Amatrice (RI)
Amatrice sorge a 955 metri di quota in provincia di Rieti, all'estremo nord-est del Lazio, dove la regione tocca Umbria, Marche e Abruzzo. Il municipio ha sede in Corso Umberto I 70, 02012 Amatrice (RI), centralino 0746 83081. Da Roma si arriva per la Strada Statale 4 Salaria: circa centoquaranta chilometri, due ore e mezza di guida onesta se non si incappa nel traffico del tratto reatino, con l'ultima parte in salita fra i tornanti. Dall'Aquila e da Montereale si sale invece per la Strada Statale 260 Picente. Ferrovia non ce n'è: Amatrice non ha mai avuto una stazione, e gli autobus di linea da Roma e da Rieti hanno poche corse giornaliere, con orari che cambiano fra periodo scolastico ed estate: vanno controllati sul sito del vettore regionale prima di mettersi in strada. Il paese non ha biglietto d'ingresso, non ha tornelli e non ha una porta: si entra e basta, si parcheggia gratuitamente nelle aree ricavate ai margini del cantiere della ricostruzione e si cammina. I musei comunali e le chiese delle frazioni hanno aperture stagionali e spesso legate ai volontari: per orari e visite guidate conviene telefonare al Comune al numero sopra, oppure consultare il sito ufficiale del Comune di Amatrice. Per una giornata piena mettete in conto sei ore sul posto; per capire davvero il territorio, due giorni con una notte in zona.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Amatrice fa parte del club dei borghi più belli d'Italia dal 2015 e la sua scheda nel club dei borghi resta il riferimento sui prodotti a denominazione comunale. Se state costruendo un itinerario più ampio nel reatino, il punto di partenza naturale è Rieti, e la montagna di riferimento per chi arriva da Roma resta il Terminillo. Trovate altre mete della stessa area fra le attrazioni turistiche del Lazio.

Come arrivare ad Amatrice (RI) e dove si parcheggia
La geografia comanda. Amatrice occupa il centro di una conca aperta, e a quella conca si accede da tre direzioni. Da Roma e da Rieti si sale lungo la Salaria seguendo la valle del Velino e poi il valico che porta nell'alto bacino del Tronto: è la strada più usata, la più comoda d'inverno, quella che i pullman dei gruppi percorrono senza problemi. Da Ascoli Piceno e dalle Marche si arriva per la stessa Salaria in discesa, ed è il versante che d'estate porta il flusso maggiore di visitatori adriatici. Dall'Abruzzo aquilano si passa per la Picente, che attraversa Montereale e Capitignano: strada bellissima, stretta, con curve che d'inverno si ghiacciano.
Un avvertimento pratico che nessuno vi dara al telefono: la cartellonistica interna è cambiata più volte da quando il paese è un cantiere, e i navigatori satellitari continuano a indicare strade del vecchio centro storico che oggi non esistono o sono chiuse. Impostate come destinazione il municipio in Corso Umberto I e poi affidatevi ai segnali sul posto. I parcheggi sono gratuiti e ampi, ricavati sui piazzali attorno all'area commerciale e alle strutture temporanee: non è mai capitato, in nessuna stagione, di non trovare posto. Chi arriva in camper trova spazi generosi, ma le aree attrezzate vere sono nelle frazioni e nei comuni vicini.
Un'opinione netta, da chi accompagna gruppi da vent'anni: Amatrice non è una gita da mezza giornata incastrata fra due altre tappe. Chi arriva alle undici, mangia un piatto di pasta e riparte alle due non ha visto niente, ha solo consumato un pranzo. Il valore del posto emerge se ci si mette a camminare, se si sale a una frazione, se si guarda la conca da un belvedere. Se avete solo tre ore, andate altrove e tornate quando ne avete otto.
La conca amatriciana: la geografia che spiega Amatrice (RI)
Il territorio comunale è uno dei più vasti del Lazio e si articola su un altopiano centrale posto fra i 900 e i 1000 metri, chiuso da rilievi che a oriente superano i 2400 metri lungo la dorsale principale dei Monti della Laga e a occidente raggiungono i 1900 metri con il Monte Pozzoni. La posizione è strategica in senso letterale: qui passa lo spartiacque fra versante tirrenico e versante adriatico, e da qui si controllava per secoli il transito fra Roma, l'Aquila e Ascoli. Non è un caso che la storia del paese sia una storia di assedi.
Il lago di Scandarello
Il lago che si vede scendendo verso il paese non è naturale. Nasce dallo sbarramento del rio Scandarello: i lavori cominciarono nel 1918 e la diga entrò in funzione nel 1924, autorizzata con decreto regio. La struttura è alta 55 metri e il coronamento misura duecento metri; l'invaso si allunga per circa tre chilometri, copre all'incirca un chilometro quadrato e tocca i 41 metri di profondità massima, il che ne fa il terzo bacino artificiale della provincia di Rieti. Le acque alimentano la centrale idroelettrica di Scandarello, il primo impianto realizzato lungo la valle del Tronto.
Oggi il lago è uno dei luoghi più frequentati dagli amatriciani nelle sere d'estate. La vegetazione ripariale è povera, perché il livello dell'acqua oscilla molto durante l'anno e le sponde restano spesso scoperte; in compenso la fauna ittica è ricca, con carpe, lucci e persici che portano qui i pescatori da tutto il centro Italia. Il giro completo a piedi non è segnalato in modo continuo: si cammina bene sul lato della strada, meno sull'altro. La mia opinione: al lago si va all'alba o al tramonto, quando la luce radente stacca la Laga sull'acqua. A mezzogiorno d'agosto è solo un invaso.
I Monti della Laga e il Monte Gorzano
Dentro il comune di Amatrice ricade la cima del Monte Gorzano, 2458 metri, la vetta più alta del Lazio è la più alta dell'intero gruppo della Laga. Prima del 1927 apparteneva integralmente all'Abruzzo, e la vecchia toponomastica la chiamava Monte di Roseto. Il confine fra provincia di Rieti e provincia di Teramo passa esattamente sulla vetta, fra Amatrice e Crognaleto, e dal versante teramano nasce il fiume Tordino. La salita è classificata come escursione di media difficoltà: sentiero segnalato, nessun passaggio tecnico, ma un dislivello che va rispettato e un meteo che sulla dorsale cambia in fretta.
Sulla stessa linea spartiacque si allineano Pizzo di Moscio, Cima Lepri e Pizzo di Sevo, tutte oltre i 2400 metri. È un fronte di montagne che dal fondovalle sembra compatto e che invece, salendo, si rivela inciso da valloni profondi.
Perché la Laga è verde quando l'Appennino è secco
Qui c'è la ragione geologica che spiega tutto il paesaggio amatriciano, e vale la pena capirla. A differenza del Gran Sasso, dei Sibillini, dei Simbruini e della gran parte dell'Appennino centrale, la catena della Laga non è fatta di calcare. È costituita da arenarie e marne, le cosiddette molasse, rocce poco permeabili. L'acqua piovana non sprofonda nel sottosuolo come accade nei massicci carsici: scorre in superficie. Il risultato è un numero enorme di sorgenti perenni distribuite quasi fino alle vette, un reticolo di fossi sempre attivo e una montagna verde e umida tutto l'anno, mentre a poche decine di chilometri il calcare del Gran Sasso resta arido.
Da questa singolarità discende la cosa più spettacolare della zona: le cascate. I fossi che scendono verso valle incontrano continui salti di roccia e, nella fascia fra i 1300 e i 1600 metri, formano cadute con dislivelli anche di settanta o ottanta metri. In primavera, con il disgelo, hanno una portata impressionante; in inverno si rivestono di ghiaccio e attirano gli specialisti dell'arrampicata su cascata. Chi vuole vederle deve mettere in conto un'escursione vera, con scarponi e almeno mezza giornata.
Boschi, faggete e prateria d'altitudine
Salendo dalla conca si attraversano tre fasce nette. Prima i coltivi e i boschi misti dominati da cerro, castagno e pioppo, che occupano il piano fra i 900 e i 1200 metri. Poi le faggete di montagna, fitte e regolari, che accompagnano fino a circa 1800 metri. Sopra, la prateria d'altitudine, che all'inizio dell'estate esplode nel fenomeno della fioritura: è il momento in cui la Laga meriterebbe le fotografie che invece vanno tutte a Castelluccio. Se dovete scegliere una settimana per salire in quota, prendete la seconda di giugno.

Il centro storico di Amatrice (RI): che cosa resta e che cosa si vede
Bisogna dirlo con chiarezza, senza retorica e senza sconti: il centro storico di Amatrice non c'è più nella forma in cui era. Il terremoto del 24 agosto 2016 ha abbattuto la gran parte degli edifici pubblici e privati, e le scosse del gennaio 2017 hanno finito il lavoro su cio che era rimasto in piedi. Chi arriva oggi non visita un borgo intatto: cammina lungo un perimetro in ricostruzione, con alcuni monumenti puntellati, altri smontati e catalogati pietra per pietra in attesa di rimontaggio, altri ancora già risorti. È una visita di natura diversa, che chiede rispetto e chiede di sapere che cosa si sta guardando. Per questo il capitolo che segue racconta gli edifici come erano e come sono, uno per uno.
La Torre civica, il simbolo che ha resistito
La snella torre dell'orologio risale al XIII secolo e chiudeva il fronte urbano su Corso Umberto I. La mattina del 24 agosto 2016, quando l'alba illuminò il paese, la torre era una delle pochissime strutture ancora verticali in mezzo alle macerie: quell'immagine ha fatto il giro del mondo ed è diventata l'emblema della resistenza amatriciana. Non era illesa, tutt'altro, ed è stata immediatamente cerchiata e puntellata. La campana è stata rimossa e messa in sicurezza. Guardatela dal basso e capirete perché la muratura in arenaria locale, lavorata a conci regolari, ha tenuto dove il cemento armato del Novecento ha ceduto: è una lezione di ingegneria che vale più di molti convegni.
La chiesa di Sant'Agostino
Era, per me, l'edificio più bello del paese. Fu eretta dai monaci agostiniani nel 1428, inizialmente intitolata a San Nicola di Bari, e l'architettura si attribuisce a Giovanni dell'Amatrice. La facciata in arenaria locale porta un portale tardo gotico in marmo di grande finezza, con capitelli scolpiti e una strombatura profonda; il rosone che si vede nelle fotografie storiche non è originale, perché fu aperto negli anni Trenta del Novecento al posto di una finestra rettangolare. Il campanile raggiungeva i 34 metri.
All'interno, sulla parete sinistra, si conservavano tre affreschi di rango: un'Annunciazione datata 1491, in cui la critica ha visto suggestioni crivellesche, una Madonna in trono con il Bambino del 1497 e una Madonna del Rosario più tarda, di chiara impronta domenicana. Sul lato destro correva una Via Crucis in quattordici formelle di terracotta. Il convento agostiniano annesso fu soppresso nel 1809 e demolito negli anni seguenti.
Il 24 agosto 2016 gran parte della chiesa crollò. Il campanile cadde il 18 gennaio 2017 e la parete destra il 29 gennaio dello stesso anno. Il portale è stato smontato e messo al riparo, gli affreschi staccati dove era possibile. Chi arriva oggi vede un cantiere protetto: non si entra, si guarda da fuori. Vale ugualmente la sosta, perché il portale in marmo bianco contro l'arenaria bruna era una delle cose più eleganti dell'Appennino centrale.
La chiesa di San Francesco
Costruita nella seconda metà del Trecento, aveva un portale gotico in marmo e conservava nell'abside un ciclo di affreschi quattrocenteschi. In San Francesco era custodita la venerata immagine di Maria Santissima di Filetta, compatrona di Amatrice, portata qui dal santuario dell'omonima frazione. Anche questo edificio ha subito danni gravissimi nel 2016 ed è oggetto di un intervento di ricostruzione con recupero degli elementi originali. Le opere mobili che si sono salvate sono state trasferite nei depositi di ricovero del patrimonio artistico terremotato.
Sant'Emidio e Santa Maria di Porta Ferrata
La chiesa di Sant'Emidio, quattrocentesca, ospitava il museo civico di arte sacra ed è dedicata al santo che il centro Italia invoca proprio contro i terremoti: la coincidenza è amara e va raccontata ai gruppi, perché dice quanto la memoria sismica sia scritta nella devozione locale. Santa Maria di Porta Ferrata, come indica il nome, sorgeva presso una delle porte urbiche e conserva nel toponimo la traccia della cinta muraria medievale, oggi quasi del tutto scomparsa.
Il complesso Don Minozzi
Sul margine del paese si estende il complesso voluto da don Giovanni Minozzi, nato a Preta di Amatrice il 19 ottobre 1884, ordinato sacerdote il 5 luglio 1908 e morto a Roma l'11 novembre 1959. Nel novembre 1918 Minozzi fondò con padre Giovanni Semeria l'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia, destinata agli orfani di guerra; la prima casa aprì proprio ad Amatrice il 15 agosto 1919, e accolse dodici bambine rimaste sole. Da quel nucleo l'Opera crebbe fino a contare centinaia di istituti, scuole e case di formazione professionale in tutto il Mezzogiorno.
L'orfanotrofio maschile di Amatrice divenne l'istituto di riferimento e il centro spirituale dell'Opera; Minozzi fu sepolto nel 1961 nella cripta della chiesa di Maria Santissima Assunta all'interno del complesso. La sua massima, ripetuta per tutta la vita, era che finché fosse vissuto sarebbe rimasto fedele ai poveri a qualunque costo. Il complesso è legato oggi al progetto Casa Futuro. Se avete tempo per una sola tappa che non compare nelle guide generaliste, fate questa: la storia sociale italiana del Novecento passa da qui più di quanto passi da molti musei nazionali.

Le chiese delle frazioni di Amatrice (RI)
Il comune conta decine di frazioni sparse sulla conca e sui versanti, e la tradizione locale parla di cento chiese. La cifra è ovviamente simbolica, ma rende l'idea di un territorio dove ogni villaggio aveva la sua cappella e ogni cappella il suo ciclo di affreschi. Molte hanno subito danni nel 2016; alcune sono state consolidate e riaperte, altre restano inaccessibili. Prima di salire, telefonate al Comune per sapere quali sono visitabili nel periodo in cui andate.
Il santuario dell'Icona Passatora
È il monumento che, se dovessi scegliere una sola chiesa del territorio, farei vedere per primo. Si trova in località Ferrazza a 1057 metri di quota, su un ripiano ai piedi della Laga. Il nome significa immagine posta sulla strada di passaggio e deriva dall'immagine votiva della Madonna delle Grazie. La chiesa fu costruita attorno al 1480 per custodire una piccola edicola detta Madonna di Canalicchio, ritenuta miracolosa; nel 1488 i pellegrini che vi si recavano nella festa della Madonna ottenevano l'indulgenza plenaria. Dopo la battaglia di Lepanto del 1571 l'edificio fu ampliato in modo consistente e la facciata in arenaria venne ricollocata. Nel 1843 la confraternita ottenne il riconoscimento ufficiale da Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie. Fra il 1958 e il 1984 si susseguirono le campagne di restauro su tetto, murature e affreschi.
Le pareti interne sono interamente affrescate e la gran parte delle immagini si è conservata attraverso i secoli. Vi lavorarono artisti noti e anonimi; fra i primi va ricordato Dionisio Cappelli, pittore amatriciano che firmava le proprie opere e al quale si deve, nell'abside, un Cristo che incorona la Vergine. Alle pareti si allineano numerosi ex voto dipinti. Guardate le mani dei donatori negli ex voto: raccontano mestieri, malattie e paure di una comunità di montagna meglio di qualsiasi manuale di storia sociale.
Il santuario della Madonna di Filetta
Di impianto romanico, nella frazione di Filetta. La venerata immagine di Maria Santissima di Filetta, compatrona di Amatrice, non è conservata qui ma nella chiesa di San Francesco in paese. La festa patronale cade il giovedì che precede la domenica dell'Ascensione, dedicata a Santa Maria dell'Ascensione o di Filetta: è la data in cui la comunità amatriciana si ritrova, ed è anche il momento in cui il visitatore capisce che qui la devozione non è folklore.
Il santuario della Madonna delle Grazie a Varoni
Quattrocentesco, nella frazione Varoni, eretto a santuario diocesano. Vi si venera l'immagine della Madonna delle Grazie. È uno di quegli edifici che dall'esterno non promettono nulla e che all'interno rivelano la solita, straordinaria densità di pittura devozionale tardo quattrocentesca dell'area amatriciana.
La chiesa di San Martino
Gotica, nella frazione di San Martino, conserva una Via Crucis dell'illustratore francese Dubercelle: una presenza inattesa, ottocentesca, in un contesto tardo medievale. Nella stessa frazione ha sede il museo della tradizione agro-silvo-pastorale, che raccoglie attrezzi e memorie del lavoro contadino della conca.
Le altre chiese delle frazioni
La chiesa di Sant'Antonio si trova nella frazione di Cornillo Nuovo. La chiesa di Santa Caterina d'Alessandria e la cappella interna al convento delle suore benedettine di carità, in frazione Scai. L'oratorio di Santa Maria di Loreto sorge nella frazione di Rio. Sono tre edifici minori nel senso dimensionale del termine, non in quello storico: la rete delle cappelle rurali amatriciane è uno dei corpus di pittura popolare più compatti dell'Appennino, e nessuno lo ha ancora studiato per intero.
I musei e i parchi visitabili di Amatrice (RI)
Il museo civico di arte sacra
Il museo civico di arte sacra, intitolato a Nicola Filotesio, era ospitato nella chiesa di Sant'Emidio e raccoglieva dipinti, sculture lignee e oreficerie sacre provenienti dalle chiese del territorio. Dopo il 2016 le collezioni civiche sono state ricoverate e riorganizzate; il Comune indica oggi un museo civico con sezioni storico-artistiche e archeologiche, insieme alla sala Urciuoli che ospita il plastico della ricostruzione. Gli orari sono stagionali: chiedete al Comune prima di salire.
Il plastico della ricostruzione nella sala Urciuoli
Non fatevi ingannare dal nome burocratico. Un plastico che mostra il paese com'era e come tornerà e, per un visitatore, lo strumento più efficace per orientarsi in un centro storico che oggi non si legge più camminandoci dentro. Guardatelo prima di uscire in strada, non dopo. È il consiglio di metodo più utile che posso dare su Amatrice.
Il museo delle arti e tradizioni popolari di Configno
Si trova a Configno, circa cinque chilometri da Amatrice lungo la Strada Statale 260 Picente. Raccoglie la cultura materiale della conca: telai, attrezzi da pastore, utensili domestici, il repertorio di una società agro-pastorale che fino agli anni Cinquanta era ancora integra.
Il museo permanente di arte contemporanea di Preta
Ospitato nell'ex scuola elementare della frazione di Preta, lo stesso villaggio dove nacque don Minozzi. È una raccolta piccola e coraggiosa, del genere che nei borghi appenninici nasce dall'ostinazione di poche persone. Non aspettatevi una galleria nazionale: aspettatevi una sorpresa.
Il parco in miniatura
Concepito come giardino della conoscenza, riproduce in scala i monumenti, gli animali e l'intero territorio del parco nazionale. Funziona benissimo con i bambini e funziona altrettanto bene con gli adulti che vogliono capire in dieci minuti la geografia di un'area vastissima. Verificate con il Comune lo stato di apertura, che dopo il sisma è cambiato più volte.
Il parco naturalistico Oasi di Orie Terme
Sorge al chilometro 35+500 della Strada Statale 260 Picente, a circa cinque chilometri da Amatrice. È un'area naturalistica attrezzata, comoda per una passeggiata breve con famiglie che non vogliono affrontare i sentieri di quota.
Amatrice (RI) nella storia: dalle ville summatine al Lazio
Preistoria ed età romana
I reperti archeologici dimostrano che la conca fu abitata sin dall'età preistorica. La vicinanza al tracciato dell'antica via Salaria, la strada del sale che collegava Roma all'Adriatico, favorì lo sviluppo di insediamenti già in epoca preromana. All'età romana risalgono resti di edifici e sepolture rinvenuti in più punti del territorio, che gli scrittori antichi chiamavano Summa Villarum: un nome collettivo, non un centro urbano, che designava per esteso l'insieme delle ville sparse su tutta l'area oggi compresa nel comune. È una notazione importante, perché spiega la struttura policentrica del territorio amatriciano, fatta di decine di villaggi e non di un unico nucleo.
Longobardi, Farfa e la prima menzione di Matrice
Nel 568 i Longobardi invasero l'Italia e costituirono il Ducato di Spoleto, suddiviso in comitati e gastaldati: il territorio dell'odierna Amatrice passò sotto il comitato di Ascoli. Nel Regesto dell'abbazia di Farfa compaiono, per il periodo che va dalla metà dell'VIII secolo agli inizi del XII, i nomi di molte località e villaggi dell'attuale comune, e fra essi, nel 1012, quello di Matrice, ricordato ancora nel 1037 nel diploma con cui l'imperatore Corrado II confermò al vescovo di Ascoli i suoi possedimenti. Il nome compare però in età anteriore: già nel 940, in un documento della chiesa teramana, Matrice è citata come confine in una concessione di beni, il che conferma la sua preminenza sulle altre ville del territorio summatino già a metà del X secolo.
L'Universitas e l'età dell'indipendenza
Nel XIII secolo Amatrice passò per un breve periodo sotto il dominio di Norcia insieme al resto delle terre summatine, e da questa fu restituita al vescovo di Ascoli intorno al 1255; contribuì all'edificazione della rocca di Arquata per difendere Ascoli dalle mire sveve, per poi cadere proprio sotto gli Svevi intorno al 1265, al tempo di re Manfredi, entrando nel Regno di Sicilia e in seguito nel Regno di Napoli, dentro il Giustizierato d'Abruzzo e poi l'Abruzzo Ulteriore.
La città non volle sottostare al dominio angioino e si ribellò apertamente più volte, aspirando all'indipendenza e parteggiando per Ascoli. Nel 1271 e nel 1274 Carlo I d'Angiò inviò eserciti per piegare la resistenza degli amatriciani. In quegli stessi anni scompaiono i baroni locali e si forma l'Universitas: il comune in territorio liberamente organizzato, relativamente autonomo dal potere centrale, che si governava attraverso un proprio parlamento. Amatrice arrivo ad avere sotto la propria giurisdizione tutti i castelli del comitato di Rieti sulla sinistra del Tronto e quelli del territorio summatino, con un'influenza che si estendeva da Campotosto fino ai confini di Cittareale e su molti castelli del versante teramano.
La tradizione locale vuole che la croce dello stemma comunale derivi dalla partecipazione amatriciana alle crociate. Registriamola come tradizione, non come dato documentato: è una distinzione che gli storici locali fanno e che le guide dovrebbero fare.
Guerre di confine, Fidelis Amatrix e la fine dell'autonomia
Nei secoli XIV e XV Amatrice fu in lotta continua con le città e i castelli circostanti per questioni di confine e di prestigio: restarono famosi i conflitti con Norcia, con Arquata e con L'Aquila. Alleata tradizionale fu invece Ascoli. Gli amatriciani presero parte, a fianco delle milizie di Andrea Fortebraccio conte di Montone, al lungo assedio dell'Aquila e alla battaglia finale del giugno 1424, che si concluse con la sconfitta di Braccio, morto sul campo.
Durante i conflitti fra angioini e aragonesi per il Regno di Napoli, Amatrice sostenne tenacemente gli aragonesi. Sedata la rivolta dei Baroni nel 1485, l'anno successivo re Ferdinando ricompenso la città concedendole il privilegio di battere moneta con il motto Fidelis Amatrix. Fu il momento più alto della sua autonomia. Nel febbraio 1529, dopo una resistenza eroica, Amatrice venne riconquistata e messa a ferro e fuoco da Filiberto di Chalon, generale di Carlo V. Per punire la ribellione, nel 1538 Carlo V diede lo Stato di Amatrice in feudo a un suo capitano, Alessandro Vitelli: la città perdeva così lo stato di universitas demaniale, durato oltre due secoli.
Vitelli, Orsini, Medici: due secoli di passaggi feudali
Fra il 1582 e il 1692 Amatrice visse sotto gli Orsini di Mentana del ramo di Bracciano, per il matrimonio di Beatrice Vitelli, nipote di Alessandro. Alessandro Orsini, primo e ultimo principe Orsini di Amatrice, fu riconosciuto colpevole dell'uxoricidio della moglie Anna Maria, figlia di Gaspare Caffarelli duca di Assergi, avvenuto ad Amatrice nel 1648, e scontò una prigionia trentennale a Castel Sant'Angelo. Alla sua morte, nel 1693, il feudo fu acquisito per ventottomila ducati da Vittoria della Rovere, contro le pretese degli Orsini di Gravina, e restò ai Medici fino al 1737. Nel 1735 Carlo di Borbone, nuovo re di Napoli ed erede di Elisabetta Farnese, rinunciò alla sovranità su Parma, Piacenza e Toscana trattenendo i beni farnesiani e medicei, che andarono a costituire gli Stati mediceo farnesiani d'Abruzzo come patrimonio personale del sovrano: Amatrice era fra questi, e nel 1759 passò in eredità al figlio Ferdinando.
I terremoti storici
Nel 1639 Amatrice e le ville summatine furono gravemente danneggiate dalle scosse del 7, 14 e 17 ottobre. Cadde buona parte del palazzo degli Orsini, come la maggioranza delle case e delle chiese; le stime dell'epoca parlano di più di ottomila morti nell'intero comprensorio. Altri terremoti colpirono il territorio nel 1672, nel 1703 e nel 1730. Chi visita Amatrice deve tenere presente questa serie: il paese che il 24 agosto 2016 è crollato era già stato ricostruito almeno due volte.
Brigantaggio, età napoleonica e passaggio al Lazio
Sul finire del XVIII secolo e per tutto il successivo il territorio amatriciano, come gran parte dello Stato Pontificio e del Regno di Napoli, fu interessato dal brigantaggio, che assunse connotati politici e sociali e si ampliò nell'aquilano dal 1861, con l'annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II. In età napoleonica, proclamata la Repubblica Napoletana il 23 gennaio 1799, il generale Championnet con decreto del 9 febbraio 1799 divise il territorio in undici dipartimenti: Amatrice costituiva uno dei sedici cantoni del Dipartimento della Pescara, con capoluogo L'Aquila. Tornata sotto il Regno di Napoli, fu inclusa nell'Abruzzo Ulteriore II, circondario di Cittaducale.
Nell'ottobre 1826 una violenta alluvione del Tronto costò la vita a numerosi abitanti di San Lorenzo. Negli ultimi decenni prima dell'unità molti amatriciani parteciparono ai moti del 1814, 1820, 1831, 1848 e 1860; fra tutti spicca il patriota Pier Silvestro Leopardi. Con l'unità d'Italia Amatrice restò nell'Abruzzo aquilano, e solo nel 1927, con la creazione della provincia di Rieti, entrò a far parte del Lazio. È un dato che spiega molte cose: la cucina, il dialetto, la devozione e perfino il modo di costruire le case sono abruzzesi, non laziali. Amatrice è laziale da meno di un secolo.
Il terremoto del 2016 e la ricostruzione di Amatrice (RI)
Il 24 agosto 2016, alle 3:36 e 32 secondi, una scossa di magnitudo 6.0 con epicentro nella valle del Tronto, fra Accumoli e Arquata del Tronto, e a otto chilometri di profondità, colpi l'Appennino centrale per quindici o venti secondi. Il bilancio complessivo della sequenza sismica si attesta intorno alle trecento vittime, con 388 feriti e circa quarantunomila sfollati. Amatrice pago il tributo più alto: 235 morti nel solo territorio comunale. Il centro storico fu in gran parte raso al suolo; nelle prime immagini dall'alto restava in piedi, riconoscibile, la sola torre civica.
La sequenza non si fermo. Il 26 ottobre 2016 due repliche di magnitudo 5.4 e 5.9 colpirono il confine umbro-marchigiano; il 30 ottobre la scossa più forte dell'intera sequenza, magnitudo 6.5, ebbe epicentro fra Norcia e Preci. Il 18 gennaio 2017 quattro scosse fra magnitudo 5.0 e 5.5, con epicentri a Montereale, Capitignano e Pizzoli, provocarono nuovi crolli sulle strutture già lesionate e abbatterono quanto restava del campanile di Sant'Agostino.

Come si presenta il paese oggi
Amatrice e oggi un paese che vive attorno al proprio cantiere. Le funzioni pubbliche e commerciali sono state trasferite in strutture realizzate dopo il sisma, le abitazioni in soluzioni abitative di emergenza distribuite sulla conca, le attività di ristorazione in un'area dedicata che è diventata il punto di ritrovo. La ricostruzione procede con lentezza, e su questo gli amatriciani sono molto meno diplomatici di quanto lo siano i comunicati: è un tema che emerge in qualsiasi conversazione al banco di un bar, e il visitatore farebbe bene ad ascoltare più che a commentare.
Un'avvertenza di comportamento che do sempre ai gruppi, e la ripeto qui senza giri di parole. Non si fotografano le macerie come si fotografa un monumento. Non si entra nelle zone rosse. Non si chiede alle persone di raccontare quella notte. Si compra, si mangia, si dorme, si paga: il turismo qui è una forma concreta di sostegno economico, e funziona solo se resta discreto.

La cucina di Amatrice (RI): amatriciana, gricia e gnocchi ricci
L'amatriciana, storia di un piatto e di un equivoco
Amatrice ha dato il nome al sugo più conosciuto della cucina italiana, e il fatto che quel sugo venga quasi sempre presentato come romano è uno dei grandi equivoci gastronomici del Novecento. La sequenza storica, per quanto le fonti consentono di ricostruirla, è questa. Alla base c'è la gricia, condimento bianco dell'area appenninica preparato dai pastori con quello che avevano al pascolo: guanciale a cubetti o a fettine sottilissime, pecorino, pasta. Il piatto si chiamava tradizionalmente unto e cacio.
Il pomodoro arriva dopo. Nel Settecento la coltivazione del pomodoro lungo si diffonde nell'area vesuviana e da lì nei territori borbonici, Amatrice compresa; l'aggiunta del pomodoro e di pochissimo olio trasforma la gricia nella salsa rossa che conosciamo. La prima attestazione scritta dell'uso del sugo di pomodoro sulla pasta si trova nell'Apicio moderno di Francesco Leonardi, cuoco romano, pubblicato nel 1790, dove compare il culi di pomodoro.
La diffusione nazionale arriva nell'Ottocento, quando la crisi della pastorizia spinge molti amatriciani a emigrare a Roma. Trovano lavoro nella ristorazione, aprono osterie e trattorie e portano con sé il piatto degli avi: a Roma matriciano diventa sinonimo di oste. Il primo storico ristorante amatriciano della capitale fu inaugurato nel 1860 da Luigi Sagnotti con il nome de Il Passetto, chiamato così perché attraverso il locale si passava dal vicolo del Passetto a piazza Navona. Alla notorietà radiofonica e televisiva del piatto contribuì poi l'attore Aldo Fabrizi, che ne parlò spesso nelle sue trasmissioni.
Che cosa dice il disciplinare, e perché vi hanno servito una cosa diversa
Qui viene la parte che quasi nessuno conosce e che vale il viaggio. Il Comune di Amatrice ha formalizzato le ricette con un disciplinare di denominazione comunale nel 2015 e ha avviato nel novembre 2019 il percorso europeo. Il 6 marzo 2020 l'Amatriciana ha ottenuto dall'Unione Europea il riconoscimento di Specialità Tradizionale Garantita.
La ricetta riconosciuta prevede guanciale di Amatrice rosolato e sfumato con vino bianco secco, pomodori San Marzano o pelati, pecorino dei Sibillini o della Laga, olio extravergine d'oliva, peperoncino fresco o secco, sale e pepe. Esclude esplicitamente aglio, cipolla e pancetta. Il formato di pasta previsto sono gli spaghetti. Se nel piatto che vi hanno servito c'era la cipolla, avete mangiato una variante romana o ciociara: buona quanto volete, ma non è l'amatriciana di Amatrice. Lo dico senza polemica e con una certa fermezza, perché la differenza si sente e perché la denominazione serve esattamente a questo.
Ancora oggi nei menu dei ristoranti amatriciani si trovano entrambe le ricette, la bianca e la rossa. Il mio consiglio, e ne sono convinto: la prima volta ordinate la gricia. La seconda volta l'amatriciana. In quest'ordine si capisce la storia del piatto meglio che leggendo dieci articoli.
La tradizione dei cuochi
Amatrice deve la sua fama gastronomica a una tradizione antica e documentata: divenne la città dei cuochi dei papi, e la scuola amatriciana fornì per secoli personale alle cucine romane. Alla base c'erano e restano le materie prime: carne di primissimo livello grazie ai pascoli dei Monti della Laga, i formaggi che ne derivano e l'acqua, di cui questo territorio è straordinariamente ricco per la ragione geologica spiegata sopra. Fra i prodotti a denominazione comunale il Comune elenca pecorino, guanciale, gnocchi ricci, ricotta, patata turchesa, fragole, miele e la salsa all'amatriciana.
Lo storico Hotel Roma, considerato il tempio dell'amatriciana autentica è uno dei simboli del paese, è stato distrutto dal terremoto del 2016.
Gli gnocchi ricci
Sono l'altra specialità di Amatrice, molto meno nota dell'amatriciana è, secondo me, più interessante. Si preparano con acqua, farina e uova, e il caratteristico riccio si ottiene schiacciando ogni gnocco con le dita contro il piano: un gesto che richiede pratica e che le donne di Amatrice trasmettono da generazioni. Sono tipici della cittadina e poco conosciuti perfino nelle frazioni, e la tradizione locale li considera il piatto più antico della gastronomia amatriciana. Si servono con un sugo di castrato. Se li trovate nel menu del giorno, lasciate perdere l'amatriciana e ordinate quelli: è l'unico posto al mondo dove hanno senso.

Una curiosità su Amatrice (RI)
Nel 1486 il re aragonese Ferdinando concesse ad Amatrice il privilegio di battere moneta con il motto Fidelis Amatrix. Detta così sembra una nota di erudizione locale. Provate invece a misurare il peso di quel privilegio: nel Regno di Napoli del Quattrocento la facoltà di coniare moneta era una prerogativa sovrana, concessa a pochissimi centri e quasi mai a un comune di montagna di poche migliaia di abitanti. Significava che la corona riconosceva ad Amatrice una capacità fiscale, commerciale e militare da città vera, e che il suo mercato serviva un bacino che scavalcava i confini regionali.
Il motto merita una traduzione attenta. Fidelis Amatrix non vuol dire soltanto Amatrice fedele: Amatrix è il femminile di amator, colei che ama, e il gioco di parole fra il toponimo e il verbo latino era perfettamente intenzionale in un'epoca che amava le imprese araldiche parlanti. Un sovrano premiava la fedeltà con un titolo che significava insieme la fedele e l'amante. Il dettaglio dice più di molte pagine su come questa comunità vedeva se stessa: non un villaggio suddito, ma un interlocutore.
C'è un corollario che rende la curiosita ancora più istruttiva. Quarantatre anni dopo, nel febbraio 1529, la stessa comunità che era stata premiata per la fedeltà veniva messa a ferro e fuoco da Filiberto di Chalon per aver resistito a Carlo V, e nove anni dopo perdeva l'autonomia comunale che aveva difeso per oltre due secoli. La fedeltà ad Amatrice non è mai stata sudditanza: è stata sempre una scelta, e quando la scelta cambiava, cambiava anche il campo. Chi guarda oggi lo stemma comunale con la croce fa bene a ricordarlo.
Una cosa che non ti dice nessuno su Amatrice (RI)
Nel giugno 1944, in ritirata verso nord, le truppe nazifasciste minarono la diga di Scandarello. L'obiettivo era militare e spietato nella sua logica: far saltare lo sbarramento significava rovesciare nella valle del Tronto un invaso di circa un chilometro quadrato e quaranta metri di profondità massima, spazzando via i paesi a valle lungo tutta la discesa verso Ascoli Piceno. Sotto il coronamento della diga erano stati collocati cinquantasei quintali di materiale esplosivo.
Ventisette cittadini di Amatrice, fra cui il capo partigiano Alfredo Muzi e una donna, Marianna Valentini, salirono alla diga e disinnescarono l'intera carica. Non erano artificieri: erano gente del posto che sapeva che cosa sarebbe successo alle case sotto di loro. Il 17 giugno 1944 Muzi, insieme a Mario Marri e Francesco Pellicciari, ricevette una medaglia al valore per quell'azione. Il 19 giugno 1994, cinquant'anni dopo, una lapide in marmo è stata posta a ricordo degli autori dell'impresa.
Questa storia non compare quasi mai nelle presentazioni turistiche di Amatrice, schiacciata fra l'amatriciana e il terremoto. Eppure è il fatto che meglio spiega il carattere di questa comunità, e che rende meno retorica la frase sulla ricostruzione che si sente ripetere ovunque. Vale la pena fermarsi davanti al lago di Scandarello con questa informazione in testa: quello specchio d'acqua che oggi sembra soltanto un bel paesaggio, per una settimana del 1944 è stato una bomba puntata su venti paesi, e sono stati ventisette civili a disarmarla. Se accompagnate qualcuno, raccontategliela prima di arrivare al belvedere. Cambia completamente quello che vede.
Il consiglio che ti do per visitare Amatrice (RI)
Il primo consiglio riguarda l'ordine delle cose. Cominciate dal plastico della ricostruzione nella sala Urciuoli, quando è visitabile, oppure da una delle mappe storiche esposte in paese. Ad Amatrice il centro storico non si legge camminandoci dentro, perché gli isolati non ci sono più e le vie sono interrotte: senza una pianta in testa vedrete un cantiere generico invece di un tessuto urbano medievale con la sua logica. Con la pianta in testa riconoscerete l'asse di Corso Umberto I, capirete dove sorgeva la cinta muraria dal toponimo di Porta Ferrata e vedrete perché la torre civica era il perno visivo del paese.
Il secondo consiglio riguarda il tempo. Non venite ad Amatrice per pranzo. La gastronomia qui è ottima e va onorata, ma se il piatto di pasta è l'unica ragione del viaggio state facendo trecento chilometri andata e ritorno per un'ora di tavola. Costruite invece una giornata piena: mattina in paese e alle chiese superstiti, pranzo, pomeriggio in una frazione con il santuario dell'Icona Passatora come obiettivo, tramonto al lago di Scandarello. In alternativa, se siete camminatori, mattina in quota sulla Laga e pomeriggio in paese.
Il terzo consiglio è sul come stare. Amatrice non è un museo del dolore e non è un borgo cartolina: è un paese di persone che vivono in una condizione difficile e che accolgono i visitatori con una cortesia che spesso mette in imbarazzo. Entrate nei negozi, comprate il guanciale e il pecorino da portare a casa, chiedete indicazioni, lasciate che siano loro a decidere se parlare del terremoto. Il turismo consapevole qui non è uno slogan da brochure: è la differenza fra un'attività che apre l'anno prossimo e una che chiude. Se accompagnate un gruppo e volete far girare la spesa sul territorio, la rete di professionisti di TourLeaderPro lavora esattamente su questa logica.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che Amatrice è in provincia di Rieti e quindi nel Lazio. Quasi nessuno si sofferma su quanto sia recente questa appartenenza e su quante conseguenze abbia. Amatrice è stata abruzzese per quasi settecento anni, e non in senso vago: è appartenuta al Giustizierato d'Abruzzo dal 1265 al 1273, all'Abruzzo Ulteriore dal 1273 al 1806, all'Abruzzo Ulteriore II dal 1806 al 1860 e alla provincia dell'Aquila dal 1860 al 1927. Dal 1806 al 1926 fece parte del distretto e poi del circondario di Cittaducale. Solo con l'istituzione della provincia di Rieti, nel 1927, è passata al Lazio: da meno di un secolo, contro sette secoli di Abruzzo.
Le conseguenze si vedono e si assaggiano. Il dialetto amatriciano appartiene all'area abruzzese occidentale e non ha quasi nulla del romanesco. L'architettura rurale, con i portali in arenaria e le coperture a doppia falda, è quella dell'aquilano. La devozione a Sant'Emidio, protettore dai terremoti e patrono di Ascoli, racconta un orientamento verso il versante adriatico e non verso Roma. La stessa amatriciana nasce come piatto pastorale appenninico e diventa romana solo per emigrazione: il piatto è arrivato a Roma, non il contrario.
C'è un ultimo dettaglio che chiude il ragionamento. Il Monte Gorzano, oggi cima più alta del Lazio, prima del 1927 era interamente in Abruzzo. Il primato altimetrico laziale è nato per decreto amministrativo, non per orogenesi. Quando in una comitiva qualcuno annuncia con orgoglio che la vetta più alta del Lazio è in provincia di Rieti, la precisazione fa sempre effetto, ed è vera.
La foto giusta da fare a Amatrice (RI)
La fotografia che tutti scattano ad Amatrice è la torre civica isolata sul cantiere. È una fotografia legittima ed è diventata un'icona, ma è anche una fotografia che ripete quello che già si è visto in televisione, e che rischia di ridurre un paese a un simbolo di lutto. Se cercate un'immagine che dica qualcosa di più, cambiate punto di vista in senso letterale.
La foto che consiglio si fa da fuori paese, dai belvedere sulla strada che sale verso le frazioni occidentali, quelli da cui si abbraccia l'intera conca amatriciana con la dorsale della Laga sullo sfondo. È l'inquadratura della fotografia storica che apre questa pagina, quella da Macchie Piane. Da li si capisce la cosa che dal basso non si vede: Amatrice non è un borgo isolato su un cocuzzolo, è il centro di un sistema di decine di villaggi disposti su un anfiteatro naturale, e l'anfiteatro è verde perché l'arenaria trattiene l'acqua. In una sola inquadratura ci sono la geografia, l'insediamento e la ragione economica di entrambi.
Sui parametri tecnici sono netto. Luce delle prime ore o dell'ultima ora: a mezzogiorno la conca si appiattisce e la Laga perde ogni rilievo. Stagione: fine maggio e giugno, quando i pascoli d'altitudine fioriscono e la neve residua disegna ancora i valloni sopra i duemila metri; oppure fine ottobre, con le faggete che virano al rame. Focale media, fra i 35 e i 70 millimetri equivalenti: il grandangolo spinto allontana le montagne e uccide la scena. Un consiglio che vale più di tutti: non mettete il paese al centro dell'inquadratura, mettetelo sul terzo inferiore e lasciate due terzi al fronte montuoso. La proporzione dell'immagine deve dire chi comanda in questo paesaggio, e a comandare non è l'abitato.
Un'ultima cosa, che riguarda l'etica prima della tecnica. Nelle aree della ricostruzione e nelle soluzioni abitative si fotografano i luoghi, non le persone che ci vivono, e non si fotografano gli interni delle case attraverso le finestre. Sembra ovvio. Non lo è: l'ho visto fare più volte, e ogni volta è stato imbarazzante.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La conca amatriciana ha una densità di eventi documentati sproporzionata rispetto alle sue dimensioni. Vale la pena metterli in fila, perché letti in sequenza raccontano un solo tema: una comunità di confine che ha dovuto scegliere da che parte stare, e che ha pagato quasi ogni volta.
Nel 940 il nome Matrice compare per la prima volta in un documento della chiesa teramana, come riferimento di confine in una concessione di beni. Nel 1012 il toponimo torna nel Regesto di Farfa, e nel 1037 nel diploma con cui Corrado II conferma i possedimenti al vescovo di Ascoli. Intorno al 1265 Amatrice entra nel Regno di Sicilia sotto Manfredi. Nel 1271 e nel 1274 Carlo I d'Angiò manda due spedizioni militari per piegare la città ribelle: due eserciti regi contro un comune di montagna, il che dice quanto contasse il controllo di questo valico.
Nel giugno 1424 gli amatriciani combattono a fianco di Braccio da Montone sotto L'Aquila e assistono alla sua sconfitta e alla sua morte sul campo. Nel 1486 arriva il privilegio di battere moneta con il motto Fidelis Amatrix. Nel febbraio 1529 Filiberto di Chalon espugna la città dopo una resistenza descritta dalle fonti come eroica e la mette a ferro e fuoco. Nel 1538 Carlo V infeuda lo Stato di Amatrice ad Alessandro Vitelli e l'autonomia comunale finisce.
Nel 1648 Alessandro Orsini uccide ad Amatrice la moglie Anna Maria Caffarelli: il processo si chiude con trent'anni di prigione a Castel Sant'Angelo, e alla morte del principe, nel 1693, il feudo passa ai Medici. Il 7, il 14 e il 17 ottobre 1639 tre scosse devastano la conca: cade buona parte del palazzo Orsini e le vittime nel comprensorio superano, secondo le stime dell'epoca, gli ottomila. Seguono i terremoti del 1672, del 1703 e del 1730. Nell'ottobre 1826 il Tronto straripa e uccide numerosi abitanti di San Lorenzo.
Il 15 agosto 1919 apre ad Amatrice la prima casa dell'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia, con dodici orfane: da qui parte una rete che arrivera a centinaia di istituti in tutto il Sud. Nel giugno 1944 ventisette amatriciani disinnescano cinquantasei quintali di esplosivo sotto la diga di Scandarello. Nel 1927 il paese passa dall'Abruzzo al Lazio. Il 24 agosto 2016, alle 3:36, la scossa di magnitudo 6.0 distrugge il centro storico e uccide 235 persone nel territorio comunale. Il 18 gennaio 2017 le quattro scosse del versante aquilano abbattono quel che restava del campanile di Sant'Agostino.
Chi è passato da Amatrice (RI)
Il personaggio che lega il proprio nome a questo luogo più di ogni altro è Nicola Filotesio, universalmente noto come Cola dell'Amatrice, pittore e architetto del Rinascimento nato in questo territorio e attivo soprattutto ad Ascoli Piceno, dove lascio il segno più profondo. Il museo civico di arte sacra di Amatrice porta il suo nome. Non attribuitegli opere a memoria: la sua produzione è stata a lungo confusa con quella di altri maestri dell'area ascolana, e conviene fidarsi delle sole attribuzioni sostenute dalla critica.
Accanto a lui va ricordato Dionisio Cappelli, pittore amatriciano che firmava le proprie opere e al quale si devono affreschi del santuario dell'Icona Passatora, fra cui il Cristo che incorona la Vergine nell'abside. Nella stessa chiesa lavorò anche l'anonimo maestro che affresco la chiesa di Sant'Agostino in paese: uno di quei casi in cui la mano si riconosce e il nome manca, e i cataloghi lo indicano per convenzione con il luogo delle sue opere. Sul fronte architettonico, la chiesa di Sant'Agostino si attribuisce a Giovanni dell'Amatrice.
Fra i sovrani, il passaggio più pesante è quello di Carlo V, che qui non venne di persona ma la cui politica determinò due volte il destino del paese: attraverso il generale Filiberto di Chalon, che nel 1529 lo espugnò, e con il decreto del 1538 che lo consegnò ad Alessandro Vitelli. Carlo I d'Angiò inviò qui due eserciti. Ferdinando d'Aragona concesse il privilegio della zecca. Il generale Championnet, in età napoleonica, incluse Amatrice fra i cantoni del Dipartimento della Pescara.
Nell'Ottocento risorgimentale la figura amatriciana di maggior rilievo è Pier Silvestro Leopardi, patriota di rango nazionale. Nel Novecento il nome che conta è quello di don Giovanni Minozzi, nato nella frazione di Preta nel 1884, fondatore con padre Giovanni Semeria dell'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia e sepolto nella cripta della chiesa di Maria Santissima Assunta del complesso amatriciano. Fra i protagonisti della Resistenza locale, Alfredo Muzi e i ventisei che con lui salirono alla diga nel 1944. E fra chi ha portato il nome di Amatrice nelle case degli italiani senza esserci nato, va citato Aldo Fabrizi, che nelle sue trasmissioni radiofoniche e televisive parlò dell'amatriciana con una insistenza affettuosa che valse al paese più pubblicita di qualsiasi campagna.
Escursioni e sentieri sui Monti della Laga da Amatrice (RI)
Chi cammina trova qui uno dei terreni più belli e meno affollati dell'Appennino centrale. La salita al Monte Gorzano, 2458 metri, è l'obiettivo classico: escursione di media difficoltà, sentiero segnalato, nessun passaggio tecnico, ma un dislivello importante e una dorsale esposta al vento. Partite presto, portate acqua nonostante la fama di montagna ricca di sorgenti, e controllate il meteo la sera prima: sulla Laga i temporali pomeridiani estivi arrivano rapidissimi e sulla cresta non c'è riparo.
L'altro grande tema escursionistico sono le cascate. I salti di roccia fra i 1300 e i 1600 metri producono cadute che superano i settanta metri, alimentate tutto l'anno dalle sorgenti dell'arenaria. In primavera, con il disgelo, la portata è massima ed è il momento migliore per vederle; d'inverno si trasformano in colate di ghiaccio frequentate dagli specialisti dell'arrampicata su cascata, un'attività che richiede attrezzatura e competenza e che non si improvvisa. Gli itinerari partono in genere dalle frazioni alte del versante orientale.
Un'opinione controcorrente: se avete una sola giornata e siete camminatori medi, lasciate perdere il Gorzano e dedicatevi al giro basso fra le frazioni e i santuari. La vetta è una soddisfazione alpinistica, ma il carattere di questo territorio si capisce meglio a mille metri, fra i castagneti e le cappelle affrescate, che a duemilaquattrocento. Il Gorzano tornerà. Per orientarsi sulle montagne italiane in generale, la panoramica in inglese di ItalyPlanner è un buon punto di partenza per chi viaggia con amici stranieri.
Amatrice (RI) con i bambini
Il parco in miniatura, concepito come giardino della conoscenza, è la carta migliore: i monumenti, gli animali e il territorio del parco nazionale riprodotti in scala funzionano benissimo con i bambini fra i cinque e i dodici anni, e in mezz'ora spiegano una geografia che a parole richiederebbe una lezione. Verificate lo stato di apertura con il Comune, perché dopo il sisma le condizioni sono cambiate più volte.
La seconda carta è l'Oasi di Orie Terme al chilometro 35+500 della Statale 260 Picente, a cinque chilometri dal paese: area naturalistica attrezzata, percorsi brevi, adatta a famiglie che non se la sentono di affrontare i sentieri di quota. La terza è il lago di Scandarello, che offre un contesto tranquillo per una passeggiata e un picnic.
Una raccomandazione da adulti. Ai bambini si può e si deve raccontare il terremoto, ma con misura e senza immagini forti: la storia della torre rimasta in piedi e quella della diga disinnescata nel 1944 sono due racconti che funzionano perché parlano di persone che hanno agito, non di vittime. Evitate invece la visita ravvicinata alle aree di macerie con bambini piccoli. Non serve a niente e resta addosso.
Accessibilità e servizi ad Amatrice (RI)
Paradossalmente, la ricostruzione ha reso alcune parti di Amatrice più accessibili di prima: le strutture realizzate dopo il 2016 sono a piano unico, prive di gradini all'ingresso e servite da parcheggi in piano immediatamente adiacenti, condizione rarissima nei borghi appenninici storici. Chi si muove in sedia a rotelle o con un passeggino trova quindi l'area dei servizi e della ristorazione praticabile senza difficoltà.
Il discorso cambia per le chiese delle frazioni e per i santuari, che sorgono su terreni acclivi, hanno accessi con gradini e in diversi casi non sono ancora riaperti. Le zone del cantiere del centro storico sono interdette per ragioni di sicurezza e non sono percorribili da nessuno. I sentieri di montagna non sono attrezzati per la mobilità ridotta.
Sui servizi essenziali: farmacia, presidio sanitario, banca, ufficio postale e distributori di carburante sono presenti; le strutture ricettive sono meno numerose di un tempo e in alta stagione, soprattutto nel fine settimana della sagra, si esauriscono con settimane di anticipo. Chi organizza gruppi numerosi deve prenotare con largo margine e valutare di dormire fra Amatrice, Leonessa e Antrodoco; per la logistica di comitive sopra le venti persone conviene appoggiarsi a chi la fa di mestiere, come lo staff di TourLeaderPro.
Quando andare ad Amatrice (RI) e quando evitare
La stagione migliore, per me senza discussione, è la fine di maggio e il mese di giugno. I pascoli d'altitudine fioriscono, la neve residua disegna ancora i valloni sopra i duemila metri, le cascate hanno portata piena per il disgelo e il paese non è affollato. La seconda finestra è la fine di settembre e ottobre: aria tersa, faggete che virano al rame, ristoranti tranquilli.
Agosto è il mese della massima frequentazione, per due ragioni sovrapposte: il ritorno dei villeggianti e degli emigrati e la sagra degli spaghetti all'amatriciana, che si tiene dal 1966 nell'ultimo fine settimana del mese. La sagra è un evento vero, molto sentito, con migliaia di partecipanti, e vale l'esperienza; ma se cercate silenzio e conversazione, quello non è il vostro fine settimana. Il calendario delle manifestazioni comprende anche la festa della primavera, i festeggiamenti della Madonna di Filetta il giovedì che precede la domenica dell'Ascensione, Amatrice a Cavallo in settembre, il palio degli asini con i nomi dei sindaci, la festa dell'autunno e la festa dell'Immacolata l'8 dicembre. Le date esatte cambiano di anno in anno: controllatele sul sito del Comune prima di partire.
L'inverno merita un discorso a parte. Amatrice a 955 metri prende la neve e la strada resta aperta, ma la Statale 260 verso l'Abruzzo si ghiaccia e le frazioni alte diventano problematiche senza gomme adatte. Il 24 agosto, giorno dell'anniversario del sisma, il paese è raccolto in commemorazioni: chi arriva quel giorno da turista dovrebbe sapere dove sta mettendo i piedi, e comportarsi di conseguenza.
Cosa c'è intorno ad Amatrice (RI)
Nel raggio di venti minuti di auto si raggiunge Accumoli, epicentro della scossa del 2016, e si scende verso il versante marchigiano della valle del Tronto. Poco più in la, sul versante opposto, Cittareale segna il confine occidentale dell'antica influenza amatriciana. Mezz'ora abbondante di curve porta a Leonessa, borgo di impianto regolare con un patrimonio artistico intatto che ad Amatrice manca, ed è la gita complementare più intelligente che si possa costruire.
Scendendo verso Rieti si incontrano Antrodoco, con la sua gola e la chiesa di Santa Maria extra moenia, e Borgo Velino. Dal capoluogo reatino si aprono i santuari francescani della valle santa, a cominciare da Greccio e da Fonte Colombo. Verso l'Umbria, un'ora scarsa separa Amatrice da Norcia, la città con cui gli amatriciani si sono scontrati per due secoli e con cui oggi condividono la stessa sequenza sismica, e da Cascia. Verso l'Abruzzo, la Picente porta a Montereale e poi a L'Aquila in circa un'ora.
Chi costruisce un itinerario di più giorni nel reatino può agganciare il Terminillo, il lago del Salto e la Sabina storica con Fara in Sabina e l'abbazia di Farfa. Per chi viaggia con ospiti anglofoni, la panoramica regionale in inglese di ItalyPlanner copre il Lazio oltre Roma e aiuta a spiegare perché vale la pena spingersi fin qui.
Quanto costa una giornata ad Amatrice (RI)
Ad Amatrice non si paga per entrare, non si paga il parcheggio e non si paga per camminare lungo il perimetro del centro storico o per raggiungere le frazioni. Le uniche voci di spesa reali sono il carburante o il biglietto dell'autobus, il pranzo e gli eventuali acquisti gastronomici. Gli ingressi ai musei comunali, dove previsti, sono di importo modesto: gli importi aggiornati e le eventuali gratuità vanno chiesti direttamente al Comune, perché cambiano con le stagioni e con le convenzioni.
Il consiglio economico più utile riguarda invece la spesa alimentare. Guanciale di Amatrice, pecorino della Laga, ricotta e miele si comprano qui a prezzi di produzione e reggono benissimo il viaggio in una borsa termica. Portarsi a casa la materia prima è, in termini di rapporto fra spesa e resa, molto più sensato di qualsiasi souvenir. E significa lasciare denaro dove serve. Per capire come funzionano i prodotti a denominazione territoriale in Italia, la guida in inglese su ItalyPlanner spiega bene il meccanismo a chi arriva dall'estero.
Domande veloci su Amatrice (RI)
Quanto dista Amatrice (RI) da Roma?
Circa centoquaranta chilometri per la Strada Statale 4 Salaria, fra due ore e due ore e mezza di guida secondo il traffico e le condizioni della strada.
Si arriva ad Amatrice (RI) in treno?
No. Amatrice non ha mai avuto una stazione ferroviaria. Si arriva in auto oppure con gli autobus di linea, che hanno poche corse giornaliere e orari diversi fra periodo scolastico ed estate.
Quanto costa visitare Amatrice (RI)?
Il paese non ha biglietto d'ingresso e i parcheggi sono gratuiti. Si paga solo il pranzo, gli eventuali ingressi ai musei comunali e gli acquisti.
Quanto tempo serve per visitare Amatrice (RI)?
Sei ore per una giornata sensata fra paese, una frazione e il lago. Due giorni se volete aggiungere un'escursione sui Monti della Laga.
Il centro storico di Amatrice (RI) si può visitare?
Le zone del cantiere sono interdette per ragioni di sicurezza. Si cammina lungo il perimetro e si vedono da fuori i monumenti puntellati o in corso di ricostruzione.
La torre civica di Amatrice (RI) è ancora in piedi?
Sì. La torre del XIII secolo è rimasta verticale dopo il 24 agosto 2016 ed è diventata il simbolo del paese. È stata messa in sicurezza e la campana è stata rimossa.
Che cos'è successo alla chiesa di Sant'Agostino?
Gran parte dell'edificio crollo il 24 agosto 2016; il campanile cadde il 18 gennaio 2017 e la parete destra il 29 gennaio 2017. Il portale tardo gotico è stato smontato e messo al riparo.
Quante vittime ci sono state ad Amatrice (RI) nel 2016?
235 persone nel territorio comunale, su un bilancio complessivo della sequenza sismica che si attesta intorno alle trecento vittime.
Qual è la vera ricetta dell'amatriciana?
Quella riconosciuta come Specialità Tradizionale Garantita dall'Unione Europea il 6 marzo 2020: guanciale di Amatrice, vino bianco secco, pomodori San Marzano o pelati, pecorino, olio extravergine, peperoncino, sale e pepe, su spaghetti. Senza aglio, senza cipolla, senza pancetta.
Qual è la differenza fra amatriciana e gricia?
La gricia è la versione senza pomodoro, storicamente precedente: guanciale, pecorino e pasta. L'amatriciana nasce dall'aggiunta del pomodoro alla gricia, dal Settecento in poi.
Che cosa sono gli gnocchi ricci?
Gnocchi di acqua, farina e uova, arricciati schiacciandoli con le dita. Sono considerati il piatto più antico della gastronomia amatriciana e si servono con sugo di castrato.
Quando si tiene la sagra degli spaghetti all'amatriciana?
Nell'ultimo fine settimana di agosto. La manifestazione si svolge dal 1966. Le date esatte si controllano ogni anno sul sito del Comune.
Amatrice (RI) si può visitare con la sedia a rotelle?
L'area dei servizi e della ristorazione realizzata dopo il sisma è in piano e priva di barriere all'ingresso. Le chiese delle frazioni, i santuari e i sentieri di montagna non lo sono.
Si può fare il bagno nel lago di Scandarello?
È un invaso artificiale a uso idroelettrico con livelli variabili: è frequentato per la pesca e per le passeggiate, non come spiaggia. Per le regole in vigore chiedete al Comune.
Qual è la montagna più alta del Lazio?
Il Monte Gorzano, 2458 metri, la cui cima ricade nel comune di Amatrice sul confine con Crognaleto in provincia di Teramo.
Amatrice (RI) è in Lazio o in Abruzzo?
In Lazio, provincia di Rieti, ma solo dal 1927. Per quasi sette secoli il territorio appartenne all'Abruzzo, da ultimo alla provincia dell'Aquila.
Che differenza c'è fra Amatrice (RI) e Leonessa?
Leonessa conserva intatto il suo impianto urbano e il patrimonio artistico; Amatrice è un paese in ricostruzione con un territorio molto più vasto e montuoso. Visitarle nella stessa giornata funziona benissimo.
Vale la pena andare ad Amatrice (RI) con i bambini?
Sì, puntando sul parco in miniatura, sull'Oasi di Orie Terme e sul lago. Evitate la visita ravvicinata alle aree di macerie con bambini piccoli.
Si possono fare fotografie ad Amatrice (RI)?
Sì, ai luoghi e ai paesaggi. Non si fotografano le persone nelle aree abitative provvisorie e non si entra nelle zone interdette per farlo.
Dove si dorme visitando Amatrice (RI)?
Le strutture ricettive locali sono meno numerose di un tempo e in alta stagione si esauriscono presto. In alternativa si dorme fra Leonessa, Antrodoco e il Terminillo, tutti entro un'ora di strada.
Che cosa conviene comprare ad Amatrice (RI)?
Guanciale, pecorino, ricotta, miele e la patata turchesa: sono fra i prodotti a denominazione comunale e si acquistano direttamente dai produttori.
Ci torno una volta l'anno da prima del 2016 e ci tornerò. Non ci vado per il piatto di pasta, che pure è ottimo, e nemmeno per rendere omaggio a una ferita: ci vado perché questa conca è uno dei paesaggi meglio costruiti dell'Appennino, perché le sue cappelle affrescate valgono musei che fanno la coda, e perché una comunità che nel 1944 ha disinnescato una diga e nel 2016 ha ricominciato da una torre non chiede compassione. Chiede visitatori seri. Andateci con le scarpe giuste, il portafoglio aperto e la bocca chiusa quando serve: è il modo migliore di essere utili.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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