CSOA Spartaco
CSOA Spartaco si trova a Roma in via Selinunte 57, nel Quadraro, e risulta attivo dal 1999. La sigla che precede il nome vale quanto il nome stesso: centro sociale occupato autogestito, cioè uno spazio nato dall’occupazione di un immobile inutilizzato e gestito in forma assembleare da chi lo frequenta, senza la separazione fra chi organizza e chi partecipa che regola un locale commerciale. Chi arriva qui aspettandosi l’accoglienza di un club con biglietteria, personale in divisa e servizio ai tavoli trova una cosa diversa: un capannone di quartiere con un palco, un bancone, un cortile e una serie di stanze usate per attività che cambiano nel corso della settimana e nel corso dell’anno. Nel racconto che lo spazio fa di sé ricorrono tre formule, bene comune, consumo critico e solidarietà attiva, e ricorrono i nomi di alcune iniziative che negli anni si sono staccate dal centro e hanno preso vita propria nel quartiere: la Palestra Popolare Quadraro, la Spartacorugby, il progetto di autorecupero del rudere di via Sagunto, la galleria di arte contemporanea Garagezero. Sul fronte degli appuntamenti pubblici i due titoli che tornano con maggiore continuità sono Quadraro in Jazz e il Festival della Memoria e della Resistenza.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Vale la pena dire subito una cosa, perché chi legge una descrizione di un centro sociale spesso cerca fra le righe una collocazione politica. Uno spazio autogestito è un soggetto politico oltre che culturale, e nessuna pagina informativa può fingere il contrario. Quello che segue però descrive che cosa ci si fa dentro, dove si trova, come ci si arriva e in che contesto di quartiere si colloca, senza sposare né attaccare posizioni. Chi cerca una presa di posizione la troverà direttamente sui canali del centro, che parlano per conto proprio e non hanno bisogno di intermediari.
Dove si trova CSOA Spartaco e come ci si arriva davvero
L’indirizzo è via Selinunte 57. La via appartiene al reticolo del Quadraro e fa parte di quel gruppo di strade intitolate a città della Sicilia antica e della Magna Grecia che segnano il settore compreso fra la via Tuscolana e la via Casilina: Selinunte, Sagunto, Cartagine e le loro vicine formano una maglia regolare di isolati bassi, costruiti in gran parte fra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Novecento, con palazzine di tre o quattro piani, cortili interni, negozi al piano terra e una quantità di garage e magazzini ricavati sotto le case. Il centro occupa uno di questi volumi, non un edificio monumentale: chi arriva la prima volta rischia di passargli davanti senza accorgersene, perché dall’esterno la facciata non ha nulla della vetrina.
Il Quadraro risulta classificato come zona urbanistica 6C e appartiene al Municipio V di Roma Capitale, pur facendo parte, nella suddivisione storica dei quartieri, del Q. VIII Tuscolano. Il perimetro si estende a cuneo fra la via Casilina a nord e la via del Mandrione a sud ovest, fino a Porta Furba. Confina con Torpignattara e Casilino sul lato nord, con il Centro Direzionale Centocelle e Don Bosco a est, con Appio Claudio a sud, con Tuscolano Sud a ovest. Sono confini che contano, perché il Quadraro non è un quartiere di passaggio: chi non ci abita e non ci ha un motivo per andare tende a non attraversarlo mai, e questo spiega perché uno spazio che nel quartiere conoscono tutti resti quasi invisibile a chi vive dall’altra parte della città.
In metropolitana
La linea A della metropolitana serve il Quadraro con due stazioni, Porta Furba Quadraro e Numidio Quadrato, entrambe lungo la via Tuscolana. Sono le due porte di ingresso naturali per chi arriva dal centro. Da Porta Furba Quadraro si entra nel quartiere risalendo verso nord est; da Numidio Quadrato si entra dal lato opposto, quello più vicino al Parco degli Acquedotti. La camminata dall’una o dall’altra fermata fino a via Selinunte oscilla, a seconda del percorso e degli attraversamenti, fra i dieci e i venti minuti: il Quadraro è un quartiere disteso e le due stazioni ne servono gli estremi, non il centro.
Chi conta sulla metropolitana per tornare a casa dopo una serata deve fare una verifica preliminare che sembra banale e non lo è. La linea A ha orari di esercizio che nei fine settimana possono variare e che negli anni sono stati modificati più volte, anche per cantieri e per lavori di ammodernamento delle stazioni. Una serata di musica dal vivo in un centro sociale finisce raramente prima della mezzanotte e spesso finisce molto dopo: chi arriva in metropolitana e non controlla l’ultima corsa utile sui canali dell’azienda di trasporto rischia di trovarsi davanti a una stazione chiusa con la prospettiva di un taxi o di una camminata lunga. Non è un dettaglio da poco, perché il Quadraro non si trova sulla direttrice dei taxi in circolazione a notte fonda e la disponibilità immediata di una vettura non è garantita.
In autobus
Le linee di superficie coprono il quartiere lungo tre direttrici. La via Tuscolana raccoglie i collegamenti che risalgono verso San Giovanni e scendono verso Cinecittà e Anagnina. La via Casilina, sul lato opposto, porta le linee che collegano Porta Maggiore alla periferia orientale. All’interno del quartiere circolano poi alcune linee di quartiere che entrano nelle strade interne e servono i residenti. Le fermate lungo la Tuscolana lasciano a una camminata di dieci o dodici minuti da via Selinunte; quelle lungo la Casilina un po’ di più, perché il tratto interno da percorrere è maggiore.
La rete notturna romana esiste e copre in parte questa zona, ma con frequenze lunghe e con percorsi che non coincidono con quelli diurni. Chi decide di affidarsi a un autobus notturno fa bene a verificare il percorso preciso prima di uscire, perché la fermata utile al ritorno può trovarsi su una strada diversa da quella dell’andata.
In treno
Il quartiere è lambito, sul lato del Mandrione, dal fascio di binari che entra a Roma da sud est. La ferrovia regionale che corre in quella direzione ha fermate urbane nelle vicinanze, utili soprattutto a chi arriva dai Castelli Romani o dalla direttrice di Ciampino senza voler passare per Termini. Anche in questo caso le frequenze serali si diradano molto rispetto alle ore di punta e conviene verificare gli orari il giorno stesso sui canali del gestore ferroviario. Per chi arriva da fuori Roma resta comunque più semplice il cambio su metropolitana a Termini o a San Giovanni.
In auto e in motorino
Arrivare in auto è possibile e il quartiere non rientra in zone a traffico limitato del tipo di quelle del centro storico, ma la sosta resta il problema. Il Quadraro venne costruito quando l’automobile non era ancora di massa: le strade sono strette, la sosta in linea è satura quasi sempre e nelle sere in cui il centro ospita un concerto il carico si somma a quello dei residenti. Chi guida fa bene a mettere in conto una camminata di qualche isolato e a evitare le doppie file, che qui creano problemi veri perché le carreggiate non consentono il passaggio dei mezzi pubblici e dei mezzi di soccorso quando la sezione utile si restringe.
Il motorino resta la soluzione più efficiente, come quasi ovunque a Roma. Chi arriva in bicicletta trova un quartiere pianeggiante nella parte interna e in salita verso il lato del Mandrione, con traffico moderato nelle strade residenziali e più intenso lungo le due arterie principali.
A piedi, dal quartiere
La differenza fra arrivare da fuori e arrivare dal quartiere è la differenza che spiega questo spazio. Per una parte consistente del pubblico lo Spartaco è il posto a cinque minuti di casa, quello in cui si passa senza programmare la serata, e questa è una caratteristica che i centri sociali romani nati dentro un tessuto residenziale condividono e che i locali del centro non hanno. Chi visita il Quadraro per la prima volta e vuole capire come funziona questa geografia può percorrere a piedi il tratto fra la stazione di Porta Furba Quadraro e via Selinunte: sono venti minuti che attraversano il quartiere nel senso della lunghezza e raccontano molto più di qualsiasi descrizione.
Che cosa è davvero CSOA Spartaco: uno spazio autogestito, non un locale
La confusione più comune riguarda la natura giuridica e organizzativa del posto. Un centro sociale occupato autogestito non è un locale con una licenza di pubblico spettacolo, un titolare e un orario di apertura fisso. È uno spazio che nasce dall’occupazione di un immobile inutilizzato e che viene gestito da un collettivo: le decisioni si prendono in assemblea, la partecipazione è aperta a chi frequenta, e la distinzione fra pubblico e organizzatori resta volutamente sfumata. Chi serve al banco una sera può suonare quella dopo e pulire la sala la mattina seguente. Questa è la regola generale del modello, nato in Italia a partire dalla metà degli anni Settanta e diffuso nelle grandi città fra la fine di quel decennio e gli anni Ottanta, ed è il modello dentro cui lo Spartaco si colloca.
Le conseguenze pratiche sono parecchie e conviene conoscerle prima di presentarsi. La prima riguarda la programmazione: un centro sociale non pubblica un cartellone stagionale con mesi di anticipo come un teatro. Le iniziative si decidono con tempi brevi, vengono annunciate sui canali dello spazio e possono cambiare. La seconda riguarda l’accesso: le forme di ingresso variano da serata a serata e dipendono dal tipo di iniziativa. La terza riguarda la struttura: l’edificio è quello che è, recuperato con lavoro volontario, e non offre gli standard di comfort di una sala da concerto. La quarta riguarda il ritmo: molte attività sono settimanali e continuative, altre sono occasionali, e la vita quotidiana dello spazio non coincide con quella dei grandi appuntamenti pubblici.
Chi cerca un paragone utile può pensare a una casa del popolo di quartiere reinterpretata da tre generazioni più giovani: la palestra, il doposcuola, la sala per le riunioni, la festa di quartiere e il concerto convivono nello stesso indirizzo. La differenza rispetto alla casa del popolo di una volta è che qui non c’è una struttura politica che finanzia e indirizza: il finanziamento arriva dalle attività stesse e dal lavoro di chi le porta avanti, e l’indirizzo lo decide l’assemblea.
Autogestione e lavoro volontario
La parola autogestione ha un significato operativo molto concreto. Significa che l’impianto audio viene montato da chi frequenta, che il bancone lo tiene un turno di persone che si alternano, che la manutenzione ordinaria dell’immobile è a carico del collettivo e che chi porta un’idea se ne assume anche la realizzazione. In uno spazio di questo tipo la distanza fra proporre un’attività e farla partire è molto più breve che in qualsiasi struttura convenzionata, ed è una delle ragioni per cui i centri sociali romani hanno ospitato, negli anni, esperienze che altrove non avrebbero trovato sede: laboratori teatrali, scuole di italiano per stranieri, sportelli di consulenza, mercatini di produttori, corsi di lingua, doposcuola, gruppi di acquisto.
Il rovescio della medaglia è la fragilità. Uno spazio che vive di lavoro volontario dipende dalla disponibilità delle persone, e le persone cambiano. Le attività nascono e si interrompono, gli orari si spostano, alcune iniziative durano vent’anni e altre una stagione. Chi arriva da fuori e trova una sala chiusa in un orario in cui si aspettava di trovarla aperta non ha incontrato un disservizio: ha incontrato il modo in cui funziona un posto che non ha personale stipendiato.
Consumo critico e bene comune
Le due formule che ricorrono nella presentazione dello spazio hanno anch’esse un significato operativo. Consumo critico rimanda alla scelta dei prodotti venduti al banco e nei mercatini: filiere corte, produttori del territorio, realtà dell’economia sociale, prodotti di terre confiscate. Bene comune rimanda invece alla concezione dell’immobile e del quartiere: l’idea che uno spazio abbandonato recuperato da un gruppo di persone produca un valore che appartiene a chi lo usa e non a chi lo possiede. Sono formule che chi conosce il mondo dell’associazionismo romano riconosce immediatamente e che chi arriva da fuori può trovare opache: il modo più semplice di capirle è guardare che cosa succede dentro, non leggerne la definizione.
Il Quadraro attorno a via Selinunte: il quartiere che fa da contesto
Per capire lo Spartaco bisogna capire il Quadraro, perché i due si spiegano a vicenda. Il toponimo deriva dal latino e si riferisce a un’antica tenuta di proprietà dei monaci dell’abbazia di Sant’Alessio all’Aventino, concessa in enfiteusi a un certo Guatralis, nome da cui per corruzione è disceso quello attuale. Il nucleo residenziale che si vede oggi è però molto più recente e nasce fra le due guerre mondiali, in parte come edilizia abusiva o semiabusiva sorta fuori dal piano regolatore, in parte come edilizia popolare organizzata. È una genealogia che il quartiere porta ancora addosso nella forma delle strade e nella misura degli isolati.
La reputazione del Quadraro nasce però da un episodio preciso della seconda guerra mondiale, ed è una reputazione che il quartiere non ha mai smesso di rivendicare. Durante l’occupazione tedesca di Roma la zona ospitò renitenti alla leva, disertori, partigiani e persone ricercate, al punto che i comandi tedeschi la definirono un nido di vespe. Circolava in città una frase che riassumeva la questione: per sfuggire ai tedeschi si andava in Vaticano oppure al Quadraro. Il 17 aprile 1944 l’esercito tedesco rispose con un rastrellamento su larga scala, un’operazione battezzata in codice Unternehmen Walfisch, cioè operazione Balena. Nella mattinata vennero fermate circa duemila persone; il numero degli uomini effettivamente deportati in Germania varia secondo le fonti fra le seicento e le novecento unità, con stime che gli storici collocano a seconda dei registri consultati. I fermati vennero radunati al cinema del quartiere e da lì trasferiti a Cinecittà per la selezione. Circa la metà dei deportati non tornò.
Il 17 aprile 2004, a sessant’anni esatti di distanza, il territorio ricevette la Medaglia d’oro al valor civile. Questo spiega perché un centro sociale del Quadraro organizzi da anni un Festival della Memoria e della Resistenza: non è un tema importato, è la storia dell’isolato. Chi vuole approfondire il capitolo romano della guerra e dell’occupazione trova a Roma alcuni luoghi di riferimento, fra cui il Museo Storico della Liberazione di Roma in via Tasso, il Mausoleo delle Fosse Ardeatine e la Casa della memoria e della storia.
Il paesaggio: acquedotti, ferrovie, casali
Il Quadraro si trova in una posizione che dal punto di vista del paesaggio è fra le più interessanti della città e fra le meno frequentate dai visitatori. A sud est, a pochi minuti di cammino dal bordo del quartiere, comincia il Parco degli Acquedotti, la porzione di campagna romana dove le arcate dell’acquedotto Claudio e dell’acquedotto Felice attraversano un prato aperto: uno dei paesaggi più riconoscibili del cinema italiano e uno dei pochi punti di Roma in cui si vede ancora l’orizzonte. A ovest, lungo il confine, corre la via del Mandrione, la strada che segue il tracciato dell’acquedotto e la linea ferroviaria e che fu per decenni il simbolo della Roma delle baracche; oggi ospita esperienze diverse, fra cui lo Snodo Mandrione.
Sul versante della via Tuscolana, dove l’acquedotto Felice incrocia la strada, si trova Porta Furba: un arco costruito sotto papa Sisto V nel 1585, in blocchi di peperino e tufo con chiave, cornici e iscrizioni in travertino, affiancato dalla fontana rimaneggiata e ampliata nel 1733. L’etimologia del nome resta incerta: una spiegazione la fa derivare dal latino per ladro, in riferimento ai briganti che derubavano i viandanti, un’altra dal termine medievale usato per indicare gli acquedotti. Poco più a sud est, sempre lungo la Tuscolana, si trovano gli stabilimenti di Cinecittà Studios, che al quartiere sono legati da una storia lunga e non sempre lineare, visto che proprio lì vennero portati i rastrellati del 1944.
Una curiosità su CSOA Spartaco
La curiosità riguarda il nome e il modo in cui un nome, in uno spazio autogestito, funziona come programma. Spartaco è il gladiatore trace che fra il 73 e il 71 avanti Cristo guidò la più celebre rivolta servile della storia romana, partita da una scuola di gladiatori di Capua e finita sulla via Appia. Per un centro sociale romano è una scelta che unisce due cose: il riferimento alla ribellione e il riferimento alla romanità, perché la vicenda di Spartaco appartiene alla storia di questa città e non a un immaginario importato. Il risultato è che il nome funziona su due registri contemporaneamente e che chi lo legge sulla facciata capisce l’orientamento dello spazio prima ancora di entrare.
C’è però un secondo livello, e riguarda la sovrapposizione fra il nome e la geografia. La rivolta di Spartaco si concluse lungo la via Appia con la crocifissione dei prigionieri sopravvissuti, una fila di croci che secondo le fonti antiche si estendeva da Capua a Roma. Il Quadraro si trova esattamente nel settore sud orientale della città, quello attraversato dalle grandi consolari che scendono verso il sud della penisola: la via Appia Antica corre a pochi chilometri, la Casilina e la Tuscolana tagliano il quartiere. Non è una coincidenza costruita a tavolino, ma è una coincidenza che rende il nome meno arbitrario di quanto sembri.
Una terza osservazione riguarda il rapporto fra il nome e la pratica sportiva. Il centro ha dato vita a una squadra di rugby, la Spartacorugby, e a una palestra popolare. Il legame fra uno spazio che porta il nome di un gladiatore e una palestra di quartiere non è retorico: le palestre popolari romane, nate in diversi centri sociali della città, hanno introdotto una concezione dello sport come pratica accessibile e non competitiva, con quote calibrate sulle possibilità di chi frequenta e con la boxe, il rugby e le arti marziali usate come strumenti di socialità prima che di prestazione. Un’esperienza analoga, in un altro quartiere, è quella della Palestra Popolare San Lorenzo.
Che cosa ci si fa dentro: concerti, iniziative, spazi sociali
La domanda più frequente di chi non ha mai messo piede in un centro sociale riguarda il contenuto concreto delle giornate. La risposta, per uno spazio come questo, si articola su tre piani che convivono nello stesso indirizzo e che rispondono a pubblici diversi.
Il piano musicale
La musica dal vivo è il motivo per cui la maggior parte delle persone da fuori quartiere conosce l’indirizzo. I centri sociali romani hanno rappresentato per decenni il circuito alternativo del concerto, quello che ha ospitato generi e formazioni che le sale convenzionali non programmavano: punk, hardcore, reggae, dub, rap, ska, patchanka, elettronica sperimentale, cantautorato indipendente, musica popolare del Sud, rielaborazioni della tradizione. In questo ambito lo Spartaco si segnala per un titolo in particolare, Quadraro in Jazz, che porta dentro il quartiere un genere di solito associato a sale di altro tipo. Chi conosce il circuito romano del jazz ha in mente le coordinate di locali come l’Alexanderplatz Jazz Club, la Casa del Jazz e l’Elegance Cafè Jazz Club: una rassegna di jazz dentro un centro sociale si colloca su un’altra linea, quella che porta il genere fuori dal suo pubblico abituale e dentro un contesto di quartiere.
Sul versante del concerto rock e delle formazioni indipendenti il paragone più diretto, in città, sono sale come Largo Venue e Monk, che hanno raccolto in forma più strutturata una parte del pubblico che negli anni Novanta frequentava i centri sociali. La differenza operativa resta: in una sala strutturata il concerto è il prodotto, in uno spazio autogestito il concerto è una delle attività e spesso finanzia le altre.
Il piano delle iniziative
Il secondo piano è quello delle presentazioni, dei dibattiti, delle proiezioni e delle assemblee. È la parte meno visibile dall’esterno e quella che occupa più serate nell’arco dell’anno. Rientrano in questo ambito le presentazioni di libri, gli incontri su temi di quartiere, le proiezioni di documentari, le iniziative legate alle ricorrenze del calendario civile e in particolare a quelle della Resistenza, che qui hanno un peso specifico maggiore che altrove per la ragione storica già ricordata. Il Festival della Memoria e della Resistenza è il contenitore che raccoglie in forma più organizzata questa parte del lavoro.
Il piano dei servizi di quartiere
Il terzo piano è quello che più di tutti definisce la differenza fra un centro sociale radicato e un luogo di intrattenimento. Rientrano qui le attività continuative rivolte ai residenti: la palestra popolare, gli allenamenti della squadra di rugby, i laboratori, gli spazi messi a disposizione di gruppi e associazioni, i mercatini di prodotti da filiere selezionate, le attività per i più piccoli. Sono attività che non fanno notizia e che costituiscono il tessuto ordinario dello spazio. In altri quadranti della città funzioni analoghe vengono svolte, con assetti diversi, da strutture come la Casa della Cultura di Villa De Sanctis o la Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi, che appartengono però al sistema pubblico e seguono regole diverse.
Una cosa che non ti dice nessuno su CSOA Spartaco
La cosa che nessuno dice riguarda il rapporto fra un centro sociale e il suo quartiere, ed è meno scontata di quanto sembri. La narrazione corrente presenta i centri sociali come isole giovanili separate dal contesto, frequentate da persone che arrivano da fuori e che se ne vanno a fine serata lasciando il quartiere come lo hanno trovato. Nel caso di uno spazio radicato da oltre vent’anni in un quartiere residenziale la dinamica è diversa e molto più interessante: una parte consistente di chi frequenta abita entro un raggio di pochi isolati, una parte di chi ha iniziato a frequentarlo da ragazzo oggi ci porta i figli, e le attività che lo spazio ha generato nel tempo sono uscite dall’indirizzo e si sono installate altrove nel quartiere.
È il caso del progetto di autorecupero del rudere di via Sagunto, della palestra popolare, della squadra di rugby, della galleria Garagezero. Ognuna di queste esperienze è nata dentro il centro e ha poi acquistato una vita relativamente autonoma, con partecipanti che in parte coincidono e in parte no. Questo produce un effetto che chi guarda da fuori non percepisce: l’impronta dello spazio sul quartiere è più ampia dello spazio stesso, e una quota di residenti che non ha mai partecipato a un concerto ha comunque avuto a che fare con qualcosa che da lì è partito.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda il modo in cui il pubblico si forma. In un locale commerciale il pubblico si costruisce con la comunicazione: si annuncia un evento, si vende un biglietto, arriva chi ha comprato. In uno spazio autogestito la comunicazione conta meno del passaparola e della continuità: la gente arriva perché ci è già stata, perché conosce qualcuno, perché quel giorno della settimana in quel posto succede sempre qualcosa. Ne consegue che chi arriva la prima volta da solo e senza contatti può trovare una soglia di ingresso percepita più alta di quella di un locale, non per ostilità ma per una questione di codici. Chi mette in conto questa cosa e si comporta come si comporterebbe entrando in un circolo di quartiere non incontra nessun problema.
La terza cosa riguarda i tempi morti. Uno spazio del genere ha lunghi periodi di apparente immobilità, in particolare nei mesi centrali dell’estate, quando Roma si svuota e le attività continuative si fermano. Chi arriva in quelle settimane trova spesso una serranda abbassata e ne ricava l’impressione sbagliata che il posto abbia chiuso. È il motivo per cui la verifica preventiva sui canali dello spazio resta, per chi arriva da lontano, l’unica precauzione che conta davvero.
Il consiglio che ti do per visitare CSOA Spartaco
Il consiglio principale è di non trattare la visita come una visita. Uno spazio autogestito non è un monumento e non ha un percorso: se il programma della serata non interessa, non c’è nulla da vedere. Chi vuole conoscere il posto deve scegliere un’occasione, non un giorno qualsiasi, e l’occasione migliore per un primo contatto è un’iniziativa pubblica ampia, cioè una serata di una rassegna o un appuntamento di festival, quando lo spazio è aperto, affollato e predisposto per accogliere anche chi non lo conosce.
Il secondo consiglio riguarda la preparazione. Prima di mettersi in strada conviene controllare sui canali ufficiali del centro che l’iniziativa sia confermata, che l’orario sia quello annunciato e quali siano le modalità di ingresso previste per quella specifica serata. Le forme di accesso agli spazi autogestiti romani variano nel tempo e da iniziativa a iniziativa, e possono cambiare senza preavviso: qualsiasi indicazione raccolta altrove rischia di essere superata. Questa verifica vale doppio per chi arriva da fuori città o da fuori Italia.
Il terzo consiglio riguarda il modo di stare nello spazio. Un centro sociale non è un’attrazione e chi ci lavora non è personale di servizio: chi entra facendo foto a tutto, chi tratta i volontari al banco come camerieri e chi commenta ad alta voce l’arredamento produce un attrito immediato e del tutto evitabile. La regola è la stessa che vale in qualsiasi circolo privato di quartiere: si osserva, si chiede se si ha un dubbio, si evita di fotografare le persone senza chiedere. È una cortesia che in uno spazio politico ha anche una ragione pratica, perché non tutti desiderano comparire in una fotografia pubblicata.
Il quarto consiglio riguarda il contorno. Chi viene da lontano fa bene a costruire attorno alla serata una giornata nel quadrante: un pomeriggio al Parco degli Acquedotti con la luce bassa, una camminata lungo il Mandrione, una sosta al mercato rionale, e poi il centro la sera. In questo modo il viaggio ha senso anche se la serata non dovesse corrispondere alle aspettative, e soprattutto si arriva avendo capito il contesto invece di piombare in un indirizzo isolato dal quartiere che lo contiene.
Il quinto consiglio è il più banale e il più trascurato: pianificare il ritorno prima di uscire di casa. Ultima corsa della metropolitana, percorso dell’autobus notturno, eventuale posto auto. In un quartiere residenziale che a notte fonda resta silenzioso, ritrovarsi senza un piano è la cosa che rovina più serate.
I progetti nati attorno allo Spartaco
La parte più concreta del racconto di questo spazio sono le cose che ne sono uscite. Sono quattro i nomi che ricorrono nella sua presentazione e ognuno descrive una direzione diversa di lavoro.
La Palestra Popolare Quadraro
Le palestre popolari romane costituiscono una rete informale nata dentro i centri sociali a partire dagli anni Novanta, con una formula che unisce quote di partecipazione contenute, assenza di finalità commerciale e gestione collettiva. La disciplina più diffusa è il pugilato, affiancata a seconda dei casi da lotta, kickboxing, arti marziali, ginnastica funzionale. L’elemento distintivo non è tecnico ma sociale: la palestra popolare nasce come risposta al costo crescente dell’attività fisica organizzata e come spazio di socialità per fasce di età e di reddito che le catene di fitness non intercettano. Nel quadrante sud orientale, dove l’offerta sportiva privata è meno capillare che nei quartieri centrali, una struttura di questo tipo copre un vuoto reale. Chi cerca il confronto con l’offerta convenzionata della zona trova strutture come il Circolo Sportivo Villa De Sanctis e l’Appio Claudio Tennis Club, che funzionano però con logiche del tutto diverse.
La Spartacorugby
Il rugby popolare è un fenomeno che negli ultimi vent’anni ha attecchito in diverse città italiane, con squadre nate dentro spazi sociali e costruite attorno a un’idea di sport di squadra accessibile, senza selezione all’ingresso e senza costi elevati. Il rugby si presta particolarmente perché richiede corpi diversi in ruoli diversi e perché la disciplina del terzo tempo, cioè il momento conviviale che segue la partita fra le due squadre, si sposa bene con una concezione della pratica sportiva come occasione di incontro. Per un quartiere come il Quadraro, dove gli spazi aperti utilizzabili per lo sport non abbondano, una squadra di rugby significa anche occupare in modo continuativo un campo e tenerlo in condizioni utilizzabili. In città esistono altre esperienze di rugby di quartiere, fra cui l’Appia Rugby, e altre discipline di squadra radicate nel quadrante, come il Cinecittà Basketball Polaris.
Il rudere di via Sagunto
L’autorecupero è una pratica con una storia lunga a Roma e consiste nel recupero di un immobile in stato di abbandono da parte degli stessi soggetti che poi lo utilizzeranno, con lavoro diretto e con costi molto inferiori a quelli di un intervento ordinario. Applicata a un rudere di quartiere, la formula produce due effetti: restituisce all’uso un volume che altrimenti resterebbe degradato e forma competenze pratiche in chi partecipa ai lavori. Via Sagunto si trova nello stesso reticolo di strade di via Selinunte, a breve distanza, ed è uno degli indirizzi in cui l’impronta del centro è uscita dal proprio perimetro.
Garagezero
La galleria di arte contemporanea nata attorno al centro rappresenta la direzione meno prevedibile del lavoro. L’arte contemporanea a Roma ha una geografia molto concentrata, con le gallerie commerciali distribuite fra il centro storico e alcuni assi specifici, e una presenza molto più rarefatta nei quartieri esterni. Uno spazio espositivo in un quartiere come il Quadraro cambia il rapporto fra l’opera e il pubblico, perché intercetta persone che in una galleria del centro non entrerebbero mai. È una funzione che nel quadrante viene svolta anche dal tessuto di arte urbana diffusa: il Quadraro è uno dei quartieri romani in cui la pittura murale ha trovato negli ultimi quindici anni maggiore continuità, con interventi distribuiti sulle facciate delle palazzine e un percorso che si può fare a piedi senza mappa, semplicemente girando fra le strade interne.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che i centri sociali romani hanno svolto per trent’anni una funzione che il mercato e le istituzioni non svolgevano, e cioè fornire palchi e pubblico a musica che non aveva altra collocazione. È risaputo nel senso che chiunque abbia seguito la musica italiana dagli anni Ottanta in poi lo sa; è poco citato nel senso che raramente lo si trova scritto nelle ricostruzioni ufficiali della scena musicale italiana, che tendono a raccontare gli artisti a partire dal momento in cui firmano per un’etichetta.
La catena è però documentabile e ha una logica semplice. Una formazione che suona un genere fuori dal circuito commerciale ha bisogno di tre cose per esistere: un luogo dove provare, un luogo dove suonare davanti a qualcuno e un pubblico disposto ad ascoltare qualcosa che non conosce. I centri sociali hanno fornito tutte e tre le cose, con costi vicini allo zero, e in questo modo hanno funzionato da infrastruttura di base per generi interi. Il rap italiano delle origini, l’hardcore, la scena reggae e dub, la patchanka, una parte consistente della world music e del folk revival hanno avuto il loro primo pubblico in spazi di questo tipo, e molti degli artisti che oggi riempiono sale da migliaia di posti hanno cominciato lì.
Per il Quadraro questa funzione ha una declinazione specifica, perché il quadrante sud orientale di Roma è storicamente uno dei bacini più fertili della musica romana non commerciale. La distanza dal centro, i canoni di affitto più bassi, la presenza di magazzini e locali seminterrati utilizzabili come sale prova hanno prodotto una densità di gruppi che nessun altro settore della città ha eguagliato. Uno spazio come lo Spartaco, in questo contesto, funziona da nodo: raccoglie quello che il quartiere produce e gli dà un palco, senza che ci sia bisogno di attraversare la città.
Una seconda osservazione poco citata riguarda la contabilità. In uno spazio autogestito il concerto non è un centro di profitto ma un meccanismo di finanziamento incrociato: quello che entra da una serata affollata copre le spese della palestra, delle attività per i ragazzi, dello sportello, delle utenze. Questo spiega perché spazi di questo tipo programmino con continuità anche in periodi in cui il pubblico è scarso, e perché la scomparsa di un centro sociale da un quartiere significhi quasi sempre la scomparsa contemporanea di una serie di attività che con la musica non avevano nulla a che fare.
La foto giusta da fare a CSOA Spartaco
La fotografia migliore in un posto come questo non è la fotografia della facciata, che è il primo riflesso di chi arriva e che restituisce quasi sempre un’immagine povera: una saracinesca, un muro dipinto, un’insegna improvvisata. È un’immagine che non racconta nulla perché manca del contesto che le dà senso.
La fotografia che funziona è quella che mette insieme lo spazio e il quartiere, cioè quella che si fa dall’altro lato della strada o dall’incrocio più vicino, con l’ingresso del centro sulla sinistra o sulla destra del fotogramma e le palazzine del Quadraro che occupano il resto dell’inquadratura. In questo modo si vede la cosa che conta davvero, cioè il fatto che questo spazio si trova dentro un tessuto residenziale ordinario, con i panni stesi ai balconi e le macchine parcheggiate in linea, e non in un’area industriale dismessa o in una periferia estrema. Il contrasto fra la normalità del contesto e la natura dello spazio è esattamente il soggetto.
La luce e l’ora
Il Quadraro è un quartiere di strade strette con edifici di altezza uniforme, il che significa che per gran parte della giornata le facciate restano in ombra e la luce arriva solo dall’alto. Le ore migliori sono quelle di primo mattino e quelle che precedono il tramonto, quando il sole entra radente nelle strade orientate nel verso giusto e accende i muri. Nelle ore centrali, soprattutto in estate, il contrasto fra la strada in ombra e il cielo produce immagini piatte e difficili da recuperare.
Le fotografie del quartiere
Chi porta una macchina fotografica farebbe un errore a limitarsi all’indirizzo. Il Quadraro offre almeno tre soggetti che valgono il viaggio da soli. Il primo sono i muri dipinti, distribuiti nelle strade interne, che si fotografano meglio con luce diffusa di giornata coperta che con il sole pieno. Il secondo è la via del Mandrione, con l’acquedotto, la ferrovia e le case addossate alle arcate: un paesaggio urbano che non somiglia a nessun altro in città e che al tramonto dà il meglio. Il terzo è il Parco degli Acquedotti, che nella prima e nell’ultima ora di luce produce le immagini per cui è famoso, con le arcate che tagliano il prato e le ombre lunghe.
Che cosa non fotografare
Vale la pena ripetere una cosa già detta, perché è l’errore che crea più problemi. Dentro uno spazio politico le persone non si fotografano senza chiedere. Non è una questione di scortesia ma di scelta consapevole: chi partecipa a un’iniziativa può avere ragioni diverse per non voler comparire in una fotografia che finisce su un profilo pubblico, e il fatto di trovarsi in un luogo aperto al pubblico non cambia la sostanza. Chiedere costa dieci secondi e risolve la questione.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il termine qui va inteso in senso largo, perché uno spazio attivo dal 1999 ha una storia breve rispetto a quella del luogo che lo ospita. Gli avvenimenti che hanno segnato questo pezzo di città si distribuiscono su tre piani cronologici diversi e vale la pena tenerli distinti.
Il piano antico
Il settore attraversato dalla Tuscolana e dalla Casilina è uno dei più densi di stratificazione antica dell’intera area romana, per la ragione semplice che le due strade ricalcano tracciati di età romana e che gli acquedotti che alimentavano la città passavano di qui. L’acquedotto Claudio, completato nella prima metà del primo secolo dopo Cristo, e l’acquedotto Felice, costruito alla fine del Cinquecento riutilizzando in parte tracciati antichi, corrono a poca distanza dal quartiere e ne costituiscono il bordo meridionale visivo. La costruzione dell’arco di Porta Furba sotto Sisto V, nel 1585, e il successivo rifacimento della fontana nel 1733 appartengono a questa vicenda di lunga durata: l’approvvigionamento idrico della città come questione che attraversa i secoli e che ha dato forma al paesaggio del quadrante.
Il piano novecentesco
Il secondo piano è quello che ha dato al Quadraro la sua identità. Il quartiere si forma fra le due guerre, cresce con l’immigrazione interna verso Roma, e durante l’occupazione tedesca diventa un rifugio. Il 17 aprile 1944 si consuma il rastrellamento: l’operazione denominata in codice Unternehmen Walfisch, operazione Balena, con il fermo di circa duemila persone e la deportazione in Germania di un numero di uomini che le diverse ricostruzioni collocano fra le seicento e le novecento unità. Il raduno avviene nel cinema del quartiere, il trasferimento agli studi di Cinecittà, la selezione lì. Circa la metà dei deportati non tornò. Il 17 aprile 2004 arriva il riconoscimento della Medaglia d’oro al valor civile.
Il dopoguerra è la stagione delle baracche del Mandrione, il fronte di miseria urbana che corre lungo la ferrovia e l’acquedotto e che entra nella letteratura e nel cinema italiano come immagine della Roma esclusa. La bonifica di quell’area, l’edilizia pubblica, l’arrivo della metropolitana e la costruzione dei quartieri esterni cambiano progressivamente il quadro, ma l’identità del Quadraro come luogo separato dal resto della città resta.
Il piano recente
Il terzo piano è quello dell’ultimo quarto di secolo, ed è quello in cui si inserisce lo Spartaco. Il 1999, anno di nascita del centro, appartiene a una fase di grande attivismo degli spazi autogestiti romani, e la funzione che lo spazio si assume nel quartiere si costruisce negli anni successivi attraverso le iniziative già ricordate. Sul piano del quartiere, il fatto più visibile degli ultimi quindici anni è la trasformazione del Quadraro in uno dei poli romani della pittura murale, con una concentrazione di opere che ha portato qui un pubblico nuovo e che ha cambiato il modo in cui il quartiere viene raccontato fuori dai suoi confini. In parallelo si è consolidato il calendario delle ricorrenze legate al rastrellamento, che ogni anno riporta la memoria del 1944 nelle strade in cui si è svolto.
Chi è passato da CSOA Spartaco
Qui serve un chiarimento preliminare, perché la domanda si presta a un tipo di risposta che sarebbe scorretto dare. Uno spazio autogestito non tiene un archivio pubblico e verificabile del proprio cartellone come fa un teatro, e le ricostruzioni che circolano sono spesso approssimative. Elencare nomi di artisti senza una fonte che li colleghi a questo indirizzo significherebbe costruire un elenco inventato, e non è quello che serve a chi legge. Quello che si può dire con certezza riguarda le categorie di persone che uno spazio del genere attraversa, e vale la pena dirlo perché è più informativo di un elenco.
I musicisti
Il pubblico dei concerti in uno spazio di quartiere è composto in larga parte da formazioni del territorio: gruppi del quadrante sud orientale, progetti nati nelle sale prova dei dintorni, formazioni che al primo concerto portano gli amici e al decimo portano un pubblico. Su questo strato si innestano, in occasione delle rassegne, musicisti di provenienza più varia, compresi quelli del circuito jazz che una rassegna come Quadraro in Jazz porta dentro il quartiere. È un movimento di doppia direzione: il quartiere fornisce il pubblico, la rassegna fornisce il nome.
Gli artisti visivi
La presenza di una galleria e di un tessuto di arte urbana diffusa nel quartiere significa che da qui sono passati autori che lavorano sul muro e sulla scala urbana. Il Quadraro è uno degli indirizzi romani in cui questo tipo di produzione si è concentrato, e chi cerca le opere le trova camminando fra le strade interne, senza bisogno di una mappa. Le attribuzioni precise dei singoli interventi vanno però verificate sul posto o sui canali dei progetti che le hanno promosse, perché i muri cambiano, alcune opere vengono cancellate e altre riscritte.
I gruppi e le associazioni
La categoria numericamente più consistente è quella meno spettacolare: collettivi di quartiere, gruppi di acquisto, associazioni di volontariato, comitati, realtà dell’economia sociale, produttori agricoli che portano i loro banchi ai mercatini, insegnanti volontari dei corsi di lingua, allenatori delle attività sportive. Questa è la popolazione che ha attraversato lo spazio con maggiore continuità e che ne ha determinato il carattere molto più di qualsiasi ospite di passaggio.
Gli abitanti
L’ultima categoria è la più ovvia e la più decisiva. Un centro sociale che dura più di vent’anni nello stesso quartiere è attraversato da generazioni successive di residenti, e il turnover interno è la condizione della sua sopravvivenza. Chi entra a diciotto anni, partecipa, si assume responsabilità e poi si allontana per ragioni di vita lascia il posto a qualcun altro: la continuità di uno spazio autogestito è fatta di questa staffetta, e quando la staffetta si interrompe lo spazio chiude.
Quando andare a CSOA Spartaco e quando lasciar perdere
Il calendario di uno spazio di questo tipo non segue quello di un locale. Le stagioni forti sono l’autunno e la primavera, cioè i periodi in cui le attività continuative sono in corso e il calendario delle iniziative è pieno. L’inverno mantiene il ritmo ma con serate più raccolte. L’estate romana svuota la città e riduce l’attività al minimo, in particolare nelle settimane centrali di agosto, quando molte realtà del genere sospendono del tutto e riprendono a settembre.
La primavera merita una nota a parte per una ragione precisa. Il periodo attorno al 17 aprile e al 25 aprile concentra nel quartiere le iniziative legate alla memoria del rastrellamento e alla ricorrenza della Liberazione, e per chi vuole capire il rapporto fra questo spazio e la storia del Quadraro non esiste momento migliore. Sono giornate in cui il quartiere si muove nel suo insieme, con percorsi, targhe, incontri e iniziative distribuite fra più luoghi.
Quando lasciar perdere è altrettanto semplice. Chi cerca un locale con una formula prevedibile, un servizio ai tavoli e un’atmosfera neutra ha in città centinaia di alternative migliori e farà bene a sceglierne una. Chi passa da Roma per due giorni e vuole vedere il massimo numero di cose farebbe meglio a dedicare il tempo altrove, perché questo indirizzo richiede una serata intera e restituisce qualcosa solo a chi ha interesse per il contesto. Chi arriva in un giorno qualunque senza avere controllato il programma rischia semplicemente di trovare chiuso.
Cosa c’è intorno a CSOA Spartaco
Il quadrante offre, nel raggio di pochi chilometri, una concentrazione di cose da vedere che il visitatore medio di Roma ignora completamente.
A piedi dal quartiere
Le strade interne del Quadraro con i muri dipinti si percorrono in un’ora di cammino senza meta. Il bordo sud orientale porta al Parco degli Acquedotti, che da solo vale il viaggio e che nelle ore di luce bassa è uno dei posti più belli della città. Sul lato opposto la via del Mandrione conduce verso Porta Maggiore attraversando un paesaggio di arcate, binari e case addossate, con una serie di esperienze culturali insediate lungo il percorso, fra cui lo Snodo Mandrione. Il Parco Appio completa il quadro degli spazi verdi di prossimità.
A una fermata di distanza
Risalendo la Tuscolana verso il centro si arriva a San Giovanni, con la basilica e il sistema delle Mura Aureliane, dove si trova anche il Museo delle Mura a Porta San Sebastiano. Scendendo nella direzione opposta si raggiungono gli stabilimenti di Cinecittà Studios. A nord, oltre la Casilina, comincia Torpignattara, un quartiere che con il Quadraro condivide storia e trasformazioni recenti e che ospita il Castagneto Prenestino. Verso l’Esquilino si arriva al Nuovo Mercato Esquilino, il mercato più internazionale della città.
Per una giornata intera
Chi ha tempo può costruire un itinerario che dal Quadraro scende verso il Parco della Caffarella e prosegue fino al Parco dell’Appia Antica, attraversando in poche ore di cammino duemila anni di paesaggio. È il tipo di giornata che a Roma si può fare in pochissimi punti e che questo quadrante consente meglio di qualsiasi altro. Il calendario delle iniziative culturali cittadine, comprese quelle che si svolgono in questa parte di città, si consulta nella pagina dedicata a tutti gli eventi.
Domande veloci su CSOA Spartaco
Dove si trova esattamente?
In via Selinunte 57, a Roma, nel quartiere Quadraro, nel settore sud orientale della città compreso fra la via Tuscolana e la via Casilina.
Da quando esiste?
Lo spazio risulta attivo dal 1999.
Come si arriva?
Le stazioni della linea A più vicine sono Porta Furba Quadraro e Numidio Quadrato, entrambe sulla via Tuscolana, da cui si prosegue a piedi per un tempo che varia fra i dieci e i venti minuti a seconda del percorso. In alternativa si usano le linee di superficie lungo la Tuscolana e lungo la Casilina.
Si paga per entrare?
Le modalità di accesso agli spazi autogestiti variano da iniziativa a iniziativa e possono cambiare nel tempo. Eventuali tessere, contributi o quote associative vanno chiesti direttamente ai canali ufficiali del centro prima di presentarsi, perché qualsiasi indicazione raccolta altrove rischia di risultare superata.
Quali sono gli orari?
Uno spazio autogestito non ha un orario continuativo di apertura come un locale commerciale. L’apertura dipende dalle attività in programma, che cambiano nel corso della settimana e dell’anno. La verifica sui canali ufficiali resta indispensabile.
Che musica si ascolta?
Il ventaglio dei generi ospitati nei centri sociali romani è ampio e comprende punk, hardcore, reggae e dub, rap, ska, elettronica, cantautorato indipendente e musica popolare. In questo caso si aggiunge una rassegna dedicata al jazz, Quadraro in Jazz, e il calendario specifico si costruisce di volta in volta e si consulta sui canali dello spazio.
Ci sono attività diverse dai concerti?
Sì, e costituiscono la parte più consistente della vita quotidiana dello spazio: attività sportive, laboratori, presentazioni, proiezioni, iniziative rivolte al quartiere, mercatini di produttori. Attorno al centro sono nate la Palestra Popolare Quadraro, la squadra Spartacorugby, il progetto di autorecupero del rudere di via Sagunto e la galleria Garagezero.
È adatto a chi non ha mai messo piede in un centro sociale?
Sì, a condizione di scegliere un’iniziativa pubblica ampia per il primo contatto e di comportarsi come ci si comporterebbe entrando in un circolo di quartiere: si osserva, si chiede quando serve, non si fotografano le persone senza chiedere.
Si mangia?
Nelle serate di iniziativa gli spazi autogestiti attivano di norma un banco con cibo e bevande, gestito dai volontari e spesso costruito su prodotti di filiere selezionate. La presenza e la formula variano però da serata a serata e non è un servizio di ristorazione con orari fissi.
È accessibile alle persone con difficoltà motorie?
Gli immobili recuperati in autogestione presentano soluzioni di accesso molto variabili, perché nascono da edifici non progettati per quell’uso. Conviene contattare il centro in anticipo e chiedere esplicitamente della presenza di gradini, della larghezza degli accessi e dei servizi.
Lo spazio è ancora attivo?
Gli spazi occupati romani hanno vicende che possono cambiare nel tempo per ragioni diverse, e la verifica sui canali ufficiali prima di mettersi in strada resta la precauzione più sensata, soprattutto per chi arriva da fuori città. Un controllo di trenta secondi evita un viaggio a vuoto.
Che cosa si vede nei dintorni?
Nell’ordine: i muri dipinti del Quadraro, la via del Mandrione con gli acquedotti e la ferrovia, Porta Furba con l’arco cinquecentesco e la fontana, il Parco degli Acquedotti, gli stabilimenti di Cinecittà lungo la Tuscolana e, allargando il raggio, la Caffarella e l’Appia Antica.
Serve conoscere qualcuno per entrare?
No. Le iniziative pubbliche sono aperte e chi arriva da solo non incontra ostacoli. La soglia percepita è una questione di codici, non di accesso: uno spazio costruito sul passaparola appare più chiuso di quanto sia.
Domande frequenti su CSOA Spartaco
Che cos'è davvero il CSOA Spartaco?
Il CSOA Spartaco è un centro sociale occupato autogestito, uno spazio nato dall'occupazione di un immobile inutilizzato e gestito da un collettivo, con decisioni prese in assemblea. Non è un locale con una licenza di pubblico spettacolo e un orario di apertura fisso come un club tradizionale.
Dove si trova il CSOA Spartaco?
Il CSOA Spartaco si trova in via Selinunte 57, a Roma, nel quartiere Quadraro, nel settore sud orientale della città compreso fra la via Tuscolana e la via Casilina.
Come si arriva al CSOA Spartaco?
Per raggiungere il CSOA Spartaco le stazioni della metropolitana linea A più vicine sono Porta Furba Quadraro e Numidio Quadrato, entrambe sulla via Tuscolana, da cui si prosegue a piedi per un tempo che varia fra i dieci e i venti minuti.
Da quando esiste il CSOA Spartaco?
Il CSOA Spartaco risulta attivo dal 1999, nel quartiere Quadraro. Il nome richiama Spartaco, il gladiatore trace che tra il 73 e il 71 avanti Cristo guidò la rivolta servile più celebre della storia romana.
Cosa si fa al CSOA Spartaco?
Le attività del CSOA Spartaco si articolano su più piani che convivono nello stesso indirizzo: la musica dal vivo è il motivo per cui la maggior parte delle persone da fuori quartiere conosce il posto, insieme ad iniziative sociali e a progetti nati intorno allo spazio, come la Palestra Popolare Quadraro.
Quando conviene andare al CSOA Spartaco?
Le stagioni forti per il CSOA Spartaco sono l'autunno e la primavera, i periodi in cui le attività continuative sono in corso e il calendario delle iniziative è pieno. L'estate romana svuota la città e riduce l'attività al minimo, in particolare nelle settimane centrali di agosto.
Conviene visitare il CSOA Spartaco senza un'occasione precisa?
No: il CSOA Spartaco non è un monumento e non ha un percorso da visitare, quindi se il programma della serata non interessa non c'è nulla da vedere. Chi vuole conoscere il posto deve scegliere un'occasione pubblica ampia, come una serata di rassegna, invece di presentarsi un giorno qualsiasi.
Chi organizza itinerari a Roma per gruppi, scolaresche o clienti stranieri e ha bisogno di costruire un percorso nel quadrante sud orientale, fra memoria della Resistenza, acquedotti e arte urbana, trova gli strumenti professionali su TourLeaderPro: la richiesta di preventivo e i riferimenti diretti si trovano nella pagina contatti di TourLeaderPro, mentre i tour operator che lavorano su pacchetti tematici legati alla Roma contemporanea e ai quartieri fuori dal circuito classico trovano la sezione dedicata ai tour operator.
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