Paganico Sabino (RI)
Paganico Sabino è un comune di poco più di 150 abitanti in provincia di Rieti, a 720 metri di quota sulle pendici del Monte Cervia, con il municipio in via San Giorgio 1 (telefono 0765 723032). Da Roma sono circa 80 chilometri: in auto si prende la A24 in direzione L'Aquila, si esce a Carsoli-Oricola e si segue la strada provinciale Turanense che risale la valle del Turano passando sotto il paese; in condizioni normali si arriva in un'ora e un quarto, un'ora e mezza nei fine settimana estivi. L'alternativa da nord è la via Salaria fino a Rieti e poi la Turanense da Rocca Sinibalda, più lunga di mezz'ora. Con i mezzi pubblici si arriva in treno a Carsoli sulla linea Roma-Pescara (partenze da Tiburtina) e da lì con gli autobus regionali Cotral che servono i paesi del lago: le corse sono poche e quasi assenti la domenica, quindi gli orari si controllano su cotralspa.it prima di partire. Si parcheggia lungo la provinciale e nella parte bassa dell'abitato, in via San Giorgio; il borgo si visita esclusivamente a piedi. L'ingresso al centro storico, al Belvedere della Rocca, alla Pietra Scritta, ai sentieri e alle grotte del Monte Cervia è libero; la chiesa di San Nicola è aperta negli orari delle funzioni e la sala espositiva della Pro Loco apre su richiesta, nei fine settimana estivi e durante le feste. Per il solo paese bastano due ore; con il Belvedere, la Pietra Scritta e il giro delle grotte serve la giornata intera; per la vetta del Monte Cervia (1.438 metri) servono gambe allenate e sei ore di cammino. Le date fisse dell'anno sono il Calennemaju del primo maggio, la Sagra delle Sagne Strasciate dell'ultima domenica di luglio, la Fiera di San Giovanni del 30 agosto e la Castagnata di inizio novembre.
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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
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✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
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✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Paganico è uno dei paesi che guardano il Lago del Turano dall'alto, e la guida al lago è il punto da cui partire per inquadrare l'intera valle, con Castel di Tora e il borgo abbandonato di Antuni sulla sponda opposta. Chi cerca invece la montagna trova la pagina sulla riserva del Monte Navegna e Monte Cervia, di cui il territorio comunale fa interamente parte.

Paganico Sabino (RI): una sentinella di pietra sopra la gola dell'Obito
Visto dalla provinciale, Paganico Sabino sembra una cosa sola con la roccia che lo regge. Il paese occupa uno sperone calcareo staccato dal versante occidentale del Monte Cervia, e su tre lati precipita: verso il lago, verso la gola dell'Obito e verso il fosso che la scava. Il quarto lato, quello che si appoggia alla montagna, era l'unico attaccabile, e infatti lì si concentrano le mura, le porte e la Rocca. Chi arriva da Roma lo vede per la prima volta dopo l'ultima curva sopra Posticciola, con il lago sotto e il Cervia dietro, e per un attimo lo confonde con un affioramento roccioso. Poi distingue le finestre.
La forma è quella del castrum medievale che si legge in tutti i borghi della valle del Turano: un nucleo compatto, cinto, con due porte d'ingresso e vicoli larghi quanto una persona con le braccia aperte, che salgono a scalinate verso la sommità. La sommità si chiama ancora oggi «la Rocca» e il nome è la sola traccia che resta del fortilizio: nessuna torre, nessun mastio, ma un impianto di case addossate intorno allo sperone, con gli accessi controllati, che è di per sé un documento. Un paese non si chiama Rocca per caso. Nel Settecento l'abitato è uscito dalla cinta e ha invaso il colle di San Giorgio, dove si è poi allungato fino ai giorni nostri; il municipio, la chiesa scomparsa di San Giorgio e la strada che porta verso le grotte del Cervia sono tutti su quel versante.
Oggi Paganico Sabino conta meno di duecento residenti stabili, che d'estate si moltiplicano con il ritorno dei villeggianti e delle famiglie emigrate a Roma. È uno dei quattro comuni del Lazio (con Amatrice, Cittareale e Leonessa) certificati dall'associazione «Borghi del Respiro», una rete nata sulla base delle zone di monitoraggio della qualità dell'aria previste dalla normativa italiana ed europea, coordinata da una ricercatrice del CREA, che riunisce piccoli comuni di montagna e di collina con aria di qualità documentata e meno di dodicimila abitanti. Non è un titolo onorifico: è un dato misurato. Chi sale a Paganico per respirare, respira davvero qualcosa di diverso.
Il territorio comunale è piccolo, poco più di nove chilometri quadrati, ma va dai 530 metri della riva del lago ai 1.438 della vetta del Cervia: un dislivello di novecento metri in linea d'aria di pochi chilometri, che spiega la varietà di boschi, sorgenti, forre e pareti rocciose che si incontrano camminando. Sopra le creste volano i falchi pellegrini e, con più fortuna, l'aquila reale, entrambi censiti dalla riserva. La macchia mediterranea con il leccio arriva fin sopra le grotte, poi cede al cerro, al carpino e, in alto, al faggio.
Come arrivare a Paganico Sabino e dove lasciare l'auto
La strada più comoda da Roma è la A24 fino a Carsoli-Oricola: dopo il casello si attraversa Carsoli e si imbocca la provinciale Turanense, che entra in provincia di Rieti, sfiora Collalto Sabino sulla destra e scende nella valle fino al lago. Paganico si annuncia con il ponte omonimo sul Turano e con il bivio che sale al paese. La strada è stretta, tortuosa e d'inverno può gelare nei tratti in ombra: chi non è abituato alla guida di montagna conti mezz'ora in più. Il percorso alternativo passa per Rieti e la Turanense da nord, attraverso Rocca Sinibalda e Posticciola, ed è la scelta giusta per chi vuole abbinare Paganico al Lago del Salto o al Terminillo.
Dentro il borgo non si entra in auto, e nemmeno conviene provarci: i vicoli non lo permettono. Si lascia la macchina lungo la strada di accesso e nel piazzale in basso, davanti al municipio, e si sale a piedi. Chi arriva in autobus scende alla fermata sulla provinciale e affronta il dislivello fino al paese, una decina di minuti in salita. Il Comune ha attivato nel 2024 una colonnina di ricarica per auto elettriche, un dettaglio che in un paese di questa taglia dice molto sulle intenzioni dell'amministrazione.
Chi preferisce affidare la giornata a qualcun altro trova in TourLeaderPro accompagnatori abilitati che organizzano escursioni private nella valle del Turano e nel reatino, con il vantaggio non piccolo di non dover guidare su queste strade al ritorno.
Il centro storico di Paganico Sabino, porta per porta
La torre portaia e le due porte del castrum
L'ingresso storico al castrum era controllato da una torre portaia, la torre che sorvegliava la porta principale, tornata visibile solo di recente: i lavori di consolidamento della facciata della chiesa di San Nicola hanno liberato la muratura antica che vi era addossata e hanno restituito al paese un pezzo della sua cinta. Da lì parte il percorso urbano segnalato con pannelli esplicativi, nato nel 2017 con il progetto pilota «I Sentieri della Nostra Cultura», che attraversa il centro storico fino al «Sapportu della Rocca», il passaggio coperto che introduce al belvedere. Le due porte di accesso ricordate dai documenti (una era la Porta Castellana, a fianco di San Nicola, citata nelle visite pastorali) segnano ancora il confine tra il paese vecchio e quello cresciuto fuori.
Un consiglio pratico: si salga di mattina presto o nel tardo pomeriggio, quando la luce radente entra nei vicoli. A mezzogiorno d'estate la pietra chiara riflette e le foto vengono piatte.
Il Belvedere della Rocca a Paganico Sabino
È la novità che ha cambiato la visita del paese. Sulla sommità dello sperone, dove la tradizione colloca la Rocca, il Comune ha realizzato una piattaforma in pietra e metallo che si aggancia alla roccia viva e a un tratto della muraglia antica e si protende nel vuoto sopra la gola dell'Obito. La balaustra in ferro è decorata con sagome di vecchi attrezzi da lavoro, un omaggio alla civiltà contadina che la Pro Loco custodisce nella sala espositiva. Da lassù si abbraccia con un solo sguardo il lago, la forra, i castagneti del versante nord e, nelle giornate limpide, i monti oltre la valle. Chi soffre di vertigini si tenga al lato interno: la sensazione di essere sospesi è voluta e riuscita.
Il belvedere è raggiungibile in cinque minuti dal centro con una salita a gradini, è libero e sempre accessibile. La mia opinione: è il posto più sopravvalutato per il tramonto, perché il sole cala dietro le montagne di fronte e la luce se ne va presto, ed è invece il posto migliore della valle per l'alba, quando il lago si accende sotto e il paese è ancora addormentato.

La chiesa di San Nicola, parrocchiale di Paganico Sabino
San Nicola occupa il centro esatto del nucleo abitato ed è la parrocchiale. Le notizie più antiche sono nel registro delle parrocchie della diocesi di Rieti del 1398, lo stesso documento che censisce le altre chiese del paese; l'edificio che si vede oggi ha però poco a che fare con quello di allora, perché l'aula, la zona presbiterale e parte del campanile sono stati rifatti più volte. L'interno è a navata unica, a sala, con due altari laterali che ospitano le due tele restituite al culto dopo un restauro coordinato dalla Soprintendenza ed eseguito da Mara Masi: una Madonna del Rosario datata 1821 e una Fuga in Egitto del 1819. Sono opere di ambito locale di primo Ottocento, non capolavori, ma raccontano un paese che nel decennio della Restaurazione trovava i soldi per commissionare pale nuove. La ricollocazione fu celebrata con una cerimonia presieduta dall'allora vescovo Giuseppe Molinari e da un concerto dell'Accademia Musicale Farfense.
Sul soffitto campeggia una grande tela decorativa con «San Nicola da Bari e il miracolo dei bambini», firmata da Carlo Cavallari nel 1935: il santo che resuscita i tre fanciulli messi in salamoia dall'oste, il più popolare fra i miracoli attribuiti a Nicola di Myra, dipinto con la maniera lineare degli anni Trenta. La chiesa conservava anche una scultura settecentesca dell'Annunciazione di manifattura locale, con estese tracce della coloritura originale, e numerose suppellettili liturgiche; i furti degli anni passati hanno alleggerito il patrimonio, e ciò che è rimasto è oggi custodito in parte nella sala espositiva accanto.
La sala espositiva San Nicola e il Museo della Civiltà Contadina
Nei locali attigui alla parrocchiale, concessi dalla Curia e dal Comune, la Pro Loco ha ricavato dai primi anni Novanta, ristrutturandoli a proprie spese, due sale espositive. La prima raccoglie quel che resta dell'arredo liturgico delle chiese del paese, depredate negli anni dei pezzi migliori: paramenti, candelieri, reliquiari minori, statue devozionali. La seconda ospita l'esposizione permanente degli oggetti della civiltà contadina raccolti dalla fine degli anni Ottanta su iniziativa dell'architetto Enrico Bonanni, la figura che più di ogni altra ha studiato e difeso il patrimonio di Paganico: aratri, gioghi, tini, bigonce, la «spianatora» su cui si tirava la sfoglia, gli arnesi del mulino. L'apertura non è quotidiana: si chiede alla Pro Loco o al Comune, e nei fine settimana estivi è quasi sempre garantita.
La chiesa di Santa Maria dell'Annunciazione e il Maestro di Paganico
È l'edificio più commovente del paese, e lo dico dopo averne visti molti di simili nella Sabina. Fino al 2000 era una rovina con il tetto sfondato; nel 2001 è stata recuperata nell'ambito del programma comunitario «Albergo Diffuso», che ha finanziato il ripristino della copertura e il riuso a scopo ricettivo. La chiesa è oggi sconsacrata e attrezzata per il pernottamento degli escursionisti, ma la ragione per entrarci sono gli affreschi.
La data di fondazione è incerta. Nel 1398 esisteva una «ecclesia S. Marie de Paganica» registrata come chiesa autonoma; le visite pastorali dei secoli successivi la descrivono con un solo altare in cornice di legno nel 1573, con un altare maggiore e due laterali nel 1673, con due altari nel 1713, uno dedicato alla Vergine e uno alla Santa Croce. Il catasto gregoriano del 1819 la registra come «ambiente a sala lunga e stretta», segno che l'impianto attuale era compiuto. Sul fianco destro si leggono tre fasi costruttive: la facciata originaria era molto più arretrata, come mostra l'innesto della muratura in pietra più recente con i rinforzi angolari, e la finestra della sagrestia, più piccola e fuori asse rispetto alle altre, tradisce un ampliamento successivo. La sagrestia stessa è una cella rupestre, il nucleo originario del complesso, scavata nella roccia.
La chiesa ebbe per secoli un peso economico sproporzionato alla sua taglia: i terreni della montagna di Paganico erano proprietà diretta e inalienabile della chiesa e la comunità si limitava ad amministrarli, e l'Archivio di Stato di Roma ne conserva i conti. Era frequentata anche dagli abitanti dei paesi vicini, con una messa d'obbligo imposta al parroco. Il vescovo Saverio Marini, alla fine del Settecento, la annota come «la chiesa frequentata dal popolo sopra il castello». Ha funzionato con regolarità fino agli anni Sessanta; poi il declino, il crollo del soffitto a cassettoni con motivi quadrangolari al centro, il crollo del tetto e decenni di intemperie sugli affreschi.
In fondo alla parete destra, protetta da una nicchia arcuata poco profonda, si è salvata una Crocifissione: Cristo tra Maria e Giovanni, angeli che raccolgono nei calici il sangue delle mani e del costato, la Maddalena abbracciata alla croce con i capelli biondi sciolti, in basso una fascia di racemi semplificati su fondo bianco. La corona di spine e lo sfondo astratto a bande piatte gialle, rosse e azzurre trovano un riscontro puntuale in due affreschi votivi della chiesa di Sant'Antonio a Collegiove, e questo ha portato a riferire i due cicli alla stessa mano. Durante il restauro della Crocifissione la restauratrice Rita Fagiolo ha scoperto sotto una scialbatura di bianco che l'intera parete destra, circa sessanta metri quadrati, è coperta di pitture datate 1590, con santi ed ex voto. L'autore anonimo è stato battezzato «Maestro di Paganico»: un pittore di provincia che gli studi (Barbara Fabian, in «Paganico: materiali per un piano di ricognizione») leggono come epigono popolaresco di Dionisio Cappelli, il pittore di Amatrice attivo tra Quattro e Cinquecento nell'alto reatino. La datazione tardo-quattrocentesca della Crocifissione e quella al 1590 della parete sono entrambe sostenute dagli studi locali: chi legge deve sapere che si tratta di un cantiere di ricerca ancora aperto, con la parete sinistra in corso di esplorazione. La mia opinione è che questi sessanta metri quadrati di pittura contadina valgano da soli il viaggio, più del belvedere.

La chiesa di San Giovanni Battista al cimitero
È ritenuta la chiesa più antica di Paganico, sorta con ogni probabilità nell'alto Medioevo su preesistenze romane, benché la prima notazione scritta sia anche qui del 1398. Nel 1713 era già ricordata come «sepolcrale», e oggi fa parte del cimitero. L'interno è semplice e privo di affreschi antichi; ospita invece decorazioni recenti di Mauro Vignocchi, figure di santi «ad affresco» e tavole a olio con le Storie di San Giovanni sulla parete di fondo. La facciata è il vero motivo della visita: vi sono murati frammenti di pluteo in arenaria che appartengono a un unico complesso decorativo altomedievale, databile tra l'VIII e il IX secolo secondo Marco Pizzo (in «Paganico: materiali per una ricognizione»). Sono la traccia più antica del paese cristiano, contemporanea al Regesto Farfense. Sull'architrave del portale è incisa una data che va letta 1513: qualcuno vi ha voluto vedere 1111, ma la lettura è errata.
La chiesa di San Giorgio, oggi municipio di Paganico Sabino
L'edificio che ospita la sede comunale in via San Giorgio era in origine una chiesa a navata unica con abside circolare, sorta poco fuori l'abitato tra il 1713 e il 1765, le date di due visite vescovili che la ignorano la prima volta e la registrano la seconda. Ebbe vita difficile: già nell'Ottocento il Comune cominciò a usarne i locali, e con la risistemazione degli anni Ottanta del Novecento le tracce architettoniche sono scomparse del tutto. Resta la memoria sacra del sito, ribadita da una statuina di San Giorgio collocata di recente e dalla festa del santo, ripresa dai volontari del rione.
Fuori dal paese: la Pietra Scritta, la Mola, le grotte e il Monte Cervia
La Pietra Scritta, il sepolcro dei Muttini
A circa due chilometri e mezzo dal paese, subito a valle della provinciale Turanense verso il fiume, un masso squadrato con un'iscrizione consumata è il monumento più antico del territorio e il più carico di leggende. La gente della valle lo ha sempre chiamato Pietra Scritta e vi ha visto per secoli un segnale di tesori nascosti, di strepiti infernali e di tempeste apocalittiche; l'epigrafe, letta dagli studiosi, dice qualcosa di più prosaico e più interessante: è la tomba della famiglia dei Muttini, una gens locale della seconda metà del I secolo a.C., tra la fine della Repubblica e la prima età imperiale.
Il monumento è del tipo «a dado»: un basamento con cornice modanata su tutti i lati, un corpo a pianta quasi quadrangolare con sviluppo tronco-piramidale. La cosa notevole è che non fu costruito ma scolpito: gli scalpellini hanno modellato un masso erratico che giaceva sul posto, probabilmente franato dall'incombente Monte Cervia, trasformando un accidente geologico in un sepolcro. Lo stato di conservazione è pessimo da anni e le lettere si leggono male a occhio nudo; chi vuole vederle porti una torcia e vada nel tardo pomeriggio, quando la luce radente fa uscire i solchi. La Pietra Scritta è anche la prova che l'insediamento romano nella valle era stabile e abbiente: una famiglia che si paga un mausoleo lungo la strada non è una famiglia di pastori stagionali. Il nome stesso del paese, «paganicum», designava in latino tardo i luoghi con rovine di età romana o, in alternativa, il territorio del «pagus», la circoscrizione rurale: entrambe le etimologie portano nella stessa direzione.

La Mola di Paganico Sabino e il complesso di Pian delle Mole
L'Archivio Storico Comunale conserva una notificazione del 22 agosto 1866 della Prefettura dell'Umbria, Circondario di Rieti, che concede il permesso di sfruttare le acque del fosso dell'Ovito per costruire un mulino a grano. È un documento che dice anche una cosa che molti dimenticano: fino al 1923 Paganico era in Umbria, provincia di Perugia, e solo il riordino amministrativo fascista lo ha portato prima nella provincia di Roma e nel 1927 in quella di Rieti. Di lì a poco la Mola fu costruita, e si aggiunse ai mulini già esistenti nel complesso di Pian delle Mole, in fondovalle, alla confluenza tra il fosso dell'Ovito e quello che allora era ancora il fiume Turano, non il lago. Alcuni ruderi di quei mulini sono visibili sotto la provinciale, in due punti vicini alla confluenza; un altro mulino sorgeva presso l'edificio dell'officina idroelettrica dismessa, a monte della strada.
La ex Mola comunale è stata restaurata nel 2001, sempre con i fondi del programma «Albergo Diffuso», e trasformata in un piccolo ostello incassato nelle forre dell'Obito, con il fragore del fosso sotto le finestre. Manca ancora il recupero delle strutture di adduzione e accumulo dell'acqua (le «refote») e del macchinario che muoveva la turbina: quando arriverà, il paese avrà un centro didattico sulla macinazione del grano che pochi borghi laziali possono vantare. Per ora l'edificio si vede dall'esterno, scendendo dalla strada per le gole, ed è una delle mete della passeggiata più bella di Paganico.
Le gole dell'Obito
Il fosso dell'Ovito (o Obito: la grafia oscilla nei documenti e nei cartelli) ha inciso tra il Cervia e lo sperone del paese una forra stretta e profonda, con pareti a strapiombo, che i paganichesi chiamano semplicemente «l'orrido». Il sentiero che la percorre segue il tracciato della vecchia strada comunale per Ascrea, Marcetelli e Collegiove e tocca la Mola, un ponticello in pietra che la tradizione locale vuole di origine romana e un punto detto «nido d'aquila». È una camminata di un'ora e mezza tra andata e ritorno, ombrosa e fresca anche in agosto, con tratti scivolosi dopo la pioggia: scarpe con la suola scolpita, non sandali.
Le grotte del Monte Cervia, una per una
Tra i 630 e i 780 metri di quota, a mezza costa sul versante sud-occidentale del Cervia, una serie di pareti rocciose interrompe il bosco e ospita numerose cavità. Si raggiungono in una ventina di minuti dal paese: dalla località San Giorgio si imbocca via Monte Cervia in direzione sud, si tiene la sinistra alla biforcazione poche decine di metri dopo le ultime case e si segue il sentiero panoramico che conduce alla località «Cerria», sull'antica strada comunale per Collegiove. I lecci coronano le sommità delle pareti e le grotte si aprono sopra e sotto il sentiero.
Il primo incontro è il «Rencricchittu», uno sperone roccioso alto circa undici metri a strapiombo sulla valle. Poche decine di metri oltre si apre sopra il sentiero la prima grande parete, con numerose cavità. Subito sotto il sentiero, e facilmente accessibile, è la grotta «Sotterra»: alta fino a sei metri nella parte centrale e profonda una ventina, ha l'ingresso chiuso da un muro a secco costruito dai pastori, con un'apertura centrale di circa 90 per 180 centimetri e una finestrella laterale. Venti o trenta metri sopra il sentiero si aprono la grotta «Capramorta» e la grotta «Remposta», la cui bocca supera i quindici metri di larghezza; entrambe sono poco profonde. Quasi al termine della stessa parete, due o tre metri sopra il sentiero, la grotta «Ronoriu» conserva all'interno una piccola conca che nei periodi umidi si riempie d'acqua, raggiungibile con cinque gradini scolpiti nella roccia. In una parete sottostante, accessibile dalla località «Crugnaletta», si trova la grotta «Ranne»; l'intero gruppo domina a strapiombo la Crugnaletta, al chilometro 32,800 della provinciale Turanense.
Proseguendo verso sud la parete si fa irregolare, alternando costoni e piccole cavità nascoste dalla vegetazione, fino a raggiungere in un quarto d'ora «Rotta Preti»: poco profonda ma larga oltre trenta metri, con fondo irregolare e altezza massima di dieci metri, affiancata da altre cavità minori. Queste grotte hanno ospitato per secoli animali e raccolti dei contadini e, durante l'ultima guerra, gli abitanti di Paganico sfollati sotto i bombardamenti e le rappresaglie che colpirono la valle nel 1943-44. Nessuna richiede attrezzatura, tutte richiedono attenzione: il terreno è franoso e in alcune si entra solo arrampicando su qualche metro di roccia.

La vetta del Monte Cervia da Paganico Sabino: i tre sentieri
Il Cervia (1.438 metri) è la seconda cima della riserva regionale Monte Navegna e Monte Cervia, istituita nel 1988 e oggi estesa su 3.563 ettari in nove comuni, con sede a Varco Sabino. Dalla vetta il panorama è a 360 gradi: il Terminillo, il Gran Sasso, il Velino, i due laghi e una corona di borghi arroccati. La leggenda locale vuole che nelle giornate più terse si scorgano i riflessi del Cupolone e dei treni della linea Roma-Firenze; la riporto per quel che vale, un'iperbole affettuosa. Da Paganico si sale per tre antichi sentieri, tutti marcati dalla riserva e oggi inseriti nella rete CAI (i numeri 341 e 342 partono dal paese, il 343 da Collegiove):
I Scaluni: il più diretto e il più duro, si inerpica per la parete rocciosa esposta a nord-ovest che sovrasta il paese. Ripido, con tratti su roccia; da evitare in discesa con il bagnato.
Jovetu: il più lungo, ricalca la vecchia strada comunale Paganico-Ascrea-Marcetelli-Collegiove, percorre le gole dell'Ovito e risale il versante nord attraverso i castagneti. È il sentiero della Castagnata di novembre, quando i castagneti sono in raccolta.
Lobbera: il più agevole, sale per il versante sud-est. Il primo tratto del tracciato originario è ostruito e sostituito dalla strada sterrata Monte Cervia, che lo raggiunge di nuovo in località Lobbera. È l'anello consigliabile a chi non ha esperienza: si sale per Lobbera e si scende per Jovetu, con calma, in una giornata.
In tutti i casi il dislivello dal paese supera i settecento metri. Si porti acqua, perché le sorgenti sono in basso e la cresta è secca. Chi non ha voglia di vetta trovi almeno il tempo per il tratto basso di Jovetu: il castagneto in ottobre è il bosco più bello della valle.
Il Lago del Turano dal ponte di Paganico
Il Lago del Turano è un bacino artificiale nato tra il 1936 e il 1939 con lo sbarramento del fiume presso Posticciola: una diga lunga 256 metri e alta 79. Il massimo invaso è a 536 metri sul mare; il lago è lungo circa dieci chilometri, largo poco, con una superficie di circa sei chilometri quadrati e un perimetro di circa trentacinque. È collegato al suo gemello, il Lago del Salto, da una galleria che li rende vasi comunicanti e alimenta la centrale idroelettrica di Cotilia. Dal ponte di Paganico, sulla provinciale, parte la sterrata che costeggia la riva sinistra: un tracciato quasi pianeggiante, adatto alla bicicletta e ai passeggini robusti, che attraversa la parte più piana del territorio comunale e regala scorci sul paese in alto e sulla penisola di Antuni di fronte. Il lago è balneabile nei punti attrezzati; l'acqua è fredda anche ad agosto, e chi ha figli lo tenga presente.
La storia di Paganico Sabino
Le origini: un'area sacra italica sotto il Cervia
Le prime tracce di comunità organizzate risalgono forse al III secolo a.C., in età preromana. A metà degli anni Novanta i volontari della Pro Loco, seguendo le ricerche dell'architetto Enrico Bonanni, hanno raccolto in prossimità del Monte Cervia frammenti di terrecotte votive: piccole statue, statuette di bovini e suini, riproduzioni di mani e piedi. Sono tipologie ben note nei santuari dell'Italia centrale tra IV e III secolo a.C., dove i fedeli deponevano doni in terracotta a buon mercato, alla portata delle classi meno abbienti: parti del corpo per chiedere o ringraziare una guarigione, ma anche immagini di devoti, animali e oggetti quotidiani con significati che vanno dal viaggio alla preghiera. L'insieme fa pensare a un'area sacra non ancora scavata: un'ipotesi fondata, non una certezza, e il cantiere è tutto da aprire.
L'epoca romana e i Muttini
La Pietra Scritta fissa nella seconda metà del I secolo a.C. una presenza romana stabile e con risorse. La valle del Turano era in quei secoli una terra di transito tra la Sabina e il territorio degli Equi, e i «pagi» rurali che l'abitavano hanno lasciato il nome a più di un paese. Il toponimo Paganico, con la sua doppia etimologia, è la prova linguistica di quel passato.
Il Medioevo: Farfa, il casale e il castello
Paganico è uno dei paesi più antichi della valle: il Regesto Farfense lo documenta già nell'852 tra i possessi dell'Abbazia di Farfa, la grande abbazia imperiale della Sabina. Nel documento 311 dell'873 compare un «casale de Paganeco»; nel documento 317 dell'876 si parla di «habitatores in Massa Torana, villa quae vocatur Paganecum». I termini «villa» e «casale» indicano agglomerati rurali, non un centro strutturato: il casale medievale era un edificio abbastanza solido da coordinare le attività agricole del territorio intorno, talvolta munito di difese. L'incastellamento vero, con la Rocca e le porte, è dunque posteriore, un processo che nella Sabina si compie tra X e XII secolo.
Le visite pastorali dei secoli successivi restituiscono la mappa dei luoghi e dei toponimi: la Porta Castellana a fianco di San Nicola, i mulini di Pian delle Mole. Il vescovo Saverio Marini (1779-1813), nel repertorio delle sue visite, annota a proposito dell'Annunziata: «S. Maria è la chiesa frequentata dal popolo sopra il castello, gli antichi suoi fondi sono uniti alla parrocchiale». Quel «castello», usato per il nucleo della Rocca, apre la strada a una ricostruzione fondata: un primitivo abitato incastellato con dentro la parrocchiale di San Nicola e fuori, a baluardo, la chiesa dell'Annunziata. In età moderna Paganico seguì le sorti della baronia di Collalto, il feudo che dominava l'alta valle, passato dai Collalto ai Mareri, ai Savelli, agli Strozzi, ai Soderini e infine, dal 1641, ai Barberini, che lo tennero fino al 1858: l'appartenenza del paese alla baronia è riportata dalle fonti locali, e la sequenza dei signori è quella documentata per Collalto.
Dall'Unità a oggi
L'archivio storico comunale conserva, negli archivi aggregati, i registri parrocchiali dei battesimi, dei matrimoni e delle morti dal 1779 al 1860, l'anno in cui la Sabina pontificia passò al Regno d'Italia e le registrazioni anagrafiche divennero competenza del Comune. Fino al 1923 Paganico appartenne all'Umbria; dal 1927 è nella provincia di Rieti. Il Novecento è la storia di un paese che si svuota: dai contadini e pastori della fiera di San Giovanni ai villeggianti romani di oggi. Ma è anche la storia di una comunità che ha risposto: la Pro Loco che apre il museo, il progetto «Albergo Diffuso» che salva due edifici e sessanta metri quadrati di affreschi, il belvedere del 2017, la certificazione dell'aria. Pochi paesi di 150 abitanti hanno fatto altrettanto in trent'anni.
Eventi, tradizioni e folklore di Paganico Sabino
La Moresca di Paganico Sabino
Fino agli anni Cinquanta il Carnevale di Paganico metteva in scena la Moresca, una rappresentazione drammatica in trentadue strofe in cui la parte dialogata prevaleva sulla danza guerresca. Dodici Cristiani e dodici Mori si fronteggiavano armati di spade e sciabole di legno; gli uomini interpretavano anche le parti femminili. I costumi erano arrangiati con quel che c'era: camicia bianca e pantaloni chiari per i Cristiani; corpetto rosso, ampia gonna sopra i pantaloni, cintura e cappello a cono per i Mori; la regina in abito bianco con veli e diademi. La Moresca è un genere diffuso in tutto il Mediterraneo dal Cinquecento, e le versioni appenniniche come questa sono tra le ultime a essersi spente: non è più rappresentata, ma il testo è conservato dalla comunità.
La Fiera di San Giovanni, il 30 agosto
Ogni 30 agosto, da tempo immemorabile, Paganico ospita la fiera di San Giovanni. Fino agli anni Settanta era una fiera vera, dettata dai bisogni della civiltà agropastorale: compravendita di animali e di attrezzi per i campi. I prati intorno al paese si riempivano di cavalli, mucche, asini e maiali; nella piazza e lungo la «via Romana» si teneva il mercato; per le vie giravano gli artigiani di Marcetelli, che andavano di cantina in cantina a riparare tini e bigonce. In un contesto del tutto cambiato la Fiera sopravvive ancora: un gruppo di ambulanti di casalinghi, scarpe, giocattoli e abbigliamento tiene in vita il mercato, frequentato dai residenti e dagli ultimi villeggianti di fine estate.
La Pasquarella, il 5 gennaio
La sera del 5 gennaio «allegre brigate» vanno cantando di casa in casa la Pasquarella, la questua della vigilia dell'Epifania che nella Sabina e nell'Abruzzo aquilano prende questo nome dalla «Pasqua» intesa come festa. Le strofe, in dialetto, augurano abbondanza e chiedono in cambio salsicce e vino: «Quella vigna che voi ci avete / pozza fa cento barili, / ogni vite 'na cupella; / viva, viva la Pasquarella!». E ancora: «Se mi date un sanguinaccio / me lo friggo alla padella / e fra zucchero e cannella / viva, viva la Pasquarella!». La terza strofa punge il vicinato: «Me 'lla ittu lu vecinatu, / che 'llu porcu l'ha ammazzatu. / E sse dici che non è vero, / qua de fori c'è lo pelo». La chiusa è un augurio: «Fate Pasqua felici e contenti / e che il Signore ve pozza aiutà! / Gesù Bambino! Venitelo a vedè. / Quant'è carino!».
Il Calennemaju paganichese, il primo maggio
Dietro questi riti si nascondono significati antichi. Negli insediamenti agropastorali come Paganico erano diffuse le celebrazioni propiziatorie di origine pagana, rivolte alla fecondità della terra e al ringraziamento per il ritorno delle stagioni, celebrate in primavera con il risveglio della natura. Il primo maggio a Paganico si ripetono da secoli due rituali. La mattina, a digiuno, si compie il Calennemaju: si sbucciano tre noci e si immergono in un bicchiere colmo di vino recitando «San Felippu e Jacu / faccio a Calennemaju / se moro affonno / se no retorno»; se le noci tornano a galla la stagione sarà propizia e senza malanni. San Filippo e San Giacomo, i cui nomi aprono la formula, sono i santi del primo maggio nel calendario antico. Il secondo rito è il piatto: i Vertuti, di cui si dice più sotto, che la Pro Loco ripropone dal 1991 nella giornata del «Calennemaju paganichese» con la sagra omonima.
Il ballo delle Pantasime, ad agosto
Mascheramento, ballo e fuoco: sono i tre elementi simbolici del rito che chiude i festeggiamenti di agosto. Le pantasime sono fantocci costruiti su un telaio di canne intrecciate e rivestiti di carta coloratissima, grotteschi e terrificanti insieme; la loro ambivalenza nasce dal contrasto tra il terrore che incutono e la licenza che esercitano. Compaiono all'improvviso, a notte fonda, a conclusione della festa, e cominciano a ballare, sorrette da abili ballerini nascosti all'interno, incalzate da un ritmo ossessivo. Poi viene dato loro fuoco, e continuano a ballare: i ballerini si fanno un punto d'onore nel resistere il più a lungo possibile tra le fiamme. La festa finisce con l'espulsione degli spiriti maligni, le pantasime ormai inermi divorate dal fuoco purificatore. È il rito più potente della valle e va visto almeno una volta nella vita, da una distanza prudente.
La Castagnata di novembre
All'inizio di novembre il paese celebra le castagne dei suoi boschi con la Castagnata paganichese: caldarroste, vino nuovo e prodotti del bosco nelle piazzette del centro storico. È la festa giusta per chi vuole vedere Paganico fuori stagione, con il lago spesso coperto di nebbia in basso e il sole sulle case in alto.
Piatti tipici di Paganico Sabino
La cucina di Paganico è quella della Sabina montana: paste fatte in casa, zuppe di legumi, il maiale lavorato in ogni sua parte, i prodotti dell'orto e del bosco, i dolci delle feste. Tre preparazioni sono identitarie.
I Vertuti
Zuppa di legumi e cereali: fave, fagioli, ceci, cicerchie, lenticchie, grano, granturco. Il nome deriva forse da «vertere», mescolare (gli avanzi degli arconi in cui si conservavano granaglie e legumi, messi insieme a fine inverno), forse da «virtù»; la stessa parola, «virtù», designa a Teramo una minestra di primo maggio della stessa famiglia. La preparazione è laboriosa proprio per la diversa durezza dei prodotti, che richiedono ammolli e cotture separate. Si serve condita con olio a crudo e profumata con il timo selvatico, il «sarpullu», raccolto nei prati vicini la mattina stessa, prima che lo raggiunga il sole. Si mangia il primo maggio nelle famiglie del paese e alla sagra della Pro Loco.
Le Sagne Strasciate
Piatto povero, contadino, che si consumava sulla «spianatora» al ritorno dai campi. Le sagne si ottengono strappando a mano in lembi irregolari una sfoglia di acqua, uova e farina; il condimento è di pomodoro o di sugo di maiale, secondo la stagione. La Pro Loco ha ideato nel 1991 la Sagra delle Sagne Strasciate, l'ultima domenica di luglio, per creare un momento di aggregazione estiva intorno alla tavola.
I Terzetti di nociata
Il dolce di Natale. Ingredienti: un chilo di miele, un chilo e mezzo di noci, foglie di alloro. Si fa cuocere il miele; per stabilire il punto di cottura si versa un po' d'acqua in un piatto, si prende un cucchiaio di miele, lo si appallottola con le dita e lo si lascia cadere sul piatto: se all'impatto «suona», è cotto. Si aggiungono le noci tritate finissime e si toglie dal fuoco quando l'impasto è dorato. Si bagna la spianatora, vi si rovescia l'impasto e lo si stende con «u stennerellu», il matterello, tenuto sempre umido, fino a uno strato uniforme di circa cinque millimetri. Si taglia a piccoli rombi e ogni rombo si chiude tra due foglie di alloro, che profumano il dolce e lo conservano. È la nociata che si trova in tutta la Sabina e nel viterbese, qui nella versione più asciutta e aromatica.
Dove mangiare: il paese ha un ristorante e nei giorni di festa la Pro Loco cucina; chi vuole la certezza di un tavolo prenoti, perché d'inverno le aperture sono ridotte. I prodotti da cercare sono l'olio della Sabina DOP, le castagne del Cervia, i formaggi di pecora della valle e il miele di montagna.
Una curiosità su Paganico Sabino (RI)
La curiosità che nessuna guida rapida riporta è amministrativa, e spiega molte cose. Paganico Sabino è stato umbro per tutto il primo sessantennio dell'Italia unita. La notificazione del 1866 per la Mola porta l'intestazione della Prefettura dell'Umbria, Circondario di Rieti, perché all'epoca la Sabina pontificia annessa nel 1860 era stata aggregata alla provincia di Perugia. Solo nel 1923 il paese passò alla provincia di Roma e nel 1927, con la creazione della provincia di Rieti, alla sua collocazione attuale. Questo spiega perché negli archivi le carte ottocentesche di Paganico si cercano a Perugia, perché i mulini di Pian delle Mole furono autorizzati da un prefetto umbro e perché le cucine della valle, con i Vertuti che ricordano le «virtù» teramane e la nociata che si ritrova in Umbria, guardano a nord e a est più che a Roma. La geografia di Paganico Sabino è sabina, ma la sua storia recente è appenninica, di confine. Un secondo dettaglio nella stessa direzione: il paese fa parte della Comunità montana del Turano, non di quella della Sabina, e la sua montagna, il Cervia, appartiene al gruppo dei Monti Carseolani, che prendono il nome da Carsoli, in Abruzzo. Chi arriva dalla A24 attraversa dunque, senza accorgersene, tre appartenenze in venti chilometri: l'Abruzzo di Carsoli, il feudo di Collalto e la Sabina del lago. Paganico Sabino è sulla cucitura.
Una cosa che non ti dice nessuno su Paganico Sabino (RI)
La chiesa dell'Annunziata, quella degli affreschi, non è visitabile come un museo: è un ostello. Il recupero del 2001 l'ha attrezzata per il pernottamento degli escursionisti, e questo significa che il modo più sicuro di vedere i sessanta metri quadrati del Maestro di Paganico è dormirci dentro. Nessuno lo scrive perché sembra strano, ma è un'occasione rara: passare la notte sotto una Crocifissione tardo-quattrocentesca e una parete di santi del 1590, in un edificio che per secoli è stato il centro economico del paese, con i terreni della montagna intestati alla chiesa e la comunità che li amministrava. Chi non vuole dormirci può chiedere l'apertura al Comune o alla Pro Loco, ma non conti su un orario. Una seconda cosa che non si dice: la sagrestia della stessa chiesa è una cella scavata nella roccia, il nucleo originario del complesso, e i lavori hanno rivelato tracce anche sulla parete sinistra, ancora in corso di esplorazione. In altre parole, la chiesa più importante di Paganico Sabino non è finita di scoprire. La terza cosa riguarda le grotte del Cervia: i muri a secco che ne chiudono l'ingresso, come quello di Sotterra con la sua porta di 90 per 180 centimetri, non sono opera di eremiti ma di pastori che vi ricoveravano gli animali, e durante l'ultima guerra ci si nascondevano le famiglie del paese. Chi entra in quelle grotte entra in un rifugio antiaereo contadino, e vale la pena saperlo prima di scattare una foto.
Il consiglio che ti do per visitare Paganico Sabino (RI)
Non trattate Paganico Sabino come una sosta lungo il lago. Il giro del centro storico in venti minuti, foto dal belvedere e via verso Castel di Tora è il modo più sicuro per non capire il posto. Il consiglio è di dedicargli una giornata intera con una struttura precisa. Si arriva per le nove, si lascia l'auto in basso e si sale al paese passando per la torre portaia; si segue il percorso dei pannelli fino al belvedere finché la luce è ancora laterale. Si entra in San Nicola se è aperta e si chiede alla Pro Loco della sala espositiva. A metà mattina si scende alle grotte del Cervia per via Monte Cervia: un'ora e mezza tra andata, ritorno e le soste a Sotterra, Remposta e Ronoriu, con un'occhiata a Rotta Preti se le gambe reggono. Pranzo in paese. Nel primo pomeriggio, in auto, la Pietra Scritta sulla provinciale e poi il ponte di Paganico, da cui si percorre a piedi o in bici un tratto della sterrata lungo il lago. Chi ha tempo e fiato sostituisca il pomeriggio con la salita al Cervia per Lobbera, ma parta prima e porti acqua. La stagione giusta è ottobre: castagneti in colore, lago pieno, aria tersa, poca gente; maggio è la seconda scelta, con il Calennemaju e i prati fioriti. Luglio e agosto sono i mesi delle feste ma anche del caldo sulla pietra e delle strade affollate. D'inverno il paese è bellissimo e chiuso: si va solo con la certezza di trovare un tavolo. Un'ultima cosa: chi cammina con gruppi numerosi o con persone anziane valuti di farsi accompagnare, perché il paese è tutto gradini e le grotte tutto pendio; per un'organizzazione su misura si può contattare TourLeaderPro.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il Lago del Turano è artificiale. Pochi tengono a mente cosa significhi per Paganico: il paesaggio che oggi definisce il borgo, con l'acqua sotto e il paese sopra, ha meno di novant'anni. Fino al 1939 sotto Paganico scorreva un fiume, il Turano, in un fondovalle coltivato dove sorgevano i mulini di Pian delle Mole, l'officina idroelettrica e i campi della Fiera di San Giovanni. La diga di Posticciola, lunga 256 metri e alta 79, ha sommerso quel fondovalle e ha trasformato una valle agricola in un lago da cartolina, che nell'immaginario dei romani appartiene da sempre a questi monti. I ruderi dei mulini sotto la provinciale sono i testimoni di quel mondo scomparso, e la Mola comunale restaurata è l'ultimo edificio di quel sistema rimasto in piedi. La galleria che collega il Turano al Salto per alimentare la centrale di Cotilia è l'altra metà del fatto: i due laghi sono un unico impianto industriale, progettato negli anni Trenta per l'elettricità della Sabina e del ternano, e la loro bellezza è un effetto collaterale. Chi guarda il lago dal Belvedere della Rocca guarda una macchina. Non toglie nulla alla vista; aggiunge molto alla comprensione. E chiarisce perché la sterrata lungo la riva sinistra sia così piana: corre sul vecchio fondovalle.
La foto giusta da fare a Paganico Sabino (RI)
La foto che tutti fanno è dal Belvedere della Rocca verso il lago, ed è una buona foto, ma è una foto del lago. La foto giusta di Paganico Sabino si fa dal basso, dalla provinciale Turanense poco prima del ponte di Paganico venendo da Carsoli, con un teleobiettivo medio: il paese compatto sullo sperone, la gola dell'Obito che lo taglia dalla montagna, il Cervia dietro. Serve la luce del mattino, che arriva da sinistra e disegna le facciate; nel pomeriggio il paese è in controluce. La seconda inquadratura è dentro il borgo: uno dei vicoli a scalinata che salgono verso la Rocca, con la pietra chiara e un varco di cielo in cima, meglio se dopo la pioggia quando i gradini riflettono. La terza è al belvedere ma girata: non il lago, ma la balaustra con le sagome degli attrezzi in controluce sul vuoto dell'Obito, un'immagine che racconta il paese meglio di qualunque panorama. Per chi ha pazienza, la quarta è la Pietra Scritta al tramonto, con la luce radente che fa emergere le lettere dei Muttini: si scatta a livello del masso, non dall'alto. Da evitare la foto dalla vetta del Cervia con il cellulare: la distanza appiattisce tutto e il lago diventa una striscia. Per il drone si rispettino le regole della riserva, che in zona A vieta il sorvolo.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento documentato è una registrazione fondiaria: nell'852 il Regesto Farfense elenca Paganico tra i beni dell'abbazia, e nell'873 e nell'876 due carte nominano il casale e la «villa quae vocatur Paganecum» nella Massa Torana. Per un paese, entrare nei registri di Farfa significava entrare nella storia scritta, e Paganico ci entra quasi tre secoli prima delle grandi cattedrali. Il 1398 è la seconda data cardine: il registro delle parrocchie della diocesi di Rieti censisce insieme San Nicola, Santa Maria e San Giovanni, fotografando un paese già completo delle sue tre chiese. Nel 1513 qualcuno incide la data sull'architrave di San Giovanni; nel 1590 un pittore anonimo copre di santi la parete dell'Annunziata. Il 1641 porta i Barberini nella baronia di Collalto, di cui Paganico faceva parte, e con loro due secoli di amministrazione romana. Il 22 agosto 1866 la Prefettura dell'Umbria autorizza il mulino sull'Ovito, e l'anno è lo stesso della terza guerra d'indipendenza: il Regno d'Italia, appena unito, mette ordine anche nelle acque di un fosso di montagna. Tra il 1936 e il 1939 la diga di Posticciola sommerge il fondovalle e crea il lago. Il 1943-44 vede le famiglie del paese rifugiarsi nelle grotte del Cervia. Poi le date della rinascita: 1991, la Pro Loco inventa le due sagre; 2001, il programma «Albergo Diffuso» restituisce l'Annunziata e la Mola; 2017, apre il Belvedere della Rocca con il percorso dei Sentieri della Nostra Cultura; e la certificazione tra i Borghi del Respiro, che chiude il cerchio riportando il paese al suo primo capitale, l'aria.
Chi è passato da Paganico Sabino (RI)
Paganico non è un paese di grandi nomi, e chi ne inventasse ne farebbe un torto. I personaggi documentati sono di un altro tipo. I Muttini, la famiglia romana che nel I secolo a.C. si fece scolpire il sepolcro nel masso sulla strada: il loro nome, nell'epigrafe, è l'unico nome proprio antico legato al territorio. I monaci di Farfa, che nell'852 registrarono il paese e per secoli ne furono i padroni; l'abbazia era una delle più potenti d'Europa e i suoi amministratori percorrevano la valle per riscuotere. Il vescovo Saverio Marini, che tra il 1779 e il 1813 visitò le chiese di Paganico e ne lasciò le descrizioni che oggi permettono di ricostruire il paese; prima di lui i visitatori del 1573, del 1673, del 1713 e del 1765, anonimi ma preziosi. Il pittore anonimo detto Maestro di Paganico, che nel 1590 lavorò all'Annunziata e forse a Collegiove, nella scia di Dionisio Cappelli di Amatrice. Carlo Cavallari, che nel 1935 dipinse la tela del soffitto di San Nicola. Gli artigiani di Marcetelli che ogni 30 agosto scendevano per la fiera. In tempi recenti Enrico Bonanni, l'architetto che ha guidato le ricerche sull'area sacra del Cervia e fondato la raccolta della civiltà contadina; le restauratrici Mara Masi e Rita Fagiolo, alla quale si deve la scoperta della parete del 1590; il vescovo Giuseppe Molinari, che presiedette la ricollocazione delle tele; Barbara Fabian e Marco Pizzo, autori degli studi sui materiali per la ricognizione del paese. E poi le migliaia di romani che da un secolo salgono qui d'estate per l'aria: sono loro, senza nome, il pubblico vero di Paganico Sabino, e il paese lo sa.
Cosa vedere intorno a Paganico Sabino
Nel raggio di dieci minuti d'auto ci sono Castel di Tora, sull'altra sponda del lago, con il borgo abbandonato di Antuni sulla sua penisola, e Collalto Sabino, con il castello dei Barberini che dominava la baronia. Entro mezz'ora si raggiungono il Lago del Salto, le grotte di Pietrasecca a Carsoli e, verso i Lucretili, Orvinio, Percile con i suoi laghetti e i sentieri dei Monti Lucretili. In un'ora si è a Rieti, al Terminillo e alle Montagne della Duchessa; verso la Sabina bassa, l'Abbazia di Farfa con Fara in Sabina, Casperia e Poggio Mirteto completano un fine settimana. Chi legge in inglese trova le guide della zona su ItalyPlanner, con la pagina su Rieti e i santuari francescani, e la panoramica sulle gite di un giorno da Roma.
Paganico Sabino con i bambini e accessibilità
Il paese piace ai bambini per le ragioni giuste: vicoli a scalinata, il belvedere sospeso, le grotte con i muri dei pastori, il lago in basso. Le grotte del Cervia sono adatte dai sei anni in su, con un adulto per mano nei tratti esposti; la sterrata lungo il lago dal ponte di Paganico è la passeggiata giusta per i più piccoli e per il passeggino da trekking. La vetta del Cervia è per ragazzi allenati. Il centro storico non è accessibile in carrozzina: gradini ovunque, pendenze forti, nessun ascensore. Chi ha difficoltà motorie può godere del panorama dalla strada di accesso e dal piazzale del municipio, e della Pietra Scritta, che si trova a pochi metri dalla provinciale. La sala espositiva è al piano terra. Servizi igienici pubblici non sempre aperti: si chieda al bar.
Domande veloci su Paganico Sabino (RI)
Quanto costa visitare Paganico Sabino?
Niente. Il centro storico, il Belvedere della Rocca, la Pietra Scritta, le grotte e i sentieri sono liberi. La sala espositiva della Pro Loco è a offerta.
Quanto dista Paganico Sabino da Roma?
Circa 80 chilometri per la A24 con uscita a Carsoli-Oricola, un'ora e un quarto in condizioni normali. Da Rieti sono 35 chilometri, da Carsoli 17.
Si può arrivare a Paganico Sabino senza auto?
Sì, ma con pazienza: treno da Roma Tiburtina a Carsoli e poi autobus Cotral per la valle del Turano. Le corse sono poche e la domenica quasi nulle; orari su cotralspa.it.
Dove si parcheggia a Paganico Sabino?
Lungo la strada di accesso e nel piazzale in basso presso il municipio in via San Giorgio. Nel borgo non si entra in auto.
Quanto tempo serve per visitare Paganico Sabino?
Due ore per il paese e il belvedere, una giornata con le grotte, la Pietra Scritta e il lago, una giornata lunga con la vetta del Cervia.
A che altitudine è Paganico Sabino?
Il paese è a 720 metri; il territorio comunale va dai 530 metri del lago ai 1.438 della vetta del Monte Cervia.
Quanti abitanti ha Paganico Sabino?
Poco più di 150 residenti, tra i comuni meno popolosi del Lazio. D'estate la popolazione si moltiplica.
Cos'è il Belvedere della Rocca di Paganico Sabino?
Una piattaforma in pietra e metallo, inaugurata nel 2017, sospesa sulla gola dell'Obito nel punto più alto del borgo. Accesso libero.
Cos'è la Pietra Scritta di Paganico Sabino?
Il sepolcro della famiglia romana dei Muttini, della seconda metà del I secolo a.C., scolpito in un masso lungo la provinciale Turanense a 2,5 chilometri dal paese.
Si possono visitare gli affreschi dell'Annunziata?
La chiesa è sconsacrata e adibita a ostello per escursionisti; l'apertura si chiede al Comune o alla Pro Loco. Non ha orari fissi.
Le grotte del Monte Cervia sono pericolose?
No, se si cammina con attenzione: sentiero panoramico di venti minuti, terreno franoso in alcuni punti, nessuna attrezzatura necessaria. Scarpe da trekking.
Quanto è difficile salire sul Monte Cervia da Paganico Sabino?
Oltre settecento metri di dislivello; il sentiero Lobbera è il più facile, I Scaluni il più ripido. Servono cinque o sei ore tra andata e ritorno e acqua propria.
Si può fare il bagno nel Lago del Turano a Paganico Sabino?
Sì, il lago è balneabile nei tratti attrezzati; l'acqua è fredda anche d'estate.
Paganico Sabino è adatto ai bambini?
Sì, per il borgo, il belvedere e la sterrata lungo il lago; le grotte dai sei anni in su, la vetta solo per ragazzi allenati.
Paganico Sabino è accessibile in sedia a rotelle?
Il centro storico no: solo gradini. Il panorama dal piazzale del municipio e la Pietra Scritta sono raggiungibili.
Quando si mangiano i Vertuti a Paganico Sabino?
Il primo maggio, alla sagra del Calennemaju paganichese organizzata dalla Pro Loco dal 1991.
Quando è la Sagra delle Sagne Strasciate?
L'ultima domenica di luglio, dal 1991.
Cosa sono le Pantasime di Paganico Sabino?
Fantocci di canne e carta colorata che ballano e bruciano a notte fonda alla fine delle feste di agosto, con un ballerino dentro.
Che differenza c'è tra Paganico Sabino e Castel di Tora?
Castel di Tora è sull'acqua, con Antuni di fronte, ed è il più fotografato; Paganico è in alto, sopra la gola, con le grotte, la Pietra Scritta e gli affreschi. Il primo è il lago, il secondo è la montagna.
Perché Paganico Sabino è un Borgo del Respiro?
Perché rientra nella rete di piccoli comuni con qualità dell'aria documentata dalle reti di monitoraggio, insieme ad Amatrice, Cittareale e Leonessa per il Lazio.
Qual è il periodo migliore per visitare Paganico Sabino?
Ottobre per i castagneti e la luce, maggio per il Calennemaju e i prati; agosto per le feste, sapendo che c'è più gente.
Dove si dorme a Paganico Sabino?
Nell'ostello dell'ex Mola o dell'Annunziata per gli escursionisti, in case private e piccole strutture del paese e della valle; d'estate conviene prenotare con anticipo.
Il mio consiglio finale è di salire a Paganico Sabino senza fretta e di cominciare dal basso, dalla Pietra Scritta, prima ancora di entrare nel borgo: chi ha visto il sepolcro dei Muttini, poi i frammenti altomedievali di San Giovanni, poi i santi del 1590 e infine il belvedere di ferro del 2017 ha letto duemila anni in ordine cronologico, in un paese di 150 abitanti. Pochi luoghi del Lazio permettono una lezione così compatta, e nessuno la offre con questa aria.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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