Campodimele (LT)

Campodimele (LT) è un comune di poco più di cinquecento residenti arroccato su un colle carsico fra i monti Ausoni e gli Aurunci, in provincia di Latina. Il municipio è in Piazza Municipio 4, 04020 Campodimele, telefono 0771 598013, posta ufficiocultura@comune.campodimele.lt.it. Il borgo non ha biglietto: mura, vicoli, gradinate e camminamento sono liberi e aperti in qualunque momento, mentre le chiese seguono gli orari delle funzioni e conviene chiedere in canonica o al Comune prima di salire apposta. Ci si arriva soltanto in auto o con mezzo privato: il paese è servito da una sola strada carrabile che si stacca dalla statale della Valle del Liri, la SS 82, e da una seconda salita, asfaltata più di recente, che dalla località Taverna punta verso il monastero di Sant'Onofrio, con una diramazione che sale al paese dai pressi del cosiddetto Ponte delle Streghe. Da Roma il percorso naturale è l'A1 in direzione Napoli, con uscita fra Ceprano e Cassino, e poi la SS 82 verso sud; da chi arriva dal mare la salita parte da Itri e dalla piana di Fondi. L'auto si lascia nei parcheggi a raso lungo la circonvallazione, sotto le mura: dentro il centro storico si cammina e basta, perché la circolazione è esclusivamente pedonale su strade e gradinate. Nella stagione balneare il Comune attiva un servizio di navetta verso il mare di Sperlonga: gli orari cambiano ogni anno e vanno chiesti al numero del municipio. Per la visita del borgo bastano due ore; per il borgo più i sentieri del parco serve una giornata intera.

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Campodimele fa parte del comprensorio dei Monti Aurunci e ricade nel Parco Naturale dei Monti Aurunci: se state costruendo un itinerario nel Lazio meridionale, quelle due pagine sono il contenitore giusto dentro cui incastrare questa giornata.

Campodimele (LT)
Campodimele (LT)

Il borgo a forma di cono: come è fatto Campodimele (LT)

La prima cosa che colpisce, guardando il paese dalla strada che sale, è la geometria. Campodimele si presenta come un cono compatto e omogeneo, un cerchio quasi perfetto di case che degradano verso il basso a partire dal campanile della chiesa parrocchiale, che occupa la sommità. Le abitazioni si assestano intorno alla viabilità interna seguendo l'andamento del colle, e alla base del cono corre la cinta muraria, che funziona insieme da fondazione, da recinto e da parapetto. Non è un impianto pittoresco nato per caso: è la forma che prende un abitato quando deve difendersi da tutti i lati e non può crescere in larghezza.

Dentro le mura non entrano automobili. Le vie sono lastricate, spesso si trasformano in rampe e gradinate, e i dislivelli si superano a piedi. È il motivo per cui il centro ha conservato l'aspetto medievale meglio di tanti borghi vicini che hanno sacrificato una piazza al parcheggio. La mia opinione, senza giri di parole: Campodimele è uno dei pochi borghi del Lazio meridionale dove la pedonalizzazione non è una scelta di arredo urbano ma un dato geografico, e si sente nel silenzio che c'è alle sette di sera.

La cinta muraria e le dodici torri

La cinta muraria di Campodimele fu costruita nell'XI secolo ed era dotata di dodici torri. Non serviva a proteggere un tesoro: serviva a controllare una strada. La direttrice era quella allora nota come Civita Farnese, l'attuale statale della Valle del Liri, che si ricollegava alla via Appia all'altezza di Itri. Su quella strada, secoli dopo, sarebbero passate le truppe borboniche dirette a Isoletta, frazione di Arce, sul confine fra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio. Una fortificazione così, su un colle che domina il passaggio, vale più di un castello isolato: vede arrivare chiunque con ore di anticipo.

Il numero delle torri è confermato da una fonte d'archivio che vale la pena citare per esteso più avanti, l'Apprezzo del 1690, dove il paese viene descritto come una terra murata circondata da dodici torrioni a l'antica de figura quasi circolare. La formula secentesca dice due cose in una riga: che le torri erano già considerate antiche alla fine del Seicento e che la pianta circolare era percepita come la caratteristica principale del luogo. Oggi le torri non sono tutte leggibili come volumi autonomi, perché molte sono state inglobate nelle case: si riconoscono dalla curvatura del paramento murario e dallo spessore delle finestre. Guardate gli angoli, non le facciate.

Il camminamento esterno alle mura

Negli anni Novanta il borgo ha ricevuto un restauro conservativo importante, che ha rimesso in sesto l'antico camminamento esterno alle mura. È diventato la passeggiata più bella del paese, e anche la più fraintesa: molti visitatori entrano dalla porta, girano il centro e se ne vanno senza accorgersi che il giro vero è fuori, non dentro. Il camminamento segue tutto il perimetro, tiene sempre lo stesso livello e restituisce un panorama che cambia di quarto in quarto: da un lato la valle del Liri e i profili di Cassino, dall'altro la corona degli Aurunci e, nelle giornate limpide, il taglio azzurro del mare verso la Riviera di Ulisse.

Il giro completo si fa in venti minuti buoni camminando piano. Con i gruppi lo faccio sempre in senso antiorario, partendo dal lato che guarda i monti e chiudendo su quello che guarda il mare, perché il tramonto arriva alla fine e non a metà. È un dettaglio da niente, ma è la differenza fra una passeggiata e un ricordo.

Piazza Capocastello e il nucleo alto

Il punto più alto del paese è piazza Capocastello, centro del nucleo storico, e ci si arriva soltanto a piedi. Lì si affaccia la chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, il cui campanile è il segnale visibile da chilometri di distanza. Il toponimo è trasparente: capo del castello, la testa dell'abitato fortificato. Chi conosce i borghi del Lazio meridionale sa che questa configurazione, chiesa in cima e case a corona, è tipica dei centri nati come castrum sotto il controllo di un'abbazia o di una contea, e Campodimele è entrambe le cose.

Il centro storico, che conserva alcune antiche chiese con qualche evidenza artistica del Quattro e Cinquecento, un tempo pieno di vita, oggi è abitato da poche famiglie ed è stato sottoposto a una ristrutturazione completa. Questo è il punto dolente e va detto senza ipocrisia: il restauro ha salvato le pietre, non ha riportato gli abitanti. Camminando d'inverno si incontrano più gatti che persone. Chi cerca il borgo vivo e chiassoso resterà deluso; chi cerca un impianto medievale integro e silenzioso trova qui uno dei migliori del Lazio.

Le chiese di Campodimele (LT), una per una

Sant'Onofrio, santo anacoreta, è patrono e protettore di Campodimele insieme ai compatroni san Rocco e san Michele Arcangelo. Tre patroni per cinquecento abitanti sono un indizio storico prezioso: raccontano una comunità che nel tempo ha sommato devozioni diverse, quella eremitica legata al monastero, quella antipestilenziale di san Rocco e quella micaelica dei longobardi e delle vie di transumanza. Le chiese del paese vanno lette in quest'ordine, non in ordine di dimensione.

La chiesa di San Michele Arcangelo

La parrocchiale si erge nel punto più alto del paese, in piazza Capocastello. Venne costruita nell'XI secolo, secondo una tradizione locale sulle rovine di un preesistente tempio pagano: l'ipotesi del tempio è appunto tradizione, non un dato archeologico documentato, e va presa come tale. In origine era nota come chiesa di Sant'Angelo, la forma semplificata con cui si indicava San Michele Arcangelo in tutta l'Italia centromeridionale. Il fenomeno è talmente diffuso da avere paralleli illustri: la chiesa di San Michele Arcangelo di Sermoneta, tradizionalmente chiamata Sant'Angelo, e naturalmente Castel Sant'Angelo a Roma, che deve il nome all'apparizione dell'arcangelo sulla mole adrianea.

La chiesa fu danneggiata da un terremoto, chiusa al culto e quindi restaurata nel 1939. Il Comune e la Provincia l'hanno poi dotata di un portale di bronzo, che è l'elemento più recente e il primo che si vede arrivando in piazza. Detto con franchezza: il portale moderno è la cosa meno interessante dell'edificio, e molti visitatori si fermano lì a fotografarlo senza entrare. Dentro c'è di meglio.

Il tabernacolo di scuola Malvito e il dipinto di Gabriele da Feltre

All'interno della parrocchiale sono custoditi i resti di un pregevole tabernacolo marmoreo della scuola di Tommaso Malvito, artista operante a Napoli fra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo. L'attribuzione è alla scuola, non alla mano del maestro: la distinzione conta, perché Malvito fu il grande organizzatore della scultura marmorea napoletana del Rinascimento, con una bottega larghissima che diffuse il suo repertorio in tutto il Regno. Trovare un frammento di quella produzione in un paese di montagna significa che Campodimele, nel Cinquecento, era dentro un circuito artistico napoletano e non ai margini del mondo. È il dato più interessante dell'intera chiesa e nessuno lo racconta.

Accanto, un dipinto firmato da Gabriele da Feltre e datato 1578. Una firma e una data sono un lusso in un contesto del genere: la stragrande maggioranza delle opere di questi paesi è anonima e di datazione incerta, qui abbiamo entrambe le informazioni scritte sulla tela. Agli inizi del Novecento venne poi trasferita qui, dall'omonimo monastero, la statua lignea che rappresenta Sant'Onofrio succintamente vestito. La nudità parziale del santo non è una stravaganza dell'intagliatore: Onofrio, eremita nel deserto egiziano, viene raffigurato per tradizione coperto solo dai propri capelli e da una cintura di foglie, ed è uno dei santi più riconoscibili dell'iconografia orientale passata in Occidente.

Il monastero di Sant'Onofrio

La fondazione del monastero di Sant'Onofrio risale all'XI secolo e si deve all'attivissimo abate Desiderio di Montecassino, che ne affidò l'esecuzione materiale al priore Gerardo di Pico. Desiderio è il personaggio chiave di tutta la storia di questo territorio: abate di Montecassino dal 1058, promotore della più grande stagione costruttiva dell'abbazia, e poi papa con il nome di Vittore III. Che un uomo di quella statura abbia messo mano a un eremo su questi monti dice quanto contasse, per Montecassino, il presidio delle vie fra la Valle del Liri e il mare.

Il complesso, costruito originariamente in zona isolata, era composto dalla chiesa a navata unica con annessa una serie di camerette che fungevano da alloggi a servizio dell'eremo. La tipologia è quella dell'eremo cenobitico: non un'abbazia con chiostro e refettorio monumentale, ma un nucleo minimo dove pochi religiosi vivevano in celle separate e si ritrovavano solo per la liturgia. Distrutto in parte durante la seconda guerra mondiale, il monastero è stato restaurato e ricostruito nella parte diroccata negli anni ottanta, e oggi è meta di pellegrini e comitive di visitatori. Ci si arriva dalla seconda strada, quella che parte dalla località Taverna.

Un consiglio da professionista: al monastero andate la mattina presto o al tardo pomeriggio. A mezzogiorno la luce piatta appiattisce anche il paesaggio, e il valore del posto è tutto nel rapporto fra l'edificio basso e la montagna che lo sovrasta.

Campodimele (LT)
Campodimele (LT)

La chiesa dell'Annunziata

La chiesa dell'Annunziata risale al XIII secolo ed è attualmente sconsacrata. È l'edificio che racconta meglio la parabola demografica del paese: una chiesa costruita quando il borgo dentro le mura aveva bisogno di più luoghi di culto, e dismessa quando gli abitanti non sono più bastati a riempirne uno. Le chiese dell'Annunziata, in questa parte del Lazio e in tutta la Terra di Lavoro, erano spesso legate a confraternite laicali che gestivano l'assistenza ai poveri e ai pellegrini; il collegamento con gli ospedali citati nella descrizione secentesca del paese non è dimostrato, ma è la pista più probabile.

La cappella della Madonna delle Grazie

La cappella della Madonna delle Grazie è del XVI secolo. Va cercata nella zona di Taverna, ai piedi della salita, dove nel tempo si è formato un secondo nucleo abitato lungo la strada. Le cappelle di strada come questa nascono per una funzione precisa: dare un punto di sosta e di preghiera a chi viaggia, prima di affrontare il tratto scomodo. Se avete pochi minuti, guardate il rapporto fra la cappella e la carreggiata: è lì che si legge la funzione originaria.

La chiesetta della Madonna del Rosario a Taverna

La chiesetta della Madonna del Rosario è stata costruita nel dopoguerra, sempre in località Taverna. È la più recente delle chiese del territorio e la meno appariscente, ma ha un valore documentario che sfugge: è la prova costruita della ricostruzione, di una comunità che dopo la distruzione del 1944 ha ritenuto necessario rifare prima di tutto un luogo di culto in basso, dove ormai viveva la parte più giovane della popolazione. Chi legge un paese solo attraverso i suoi monumenti antichi perde metà della storia.

I monumenti e le lapidi di Campodimele (LT)

Campodimele ha una densità di monumenti pubblici sproporzionata rispetto alla popolazione, e questo è già un dato che racconta qualcosa. Un paese che si spopola e continua a commissionare bronzi e mosaici è un paese che ha un rapporto forte con chi è partito e che usa lo spazio pubblico come luogo di memoria. L'elenco completo comprende il Monumento ai Caduti di guerra, il Monumento all'Emigrante, il Monumento a san Pio da Pietrelcina, il Monumento al pastore, un mosaico in maiolica, la lapide del miracolo del 1858, le lapidi delle missioni dei Passionisti e quelle degli eventi bellici e della Medaglia al Merito di Guerra concessa al Gonfalone comunale.

Il Monumento all'Emigrante

Il Monumento all'Emigrante è un mosaico di Giovanni Repossi. Nel contesto di Campodimele è il monumento più significativo di tutti, più della statua di san Pio e più del monumento ai caduti, perché tocca il nervo scoperto della storia recente del paese: la partenza di intere famiglie per l'Inghilterra, il Brasile e soprattutto il Canada. Un mosaico, poi, non è una scelta neutra: è una tecnica lenta, fatta di tessere accostate una a una, e come metafora di una comunità che si ricompone pezzo per pezzo lontano da casa funziona meglio di qualunque discorso.

San Pio, il pastore e lo scultore Salvatore Incorpora

Due bronzi del paese portano la firma dello stesso autore, lo scultore Salvatore Incorpora di Catania: il Monumento a san Pio da Pietrelcina e il Monumento al pastore. La coppia è interessante perché mette in fila le due devozioni parallele di un paese di montagna, quella religiosa novecentesca e quella per il mestiere che ha nutrito la comunità per secoli. Il pastore, in particolare, va guardato pensando ai 25 chilometri di sentieri che ancora oggi attraversano i boschi comunali: quelle non sono piste turistiche inventate a tavolino, sono tracciati di transumanza e di lavoro riconvertiti.

Il mosaico di maiolica e l'affresco di Egnazio Danti

Il mosaico in maiolica di Laura Supino riproduce l'affresco del XVI secolo di Egnazio Danti conservato in Vaticano. Qui serve una spiegazione, perché il nome di Danti dice poco a chi non frequenta la storia della cartografia. Egnazio Danti, domenicano perugino, matematico e cosmografo, fu l'autore del ciclo di carte geografiche dipinte nella Galleria vaticana per volere di papa Gregorio XIII fra il 1580 e il 1585: quaranta tavole che rappresentano l'Italia regione per regione, con una precisione che all'epoca non aveva eguali. Che un paese di cinquecento anime abbia voluto riprodurre in maiolica il proprio pezzo di quella carta è un gesto di orgoglio territoriale raffinatissimo. Significa dire: noi c'eravamo già, dipinti sul muro del Papa.

Le lapidi: il miracolo del 1858 e la memoria di guerra

Una lapide ricorda il miracolo compiuto nel 1858 da san Paolo della Croce in favore di Rosa D'Alena. Va precisato un punto di cronologia che quasi nessuno nota: Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, morì nel 1775, quindi il fatto del 1858 è un evento attribuito alla sua intercessione, non un episodio della sua vita. Il legame con i Passionisti spiega anche le varie lapidi commemorative sparse in luoghi diversi del territorio in memoria delle loro missioni: la congregazione, radicata sui monti fra il Lazio meridionale e la Ciociaria, per due secoli ha percorso questi paesi con cicli di predicazione che duravano settimane e lasciavano un segno inciso nella pietra, letteralmente.

Completano il quadro le lapidi commemorative degli eventi bellici e della concessione della Medaglia al Merito di Guerra al Gonfalone del Comune. Un gonfalone decorato non è un riconoscimento formale distribuito a pioggia: viene concesso a comuni che hanno subito danni gravissimi e perdite civili documentate. Nel caso di Campodimele, quel che accadde fra il gennaio e il maggio del 1944 lo giustifica ampiamente.

Campodimele (LT)
Campodimele (LT)

La storia di Campodimele (LT) dalle origini al 1934

Apiolae, una tradizione da smontare

L'origine dell'abitato viene attribuita da un'obsoleta tradizione settecentesca ai superstiti dell'antica città latina di Apiolae, ricordata da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (III, 5) e da Tito Livio (1, 5) come conquistata e distrutta nel VI secolo avanti Cristo da Tarquinio Prisco, quinto re di Roma. La tradizione è appunto una tradizione erudita di età moderna e va considerata infondata: Apiolae era con ogni probabilità nel Lazio meridionale interno, ma nessun elemento la collega a questo colle.

Altrettanto infondata è l'ipotesi etimologica secondo cui il nome Apiolae deriverebbe da api e si sarebbe poi trasformato in Campus Mellis, ovvero Campo di Miele. È una paretimologia elegante e fa un bell'effetto sui depliant, ma non regge alla prova dei documenti: nelle carte medievali il nome compare come Campo de Melle, e il passaggio da un ipotetico latino classico a quella forma non è ricostruibile. Lo dico da appassionato di toponomastica: le etimologie che spiegano troppo bene sono quasi sempre inventate a posteriori.

Il 1072, il 1087 e la Terra Sancti Benedicti

Le prime notizie certe di un centro abitato e fortificato con questo nome risalgono al 1072, quando i conti di Fondi donarono i loro beni, fra cui Campo de Melle e il convento di Sant'Onofrio, al monastero di Montecassino. Quindici anni dopo, nel 1087, l'abate Desiderio, divenuto papa Vittore III, fece scolpire sul portale della basilica cassinese, tuttora esistente, il nome di S. Onophrius de Campo de Melle insieme a quello di tutti gli altri possedimenti acquisiti dalla Terra Sancti Benedicti. Questo è il documento più importante che riguardi Campodimele, e non è a Campodimele: è inciso nella pietra all'ingresso di Montecassino. Chi visita l'abbazia può leggere il nome del paese in un elenco dell'XI secolo.

Nel 1158, in una bolla di papa Adriano IV, Campodimele è citato fra i paesi che dovevano rimanere in perpetuo nella diocesi di Gaeta. La formula giuridica serviva a chiudere una contesa: fra abbazie, vescovadi e feudatari, la titolarità delle chiese di montagna era una materia litigiosa e redditizia, e una bolla papale era il modo più solido per metterci un punto.

Dai Dell'Aquila ai Caetani, dai Colonna ai Di Sangro

Il castrum di Campodimele fece parte del Ducato di Fondi fino al 1140, anno in cui fu inquadrato nella Contea di Fondi, feudo della famiglia normanna Dell'Aquila. Nel 1298 passò alla famiglia Caetani, la casata di papa Bonifacio VIII che in quegli stessi decenni costruiva il proprio dominio territoriale fra Sermoneta, Fondi e la pianura pontina. Nel 1384 Onorato I Caetani assunse l'amministrazione per conto di Luigi II d'Angiò: siamo nel pieno dello Scisma d'Occidente, e Fondi è la città dove nel 1378 era stato eletto l'antipapa Clemente VII. Campodimele, nel suo piccolo, era dentro uno degli snodi politici più caldi d'Europa.

Il paese era compreso nella provincia di Terra di Lavoro. Nel 1497 il territorio dell'intera contea di Fondi fu concesso dal re di Napoli al generale Prospero Colonna come ricompensa per la fedeltà dimostrata. All'inizio del XVII secolo il paese, già dominio dei Gonzaga, divenne proprietà dei Carafa di Stigliano; nel 1647 fu acquistato da donna Maddalena Miroballo, moglie di Troiano, per impetrar il titolo sopra detta terra, come dice il documento. La frase merita attenzione: si comprava un paese per comprarsi un titolo nobiliare, e infatti nel 1674 donna Maddalena rivendette il feudo ai Carafa per cinquemila ducati, ma la famiglia Miroballo continuò a portare e trasmise agli eredi il titolo di duca di Campomele. Il paese tornò indietro, il titolo no.

Alla morte dell'ultimo erede dei principi di Stigliano, il più ricco feudatario del Regno di Napoli, nel 1689 tutto il comprensorio della contea di Fondi fu devoluto al fisco, e il re lo donò nel 1690 alla famiglia austriaca Mansfeld con il titolo di principe. Nel 1721 ritroviamo Campodimele fra i feudi della famiglia Di Sangro, che acquisì il titolo di principe di Fondi. In centocinquant'anni il paese cambia padrone sette volte senza che nessuno di questi padroni ci abbia mai messo piede stabilmente: è la definizione stessa di feudo di rendita.

Il paese nell'Apprezzo del 1690

L'Apprezzo del 1690 è il documento che permette di vedere Campodimele come in una fotografia. Un apprezzo era la perizia di stima di un feudo, redatta da tecnici incaricati dal tribunale in occasione di una vendita: descriveva il territorio, le rendite, gli edifici e gli abitanti con una precisione fiscale che nessuna cronaca dell'epoca raggiunge. Da quel documento sappiamo che Campodimele era una terra murata circondata da dodici torrioni a l'antica de figura quasi circolare e che il governo del comune era affidato a un giudice, un sindico e otto consiglieri. Vi era una chiesa principale con otto altari, oltre a quattro cappelle, di cui due con ospedale.

Sulle condizioni degli abitanti l'Apprezzo è impietoso e vale la pena leggerlo per intero: in detta terra non vi sono persone facoltose, né medico, né spetiale di medicina, né manuale, né vi è nessuno artista, solo vi è uno barbiero; non vi è nessuna sorte di boteche e quello li bisogna si servono dalle terre convecine. Sono tutti poveri e si esercitano a coltivare li campi et altri esercizi foresi, et le donne agiutano li loro mariti; et vestono generalmente tutti di lana e dormono quasi tutti sopra pagliaricci; et lo grano che produce il territorio lo vendono per pagare li pesi, e mangiano la maggior parte dell'anno pane di grano d'India e miglio.

Due dettagli di quel testo meritano una nota, perché è qui che la longevità di Campodimele smette di essere una leggenda e diventa storia dell'alimentazione. Il primo: gli abitanti vendevano il grano per pagare le tasse e mangiavano pane di grano d'India, cioè mais, e miglio. Il secondo: la dieta era per forza di cose povera di grassi animali e ricca di cereali minori e legumi. Quella che oggi viene celebrata come dieta della longevità nasce da una condizione di povertà estrema, non da una scelta di salute. Chiunque venda Campodimele come un paradiso alimentare senza dire questo racconta metà della verità.

Gli abitanti erano circa ottocento, più di oggi, considerando che furono tassati per circa centocinquanta fuochi, cioè famiglie, all'epoca numerose e comprensive di servi e lavoranti. Secondo un documento del 1701, le rendite feudali e burgensatiche, al netto delle spese e dell'adoa, erano di 173 ducati e 3 tarì. L'adoa era il tributo che il feudatario versava al sovrano in sostituzione del servizio militare: una cifra così bassa dice che Campodimele, per il suo signore, era una proprietà di prestigio più che una fonte di reddito.

Dai Borbone alla provincia di Latina

In seguito all'abolizione del sistema feudale nel 1806, Campodimele fu inserita nel nuovo ordinamento comunale. Durante l'epoca borbonica Ferdinando II usava sostarvi per visitare i vicini santuari della Madonna della Civita, sopra Itri, di Sant'Onofrio e di San Michele Arcangelo. Il re si occupò del miglioramento dei collegamenti stradali fra i comuni di Itri e Campodimele, Pico e altri, e della costruzione di nuove chiese, venendo personalmente a inaugurare i lavori.

Caduto il Regno delle Due Sicilie e realizzata l'Unità d'Italia, Campodimele, riconfermato comune autonomo, fece parte del mandamento di Fondi, del circondario di Gaeta e della provincia di Terra di Lavoro, con capoluogo prima Capua e poi Caserta. Nel 1927 entrò a far parte della provincia di Roma, e ci rimase fino al 1934, anno in cui fu istituita l'attuale provincia di Latina. Sette anni da comune della provincia di Roma sono un dettaglio amministrativo che spiega molte cose sul modo in cui questo paese guarda contemporaneamente verso Napoli, verso la Ciociaria e verso la capitale.

Il brigantaggio sui monti di Campodimele (LT)

Il territorio di Campodimele fu percorso a lungo dai briganti, favoriti dai fitti boschi che permettevano il nascondiglio e la fuga verso la cosiddetta Terra di Nessuno, la fascia al confine fra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio dove nessuna delle due polizie aveva pieno titolo a operare. Chi visita questi monti pensando a una macchia disabitata sbaglia il quadro: era un'autostrada del contrabbando e della latitanza, con basi logistiche, informatori nei paesi e vie di fuga studiate.

La serra dei briganti a Campolevole

Esiste tuttora, presso la località di Campolevole, che vale Campo della lepre, sul confine con il comune di Esperia, la cosiddetta serra dei briganti, chiamata anche cisterna dei ladri: un picco sulla cresta del monte Mandrone circondato da una fitta boscaglia, dove i fuorilegge realizzarono una fortificazione circolare in muri di pietre a secco, di circa sei metri di diametro, dalla quale si dominava il pianoro sottostante e si poteva organizzare una difesa. Sei metri di diametro sono pochissimi: non un accampamento, ma una postazione di guardia e di ultima resistenza.

Sul crinale del monte Fontanino, al confine con il territorio di Pico, si apre una profonda caverna chiamata la tana di Garofalo, dal nome di un celebre capobanda. Esiste anche un monte Sant'Olivo, che ricorda un altro noto brigante. La toponomastica di questi monti è una cronaca giudiziaria a cielo aperto: se un rilievo porta il nome di un fuorilegge, quel fuorilegge ci ha vissuto abbastanza a lungo da entrare nella lingua dei pastori.

Fra i briganti che percorsero il territorio si ricordano Antonio Gasbarrone di Sonnino, Alessandro Massaroni di Vallecorsa, Gaetano Mammone di Sora, Angelo Ferro di Sant'Oliva e Michele Pezza di Itri, molto più noto come Fra Diavolo. Quest'ultimo è il solo che abbia avuto una seconda vita letteraria e musicale, con l'opera comica di Auber del 1830 che lo trasformò in un personaggio quasi simpatico: la sua storia vera, fatta di guerriglia antifrancese e di esecuzione a Napoli nel 1806, era molto meno romantica.

Chiavone, il 13 maggio 1861

Sul ceppo di questo preesistente fenomeno malavitoso si innestarono le formazioni pseudo-politiche all'indomani della resa di Gaeta. Il 13 maggio 1861 un gruppo di briganti nostalgici, capeggiato da Luigi Alonzi di Sora, detto Chiavone, arrivò in nome del lealismo borbonico a invadere Campodimele, Lenola e Monte San Biagio. A Campodimele i briganti devastarono il municipio, tolsero dalle pareti i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi per sostituirli con quelli di Francesco II e di Maria Sofia, dichiararono decaduto il nuovo regno unitario e ripristinarono quello borbonico. La restaurazione durò il tempo di un pomeriggio, ma la scena dei ritratti staccati dal muro è la fotografia più efficace di che cosa fu davvero la guerra civile del 1861 nel Mezzogiorno.

Il fenomeno del brigantaggio, organizzato sui monti Ausoni, Aurunci e Lepini, assunse dimensioni talmente gravi che l'esercito italiano non andò per il sottile nella repressione: in un solo semestre del 1861 furono catturati, uccisi in scontri a fuoco o fucilati 278 briganti. Molti di questi erano in perfetta buona fede, molti altri si vestivano dei panni legittimisti per fini strettamente personali. Non c'è modo onesto di raccontare questa vicenda scegliendo una parte sola, e chiunque provi a farlo, da un lato o dall'altro, sta vendendo ideologia.

Anche qualche campomelano si trovò coinvolto, come dimostra l'arresto avvenuto a Isoletta di certo Falora Michele fu Giuseppe di Campo di Mele, di anni 37, che nel telegramma inviato al Prefetto di Sora in data 27 ottobre 1863 risulta consegnato dalla truppa francese al nostro Comando Militare della zona, per l'immediata traduzione al Tribunale di Gaeta. Un dettaglio va sottolineato perché sfugge quasi sempre: la truppa francese. Nel 1863 il presidio francese era nello Stato Pontificio a difesa di Pio IX, e consegnava i briganti catturati oltre confine all'esercito italiano. Le due potenze si detestavano e collaboravano.

Pietro Garofalo e la cattura del 1869

A parte le scorrerie di altre bande legittimiste, fra le quali quelle di Giuseppe Antonio Conte di Fondi e di Francesco Piazza di Mola, cioè di Formia, detto Cuccitto, Campodimele fu spesso rifugio del capobanda Pietro Garofalo e della sua druda, la compagna. I due usavano vari nascondigli sia nell'abitato sia sulle montagne circostanti ed erano accompagnati da numerosi accoliti. Il fatto che un latitante ricercato potesse dormire dentro il paese, e non solo nei boschi, dice tutto sui rapporti fra briganti e comunità: complicità, paura, parentele, tutte e tre insieme.

La Guardia Nazionale, guidata dal sindaco di Campodimele, il 2 maggio 1868 riuscì ad arrestare il brigante Giuseppe Cutrozzola da Messina, che faceva parte della banda. Il capo e la sua donna furono invece catturati dai Carabinieri nella notte del 30 marzo 1869, dopo un conflitto a fuoco e una dura colluttazione, in una casa del borgo medievale. Quella casa è ancora lì, dentro il cerchio delle mura: non è segnalata da nessuna targa e nessuna guida la indica, ma l'episodio è documentato e chiude di fatto la stagione del brigantaggio locale.

Campodimele (LT)
Campodimele (LT)

Campodimele (LT) e la seconda guerra mondiale

La linea Gustav e la deportazione del 10 gennaio 1944

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 la linea Gustav, il sistema difensivo tedesco che doveva arrestare l'avanzata alleata verso Roma, passava proprio attraverso il territorio di Campodimele. Dalle sue alture i tedeschi controllavano la Valle del Liri e le vie di comunicazione fra il mar Tirreno e l'entroterra frusinate: la posizione che per mille anni era stata una risorsa difensiva diventò, in pochi mesi, una condanna.

La conseguenza arrivò il 10 gennaio 1944 con la deportazione di settecento abitanti su millequattrocento, cioè esattamente la metà della popolazione. Poi vennero i soprusi, le miserie e i bombardamenti che caratterizzarono il fronte di Cassino: in quel contesto fu distrutto il monastero di Sant'Onofrio. Infine, con la rottura del fronte, le violenze e gli stupri compiuti dai reparti marocchini del Corpo di Spedizione Francese, che insieme agli anglo-americani conquistarono Monte Faggeto e quindi Campodimele fra il 18 e il 20 maggio 1944.

La Ciociara, Moravia e i giorni di maggio

Quegli episodi offrirono lo spunto per il romanzo La Ciociara di Alberto Moravia, che in quel periodo era sfollato proprio su un monte fra Fondi e Campodimele. Il romanzo uscì nel 1957 e nel 1960 divenne il film di Vittorio De Sica che valse a Sophia Loren il premio Oscar come miglior attrice protagonista, primo caso di una interpretazione non in lingua inglese premiata in quella categoria. Il legame fra questo territorio e uno dei momenti più alti del cinema italiano è documentato e diretto, e stupisce quanto poco venga valorizzato sul posto.

Un'avvertenza di metodo, perché qui si scivola facilmente: il romanzo è finzione costruita su un'esperienza reale, e i luoghi descritti da Moravia non sono mappabili uno per uno. Chi promette il sentiero esatto dove Moravia si nascose sta improvvisando. Quello che si può dire con certezza è che lo scrittore trascorse i mesi dello sfollamento sulle montagne fra Fondi e Campodimele e che da lì nacque il libro.

L'emigrazione e il Campodimele Social Club di Toronto

Dopo le devastazioni della guerra molte famiglie decisero di emigrare in Inghilterra, in Brasile e soprattutto in Canada, dove altri compaesani e ciociari li avevano preceduti. Il fenomeno si attenuò gradualmente, ma i residenti continuarono a ridursi e divennero pressanti le emergenze legate alla crisi economica, all'abbandono delle terre e alla disoccupazione. Si tentò di ovviare alla diminuzione degli abitanti con varie iniziative, che tuttavia non ebbero buon esito.

Contemporaneamente le decine di famiglie arrivate in Canada da Campodimele si sono moltiplicate, superando le duemila unità nella sola Toronto, e nel 1976 in quella città si è costituito il Campodimele Social Club, con circa mille iscritti, per riaffermare le tradizioni del paese d'origine, rafforzare i legami con i cittadini della madrepatria e dare vigore alla devozione per Sant'Onofrio. Diverse famiglie hanno fatto fortuna e molti tornano ogni anno al paese, in particolare nel mese di agosto. È la ragione per cui Campodimele ha due demografie: quella anagrafica, esigua, e quella affettiva, che ad agosto moltiplica per tre le persone nei vicoli e in cui si sente parlare inglese con accento canadese.

La longevità di Campodimele (LT): che cosa dicono davvero gli studi

Campodimele viene chiamata la città della longevità a partire dal 1985, quando l'attenzione internazionale si concentrò sui valori clinici dei suoi abitanti. Il dato che fece notizia riguardava il colesterolo, misurato su livelli molto inferiori alla media nazionale, e la pressione arteriosa più bassa del previsto anche in età avanzata; gli studi successivi hanno segnalato valori favorevoli anche sui trigliceridi. Fra i ricercatori che se ne sono occupati viene ricordato Pietro Cugini dell'Università La Sapienza di Roma. Da allora scienziati, medici, professori universitari, giornalisti e semplici curiosi da tutto il mondo sono saliti quassù a cercare una spiegazione.

La spiegazione che gli abitanti danno da sempre è un insieme di fattori: l'aria fresca e ricca di ossigeno che sale dal mare e arriva in montagna, la natura incontaminata, una dieta ricca di legumi e uno stile di vita attivo e semplice, fatto di camminate quotidiane in salita perché qui non esiste un tratto pianeggiante. Su questo punto vale la pena essere netti: l'ipotesi più solida non è né l'aria né un alimento miracoloso, ma la combinazione fra attività fisica costante e non volontaria, alimentazione povera di proteine animali e coesione sociale. Un anziano che vive in un paese dove tutti si conoscono e dove per comprare il pane deve salire cinquanta gradini fa, senza saperlo, esattamente quello che un geriatra gli prescriverebbe.

Sui numeri conviene la prudenza. Nel corso degli anni sono circolate percentuali di ultraottantenni molto alte e in parte non sostenibili: oggi gli ultraottantenni iscritti all'anagrafe sono poche decine, e una parte di questi non vive in paese tutto l'anno. Anche i centenari, che in passato erano l'attrazione del posto, si sono ridotti, e alcuni si sono trasferiti presso i figli in città più grandi. Non è una smentita della fama del paese, è la normale evoluzione di una comunità piccolissima in cui la scomparsa di due persone cambia le statistiche. Chi viene qui aspettandosi un villaggio popolato di centenari resterà deluso; chi viene a capire come si invecchia bene troverà molto da osservare.

Il riconoscimento più concreto arrivato al paese è di natura turistica: Campodimele è premiato con la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, marchio di qualità turistico-ambientale assegnato alle località dell'entroterra che uniscono un patrimonio storico, culturale e ambientale di pregio a una capacità reale di accogliere il visitatore. La Bandiera Arancione va rinnovata periodicamente attraverso una nuova valutazione, quindi è un riconoscimento vivo e non un titolo acquisito una volta per tutte.

Il Parco Naturale dei Monti Aurunci e i sentieri di Campodimele (LT)

Il territorio comunale ricade nel Parco Naturale Regionale dei Monti Aurunci, uno dei parchi più estesi del Lazio e uno dei meno frequentati in rapporto a quello che offre. L'ente organizza escursioni guidate e programmi di educazione ambientale; il riferimento aggiornato per date, ritrovi e disponibilità è il sito dell'ente parco, parcoaurunci.it. Se volete camminare accompagnati, muovetevi con anticipo: le uscite hanno posti limitati e in primavera si riempiono.

I 25 chilometri di sentieri e il Monte Le Vele

Nel territorio di Campodimele sono stati attrezzati venticinque chilometri di sentieri nel bosco. Non è una rete da alta montagna: sono percorsi di mezza costa, in gran parte all'ombra, che si affrontano con scarponcini leggeri e acqua al seguito. Dalla località Crocette, seguendo un sentiero indicato da un cartello del parco, si raggiunge il Monte Le Vele. È l'escursione simbolo del paese e quella che consiglio a chi ha mezza giornata: si sale fra faggi e carpini, si esce su una cresta aperta e il panorama copre in un colpo solo la valle interna e la linea del mare.

Un'avvertenza pratica che nessuno dà: la segnaletica nei boschi degli Aurunci è disomogenea e in alcuni tratti sbiadita. Portate una traccia scaricata sul telefono e non contate sulla copertura di rete, che qui salta spesso. In estate partite prestissimo, perché sul versante esposto a sud dopo le dieci del mattino si soffre davvero.

Il centro di allevamento di cervi, daini e caprioli

Campodimele ospita un centro di allevamento di daini, cervi e caprioli allo stato brado, nato con finalità di conservazione della specie. È un'area recintata di dimensioni ampie, dove gli animali vivono in condizioni seminaturali: non è uno zoo e non va raccontato come tale. Per i bambini è il punto più memorabile della giornata, con l'avvertenza di non aspettarsi avvistamenti garantiti, perché gli animali si spostano e nelle ore centrali si rifugiano all'ombra dove non si vedono. Meglio la prima mattina o l'ultima ora di luce, come sempre con gli ungulati.

Nei dintorni, sempre restando nel raggio di una gita, ci sono altri due luoghi naturali che completano bene la giornata: il Monumento Naturale Mola della Corte, Settecannelle e Capodacqua e le Grotte di Falvaterra e Rio Obaco, dove la visita è guidata e va prenotata.

Cosa si mangia a Campodimele (LT)

Il prodotto identitario del paese è la cicerchia, un legume antico coltivato qui in una varietà locale che è stata recuperata dopo essere quasi scomparsa. La cicerchia è una pianta rustica, resistente alla siccità, che dà raccolto anche su terreni magri: per questo ha nutrito le comunità di montagna per secoli e per questo è stata abbandonata appena l'agricoltura si è meccanizzata, perché rende poco e richiede lavorazione manuale. Si mangia in zuppa, con un filo d'olio crudo, e ha un sapore più deciso del cece, leggermente amarognolo.

Accanto alla cicerchia il territorio produce scalogno, in gran parte per consumo familiare, altri legumi e olio di oliva, spesso da uliveti condotti senza fertilizzanti perché su queste pendenze non ci si arriva con i mezzi. Le carni ovine e caprine completano il quadro, e non è un caso che il paese dedichi un concorso alla capra e alla pecora più belle degli Aurunci.

Un avvertimento onesto sulla ristorazione: Campodimele è un paese piccolissimo e l'offerta di ristoranti è ridotta e variabile nel tempo. Non fornisco nomi di locali che non posso garantire aperti nel momento in cui leggete; conviene telefonare in anticipo, chiedere al Comune allo 0771 598013 oppure mettere in conto di pranzare a Fondi, a Itri o sulla costa. Chi sale d'inverno in un giorno feriale rischia seriamente di trovare tutto chiuso, e non è un modo di dire.

Le feste e i concorsi dell'anno

Il calendario del paese ruota su tre appuntamenti tradizionali. A maggio si svolge il Festival della Fiaba e del Racconto, che porta in paese narratori e laboratori per l'infanzia. Sempre a maggio si tiene il concorso Fauna Nostra, dedicato all'elezione della più bella capra e della più bella pecora dei monti Aurunci: sembra una curiosità folcloristica e invece è una rassegna zootecnica seria, in cui gli allevatori confrontano le linee genetiche degli animali. Ad agosto arriva il Concorso Nazionale di Poesia Portico di Onofrio, che intitola al santo patrono la manifestazione culturale più longeva del paese.

Ad agosto si concentra anche il ritorno degli emigrati e dei loro discendenti, in particolare dal Canada, e la devozione per Sant'Onofrio raggiunge il punto più alto dell'anno. Le date esatte delle manifestazioni cambiano di stagione in stagione e vengono pubblicate dal Comune sul proprio sito, comune.campodimele.lt.it: prima di programmare un viaggio intorno a una di queste feste, controllate lì.

La mia opinione, per quel che vale: fra i tre, quello che merita davvero il viaggio è Fauna Nostra. È l'unico che mostra il paese al lavoro e non il paese in vetrina, e per chi vuole capire la montagna laziale vale più di dieci sagre.

Campodimele (LT)
Campodimele (LT)

Cosa c'è intorno a Campodimele (LT)

Campodimele funziona benissimo come tassello di un itinerario più largo, e male come destinazione unica di una giornata intera se non camminate. Le località vicine più interessanti sono i centri costieri del Lazio meridionale, in primo luogo Gaeta e Formia, con tutta la Riviera di Ulisse e le spiagge di Sperlonga. Verso l'interno, a distanza comoda, c'è Cassino con la sua area archeologica e con la celebre Abbazia di Montecassino, che completa in modo perfetto il discorso su Desiderio e sulla Terra Sancti Benedicti.

Restando fra i borghi, la combinazione più riuscita è Campodimele al mattino e Itri nel pomeriggio, con il castello e il centro storico; in alternativa Lenola e il suo santuario. Chi allarga il raggio verso nord entra nella zona di Pico e Sora, chi scende verso la pianura pontina trova Sonnino, la spiaggia di Terracina e più avanti il lido di Latina. Verso sud, oltre Formia, c'è Minturno con l'area archeologica di Minturnae.

Quando andare e quanto tempo serve

La stagione migliore è la primavera, fra aprile e la prima metà di giugno: i boschi sono al massimo, le temperature permettono di camminare e le manifestazioni di maggio riempiono il paese. Il secondo momento buono è la seconda metà di settembre e ottobre, con la luce bassa che esalta il camminamento e i colori del bosco.

Agosto è vivo ma affollato rispetto alle dimensioni del posto, e in una giornata torrida il giro delle mura senza ombra è faticoso. L'inverno regala il paese più autentico dell'anno, con il silenzio assoluto e le nebbie che si aprono sulla valle, ma bisogna mettere in conto servizi ridotti, freddo vero e la possibilità concreta di neve sulle strade di accesso. Se andate da novembre a marzo, controllate le previsioni e non salite con gomme estive.

Sui tempi sono netto: due ore bastano per il borgo, il camminamento e la parrocchiale. Aggiungete un'ora per il monastero di Sant'Onofrio e mezza giornata se volete fare il sentiero del Monte Le Vele. Una giornata piena copre tutto senza correre.

Campodimele (LT) con i bambini

Il paese funziona bene con i bambini dai sei anni in su, per un motivo semplice: è un cerchio chiuso, senza auto, dove non possono perdersi né essere investiti. Il camminamento esterno è la loro parte preferita, perché si affaccia sul vuoto ed è protetto. Il centro di allevamento di cervi, daini e caprioli chiude la giornata nel modo giusto.

Con i passeggini il discorso cambia radicalmente. Gradinate e rampe rendono il centro storico impraticabile con un passeggino tradizionale; conviene lo zaino porta bambino. Portate acqua, perché le fontanelle non sono ovunque, e un cambio di scarpe se avete intenzione di entrare nel bosco.

Accessibilità: chi fa fatica a camminare

Va detto con chiarezza, senza addolcire: il centro storico di Campodimele non è accessibile in sedia a rotelle. La circolazione è esclusivamente pedonale su strade e gradinate, con pendenze costanti e pavimentazione in pietra irregolare. Chi ha difficoltà motorie può però godersi la parte bassa del paese, la vista dalla circonvallazione, la zona di Taverna con le sue chiese e il monastero di Sant'Onofrio, raggiungibile in auto dalla strada asfaltata.

Per informazioni puntuali su eventuali percorsi facilitati e sull'accesso alla parrocchiale conviene chiamare il Comune allo 0771 598013 prima di partire, soprattutto se il viaggio è lungo. Un'accompagnatrice o un accompagnatore turistico abilitato può organizzare la visita su misura calibrandola sulle capacità del gruppo: è il tipo di servizio che gestisce TourLeaderPro con i suoi tour leader certificati.

Quanto costa una giornata a Campodimele (LT)

La visita del borgo è gratuita. Non esiste un biglietto d'ingresso al centro storico, alle mura o al camminamento, e nemmeno una tassa di accesso: si paga soltanto il carburante o il pedaggio autostradale per arrivarci, ed eventualmente il pranzo. Le chiese sono luoghi di culto ad accesso libero negli orari di apertura, e un'offerta è la sola cosa che si lascia.

I costi possibili sono tre: una guida o un accompagnatore per la giornata, un'escursione organizzata dall'ente parco, la visita guidata alle vicine Grotte di Falvaterra, che ha una tariffa e va prenotata. Per chi organizza una gita di gruppo, la voce che pesa davvero è il pullman, perché la salita finale richiede un mezzo adeguato e non tutti i noleggiatori accettano; è una cosa da verificare in fase di preventivo con chi organizza viaggi di gruppo in Italia.

Una curiosità su Campodimele (LT)

La curiosità più bella di Campodimele non è la longevità, che ormai sanno tutti, ma il fatto che il nome del paese sia inciso dal 1087 sul portale di un'altra chiesa, quella dell'abbazia di Montecassino. Quando l'abate Desiderio completò la basilica di Montecassino volle che sul portale bronzeo venissero elencati tutti i possedimenti della Terra Sancti Benedicti, il grande dominio territoriale dell'abbazia. In quell'elenco compare S. Onophrius de Campo de Melle. Il portale esiste ancora e quelle righe si leggono.

Il particolare interessante non è la citazione in sé, ma il modo in cui funzionava. Incidere l'elenco dei beni sul portale della chiesa madre era un atto giuridico, non decorativo: significava rendere pubblica e permanente la titolarità, in un'epoca in cui le pergamene bruciavano e i testimoni morivano. Il bronzo era l'archivio più sicuro che esistesse. Ogni pellegrino che entrava in basilica leggeva, senza saperlo, il catasto dell'abbazia.

C'è poi una seconda curiosità nascosta nella stessa vicenda. Il nome compare nella forma Campo de Melle, cioè campo del miele, e da lì è nata la paretimologia settecentesca che collegava il paese alle api e alla città latina di Apiolae. È un caso di scuola: un documento autentico dell'XI secolo ha generato, sette secoli dopo, una leggenda di fondazione completamente falsa. La lezione, per chi ama la storia locale, è che la presenza di una fonte antica non garantisce la verità di quello che ci si costruisce sopra. Diffidate sempre delle etimologie che raccontano una storia troppo bella.

Una cosa che non ti dice nessuno su Campodimele (LT)

Nessuna guida turistica dice che la dieta della longevità di Campodimele nasce da una fame documentata. Il documento è l'Apprezzo del 1690, la perizia di stima redatta per la vendita del feudo, dove si legge che in paese non c'erano persone facoltose, non c'era un medico, non c'era uno speziale, non c'era nessun artigiano tranne un barbiere, non c'era una sola bottega, e che gli abitanti vendevano il grano che il territorio produceva per pagare le tasse, mangiando per la maggior parte dell'anno pane di mais e miglio.

Questa è la radice reale di quello che oggi si celebra come modello alimentare. Legumi, cereali minori, pochissima carne, olio quando c'era: non una scelta salutista, ma l'unico regime possibile per una comunità che vendeva il proprio grano migliore. La cicerchia, il legume simbolo del paese, è esattamente questo: la pianta che dà raccolto quando non lo dà nient'altro, e che infatti in tutta l'Italia centrale ha nutrito i poveri di montagna finché sono rimasti poveri.

Il secondo elemento che nessuno racconta riguarda il movimento. A Campodimele non esiste un tratto pianeggiante. Ogni spostamento dentro il paese, dalla casa alla chiesa, dalla chiesa alla piazza, comporta gradini e pendenza. Un anziano che vive qui accumula ogni giorno, senza deciderlo, una quantità di attività fisica che un coetaneo di pianura raggiunge solo se si allena apposta. Aggiungete la coesione sociale di un luogo dove tutti si conoscono e l'isolamento non esiste, e avete tre dei quattro fattori che la letteratura geriatrica indica come protettivi. L'aria buona, che è la spiegazione preferita dai depliant, è probabilmente la meno determinante di tutte.

Il terzo elemento è scomodo e va detto lo stesso: le statistiche di un paese di cinquecento abitanti sono fragilissime. Bastano due trasferimenti o due lutti perché le percentuali cambino in modo vistoso. Le cifre spettacolari circolate negli anni sulla quota di ultraottantenni vanno maneggiate con cautela, e infatti oggi si parla di poche decine di persone, non tutte residenti stabilmente. Il fenomeno è reale, la sua rappresentazione numerica va presa con le pinze.

Il consiglio che ti do per visitare Campodimele (LT)

Il consiglio principale è uno solo e va contro l'istinto di quasi tutti: non entrate subito in paese. Lasciate l'auto sotto le mura e fate prima il giro completo del camminamento esterno, tutto intero, senza fermarvi a fotografare. Vi servono venti minuti. Alla fine di quel giro avrete capito la forma del paese, la sua logica difensiva, il rapporto fra le case e la cinta, i quattro orizzonti che lo circondano. Solo dopo salite nei vicoli. Chi entra prima dalla porta e gira dentro non capisce più niente della struttura, perché dentro il cerchio si vedono soltanto muri a un metro dal naso.

Il secondo consiglio riguarda l'orario. Arrivate a metà pomeriggio e restate fino al tramonto. Campodimele guarda a occidente sulla valle e a mezzogiorno la luce piatta cancella i rilievi; nell'ultima ora la pietra si accende, le mura proiettano ombre lunghe e il paese diventa un altro. Se invece dovete scegliere il mattino, allora sceglietelo prestissimo, con la foschia bassa nella valle: è l'unico momento in cui il cono del paese sembra galleggiare.

Terzo: mettete in conto le gambe. Non esistono scorciatoie, ascensori o navette interne. Scarpe chiuse con suola scolpita, perché la pietra levigata dei gradini con l'umidità diventa insidiosa. Se viaggiate con persone anziane o con difficoltà motorie, organizzate una visita a due velocità: parte del gruppo sale in cima, parte resta sul camminamento e sulla parte bassa, e ci si ritrova. Con i gruppi funziona sempre.

Quarto, e qui sono categorico: telefonate prima. Il paese ha cinquecento abitanti, e cinquecento abitanti significano orari elastici, chiese che aprono per le funzioni e servizi che d'inverno chiudono. Una chiamata al Comune allo 0771 598013 vi evita di fare cento chilometri per trovare il portone chiuso. Chi prepara un itinerario più largo nel Lazio meridionale può appoggiarsi a chi lavora sul territorio: le guide e i tour leader di TourLeaderPro costruiscono giornate su misura fra questi borghi, e chi viaggia con amici stranieri trova le stesse zone raccontate in inglese nella guida al Lazio di ItalyPlanner.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Campodimele sia stata la linea Gustav lo sanno in molti, almeno per sentito dire. Quello che si cita di rado è la proporzione esatta: il 10 gennaio 1944 furono deportati settecento abitanti su millequattrocento. La metà esatta della popolazione. Non un rastrellamento parziale, non una rappresaglia contro un gruppo: metà del paese portato via in un giorno, in pieno inverno, da un abitato di montagna isolato sul suo colle.

Il fatto è risaputo negli studi sul fronte di Cassino, ma nel racconto turistico del paese scompare quasi del tutto, coperto dalla narrazione più gradevole della longevità e della bandiera arancione. Eppure spiega tutto il resto: spiega perché il monastero di Sant'Onofrio dovette essere ricostruito negli anni ottanta, spiega la Medaglia al Merito di Guerra concessa al Gonfalone comunale, spiega l'emigrazione di massa verso il Canada che comincia proprio dopo il 1945, spiega perché il centro storico si è svuotato. Un paese non perde metà dei suoi abitanti in una mattina e poi riprende la vita di prima.

C'è un secondo passaggio, ancora più rimosso. Fra il 18 e il 20 maggio 1944, con la rottura del fronte, Monte Faggeto e poi Campodimele furono conquistati dagli anglo-americani insieme al Corpo di Spedizione Francese, e i reparti marocchini inquadrati in quel corpo si resero responsabili di violenze e stupri sulla popolazione civile. È la vicenda che Alberto Moravia, sfollato su un monte fra Fondi e Campodimele, avrebbe trasformato nel romanzo La Ciociara. Molti visitatori arrivano qui conoscendo il film di De Sica e ignorando che i fatti da cui nasce siano accaduti sulle montagne che stanno guardando.

La mia opinione è che questo sia il vero patrimonio immateriale del paese, più della cicerchia e più dei centenari. Non serve trasformarlo in un percorso della memoria con i pannelli: basterebbe che chi accompagna i visitatori lo raccontasse, guardando verso Monte Faggeto, invece di ripetere per la terza volta la storia del colesterolo.

La foto giusta da fare a Campodimele (LT)

La foto giusta non si fa dentro il paese. Si fa dalla strada che sale, fermandosi in uno dei larghi prima dell'ultimo tornante, e inquadrando il cono intero: le mura alla base, le case a spirale, il campanile in cima. È l'unica immagine che restituisce la forma circolare di cui parlano tutte le fonti dal 1690 in poi, ed è la ragione per cui questo borgo è riconoscibile a colpo d'occhio fra i cento borghi arroccati del Lazio.

Tecnicamente: usate un teleobiettivo moderato, sui 70 o 100 millimetri equivalenti, non il grandangolo. Il grandangolo allontana il paese e lo rimpicciolisce in mezzo al verde; il tele comprime i piani e fa sembrare il cono più fitto e più ripido, che è esattamente l'effetto che percepisce l'occhio dal vivo. Se avete solo il telefono, usate lo zoom ottico se ce l'ha e non quello digitale.

L'ora giusta è l'ultima prima del tramonto, con il sole basso alle spalle del fotografo che accende la pietra chiara. La seconda scelta è il mattino con la nebbia in valle: il paese emerge dal bianco e la foto vale il triplo, ma è una condizione che non si programma, capita da ottobre a febbraio con l'inversione termica.

La seconda foto da portare a casa è invece interna: il camminamento esterno alle mura, ripreso in prospettiva con la curva che si perde e la valle a destra. È una linea che porta l'occhio dentro l'immagine e funziona sempre. Evitate invece la foto frontale del portale di bronzo della parrocchiale, che è l'errore più diffuso: è l'elemento più recente e meno caratteristico del paese, e in una fotografia non racconta niente.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è la donazione del 1072: i conti di Fondi cedettero i loro beni, fra cui Campo de Melle e il convento di Sant'Onofrio, al monastero di Montecassino. Da quel momento il paese entra nella documentazione scritta e ci resta. Quindici anni dopo, nel 1087, il suo nome viene inciso sul portale della basilica cassinese fra i possedimenti della Terra Sancti Benedicti. Nel 1158 una bolla di papa Adriano IV lo assegna in perpetuo alla diocesi di Gaeta.

Il secondo blocco di avvenimenti è feudale e si concentra fra il 1140, quando il castrum entra nella Contea di Fondi sotto i normanni Dell'Aquila, e il 1721, quando il paese finisce ai Di Sangro. In mezzo: il passaggio ai Caetani nel 1298, l'amministrazione di Onorato I per conto di Luigi II d'Angiò nel 1384, la concessione a Prospero Colonna nel 1497, l'acquisto da parte di donna Maddalena Miroballo nel 1647 e la rivendita ai Carafa nel 1674 per cinquemila ducati, la devoluzione al fisco del 1689 e la donazione ai Mansfeld nel 1690.

Il terzo avvenimento è il 13 maggio 1861, quando la banda di Luigi Alonzi detto Chiavone invase Campodimele insieme a Lenola e Monte San Biagio, devastò il municipio, sostituì i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi con quelli di Francesco II e Maria Sofia e proclamò la restaurazione borbonica. È l'unico giorno in cui questo paese ha cambiato bandiera per decisione di un capobanda.

Il quarto è la notte del 30 marzo 1869: i Carabinieri catturano il capobanda Pietro Garofalo e la sua compagna in una casa del borgo medievale, dopo un conflitto a fuoco e una colluttazione. L'anno prima, il 2 maggio 1868, la Guardia Nazionale guidata dal sindaco aveva già arrestato il brigante Giuseppe Cutrozzola da Messina. Con quelle due operazioni la stagione del brigantaggio locale si chiude.

Il quinto e più grave è il 1944: la deportazione di settecento abitanti su millequattrocento il 10 gennaio, la distruzione del monastero di Sant'Onofrio durante i bombardamenti del fronte di Cassino, la conquista di Monte Faggeto e del paese fra il 18 e il 20 maggio, con le violenze sulla popolazione civile. Il sesto, meno drammatico ma decisivo, è il 1985, l'anno in cui gli studi sulla longevità dei campomelani portarono qui l'attenzione del mondo e cambiarono per sempre l'immagine del paese. Il settimo, infine, è il 1976, quando a Toronto nasce il Campodimele Social Club: un avvenimento accaduto a seimila chilometri di distanza che riguarda però questo paese più di molti altri accaduti dentro le sue mura.

Chi è passato da Campodimele (LT)

Il primo nome è quello di Desiderio da Montecassino, l'abate che nell'XI secolo volle la fondazione del monastero di Sant'Onofrio affidandone l'esecuzione al priore Gerardo di Pico. Desiderio guidò Montecassino dal 1058 e nel 1086 fu eletto papa con il nome di Vittore III. Non fu un semplice amministratore: sotto di lui l'abbazia divenne il maggiore centro artistico e culturale del Mezzogiorno, e la sua impronta sul territorio, Campodimele compreso, è documentata da atti e iscrizioni.

Il secondo è Onorato I Caetani, che nel 1384 assunse l'amministrazione del feudo per conto di Luigi II d'Angiò. La famiglia Caetani, quella di papa Bonifacio VIII, dominava in quegli anni un territorio vastissimo fra il basso Lazio e la pianura pontina, e Fondi fu la città dove nel 1378 si consumò l'elezione dell'antipapa Clemente VII, l'atto che diede inizio allo Scisma d'Occidente.

Il terzo è Prospero Colonna, condottiero fra i più celebri del Rinascimento italiano, al quale nel 1497 il re di Napoli concesse l'intera contea di Fondi come ricompensa per la fedeltà dimostrata. Il quarto nome è quello di donna Maddalena Miroballo, che nel 1647 comprò il paese per ottenere un titolo, e la cui famiglia continuò a fregiarsi del titolo di duca di Campomele anche dopo aver rivenduto il feudo.

Il quinto è un re. Ferdinando II di Borbone sostava a Campodimele durante i suoi viaggi per visitare i santuari della Madonna della Civita sopra Itri, di Sant'Onofrio e di San Michele Arcangelo, e si occupò personalmente del miglioramento delle strade fra Itri, Campodimele e Pico, presenziando all'inaugurazione dei lavori. Un sovrano che viene a tagliare il nastro di una strada di montagna è un fatto raro e dice quanto il collegamento fosse considerato strategico.

Il sesto è Alberto Moravia, che durante lo sfollamento del 1943 e del 1944 visse su un monte fra Fondi e Campodimele e trasse da quei mesi il materiale del romanzo La Ciociara. Attraverso il libro e poi attraverso il film di Vittorio De Sica del 1960, il volto di Sophia Loren è diventato l'immagine mondiale di quello che accadde su queste montagne.

Il settimo gruppo non ha un nome solo: sono i briganti. Michele Pezza di Itri, detto Fra Diavolo, Antonio Gasbarrone di Sonnino, Alessandro Massaroni di Vallecorsa, Gaetano Mammone di Sora, Angelo Ferro di Sant'Oliva, Luigi Alonzi detto Chiavone, Pietro Garofalo e Giuseppe Cutrozzola da Messina hanno tutti attraversato o abitato questo territorio, e alcuni sono finiti nella toponomastica dei monti. L'ottavo, infine, è la lunga fila di medici, ricercatori e giornalisti che dal 1985 in poi sono saliti quassù a studiare la longevità: fra loro il clinico Pietro Cugini dell'Università La Sapienza di Roma, che sui parametri cardiovascolari dei campomelani ha lavorato per anni.

Campodimele (LT)
Campodimele (LT)

Domande veloci su Campodimele (LT)

Quanto costa visitare Campodimele (LT)?

Niente. Il borgo, le mura e il camminamento esterno sono ad accesso libero e non esiste un biglietto. Si pagano solo il viaggio, un eventuale pranzo e le visite a pagamento nei dintorni, come le Grotte di Falvaterra.

Quanto tempo serve per visitare Campodimele (LT)?

Due ore per il borgo, il camminamento e la chiesa parrocchiale. Tre se aggiungete il monastero di Sant'Onofrio. Una giornata intera se volete anche camminare nel parco.

Come si arriva a Campodimele (LT) da Roma?

In auto, prendendo l'A1 verso sud e uscendo nella zona fra Ceprano e Cassino, per poi seguire la statale della Valle del Liri, la SS 82. Il paese è servito da una sola strada carrabile che si stacca da quella statale.

Si può arrivare a Campodimele (LT) con i mezzi pubblici?

Il collegamento con autobus di linea esiste ma è pensato per i residenti, con poche corse concentrate negli orari scolastici e di lavoro. Per una visita in giornata il mezzo privato è di fatto necessario. Orari e linee aggiornati vanno chiesti al Comune allo 0771 598013.

Dove si parcheggia a Campodimele (LT)?

Nelle aree di sosta lungo la circonvallazione, sotto le mura. Dentro il centro storico non si entra in auto: la circolazione è esclusivamente pedonale su strade e gradinate.

Perché Campodimele (LT) è chiamata il paese della longevità?

Perché dal 1985 studi clinici hanno rilevato nei suoi abitanti livelli di colesterolo molto inferiori alla media nazionale e valori di pressione arteriosa bassi anche in età avanzata. Da lì è nata la fama internazionale del paese.

A Campodimele (LT) ci sono ancora dei centenari?

Molti meno che in passato. Gli ultraottantenni iscritti all'anagrafe sono alcune decine e non tutti vivono in paese tutto l'anno; i pochi centenari rimasti si sono in gran parte trasferiti presso i figli in città più grandi.

Quanti abitanti ha Campodimele (LT)?

Poco più di cinquecento residenti. Nel 1944 erano millequattrocento e alla fine del Seicento circa ottocento: il paese si è ridotto per l'emigrazione, non per un evento improvviso.

Campodimele (LT) è accessibile in sedia a rotelle?

Il centro storico no: gradinate, rampe e pietra irregolare lo rendono impraticabile. Sono accessibili la parte bassa del paese, la vista dalla circonvallazione, la zona di Taverna e il monastero di Sant'Onofrio, che si raggiunge in auto.

Serve prenotare per visitare Campodimele (LT)?

Per il borgo no. Serve invece prenotare le escursioni guidate dell'ente parco e la visita alle Grotte di Falvaterra, e conviene telefonare in anticipo per i ristoranti, soprattutto fuori stagione.

Si possono fare foto a Campodimele (LT)?

Sì, ovunque all'aperto. Dentro le chiese vale la regola di sempre: niente flash, niente treppiede, e nessuna foto durante le funzioni.

Campodimele (LT) è adatto ai bambini?

Molto, dai sei anni in su, perché il paese è pedonale e chiuso. Con i passeggini invece è difficile: meglio lo zaino porta bambino. Il centro di allevamento di cervi, daini e caprioli è la parte che i più piccoli ricordano.

Che cosa si mangia a Campodimele (LT)?

La cicerchia, legume simbolo del paese, in zuppa; poi altri legumi, scalogno, olio di oliva locale e carni ovine e caprine. L'offerta di ristoranti è ridotta e conviene telefonare prima.

Quando è il periodo migliore per andare a Campodimele (LT)?

Da aprile a metà giugno e poi da metà settembre a ottobre. Agosto è vivo ma caldo e affollato per le dimensioni del posto; d'inverno il paese è splendido ma i servizi sono ridotti e può nevicare.

Quali feste si tengono a Campodimele (LT)?

A maggio il Festival della Fiaba e del Racconto e il concorso Fauna Nostra per la più bella capra e la più bella pecora degli Aurunci; ad agosto il Concorso Nazionale di Poesia Portico di Onofrio. Le date esatte le pubblica il Comune.

Chi è il patrono di Campodimele (LT)?

Sant'Onofrio, santo anacoreta, insieme ai compatroni san Rocco e san Michele Arcangelo, al quale è intitolata la chiesa parrocchiale in piazza Capocastello.

Quante torri ha la cinta muraria di Campodimele (LT)?

Dodici, costruite nell'XI secolo. Nell'Apprezzo del 1690 il paese è descritto come una terra murata circondata da dodici torrioni di figura quasi circolare.

Che differenza c'è fra Campodimele (LT) e gli altri borghi degli Aurunci?

La pianta. Molti borghi vicini si sviluppano in lungo su un crinale; Campodimele è un cerchio chiuso con le mura alla base e la chiesa in cima, e questa forma a cono è ciò che lo rende riconoscibile.

Vale la pena unire Campodimele (LT) al mare?

Sì, ed è la combinazione che consiglio più spesso: mattina in paese e pomeriggio a Sperlonga, a Gaeta o a Formia. In estate il Comune attiva anche una navetta verso la costa, con orari da verificare al municipio.

Che cosa c'entra Campodimele (LT) con La Ciociara?

Alberto Moravia trascorse i mesi dello sfollamento del 1943 e 1944 su un monte fra Fondi e Campodimele, e da quell'esperienza e dai fatti del maggio 1944 nacque il romanzo, poi portato al cinema da Vittorio De Sica nel 1960.

Si può camminare nei boschi intorno a Campodimele (LT)?

Sì, il territorio comunale ha venticinque chilometri di sentieri attrezzati nel bosco. Il percorso più bello parte dalla località Crocette e sale al Monte Le Vele, seguendo un cartello del parco.

Torno a Campodimele almeno una volta l'anno e continuo a pensare che sia uno dei posti dove si capisce meglio come funzionavano davvero i paesi di montagna del Lazio meridionale: la forma, la difesa, la fame, l'emigrazione, il ritorno d'agosto. Se avete una sola giornata e dovete scegliere fra qui e un borgo più famoso, venite qui e portatevi le scarpe buone. Se invece cercate movida, mercatini e locali aperti a mezzanotte, risparmiatevi la salita: non è quel tipo di posto, e per fortuna. Chi vuole costruirci intorno un viaggio più lungo trova spunti nella pagina il mio viaggio e, per un amico straniero, nella raccolta di day trips di ItalyPlanner.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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