolare, e un pugile professionista, allenato a stare in equilibrio, era la soluzione tecnica. Nello stesso gruppo posò come Re Indiano un ottantenne ospite del Cottolengo di Don Orione, mentre il San Giuseppe è modellato su Sirio, figlio dello scultore, e la testa del Re Indiano è quella di Ferri stesso.
Messa in fila, la cosa ha del prodigioso: davanti all'Epifania di Cave si trovano un campione sportivo, un anziano assistito da un'opera di carità, un figlio e l'autore. Un catalogo di uomini reali travestiti da re. È il tipo di informazione che cambia il modo di guardare un'opera, perché smonta l'idea che la scultura sacra del Novecento fosse fatta di modelli ideali. Ferri lavorava esattamente come i pittori del Seicento che pescavano gli apostoli in osteria, e il risultato è che quelle nove figure, nonostante l'altezza, hanno una carne credibile. Guardate le mani del Re Assiro: sono mani con le nocche di chi ha colpito qualcosa.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Museo Lorenzo Ferri
Nessuno vi dirà che il pezzo più celebre di questo museo non è nel museo, e che milioni di persone lo hanno già visto senza sapere di averlo visto. Il monumento a Trilussa in piazza Trilussa, a Trastevere, quello sotto cui si siedono i ragazzi il sabato sera, è opera di Lorenzo Ferri e fu inaugurato il 22 dicembre 1954. A Cave si conservano il busto in gesso patinato e la figura in piccolo formato, cioè i due passaggi preparatori.
Il dettaglio che nessuno racconta è come nacque quel volto. Ferri non aveva mai avuto Trilussa davanti: il poeta era morto nel 1950 e la piazza gli fu intitolata nel 1952, dopo un dibattito acceso in Consiglio comunale. Lo scultore lavorò sulle fotografie e sulle descrizioni di Rosa Tomei, la donna che gli era stata accanto. Ricostruire un volto da immagini piane e da testimonianze verbali è esattamente il problema tecnico che Ferri affrontava, negli stessi anni, sull'impronta della Sindone. Il monumento più popolare di Trastevere e la ricerca più solitaria della sua vita sono lo stesso esercizio applicato a due materiali diversi.
Aggiungo una seconda cosa che non si legge quasi mai: nella sala superiore dell'ex convento sono esposti quattro bozzetti del 1898 di Giuseppe Fallani, il maestro di Ferri, presentati al concorso per il palazzo di Giustizia di Roma. Un museo monografico che espone il proprio maestro è un gesto di onestà intellettuale che vale la deviazione.
Il consiglio che ti do per visitare il Museo Lorenzo Ferri
Telefonate. Prima di tutto il resto, telefonate al 06 5745934 e prenotate, perché il museo lavora su appuntamento e gli orari conoscono variazioni stagionali. Fatto questo, organizzate la visita al contrario di come la organizzano quasi tutti: cominciate dalla gipsoteca di Via Cavour, salite fino al secondo piano, e solo dopo scendete nell'ipogeo dell'ex convento per il Presepe Monumentale. Chi fa il percorso inverso vede prima il colpo di scena e poi si annoia davanti ai gessi piccoli; chi lo fa in questo ordine arriva davanti alle nove statue avendo già visto i bozzetti da venti centimetri, e capisce che cosa significa portare un modellino a quattro metri.
Secondo consiglio: prendete la fascia pomeridiana, dalle 16.30 alle 19.30. Sono tre ore contro le due scarse del mattino, e vi lasciano il tempo di salire alla collegiata di Santa Maria Assunta per vedere la porta bronzea Janua Coeli montata sui cardini, dopo aver guardato i suoi bozzetti in gesso al vero nella sala sindonica. Il cerchio si chiude lì, non nel museo.
Terzo consiglio, il più antipatico: non liquidate la sala sindonica in tre minuti perché il tema vi lascia freddi. È la parte più originale della raccolta e si può guardare benissimo come un capitolo di anatomia artistica del Novecento, senza aderire a nulla. La sequenza dei volti dal 1933 al 1973, uno accanto all'altro, è un documento sul mestiere dello scultore che in Italia non ha molti confronti.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il Presepe Monumentale sia nato per Sant'Andrea della Valle lo dicono tutti. Quello che si cita poco è la conseguenza: a Roma quel presepe non è mai arrivato. Il concorso fu bandito dai Padri Pallottini nel 1946 per rinnovare il presepe donato dai Torlonia, in occasione del centenario dell'Ottavario dell'Epifania istituito da San Vincenzo Pallotti; Ferri vinse, calcolò le proporzioni sul rettangolo doppio quadrato della chiesa e progettò una collocazione davanti all'abside, a tre metri dal pavimento. Poi la penuria economica del dopoguerra fece perdere interesse ai committenti, e l'opera restò senza casa.
Nel 1952 il presepe fu inaugurato nella cripta della basilica Regina Pacis, a Ostia, dove rimase per sessant'anni. Solo nel dicembre 2012 le nove statue sono state trasferite e allestite nell'ambiente ipogeo dell'ex convento degli Agostiniani, accanto al municipio di Cave. Il percorso completo, quindi, è questo: commissionata per la seconda chiesa più alta di Roma, esposta in una cripta del litorale, ricollocata infine in un paese dei Monti Prenestini.
C'è una morale in questa vicenda. Le opere d'arte non finiscono dove dovrebbero: finiscono dove qualcuno decide di occuparsene. Cave si è presa un'opera che Roma aveva ordinato e poi lasciato andare, le ha costruito attorno uno spazio voltato a crociera e ci ha messo il nome del suo autore sulla porta. Tre euro di biglietto sono il resto della storia.
La foto giusta da fare al Museo Lorenzo Ferri
La foto giusta è una sola e va fatta nell'ipogeo dell'ex convento: mettetevi ai piedi del San Giuseppe, la statua che il catalogo registra a 384,7 centimetri di altezza, e inquadrate dal basso verso l'alto, tenendo nel campo la nascita della volta a crociera. Il contrasto fra il taglio delle nervature e il panneggio della figura fa il lavoro da solo, e la deformazione prospettica che di solito rovina le foto qui è esattamente ciò che restituisce la scala reale. Se avete qualcuno con voi, fatelo entrare nell'angolo basso dell'inquadratura: senza una figura umana nessuno crederà alle proporzioni.
La seconda foto da portare a casa è tutt'altra cosa. Nella sala degli studi sindonici, la sequenza dei volti disposti in ordine cronologico va fotografata di taglio, non frontalmente: una fila di teste dal 1933 al 1973, in terracotta, in marmo, in gesso, in cera, che ripetono lo stesso soggetto quaranta volte con quaranta esiti diversi. È l'immagine che spiega il museo meglio di qualsiasi didascalia.
Due avvertenze tecniche. La prima: qui la luce è quella di sale ricavate in edifici storici, quindi tenete alta la sensibilità e rassegnatevi a rinunciare al flash, che sul gesso bianco appiattisce ogni modellato e distrugge proprio quello che siete venuti a vedere. La seconda: le regole su riprese, cavalletti e uso professionale delle immagini le stabilisce il museo, e in una sede piccola si concordano semplicemente chiedendo al personale al momento della prenotazione.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Cave ha una data che compare nei manuali di storia moderna: il 14 settembre 1557. Durante la guerra del sale, il conflitto che oppose papa Paolo IV Carafa e i suoi alleati francesi alla Spagna di Filippo II, le trattative finali si svolsero proprio qui e la pace fu firmata a Cave. Fu la fine dell'ultima grande avventura militare del papato in Italia e l'inizio di un lungo predominio spagnolo sulla penisola: un trattato firmato in un paese di collina che chiude un capitolo europeo.
Gli avvenimenti che riguardano il museo sono più recenti e si contano su una mano. Nel 1946 i Padri Pallottini bandiscono il concorso per il presepe, che Ferri vince; le nove statue vengono scolpite fra il 1947 e il 1948. Nel 1952 il Presepe Monumentale è inaugurato nella cripta della basilica Regina Pacis a Ostia, e nello stesso anno Ferri è ricevuto in udienza privata da Pio XII, al quale presenta il volto ricostruito dall'impronta sindonica. Nel 1970 la porta bronzea Janua Coeli è presentata a Paolo VI; viene inaugurata sulla chiesa di Santa Maria Assunta di Cave nel 1972. Nel 1975 Ferri muore a Roma.
Poi vengono le date della memoria. Gli eredi donano al Comune di Cave la raccolta delle opere. Il 30 maggio 2013 viene istituito il Museo Civico "Città di Cave". Nel dicembre 2012 apre la sezione del Presepe Monumentale nell'ipogeo dell'ex convento agostiniano; il 7 dicembre 2013 apre la gipsoteca nell'ex Ospedale Mattei. Nel 2024 il museo aderisce al Sistema Museale dei Castelli Romani e Prenestini.
Chi è passato dal Museo Lorenzo Ferri
Le persone che hanno lasciato traccia in questo museo, in gesso o in bronzo, formano un elenco improbabile. Ci sono due pontefici: Pio XII, che nel 1952 ricevette Ferri in udienza privata e vide il volto ricostruito dalla Sindone, e Paolo VI, al quale nel 1970 fu presentata la porta bronzea per la chiesa di Cave; di Giovanni XXIII si conservano quattro forme di medaglia del 1963. C'è monsignor Lorenzo Castellani, parroco di Cave, l'uomo per cui esiste tutto il resto: senza la sua amicizia lo scultore non avrebbe mai messo piede in questo paese.
Ci sono i ritratti dei grandi: Giovanni Giolitti nel 1959, Antonio Rosmini nel 1956, Luciano Manara, Ennio Quirino Visconti, il cardinale Lepicier nel 1930, il cardinale Borgongini Duca, monsignor Ferdinando Baldelli nel 1972, e naturalmente Trilussa. Ci sono le maschere cadaveriche di Cavour, Mazzini, Tolstoj e Beethoven, che Ferri studiava per capire come cambia un volto dopo la morte. C'è Erminio Spalla, il pugile diventato Re Assiro.
E poi ci sono i due nomi che contano di più per la storia dell'artista. Giuseppe Fallani, restauratore dei Sacri Palazzi Apostolici, maestro di Ferri ragazzino, di cui la sala superiore espone i bozzetti del 1898 per il palazzo di Giustizia e una Venere del 1904. E Alberto Carlo Carpiceci, allievo prediletto e poi cognato, che collaborò al Presepio Monumentale. Un museo che espone il maestro e l'allievo accanto all'autore racconta un mestiere, non una carriera.
Domande veloci sul Museo Lorenzo Ferri
Dove si trova il Museo Lorenzo Ferri?
La sezione principale è in Via Cavour 23, 00033 Cave, in provincia di Roma, nel palazzo dell'ex Ospedale Mattei. La sezione del Presepe Monumentale è nelle sale ipogee del Palazzo Comunale, l'ex convento degli Agostiniani, nel centro storico.
Quali sono gli orari del Museo Lorenzo Ferri?
Lunedì e martedì chiuso; dal mercoledì alla domenica dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30. La biglietteria chiude trenta minuti prima dell'orario di chiusura. Gli orari possono variare con le stagioni, quindi conviene confermare al momento della prenotazione.
Serve prenotare per visitare il Museo Lorenzo Ferri?
Sì. Il museo si visita su prenotazione, tramite il modulo del sito ufficiale o telefonando al 06 5745934.
Quanto costa il biglietto del Museo Lorenzo Ferri?
Intero 3 euro, ridotto 2,50 euro. Il ridotto vale per i residenti, per i gruppi sopra le venti persone, per i bambini e i ragazzi dai 3 ai 18 anni e per gli over 65.
Chi entra gratis al Museo Lorenzo Ferri?
Le persone con disabilità con un accompagnatore e i bambini fino a tre anni.
Il Museo Lorenzo Ferri è pubblico o privato?
È un museo civico, del Comune di Cave, e costituisce una sezione del Museo Civico "Città di Cave".
Qual è il numero di telefono del Museo Lorenzo Ferri?
06 5745934. L'indirizzo di posta elettronica del museo è museolorenzoferri@gmail.com; il centralino del Comune di Cave risponde allo 06 9500081.
Chi era Lorenzo Ferri?
Uno scultore, pittore, restauratore, sindonologo e insegnante nato a Mercato Saraceno il 18 luglio 1902 e morto a Roma il 25 febbraio 1975. Si formò a Roma nella bottega di Giuseppe Fallani, si diplomò all'Istituto di Belle Arti nel 1921 e lavorò in Argentina, in Libia, in Campania e in Basilicata prima di stabilirsi definitivamente nella capitale.
Quanto tempo serve per visitare il Museo Lorenzo Ferri?
Un'ora e mezza per la gipsoteca con calma, quaranta minuti per il Presepe Monumentale. Tre ore se volete vedere entrambe le sezioni e salire alla collegiata per la porta bronzea.
Quante statue ha il Presepe Monumentale di Cave?
Nove, in gesso, scolpite fra il 1947 e il 1948: la Madonna con il Bambino, San Giuseppe, i tre Magi e i rispettivi paggi.
Quanto sono alte le statue del Presepe Monumentale?
Le figure in piedi sfiorano i quattro metri: il catalogo registra San Giuseppe a 384,7 centimetri, il Re Assiro con paggio a 375,5, il Re Africano a 370,2 e la Madonna seduta con il Bambino a 367,1. Le figure inginocchiate superano i due metri e mezzo.
Per quale chiesa era stato realizzato il Presepe Monumentale?
Per Sant'Andrea della Valle a Roma, dopo la vittoria al concorso indetto dai Padri Pallottini nel 1946. Non vi fu mai collocato: nel 1952 fu inaugurato nella cripta della basilica Regina Pacis a Ostia e nel dicembre 2012 è stato trasferito a Cave.
Che cosa sono gli studi sindonici esposti al Museo Lorenzo Ferri?
Sono il frutto di quarantasei anni di ricerca di Ferri sull'immagine della Sindone di Torino, condotta con gli strumenti dell'anatomia artistica: sequenze di volti dal 1933 al 1973, coppie di mani e di piedi, maschere cadaveriche, disegni, e le due ricostruzioni plastiche del corpo, la RP1 in resina del 1966-1968 e la RP2 in gesso del 1972-1975.
Il museo prende posizione sull'autenticità della Sindone?
No. La raccolta documenta il lavoro di uno scultore e di uno studioso, non emette verdetti. Si può visitare come un capitolo di anatomia artistica del Novecento.
È vero che il monumento a Trilussa a Trastevere è di Lorenzo Ferri?
Sì. Fu inaugurato il 22 dicembre 1954 in piazza Trilussa, con basamento in cortina laterizia e busto in bronzo. A Cave si conservano il busto in gesso patinato del 1954 e la figura in piccolo formato.
Che cos'è la porta Janua Coeli?
La porta bronzea a due battenti che Ferri realizzò per la chiesa di Santa Maria Assunta a Cave fra il 1968 e il 1972: illustra la vita della Vergine e vi sono ritratti lo stesso scultore e monsignor Lorenzo Castellani. Fu presentata a Paolo VI nel 1970 e inaugurata nel 1972. I bozzetti in gesso al vero sono esposti in museo.
Il Museo Lorenzo Ferri è accessibile alle persone con disabilità?
La sezione principale di Via Cavour è accessibile alle persone con disabilità motorie ed è servita da ascensore; la sezione ipogea del presepe non lo è. In entrambe le sezioni esiste un percorso tattile con pannelli e riproduzioni in scala per i visitatori ipovedenti e non vedenti.
Il Museo Lorenzo Ferri è adatto ai bambini?
Il Presepe Monumentale sì, moltissimo, per una questione di scala. La gipsoteca richiede più attenzione e va dosata; con i bambini piccoli eviterei la sala delle maschere cadaveriche.
Ci sono attività per le scuole al Museo Lorenzo Ferri?
Sì: visite guidate generali e tematiche di circa un'ora e laboratori tematici di due ore, concordati con i docenti accompagnatori, con un'impostazione inclusiva e attenta ai bisogni educativi speciali.
Come si arriva a Cave da Roma?
In automobile lungo la strada statale 155 di Fiuggi, oppure in autostrada con uscita a Valmontone. Con i mezzi pubblici ci sono le linee Cotral dai capolinea di Anagnina e Ponte Mammolo; in treno si scende a Valmontone e si prosegue con le navette.
Quanto dista Cave da Roma?
Circa quaranta chilometri a est della capitale, ai piedi dei Monti Prenestini.
Che altro c'è da vedere a Cave oltre al museo?
La collegiata di Santa Maria Assunta con la porta bronzea di Ferri, il Palazzo Colonna con la torre, il santuario di San Lorenzo Martire, il santuario della Madonna del Campo con la Basilica Petriana, e la frazione di San Bartolomeo dove si trova il Crocifisso Sindonico fuso in bronzo dopo la morte dell'artista.
Le altre sezioni del Museo Civico Città di Cave sono visitabili?
No: il Museo del Tabacco e del Baco da Seta e il Museo Archeologico risultano in fase di realizzazione. La parte visitabile è quella dedicata a Lorenzo Ferri e al Presepe Monumentale.
Qual è il periodo migliore per visitare il Museo Lorenzo Ferri?
L'autunno, per i boschi di castagno intorno e per la calma; dicembre se volete il presepe nel suo momento naturale. Il 15 agosto il museo è chiuso, come il 1 gennaio e il 25 dicembre.
Un museo di tre euro in un paese di undicimila abitanti che conserva i modelli di un monumento romano, il gruppo marmoreo di un santuario irlandese, i bozzetti di un portale indonesiano e quarantasei anni di ricerca su un'immagine discussa in tutto il mondo: la sproporzione fra il contenitore e il contenuto è la ragione per cui ci torno. Andateci prenotando, andateci di pomeriggio e cominciate dai gessi piccoli. Il resto lo fa il San Giuseppe alto tre metri e ottantaquattro, quando alzate la testa.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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