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Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 — la grande mostra al MAXXI

In breve. Il MAXXI, museo nazionale delle arti del XXI secolo e sede storica della collezione pubblica di architettura italiana, dedica una grande mostra a ottant'anni di progetto: Vitalità dell'architettura italiana 1946-2026, aperta al pubblico…

Il MAXXI, museo nazionale delle arti del XXI secolo e sede storica della collezione pubblica di architettura italiana, dedica una grande mostra a ottant'anni di progetto: Vitalità dell'architettura italiana 1946-2026, aperta al pubblico dal 29 maggio al 15 novembre 2026 negli spazi della Galleria KME. Disegni, modelli, fotografie, documenti d'archivio, interviste filmate e installazioni compongono un racconto lungo tre generazioni, che parte dalle macerie della guerra e arriva agli studi che oggi rappresentano l'Italia nei concorsi internazionali.

La curatela è affidata a Pippo Ciorra ed Elena Tinacci, che lavorano da anni sulle collezioni di architettura del museo. Il taglio non è quello della rassegna celebrativa: la mostra mette in fila ciò che l'architettura ha effettivamente costruito in Italia dal 1946 in poi, cioè case popolari, scuole, chiese, stadi, uffici, ponti, quartieri interi, e prova a spiegare perché alcune di quelle scelte hanno tenuto e altre no. Chi arriva senza formazione specifica trova comunque un percorso leggibile, perché il filo conduttore è il Paese, non la disciplina.

La sede aggiunge un significato che nessun altro spazio avrebbe potuto dare. Il MAXXI si trova in Via Guido Reni 4A, nel quartiere Flaminio, dentro l'edificio progettato da Zaha Hadid e inaugurato nel 2010: una delle opere che hanno definito l'idea stessa di architettura contemporanea in Italia, e un edificio che una mostra sull'architettura italiana non può ignorare, visto che ne è parte. Il museo è chiuso il lunedì e apre dal martedì alla domenica dalle 11 alle 19; il biglietto d'ingresso vale per tutte le mostre in corso nello stesso periodo.

A settembre 2026 la mostra risulta in corso, con circa due mesi di programmazione ancora davanti. Chi organizza una visita ha quindi margine, ma conviene sapere che nelle ultime settimane le grandi mostre del MAXXI si affollano parecchio, soprattutto nei fine settimana e nei giorni di ingresso agevolato.

Che cos'è la mostra sull'architettura italiana al MAXXI e dove si tiene

Il titolo mette due date agli estremi, 1946 e 2026, e dentro ci fa stare ottant'anni. Il 1946 è l'anno del referendum istituzionale e della nascita della Repubblica, ed è anche l'anno in cui Mario Ridolfi e i suoi collaboratori pubblicano il Manuale dell'architetto, il volume che mise in mano ai progettisti italiani un repertorio di soluzioni costruttive pensate per un Paese che doveva ricostruire in fretta e con poco. Partire da lì significa dire che l'architettura italiana del dopoguerra nasce come questione pratica prima che come questione di stile.

Galleria sospesa all'interno del MAXXI
La galleria sospesa del MAXXI, esempio di architettura italiana contemporanea. Foto di Beatrice, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Il 2026 è il presente, cioè il momento in cui la mostra viene allestita. Il percorso arriva fino agli studi attivi oggi e alle proposte delle generazioni più giovani, senza chiudere il discorso con una conclusione. Questa scelta si vede nell'allestimento: l'ultima sezione non è un epilogo ma un cantiere aperto, con progetti che in molti casi non sono ancora stati realizzati.

La Galleria KME e la collocazione dentro il museo

La mostra occupa la Galleria KME, uno degli spazi espositivi del MAXXI. Chi conosce il museo sa che le gallerie di Hadid non sono sale rettangolari neutre: sono nastri che si curvano, si sovrappongono, cambiano quota, e ogni allestimento deve fare i conti con pareti che non stanno ferme. In una mostra di architettura questo diventa un tema in sé, perché il contenitore discute con il contenuto invece di limitarsi a ospitarlo.

All'ingresso del museo il personale indica il percorso; conviene comunque chiedere al banco informazioni, perché il MAXXI tiene aperte più mostre in contemporanea e la segnaletica interna richiede un momento di orientamento. Il biglietto unico consente di passare da una all'altra senza code aggiuntive, il che rende sensato dedicare alla visita una mezza giornata piuttosto che un'ora.

A chi si rivolge il percorso

Tre pubblici diversi trovano qualcosa. Chi studia o pratica architettura ci va per i materiali d'archivio, che in gran parte provengono dalle collezioni del museo e che raramente escono dai depositi. Chi si occupa di storia italiana ci trova una lettura del Novecento fatta attraverso gli edifici, che è un punto di vista poco frequentato nei manuali scolastici. Chi semplicemente vive in una città italiana ci riconosce il proprio quartiere, perché le tipologie esposte, la palazzina, il condominio con i ballatoi, la scuola a padiglioni, il centro commerciale di prima generazione, sono esattamente quelle che compongono la periferia in cui abita.

Il livello di lettura richiesto resta accessibile. I pannelli spiegano i contesti senza dare per scontato il vocabolario tecnico, e le interviste filmate funzionano da porta d'ingresso per chi preferisce ascoltare invece di leggere. Un adolescente curioso regge il percorso senza difficoltà; un bambino piccolo probabilmente no, e per lui il museo offre altre proposte.

L'architettura italiana dal dopoguerra a oggi

Per capire che cosa la mostra racconta conviene avere in testa la sequenza delle stagioni. Non serve una cronologia da esame: bastano cinque momenti, ciascuno con un problema diverso da risolvere.

1946-1955: ricostruire, e ricostruire in fretta

L'Italia esce dalla guerra con un patrimonio edilizio devastato e con milioni di persone senza casa. La risposta pubblica arriva nel 1949 con il piano INA-Casa, promosso da Amintore Fanfani, che per quattordici anni finanzia la costruzione di alloggi popolari in tutto il Paese usando il lavoro come leva anticiclica: si costruisce anche per dare occupazione, non solo per dare case. È probabilmente il programma edilizio pubblico più esteso della storia italiana.

Sul piano del progetto, quella stagione produce una scelta di campo precisa. Invece di adottare il linguaggio astratto e ripetitivo del razionalismo internazionale, molti architetti italiani cercano un rapporto con la tradizione costruttiva locale: tetti a falde, mattoni a vista, logge, corti, misure domestiche. Il quartiere Tiburtino a Roma, realizzato tra il 1949 e il 1954 su impostazione di Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi con un gruppo numeroso di collaboratori, diventa il manifesto di questo atteggiamento, che la critica dell'epoca battezzò neorealismo architettonico per analogia con il cinema di quegli anni.

La scelta fu discussa già allora e lo è ancora. C'è chi la legge come un atto di intelligenza sociale, cioè come il tentativo di dare ai nuovi abitanti un ambiente riconoscibile invece di una macchina per abitare; c'è chi la legge come una rinuncia alla modernità, una retromarcia travestita da radicamento. La mostra non chiude la questione, ma mette in vista i documenti che permettono di farsi un'idea.

1955-1965: il boom, la tecnica, i maestri

Con il miracolo economico cambia la scala. L'Italia costruisce infrastrutture, autostrade, impianti sportivi, sedi direzionali, e lo fa con una competenza strutturale che in quegli anni non ha molti pari in Europa. La figura chiave è Pier Luigi Nervi, ingegnere prima che architetto, che porta il cemento armato a un livello di raffinatezza in cui la struttura coincide con la forma. Il Palazzetto dello Sport di Roma, realizzato nel 1957 con Annibale Vitellozzi, e il Palazzo dello Sport all'EUR restano le sue opere romane più note, insieme allo Stadio Flaminio, costruito alla fine degli anni Cinquanta con il figlio Antonio a pochi passi da dove oggi sorge il MAXXI.

Nello stesso periodo Gio Ponti, con la consulenza strutturale dello stesso Nervi, realizza a Milano il grattacielo Pirelli, completato all'inizio degli anni Sessanta: un edificio alto con una pianta affusolata che rompe con la sagoma prismatica dei grattacieli americani. Sempre a Milano lo studio BBPR, formato da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers, costruisce la Torre Velasca, con quel corpo superiore aggettante che cita senza copiare i torrioni medievali lombardi e che provocò reazioni molto dure fuori dall'Italia.

A Roma, Luigi Moretti firma in quegli anni edifici residenziali di grande controllo formale, tra cui la palazzina di Viale Bruno Buozzi nota come Casa del Girasole, considerata uno dei punti più alti della palazzina romana come tipo edilizio. Adalberto Libera lavora sull'abitazione a bassa densità nel quartiere Tuscolano. Carlo Scarpa, in tutt'altra direzione, costruisce la propria opera lavorando sul dettaglio, sul restauro e sull'innesto del nuovo nell'antico, con il museo di Castelvecchio a Verona e la tomba Brion a San Vito d'Altivole come riferimenti costanti per chi studia architettura ancora oggi.

C'è poi Giovanni Michelucci, che con la chiesa di San Giovanni Battista sull'Autostrada del Sole, completata a metà degli anni Sessanta, dimostra che un edificio sacro poteva avere una forma libera senza smettere di essere comprensibile. E c'è Riccardo Morandi, ingegnere che in quegli stessi anni porta le strutture in cemento armato precompresso a luci che sembravano impossibili, con una parabola professionale che la storia successiva ha reso amara.

1965-1980: la critica, la Tendenza, la radicalità

La generazione successiva rompe con l'ottimismo tecnico del boom. Nel 1966 Aldo Rossi pubblica L'architettura della città, un libro che sposta l'attenzione dall'edificio singolo alla forma urbana e alla permanenza dei tipi. Da quel testo nasce la corrente che verrà chiamata Tendenza, con un vocabolario di forme elementari, geometrie chiare, memoria collettiva. Rossi costruisce a Milano il complesso residenziale del Gallaratese, e nel 1979 realizza per Venezia il Teatro del Mondo, una struttura galleggiante in legno e acciaio che arriva in Bacino San Marco via acqua e poi viene smontata: un'opera durata pochi mesi e diventata immagine simbolo.

In parallelo, a Firenze, gruppi come Superstudio e Archizoom praticano quella che verrà chiamata architettura radicale. Non costruiscono quasi nulla e non è un caso: producono immagini, collage, fotomontaggi, oggetti, progetti volutamente impossibili con cui criticano il consumo, la crescita infinita e l'idea stessa di progetto come servizio al mercato. Il Monumento Continuo di Superstudio, una griglia che avvolge il pianeta, resta uno dei documenti visivi più citati del design italiano del Novecento. Le carte di Superstudio fanno parte delle collezioni del MAXXI.

Sono anche gli anni in cui l'edilizia pubblica italiana tenta le sue operazioni più ambiziose e più problematiche: grandi complessi residenziali concepiti come pezzi di città autosufficienti, che in molti casi vennero consegnati senza i servizi previsti e che oggi occupano un posto scomodo nel dibattito, tra valore architettonico riconosciuto e fallimento sociale evidente. Anche questo capitolo fa parte della storia che la mostra attraversa.

1980-2000: il postmoderno e l'apertura internazionale

Nel 1980 la Biennale di Venezia ospita la prima Mostra Internazionale di Architettura, diretta da Paolo Portoghesi, con la celebre Strada Novissima costruita alle Corderie dell'Arsenale: una via di facciate progettate ciascuna da un architetto diverso, che rese visibile a tutti il cambio di clima verso il postmoderno. Da quel momento la Biennale Architettura diventa un appuntamento fisso e l'Italia torna a essere un luogo di discussione internazionale sulla disciplina.

Nello stesso periodo Renzo Piano, che con Richard Rogers aveva vinto alla fine degli anni Sessanta il concorso per il Centre Pompidou di Parigi, consolida una carriera costruita quasi per intero all'estero. È un dato che vale la pena notare: molti degli architetti italiani più riconosciuti del tardo Novecento hanno lavorato più fuori che dentro i confini nazionali, e quando sono rientrati lo hanno fatto su commesse pubbliche di grande scala ottenute per concorso.

Dal 2000 a oggi: concorsi, riuso, sostenibilità

Gli ultimi venticinque anni hanno una geografia diversa. Le grandi opere culturali arrivano per concorso internazionale, spesso vinte da studi stranieri: il MAXXI stesso ne è l'esempio. Renzo Piano realizza a Roma l'Auditorium Parco della Musica, aperto nei primi anni Duemila a poche centinaia di metri dal museo. Massimiliano Fuksas costruisce a Roma il centro congressi dell'EUR con la struttura sospesa che tutti chiamano la Nuvola. Stefano Boeri firma a Milano il Bosco Verticale, completato a metà degli anni Dieci, che ha reso popolare in tutto il mondo l'idea di facciata piantumata.

Accanto a questi nomi, però, la parte più interessante della produzione recente riguarda studi di dimensione media che lavorano su temi meno spettacolari: riuso di edifici esistenti, scuole, spazi pubblici in contesti minori, interventi in territori di montagna o in aree interne. Diversi di questi studi compaiono nella sezione contemporanea della mostra, e questo è il segnale più chiaro dell'impostazione data dai curatori: il presente dell'architettura italiana si gioca sulla qualità diffusa, non sul monumento isolato.

Che cosa si vede in mostra

Il percorso è organizzato in blocchi successivi, ciascuno con un registro espositivo diverso. Nell'ordine si incontrano una sezione di voci, un'installazione dedicata a un'opera specifica, una parte documentaria costruita sugli archivi, una rassegna di studi contemporanei e una sezione sulle generazioni emergenti.

Le interviste ai protagonisti

La mostra si apre con una serie di interviste filmate ad architetti italiani di fama internazionale, tra cui Stefano Boeri, Massimiliano Fuksas e Renzo Piano. È una scelta che funziona meglio di quanto si potrebbe temere, perché mette subito il visitatore davanti a persone che parlano di scelte concrete invece che davanti a pannelli teorici. Chi ha poco tempo può guardarne una sola e passare oltre; chi si siede rischia di restare parecchio, perché la qualità del materiale è quella delle conversazioni lunghe, non delle dichiarazioni promozionali.

La posizione in apertura ha anche un valore di metodo. Prima di mostrare disegni e modelli, la mostra fa dire ad alcuni protagonisti che cosa significhi progettare in Italia, con i vincoli normativi, i tempi delle amministrazioni, il peso del patrimonio storico. Chi arriva convinto che l'architettura sia soprattutto una questione di forma esce da questa prima sala con un'idea più articolata.

L'omaggio al Monumento dei BBPR

Subito dopo si incontra un'installazione dedicata al Monumento alle vittime dei campi di concentramento nazisti dello Studio BBPR, reinterpretato per l'occasione da Matilde Cassani. La scelta di aprire il racconto con quest'opera non è decorativa. Il monumento dei BBPR è una struttura reticolare essenziale, quasi immateriale, e nasce da una vicenda personale: Gian Luigi Banfi, uno dei quattro soci, morì in un campo di concentramento nel 1945, e Lodovico Barbiano di Belgiojoso vi era stato deportato.

Mettere questo lavoro all'inizio di una mostra che parte dal 1946 significa dichiarare da dove viene la Repubblica e da dove viene l'architettura che la Repubblica ha costruito. La reinterpretazione affidata a Matilde Cassani porta il tema nel presente con un linguaggio contemporaneo, evitando sia la retorica commemorativa sia la neutralità da vetrina.

Gli archivi e i temi del secondo Novecento

Il cuore documentario della mostra è la sezione costruita sui materiali d'archivio. Qui compaiono disegni originali, tavole di concorso, plastici di studio, fotografie di cantiere, corrispondenza. È la parte che richiede più tempo e più attenzione, e anche quella che ripaga di più, perché mostra il progetto nel suo stato di lavorazione invece che nella versione levigata delle pubblicazioni.

I temi attraversati sono quelli che hanno attraversato il Paese: la casa, la scuola, il luogo di culto, il lavoro, lo sport, l'infrastruttura, il tempo libero. Ogni tema mette in fila progetti di epoche diverse e permette di leggere per confronto. Vedere accostate una scuola degli anni Cinquanta e una scuola di oggi dice più di molti saggi sul cambiamento della pedagogia e delle norme di sicurezza.

Un avvertimento utile: i disegni originali sono esposti con livelli di illuminazione bassi, come impone la conservazione della carta. Chi ha difficoltà di vista faccia richiesta al banco informazioni, dove risultano disponibili dispositivi di ingrandimento.

Gli otto studi contemporanei

La sezione dedicata al presente presenta il lavoro di otto studi italiani riconosciuti a livello internazionale: DEMOGO, MoDus Architects, Giulia De Appolonia, Francesca Torzo, Studio Labics, Barozzi Veiga, ELASTICO Farm e Kuehn Malvezzi. La selezione dice molto sull'impostazione dei curatori: non è la lista dei nomi più visibili sui giornali, è la lista di chi ha costruito edifici che la critica internazionale discute.

Vale la pena notare la geografia. Diversi di questi studi lavorano lontano dai grandi centri, in aree alpine, in province, in contesti dove la committenza è pubblica e i budget sono contenuti. Altri hanno base all'estero o lavorano prevalentemente fuori dall'Italia. È una fotografia realistica di come funziona oggi la professione: la qualità si concentra dove ci sono concorsi seri e committenti capaci di leggere un progetto.

L'allestimento di questa parte alterna modelli fisici, fotografie di grande formato e disegni tecnici. Chi non ha dimestichezza con le piante e le sezioni può concentrarsi sui modelli, che restituiscono immediatamente il rapporto tra edificio e contesto.

NXT 2026 e i progetti emergenti

L'ultima sezione è dedicata al programma NXT 2026, con cui il museo segue le generazioni più giovani. In mostra si trova il progetto vincitore, intitolato Rubato, firmato da HPO, insieme alle quattro proposte finaliste. È la parte più breve del percorso e anche la più aperta, perché espone lavori che in gran parte devono ancora misurarsi con la realizzazione.

Chiudere così ha un senso preciso. Dopo ottant'anni di opere costruite, la mostra lascia l'ultima parola a progetti che non esistono ancora. Chi visita con studenti trova qui il materiale di discussione più utile, perché si vede il processo di selezione, i criteri, le alternative scartate.

Il MAXXI come sede: l'edificio di Zaha Hadid al Flaminio

Difficile parlare di architettura italiana contemporanea in un edificio che ne è diventato uno dei riferimenti. Il MAXXI occupa l'area di una ex caserma militare nel quartiere Flaminio, in Via Guido Reni, e nasce da un concorso internazionale bandito alla fine degli anni Novanta. Lo vinse Zaha Hadid, architetta di origine irachena con studio a Londra, con un progetto che rinunciava all'idea di museo come sequenza di sale.

Un edificio che scorre invece di fermarsi

L'impianto è fatto di nastri: corpi allungati che si intrecciano, si sovrappongono, escono a sbalzo sopra la piazza e rientrano. Non c'è una sala principale né una gerarchia chiara tra gli spazi. Il visitatore attraversa il museo seguendo percorsi che si biforcano, e le scale nere sospese nell'atrio, ormai riconoscibili in qualsiasi fotografia del museo, sono il dispositivo che tiene insieme il tutto.

Il risultato divide da sempre. Per una parte della critica è uno degli edifici pubblici più riusciti costruiti in Italia negli ultimi decenni, capace di dare a Roma un pezzo di contemporaneità senza mimetizzarsi. Per un'altra parte è un contenitore difficile, perché le pareti curve e le rampe complicano il lavoro di chi deve allestire una mostra e a volte competono con le opere. Entrambe le posizioni hanno argomenti solidi, e chi visita il museo può verificarle di persona.

L'edificio è stato inaugurato nel 2010. Zaha Hadid è morta nel 2016, e il MAXXI resta la sua opera italiana più importante. Vale la pena guardarlo anche da fuori, perché il rapporto con il tessuto del Flaminio, fatto di palazzine e di isolati regolari, si capisce solo camminando lungo Via Guido Reni.

La piazza e gli spazi esterni

Davanti al museo si apre una piazza pubblica accessibile anche senza biglietto, con il grande sbalzo dell'edificio che fa ombra in una parte della giornata. Nella stagione calda il museo la usa per la propria programmazione all'aperto, con proiezioni e concerti serali. Anche fuori dai periodi di programmazione la piazza funziona come spazio di quartiere, con panchine e passaggio continuo.

Il bookshop del museo è tra i più forniti di Roma sul fronte dell'editoria di architettura e design, e resta accessibile senza biglietto. Per chi visita una mostra come questa è una tappa quasi obbligata, perché molti dei materiali esposti hanno una bibliografia consistente alle spalle.

Il Centro Archivi di architettura del MAXXI

La mostra attinge a una risorsa che pochi visitatori conoscono: il Centro Archivi di Architettura del museo, cioè la struttura che conserva e rende consultabili i fondi archivistici degli architetti italiani. È una delle raccolte più consistenti d'Europa nel suo genere, e la sua esistenza è la ragione per cui questa mostra può essere costruita su materiali originali invece che su riproduzioni.

Che cosa conserva

I numeri dichiarati dal museo parlano di oltre sessantamila tra disegni e progetti e di circa settantacinquemila fotografie, a cui si aggiungono modelli, lettere, documenti, sculture, tempere, film documentari, volumi e periodici. Tra i fondi conservati figurano quelli di Aldo Rossi, Carlo Scarpa, Pier Luigi Nervi e Superstudio, oltre a numerosi altri archivi del Novecento e del nuovo secolo.

Un archivio di architettura è una cosa diversa da un archivio di disegni. Contiene il percorso completo di un progetto: gli schizzi iniziali, le varianti scartate, i calcoli, la corrispondenza con i committenti, le fotografie di cantiere, le pratiche amministrative. È il materiale che permette di capire perché un edificio è venuto così e non in un altro modo, e nella maggior parte dei casi resta invisibile al pubblico.

Come si consulta

La sala studio del Centro Archivi risulta aperta al pubblico su appuntamento il martedì, il mercoledì e il giovedì dalle 11 alle 16, con prenotazione da concordare in anticipo; per i gruppi il museo indica un preavviso di almeno una settimana. Il centro fornisce riproduzioni digitali di documenti e disegni, cataloghi online delle collezioni e assistenza alla ricerca, e aderisce alla rete AAA/Italia degli archivi di architettura italiani. Il contatto indicato è centro.archivi@fondazionemaxxi.it, con recapito telefonico dedicato.

Per chi scrive una tesi, prepara una pubblicazione o lavora su un restauro del secondo Novecento, questa è probabilmente la porta d'accesso più diretta che esista in Italia. La visita alla mostra e una richiesta di consultazione sono due cose diverse, ma la prima aiuta parecchio a capire che cosa chiedere alla seconda.

Biglietti, orari e come arrivare al MAXXI

Orari di apertura

Il museo osserva il seguente orario: dal martedì alla domenica, dalle 11 alle 19, con chiusura il lunedì. L'ultimo ingresso avviene di norma prima dell'orario di chiusura, quindi presentarsi alle 18.45 significa avere pochissimo tempo a disposizione. Per una mostra di questa densità documentaria non ha senso entrare nell'ultima ora.

Nei periodi festivi e nelle giornate particolari gli orari possono variare, e lo stesso vale per eventuali aperture serali straordinarie legate alla programmazione estiva. La verifica sul sito ufficiale del museo prima di mettersi in strada resta la mossa più sensata, soprattutto per chi arriva da fuori Roma.

Prezzi dei biglietti

Le tariffe indicate dal museo prevedono un biglietto intero a 15 euro in biglietteria e 14 euro online, e un ridotto a 12 euro in biglietteria e 11 euro online. L'ingresso risulta gratuito per gli under 18, per i titolari di alcune tessere e per determinate categorie. Le condizioni esatte delle riduzioni e delle gratuità sono elencate sul sito ufficiale e conviene controllarle prima, perché cambiano nel tempo.

Il punto importante per chi pianifica: il biglietto del MAXXI vale per tutte le mostre aperte nel momento della visita, non per una sola. Nel 2026 il museo ha tenuto in programmazione più esposizioni contemporaneamente, e questo cambia radicalmente il calcolo del rapporto tra prezzo e tempo. Chi entra per la mostra sull'architettura può trovare in corso anche altri percorsi compresi nello stesso biglietto.

L'acquisto online conviene per due ragioni: costa un euro in meno e riduce l'attesa in biglietteria, che nei fine settimana pomeridiani può allungarsi. Chi ha diritto a una riduzione porti con sé il documento che la certifica, perché in cassa viene richiesto.

Come arrivare

L'indirizzo è Via Guido Reni 4A, quartiere Flaminio. Il collegamento più comodo con il centro è il tram 2, che parte da Piazzale Flaminio, a pochi passi dalla stazione della metropolitana linea A, e ferma nelle vicinanze del museo dopo poche fermate. Dalla fermata alla biglietteria si cammina qualche minuto.

In alternativa la zona è servita da diverse linee di autobus che collegano il Flaminio con il centro e con Piazza Mancini. Chi arriva in treno alla stazione Roma Termini impiega complessivamente una quarantina di minuti tra metropolitana e tram, salvo imprevisti.

Chi arriva in auto trova nel quartiere una situazione di parcheggio non semplice, con sosta a pagamento e disponibilità limitata nelle ore centrali. Nelle giornate di eventi all'Auditorium Parco della Musica o di partite al Foro Italico la zona si congestiona parecchio, e il mezzo pubblico diventa l'unica scelta ragionevole. Il museo dispone di posti riservati per persone con disabilità, di cui si parla più avanti.

Quanto tempo mettere in conto

Per la sola mostra sull'architettura italiana una visita attenta richiede circa novanta minuti. Chi guarda anche le interviste filmate per intero arriva tranquillamente a due ore. Chi vuole approfittare del biglietto unico e vedere le altre mostre in corso metta in conto una mezza giornata piena, con una pausa al bar interno o in uno dei locali della zona.

Il momento migliore per evitare la folla è il martedì o il mercoledì mattina appena dopo l'apertura. Il sabato pomeriggio e la domenica pomeriggio sono le fasce più affollate, e in una mostra fatta di documenti da leggere l'affollamento pesa più che in una mostra di grandi dipinti.

Accessibilità del museo

Il MAXXI offre una dotazione di servizi per l'accessibilità piuttosto articolata, e vale la pena conoscerla in anticipo perché una parte richiede prenotazione.

Accesso fisico

L'edificio dispone di servizi igienici attrezzati su ogni piano e di ascensori, con un ascensore dedicato per raggiungere la Galleria 5. Il museo mette a disposizione quattro sedie a rotelle, due delle quali prenotabili telefonicamente in anticipo. All'esterno risultano disponibili due posti auto riservati, con sosta limitata a due ore. I cani guida sono ammessi.

Sono disponibili inoltre sgabelli portatili, utili in un percorso lungo con molti pannelli da leggere in piedi, e fasciatoi su ogni piano per chi visita con bambini piccoli. La connessione WiFi è gratuita.

Strumenti per disabilità sensoriali e cognitive

Il museo rende scaricabili materiali pensati per preparare e accompagnare la visita: guide in linguaggio semplificato secondo il criterio della lettura facilitata, guide in CAA, cioè comunicazione aumentativa e alternativa, con simboli pittografici, storie sociali per prepararsi alla visita e schede di comunicazione visiva per chi si orienta senza usare la parola.

Sul fronte della collezione risultano disponibili video guide in italiano e nella lingua dei segni internazionale, audiodescrizioni per persone cieche e descrizioni delle opere in versione facilitata e in CAA. Al banco informazioni si trovano dispositivi di ingrandimento, particolarmente utili in una mostra con molti disegni tecnici di piccolo formato.

Ingressi gratuiti

Le persone con disabilità e un accompagnatore hanno diritto all'ingresso gratuito presentando la Carta europea della disabilità oppure la documentazione che attesta la condizione. Le modalità operative sono indicate dal museo e conviene verificarle prima della visita, in particolare per i gruppi.

Che cosa si trova intorno al MAXXI e nel quartiere Flaminio

Il Flaminio è uno dei quartieri più interessanti di Roma per chi guarda l'architettura, e una visita a questa mostra diventa più ricca se la si accompagna con una camminata nei dintorni. Nel raggio di venti minuti a piedi si trovano alcune opere che la mostra stessa racconta.

Le architetture del Novecento a due passi

Lo Stadio Flaminio di Pier Luigi Nervi, costruito alla fine degli anni Cinquanta, si trova a breve distanza dal museo. L'impianto versa da tempo in condizioni di abbandono e non è visitabile all'interno, ma la struttura in cemento armato si legge dall'esterno e vale la deviazione per chi ha visto in mostra i disegni di Nervi. Poco oltre, verso Villa Glori, si incontra il Palazzetto dello Sport, con la cupola nervata realizzata nel 1957: uno degli edifici sportivi più eleganti mai costruiti in Italia.

Nella stessa area si trova il Villaggio Olimpico, il quartiere residenziale realizzato per le Olimpiadi di Roma del 1960 e poi convertito ad abitazioni, con le palazzine su pilotis e i percorsi pedonali sotto gli edifici. È un esempio raro in Italia di quartiere moderno progettato unitariamente e ancora oggi funzionante come tessuto urbano.

Musica, sport e ponti

L'Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano, con le tre sale a scafo rivestite in piombo e la cavea all'aperto, si raggiunge in pochi minuti a piedi. Dall'altra parte del Tevere il Foro Italico conserva il complesso sportivo degli anni Trenta, con lo Stadio dei Marmi e i mosaici del viale: un confronto istruttivo tra due modi opposti di intendere l'architettura pubblica italiana.

Risalendo il fiume si arriva a Ponte Milvio, il ponte antico su cui si combatté la battaglia del 312 tra Costantino e Massenzio, oggi punto di ritrovo serale del quartiere. Il Ponte della Musica, più recente, collega direttamente la sponda del Flaminio con quella del Foro Italico ed è riservato a pedoni e ciclisti.

Altri musei nelle vicinanze

Per chi vuole costruire una giornata intera, La Galleria Nazionale a Valle Giulia conserva la maggiore raccolta italiana di arte dell'Ottocento e del Novecento, e si raggiunge attraversando Villa Borghese. Villa Borghese stessa offre il modo più piacevole di spostarsi tra il Flaminio e i Parioli a piedi. Chi visita con bambini piccoli trova poco lontano Explora, il museo dei bambini di Roma, che risolve bene il pomeriggio di chi non regge un percorso documentario.

Dentro lo stesso MAXXI il biglietto unico consente di vedere le altre mostre in programmazione: nel corso del 2026 il museo ha ospitato anche la mostra dedicata ad Andrea Pazienza e altri percorsi espositivi, tra cui Tragicomica, dedicata all'arte italiana dal secondo Novecento a oggi. Chi si interessa di architettura può poi guardare la programmazione della Casa dell'Architettura all'Acquario Romano, che ospita regolarmente mostre e incontri sulla disciplina.

Una curiosità su Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 — la grande mostra al MAXXI

Una mostra sull'architettura ci si aspetta che cominci da un edificio. Questa comincia da due cose che edifici non sono: una serie di interviste filmate e un monumento dedicato alle vittime dei campi di concentramento nazisti. L'opera in questione, firmata dallo Studio BBPR, viene riproposta al pubblico attraverso la reinterpretazione di Matilde Cassani, e occupa la posizione che in una mostra celebrativa sarebbe stata riservata al progetto più fotogenico.

La ragione di questa scelta diventa chiara appena si conosce la vicenda dello studio milanese. I BBPR erano quattro soci, e le iniziali del nome sono le loro: Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rogers. Gian Luigi Banfi morì in campo di concentramento nel 1945; Lodovico Barbiano di Belgiojoso vi era stato deportato e tornò. Il monumento che progettarono dopo la guerra è una gabbia reticolare quasi trasparente, costruita con elementi sottili e senza massa: l'esatto contrario della retorica monumentale che l'Italia aveva prodotto nei vent'anni precedenti.

Mettere quest'opera in apertura di un percorso che parte dal 1946 significa dire una cosa precisa: l'architettura italiana della Repubblica nasce dopo una frattura, e i suoi protagonisti quella frattura l'hanno attraversata di persona. Chi entra sapendolo legge tutto il resto della mostra con un'altra attenzione, comprese le sezioni sul boom economico e sui quartieri popolari, che a quel punto smettono di sembrare semplice storia dell'edilizia.

C'è un secondo elemento curioso, di tutt'altro registro. Il museo che ospita la mostra è stato progettato da un'architetta che italiana non era, e questo in un racconto sull'architettura italiana crea un cortocircuito voluto. Il MAXXI è nato da un concorso internazionale, e il fatto che l'edificio più rappresentativo dell'architettura contemporanea a Roma porti la firma di Zaha Hadid dice qualcosa sul modo in cui l'Italia ha gestito le proprie committenze pubbliche negli ultimi trent'anni. La mostra non lo tematizza esplicitamente, ma il visitatore lo percepisce camminando.

Una cosa che non ti dice nessuno su Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 — la grande mostra al MAXXI

Il materiale esposto non arriva in prestito da chissà dove. Gran parte dei disegni, dei modelli e delle fotografie proviene dal Centro Archivi di Architettura del museo stesso, cioè da una raccolta che il MAXXI conserva in modo permanente e che, fuori dai periodi di mostra, resta chiusa nei depositi. La conseguenza pratica è che questi materiali non si vedono spesso, e che rivederli richiederà di aspettare la prossima occasione espositiva.

C'è però una strada alternativa che quasi nessun visitatore conosce: la sala studio del Centro Archivi è aperta al pubblico su appuntamento, e non solo agli studiosi accreditati. Il museo indica l'apertura il martedì, il mercoledì e il giovedì dalle 11 alle 16, con prenotazione da concordare e un preavviso di almeno una settimana per i gruppi. Chi esce dalla mostra con una domanda precisa su un progetto può scrivere e chiedere di consultare il fondo relativo, invece di accontentarsi del pannello.

Il secondo elemento poco noto riguarda il biglietto. L'ingresso al MAXXI non è legato a una singola mostra: copre tutto quello che il museo tiene aperto in quel momento. Nel corso del 2026 la programmazione ha previsto più esposizioni contemporaneamente, e chi entra pensando di vedere soltanto il percorso sull'architettura si ritrova con un valore molto superiore a quello che aveva messo in conto. Vale la pena informarsi su che cosa sia in corso prima di decidere quanto tempo dedicare alla visita.

Il terzo elemento riguarda la luce. I disegni originali su carta vengono esposti con illuminazione bassa, perché la carta e gli inchiostri si degradano con l'esposizione prolungata. Questo rende alcune vetrine faticose da leggere, soprattutto per chi porta occhiali da lettura e non li ha con sé. Al banco informazioni il museo mette a disposizione dispositivi di ingrandimento, che nessuno segnala e che praticamente nessuno chiede.

Infine, un dettaglio sui contenuti. La sezione dedicata agli studi contemporanei non presenta i nomi più noti al grande pubblico, ma studi di dimensione media che lavorano spesso su commesse pubbliche in territori periferici. Chi entra aspettandosi una galleria di grattacieli e musei firmati resterà sorpreso, e la sorpresa è il punto: la scelta curatoriale dice che il livello dell'architettura italiana oggi si misura su una scuola in provincia, non su un'icona in centro città.

Il consiglio che ti do per visitare Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 — la grande mostra al MAXXI

Primo consiglio, banale ma decisivo: acquistare il biglietto online. Costa un euro in meno e soprattutto evita la coda in biglietteria, che nei pomeriggi del fine settimana diventa lunga. Il MAXXI è un museo molto frequentato e la biglietteria si trova in un atrio che nei momenti di punta si affolla parecchio.

Secondo consiglio: scegliere il martedì o il mercoledì mattina, appena dopo l'apertura delle 11. Una mostra costruita su documenti richiede di leggere, e leggere in mezzo alla folla non funziona. Nelle prime due ore di una giornata infrasettimanale le vetrine restano libere e ci si può fermare davanti a un disegno il tempo necessario.

Terzo consiglio, che vale soprattutto per chi ha meno di un'ora: percorrere la mostra al contrario. La sezione finale sugli studi contemporanei e sui progetti emergenti è quella che si capisce più in fretta, perché i modelli e le fotografie di grande formato comunicano immediatamente. La parte documentaria sul secondo Novecento richiede più tempo e premia chi è riposato. Chi entra con poco tempo e comincia dall'inizio rischia di arrivare stanco proprio dove il materiale è più denso.

Quarto consiglio: sedersi davanti alle interviste. Sono la parte che la maggioranza dei visitatori attraversa camminando, e sono anche quella che rende comprensibile tutto il resto. Bastano dieci minuti su una di esse per capire come funzionano davvero i tempi, i vincoli e le trattative di un progetto italiano.

Quinto consiglio: non uscire dal museo senza aver fatto due passi nel quartiere. Il Flaminio, nel raggio di un quarto d'ora a piedi, contiene alcune delle opere che la mostra racconta. Vedere il Palazzetto dello Sport dopo aver guardato i disegni di Nervi cambia completamente la percezione di quella cupola nervata, che altrimenti sembra soltanto un edificio sportivo un po' datato.

Sesto consiglio, per chi visita con adolescenti o studenti: concentrarsi sulla sezione NXT, cioè quella dedicata ai progetti giovani. Vedere proposte non ancora costruite, con i criteri di selezione dichiarati e le alternative scartate accanto al vincitore, è il modo più efficace per far capire che l'architettura è un mestiere fatto di scelte e di confronti, non di ispirazioni individuali.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il quartiere che circonda il museo è uno dei luoghi in cui l'architettura italiana del Novecento si vede meglio in tutta Roma, e quasi nessuna guida lo dice. Il Flaminio, nell'area compresa tra Via Guido Reni, Viale Tiziano e il Tevere, concentra in pochi isolati opere che nei manuali occupano capitoli interi.

Lo Stadio Flaminio, realizzato da Pier Luigi Nervi con il figlio Antonio alla fine degli anni Cinquanta in vista delle Olimpiadi del 1960, si trova a breve distanza dal museo. L'impianto versa da tempo in stato di abbandono e non è visitabile all'interno, ma dall'esterno si legge ancora la logica costruttiva: le rampe elicoidali, le strutture in cemento armato lasciate a vista, l'assenza di rivestimenti decorativi. È un edificio che oggi è al centro di un dibattito pubblico sul suo recupero, e vederlo in quello stato subito dopo aver guardato i disegni originali di Nervi in mostra produce un effetto che nessun pannello potrebbe ottenere.

Poco oltre, verso Villa Glori, il Palazzetto dello Sport realizzato nel 1957 con Annibale Vitellozzi resta in uso e in buone condizioni. La cupola con le nervature a vista, ottenuta con elementi prefabbricati in ferrocemento, è uno degli oggetti più eleganti prodotti dall'ingegneria italiana del Novecento, e si apprezza meglio dall'esterno, guardando come i sostegni inclinati raccolgono le spinte.

Il Villaggio Olimpico completa il quadro. Costruito per ospitare gli atleti nel 1960 e poi trasformato in quartiere residenziale, è uno dei pochi esempi italiani di insediamento moderno progettato in modo unitario e rimasto abitabile e abitato. Le palazzine sollevate su pilotis liberano il piano terra e creano percorsi coperti continui; il verde non è un riempitivo ma la matrice su cui gli edifici si dispongono. Camminarci dentro costa venti minuti e spiega, meglio di qualunque testo, che cosa intendessero gli architetti di quella generazione quando parlavano di città aperta.

C'è poi il capitolo più recente. L'Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano, con le tre sale rivestite in piombo che dall'alto sembrano scarabei, ha cambiato la vita del quartiere all'inizio degli anni Duemila. Il MAXXI è arrivato pochi anni dopo. Nel giro di un decennio il Flaminio è passato da zona semiperiferica a distretto culturale, e questo passaggio è esattamente il tipo di fenomeno che la sezione contemporanea della mostra prende in esame quando parla del ruolo dell'architettura nelle trasformazioni urbane.

La foto giusta da fare a Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 — la grande mostra al MAXXI

Dentro le sale espositive la fotografia va gestita con prudenza. I disegni originali e i documenti d'archivio sono materiali fragili e le regole di sala vanno rispettate: niente flash, mai, e attenzione alle indicazioni del personale, che in alcune vetrine può chiedere di non fotografare affatto. Nessun disegno di Nervi vale una lampada al magnesio sparata addosso alla carta.

La foto che vale davvero la pena fare, comunque, non è dentro la mostra: è nell'atrio. Le scale nere sospese del MAXXI, con i corrimano che si incrociano nello spazio a tutta altezza e la luce che scende dalle coperture vetrate, sono l'immagine che identifica il museo in tutto il mondo. Il punto migliore si trova al livello inferiore, guardando verso l'alto, con l'inquadratura appoggiata su una delle diagonali delle rampe. La luce naturale della tarda mattinata funziona meglio di quella del pomeriggio.

La seconda inquadratura da cercare è all'esterno, sulla piazza davanti all'ingresso. Il corpo dell'edificio aggetta sopra lo spazio aperto e crea una linea orizzontale sospesa che taglia il cielo. Nelle ore che precedono il tramonto la luce radente mette in evidenza il cemento e l'ombra dello sbalzo disegna sul pavimento della piazza una figura netta. Da lì si ottiene anche il contrasto più interessante, con le palazzine ordinarie del Flaminio sullo sfondo.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

L'area su cui sorge il museo non è sempre stata culturale. Prima della trasformazione, questo settore del Flaminio ospitava strutture militari, e il passaggio da caserma a museo nazionale racconta in modo diretto che cosa sia successo a Roma nel passaggio tra Novecento e nuovo secolo: aree pubbliche dismesse, riconvertite a funzioni civili attraverso concorsi.

Il concorso internazionale per il nuovo museo delle arti del XXI secolo si tenne alla fine degli anni Novanta e fu vinto dallo studio di Zaha Hadid. Fu un passaggio significativo per almeno due ragioni. La prima è che si trattava di una delle poche grandi commesse pubbliche italiane assegnate per concorso internazionale aperto. La seconda è che Hadid, in quel momento, aveva costruito ancora relativamente poco rispetto alla quantità di progetti pubblicati, e il MAXXI divenne uno dei cantieri che ne consolidarono la carriera.

Il cantiere durò a lungo, tra difficoltà tecniche e vicende amministrative, e il museo aprì al pubblico nel 2010. L'inaugurazione fu un avvenimento seguito ben oltre il perimetro degli addetti ai lavori, perché per la prima volta da molto tempo Roma consegnava un edificio pubblico contemporaneo di scala rilevante.

Nel 2016 Zaha Hadid morì improvvisamente, e il MAXXI rimase la sua opera italiana più importante. Da quel momento l'edificio ha assunto anche una funzione commemorativa involontaria: chi lo visita oggi guarda un progetto che appartiene a una carriera conclusa, e questo cambia il modo in cui se ne discute.

Nel frattempo il museo ha costruito la propria identità attorno a una missione doppia, arte contemporanea e architettura, che in Italia non aveva precedenti istituzionali. La creazione del Centro Archivi di Architettura e l'acquisizione di fondi come quelli di Aldo Rossi, Carlo Scarpa, Pier Luigi Nervi e Superstudio hanno fatto del MAXXI il luogo in cui la memoria documentaria dell'architettura italiana del Novecento si è concentrata. Senza quelle acquisizioni, una mostra come quella dedicata agli ottant'anni di architettura italiana non sarebbe stata materialmente possibile.

Il quartiere, per parte sua, ha una storia di eventi che lo precede. Le Olimpiadi del 1960 lo trasformarono radicalmente, con la costruzione del Villaggio Olimpico, dello Stadio Flaminio e del Palazzetto dello Sport. L'apertura dell'Auditorium Parco della Musica all'inizio degli anni Duemila avviò la seconda trasformazione. Il MAXXI è arrivato come terzo atto di questa sequenza, e va letto dentro di essa.

Chi è passato da Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 — la grande mostra al MAXXI

La domanda ammette due risposte, e valgono entrambe.

La prima riguarda chi compare fisicamente nella mostra. Il percorso si apre con interviste filmate ad architetti italiani di rilievo internazionale, tra cui Stefano Boeri, Massimiliano Fuksas e Renzo Piano. Sono tre figure con traiettorie diversissime: Piano ha costruito quasi ovunque nel mondo a partire dal Centre Pompidou di Parigi, progettato con Richard Rogers alla fine degli anni Sessanta; Fuksas ha alternato lavoro internazionale e grandi opere italiane, tra cui il centro congressi dell'EUR a Roma; Boeri ha legato il proprio nome alla ricerca sul verde in facciata con il Bosco Verticale milanese. Ascoltarli uno dopo l'altro restituisce tre modi diversi di stare nella professione.

La seconda risposta riguarda chi è presente attraverso le carte. Nei fondi conservati dal museo e utilizzati per la mostra compaiono i nomi che hanno definito la disciplina in Italia: Aldo Rossi, il cui libro del 1966 ha cambiato il modo di guardare la città in mezza Europa; Carlo Scarpa, che ha insegnato a generazioni di progettisti come si innesta il nuovo nell'antico; Pier Luigi Nervi, l'ingegnere che ha dato all'Italia una reputazione internazionale in materia di strutture; Superstudio, il gruppo fiorentino che negli anni Sessanta e Settanta ha usato l'architettura come strumento di critica invece che come servizio.

Accanto a loro, il racconto attraversa figure che hanno segnato il dopoguerra italiano: Mario Ridolfi e Ludovico Quaroni con il quartiere Tiburtino, i BBPR con la Torre Velasca e con il monumento che apre la mostra, Gio Ponti con il grattacielo Pirelli, Luigi Moretti con le palazzine romane, Giovanni Michelucci con la chiesa dell'Autostrada del Sole, Adalberto Libera con il lavoro sull'abitazione a bassa densità. Sono nomi che chi ha studiato architettura riconosce subito e che chi non l'ha studiata incontra qui probabilmente per la prima volta.

Poi c'è il presente. La sezione contemporanea presenta otto studi italiani attivi oggi e riconosciuti a livello internazionale: DEMOGO, MoDus Architects, Giulia De Appolonia, Francesca Torzo, Studio Labics, Barozzi Veiga, ELASTICO Farm e Kuehn Malvezzi. E c'è il futuro, affidato al programma NXT 2026, con il progetto vincitore Rubato firmato da HPO e quattro proposte finaliste.

Infine c'è chi è passato da qui senza comparire in nessuna didascalia: Zaha Hadid, che l'edificio lo ha progettato e che a Roma è tornata molte volte durante il cantiere. La sua presenza è dappertutto, perché ogni parete curva davanti a cui si passa è una sua decisione.

Domande veloci

La mostra è ancora aperta?

Le date indicate dal museo vanno dal 29 maggio al 15 novembre 2026. A settembre 2026 la mostra risulta quindi in corso. Trattandosi di una programmazione lunga, conviene comunque una verifica sul sito ufficiale prima di mettersi in viaggio, perché le date di chiusura possono essere prorogate o anticipate.

Dove si tiene esattamente?

Negli spazi della Galleria KME del MAXXI, in Via Guido Reni 4A, quartiere Flaminio, Roma.

Chi ha curato la mostra?

La curatela è di Pippo Ciorra ed Elena Tinacci.

Quanto costa il biglietto?

Le tariffe indicate dal museo prevedono un intero a 15 euro in biglietteria e 14 euro online, e un ridotto a 12 euro in biglietteria e 11 euro online. L'ingresso risulta gratuito per gli under 18 e per alcune categorie specifiche.

Il biglietto vale solo per questa mostra?

No. Il biglietto del MAXXI dà accesso a tutte le mostre aperte nel giorno della visita. È il motivo per cui conviene informarsi in anticipo sulla programmazione complessiva.

Quali sono gli orari?

Il museo apre dal martedì alla domenica dalle 11 alle 19 e chiude il lunedì. L'ultimo ingresso avviene prima della chiusura, quindi non ha senso presentarsi nell'ultima mezz'ora.

Quanto tempo serve per visitarla?

Circa novanta minuti per la sola mostra sull'architettura, due ore per chi guarda anche le interviste filmate. Chi vuole vedere tutte le mostre comprese nel biglietto metta in conto mezza giornata.

Come ci si arriva con i mezzi pubblici?

Il collegamento più comodo è il tram 2 da Piazzale Flaminio, raggiungibile con la metropolitana linea A. La zona è servita anche da diverse linee di autobus che collegano il centro con Piazza Mancini.

Il museo è accessibile alle persone con disabilità motoria?

Sì. Il MAXXI dispone di ascensori, di servizi igienici attrezzati su ogni piano e di quattro sedie a rotelle, due delle quali prenotabili in anticipo. I cani guida sono ammessi. Le persone con disabilità e un accompagnatore hanno diritto all'ingresso gratuito con Carta europea della disabilità o documentazione equivalente.

Ci sono strumenti per chi non vede o non sente?

Il museo indica audiodescrizioni per persone cieche, video guide in italiano e nella lingua dei segni internazionale, dispositivi di ingrandimento al banco informazioni, oltre a guide in lettura facilitata e in comunicazione aumentativa e alternativa.

La mostra è adatta ai bambini?

Il percorso è documentario e richiede lettura, quindi funziona meglio dagli undici o dodici anni in su. Per i più piccoli il museo propone attività dedicate, e nella zona si trova Explora, il museo dei bambini di Roma.

Si possono fare fotografie?

Negli spazi comuni del museo sì. Nelle sale espositive vanno seguite le indicazioni del personale, e il flash è vietato per la conservazione dei documenti su carta.

Si possono consultare gli archivi da cui arrivano i materiali?

Sì, su appuntamento. La sala studio del Centro Archivi risulta aperta il martedì, il mercoledì e il giovedì dalle 11 alle 16, con prenotazione e con almeno una settimana di preavviso per i gruppi.

Che cosa si può vedere nei dintorni?

Nel raggio di venti minuti a piedi si trovano lo Stadio Flaminio di Nervi, il Palazzetto dello Sport, il Villaggio Olimpico, l'Auditorium Parco della Musica e il Ponte della Musica. Poco oltre il fiume il Foro Italico, e dall'altra parte Villa Borghese con La Galleria Nazionale.

Domande frequenti su Vitalità dell'architettura italiana 1946-2026, la grande mostra al MAXXI

La mostra sull'architettura italiana al MAXXI è ancora aperta?

Le date indicate dal museo per Vitalità dell'architettura italiana 1946-2026 vanno dal 29 maggio al 15 novembre 2026. A settembre 2026 la mostra risulta in corso, ma conviene comunque una verifica sul sito ufficiale prima di mettersi in viaggio.

Dove si tiene la mostra sull'architettura italiana?

La mostra si tiene negli spazi della Galleria KME del MAXXI, in via Guido Reni, nel quartiere Flaminio di Roma, il museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato da Zaha Hadid.

Quali sono gli orari del MAXXI?

Il MAXXI osserva questo orario: dal martedì alla domenica dalle 11 alle 19, con chiusura il lunedì. L'ultimo ingresso avviene di norma prima dell'orario di chiusura, quindi presentarsi alle 18.45 lascia pochissimo tempo per la visita.

Conviene comprare il biglietto online per la mostra sull'architettura?

Sì, l'acquisto online del biglietto per il MAXXI costa un euro in meno rispetto alla biglietteria fisica ed evita la coda che nei pomeriggi del fine settimana diventa lunga nell'atrio del museo.

Il MAXXI è accessibile alle persone con disabilità?

Sì, l'edificio dispone di servizi igienici attrezzati su ogni piano e di ascensori, con un ascensore dedicato per raggiungere la Galleria 5. Il museo mette a disposizione quattro sedie a rotelle, due delle quali prenotabili telefonicamente in anticipo.

Cosa si vede nella mostra Vitalità dell'architettura italiana?

Il percorso si apre con interviste filmate ad architetti italiani di rilievo internazionale, tra cui Stefano Boeri, Massimiliano Fuksas e Renzo Piano, e prosegue con un'installazione, una sezione documentaria costruita sugli archivi e una parte dedicata alle generazioni emergenti.

Da dove arrivano i materiali esposti nella mostra?

Gran parte dei disegni, dei modelli e delle fotografie in mostra proviene dal Centro Archivi di Architettura del MAXXI, una delle raccolte più consistenti d'Europa nel suo genere, che fuori dai periodi di mostra resta chiusa nei depositi.

Cosa vedere nei dintorni del MAXXI?

Nel raggio di venti minuti a piedi dal MAXXI si trova lo Stadio Flaminio, costruito da Pier Luigi Nervi alla fine degli anni Cinquanta, una delle architetture del Novecento che la mostra stessa racconta.

Per organizzare la visita

Una mostra come questa funziona meglio dentro una giornata pensata: il museo al mattino, una camminata nel Flaminio nel primo pomeriggio, e semmai un concerto o una proiezione all'Auditorium in serata. Chi viaggia in gruppo, con una classe o con un'associazione, e vuole costruire un itinerario romano che tenga insieme architettura contemporanea e città storica può appoggiarsi a chi organizza visite e servizi per gruppi: Tour Leader Pro lavora esattamente su questo tipo di esigenza.

Per chi invece pianifica un viaggio in Italia più ampio, con Roma come tappa e con l'idea di capire il Paese anche attraverso quello che ha costruito, le guide e gli itinerari di ItalyPlanner aiutano a mettere in ordine tempi, spostamenti e priorità.

Ultima raccomandazione, la stessa che vale per qualunque mostra: le informazioni su orari, tariffe e date di chiusura possono cambiare, e il sito ufficiale del museo resta la fonte da consultare il giorno prima della visita.

Prepara la visita

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Data Evento29 Maggio 2026 11:00 — 15 Novembre 2026
IndirizzoMAXXI, Via Guido Reni 4A, 00196 Roma Flaminio, Roma, Roma Città
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