Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Dove si trova davvero Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Comincio da dove comincerei con un gruppo, cioè dalla mappa, perché su questo indirizzo ho visto sbagliare persone che a Roma ci vivono da trent'anni. Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi sta in via Treia 14, codice di avviamento postale 00156, e cioè nel quartiere di San Basilio, nella parte nord-orientale della città, dentro il Municipio IV. Non è in centro, non è vicino a Campo de' Fiori nonostante il nome che porta, e non è raggiungibile passeggiando dopo il Colosseo. È una biblioteca di quartiere, di quelle vere, e questa è esattamente la ragione per cui vale la pena raccontarla.

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

Bus hop-on hop-off

Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Le coordinate, per chi vuole metterle nel telefono prima di partire, sono 41,93783 di latitudine e 12,58473 di longitudine. Ti servono più di quanto pensi, perché il nome della via trae in inganno: a Roma esistono diverse strade con nomi simili sparse fra municipi lontanissimi, e la ricerca per solo "via Treia" senza numero civico ti può spedire dall'altra parte del Grande Raccordo Anulare. Il numero 14 è quello giusto. Il telefono della sede è 0645460730 e l'indirizzo di posta elettronica è quello istituzionale della rete comunale, aldofabrizi@bibliotechediroma.it.

Il Municipio IV in due parole

Il Municipio IV è quello che si distende lungo la via Tiburtina e che tiene dentro luoghi molto diversi fra loro: Pietralata, Colli Aniene, Ponte Mammolo, Casal Bertone, Tiburtino III, Casal de' Pazzi, San Basilio. È un pezzo di città cresciuto per strati successivi, con le borgate ufficiali degli anni Trenta e Quaranta, i quartieri di edilizia pubblica del dopoguerra e le lottizzazioni private degli anni Settanta e Ottanta che hanno riempito i vuoti. Ha il fiume Aniene come confine naturale su un lato e la Tiburtina come spina dorsale. È il territorio dove Roma smette di essere cartolina e diventa città che lavora.

Sapere in quale municipio sei non è pignoleria burocratica: a Roma il municipio è il livello amministrativo che decide gran parte delle cose concrete, dalle manutenzioni al calendario degli eventi di quartiere. Quando in estate escono i programmi delle rassegne diffuse, le biblioteche del Municipio IV compaiono in blocco, ed è lì che una sede come questa entra nel circuito cittadino insieme a decine di altri spazi.

Perché l'indirizzo va verificato prima di uscire di casa

Te lo dico con la franchezza che uso con i miei gruppi: le biblioteche comunali romane cambiano orari, chiudono per lavori, spostano temporaneamente i servizi. Non è disorganizzazione, è la vita normale di una rete di decine di sedi pubbliche. Prima di prendere un autobus e attraversare mezza città, la scheda ufficiale sul portale delle Biblioteche di Roma va aperta e letta. È una regola che vale per questa sede come per tutte le altre, e ti risparmia il viaggio a vuoto.

Come arrivare a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

San Basilio non ha la metropolitana. Ha però un riferimento chiaro a poca distanza: la stazione Ponte Mammolo della linea B, che è anche un grande nodo di scambio con i capolinea degli autobus extraurbani verso Tivoli e la valle dell'Aniene. Da Ponte Mammolo partono le linee di superficie che risalgono verso il quartiere, e in venti minuti scarsi, traffico permettendo, sei in via Treia. Non ti do numeri di linea a memoria, perché a Roma i percorsi vengono modificati con una frequenza che rende obsoleta qualunque indicazione scritta: apri l'app del trasporto pubblico romano la mattina stessa e leggi il percorso aggiornato.

In automobile la cosa è più semplice di quanto sembri, ed è uno dei rari casi romani in cui l'auto conviene davvero. San Basilio si raggiunge dalla via Tiburtina o dal Grande Raccordo Anulare, l'uscita di riferimento è quella del quadrante nord-est, e una volta dentro il quartiere il parcheggio è un problema molto minore che in centro. Non c'è Zona a Traffico Limitato, non ci sono varchi elettronici, non ci sono strisce blu a ogni metro. Chi viene da fuori Roma e ha noleggiato una macchina qui non soffre.

La bicicletta e il fiume

C'è una terza via, ed è quella che consiglio a chi ha tempo e gambe: l'Aniene. La valle del fiume è attrezzata con percorsi ciclabili e aree verdi che collegano il quadrante nord-est al resto della città, e arrivare a San Basilio pedalando lungo l'acqua è un'esperienza urbana completamente diversa dal traffico della Tiburtina. Il fiume è la ragione geografica per cui questi quartieri esistono dove esistono, e vederlo prima di entrare in biblioteca dà un senso al posto.

Quanto tempo mettere in conto

Dal centro storico, in trasporto pubblico, calcola tre quarti d'ora o poco più, sommando metropolitana e autobus. Dalla stazione Termini, con la linea B fino a Ponte Mammolo, la parte in metropolitana è di circa un quarto d'ora. Chi arriva da fuori Roma e vuole incastrare la visita in una giornata dovrebbe considerarla una tappa a sé, non un ritaglio fra due monumenti. È un errore comune quello di trattare i quartieri periferici come appendici veloci: sono città, e le città vogliono tempo.

Che cosa è davvero Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Qui devo essere onesto, e la onestà è il modo migliore per non farti perdere tempo. Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi non è un museo, non è una casa-museo dell'attore, non contiene la collezione privata di Aldo Fabrizi, non espone i suoi costumi di scena né i copioni annotati. È una biblioteca pubblica comunale, parte dell'Istituzione Biblioteche di Roma, dedicata alla memoria di un attore romano scomparso nel 1990. La differenza è sostanziale e determina tutto il resto: cosa ci trovi, chi ci può entrare, come ci si comporta.

Detto questo, e detto senza giri di parole, il posto è interessante proprio per quello che è. Una biblioteca pubblica in un quartiere di edilizia popolare è un pezzo di infrastruttura civile, ed è uno di quei luoghi dove si capisce come funziona davvero una città. Se il tuo interesse per Roma si ferma alle colonne, questa scheda non fa per te. Se invece ti interessa capire dove va la gente che a Roma ci abita, sei nel posto giusto.

Biblioteca e centro culturale: due parole, due funzioni

Il nome doppio non è un vezzo. Le biblioteche comunali romane degli ultimi vent'anni sono state progettate per fare due cose insieme: conservare e prestare libri, e ospitare attività. Presentazioni, laboratori per bambini, corsi, incontri, letture ad alta voce, gruppi di lettura, iniziative con le scuole del territorio. In una zona dove i luoghi di aggregazione al chiuso e gratuiti sono pochi, la seconda funzione pesa quanto la prima. È per questo che negli anni la parola "centro culturale" si è aggiunta al nome nell'uso comune e in molti elenchi.

Il patrimonio: cosa aspettarsi sugli scaffali

Il patrimonio di una biblioteca comunale di quartiere è pensato per il pubblico che ci abita intorno. Narrativa italiana e straniera, saggistica divulgativa, manualistica, una sezione ragazzi robusta, libri per bambini piccolissimi, materiale per la scuola, e i supporti audiovisivi. Non aspettarti fondi antichi o manoscritti: quelli stanno nelle biblioteche storiche del centro, che sono un'altra categoria di istituzione con un'altra storia. Qui si viene per leggere, studiare, prendere in prestito e riportare.

Chi può entrare a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Domanda che mi fanno spesso, quindi rispondo per primo a questa. In una biblioteca pubblica del Comune di Roma si entra liberamente. Non c'è biglietto, non c'è prenotazione per accedere agli spazi, non serve essere residenti a Roma, non serve essere studenti universitari, non serve una tessera per varcare la porta e sedersi a leggere. È un servizio pubblico, e l'accesso è la sua ragione d'essere.

La tessera serve per il prestito, cioè per portare i libri fuori. L'iscrizione al sistema delle Biblioteche di Roma è gratuita, si fa in qualunque sede della rete con un documento di identità e vale per tutte le altre: prendi un libro in una biblioteca del quadrante est e lo restituisci in una dell'altro capo della città, se ti è più comodo. Questo è il vantaggio serio di far parte di una rete e non di essere una sede isolata.

Turisti stranieri: sì, ma con aspettative giuste

Un visitatore straniero può entrare esattamente come un romano. Nessuno ti chiede niente. Se vuoi passare un'ora al fresco a leggere un quotidiano o a usare il wi-fi, puoi farlo. Se cerchi materiale in inglese, tieni presente che una biblioteca di quartiere ha una sezione in lingua straniera limitata rispetto a quella di una biblioteca centrale: c'è, ma è dimensionata sul pubblico locale. Le sedi della rete romana con vocazione interculturale e multilingue sono altre e più centrali.

Le regole non scritte che valgono ovunque

Silenzio nelle sale di lettura, telefoni in modalità silenziosa, conversazioni negli spazi comuni e non fra i tavoli, zaini e borse ingombranti dove indicato dal personale. Nella sezione bambini il livello di rumore ammesso è ovviamente un altro, ed è giusto così: una biblioteca dove i bambini non fanno rumore è una biblioteca dove i bambini non ci sono. Il personale è l'autorità del posto e va ascoltato: sono bibliotecari, non custodi, e sanno cose che nessun catalogo online ti dice.

L'edificio di Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Questo è il punto in cui la scheda diventa interessante anche per chi di biblioteche non gliene importa nulla. L'edificio è recente: la struttura attuale è stata realizzata nel 2011. Sviluppa quasi mille metri quadrati di superficie distribuiti su due livelli, ed è circondata da un ampio giardino. Detta così sembra una scheda catastale, ma prova a tradurla: mille metri quadri di spazio pubblico coperto, gratuito, climatizzato, con il verde intorno, in una borgata di edilizia popolare. Nel contesto vale molto più di quanto valga il numero.

La distribuzione su due livelli è la scelta progettuale che permette di separare le funzioni senza costruire muri: la sezione dei più piccoli, che è rumorosa per definizione, sta lontana dai tavoli di chi studia. Il giardino non è un contorno decorativo, è spazio utilizzabile: nella bella stagione una parte dei posti a sedere è all'aperto, e nelle giornate romane di maggio e di ottobre è il posto migliore dell'edificio.

Ottanta posti, dentro e fuori

Il numero che dà la misura reale del posto è questo: fra interno ed esterno, la biblioteca mette a disposizione più di ottanta posti a sedere. Il pubblico che li occupa è composito, ed è la parte che preferisco raccontare: bambini nella fascia oraria del pomeriggio, ragazzi delle medie e delle superiori nel dopo-scuola, studenti universitari che cercano un tavolo tranquillo, adulti che leggono il giornale, genitori che accompagnano. La sala studio, quella con la destinazione specifica, conta una decina di posti dedicati.

Accessibilità

Un dato che va detto perché a Roma non è scontato: l'accesso alla struttura è totale per le persone con disabilità motoria. Un edificio del 2011 nasce con i requisiti di accessibilità già in progetto, cosa che nei palazzi storici del centro si ottiene solo con soluzioni posticce quando la si ottiene. Chi si muove in carrozzina e a Roma ha imparato a diffidare della parola "accessibile" qui può stare tranquillo.

Il wi-fi e la connessione

La rete wireless c'è ed è quella del sistema Biblioteche di Roma: si accede con le credenziali e la password di iscrizione, da computer portatile con la rete Bibliowifi e da smartphone con Bibliosmart, negli spazi interni. È un dettaglio che sembra minore e non lo è: per una fascia di popolazione la biblioteca è il posto dove si scarica un documento, si compila una domanda online, si fa un colloquio di lavoro a distanza. La connessione pubblica gratuita è servizio sociale quanto il prestito.

I servizi di Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Faccio l'elenco ragionato, perché è la parte che serve davvero a chi ci deve andare. Consultazione in sede: entri, prendi un volume dagli scaffali, ti siedi e lo leggi, senza formalità. Prestito locale: con la tessera porti a casa libri, e il numero di volumi e la durata seguono il regolamento della rete, con la possibilità di proroga se nessun altro ha prenotato lo stesso titolo. Prestito intersistemico: chiedi un libro che sta in un'altra biblioteca della rete romana e te lo fanno arrivare qui. Prestito interbibliotecario: la stessa cosa, ma su scala nazionale, fra sistemi bibliotecari diversi.

Quest'ultimo è il servizio che i romani conoscono meno e che vale di più. Significa che un titolo raro, che a Roma non c'è, può arrivare da una biblioteca di un'altra città. Non è istantaneo e comporta tempi di attesa e in certi casi un piccolo rimborso spese, ma è il modo in cui un lettore senza mezzi accede a un libro che altrimenti dovrebbe comprare. Per questo servizio esiste anche un indirizzo di posta dedicato, distinto da quello generico della sede.

La sezione ragazzi e i laboratori

Nello spazio bambini si organizzano laboratori e letture ad alta voce, e non sono iniziative episodiche: sono la programmazione ordinaria di questa sede, portata avanti anche a servizio degli alunni della scuola elementare statale Mahatma Gandhi, che sta a due passi. Questo è il tipo di collaborazione che decide se una biblioteca di quartiere è viva o è un magazzino di libri. Una classe che arriva a piedi dalla scuola, si siede sul tappeto e ascolta qualcuno che legge ad alta voce sta imparando, senza saperlo, che quel posto è suo e che ci può tornare da sola.

La lettura ad alta voce ai bambini non è intrattenimento. È la pratica che la ricerca educativa indica come il più forte predittore di competenza linguistica successiva, ed è gratuita. In un quartiere dove non tutte le famiglie hanno libri in casa, l'ora del racconto in biblioteca è una misura di politica pubblica travestita da attività ricreativa. Se ti capita di assistervi, guarda le facce dei bambini e capisci a cosa servono i mille metri quadri.

La sala studio

La sala studio con posti dedicati è una decina di postazioni, cui si aggiungono gli altri posti a sedere distribuiti nell'edificio e nel giardino. Nei periodi di esami, e a Roma i periodi di esami sono tre lunghe stagioni l'anno, i posti si riempiono. La regola non scritta è quella di tutte le sale studio del mondo: si arriva presto, non si occupa un tavolo con un quaderno per poi sparire due ore, non si telefona seduti. È un patto di reciprocità, e nelle biblioteche di quartiere funziona meglio che altrove perché ci si conosce di vista.

Emeroteca e materiale periodico

Come tutte le sedi della rete, la biblioteca mette a disposizione quotidiani e periodici da consultare in sede, e la rete offre inoltre l'edicola digitale, cioè l'accesso a un'ampia rassegna di testate italiane e internazionali attraverso una piattaforma online riservata agli iscritti. Il combinato disposto è che un pensionato di San Basilio può leggere gratis, ogni mattina, più quotidiani di quanti ne comprerebbe in un mese. Anche questo è un servizio pubblico che nessuno celebra.

La rete che sta dietro a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Questa sede non è un'isola. Fa parte dell'Istituzione Biblioteche di Roma, il sistema bibliotecario del Comune, che gestisce decine di sedi distribuite in tutti i municipi: dalle grandi biblioteche centrali alle piccole sedi di borgata, dai luoghi specializzati sui ragazzi a quelli dedicati alla memoria storica della città. È una delle reti bibliotecarie pubbliche più estese d'Italia, ed è il motivo per cui una tessera fatta in una qualunque delle sedi apre tutte le altre.

Il codice identificativo di questa sede nel Servizio Bibliotecario Nazionale è RMBE2, cui si affianca il codice RM1888. Sono sigle che a te lettore non servono a nulla, ma che spiegano un fatto: il catalogo di questa biblioteca è interrogabile dall'esterno, i suoi volumi sono censiti in un sistema nazionale, e chi cerca un titolo dall'altra parte d'Italia può scoprire che la copia disponibile più vicina sta in via Treia, a San Basilio. Le biblioteche di quartiere sono nodi di rete, non depositi.

La Bibliocard

Accanto alla tessera gratuita di iscrizione esiste da anni la Bibliocard, una card a pagamento del sistema romano che dà servizi aggiuntivi e agevolazioni presso una serie di partner culturali della città. Non è necessaria per usare la biblioteca: l'iscrizione base è e resta gratuita. È uno strumento pensato per chi frequenta molto e vuole sostenere il sistema, e vale la pena informarsi al banco su cosa comprenda nell'anno in corso, perché la lista dei vantaggi viene aggiornata periodicamente.

Le biblioteche vicine

Nel quadrante nord-est ci sono altre sedi della rete a distanza ragionevole, ciascuna con la sua fisionomia. Chi abita la zona non frequenta una sola biblioteca: frequenta quella comoda per il prestito e quella comoda per lo studio, che spesso non coincidono. Questa è la logica che rende una rete più utile della somma delle sue parti, ed è anche il motivo per cui, quando una sede chiude per lavori, il servizio non si azzera ma si redistribuisce.

La biblioteca digitale accessibile da Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Un capitolo che quasi nessun visitatore conosce, e che è probabilmente il servizio più sottoutilizzato dell'intero sistema. Con le credenziali di iscrizione, dalla postazione di casa e non solo dalla sede, si accede a un catalogo digitale che comprende libri elettronici, audiolibri, video, banche dati e l'edicola digitale con centinaia di testate. Il prestito digitale funziona come quello cartaceo: prendi un titolo, lo tieni per un certo numero di giorni, poi si "restituisce" da solo.

Tradotto: uno studente di San Basilio che si iscrive in via Treia ha accesso, da casa, a una biblioteca che nessuna famiglia potrebbe permettersi di comprare. Ed è gratis. Il fatto che questa cosa sia poco conosciuta è, se vuoi la mia opinione, il più grande problema di comunicazione della cultura pubblica italiana: abbiamo costruito servizi eccellenti e non li abbiamo raccontati a nessuno.

Come si accede in pratica

Ci si iscrive in sede con un documento, si ricevono le credenziali, si entra nell'area riservata del portale della rete e da lì si raggiungono le piattaforme dei contenuti digitali. Se qualcosa non funziona, il personale della biblioteca è abituato a spiegarlo, perché lo spiega ogni giorno. Chiedere non è una vergogna: fra i compiti di un bibliotecario contemporaneo c'è quello di essere un mediatore digitale, e nelle sedi di periferia questa funzione è centrale.

I lavori e le variazioni di servizio di Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Questo capitolo va scritto per onestà verso chi legge, ed è il primo che dovresti controllare prima di programmare una visita. Da lunedì 15 dicembre 2025 la sede ha chiuso al pubblico per consentire l'avvio dei lavori di efficientamento energetico finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Durante la chiusura i servizi di prestito locale e interbibliotecario sono sospesi in questa sede, mentre resta possibile riconsegnare i volumi presi in prestito qui presso qualunque altra sede del sistema Biblioteche di Roma.

Questo significa una cosa molto semplice: prima di andare in via Treia, controlla lo stato aggiornato sulla scheda ufficiale della biblioteca sul portale bibliotechediroma.it oppure telefona al numero della sede. Le date di riapertura dei cantieri pubblici si spostano, ed è normale che si spostino: non è colpa di nessuno, è la fisiologia di un lavoro edilizio su un edificio pubblico in uso.

Che cosa sono i lavori di efficientamento energetico

Non è burocrazia astratta, è una trasformazione fisica dell'edificio. Efficientamento energetico significa in genere intervenire sull'involucro, sugli infissi, sugli impianti di climatizzazione e illuminazione, in modo che l'edificio consumi meno per riscaldarsi d'inverno e raffrescarsi d'estate. Su un edificio pubblico con mille metri quadri e grandi superfici vetrate, il risparmio in bolletta si traduce in risorse che restano dentro il bilancio culturale invece di finire nel contatore.

Il PNRR e i poli civici

Le Biblioteche di Roma hanno un intero programma legato al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dedicato ai nuovi poli civici e culturali di innovazione. L'idea di fondo è che la biblioteca di quartiere del prossimo decennio non sia solo un luogo dove si prendono libri in prestito, ma un presidio di servizi: alfabetizzazione digitale, spazi di coworking, aiuto nell'accesso ai servizi pubblici online, attività per anziani e per adolescenti. Chi conosce le periferie romane capisce subito quanto questa idea sia ambiziosa e quanto sia necessaria.

Come comportarsi durante una chiusura

Se avevi programmato di venire e trovi la sede chiusa, il piano B è semplice e funziona: i libri si riconsegnano in un'altra sede della rete, il prestito si fa altrove, la biblioteca digitale resta accessibile da casa senza interruzioni perché non dipende dall'edificio. E il quartiere, quello, resta visitabile: i murales di San Basilio non chiudono per lavori, e sono la ragione per cui, anche a biblioteca sbarrata, una passeggiata da queste parti non è tempo perso.

San Basilio, il quartiere che ospita Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Adesso usciamo dall'edificio, perché il quartiere è metà del racconto. San Basilio nasce come borgata ufficiale nella stagione in cui il regime fascista sventrava il centro storico di Roma per aprire le grandi arterie di rappresentanza e doveva sistemare da qualche parte le famiglie sgomberate. Le borgate ufficiali furono la risposta: nuclei di case popolari costruiti lontano dal centro, spesso in aperta campagna, collegati male e dotati di poco o nulla. San Basilio è una di queste, ed è tra le più note.

Chi ci arriva oggi vede un quartiere di edilizia pubblica con palazzine basse, cortili, spazi aperti fra un blocco e l'altro, e un tessuto sociale che ha attraversato decenni difficili. Vede anche, se guarda meglio, una delle poche zone di Roma dove l'urbanistica pubblica ha lasciato spazio vero fra gli edifici, cosa che nelle lottizzazioni private degli anni Settanta non è successa quasi mai. San Basilio ha aria, ha verde, ha distanze fra i palazzi. È un lascito involontario e prezioso.

Il nome e la geografia

La borgata prende nome dalla zona agraria in cui sorse, come è accaduto per molte delle borgate romane, che ereditarono la toponomastica delle antiche tenute e dei casali. Siamo nella fascia fra la via Tiburtina e la via Nomentana, in un quadrante che fino agli anni Trenta era campagna con casali, vigne e qualche resto archeologico disperso. Roma cresceva a salti, lasciando vuoti che sarebbero stati riempiti decenni dopo, e questo spiega il carattere a macchie del paesaggio urbano che vedi arrivando.

Il dopoguerra e l'espansione

Il nucleo originario venne ampliato nel dopoguerra con nuovi interventi di edilizia residenziale pubblica, secondo la logica dei grandi piani nazionali per la casa che hanno costruito buona parte della periferia italiana fra gli anni Cinquanta e Sessanta. È in questa fase che il quartiere prende la forma che ha oggi, con la sua trama di strade e il suo patrimonio abitativo pubblico. Chi studia storia urbana di Roma trova a San Basilio una specie di manuale a cielo aperto: ogni stagione dell'edilizia pubblica italiana ha lasciato qui un capitolo leggibile.

Le strade delle Marche intorno a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Ecco un dettaglio che dico sempre ai gruppi e che nessuno nota da solo. L'indirizzo della biblioteca è via Treia. Treia è un comune in provincia di Macerata, nelle Marche. E non è un caso isolato: la toponomastica di San Basilio pesca a piene mani nei nomi dei centri marchigiani. Passeggiando fra i palazzi incontri strade intitolate a Recanati, a Fiuminata, a Corridonia, a Montecassiano, a Camerino, a Cingoli, a Osimo, a Pollenza. Il quartiere è una piccola carta geografica delle Marche trapiantata a nord-est di Roma.

Questa è una consuetudine tipicamente romana. La commissione toponomastica capitolina, per decenni, ha assegnato a ciascun quartiere periferico un tema unitario: le città della Sicilia in una zona, i paesi del Piemonte in un'altra, gli scrittori in una terza. Il risultato è che a Roma puoi capire in che parte della città ti trovi semplicemente leggendo i nomi delle strade, se conosci il codice. È un gioco che funziona ancora oggi e che ti consiglio di provare, perché è il modo più veloce per orientarsi in una città enorme.

Perché proprio le Marche

Il criterio delle famiglie tematiche serviva a ordinare una crescita urbana che altrimenti sarebbe stata caotica, e permetteva di battezzare decine di strade nuove in un colpo solo con un elenco già pronto. Nel caso di San Basilio, i centri marchigiani. Il fatto che una biblioteca dedicata al più romano degli attori romani stia in una via che porta il nome di un paese maceratese è una di quelle contraddizioni che a Roma non fanno notizia, ma che vale la pena raccontare, perché dice quanto sia stratificata la città anche dove sembra più semplice.

La scuola Mahatma Gandhi

Accanto alla biblioteca c'è la scuola elementare statale Mahatma Gandhi, ed è un vicinato che conta: buona parte delle attività per i più piccoli organizzate dalla sede nasce proprio dal rapporto con questa scuola. Un istituto scolastico e una biblioteca pubblica affacciati sullo stesso pezzo di quartiere, con le classi che si spostano a piedi da uno all'altro, sono un'infrastruttura educativa che funziona senza bisogno di grandi proclami.

Il 1974 e la memoria del quartiere intorno a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Se vieni a San Basilio e vuoi capire il posto, questa pagina non la puoi saltare, e ti avverto che non è leggera. Nel settembre del 1974 il quartiere fu teatro di alcuni dei giorni più duri della storia recente della periferia romana. Il contesto era quello dell'emergenza abitativa: centinaia di famiglie senza casa avevano occupato alloggi popolari appena costruiti e non ancora assegnati, e le operazioni di sgombero da parte delle forze dell'ordine incontrarono la resistenza degli occupanti e del quartiere.

Durante quegli scontri, il 2 settembre 1974, morì Fabrizio Ceruso, un ragazzo di diciannove anni originario di Tivoli, colpito da un proiettile. La sua morte è rimasta nella memoria collettiva del quartiere e della città, ed è ricordata ogni anno. Non è una nota di colore né un dettaglio da brochure turistica: è un fatto storico documentato che spiega perché a San Basilio la parola "casa" abbia un peso diverso che altrove, e perché il quartiere abbia una tradizione di mobilitazione sociale che dura da mezzo secolo.

Perché lo racconto in una scheda su una biblioteca

Perché una biblioteca pubblica in un quartiere così non è un edificio neutro. È il segno che lo Stato e il Comune hanno deciso di mettere qui, e non altrove, mille metri quadri di spazio pubblico gratuito con dentro i libri. In una storia lunga di conflitti sulla casa e sui servizi, l'apertura di una biblioteca nel 2011 è un capitolo che va letto nella stessa sequenza. Chi si occupa di periferie sa che i servizi arrivano tardi e che quando arrivano vanno difesi.

Come comportarsi come visitatore

Con rispetto, che è poi la regola generale quando si visita un quartiere popolare dove la gente ci vive e non ci recita. Non si fotografano le persone senza chiedere, non si commenta ad alta voce lo stato delle case, non si arriva con l'aria di chi va a vedere lo zoo. San Basilio ha una memoria lunga e un orgoglio proporzionato. Chi ci va con la faccia giusta viene trattato benissimo: nel bar sotto casa ti spiegano la storia dei murales meglio di qualunque pannello.

SanBa e la street art intorno a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Questo è, per un visitatore, il vero motivo per venire fin qui, e la biblioteca stessa lo indica: recarsi in via Treia è anche l'occasione per andare alla scoperta delle opere di street art realizzate nelle strade del quartiere dagli artisti urbani coinvolti nel progetto SanBa. È uno dei progetti di arte pubblica partecipata più citati d'Italia, ed è nato proprio qui, sui muri ciechi delle palazzine di edilizia popolare.

L'impianto del progetto è quello che distingue l'arte pubblica dalla semplice decorazione: non murales calati dall'alto, ma opere costruite con il coinvolgimento degli abitanti, con laboratori, incontri e una fase di ascolto del quartiere. Il risultato sono facciate intere trasformate in immagini di grande formato, visibili da lontano, che hanno cambiato il modo in cui San Basilio viene guardata dal resto della città e, cosa più importante, il modo in cui si guarda da sola.

Come si visita

A piedi, con calma, girando fra le vie del quartiere. Non c'è un percorso segnalato con le frecce, e questa è metà del divertimento: le opere si incontrano voltando l'angolo, sopra un parcheggio, sul fianco di un edificio residenziale. Metti in conto un'ora e mezza per un giro completo senza fretta, calzature comode, e la disponibilità a chiedere indicazioni: gli abitanti sanno esattamente dove sono i pezzi migliori e in genere sono contenti di dirtelo.

La luce giusta

Le grandi facciate dipinte hanno un problema tecnico che ogni fotografo conosce: a mezzogiorno il sole picchia dall'alto e schiaccia i colori, mentre nel controluce le pareti spariscono. Il momento buono è la mattina presto o le due ore prima del tramonto, con la luce radente che riempie i colori e stacca l'immagine dall'intonaco. Se puoi scegliere, scegli una giornata leggermente velata: il cielo bianco di certe mattine romane di primavera è il miglior diffusore che esista.

Arte pubblica e rigenerazione: una nota critica

Sarebbe disonesto raccontarti che dipingere i muri risolve i problemi di un quartiere di edilizia popolare. Non li risolve: la manutenzione degli alloggi, i trasporti, i servizi e il lavoro sono un'altra partita, e molto più cara. Quello che l'arte pubblica fa, quando è fatta bene, è cambiare la narrazione: un posto che per anni ha visto arrivare le telecamere solo per la cronaca nera diventa un posto che qualcuno raggiunge apposta per guardare qualcosa di bello. Non è poco, ma non è tutto, e i primi a saperlo sono gli abitanti.

Perché un attore dà il nome a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

La biblioteca è dedicata al famoso attore romano scomparso nel 1990. Detta così sembra una formula d'archivio, ma la scelta ha una logica precisa: intitolare una biblioteca di borgata a un attore nato povero in centro, che ha fatto tutti i mestieri prima di salire su un palco e che ha costruito una carriera intera sulla lingua e sulla faccia dei romani qualunque, è un modo di dire agli abitanti che la cultura non è roba di qualcun altro. Aldo Fabrizi, a San Basilio, non è un nome sulla targa. È un'ipotesi di identità.

E poi c'è la ragione letteraria, che è quella che rende l'intitolazione più che decorativa: Fabrizi non è stato solo un attore. È stato un autore, ha scritto sonetti in romanesco per tutta la vita e li ha pubblicati, ha costruito un piccolo corpus poetico dedicato in gran parte alla cucina di casa, e ha lasciato libri che stanno in libreria e in biblioteca a pieno titolo. Intitolare a lui una biblioteca non è un omaggio generico al cinema: è riconoscere un uomo che con la lingua romanesca ci ha lavorato in versi, non solo in scena.

Chi era Aldo Fabrizi in una riga

Un attore romano nato nel 1905 e morto nel 1990, che il pubblico italiano associa a due immagini opposte: la maschera comica dell'avanspettacolo e del cinema popolare, tutta pancia e battute, e il volto tragico di don Pietro in Roma città aperta, il film che nel 1945 ha rifondato il cinema italiano. Tenere insieme queste due cose in una carriera sola è un'impresa che pochissimi attori hanno realizzato, in Italia e altrove.

Aldo Fabrizi e l'infanzia a Campo de' Fiori

Aldo Fabrizi nasce a Roma il primo novembre 1905, in una famiglia popolare del centro storico, nella zona attorno a Campo de' Fiori, che allora era esattamente quello che è sempre stata: il mercato, le botteghe, i vicoli, le case dove si viveva in poche stanze e in molti. Non è la Roma dei Grand Tour né quella dei palazzi nobiliari, pur essendo a duecento metri da entrambi. È la Roma che lavora, che urla i prezzi al banco della verdura e che sta in strada perché in casa non ci sta.

La famiglia è numerosa e la sorte non è gentile: il padre muore quando Aldo è ancora ragazzino, e sui figli più grandi si scarica il peso di mantenere gli altri. È l'infanzia italiana di inizio Novecento nella sua versione più comune, quella che oggi chiameremmo povertà e che allora si chiamava semplicemente la vita. Fabrizi non ne ha mai fatto un racconto lamentoso: ne ha fatto materiale, e la differenza fra le due cose è tutta la sua carriera.

Campo de' Fiori come scuola

Chi cresce in un mercato impara due cose che poi valgono su un palcoscenico: il tempo comico e la voce. Il venditore che deve farsi sentire sopra il rumore di cento altri venditori, che deve fermare il passante con una battuta e chiudere la vendita in dieci secondi, sta facendo teatro senza saperlo. Le macchiette che Fabrizi porterà sui palchi dell'avanspettacolo negli anni Trenta vengono da lì, non da una scuola di recitazione: il tranviere, il fruttivendolo, il vigile, il tassista, il maestro elementare, l'oste. Personaggi che lui aveva visto in faccia ogni giorno.

Campo de' Fiori, per inciso, è anche il titolo di un film che Fabrizi girerà nel 1943 con Anna Magnani, ambientato proprio in quel mercato. Lui vendeva la verdura, poi ha interpretato il pescivendolo. Non capita a molti attori di tornare sul set nel posto dove hanno lavorato davvero, e il film ne guadagna una verità di gesti che non si insegna.

La sorella: Elena Fabrizi, la Sora Lella

Non si può raccontare Aldo senza sua sorella. Elena Fabrizi, nata dieci anni dopo di lui, è diventata per gli italiani la Sora Lella: ristoratrice sull'Isola Tiberina e, in tarda età, attrice popolarissima, con una seconda carriera cinematografica cominciata quando altri vanno in pensione. La sua trattoria è stata per decenni un'istituzione romana, e la sua faccia è entrata nella memoria collettiva del cinema italiano degli anni Ottanta. Due fratelli della stessa famiglia povera del centro, entrambi diventati volti nazionali: è una storia romana che sembra scritta da uno sceneggiatore e invece è successa.

I mestieri di Aldo Fabrizi prima del palcoscenico

Prima di diventare attore, Fabrizi ha fatto la lista di lavori che nella Roma di quegli anni si facevano quando non si aveva niente. Garzone, venditore, portatore di merci, fotografo ambulante, e altre occupazioni saltuarie di cui lui stesso ha raccontato con ironia negli anni della fama. Nessuno di questi mestieri è un dettaglio biografico irrilevante: sono la fonte diretta del suo repertorio.

C'è una differenza sostanziale fra un attore che studia un personaggio popolare e un attore che quel personaggio lo è stato. La prima produce imitazione, la seconda produce riconoscimento. Quando Fabrizi interpreta un tranviere o un carrettiere, il pubblico degli anni Quaranta non vede un signore che finge: vede uno di loro. È questa la ragione, molto più della tecnica, del successo travolgente dei suoi primi film.

Il passaggio al palcoscenico

L'ingresso nel mondo dello spettacolo avviene attraverso la porta di servizio, cioè l'avanspettacolo e il varietà: quei programmi che nei cinema-teatro precedevano la proiezione del film con numeri comici, canzoni, sketch. Era un circuito duro, con più repliche al giorno, un pubblico che pagava poco e non perdonava niente, e nessuna rete di protezione. Un comico che sopravviveva all'avanspettacolo aveva imparato l'unica cosa che serve davvero: come si tiene una sala.

Le macchiette

La macchietta è un genere che oggi non esiste più e che allora era l'ossatura del comico italiano: un personaggio-tipo costruito in pochi minuti, con un'andatura, una voce, un tormentone. Fabrizi ne ha create decine, e le più celebri, quelle dei mestieri romani, sono rimaste nel repertorio nazionale. La sua forza stava nel non caricare: le macchiette di Fabrizi erano credibili prima di essere buffe, e questo è esattamente ciò che le rendeva buffe.

Aldo Fabrizi arriva al cinema

Il passaggio al cinema avviene nei primi anni Quaranta, in piena guerra, e produce subito risultati clamorosi. Avanti c'è posto..., del 1942, lo vede protagonista nei panni di un tranviere e stabilisce la formula: il popolano romano generoso e sfortunato, comico e commovente nella stessa inquadratura. L'anno dopo arrivano Campo de' Fiori, con Anna Magnani, e L'ultima carrozzella. In tre anni Fabrizi passa da comico di varietà a divo del cinema italiano.

Un dettaglio che agli appassionati di cinema fa sempre alzare il sopracciglio: alla scrittura di quei film collaborò un giovane sceneggiatore di gag che si chiamava Federico Fellini. Prima di diventare il regista che sappiamo, Fellini ha lavorato per anni scrivendo battute e situazioni, e Fabrizi è stato uno dei suoi primi punti di riferimento professionali. L'amicizia e il rapporto professionale fra i due attraversano decenni di cinema italiano, con qualche burrasca e molti ritorni.

La formula del popolano

Quello che Fabrizi mette a punto in questi film è un tipo umano che sarà poi la base di tutta la commedia italiana: l'uomo qualunque, non eroico, con i suoi difetti e la sua dignità, che affronta la vita con quel misto di furbizia e ingenuità che gli italiani riconoscono come proprio. Da questo stampo, negli anni successivi, escono personaggi interpretati da attori diversissimi, ma la matrice viene da lì e dai film napoletani coevi. Fabrizi è uno dei fondatori di un modo di raccontare l'Italia.

La lingua

C'è poi la questione della voce, che per Fabrizi è centrale. Recitava in un romanesco addomesticato, comprensibile in tutta Italia, ma con la cadenza intatta. In un'epoca in cui il cinema italiano usava una lingua di doppiaggio artificiale e uniforme, portare sullo schermo un'inflessione riconoscibile era una scelta di realismo prima ancora che di comicità. Il neorealismo che sta per arrivare farà di questa scelta una bandiera.

Roma città aperta e il don Pietro di Aldo Fabrizi

Nel 1945, con la guerra appena finita e Roma ancora piena di macerie, Roberto Rossellini gira Roma città aperta. È il film che cambia la storia del cinema mondiale, e Aldo Fabrizi ne è il protagonista maschile nei panni di don Pietro Pellegrini, il prete che aiuta la Resistenza e che alla fine viene fucilato dai tedeschi. Chi conosceva Fabrizi solo come comico del varietà si trovò davanti a un attore drammatico di prima grandezza, e la sorpresa fu totale.

Le condizioni di produzione sono leggendarie e vanno raccontate perché spiegano l'estetica del film: pellicola comprata a pezzi dove si trovava, luce naturale, riprese in strade vere con macerie vere, comparse prese dal quartiere. Non era una scelta di stile, era una necessità che è diventata stile. Il risultato ha una ruvidità che nessun film patinato dell'epoca poteva avere, e che ancora oggi, guardato su uno schermo qualunque, ti prende alla gola.

La scena che tutti ricordano

Non è quella di Fabrizi, ed è giusto dirlo: è la corsa di Anna Magnani dietro al camion, uno dei momenti più citati della storia del cinema. Ma la sequenza finale, quella dell'esecuzione di don Pietro, con i ragazzini che fischiano dall'altra parte della rete, è il contrappunto esatto di quella corsa, ed è l'immagine con cui Fabrizi è entrato nell'immaginario di due o tre generazioni di italiani. Un comico di avanspettacolo che chiude un film così è una cosa che non si dimentica.

Il successo internazionale

Il film uscì in Italia nell'autunno del 1945 e girò il mondo, ottenendo riconoscimenti internazionali di primo piano e imponendo all'estero l'idea stessa di un nuovo cinema italiano. Per il pubblico americano e francese del dopoguerra, l'Italia che vedeva sullo schermo era quella lì: strade grigie, gente vera, un prete e una donna del popolo. Ed è anche il motivo per cui il nome di Fabrizi, che in Italia era già popolarissimo, diventò conosciuto ben oltre i confini.

Don Giuseppe Morosini e le figure dietro don Pietro

Il personaggio di don Pietro non è un'invenzione pura. Alla sua origine ci sono figure reali di sacerdoti romani coinvolti nella Resistenza e uccisi durante l'occupazione tedesca della città, e i nomi che la storiografia e la memoria collettiva associano al personaggio sono soprattutto due: don Giuseppe Morosini e don Pietro Pappagallo.

Don Giuseppe Morosini, sacerdote originario del Ferentino, fu arrestato per la sua attività a sostegno della Resistenza romana e fucilato a Forte Bravetta nell'aprile del 1944. Don Pietro Pappagallo, pugliese di Terlizzi, che a Roma aiutò ricercati, ebrei e renitenti procurando documenti e nascondigli, fu arrestato e ucciso alle Fosse Ardeatine nel marzo del 1944 insieme alle altre trecentotrenta vittime dell'eccidio. Il don Pietro del film porta il nome dell'uno e la sorte dell'altro, e in questa fusione sta la sua forza simbolica.

Perché conta saperlo

Perché cambia il modo in cui guardi la scena finale. Quella non è una trovata drammaturgica: è la trasposizione di fatti accaduti a pochi chilometri dal set, un anno prima delle riprese, a persone che molti fra la troupe avevano conosciuto o di cui avevano letto sui giornali clandestini. Roma città aperta è stato girato mentre il lutto era ancora aperto, ed è per questo che non somiglia a nessun film di guerra costruito a distanza di sicurezza.

Un percorso romano sulle tracce del film

Chi si appassiona a questa storia ha a Roma diversi luoghi da attraversare, dalle Fosse Ardeatine a Forte Bravetta, dal Museo storico della Liberazione di via Tasso alle strade del Prenestino dove furono girate alcune sequenze. È un itinerario duro e non adatto a tutti, ma è il modo migliore per capire cosa significhi, in questa città, la parola Resistenza. E una biblioteca pubblica è il posto giusto dove cercare i libri per prepararlo.

Aldo Fabrizi e Anna Magnani

La coppia Fabrizi-Magnani è una delle grandi coppie del Novecento italiano, e come tutte le grandi coppie non è stata un idillio. I due si conoscono e lavorano insieme nel mondo del varietà e della rivista prima del cinema, si ritrovano in Campo de' Fiori nel 1943 e arrivano insieme a Roma città aperta nel 1945. Sono complementari in modo quasi teorico: lui la pancia e l'ironia, lei il fuoco e la tragedia. Insieme funzionano come pochi.

Fra loro ci furono attriti, rotture e lunghi periodi di silenzio, cosa che chiunque abbia letto qualcosa sulle biografie dei due sa bene. Non entro nel dettaglio dei pettegolezzi, che nella maggior parte dei casi circolano in versioni contraddittorie e non documentate. Quello che è documentato è il risultato sullo schermo: due attori che nella stessa inquadratura si spingono a vicenda oltre il proprio registro abituale.

Due modi di essere romani

Magnani porta una romanità tragica, greca quasi, di dolore assoluto e senza consolazione. Fabrizi porta la romanità dell'ironia, quella che davanti alla catastrofe fa una battuta perché è l'unico modo per restare in piedi. Sono le due facce del carattere di questa città, e per una volta il cinema le ha messe una accanto all'altra invece di scegliere. Chi vuole capire Roma faccia questo esercizio: guardi Roma città aperta pensando che quei due sono lo stesso popolo visto da due angolazioni.

Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Totò e Federico Fellini

La rete di rapporti professionali di Fabrizi è un pezzo di storia del cinema italiano. Con Alberto Sordi il legame è quello di un fratello maggiore: negli anni in cui Sordi faticava a imporsi al cinema, con il pubblico che lo respingeva e i produttori diffidenti, Fabrizi fu tra chi credette nel suo talento e lo sostenne in produzioni che gli diedero spazio. I due recitarono insieme in più occasioni, fra cui Vita da cani, del 1950, e la loro complicità sullo schermo è quella di due che si conoscono da prima.

Con Totò l'incontro più celebre è Guardie e ladri, del 1951, diretto da Steno e Mario Monicelli: Fabrizi è il brigadiere Bottoni, Totò il truffatore Ferdinando Esposito, e la caccia fra i due, che comincia come farsa e finisce come dramma sociale, è uno dei vertici assoluti della commedia italiana. Il film ottenne riconoscimenti importanti in Italia e all'estero e resta, a settant'anni di distanza, la prova migliore di quello che il cinema popolare italiano sapeva fare quando aveva sceneggiature di quel livello.

Fellini

Con Fellini il rapporto è di lunga durata e di natura diversa: comincia con il giovane sceneggiatore che scrive gag per i film di Fabrizi nei primi anni Quaranta e prosegue attraverso decenni, con affetto, litigi e riconoscimenti reciproci. Fellini ha raccontato più volte quanto abbia imparato osservando il modo in cui Fabrizi costruiva un personaggio partendo da un'andatura o da un dettaglio del vestiario. È il metodo dell'avanspettacolo applicato al cinema, ed è entrato nella grammatica felliniana.

Una nota sui premi

Nel corso della carriera Fabrizi ricevette riconoscimenti importanti del cinema italiano, in particolare per le sue interpretazioni drammatiche e per i ruoli in cui la comicità si rovesciava in amarezza. Non ti do elenchi dettagliati di statuette e annate: sono informazioni che si trovano nelle enciclopedie del cinema, e citarle a memoria è il modo più rapido per commettere un errore. Il punto è un altro: negli anni in cui il cinema italiano faceva i film più belli della sua storia, Fabrizi era considerato dai suoi colleghi un attore serio, non un comico prestato al dramma.

Aldo Fabrizi regista

Meno noto al grande pubblico è il Fabrizi dietro la macchina da presa, eppure ha diretto una decina di film fra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta. Il primo, Emigrantes, del 1948, è il più sorprendente: racconta la storia di una famiglia romana che emigra in Argentina, e fu girato in gran parte in Sud America. Nel momento in cui l'Italia esportava braccia in tutto il mondo, un attore comico decide di raccontare l'emigrazione dal punto di vista di chi parte. Non è la scelta di uno che pensa solo alla cassetta.

Negli anni successivi dirige commedie familiari e film corali, fra cui la serie dedicata alla famiglia Passaguai, inaugurata nel 1951, che è in sostanza l'invenzione italiana della commedia domestica seriale: una famiglia media, i suoi guai, gli episodi che si ripetono. Chi guarda oggi certe serie televisive italiane sulla famiglia sta guardando, senza saperlo, una discendenza che parte da lì. Dirige anche Hanno rubato un tram, del 1954, un progetto passato per le mani di Fellini prima di arrivare alle sue.

Che tipo di regista era

Un regista di attori, non di inquadrature. I suoi film non hanno l'ambizione formale del cinema d'autore contemporaneo e non l'hanno mai cercata: sono costruiti sul ritmo delle scene, sulla resa dei caratteri, sulla precisione del dialogo. È il modo di lavorare di chi viene dal palcoscenico, dove la macchina da presa non esiste e tutto si gioca sul tempo e sulla voce. Vale la pena recuperarli, sono più moderni di quanto la loro fama suggerisca.

Aldo Fabrizi poeta: i sonetti in romanesco

Ed eccoci alla ragione più solida per cui una biblioteca porta il suo nome. Fabrizi ha scritto sonetti in romanesco per tutta la vita, e negli anni Settanta li ha raccolti in volumi pubblicati e diffusi in tutta Italia. Non si tratta di versi buttati giù per gioco fra un film e l'altro: sono sonetti regolari, quattordici versi, schema rimico rispettato, costruiti con l'orecchio di chi sa che il romanesco ha una musica precisa e non perdona le forzature.

La tradizione poetica in romanesco è una delle più solide d'Italia e ha nomi che stanno nei manuali: Giuseppe Gioachino Belli nell'Ottocento, con i suoi oltre duemila sonetti che sono un monumento della letteratura italiana, e poi Cesare Pascarella, Trilussa, e nel Novecento una fioritura di autori minori e maggiori. Fabrizi si inserisce in questa linea da ultimo arrivato e da dilettante di talento, senza pretese di competere con i grandi, ma con una padronanza della lingua che nessun professionista della penna poteva insegnargli: era la sua lingua materna.

Di che cosa parlano

Di cose piccole. La cucina, la famiglia, i vizi, l'invecchiare, i vicini, il carattere dei romani, il tempo che passa. È poesia dell'ordinario, e la sua qualità sta proprio nel rifiuto dell'argomento nobile. In un secolo in cui la poesia italiana andava verso l'oscurità e il frammento, un attore comico scriveva sonetti perfettamente regolari sulla pastasciutta. Detto così sembra una boutade, ma è una posizione culturale precisa, e i lettori l'hanno capita: quei libri hanno venduto molto e per molti anni.

Una avvertenza su ciò che gira in rete

Qui devo fare l'unica raccomandazione severa di questa scheda. Su internet circolano decine di poesie, sonetti e aforismi attribuiti ad Aldo Fabrizi, spesso su immagini con la sua faccia, e una parte consistente di questo materiale non è documentabile. Alcuni testi sono suoi, altri sono di altri autori romaneschi, altri ancora sono composizioni anonime che hanno acquistato una firma prestigiosa durante il viaggio da una bacheca all'altra. Se una frase gira senza indicazione della raccolta da cui proviene, la regola è semplice: si dice che gli viene attribuita, non che l'ha scritta.

Il modo per uscire dal dubbio esiste ed è esattamente il posto di cui stiamo parlando: le sue raccolte sono libri veri, catalogati, reperibili nel sistema bibliotecario. Cerchi il volume, apri l'indice, verifichi. È il gesto più antico e più efficace che esista contro la circolazione di false attribuzioni, e ha il vantaggio di essere gratuito. Una biblioteca intitolata a un autore è anche il luogo dove si può controllare cosa quell'autore abbia scritto davvero.

Aldo Fabrizi e la cucina in versi

Il filone più celebre della sua produzione poetica è quello gastronomico. Fabrizi ha dedicato interi volumi di sonetti alla cucina italiana, e la pastasciutta è il soggetto che gli ha dato il titolo più noto. Non sono ricettari con le dosi: sono poesie sui piatti, sul rito della tavola, sull'arte di far mangiare bene la gente con poco. Che poi è la definizione stessa della cucina romana tradizionale, nata come cucina di scarto e di ingegno.

C'è una coerenza totale fra l'uomo e l'opera. Il ragazzo di Campo de' Fiori che vendeva verdura, l'attore che ha costruito la sua maschera sul romano di popolo, la sorella che ha aperto una trattoria diventata istituzione, e i sonetti sulla pasta: è un'unica biografia, non un attore che si diletta di gastronomia. La tavola, in quel mondo, non è un hobby. È l'unico lusso disponibile.

Perché piacciono ancora

Perché sono divertenti e sono precisi. Chiunque abbia cucinato riconosce nei suoi versi il gesto giusto, il dettaglio che solo chi sta ai fornelli conosce, il difetto di chi cucina male descritto senza pietà. E perché il romanesco, in cucina, è una lingua imbattibile: ha parole per consistenze e sapori che l'italiano deve spiegare in tre parole. Se vuoi capire perché a Roma si discute per venti minuti sulla differenza fra due paste, leggi Fabrizi.

Un consiglio di lettura

Se parti da zero, comincia dai sonetti gastronomici, che sono i più accessibili anche a chi il romanesco non lo mastica, e leggili ad alta voce. Il romanesco scritto sulla pagina sembra ostico e diventa trasparente appena lo pronunci: è una lingua orale trascritta, non una lingua nata sulla carta. Poi passa agli altri, quelli sulla vecchiaia e sulla famiglia, che sono più amari di quanto la fama comica dell'autore lasci prevedere.

La maschera del romano popolare secondo Aldo Fabrizi

C'è un lavoro culturale, non solo artistico, che Fabrizi ha compiuto e che raramente gli viene riconosciuto: ha dato al romano di popolo una rappresentazione dignitosa in un momento in cui la cultura alta italiana lo guardava dall'alto in basso o lo ignorava. Nei suoi personaggi il popolano non è mai stupido e non è mai solo pittoresco: è uno che campa, che ha la sua morale, che sbaglia e paga.

Questo si vede meglio se si confronta con quello che sarebbe venuto dopo. La commedia all'italiana degli anni Sessanta ha reso il personaggio popolare più cinico, più opportunista, spesso spregevole, e lo ha fatto con ragioni storiche precise, perché il paese stava cambiando e la satira doveva mordere. Fabrizi appartiene alla fase precedente, quella in cui il popolano era ancora vittima e non ancora complice. Ed è per questo che i suoi film hanno una tenerezza che la commedia successiva ha deliberatamente abbandonato.

La faccia

Una parola sul suo strumento principale, che era il viso. Fabrizi aveva una faccia larga, mobile, con occhi piccoli e capaci di passare dall'allegria alla desolazione in un fotogramma. In un'epoca in cui il divo cinematografico doveva essere bello, lui ha costruito una carriera sul principio opposto: essere riconoscibile. E il pubblico, che di divi ne aveva già abbastanza, ha risposto in massa a un attore che assomigliava a suo zio.

Il romanesco nazionale

Va detto anche il rovescio della medaglia, perché la storia della cultura non è un santino. Il successo nazionale di attori romani come Fabrizi ha contribuito a fare del romanesco il dialetto italiano più conosciuto e più imitato, e in parte a schiacciare la rappresentazione della romanità su un cliché: la battuta, il cinismo bonario, il disincanto. Roma è molto più complicata di così, come sa chiunque ci viva. Ma i cliché nascono sempre da qualcosa di vero, ed è compito di chi racconta la città distinguere l'originale dalla fotocopia.

Gli ultimi anni di Aldo Fabrizi e l'eredità

Fabrizi ha lavorato fino a età avanzata, alternando cinema, televisione e apparizioni pubbliche, ed è rimasto fino all'ultimo un personaggio popolarissimo, di quelli che la gente ferma per strada. È morto a Roma nel 1990, a ottantaquattro anni, dopo una carriera che aveva attraversato l'avanspettacolo, il neorealismo, la commedia, la regia e la poesia dialettale. Sua sorella Elena, la Sora Lella, gli sarebbe sopravvissuta di poco.

L'eredità è duplice. Da una parte il patrimonio filmico, che è consultabile, restaurato, studiato, e che comprende almeno un film che sta in tutte le storie del cinema del mondo. Dall'altra il patrimonio linguistico e poetico, i sonetti, la lingua, il modo di raccontare una città attraverso i suoi mestieri. Una biblioteca comunale che porta il suo nome, in una borgata a nord-est, tiene insieme queste due eredità meglio di quanto farebbe una targa in centro.

Dove si vedono i suoi film oggi

La sua filmografia principale è ampiamente disponibile: Roma città aperta circola in versioni restaurate ed è programmato regolarmente nelle rassegne, nelle cineteche e nei festival, e i titoli della commedia sono reperibili in edizioni home video e nei cataloghi di distribuzione. Anche le biblioteche pubbliche, va ricordato, prestano audiovisivi: il sistema romano ha una sezione dedicata, e una serata Fabrizi si organizza a costo zero con una tessera gratuita.

Cosa cercare negli scaffali di Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Se ci vai con un'idea in testa invece che a caso, la visita rende dieci volte tanto. Ti do le mie piste, in ordine di interesse per chi legge questa scheda. Prima pista: la poesia romanesca. Belli, Pascarella, Trilussa e i contemporanei, più naturalmente le raccolte dell'attore a cui la sede è dedicata. È il modo migliore per capire che il romanesco non è un modo sbagliato di parlare italiano ma una lingua con una letteratura di due secoli.

Seconda pista: la storia di Roma nel Novecento. Le borgate, il piano regolatore, l'occupazione tedesca, la Resistenza romana, la ricostruzione, la questione della casa. È materia su cui esiste una bibliografia enorme, spesso poco frequentata, e una biblioteca di municipio periferico è il posto naturale dove trovarne una parte. Terza pista: il cinema italiano, i libri sul neorealismo, le monografie sugli attori e sui registi, gli audiovisivi in prestito.

Chiedere al banco

Ripeto una cosa che sembra ovvia e che quasi nessuno fa: chiedi al bibliotecario. Il catalogo online ti dice se un libro c'è; il bibliotecario ti dice quale dei quattro libri sullo stesso argomento vale la pena leggere, quale è troppo tecnico, quale è appena arrivato. In una sede di quartiere, dove il personale conosce il proprio pubblico, questa consulenza è la cosa più preziosa che ti portino via gratis.

Il servizio "chiedi in biblioteca"

La rete romana offre anche un canale di reference a distanza, con cui si può porre una domanda documentaria e ricevere risposta dai bibliotecari. È utile a chi non abita vicino, a chi sta preparando una ricerca, a chi cerca un titolo introvabile. È un servizio pubblico gratuito che moltissimi cittadini non sanno di avere, e che in altri paesi europei è usato dieci volte di più che in Italia.

Cosa c'è intorno a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Programmare una mezza giornata qui ha senso solo se ci si mette dentro il quartiere. Il giro che consiglio è questo: arrivo la mattina, un'ora abbondante per le opere murali di San Basilio, poi la biblioteca se aperta, poi pranzo in una delle trattorie o dei bar del quartiere, che sono economici e senza pretese e dove si mangia meglio che in molti posti del centro con il triplo del conto. Nel pomeriggio, se hai gambe, la valle dell'Aniene.

Il parco lungo l'Aniene è uno dei grandi spazi verdi meno conosciuti di Roma. Non ha la fama di Villa Borghese né la scenografia di Villa Doria Pamphilj, ma ha chilometri di percorsi, canneti, prati e un fiume vero, e nei giorni feriali sei praticamente solo. Per chi visita Roma d'estate, e cerca disperatamente ombra e aria, questo quadrante è una risorsa sottovalutata.

Mangiare in zona

Aspettati bar di quartiere, pizzerie a taglio, forni e trattorie familiari. Il livello medio è onesto e i prezzi sono quelli veri di Roma, non quelli del centro. La regola per non sbagliare è la stessa in tutte le periferie italiane: entra dove ci sono operai e impiegati a mezzogiorno e mezzo, ordina quello che hanno scritto a mano sulla lavagna e non chiedere la carbonara alle quattro del pomeriggio.

Combinare con altre tappe

Nel quadrante nord-est si possono incastrare visite di natura molto diversa: le zone archeologiche disperse lungo le consolari, i complessi di edilizia moderna che gli studiosi di architettura vengono a vedere da tutta Europa, i mercati rionali. È un itinerario per chi ha già visto Roma almeno una volta e adesso vuole capirla. Chi è al primo viaggio faccia prima il centro: è il consiglio più onesto che ti posso dare, anche se mi costa.

Consigli pratici per la visita a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Riassumo per punti quello che direi a un amico che mi chiede se andarci. Verifica prima l'apertura, sempre, perché la sede è interessata da lavori. Porta un documento se vuoi iscriverti al prestito. Metti in conto che non è una tappa da quindici minuti: se vieni fin qui, dedica almeno mezza giornata al quartiere. Non aspettarti materiale espositivo su Aldo Fabrizi: la dedica è nel nome, non in una mostra permanente.

Il periodo migliore è la primavera o l'autunno, per una ragione molto concreta: il giardino. Con mille metri quadri di edificio e uno spazio verde intorno, la biblioteca in aprile o in ottobre è un posto piacevole dove stare, mentre a luglio a Roma qualunque attività all'aperto fra le undici e le sedici è un errore. Le giornate romane di mezza stagione hanno una luce che a queste latitudini è un lusso, e da queste parti, senza i palazzi alti del centro, ce n'è in abbondanza.

Con i bambini

Se viaggi con figli piccoli e ti trovi in zona, questo posto merita, ed è uno dei rari luoghi di Roma dove i bambini sono attesi e non tollerati. La sezione dedicata è attrezzata, le attività sono frequenti e gratuite, e mezz'ora di calma seduti su un tappeto con dei libri illustrati, dopo giorni di file ai musei, salva la giornata a tutta la famiglia. Vale la pena chiedere in anticipo il calendario delle letture ad alta voce.

Per chi studia

Se sei uno studente e cerchi un posto tranquillo, sappi che le sale studio romane sono un bene scarso e conteso, e che le sedi periferiche sono in genere meno affollate di quelle centrali. Il rovescio è che i posti dedicati qui sono una decina, cui si aggiungono gli altri posti a sedere dell'edificio e del giardino: nei periodi di punta si riempie. Arriva presto e porta le cuffie, perché una biblioteca con la sezione bambini attiva non è mai completamente muta, e per fortuna.

Accessibilità e famiglie

L'edificio ha accesso totale per le persone con disabilità motoria, il che significa che una carrozzina o un passeggino entrano ed escono senza acrobazie. È un'informazione che a Roma va sempre verificata e che qui, trattandosi di una costruzione recente, è confermata dalla scheda ufficiale della sede.

Domande frequenti su Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Si paga per entrare?

No. L'accesso alle biblioteche del sistema comunale romano è libero e gratuito, e non serve prenotare per entrare a leggere o consultare. L'iscrizione, necessaria per il prestito, è anch'essa gratuita e si fa con un documento di identità.

Devo essere residente a Roma?

No. Il servizio è aperto a chiunque, anche a chi risiede altrove. Per il prestito valgono le condizioni del regolamento della rete, che il personale ti illustra in due minuti al momento dell'iscrizione.

Ci sono cimeli o oggetti di Aldo Fabrizi?

No, e lo ripeto perché è la domanda che ricevo più spesso quando una biblioteca porta il nome di un personaggio famoso. L'intitolazione è una dedica, non una collezione. Quello che ci trovi legato a lui sono i suoi libri e la bibliografia sul cinema italiano, che è comunque il modo più serio di frequentare un autore.

Quanto tempo serve?

Per la biblioteca in sé, da mezz'ora a un pomeriggio intero, a seconda che tu voglia dare un'occhiata o sederti a leggere. Per l'insieme di biblioteca e quartiere, con i murales e una sosta per mangiare, calcola mezza giornata piena, spostamenti compresi.

È adatta a chi non parla italiano?

Per usare gli spazi, sì: si entra, si legge, si usa la connessione. Per il patrimonio, tieni presente che la collezione è in prevalenza in italiano, come è naturale in una biblioteca di quartiere. Chi cerca fondi consistenti in lingua straniera trova risposte migliori nelle sedi centrali e in quelle a vocazione interculturale della rete romana.

Si può usare come sala studio tutto il giorno?

Nei limiti degli orari di apertura e della disponibilità dei posti, sì. Le regole sono quelle del buonsenso: non si occupa un tavolo lasciandoci sopra un libro per ore, e si liberano i posti quando si esce.

Come faccio a sapere se è aperta?

Consultando la scheda ufficiale sul portale del sistema bibliotecario comunale o telefonando alla sede al numero 0645460730. È il passaggio che ti risparmia un viaggio a vuoto, e con lavori in corso è obbligatorio, non consigliato.

Una curiosità su Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

La curiosità più bella di questo posto è una contraddizione geografica che nessuno fa notare. Aldo Fabrizi è nato e cresciuto nel cuore assoluto di Roma, a due passi da Campo de' Fiori, in quel fazzoletto di vicoli che oggi è la zona più fotografata e più cara della città. La biblioteca che porta il suo nome sta invece a nord-est, in via Treia 14, in una borgata nata per accogliere le famiglie che dal centro storico erano state mandate via. C'è una linea diretta, e piuttosto amara, fra il quartiere dove Fabrizi è nato e il quartiere dove oggi lo si commemora: è la linea degli sgomberi che negli anni Trenta svuotarono i rioni per aprire le grandi arterie del regime.

Chi è stato mandato ad abitare a San Basilio e nelle altre borgate ufficiali veniva in buona parte proprio da lì, dalle stanze umide dei vicoli intorno a Campo de' Fiori e dai quartieri sventrati. Le famiglie erano quelle che Fabrizi conosceva per nome, gli stessi mestieri, la stessa lingua, gli stessi cognomi. Intitolare a lui una biblioteca in una di quelle borgate è, involontariamente o no, un modo di ricucire una frattura urbana di novant'anni fa. Il ragazzo del mercato ha finito per dare il nome a una casa di libri costruita per i figli di quelli che dal mercato furono allontanati.

Ci aggiungo un secondo dettaglio, più leggero, che nelle visite fa sempre sorridere: l'indirizzo. Via Treia prende nome da un comune delle Marche, in provincia di Macerata, perché la toponomastica di questa zona di Roma è dedicata ai centri marchigiani. Il più romano degli attori romani ha dunque la sua biblioteca in una strada intitolata a un paese che con Roma non c'entra nulla, in mezzo a Recanati, Camerino e Corridonia. È una di quelle stranezze che solo una città grande come questa può produrre senza accorgersene.

Una cosa che non ti dice nessuno su Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Che moltissimo di quello che leggi in rete firmato Aldo Fabrizi, con ogni probabilità, Aldo Fabrizi non l'ha mai scritto. Circolano da anni poesie, sonetti, riflessioni sulla vecchiaia e battute sull'amicizia accompagnate dalla sua fotografia, condivise a milioni, e una parte consistente di questo materiale non ha alcuna fonte verificabile. Alcuni testi appartengono ad altri autori romaneschi, altri sono anonimi, altri ancora sono composizioni recenti che hanno acquisito una firma illustre semplicemente perché suonavano in un certo modo. È il destino di tutti i personaggi popolari con una faccia riconoscibile: diventano il contenitore in cui il pubblico deposita ciò che vorrebbe avessero detto.

La cosa che nessuno ti dice è che la soluzione è a portata di mano e non costa niente, ed è precisamente il tipo di luogo di cui stiamo parlando. Le raccolte di sonetti di Fabrizi sono libri veri, pubblicati, catalogati e reperibili nel sistema bibliotecario. Chi vuole sapere se una poesia è sua apre il volume, controlla l'indice e ha la risposta in tre minuti. È il gesto più antico del mondo, si chiama verifica della fonte, e nel 2026 vale più di quanto valesse nel Novecento, perché non è mai stato così facile diffondere un'attribuzione falsa.

Ecco perché una biblioteca intitolata a un autore non è solo un omaggio sentimentale. È l'infrastruttura che permette di controllare cosa quell'autore abbia davvero scritto. Trovo che ci sia una giustizia poetica in questo: l'uomo a cui internet attribuisce parole non sue ha il suo nome scritto sopra un edificio pieno di documenti verificabili. Se dovessi indicare una sola ragione culturale per difendere le biblioteche pubbliche di quartiere, sceglierei questa, e non le solite frasi sul piacere della lettura.

Il consiglio che ti do per visitare Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Il primo consiglio è banale e imprescindibile: telefona o controlla la scheda ufficiale prima di partire. La sede è interessata da lavori di efficientamento energetico finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con chiusura al pubblico avviata il 15 dicembre 2025, e nei cantieri pubblici le date si spostano. Il numero è 0645460730. Cinque minuti di telefonata valgono un'ora e mezza di viaggio andata e ritorno, e chi ha fatto una volta il tragitto fino a San Basilio per trovare la porta chiusa non commette l'errore due volte.

Il secondo consiglio è di metodo, ed è quello che cambia davvero la visita: non venire qui solo per la biblioteca. Vieni per il quartiere, e usa la biblioteca come punto d'appoggio. San Basilio si guarda a piedi, con calma, cercando le grandi facciate dipinte del progetto SanBa che stanno sui muri ciechi delle palazzine di edilizia popolare. Prevedi un'ora e mezza di camminata, scarpe comode, e la disponibilità a chiedere indicazioni agli abitanti, che sanno esattamente dove sono i pezzi migliori. La combinazione di murales, borgata e biblioteca racconta un pezzo di Roma contemporanea che nessun itinerario del centro può offrirti.

Terzo consiglio, sull'atteggiamento, e lo dico senza retorica perché è la cosa che distingue un visitatore accolto da uno mal sopportato. San Basilio è un quartiere dove la gente vive, non un set. Non si fotografano le persone senza chiedere, non si commenta ad alta voce lo stato dei palazzi, non si arriva con la faccia di chi fa un'escursione antropologica. Entra in un bar, ordina un caffè, saluta. In dieci minuti qualcuno ti racconterà la storia dei murales meglio di qualunque guida, compreso il sottoscritto, e sarà una storia di prima mano.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che questa non è una biblioteca antica, e che la sua modernità è precisamente il punto. La struttura attuale è stata realizzata nel 2011: quasi mille metri quadrati distribuiti su due livelli, circondati da un ampio giardino, con più di ottanta posti a sedere fra interno ed esterno e l'accessibilità totale per le persone con disabilità motoria. Tutti lo sanno e nessuno lo racconta, perché nel racconto turistico di Roma un edificio del 2011 non esiste: qui si parla di secoli, non di anni.

Eppure prova a pensarci in termini di città reale. In un quartiere di edilizia popolare nato dagli sgomberi degli anni Trenta e cresciuto attraverso decenni difficili, l'apertura di mille metri quadri di spazio pubblico coperto, gratuito, climatizzato e con il verde intorno è un fatto politico oltre che culturale. Significa che qualcuno ha deciso di investire risorse pubbliche qui, e non nell'ennesimo intervento in centro dove la cultura si vende già da sola. Le biblioteche di quartiere sono la parte meno spettacolare e più efficace della politica culturale italiana.

Il fatto poco citato ha anche un risvolto operativo che vale per il visitatore: essendo un edificio recente, funziona. Non ha le barriere architettoniche dei palazzi storici, non ha le sale gelide d'inverno, non ha gli spazi angusti che nelle biblioteche antiche costringono a compromessi continui. Chi si muove in carrozzina o con un passeggino, e a Roma ha imparato a diffidare di ogni promessa di accessibilità, qui trova quello che gli è stato promesso. È un'informazione noiosa da leggere e preziosa da avere.

La foto giusta da fare a Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

La foto giusta non è la facciata della biblioteca, e te lo dico subito per risparmiarti la delusione: è un edificio pubblico contemporaneo, funzionale e sobrio, e non regala inquadrature memorabili. La foto giusta la trovi cinquanta metri più in là, sui muri delle palazzine, dove le grandi opere murali del progetto SanBa coprono facciate intere. Quella è l'immagine che racconta il posto: un'opera d'arte alta come un edificio residenziale, con le finestre di casa dentro il disegno, i panni stesi, le antenne, la gente che vive dentro il quadro.

Sulla tecnica, due indicazioni che valgono per tutti i murales di grande formato. Primo, l'ora: evita il mezzogiorno, perché il sole a picco appiattisce i colori e schiaccia i volumi. La luce buona è quella della prima mattina o delle due ore prima del tramonto, radente, che riempie i pigmenti e stacca l'immagine dall'intonaco. Una giornata leggermente velata è ancora meglio: il cielo bianco delle mattine romane di primavera è il diffusore più grande che tu possa desiderare. Secondo, la distanza: allontanati. La tentazione è di riempire il fotogramma con l'opera, ma la fotografia interessante è quella che include il contesto, il marciapiede, le auto, un passante. Un murale ritagliato dal suo quartiere è una cartolina; un murale nel suo quartiere è un documento.

C'è poi una foto che consiglio a chi ha pazienza e sensibilità, ed è la più difficile: il giardino della biblioteca in una giornata feriale di mezza stagione, con i tavoli all'aperto occupati da studenti e da qualche pensionato con il giornale. Non ha nulla di spettacolare e non farà molti apprezzamenti in rete, ma è l'unica immagine che mostri a cosa serve davvero un edificio come questo. Ricordati la regola di sempre: le persone si fotografano dopo aver chiesto, o non si fotografano affatto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è la nascita stessa del quartiere, negli anni in cui il regime fascista sventrava il centro storico di Roma per aprire le grandi arterie di rappresentanza e doveva ricollocare da qualche parte le famiglie sgomberate. San Basilio nasce come borgata ufficiale in quella stagione, in aperta campagna, lontana da tutto, con servizi minimi e collegamenti peggiori. È un atto di urbanistica autoritaria che ha segnato la geografia sociale di Roma per il secolo successivo, e che si legge ancora oggi nella forma della città.

Il secondo avvenimento è il settembre del 1974, ed è il più duro. In piena emergenza abitativa, centinaia di famiglie senza casa avevano occupato alloggi popolari appena costruiti e non ancora assegnati; le operazioni di sgombero incontrarono la resistenza degli occupanti e di gran parte del quartiere, e negli scontri, il 2 settembre 1974, fu ucciso Fabrizio Ceruso, un ragazzo di diciannove anni originario di Tivoli. È un fatto documentato, ricordato ogni anno dal quartiere e dalla città, che spiega perché a San Basilio la parola casa abbia un peso che altrove non ha e perché qui esista una tradizione di mobilitazione sociale lunga mezzo secolo.

Il terzo avvenimento è recente e appartiene alla storia positiva: l'apertura della biblioteca nella sua sede attuale nel 2011 e, pochi anni dopo, il progetto di arte pubblica partecipata che ha trasformato le facciate del quartiere e ne ha cambiato la rappresentazione presso il resto della città. Il quarto lo stiamo attraversando adesso, e riguarda il cantiere di efficientamento energetico finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con la chiusura al pubblico avviata il 15 dicembre 2025 e i servizi di prestito temporaneamente trasferiti sulle altre sedi della rete. Sono quattro capitoli molto diversi, ed è la loro sequenza a rendere questo posto interessante.

Chi è passato da Biblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi

Comincio dai nomi che ti aspetti, e chiarisco subito un equivoco: Aldo Fabrizi da questa biblioteca non è mai passato, perché è morto nel 1990 e l'edificio è del 2011. È lui che dà il nome al posto, non il posto che ha ospitato lui. Detto questo, chi frequenta gli scaffali incontra la sua compagnia abituale: Anna Magnani, che con lui ha diviso il set di Campo de' Fiori e di Roma città aperta; Roberto Rossellini, che nel 1945 gli affidò il ruolo di don Pietro; Federico Fellini, che agli inizi scriveva gag per i suoi film; Totò, con cui girò Guardie e ladri nel 1951; Alberto Sordi, che Fabrizi sostenne quando ancora il pubblico lo rifiutava. E sua sorella Elena, la Sora Lella, che da ristoratrice sull'Isola Tiberina è diventata a settant'anni un volto del cinema italiano.

Poi c'è chi da qui passa davvero, ed è la parte che conta di più. Le classi della vicina scuola elementare statale Mahatma Gandhi, che arrivano a piedi per le letture ad alta voce e i laboratori. I ragazzi delle medie e delle superiori nel pomeriggio, che a San Basilio hanno pochi altri posti al chiuso, gratuiti e riscaldati dove stare. Gli studenti universitari che occupano i tavoli nelle sessioni d'esame. Gli adulti che vengono per il prestito, i pensionati che leggono i quotidiani, i genitori che accompagnano i figli piccoli nello spazio bambini. Il personale della sede, che ha un responsabile e un indirizzo di riferimento, e che è la memoria operativa del posto.

E poi sono passati gli artisti urbani coinvolti nel progetto SanBa, che hanno lavorato sulle facciate delle palazzine intorno con il coinvolgimento degli abitanti, portando qui persone arrivate apposta da altre città per guardare i muri. Messi in fila, questi tre gruppi raccontano cosa sia oggi una biblioteca di quartiere a Roma: un pezzo di infrastruttura civile frequentato ogni giorno da centinaia di persone di cui nessuno scriverà mai il nome, dedicato a un uomo che veniva esattamente da quel mondo lì, e che di quel mondo ha fatto sonetti e cinema.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoBiblioteca e Centro Culturale Aldo Fabrizi Via Treia, 14 Roma
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