Civitella d’Agliano (VT)
In breve. Civitella d’Agliano è un comune di poco più di millecinquecento abitanti in provincia di Viterbo, CAP 01020, prefisso telefonico 0761, adagiato a 262 metri sul livello del mare su uno sperone di tufo che domina la valle del Tevere: il…
Civitella d’Agliano è un comune di poco più di millecinquecento abitanti in provincia di Viterbo, CAP 01020, prefisso telefonico 0761, adagiato a 262 metri sul livello del mare su uno sperone di tufo che domina la valle del Tevere: il territorio comunale misura 32,96 chilometri quadrati e comprende le frazioni di San Michele in Teverina, San Sebastiano, Spoletino, Pian della Breccia e Case Nuove. Ci si arriva in auto da Roma in circa un’ora e mezza lungo l’autostrada A1, uscendo ad Attigliano oppure a Orvieto e proseguendo sulla strada provinciale Teverina; da Orvieto la strada richiede poco meno di mezz’ora, da Viterbo una quarantina di minuti. Il borgo non ha biglietteria: il centro storico si percorre a piedi e gratuitamente in qualunque ora del giorno, si lascia l’auto negli spiazzi appena fuori dalla porta e si entra. La torre dei Monaldeschi si visita, ma gli orari dipendono dalla stagione e dalla disponibilità dei volontari: conviene telefonare al Comune prima di mettersi in macchina. Il giardino d’arte La Serpara, che è la ragione per cui molti stranieri conoscono questo paese, si vede soltanto su appuntamento: telefono 0761 914071, posta elettronica laserpara.sculpturegarden@gmail.com. Chi vuole abbinare la giornata a una degustazione deve prenotare in cantina con almeno qualche giorno di anticipo, perché qui le aziende sono piccole e non hanno personale dedicato all’accoglienza a getto continuo.
Se state costruendo un itinerario nella Tuscia settentrionale, questa guida si legge insieme a quella di Viterbo e a quella di Orvieto: Civitella d’Agliano è esattamente a metà strada fra le due, e da sola non riempie una giornata intera.

Dove si trova Civitella d’Agliano e come ci si arriva davvero
La geografia spiega quasi tutto di questo paese. Civitella d’Agliano occupa il settore nord orientale della provincia di Viterbo, quella fascia che i locali chiamano Teverina perché il fiume la delimita e per secoli l’ha resa una frontiera: di qua il Patrimonio di San Pietro in Tuscia, di là l’Umbria orvietana. I comuni confinanti sono Alviano, Bagnoregio, Castiglione in Teverina, Graffignano, Guardea, Montecchio, Orvieto e Viterbo, e già l’elenco dice che siamo su un crocevia amministrativo fra Lazio e Umbria. Il paese sorge su un colle tufaceo che degrada verso il Tevere, circondato da boschi, oliveti e vigne, e sul lato dei calanchi il terreno crolla di colpo in una serie di guglie di argilla chiara che nel tardo pomeriggio diventano quasi bianche.
In auto da Roma a Civitella d’Agliano
La strada più semplice è l’A1 in direzione Firenze. L’uscita di Attigliano immette sulla viabilità ordinaria che risale la Teverina verso nord ovest; l’uscita di Orvieto arriva da sopra e scende. Entrambe funzionano, la scelta dipende dal traffico e da cosa volete vedere prima. Chi non ama l’autostrada può salire per la Cassia fino a Viterbo e poi tagliare a est: è più lento, ma attraversa un paesaggio che vale il tempo perso, con Bagnaia, i noccioleti e le colline coltivate. Il consiglio pratico: non fidatevi dell’orario che dà il navigatore nelle ultime venti curve, perché la provinciale è stretta, piena di trattori nella stagione della vendemmia e con una carreggiata che in alcuni tratti si restringe. Aggiungete un quarto d’ora e arriverete di buon umore.
In treno e con i mezzi pubblici
Il collegamento ferroviario non esiste dentro il comune. Le stazioni utili sono Orvieto, sulla direttissima Roma Firenze, e Attigliano Bomarzo, sulla stessa linea ma più a sud; da lì servono un autobus di linea o un taxi, e la frequenza degli autobus extraurbani nei giorni festivi è quella che è. Chi viaggia senza automobile faccia un ragionamento onesto: questo è un territorio che si gira su quattro ruote. Se proprio volete arrivare in treno, prendete Orvieto come base, dormite lì e affittate un’auto per una giornata: coprite Civitella d’Agliano, Castiglione in Teverina e la valle dei calanchi senza affanni.
Dove si parcheggia a Civitella d’Agliano
Il centro storico è chiuso alle automobili per ragioni evidenti di larghezza: certi vicoli non lasciano passare nemmeno un carrello. Si lascia il mezzo negli spazi lungo la strada che porta all’arco d’ingresso e nella zona della piazza principale, e si prosegue a piedi. Le pendenze sono moderate rispetto ad altri borghi della Tuscia, ma il selciato è in pietra e la salita verso la torre chiede scarpe con una suola seria. Le sere d’estate, quando ci sono le manifestazioni enogastronomiche, gli spazi si riempiono in fretta: arrivate prima delle diciannove o preparatevi a camminare qualche centinaio di metri in più.
Il borgo sul tufo: che cosa è davvero Civitella d’Agliano
Civitella d’Agliano appartiene a una famiglia di insediamenti che nel Lazio settentrionale si ripete con poche varianti: un pianoro di tufo isolato dall’erosione, un abitato compatto che ne occupa tutta la superficie disponibile, una sola porta d’ingresso, e sotto il vuoto. È lo stesso principio costruttivo che regge Civita di Bagnoregio, con la differenza che qui la rupe non si è ancora sbriciolata e il paese resta pienamente abitato. Il perimetro è definito dalle antiche mura e dal salto della rupe; dentro, la maglia urbana è quella medievale, fatta di vicoli che si strozzano, archi di rinforzo fra le case, scalette che salgono verso il punto più alto e piazzette larghe quanto una stanza.
Chi entra si accorge subito di una cosa: il paese ha una forma leggibile. Non è un labirinto, è un organismo con una spina dorsale e delle costole. Si sale, si arriva alla torre, si scende dall’altro lato, si esce di nuovo dalla piazza. In quaranta minuti di cammino lento si è visto tutto, e proprio per questo Civitella d’Agliano funziona meglio come parte di un itinerario che come destinazione unica. Il centro storico è stato segnalato più volte nelle campagne dei Luoghi del Cuore del Fondo Ambiente Italiano, nelle edizioni del 2014, 2016, 2018, 2020 e 2022: un dato che dice quanto la comunità locale tenga a questo perimetro di pietra, perché quelle segnalazioni si costruiscono a firme raccolte in paese, non a tavolino.
L’architettura minore di Civitella d’Agliano
La cosa che vale la pena guardare qui non sono i monumenti singoli, che pure ci sono, ma la grana dell’edilizia ordinaria. Portali in peperino con l’architrave monolitico, scale esterne che salgono al primo piano, finestre tamponate e riaperte tre volte in sette secoli, cantonali di tufo squadrato che spuntano dall’intonaco caduto, tetti di coppi che seguono la pendenza della roccia. È l’architettura di chi costruiva con la pietra estratta a duecento metri di distanza, e si vede: il colore del paese è il colore della sua collina. Guardate anche le porte di servizio a livello della strada, quelle basse: molte danno su cantine scavate direttamente nel tufo, dove si conservavano il vino e le derrate. Sotto Civitella d’Agliano c’è un secondo paese, ipogeo, che quasi nessun visitatore vede.
La rupe, le mura e la porta
Il fronte difensivo naturale sono la rupe e il bastione. Le mura antiche si leggono ancora in più punti, inglobate nelle abitazioni: in certi tratti la parete di una casa è la vecchia cortina, con il paramento più vecchio in basso e il rialzo moderno sopra. L’arco d’ingresso al centro storico è il punto in cui il paese decide chi entra, e alla sua sinistra si apre l’intero complesso della chiesa parrocchiale, che vedremo fra poco. Una notazione: fermatevi sotto l’arco e guardate indietro verso la campagna prima di entrare. Da lì si capisce la logica del posto meglio che da qualunque terrazza panoramica, perché si vede contemporaneamente la strada da cui arrivavano gli amici e la vallata da cui arrivavano i nemici.
La Rocca Monaldeschi e la torre di Civitella d’Agliano
Il simbolo del paese è il complesso fortificato dei Monaldeschi. Del castello resta poco: quello che si vede oggi è soprattutto il grande bastione e, soprattutto, la torre, che si è conservata in ottime condizioni ed è oggi percorribile fino alla terrazza sommitale. Le fonti locali collocano l’impianto della rocca nel XIII secolo, con funzione insieme di avvistamento e di difesa; i documenti d’archivio riferiti al castello più antico portano invece all’XI secolo e ai Conti di Bagnoregio, i cui discendenti presero più tardi il nome di Monaldeschi della Cervara. Le due datazioni non si escludono: un castello di frontiera veniva rifatto ogni volta che cambiava padrone, e qui i padroni sono cambiati parecchie volte.
Salire sulla torre di Civitella d’Agliano: cosa si vede
La salita è breve e ripida. Dalla terrazza lo sguardo copre la valle del Tevere, il bacino del lago di Alviano con la sua oasi umida, i calanchi che scendono verso ovest e, nelle giornate limpide, la sagoma dell’altopiano orvietano. È il punto in cui si capisce perché qualcuno abbia deciso di costruire proprio qui: da questa quota si controllava il guado del fiume e la strada che risaliva la valle, cioè il traffico commerciale fra Roma e l’alta Italia. Nel Medioevo controllare una strada significava tassarla, e tassare una strada significava mangiare.
A nostro giudizio questa è una delle poche torri laziali in cui la fatica della scala è ripagata subito, perché il panorama non è generico. Non guardate solo lontano. Guardate in basso, sui tetti del paese, e contate i comignoli. Le case sono ancora abitate, i panni stesi ci sono, la vita c’è. Le torri panoramiche dei borghi svuotati danno un altro tipo di emozione, più fredda.
Quando salire e quando evitare
Gli orari di apertura della torre non sono continuativi tutto l’anno e vanno verificati con il Comune prima della visita. Chi vuole la luce migliore salga nell’ultima ora prima del tramonto: i calanchi in controluce diventano lame bianche e la valle si riempie di foschia dorata. Chi soffre di vertigini valuti che la terrazza è alta e il parapetto è quello di una struttura medievale adattata, non quello di un belvedere moderno. In pieno agosto, a mezzogiorno, la pietra restituisce tutto il calore accumulato: si sale e si scende in fretta, senza godersi niente.
La chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Callisto
Alla sinistra dell’arco d’ingresso al centro storico si estende l’intero complesso della chiesa parrocchiale. In realtà sono due chiese affiancate: la parrocchiale dedicata ai Santi Pietro e Callisto e quella della Madonna delle Grazie, sopra i cui tetti svetta il campanile settecentesco. La prima edificazione della parrocchiale si colloca fra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, il che la rende contemporanea alla fase forte dell’incastellamento. Quello che si vede oggi è però il risultato di rifacimenti successivi, e la facciata a vento che occupa un lato della piazza, in mattoncini e pietra, è addirittura del 1940. È un elemento che spiazza chi si aspetta un prospetto medievale, e vale la pena saperlo prima: non è un falso storico mal riuscito, è un intervento novecentesco dichiarato.
L’ingresso principale, oppresso e dimezzato dalla casa parrocchiale che gli è cresciuta addosso, è perfettamente orientato a est, secondo la regola liturgica antica. All’interno l’edificio si sviluppa su tre navate separate da tre colonne sormontate da archi. La ricchezza della chiesa non è nell’architettura: è nelle tele, e in particolare nel fatto che siano quasi tutte opera di due soli pittori attivi nel giro di pochi decenni. Il risultato è un’unità stilistica e cronologica che nelle chiese di paese si trova raramente, perché di solito ogni generazione aggiunge il suo quadro e il suo gusto.
Filippo Naldini e Ludovico Mazzanti, i due pittori della parrocchiale
Ludovico Mazzanti è il nome maggiore: pittore di formazione romana, cresciuto nell’orbita del linguaggio tardo barocco che a Roma faceva capo alla lezione del Baciccio, lavorò a lungo in Umbria e nella Tuscia e si legò in particolare a Orvieto. Filippo Naldini è il collaboratore e continuatore, l’uomo che negli anni ottanta del Settecento completò il ciclo. Il fatto che i loro dipinti convivano qui in numero così alto trasforma una chiesa parrocchiale minore in un piccolo campionario coerente di pittura sacra settecentesca del centro Italia. Non è un museo, è una chiesa viva, e questo cambia il modo di guardarla: le tele sono ancora sugli altari per cui furono dipinte, con la luce per cui furono pensate.
La navata destra: dal Rosario alla cappella Zucchini
Entrando, sulla controfacciata della navata di destra, si incontra la tela con la Madonna del Rosario con i Santi Caterina e Domenico, opera di Filippo Naldini del 1782. Proseguendo lungo la navata si arriva all’altare di San Giuseppe, con il Transito di San Giuseppe, sempre di Naldini, eseguito nel 1783. Segue la cappella Zucchini, che porta il nome del fondatore, con l’Assunzione di Maria in Cielo. L’altare successivo custodisce, in una piccola cappella, la statua della Madonna del Rosario: uno dei molti doni fatti alla parrocchia dal cardinale Angelo Maria Dolci, il civitellese più illustre, di cui diremo fra poco.
Un consiglio: guardate la sequenza come una sequenza, non come quattro quadri separati. Naldini in questa navata gioca su una gamma calda e su composizioni verticali che chiudono in alto con un’apertura di cielo. Passate dall’uno all’altro senza voltarvi indietro e la costruzione del ciclo diventa evidente.
L’altare maggiore e il corpo di San Coronato
Nell’abside si trova l’altare maggiore. Sotto la mensa è conservato il corpo di San Coronato martire, e sopra il coro ligneo campeggia la pala con l’Immacolata Concezione, San Pietro e San Callisto, opera di Ludovico Mazzanti del 1765. È il pezzo più importante della chiesa e va guardato dal fondo della navata centrale, non da sotto: il pittore ha calcolato la distanza. La presenza del corpo di un martire sotto l’altare maggiore merita una spiegazione, perché il visitatore contemporaneo la trova bizzarra. Fra Sei e Settecento le comunità laziali ottenevano dalle autorità romane il dono di reliquie estratte dai cimiteri sotterranei della città: erano i cosiddetti corpi santi, un capitale simbolico enorme per una parrocchia di campagna, che così acquisiva un patrono materiale, un motivo di pellegrinaggio e una festa in più nel calendario.
La navata sinistra e l’affresco strappato del Conventino
Nella navata di sinistra si trova un’altra tela di Filippo Naldini, il Cristo Redentore con i Santi Biagio, Bonaventura, Vincenzo Ferreri e Carlo Borromeo, del 1781. L’altare che segue è dedicato al crocifisso; sopra la porta è collocato lo strappo di un affresco quattrocentesco proveniente dalla chiesa detta del Conventino, fuori dell’abitato. L’ultimo altare della navata è quello del santo patrono, San Gorgonio, con la tela di Ludovico Mazzanti che rappresenta la Madonna con Bambino e i Santi Gorgonio, Lorenzo, Lucia e Callisto Papa, del 1753.
Sullo strappo del Conventino occorre precisione. La tradizione locale attribuisce l’affresco quattrocentesco al Pastura, ossia ad Antonio del Massaro da Viterbo, nato attorno al 1450 e morto nella sua città prima del 1516. Il Pastura è un artista documentato: nel dicembre del 1478 partecipò a Roma alla fondazione dell’Arte e università di San Luca dei pittori, collaborò con il Pinturicchio alla decorazione dell’appartamento Borgia in Vaticano, dove la critica gli riferisce in particolare la Sala delle Arti Liberali e la Sala dei Mestieri, lavorò a Orvieto fra il 1497 e il 1499 e rientrò a Viterbo nel 1504, diventando la figura di riferimento della pittura locale dopo la morte di Lorenzo da Viterbo. Il suo linguaggio è quello di un pittore umbro laziale di secondo Quattrocento, con volti dolci di ascendenza pinturicchiesca. Che l’affresco di Civitella d’Agliano sia suo è un’attribuzione, non un dato d’archivio: guardatelo sapendo che l’ambito è quello giusto e che il nome è quello proposto dalla tradizione.

La chiesa della Madonna delle Grazie
Incuneata fra l’abside della parrocchiale e le mura del castello si trova la chiesa della Madonna delle Grazie. Non è una seconda chiesa costruita per capriccio: fu edificata per proteggere un affresco con la Vergine e il Bambino, secondo una dinamica che nel Lazio si ripete di continuo. Un’immagine dipinta su un muro esterno o su un tabernacolo di strada diventa oggetto di devozione, la devozione produce offerte, le offerte producono un edificio che avvolge l’immagine. La chiesa, in altre parole, è nata dall’affresco e non viceversa. Quando entrate, cercate prima l’immagine venerata e poi guardate lo spazio che le è cresciuto intorno: capirete la sequenza costruttiva.
All’interno, sulla destra, un altare accoglie una statua della Madonna Addolorata, affiancata dalle tele di San Luigi Gonzaga e San Nicola di Bari di Filippo Naldini. Sulla sinistra si trova l’altare con la tela di Sant’Orsola e le compagne vergini, anche questa fiancheggiata da due Naldini, un San Francesco di Paola e un San Liborio. È il completamento del discorso iniziato nella parrocchiale: la stessa mano, gli stessi anni, la stessa committenza. Il campanile settecentesco che si vede dalla piazza serve a entrambe le chiese.
La chiesa del Conventino e gli edifici fuori dalle mura
Fuori dal centro abitato sorge la chiesa del Conventino, risalente al Quattrocento, dalla quale proviene lo strappo d’affresco conservato in parrocchiale. La collocazione extra moenia è tipica degli insediamenti religiosi regolari: gli ordini mendicanti e i conventi si stabilivano appena fuori dalla cinta, dove c’era terra disponibile e dove il rapporto con i viandanti era più diretto. Il toponimo stesso, Conventino, conserva la memoria di questa funzione. L’edificio non ha orari di visita continuativi e non è un museo: chi lo vuole vedere dentro deve informarsi in parrocchia.
Storia di Civitella d’Agliano, dagli Etruschi al Regno d’Italia
La storia di questo territorio è più antica del borgo che si vede. Prima della comparsa dei castelli baronali la Teverina era stata popolata dagli Etruschi e poi dai Romani, e con buona probabilità alcune comunità vivevano lungo le sponde del Tevere anche prima. Lo dicono i ritrovamenti: tombe, fra cui una tomba etrusca individuata a Case Nuove, colombari, resti di ville e impianti rustici romani, frammenti di colonne, manufatti in ceramica. Materiali provenienti da una villa romana del territorio sono conservati in un laboratorio di restauro locale, con la prospettiva di una futura esposizione museale.
Dalla caduta di Roma all’incastellamento
Il passaggio decisivo avviene con il crollo dell’impero. Le popolazioni contadine che prima commerciavano liberamente i raccolti con i mercanti che risalivano il Tevere si spostano sulle alture, da dove è possibile avvistare per tempo le incursioni e organizzare la difesa. Non è un dettaglio romantico: è la ragione fisica per cui i paesi della Tuscia sono tutti in cima a qualcosa. Una testimonianza importante di epoca longobarda in questo comune è il sito archeologico di Castel Sozio, che documenta la fase intermedia fra l’abbandono della pianura e la nascita del castello vero e proprio. La tradizione locale ricorda inoltre una prima fortezza, della quale non resta traccia alcuna, che sarebbe stata eretta in una località detta Agliano agli albori dell’anno Mille dai Conti Bovaccini, feudatari di Corbara e Montemarte: è un dato di tradizione, non un fatto documentato, e come tale va preso.
I Monaldeschi, Orvieto e la demolizione del castello
Stabilire la data precisa dell’origine di Civitella e del suo castello è difficile, ma dall’esame di vari documenti d’archivio si può ritenere che il castello sia stato eretto nell’XI secolo dai Conti di Bagnoregio, i cui discendenti assunsero molto più tardi il cognome di Monaldeschi della Cervara. Da quel momento la vicenda si fa movimentata, e il motore è sempre lo stesso: la posizione di frontiera fra l’area d’influenza orvietana e lo Stato della Chiesa.
Nel 1322 i feudatari erano ghibellini, cioè avversari del potere temporale dei papi. In quell’anno il castello fu demolito per ordine del Comune di Orvieto, che puniva così l’aiuto prestato dai signori di Civitella ai ghibellini ribelli orvietani. L’anno successivo, cacciati i Monaldeschi e sostituiti con i guelfi Orsini, lo stesso Comune di Orvieto ordinò la ricostruzione del castello. Vale la pena fermarsi un attimo su questo dettaglio, perché racconta il meccanismo politico dell’epoca meglio di qualunque manuale: la stessa autorità che aveva abbattuto la fortezza la fece rialzare dodici mesi dopo. Non era la fortezza il problema, era chi ci abitava dentro. Nel 1329, comunque, i Monaldeschi tornarono saldamente in possesso di Civitella.
I Prefetti di Vico e la Camera Apostolica
Come gran parte delle terre sottoposte al dominio temporale della Chiesa, anche Civitella subì l’invasione di uno dei Prefetti di Vico, la dinastia viterbese che per due secoli tenne in scacco il papato nel Patrimonio. Nel 1353 fu Giovanni di Vico a preparare l’invasione, ma l’occupazione durò poco: due anni dopo i Monaldeschi tornarono in possesso del feudo. La loro fortuna, però, era finita. Non erano nelle grazie della Chiesa e nel 1415 la Camera Apostolica intervenne di nuovo, cacciandoli definitivamente e impossessandosi del feudo e delle sue rendite.
Leone X, il vicariato a Orvieto e la nascita del Comune
Nel 1517 papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, rinnovò l’infeudazione di Civitella d’Agliano al Comune di Orvieto, concedendola in vicariato perpetuo. La formula era abituale nella diplomazia pontificia: si affidava un castello a una città alleata, la quale ne rispondeva davanti alla Camera Apostolica. Nel 1564 Civitella si eresse in Comune, restando tributaria del Patrimonio di San Pietro come tutti i feudi dello Stato Pontificio, condizione che durò fino all’annessione al Regno d’Italia nel 1870. Un dettaglio amministrativo che quasi nessuno conosce: il comune passò dalla provincia di Roma a quella di Viterbo soltanto nel 1927, quando la provincia viterbese fu istituita.
Gli statuti e l’archivio storico di Civitella d’Agliano
Fra i documenti più importanti conservati nell’archivio storico comunale ci sono gli statuti, cioè i codici che regolavano la vita e le opere delle genti del borgo medievale. Il più antico è datato 1467, il codice intermedio è del 1517 e il più recente risale al XVIII secolo. Sono testi che stabilivano tutto: quando si potevano portare le bestie al pascolo, quanto costava una multa per il danno dato, chi puliva le fonti, come si eleggevano i priori. Chi studia la vita quotidiana dei paesi laziali del Quattrocento sa che questi codici valgono più di dieci cronache: le cronache raccontano le guerre, gli statuti raccontano le persone.
Il cardinale Angelo Maria Dolci
Nel 1867 Civitella d’Agliano diede i natali al cardinale Angelo Maria Dolci, morto nel 1939. Con i suoi lasciti vive l’Ente che porta il suo nome, che ha ospitato una scuola materna e le suore del Calvario. La piazza principale del paese porta il suo nome, e diversi arredi delle chiese, fra cui la statua della Madonna del Rosario nella parrocchiale, sono suoi doni. Nei paesi piccoli la carriera ecclesiastica di un compaesano è stata a lungo l’unico canale attraverso cui arrivavano denaro, istruzione e oggetti d’arte: la storia del cardinale Dolci è la storia di come un borgo di mille anime abbia potuto permettersi opere e istituzioni.
Castel di Piero, Castel Sozio e San Michele in Teverina
Il comune non finisce con il capoluogo. Il territorio conserva altri due nuclei storici che meritano una deviazione, e uno di questi fu comune autonomo fino a un secolo fa.
La storia di Castel di Piero
Del borgo medievale di Castel di Piero rimane il palazzo baronale, in ottimo stato di conservazione, edificato nelle vicinanze del primitivo castello dei Baglioni. Quel castello fu fatto abbattere da papa Adriano VI nel 1522 per affermare la supremazia della Camera Apostolica sui beni del feudo, che gli eredi rivali Piero e Giovancarlo Baglioni si contendevano ostinatamente con le proprie milizie. È una vicenda che dice molto sull’epoca: due cugini in armi per un castello e un pontefice che risolve la lite radendo al suolo l’oggetto del contendere.
I Baglioni, per stare più tranquilli nel dominio del feudo, sottomisero Castel di Piero ora alla potente Viterbo, ora alla non meno orgogliosa Orvieto, a seconda di come tirava il vento politico. La storia di Castel di Piero non è quindi molto diversa da quella di Civitella d’Agliano: anche qui i feudatari si succedettero ai feudatari. Ai Baglioni seguirono i Simoncelli, poi i Sarcinelli, infine il feudo fu acquistato dai Benedetti di Spoleto. Nel 1847 divenne signore di San Michele in Teverina Luigi Desiderato Semonville, duca di Monthalon, discendente diretto di Carlo Tristano, aiutante di campo di Napoleone.
San Michele in Teverina, il comune che non c’è più
Non meno interessante di quella del capoluogo è la storia della frazione di San Michele in Teverina, che fu comune autonomo fino al 1927, quando venne unificato a Civitella d’Agliano. Chi visita il borgo trova un impianto castellano ben leggibile e un paesaggio che scende verso il fiume. Le due comunità hanno mantenuto identità distinte, feste distinte e persino modi diversi di raccontare la stessa storia feudale: se avete tempo, andateci e chiedete in piazza. Vi diranno cose che non troverete scritte.
Castel Sozio
Il sito archeologico di Castel Sozio documenta la presenza longobarda nel territorio. Non è un luogo attrezzato per la visita turistica e non ha percorsi segnalati come un parco archeologico: è un sito, e va trattato come tale. Chi si occupa di alto medioevo laziale sa quanto siano rare le testimonianze longobarde in questa parte della Tuscia, perché la zona restò a lungo bizantina e poi passò sotto il controllo pontificio: proprio questo rende Castel Sozio interessante per gli specialisti.
I calanchi di Civitella d’Agliano e la Valle dei Calanchi
Il paesaggio che circonda Civitella d’Agliano è collinare e boschivo, ma la sua firma sono i calanchi: lingue e guglie di argilla biancastra generate dall’erosione delle acque meteoriche sui sedimenti pliocenici, che il tufo sovrastante protegge finché regge e poi lascia crollare. Il risultato è un profilo affilato, quasi lunare, che cambia colore quattro volte al giorno. Il comune confina con l’area che tutti chiamano Valle dei Calanchi, il sistema che si estende verso Bagnoregio e che ha reso celebre Civita di Bagnoregio.
Come si guardano i calanchi
Il calanco non è una montagna in miniatura: è un fenomeno di erosione accelerata. L’acqua scava solchi paralleli, i solchi si approfondiscono, le creste fra un solco e l’altro si assottigliano fino a diventare lame. Dove la vegetazione manca, il processo corre; dove c’è copertura arborea, rallenta. Per questo i calanchi hanno quel disegno nervoso e sempre diverso: ogni inverno li ridisegna. Guardateli dopo una pioggia autunnale, quando l’argilla è satura e il bianco diventa grigio lucido: è lo stato in cui si capisce meglio di che materiale sono fatti.
Camminare fra i calanchi
Alcuni sentieri scendono dal paese verso la valle. Regola non negoziabile: sull’argilla bagnata non si cammina. Diventa una saponetta, si attacca alle suole in strati da cinque centimetri e i pendii che sembrano innocui diventano scivoli. Andateci con il terreno asciutto, con scarponcini, con acqua al seguito e senza sperimentare scorciatoie: i bordi dei calanchi cedono. In estate cercate le ore fresche, perché l’argilla riflette la luce e non c’è ombra. Un consiglio: fate la camminata al mattino presto e tenete la torre e le chiese per il pomeriggio, non il contrario.

La Serpara, il giardino d’arte di Civitella d’Agliano
Nel territorio di Civitella d’Agliano, in fondo a una strada bianca che si stacca dalla provinciale Teverina, si apre un museo di scultura contemporanea a cielo aperto: La Serpara, il giardino creato dall’artista svizzero Paul Wiedmer, che nel 1997 acquistò una vallata per trasformarla in atelier e parco. È il luogo che porta a Civitella d’Agliano visitatori dalla Svizzera, dalla Germania e dai Paesi Bassi, ed è il motivo per cui questo paese compare nelle rassegne internazionali di sculpture gardens accanto a nomi ben più celebri.
Come nasce il giardino
L’idea è quella di un artista che smette di esporre altrove e costruisce il proprio contesto. Wiedmer, insieme alla moglie Jacqueline Dolder, appassionata di botanica, e al figlio Simone, anch’egli artista, ha lavorato su un’area di circa quarantamila metri quadrati in cui un grande canneto, aiuole, siepi, alberi e laghetti ospitano statue e installazioni. Le opere sono della famiglia e di artisti italiani e internazionali invitati nel corso degli anni: oggi il giardino raccoglie lavori di oltre quaranta autori, fra i quali Daniel Spoerri, Thomas Baumgärtel e Bruno Ceccobelli. Il parco cresce di anno in anno, con nuove installazioni, prestiti di lunga durata e opere pensate appositamente per questo luogo.
Una precisazione che serve, perché la confusione è frequente: Daniel Spoerri ha un suo giardino di sculture, molto più grande e visitabile con orari regolari, ma quello si trova a Seggiano, in provincia di Grosseto, in Toscana. La Serpara di Civitella d’Agliano è un’altra cosa, in un altro luogo e in un’altra regione. Sono due esperienze diverse e chi le confonde in fase di programmazione si ritrova a fare duecento chilometri per niente.
Che cosa si vede alla Serpara
Materiali di recupero, acciaio saldato, sculture di fuoco e fontane d’acqua: il vocabolario di Wiedmer è quello della scultura europea del secondo Novecento cresciuta a contatto con il Nouveau Réalisme, dove l’oggetto industriale scartato torna in scena come materia poetica. Terra, legno, acqua, fuoco, metallo: i cinque elementi che il giardino mette in dialogo con il verde di questo angolo di Tuscia. La differenza rispetto a un parco di sculture convenzionale è che qui il confine fra area espositiva, luogo di lavoro e abitazione è volutamente sfumato, e lo è anche quello fra arte e natura modellata.
I giardini di scultura hanno in Europa una tradizione lunga, che risale in ultima analisi al mondo romano, si eleva a forma d’arte nel Rinascimento e produce nel Barocco i suoi esempi più teatrali: la Tuscia ne conserva due capisaldi assoluti, il Parco dei Mostri di Bomarzo e i giardini di Villa Lante a Bagnaia. La Serpara si inserisce in quella genealogia con un carattere opposto: dove Bomarzo è spettacolo enigmatico e Villa Lante è geometria di corte, qui l’impianto è riservato, quasi domestico, e chiede di essere scoperto un passo alla volta. Chi ha visitato Opera Bosco a Calcata riconoscerà la stessa famiglia di intenzioni, con materiali diversi.
Visitare La Serpara: prenotazione e contatti
Il giardino si visita esclusivamente su appuntamento: non ci sono orari di apertura continuativi e non esiste una biglietteria dove presentarsi all’improvviso. Il contatto è il telefono 0761 914071 e l’indirizzo di posta elettronica laserpara.sculpturegarden@gmail.com; l’indirizzo è località Serpara 1, 01020 Civitella d’Agliano (VT). La Serpara si raggiunge in fondo alla stradina bianca che parte al chilometro 26 della strada provinciale Teverina, a ovest dell’autostrada A1, fra i caselli di Orvieto e di Attigliano. Chi arriva con un’automobile bassa proceda con calma sull’ultimo tratto sterrato.
Il consiglio: telefonate con largo anticipo, soprattutto se siete un gruppo, e chiedete esplicitamente quanto dura la visita. Questo non è un posto in cui si entra, si fanno tre fotografie e si esce. È un luogo che chiede almeno un paio d’ore e una certa disponibilità ad ascoltare. Se avete in programma altre tre tappe nello stesso giorno, rimandate: lo vedrete male e vi resterà poco.
Il Grechetto e i vini di Civitella d’Agliano
Chi si occupa di vino conosce il nome di questo comune anche senza esserci mai stato, perché Civitella d’Agliano è una denominazione a indicazione geografica tipica che copre bianchi, rosati e rossi. Il vitigno che l’ha resa nota è il grechetto, un’uva bianca a bacca dura e buccia spessa, tradizionalmente diffusa fra l’Umbria meridionale e l’alto Lazio, capace di dare vini con acidità viva, una nota di frutta gialla matura e una struttura che regge l’invecchiamento assai più di quanto il pregiudizio sui bianchi dell’Italia centrale lasci pensare.
L’azienda che ha costruito la reputazione del grechetto di questo territorio è quella di Sergio Mottura, con sede proprio a Civitella d’Agliano, produttrice fra gli altri del Poggio della Costa e del Latour a Civitella, entrambi Civitella d’Agliano indicazione geografica tipica da uve grechetto, oltre a rossi come il Civitella Rosso da agricoltura biologica. Il territorio comunale rientra nel comprensorio della Teverina e nel percorso della Strada del Vino, che collega le aziende della zona insieme ai frantoi: l’olio extravergine locale è l’altro prodotto serio di queste colline.
Come si organizza una degustazione
Regola numero uno: si prenota. Le cantine di questa zona sono aziende agricole, non centri visita con guide in servizio permanente. Regola numero due: chiedete in anticipo se la degustazione prevede qualcosa da mangiare, perché assaggiare quattro o cinque vini a stomaco vuoto alle undici del mattino è un errore che si paga nel pomeriggio. Regola numero tre, la più importante: qualcuno deve guidare. Le strade provinciali della Teverina sono strette e piene di curve cieche, e i controlli in questa provincia ci sono davvero.
Un’opinione netta, dopo molte visite in questo comprensorio: il grechetto della Teverina è uno dei bianchi italiani più sottovalutati sul mercato interno. Costa una frazione di ciò che costano bianchi altoatesini di pari livello, invecchia meglio di quanto chiunque si aspetti e accompagna la cucina locale, che è a base di legumi, ovini e paste fatte in casa, senza sovrastarla. Se dovete portarvi a casa una bottiglia sola da questa gita, portatevi un grechetto e apritelo fra tre anni.
Le feste e gli eventi di Civitella d’Agliano
Il calendario del paese si concentra fra luglio e settembre, come in tutta la Tuscia. A luglio si tiene la manifestazione enogastronomica Nelle Terre del Grechetto, che è l’appuntamento identitario del comune e mette insieme produttori, degustazioni e centro storico. Ad agosto è la volta della Sagra della Birra e della Pizza, che è la festa popolare vera, quella che riempie le piazze di famiglie. A settembre arrivano il Festival del Vino e della Musica e soprattutto la festa del santo patrono, San Gorgonio martire, che si celebra il 9 settembre con la processione e i fuochi d’artificio.
Nei mesi estivi il borgo ospita inoltre da anni corsi d’arte di livello europeo, nati con l’intento di recuperare le abitazioni del centro storico: scultori, pittori e scrittori provenienti da varie città e paesi d’Italia e d’Europa animano il paese mescolandosi agli abitanti. È un modello che nella Tuscia ha funzionato in più luoghi, e a Civitella d’Agliano ha prodotto una convivenza fra residenti storici e presenze artistiche internazionali che si percepisce camminando: le porte dipinte, i laboratori, le targhe in tedesco sui campanelli.
Quando andare a Civitella d’Agliano
La stagione migliore è la seconda metà di settembre. Le feste sono passate da poco, la vendemmia è in corso, la luce è bassa e calda, i calanchi hanno il colore giusto e le temperature permettono di camminare. Maggio è la seconda scelta, con la campagna al massimo del verde. Luglio e agosto sono caldissimi e il paese, senza ombra sulla parte alta, diventa faticoso a metà giornata: se ci andate in quel periodo, muovetevi prima delle undici e dopo le diciassette. In inverno il borgo è bellissimo e vuoto, ma bar e ristoranti riducono i giorni di apertura: telefonate prima, o vi ritroverete a pranzare a Orvieto.
Una curiosità su Civitella d’Agliano (VT)
La curiosità più istruttiva su Civitella d’Agliano riguarda il 1322 e il 1323, due anni consecutivi in cui il castello fu prima abbattuto e poi ricostruito dalla stessa autorità. Nel 1322 il Comune di Orvieto ordinò la demolizione della fortezza per punire i signori del luogo, che avevano appoggiato i ghibellini ribelli orvietani. L’anno successivo, cacciati i Monaldeschi e insediati al loro posto i guelfi Orsini, il medesimo Comune di Orvieto ordinò che il castello venisse rialzato. In dodici mesi la stessa pietra passò da simbolo di ribellione a presidio di fedeltà.
Il paradosso non è un aneddoto pittoresco: descrive esattamente il funzionamento del potere territoriale nell’Italia comunale. La fortificazione non era un valore in sé, era uno strumento, e il suo significato dipendeva interamente da chi ne teneva le chiavi. Distruggerla era un atto giudiziario, ricostruirla un atto amministrativo. Chi oggi sale sulla torre di Civitella d’Agliano guarda una struttura che è sopravvissuta a questo genere di oscillazioni per secoli, cambiando padrone almeno cinque volte fra Duecento e Quattrocento: Conti di Bagnoregio, Monaldeschi, Orsini, Prefetti di Vico, di nuovo Monaldeschi, infine la Camera Apostolica.
C’è una seconda curiosità, più recente e altrettanto poco nota: Civitella d’Agliano non è sempre stata viterbese. Fino al 1927 il comune apparteneva alla provincia di Roma, e passò a Viterbo soltanto quando quella provincia fu istituita. Nello stesso anno il comune assorbì San Michele in Teverina, che fino ad allora era stato un comune autonomo. Il 1927 è dunque la data in cui la geografia amministrativa di questo angolo di Lazio ha preso la forma che ha oggi, e gli anziani del paese ne parlano ancora come di uno spartiacque.
Una cosa che non ti dice nessuno su Civitella d’Agliano (VT)
La cosa che nessuna brochure dice è che a Civitella d’Agliano il monumento più importante non si visita passeggiando: si visita telefonando. Il giardino d’arte La Serpara, che è il vero motivo per cui il nome di questo paese circola all’estero, non ha orari di apertura, non ha biglietteria e non accetta visitatori che si presentino senza preavviso. Si entra soltanto su appuntamento, contattando il numero 0761 914071 o l’indirizzo di posta elettronica del giardino. Chi arriva a Civitella d’Agliano di domenica mattina immaginando di trovare un parco di sculture aperto come un museo torna a casa avendo visto un cancello.
Lo stesso vale, con sfumature diverse, per la torre dei Monaldeschi: l’accesso dipende dalla stagione e dalla disponibilità di chi tiene le chiavi, e non esiste un orario garantito valido tutto l’anno. Una telefonata al Comune prima di partire risolve il problema. È la differenza pratica fra i borghi organizzati per il turismo di massa e quelli che il turismo lo ricevono ma non ci vivono sopra: qui l’accoglienza è vera e cordiale, ma è anche a misura di una comunità di millecinquecento persone.
Aggiungo una seconda informazione che di solito nessuno fornisce: sotto le case del centro storico esiste un sistema di cantine scavate nel tufo, usate per secoli per conservare vino e derrate. Non è un percorso turistico attrezzato e non lo troverete su nessuna mappa distribuita in piazza. Se capitate in paese durante una manifestazione enogastronomica, però, qualche proprietario apre la propria cantina per l’occasione: è quello il momento in cui si vede il vero sottosuolo di Civitella d’Agliano, e non capita in nessun altro periodo dell’anno.
Il consiglio che ti do per visitare Civitella d’Agliano (VT)
Il consiglio è di non venire qui da soli. Non nel senso di portarsi compagnia, ma nel senso di non costruire una giornata intera su questo unico paese. Civitella d’Agliano si esaurisce in due o tre ore di visita attenta, torre e chiese comprese, e la sua forza risiede nel contesto: è il tassello di un itinerario nella Teverina che comprende Castiglione in Teverina con il suo museo del vino, Graffignano con il castello Baglioni, l’oasi del lago di Alviano e, un po' più a nord, Civita di Bagnoregio.
Ecco come organizzarlo. Partenza da Roma presto, arrivo verso le dieci, parcheggio fuori dalle mura. Prima il centro storico e la torre, con la luce del mattino che illumina il fronte della valle. Poi la parrocchiale e la Madonna delle Grazie, che al chiuso si visitano bene a qualsiasi ora. Pranzo in paese, senza fretta, e con il vino della zona. Nel primo pomeriggio, se è stata prenotata per tempo, la visita alla Serpara, che chiede almeno due ore. In alternativa una cantina, oppure la discesa verso i calanchi. Rientro con una sosta a Orvieto per il tramonto sul duomo, che dista mezz’ora di strada.
Un secondo consiglio, meno ovvio: scendete di venti metri sotto il paese, sul lato della valle, e guardate Civitella d’Agliano dal basso. Il borgo visto da dentro racconta una storia, il borgo visto da sotto ne racconta un’altra, e cioè come una comunità abbia costruito per otto secoli su una piattaforma di tufo che l’erosione consuma di continuo. Il vero soggetto di questo paese è il rapporto fra la pietra e il vuoto. Chi resta soltanto in piazza non lo vede.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il territorio di Civitella d’Agliano è antico e che Etruschi e Romani lo abitarono. Quasi nessuno però collega quel dato antico all’unica cosa che spiega la forma del paese moderno: lo spostamento dalla pianura all’altura dopo la caduta dell’impero. Prima del crollo, le comunità agricole vivevano lungo il Tevere e commerciavano i raccolti con i mercanti che risalivano il fiume; il fiume era una strada e la pianura era ricchezza. Quando quel sistema si sfalda, la pianura diventa pericolosa e la ricchezza si sposta in alto. Il paese non sorge sul tufo per amore del panorama: ci sorge perché da lassù si vedono arrivare le incursioni con ore di anticipo.
Il passaggio è documentato nel territorio comunale dal sito archeologico di Castel Sozio, di epoca longobarda, che testimonia la fase intermedia fra l’abbandono degli insediamenti di fondovalle e la nascita del castello. È una sequenza che si ripete in tutta la Tuscia, ma qui è particolarmente leggibile perché i tre livelli sono ancora tutti sul terreno: la villa romana in basso, i cui materiali sono conservati in un laboratorio di restauro locale in attesa di una futura esposizione, l’insediamento altomedievale a mezza costa, il castello in cima.
C’è un corollario che vale per il visitatore. Se guardate la campagna intorno a Civitella d’Agliano e vi sembra vuota, non lo è: è stata abitata per duemilacinquecento anni, e le tombe etrusche di Case Nuove, i colombari, i frammenti di colonne e le ceramiche che escono dai campi lo dimostrano. Quello che appare come paesaggio agricolo naturale è in realtà un deposito archeologico continuo, dal quale ogni aratura può ancora far emergere qualcosa.
La foto giusta da fare a Civitella d’Agliano (VT)
La fotografia che ripaga è una sola, e non è quella dalla terrazza della torre. È quella del paese ripreso da fuori, dalla strada che sale verso l’abitato sul lato dei calanchi, con la torre dei Monaldeschi che chiude il profilo in alto e le guglie di argilla bianca in primo piano. Serve la luce laterale: prima ora del mattino oppure ultima del pomeriggio. A mezzogiorno il tufo diventa piatto e l’argilla si brucia, il contrasto sparisce e la fotografia muore.
Se avete un obiettivo lungo, comprimete il paese contro il fondo della valle del Tevere: il teleobiettivo avvicina lo sfondo e restituisce quel senso di borgo appoggiato sul vuoto che l’occhio percepisce e il grandangolo distrugge. Se invece avete solo il telefono, non allargate: usate lo zoom ottico se c’è, cercate un primo piano di argilla o di ulivi che dia scala all’immagine e tenete la linea dell’orizzonte bassa, in modo che il paese occupi il terzo superiore del fotogramma.
La seconda fotografia da portare a casa è dall’alto della torre, ma non del panorama: dei tetti. Coppi sovrapposti in strati di epoche diverse, comignoli in mattoni, terrazzini di quattro metri quadrati con i panni stesi. È l’immagine che racconta che Civitella d’Agliano non è un set, è un paese. E se passate davanti alla facciata della parrocchiale, quella in mattoncini e pietra del 1940, fotografatela pure: molti la evitano perché non è medievale, ma è un documento onesto di come il Novecento italiano abbia rimesso mano ai propri borghi.
Ultima raccomandazione, di quelle che nessuno fa mai: chiedete prima di fotografare le persone. In un paese di millecinquecento abitanti la macchina fotografica puntata addosso senza un cenno è una scortesia che si nota, e vi chiude la porta di tutte le conversazioni successive. Chiedete, e nella maggior parte dei casi vi diranno di sì e vi racconteranno anche qualcosa.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento che ha lasciato un segno materiale è la demolizione del castello nel 1322, ordinata dal Comune di Orvieto come punizione per l’appoggio dato dai signori di Civitella ai ghibellini ribelli. Fu un atto politico e militare insieme, e cancellò l’impianto originario della fortezza. Il secondo è la ricostruzione ordinata nel 1323 dallo stesso Comune di Orvieto, dopo l’espulsione dei Monaldeschi e l’insediamento dei guelfi Orsini. Il terzo è il ritorno dei Monaldeschi nel 1329, che riportò il feudo nelle mani della famiglia che lo aveva tenuto per generazioni.
Nel 1353 il territorio subì l’invasione preparata da Giovanni di Vico, esponente della dinastia dei Prefetti di Vico, la potenza viterbese che in quel torno d’anni contese al papato il dominio del Patrimonio di San Pietro in Tuscia. L’occupazione durò poco: due anni dopo, nel 1355, i Monaldeschi rientrarono in possesso del feudo. Il colpo definitivo arrivò nel 1415, quando la Camera Apostolica cacciò i Monaldeschi e si impossessò del feudo e delle sue rendite, chiudendo quattro secoli di signoria familiare.
Il 1517 è l’anno del provvedimento di Leone X, il papa Medici figlio di Lorenzo il Magnifico, che rinnovò l’infeudazione di Civitella d’Agliano al Comune di Orvieto concedendola in vicariato perpetuo. Cinque anni dopo, nel 1522, papa Adriano VI fece abbattere il castello dei Baglioni a Castel di Piero per affermare la supremazia della Camera Apostolica sul feudo conteso fra gli eredi Piero e Giovancarlo Baglioni. Nel 1564 Civitella si eresse in Comune, restando tributaria del Patrimonio di San Pietro fino all’annessione al Regno d’Italia nel 1870.
Fra gli avvenimenti dell’età moderna vanno ricordati la redazione degli statuti comunali, i cui codici superstiti sono datati 1467, 1517 e XVIII secolo, e la costruzione del ciclo pittorico delle chiese fra il 1753 e il 1783, che diede al paese il suo patrimonio artistico più consistente. Nel 1847 Luigi Desiderato Semonville, duca di Monthalon e discendente diretto di Carlo Tristano, aiutante di campo di Napoleone, divenne signore di San Michele in Teverina. Nel 1927, infine, il comune passò dalla provincia di Roma a quella di Viterbo e inglobò San Michele in Teverina, che fino ad allora era stato un comune autonomo.
Chi è passato da Civitella d’Agliano (VT)
Il primo nome è quello di una famiglia: i Monaldeschi della Cervara, discendenti dei Conti di Bagnoregio, che tennero questo castello a più riprese fra l’XI e il XV secolo e che nella storia orvietana rappresentano una delle due grandi consorterie in perpetuo conflitto. Passarono di qui gli Orsini, insediati dai guelfi orvietani nel 1323, e Giovanni di Vico, il prefetto viterbese che nel 1353 vi portò le sue milizie. Sono passaggi armati, non visite di cortesia: questa era terra di confine e chi ci arrivava ci arrivava per prenderla.
Fra i papi, due hanno inciso direttamente su questo territorio. Leone X, cioè Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che nel 1517 concesse Civitella d’Agliano in vicariato perpetuo al Comune di Orvieto. E Adriano VI, l’olandese Adrian Florensz, unico pontefice dei Paesi Bassi prima del Novecento, che nel 1522 ordinò l’abbattimento del castello dei Baglioni a Castel di Piero. Nessuno dei due mise piede in paese, ma entrambi ne cambiarono il destino con un atto di cancelleria.
Il civitellese più illustre è il cardinale Angelo Maria Dolci, nato qui nel 1867 e morto nel 1939, la cui carriera portò al paese lasciti, opere d’arte e istituzioni assistenziali. La piazza principale porta il suo nome. Fra i signori del territorio va ricordato Luigi Desiderato Semonville, duca di Monthalon, che nel 1847 divenne signore di San Michele in Teverina: era discendente diretto di Carlo Tristano, aiutante di campo di Napoleone, e la sua presenza qui è uno di quei fili inattesi che legano un paese della Tuscia alla storia europea.
Il capitolo contemporaneo appartiene agli artisti. Paul Wiedmer, scultore svizzero, ha scelto Civitella d’Agliano nel 1997 e vi ha costruito La Serpara, portando in questa valle opere e presenze di autori internazionali: fra i nomi rappresentati nel giardino ci sono Daniel Spoerri, figura centrale del Nouveau Réalisme, Thomas Baumgärtel e Bruno Ceccobelli. A loro si aggiungono, ogni estate, gli scultori, i pittori e gli scrittori che frequentano i corsi d’arte organizzati nel centro storico e che, per qualche settimana, raddoppiano la popolazione creativa del paese.

Cosa vedere intorno a Civitella d’Agliano
La Teverina viterbese è un comprensorio compatto e si gira bene in una o due giornate. A pochi chilometri c’è Castiglione in Teverina, che ospita un museo del vino ricavato in cantine storiche; poco più in là Graffignano con il suo castello. Verso nord si arriva a Civita di Bagnoregio, il paese sulla rupe che si raggiunge soltanto a piedi attraverso il ponte, e più a ovest si apre il lago di Bolsena con il borgo di Bolsena.
Sul versante umbro, a un quarto d’ora di strada, c’è l’oasi del lago di Alviano, una delle zone umide più interessanti dell’Italia centrale per il birdwatching, con capanni di osservazione e percorsi attrezzati. E naturalmente Orvieto, con il duomo, il pozzo di San Patrizio e la città sotterranea, che da qui è la meta di mezza giornata più naturale.
Se avete più tempo e volete restare nella Tuscia viterbese, gli itinerari classici portano al Parco dei Mostri di Bomarzo, ai giardini di Villa Lante a Bagnaia, a Soriano nel Cimino e alla frazione di Chia, al borgo di Calcata con il suo Museo di Arte nella Natura e alla rocca dei Farnese a Caprarola. La provincia di Viterbo è il territorio laziale con la maggiore densità di cose da vedere per chilometro quadrato, e questa è una delle sue porte d’ingresso meno battute.
Civitella d’Agliano con i bambini
Funziona, a due condizioni. La prima è la torre: salire su una torre medievale vera, con la scala stretta e la terrazza in cima, è l’unica attrazione che tenga un bambino di otto anni davanti a un borgo storico. Verificate prima che sia aperta, perché senza torre la visita diventa una passeggiata fra le pietre e la soglia di noia arriva presto. La seconda è il tempo: un’ora e mezza è la durata giusta, oltre si scivola nel lamento.
I calanchi, visti dall’alto, piacciono molto ai ragazzini perché hanno un aspetto che ricorda i paesaggi dei videogiochi e dei film di fantascienza. La discesa a piedi, invece, non è adatta ai più piccoli: il fondo argilloso è scivoloso e i bordi cedono. Il giardino della Serpara, con le sculture di metallo, le fontane e le opere di fuoco, ha un potenziale enorme per i bambini curiosi, ma richiede prenotazione e comportamento attento: è un luogo privato pieno di opere fragili e di spigoli veri.
Domande frequenti su Civitella d’Agliano (VT)
Dove si trova Civitella d'Agliano e quanto dista da Roma?
Civitella d'Agliano si trova in provincia di Viterbo, nella parte settentrionale della Tuscia detta Teverina, su un colle tufaceo a 262 metri di quota che degrada verso la valle del Tevere. Confina con Alviano, Bagnoregio, Castiglione in Teverina, Graffignano, Guardea, Montecchio, Orvieto e Viterbo, e da Roma dista circa un'ora e mezza di automobile lungo l'autostrada A1.
Quanto tempo ci vuole per visitare Civitella d'Agliano?
Civitella d'Agliano si visita in due o tre ore di visita attenta, torre e chiese comprese. Conviene non costruirci intorno una giornata intera, ma inserirla in un itinerario più ampio nella Teverina insieme a Castiglione in Teverina e Graffignano.
Si può salire sulla torre della Rocca Monaldeschi a Civitella d'Agliano?
Sì, la torre del complesso fortificato dei Monaldeschi a Civitella d'Agliano si è conservata in ottime condizioni ed è percorribile fino alla terrazza sommitale. Le fonti locali collocano l'impianto della rocca nel XIII secolo, con funzione di avvistamento e di difesa.
Come si visita il giardino La Serpara vicino a Civitella d'Agliano?
La Serpara, il giardino di scultura contemporanea creato dall'artista svizzero Paul Wiedmer nel territorio di Civitella d'Agliano, non ha orari di apertura né biglietteria fissa e non accetta visitatori senza preavviso: si entra soltanto su appuntamento, contattando il numero 0761 914071. È il vero motivo per cui il nome del paese circola anche all'estero, attirando visitatori da Svizzera, Germania e Paesi Bassi.
Civitella d'Agliano è adatta a una visita con bambini?
Civitella d'Agliano funziona con i bambini soprattutto grazie alla torre medievale, che con la sua scala stretta e la terrazza in cima è l'attrazione che più li tiene impegnati davanti a un borgo storico. La durata giusta della visita con un bambino di otto anni è circa un'ora e mezza; conviene verificare in anticipo che la torre sia aperta, perché senza di essa la visita rischia di annoiare presto.
Civitella d'Agliano è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
Civitella d'Agliano è un borgo medievale su rupe e non è un ambiente accessibile: il selciato è in pietra irregolare, ci sono scalini e vicoli in pendenza, e la torre si raggiunge con una scala che esclude carrozzine e passeggini. La zona della piazza principale e il tratto pianeggiante attorno alle chiese sono percorribili con qualche difficoltà, mentre il resto del centro storico richiede autonomia motoria.
Cosa si beve a Civitella d'Agliano?
Civitella d'Agliano dà il nome a una indicazione geografica tipica che copre vini bianchi, rosati e rossi, resa nota soprattutto dal grechetto, un'uva bianca a bacca dura e buccia spessa tradizionalmente diffusa fra l'Umbria meridionale e l'alto Lazio. I vini che ne derivano hanno acidità viva e una nota di frutta gialla.
Quali sono le feste principali di Civitella d'Agliano?
Il calendario di Civitella d'Agliano si concentra fra luglio e settembre: a luglio si tiene la manifestazione enogastronomica Nelle Terre del Grechetto, l'appuntamento identitario del paese con produttori e degustazioni nel centro storico, mentre ad agosto arriva la Sagra della Birra e della Pizza, la festa popolare che riempie le piazze di famiglie.
Accessibilità e informazioni pratiche su Civitella d’Agliano
Va detto con franchezza: un borgo medievale su rupe non è un ambiente accessibile. Il selciato è in pietra irregolare, ci sono scalini, gradoni e vicoli in pendenza, e la torre si raggiunge con una scala che esclude carrozzine e passeggini. La zona della piazza principale e il tratto pianeggiante attorno alle chiese sono percorribili con qualche difficoltà; il resto del centro storico richiede autonomia motoria. Chi ha problemi di deambulazione può comunque godersi la piazza, le due chiese e la vista sulla valle dai punti bassi dell’abitato.
Servizi: il paese ha bar, qualche ristorante e attività di ristorazione legate alle aziende agricole del territorio, ma non ha l’offerta continuativa di un centro turistico. Nei giorni feriali di bassa stagione conviene telefonare prima di contare su un pranzo in loco. Non ci sono depositi bagagli, non c’è un ufficio informazioni aperto tutto l’anno con orari fissi, e i servizi igienici pubblici sono limitati. Il consiglio: arrivate con l’auto rifornita, con acqua, e con un piano B per il pranzo a Orvieto o a Castiglione in Teverina.
Chi organizza una visita di gruppo con un accompagnatore professionista trova ai servizi di accompagnamento turistico di TourLeaderPro l’assistenza per la logistica di questi itinerari minori, dove la differenza fra una giornata riuscita e una fallita la fanno le prenotazioni fatte per tempo; per i viaggi di comitiva esiste anche il servizio dedicato all’organizzazione di viaggi di gruppo in Italia. Chi invece prepara il viaggio per amici stranieri può appoggiarsi alla guida in inglese del Lazio e, per la parte enogastronomica, alla sezione dedicata a cibo e vino in Italia.
Domande veloci su Civitella d’Agliano (VT)
Dove si trova Civitella d’Agliano?
In provincia di Viterbo, nella parte settentrionale della Tuscia detta Teverina, su un colle tufaceo a 262 metri di quota che degrada verso la valle del Tevere. Confina con Alviano, Bagnoregio, Castiglione in Teverina, Graffignano, Guardea, Montecchio, Orvieto e Viterbo.
Quanto dista Civitella d’Agliano da Roma?
Circa un’ora e mezza di automobile lungo l’autostrada A1, uscendo ad Attigliano oppure a Orvieto e proseguendo sulla provinciale Teverina. Non esiste un collegamento diretto in treno: la stazione utile più vicina è quella di Orvieto.
Quanto costa visitare Civitella d’Agliano?
Il centro storico è liberamente accessibile e gratuito. Per la torre dei Monaldeschi e per il giardino d’arte La Serpara le condizioni di visita e gli eventuali contributi vanno chiesti direttamente al Comune e al giardino, perché non si tratta di strutture con biglietteria aperta tutto l’anno.
Quanto tempo serve per visitare Civitella d’Agliano?
Due o tre ore per il centro storico, la torre e le due chiese. Con la visita alla Serpara o a una cantina si arriva comodamente a mezza giornata piena.
Si può salire sulla torre di Civitella d’Agliano?
Sì, la torre è oggi percorribile fino alla terrazza panoramica, ma l’apertura dipende dalla stagione e dalla disponibilità di chi la gestisce: conviene informarsi presso il Comune prima di partire.
Come si visita La Serpara di Civitella d’Agliano?
Esclusivamente su appuntamento. I contatti sono il telefono 0761 914071 e l’indirizzo di posta elettronica laserpara.sculpturegarden@gmail.com. Non ci sono orari fissi di apertura e non ci si può presentare senza prenotazione.
La Serpara è il giardino di Daniel Spoerri?
No. La Serpara è il giardino creato da Paul Wiedmer a Civitella d’Agliano, dove sono presenti anche opere di Spoerri. Il Giardino di Daniel Spoerri è un luogo diverso e si trova a Seggiano, in provincia di Grosseto, in Toscana.
Chi è il santo patrono di Civitella d’Agliano?
San Gorgonio martire, festeggiato il 9 settembre con processione e fuochi d’artificio. Nella chiesa parrocchiale il suo altare custodisce una tela di Ludovico Mazzanti del 1753.
Quali sono le feste principali di Civitella d’Agliano?
A luglio la manifestazione enogastronomica Nelle Terre del Grechetto, ad agosto la Sagra della Birra e della Pizza, a settembre il Festival del Vino e della Musica e la festa patronale di San Gorgonio.
Che vino si produce a Civitella d’Agliano?
Civitella d’Agliano è una indicazione geografica tipica che comprende bianchi, rosati e rossi. Il vitigno di riferimento è il grechetto, alla base di etichette come il Poggio della Costa e il Latour a Civitella dell’azienda Sergio Mottura, con sede nel comune.
Si possono visitare le cantine di Civitella d’Agliano?
Sì, ma solo su prenotazione: sono aziende agricole di dimensioni contenute, senza personale dedicato in permanenza all’accoglienza. Il territorio rientra nel percorso della Strada del Vino della Teverina.
Cosa sono i calanchi di Civitella d’Agliano?
Sono formazioni di erosione su terreni argillosi che generano creste e guglie di argilla biancastra. Il comune si affaccia sul sistema della Valle dei Calanchi, lo stesso che circonda Civita di Bagnoregio.
Si può camminare fra i calanchi?
Alcuni sentieri scendono verso la valle, ma vanno affrontati con terreno asciutto e calzature adeguate: l’argilla bagnata è pericolosamente scivolosa e i bordi delle creste cedono. Con la pioggia è meglio rinunciare.
Civitella d’Agliano è accessibile in sedia a rotelle?
Solo parzialmente. La piazza e l’area attorno alle chiese sono percorribili con qualche difficoltà, mentre i vicoli in pendenza, i gradoni e la salita alla torre non sono accessibili.
Civitella d’Agliano è adatta ai bambini?
Sì, soprattutto se la torre è aperta: salire su una torre medievale vera è la parte che li conquista. La visita ideale con i più piccoli dura un’ora e mezza; la discesa a piedi nei calanchi invece non è adatta a loro.
Quante persone abitano a Civitella d’Agliano?
Poco più di millecinquecento residenti, su un territorio comunale di 32,96 chilometri quadrati che comprende le frazioni di San Michele in Teverina, San Sebastiano, Spoletino, Pian della Breccia e Case Nuove.
Quando è il periodo migliore per andare a Civitella d’Agliano?
La seconda metà di settembre, con la vendemmia in corso e la luce bassa sui calanchi. Maggio è la seconda scelta. In pieno agosto il caldo sulla parte alta del borgo è pesante e in inverno molti locali riducono le aperture.
Che differenza c’è fra Civitella d’Agliano e Civita di Bagnoregio?
Entrambe sorgono su rupe nella stessa area di calanchi, ma Civita di Bagnoregio è quasi disabitata, si raggiunge soltanto a piedi attraverso un ponte e riceve un flusso turistico enorme; Civitella d’Agliano è un paese pienamente vivo, raggiungibile in auto e con un numero di visitatori incomparabilmente minore.
Si mangia bene a Civitella d’Agliano?
Ci sono bar, ristoranti e attività legate alle aziende agricole, con una cucina di territorio basata su legumi, carni ovine, paste fatte in casa e olio locale. Nei giorni feriali di bassa stagione è prudente telefonare prima per verificare l’apertura.
Che cosa si vede dalla torre di Civitella d’Agliano?
La valle del Tevere, il bacino del lago di Alviano, i calanchi che scendono a ovest e, con aria limpida, l’altopiano orvietano. È il punto che spiega la ragione strategica per cui il castello fu costruito proprio qui.
Che cosa vedere vicino a Civitella d’Agliano in giornata?
Castiglione in Teverina con il museo del vino, Graffignano, Civita di Bagnoregio, l’oasi del lago di Alviano e Orvieto. Allargando il raggio, il Parco dei Mostri di Bomarzo, Villa Lante a Bagnaia e il lago di Bolsena.
Ci sono musei a Civitella d’Agliano?
Non c’è un museo civico con orari continuativi. I materiali provenienti da una villa romana del territorio sono conservati in un laboratorio di restauro locale, con la prospettiva di una futura esposizione. Il museo vero, di fatto, è il giardino d’arte della Serpara, visitabile su appuntamento.
Chi ha costruito il castello di Civitella d’Agliano?
I documenti d’archivio riconducono la costruzione all’XI secolo e ai Conti di Bagnoregio, antenati dei Monaldeschi della Cervara. Le fonti locali datano invece al XIII secolo l’impianto della rocca che si vede oggi: una fortezza di confine veniva rifatta a ogni cambio di padrone.
Il giudizio su Civitella d’Agliano
Se dovessi mettere Civitella d’Agliano in una scala dei borghi della Tuscia, la collocherei fra quelli che vanno visti presto, prima che qualcuno se ne accorga davvero. Non ha il colpo di scena di Civita di Bagnoregio né la potenza monumentale di Viterbo, e proprio per questo conserva una cosa che gli altri hanno perso: la proporzione. Ci si arriva, si sale, si guarda, si scende, si beve un bicchiere di grechetto e si torna a casa avendo capito qualcosa di come si costruisce e si difende un paese su una piattaforma di tufo che frana.
Il consiglio finale è pratico e vale più di qualunque descrizione: telefonate prima. Al Comune per la torre, alla Serpara per il giardino, alla cantina per la degustazione, al ristorante per il tavolo. Questo è un paese che accoglie bene chi si annuncia e che, semplicemente, non è organizzato per chi arriva all’improvviso. Fatelo, e vi porterete a casa una giornata piena. Non fatelo, e vi resterà il ricordo di una bella vista e di tre cancelli chiusi.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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