Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi — al MAXXI
Al MAXXI di via Guido Reni, nel quartiere Flaminio, Tragicomica. Prospettive sull'arte italiana dal secondo Novecento a oggi ha aperto il 2 aprile 2026 e chiude domenica 20 settembre 2026. Al 12 settembre, sabato, la cosa da dire subito, prima di tutto il resto, è che restano otto giorni di apertura, perché il lunedì il museo resta chiuso e quindi il 14 non conta. Se avete rimandato da aprile, da maggio, da giugno, da quel fine settimana di luglio in cui faceva troppo caldo per uscire di casa, il margine è finito. O ci andate in questi otto giorni o non ci andate più, perché una mostra come questa, con oltre trecento opere prestate da collezioni pubbliche e private e da archivi d'artista, non si riapre e non si sposta.
Il giudizio non è un entusiasmo di maniera: di solito i titoli a effetto meritano diffidenza. Tragicomica non è un titolo a effetto: è una tesi. La tesi è che l'arte italiana del secondo Novecento, e poi quella dei decenni successivi fino a oggi, non si capisce se la si legge solo con le categorie serie che le sono state cucite addosso dalla critica, e che la chiave vera, quella che tiene insieme figure lontanissime tra loro, è la tensione fra il tragico e il comico. Non l'ironia come vezzo, non la battuta come alleggerimento: proprio la convivenza forzata dei due registri dentro la stessa opera, nello stesso gesto, a volte nello stesso centimetro quadrato di tela.
La mostra è curata da Andrea Bellini e Francesco Stocchi, occupa le gallerie 2 e 3 del museo e mette in fila oltre centotrenta artisti per oltre trecento lavori. Sono numeri da rassegna storica, non da mostra di stagione, e infatti il tempo coperto supera gli ottant'anni: si parte dal secondo dopoguerra e si arriva alla produzione recentissima. Quello che ne esce, e qui sta il motivo per cui vale il viaggio fino al Flaminio, è un racconto alternativo dell'arte italiana che scompiglia il canone invece di ripeterlo. Nel senso letterale: allarga l'elenco dei nomi che contano, rimette in circolo lavori poco indagati, e li fa dialogare con le opere iconiche che tutti abbiamo visto in fotografia almeno una volta.
Il riferimento teorico dichiarato dai curatori è una formula di Giorgio Agamben, che in Categorie italiane del 1996 parlava di una caparbia intenzione anti-tragica come tratto profondo della cultura italiana. Caparbia: cioè testarda, insistente, non episodica. L'idea è che l'Italia, davanti ai temi più duri, tenda a prendere la strada bassa invece di quella alta, e che questa scelta non sia una diminuzione ma una forma di intelligenza. Il primo e più imponente esempio lo abbiamo tutti studiato a scuola senza accorgercene: la Commedia di Dante affronta la morte, la dannazione e la salvezza usando il volgare, la lingua di tutti i giorni, i nomi dei vicini di casa e i pettegolezzi di Firenze. Non è un dettaglio formale, è una rivoluzione di metodo. Tragicomica sostiene che quella rivoluzione non si è mai fermata, e che passa da Dante agli artisti che oggi lavorano negli studi di Milano, Roma, Napoli, Palermo.
Nelle righe che seguono trovate tutto quello che serve per andarci davvero in questi otto giorni: che cosa si vede sala per sala, quanto costa e come si paga di meno, quali altre mostre sono comprese nello stesso biglietto, come si arriva senza impazzire con il parcheggio, che cosa resta del programma di eventi, e alcune cose sul MAXXI che nemmeno chi ci è già stato tre volte di solito sa. Per inquadrare il museo in generale resta utile la nostra pagina dedicata al MAXXI, e per il resto del calendario espositivo romano la sezione mostre.
Che cosa si vede davvero in Tragicomica
Partiamo dalla cosa che interessa di più e che i comunicati di solito lasciano nel vago: che tipo di esperienza è. Non è una mostra monografica, non è una retrospettiva, non è nemmeno una mostra tematica nel senso pigro del termine, quello in cui si prende una parola e le si appiccicano sotto trenta opere che le somiglino alla meno peggio. È una mostra costruita per accostamenti, e l'accostamento è il vero strumento critico. Due lavori distanti quarant'anni messi a due metri l'uno dall'altro producono un terzo significato che nessuno dei due aveva da solo. Questo è il meccanismo, e funziona.

Le opere coprono tutti i linguaggi: pittura, scultura, disegno, fotografia, installazione ambientale, video, opere sonore, oggetti, documenti. Ci sono pezzi enormi che occupano da soli una campata e cose minuscole da guardare a dieci centimetri. Ci sono lavori che fanno ridere e poi, dopo trenta secondi, mettono a disagio. Ci sono lavori che partono da un disagio e finiscono in una risata amara. Il registro cambia di continuo e il visitatore è tenuto sveglio proprio da questo saliscendi, che è poi la ragione per cui l'allestimento non stanca nonostante la quantità.
Tra gli artisti che il museo indica come presenti in mostra ci sono Gianfranco Baruchello, Elena Bellantoni, Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Alighiero Boetti, Monica Bonvicini, Maurizio Cattelan, Adelaide Cioni, Roberto Cuoghi, Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Lucio Fontana, Chiara Fumai, Silvia Giambrone, Nicole Gravier, Piero Golia, Piero Manzoni, Liliana Moro, Valerio Nicolai, Paola Pivi, Giuseppe Penone, Carol Rama, Lorenzo Scotto Di Luzio e Gilberto Zorio. È un elenco parziale, perché gli artisti in mostra superano i centotrenta, ma già così dice parecchio sul taglio scelto.
Guardatelo bene, quell'elenco, perché è la parte politica della mostra. Ci sono i nomi che compaiono in tutti i manuali, Fontana, Manzoni, Boetti, Penone, Fabro, Zorio, cioè lo Spazialismo, l'Arte Povera, il concettuale italiano. Ci sono i grandi irregolari che i manuali hanno sempre faticato a collocare, De Dominicis, Baruchello, Carol Rama. Ci sono le artiste che per decenni sono state tenute ai margini del racconto ufficiale e che negli ultimi quindici anni sono rientrate prepotentemente, Bentivoglio, Binga, Rama, Gravier. E ci sono i contemporanei pieni, Cattelan, Bonvicini, Cuoghi, Pivi, Golia, Fumai, Moro, fino ai più giovani come Nicolai, Cioni, Giambrone, Scotto Di Luzio, Bellantoni. Mettere tutti costoro sotto una stessa parola, tragicomico, è una scommessa curatoriale forte. La mostra la vince perché non appiattisce: le differenze restano visibili, è la frequenza comune che emerge.
Il tragicomico come metodo, non come umore
Vale la pena chiarire un equivoco, perché più di una persona esce dicendo che si aspettava qualcosa di più divertente. Tragicomico non vuol dire comico. Nella tradizione teatrale la tragicommedia è il genere in cui la catastrofe viene evitata all'ultimo, o in cui il lieto fine arriva dopo essere passati attraverso il peggio. È un genere instabile per definizione, e l'instabilità è il punto. Un'opera tragicomica non vi lascia decidere che faccia fare.
In arte questo si traduce in operazioni precise: prendere un materiale povero e trattarlo come se fosse marmo, prendere un tema solenne e affrontarlo con l'apparecchiatura del gioco, usare l'autoironia come armatura per dire cose che frontalmente non si potrebbero dire, oppure il contrario, cioè partire dalla comicità pura e lasciare che la sala si riempia lentamente di malinconia. In Italia questo meccanismo ha una storia lunghissima e travalica le arti visive: è la commedia all'italiana al cinema, è certo teatro napoletano, è la satira grafica, è il romanzo picaresco nostrano. La mostra sceglie di non chiudersi nel recinto delle arti visive proprio per questo, e il programma di eventi che l'ha accompagnata per sei mesi lo dimostra.
L'immagine simbolo
L'immagine che il museo ha usato in testata per tutta la durata della mostra è Comedian di Maurizio Cattelan, l'opera del 2019 fotografata da Zeno Zotti, quella della banana fissata al muro con il nastro adesivo grigio da imballaggio. Scegliere quel lavoro come manifesto è una dichiarazione di intenti che si commenta da sola: un oggetto deperibile, un gesto minimo, una risata globale, e sotto una discussione seria e mai chiusa su valore, mercato, autorialità e desiderio. Cioè esattamente la struttura tragicomica: la superficie fa ridere, il sottotesto no.
Se siete tra quelli che quell'opera la considerano una presa in giro, la mostra è ancora più interessante per voi che per chi già la ama. Perché Tragicomica vi mette quel gesto in una genealogia lunga ottant'anni e vi costringe a decidere se la genealogia regge. Uscirne con un giudizio diverso da quello con cui si è entrati è il miglior servizio che una mostra possa rendere.
Una curiosità su Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi — al MAXXI
La curiosità che preferisco riguarda il titolo, e nessuno ci fa caso. Tragicomica è un aggettivo femminile singolare lasciato lì da solo, senza il sostantivo a cui si riferisce. Non è La tragicommedia, che sarebbe un genere; non è Tragicomico, che sarebbe una categoria astratta. È un aggettivo sospeso, e la cosa sospesa in italiano chiede sempre di essere completata da chi legge. Tragicomica chi? Tragicomica l'arte italiana? Tragicomica l'Italia? Tragicomica la vicenda, la storia, la commedia, la condizione? Il titolo lascia il buco aperto apposta e ognuno ci mette il suo sostantivo. È un titolo che vi fa lavorare prima ancora di entrare, e quando ve ne accorgete capite di essere già dentro il meccanismo della mostra.
La seconda curiosità, meno sottile ma più concreta, è che la mostra si regge su una citazione filosofica che non è nata per parlare d'arte. Quando Agamben scrive di caparbia intenzione anti-tragica nelle Categorie italiane del 1996 sta ragionando di letteratura e di lingua, con Dante al centro. I curatori hanno preso quella formula e l'hanno applicata a un campo diverso, le arti visive, scommettendo che tenesse. È un gesto di traduzione, e le traduzioni riuscite sono quelle che fanno vedere qualcosa che nell'originale non si vedeva. In questo caso funziona perché la formula di Agamben non descrive uno stile ma un riflesso collettivo, e i riflessi collettivi attraversano i linguaggi.
Terza curiosità, e questa è pura delizia da addetti ai lavori: il programma di eventi che ha accompagnato la mostra si chiamava una tragicommedia all'italiana e ha proiettato in sei mesi una selezione di film che, messi in fila, sono un piccolo saggio di storia del cinema italiano letto con la stessa chiave della mostra. Ci sono passati Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene e Un film fatto per Bene di Franco Maresco il 25 aprile, La ricotta di Pier Paolo Pasolini e Roma di Federico Fellini il 9 maggio, La macchina ammazzacattivi e Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini il 16 maggio, I mostri di Dino Risi e Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco il 6 giugno, Liberami di Federica Di Giacomo, La mia Battaglia di Maresco e Tano da morire di Roberta Torre il 20 giugno, Atlantide di Yuri Ancarani il 27 giugno. Chi ha seguito quella rassegna ha visto la tesi della mostra dimostrata due volte, una sulle pareti e una sullo schermo.
E oggi, sabato 12 settembre 2026, alle 16:30, la rassegna chiude il cerchio con La grande abbuffata di Marco Ferreri. Se leggete queste righe in mattinata e siete a Roma, avete ancora il tempo di prendere la metro e arrivare. È il film più letteralmente tragicomico della storia del cinema italiano, quattro amici che si chiudono in una villa per mangiare fino a morire, e vederlo dentro il museo che ospita Tragicomica è una di quelle coincidenze di programmazione che valgono da sole il pomeriggio.
Il percorso, galleria per galleria
La mostra occupa le gallerie 2 e 3, che nel MAXXI sono i due grandi corpi espositivi al piano superiore, quelli con le pareti curve e i soffitti a lame di luce. Chi conosce l'edificio sa che la galleria 3 è la più lunga e la più scenografica, quella che si allunga e si torce come un nastro, e che la galleria 2 ha un andamento più raccolto. La scelta di usarle entrambe dice due cose: che la quantità di opere richiedeva spazio, e che i curatori hanno voluto giocare con i due ritmi diversi che quelle sale impongono.
Un avviso pratico che il museo stesso segnala e che conviene sapere prima di salire: la terza terrazza della galleria 3 resta chiusa fino a domenica 20 settembre. È un pezzo di percorso in meno, niente di drammatico, ma se avete letto una recensione di maggio in cui si parlava della vista dall'alto sappiate che in questi giorni quel passaggio non è accessibile. Il resto della mostra non subisce variazioni.
Il secondo avviso è più serio e riguarda la salute. Il museo informa esplicitamente che l'opera Built for Crime di Monica Bonvicini contiene effetti stroboscopici e variazioni luminose intense, e raccomanda cautela alle persone con epilessia fotosensibile o con forme di neurodivergenza sensibili agli stimoli luminosi. Se rientrate in una di queste condizioni, chiedete al personale in quale sala si trova l'opera prima di iniziare il percorso: sapranno indicarvi come aggirarla senza perdere il resto. È il tipo di informazione che si legge sempre troppo tardi, sul cartello all'ingresso della sala, quando ormai siete a due metri.
Come si legge l'allestimento
Il consiglio che do a chiunque affronti una mostra con oltre trecento opere è di rinunciare subito all'idea di vederle tutte con la stessa attenzione. Non si può, e provarci è il modo migliore per uscire con il mal di testa e senza ricordi. Meglio fare un primo passaggio veloce, di dieci o dodici minuti, camminando senza fermarsi e senza leggere una sola didascalia, solo per capire la geografia delle sale e per lasciare che tre o quattro opere vi chiamino. Poi si torna indietro e si lavora su quelle.
In una mostra costruita per accostamenti, poi, la cosa da guardare non è solo l'opera ma lo spazio tra due opere. Quando vedete due lavori vicini che sembrano non entrarci niente l'uno con l'altro, fermatevi: quasi sempre quella vicinanza è la frase più importante che i curatori hanno scritto in quella sala, e non l'hanno scritta a parole. Leggere le didascalie prima di aver guardato il rapporto tra i due pezzi vi fa perdere l'unica cosa che la fotografia non restituisce.
Una cosa che non ti dice nessuno su Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi — al MAXXI
Questa la considero l'informazione più preziosa di tutta la pagina, e la trovate scritta in un angolo del sito del museo dove non guarda quasi nessuno. La Collezione permanente del MAXXI, quella di arte e quella di architettura, è esposta con ingresso gratuito dal martedì al giovedì, con opere a rotazione. Gratuito. Senza biglietto. Tre giorni su sei di apertura settimanale.
Ora, la Collezione non è Tragicomica, e per Tragicomica il biglietto serve. Ma la conseguenza pratica è enorme e quasi nessuno la sfrutta: se vi trovate al Flaminio di martedì, mercoledì o giovedì e non avete tempo o voglia di fare la mostra intera, potete entrare comunque, camminare dentro l'architettura di Zaha Hadid, vedere una selezione della collezione permanente e uscire senza aver speso un euro. Per chi abita a Roma è un uso del museo del tutto diverso da quello turistico: ci si passa mezz'ora tornando dal lavoro, come si fa con una biblioteca. Per chi è di passaggio in città è il modo più economico esistente per vedere dall'interno uno degli edifici contemporanei più importanti d'Italia.
La Collezione Arte del MAXXI conta oltre quattrocento opere e raccoglie la produzione artistica internazionale con un'attenzione specifica alle esperienze italiane e agli artisti stranieri il cui lavoro è legato al contesto italiano. La Collezione Fotografia nasce nel 2003 e oggi si compone di circa duemilaquattrocento fotografie d'autore, arrivate attraverso committenze, premi e acquisizioni. La Collezione Architettura raccoglie disegni, modelli, materiali di archivio. Dal 2015 questi fondi sono esposti a rotazione con allestimenti diversi, il che vuol dire che tornando a distanza di mesi trovate opere che la volta prima non c'erano.
La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda il biglietto, spiegata più avanti in dettaglio, ma da anticipare qui perché in questi ultimi otto giorni cambia il calcolo: esiste una formula chiamata MAXXI REPLAY che allo stesso prezzo del biglietto ordinario vi dà accessi illimitati al museo per i quindici giorni successivi al primo ingresso. Allo stesso prezzo. Non uno in più. Chi entra oggi e prende il REPLAY può tornare tutti i giorni fino alla chiusura senza pagare altro, il che, davanti a una mostra con trecento opere, è la differenza fra vederla e digerirla.
Terza cosa, e questa è puro senso pratico romano. La Piazza Alighiero Boetti, cioè lo spiazzo davanti al museo che è a tutti gli effetti uno spazio di architettura e di arte con opere collocate al suo interno, rimane aperta gratuitamente al pubblico anche fuori dagli orari di apertura del museo, in occasione di manifestazioni ed eventi legati alla programmazione culturale. Significa che la parte esterna del complesso si può vivere anche quando le gallerie sono chiuse, e che in certe serate d'estate quella piazza è uno dei posti più piacevoli del quartiere. Se passate dal Flaminio la sera, dateci un'occhiata anche se il museo ha già abbassato le saracinesche.
Orari, biglietti e come pagare il giusto
Il museo apre dal martedì alla domenica dalle 11 alle 19, e il lunedì resta chiuso. La biglietteria chiude un'ora prima della chiusura del museo, quindi l'ultimo ingresso utile è alle 18. Ripeto il calcolo di apertura residua perché è la cosa che conta: oggi sabato 12, domenica 13, lunedì 14 chiuso, poi da martedì 15 a domenica 20 tutti i giorni. Otto giornate in tutto e poi si chiude.
Quanto costa
Il biglietto intero del museo costa 15 euro in biglietteria e 14 euro online. Il ridotto costa 12 euro in biglietteria e 11 euro online. Un euro di differenza fra cassa e prenotazione online sembra poco, e in valore assoluto lo è, ma in questi ultimi giorni la differenza vera non è il prezzo: è la fila. Con una mostra che chiude, i fine settimana si riempiono, e chi arriva con il codice sul telefono entra mentre gli altri aspettano.
Il ridotto spetta a diverse categorie e vale la pena controllare se rientrate in una: i giovani dai 18 ai 25 anni non compiuti, i gruppi a partire da 15 persone, chi esibisce il biglietto d'ingresso de La Galleria Nazionale o del Museo Ebraico di Roma, e chi mostra la tessera o il badge di una lunga lista di enti convenzionati, fra cui Biblioteche di Roma, FAI, Feltrinelli, Gruppo FS, Sapienza Università di Roma, Palazzo delle Esposizioni, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Teatro dell'Opera di Roma, Teatro di Roma, Teatro Olimpico, Centro Sperimentale di Cinematografia, Scuola Internazionale di Comics, Università di Tor Vergata, Youthcard, Accademia Costume & Moda, IN/ARCH, LAZIOcrea, Enel, Amici di Palazzo Strozzi.
C'è poi una riduzione che a Roma dovrebbero conoscere tutti e che invece resta sottoutilizzata: chi esibisce la tessera Metrebus Card oppure un biglietto BIT vidimato ha diritto al ridotto, in occasione della mostra dedicata ad Andrea Pazienza e fino al 18 ottobre 2026. Tradotto: il biglietto della metropolitana con cui siete arrivati vale come titolo per la riduzione. Non buttatelo appena scesi alla fermata Flaminio, tenetelo in tasca, e alla cassa mostratelo.
Chi entra gratis
L'ingresso è gratuito per i minori di 18 anni, per i possessori della card myMAXXI, e, dettaglio che trovo simpatico e che pochi sanno, il giorno del proprio compleanno presentando un documento d'identità. Se il vostro compleanno cade fra il 12 e il 20 settembre, la mostra ve la regala il museo.
Entrano gratis anche le persone con disabilità e il loro accompagnatore con EU Disability Card o lettera di accompagnamento di associazione o ente ospitante, e la stessa previsione copre persone nello spettro autistico e accompagnatore, persone sorde, persone con disabilità cognitive e bisogni comunicativi complessi con i loro caregiver, persone con patologie gravi e caregiver, ospiti di centri di prima accoglienza e antiviolenza con gli operatori, residenti di comunità terapeutiche con gli operatori. Gratuito anche per i dipendenti del Ministero della Cultura, per i giornalisti che possano documentare la propria attività, per accompagnatori e guide turistiche dell'Unione Europea con licenza, per un insegnante ogni dieci studenti, per i soci AMACI e per i membri di CIMAM e ICOM.
Un caso che segnalo agli studenti perché è generoso e poco pubblicizzato: dal martedì al venerdì, esclusi i festivi, entrano gratis studenti e ricercatori universitari di storia dell'arte e di architettura dell'Unione Europea, studenti delle accademie di belle arti pubbliche iscritte AFAM e studenti del Temple University Rome Campus. Sono gratuità che valgono anche adesso, negli ultimi giorni: da martedì 15 a venerdì 18 chi rientra in queste categorie vede Tragicomica senza pagare.
MAXXI REPLAY, cioè il biglietto che conviene davvero
Vale la pena tornare sulla formula anticipata sopra, perché è la cosa più intelligente del listino e nessuno la sfrutta. Il MAXXI REPLAY intero costa 15 euro in biglietteria e 14 online, cioè esattamente quanto il biglietto normale. Il REPLAY ridotto costa 12 euro in biglietteria e 11 online, cioè esattamente quanto il ridotto normale. In cambio è un titolo nominativo che dà accessi illimitati al museo nei quindici giorni successivi al primo ingresso, ed è valido fino al 20 settembre 2026.
Fate il conto da soli. Se entrate oggi, sabato 12, e prendete il REPLAY, avete diritto a rientrare domenica 13, martedì 15, mercoledì 16, giovedì 17, venerdì 18, sabato 19 e domenica 20 senza pagare un centesimo in più. Sette rientri possibili per il prezzo di uno. Davanti a una mostra di trecento opere non è un vezzo da collezionisti: è l'unico modo sensato di vederla. Un pomeriggio la galleria 2, un altro pomeriggio la galleria 3, e magari un terzo passaggio veloce soltanto sulle cinque opere che vi sono rimaste addosso.
La mostra extra e il biglietto combinato
In questi stessi giorni al MAXXI c'è anche Creature, Creatori. San Francesco e l'arte contemporanea, che è una mostra extra, cioè non compresa nel biglietto ordinario, aperta dal 22 maggio e in chiusura il 20 settembre 2026, lo stesso giorno di Tragicomica. Il biglietto solo per quella costa 5 euro intero e 3 euro ridotto. Se la volete insieme al museo, il combinato con biglietto intero costa 18 euro in biglietteria e 17 online, quello con il ridotto 15 euro in biglietteria e 14 online. Tre euro in più per una mostra intera è uno dei migliori rapporti fra prezzo e contenuto che troviate oggi a Roma, e per chi viene da fuori città vale senz'altro la pena, visto che entrambe chiudono lo stesso giorno.
Il consiglio che ti do per visitare Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi — al MAXXI
Il consiglio è uno solo, senza giri di parole: andateci di mattina presto, in un giorno feriale, e comprate il MAXXI REPLAY. Tre indicazioni in una frase, e ognuna delle tre ha una ragione precisa.
Di mattina presto perché il museo apre alle 11 e nella prima ora le gallerie sono praticamente vuote. Alle 11 di un martedì la galleria 3 è vostra. Alle 16 di una domenica di chiusura mostra è un corridoio della metropolitana. In una mostra dove il significato nasce dall'accostamento fra due opere, avere lo spazio per fare due passi indietro e guardarle insieme non è un lusso estetico: è la condizione per capire.
In un giorno feriale perché questo è l'ultimo fine settimana pieno e il prossimo, quello del 19 e 20 settembre, sarà con ogni probabilità il più affollato dei sei mesi. Succede sempre così con le mostre che chiudono: nelle ultime quarantott'ore arriva tutta la città che ha rimandato da aprile. Se avete la possibilità di prendervi una mattina fra martedì 15 e venerdì 18, prendetevela. La differenza di esperienza è enorme e non costa nulla.
Il REPLAY perché, come scritto sopra, costa quanto il biglietto normale e vi lascia tornare per tutti i giorni che restano. Una mostra di trecento opere in un colpo solo non entra in testa a nessuno, per quanto allenati si sia. Due visite da un'ora e mezza valgono più di una visita da tre ore, e lo dico per esperienza diretta: la stanchezza visiva arriva intorno al novantesimo minuto e da lì in poi si guarda senza vedere.
Le altre cinque cose che farei
Prima: comprate online. Il risparmio è un euro, ma il vero guadagno è saltare la coda alla cassa, che negli ultimi giorni di una mostra così diventa la parte più noiosa della giornata.
Seconda: tenete il biglietto della metro. La Metrebus Card o un BIT vidimato danno diritto al ridotto fino al 18 ottobre 2026. Se arrivate con la metro A e scendete a Flaminio, quel pezzo di carta o quella tessera vi fanno risparmiare tre euro. Vale anche per due persone, due biglietti, sei euro, cioè il pranzo.
Quarta: se venite con bambini, puntate sulle opere grandi e sui video e lasciate perdere le sale più concettuali. Tragicomica ha parecchi lavori che funzionano benissimo con lo sguardo di un bambino, perché la comicità visiva non ha bisogno di didascalie. Ricordo che i minori di 18 anni entrano gratis.
Quinta, e la metto per ultima perché è la più trascurata: prendetevi dieci minuti, alla fine, per sedervi. Il MAXXI ha spazi dove ci si può fermare, e dopo una mostra che alterna risata e disagio per due ore il cervello ha bisogno di un momento fermo per capire che cosa gli è successo. Uscire di corsa dalla galleria e infilarsi subito nel bookshop è il modo migliore per dimenticare tutto entro il tramonto.
Come arrivare al MAXXI, e dove parcheggiare se proprio dovete
L'indirizzo è via Guido Reni 4A, 00196 Roma. C'è un secondo accesso da via Guido Reni 8, che funziona negli orari di apertura del bookshop e della caffetteria. Il quartiere è il Flaminio, cioè la fascia fra il Tevere e viale Tiziano, a nord di piazza del Popolo.
Il modo migliore per arrivare, di gran lunga, è la metro A fino alla fermata Flaminio e poi il tram 2 fino alla fermata Apollodoro. Da lì il museo è a pochi passi e si vede. Il tram 2 è uno dei mezzi più semplici di Roma, corre dritto lungo viale Tiziano e non sbaglia strada nemmeno chi non è mai stato in città.
In alternativa ci sono diversi autobus: il 53 con fermata De Coubertin davanti al Palazzetto dello Sport, il 168 con fermata dedicata al MAXXI su Reni angolo Flaminia, il 280 che ha capolinea a piazzale Mancini, e il 910 con fermata Flaminia angolo Reni. Quattro linee diverse su quattro direttrici diverse: da qualsiasi parte della città arriviate, una di queste vi porta lì.
Sull'automobile serve essere brutalmente onesti. Il Flaminio nei giorni di eventi al Palazzetto dello Sport, allo Stadio Flaminio o all'Auditorium diventa impraticabile, e i posti auto lungo via Guido Reni e le traverse sono pochi e quasi tutti a pagamento con strisce blu. Se dovete assolutamente venire in macchina, valutate di lasciarla a piazzale Mancini o oltre il ponte e fare gli ultimi minuti a piedi. Con la metro e il tram ci mettete meno e non pagate la sosta, e per di più il biglietto del mezzo vi dà il ridotto sull'ingresso.
Che cosa c'è intorno
Il bello del Flaminio è che il MAXXI non è isolato: è dentro un pezzo di città che nell'ultimo secolo ha concentrato architettura, sport, musica e arte in pochi ettari. A pochi minuti a piedi c'è l'Auditorium Parco della Musica progettato da Renzo Piano, con i suoi tre scarabei di piombo e la cavea all'aperto. Poco più in là comincia il Foro Italico, con lo Stadio dei Marmi e i mosaici bianchi e neri del viale, cioè uno dei complessi più impressionanti e più scomodi dell'architettura italiana del Novecento. Verso nord si arriva a Ponte Milvio, e verso sud, scendendo lungo la Flaminia, si entra in Villa Borghese dalla parte alta.
Chi vuole fare una giornata interamente dedicata all'arte del Novecento e contemporanea ha, nel raggio di poche fermate, anche La Galleria Nazionale a viale delle Belle Arti, che tra l'altro con il suo biglietto vi dà il ridotto al MAXXI, e il MACRO a via Nizza. Tre istituzioni diversissime per impostazione e per taglio, e metterle in fila in ventiquattro ore è uno dei modi migliori per capire come Roma guarda al contemporaneo. Per il quadro completo di che cosa si visita in città c'è la nostra panoramica sulle attrazioni turistiche.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che il MAXXI lo ha progettato Zaha Hadid, vincitrice di un concorso internazionale, e che l'edificio è considerato una delle opere architettoniche più importanti realizzate in Italia negli ultimi decenni. Questo lo sanno tutti. Quello che si cita molto meno è la conseguenza pratica di quella scelta: il MAXXI è un museo in cui l'architettura non fa da contenitore neutro, ma discute con le opere, a volte le aiuta e a volte le complica la vita.
Le gallerie di Hadid non sono scatole bianche. Sono nastri che si curvano, si sovrappongono, cambiano quota, hanno pareti che non tornano mai parallele e soffitti attraversati da lame di luce naturale filtrata. Per un curatore questo significa che appendere un quadro non è un'operazione neutra: ogni parete ha una curvatura, una direzione di percorrenza, una luce diversa a seconda dell'ora. Chi allestisce qui deve scegliere se assecondare il movimento dell'edificio o resistergli. Tragicomica, che ha bisogno di far dialogare opere lontanissime, sfrutta questa caratteristica invece di subirla, perché le pareti curve creano naturalmente quegli accostamenti obliqui su cui si regge tutto il ragionamento.
L'altra cosa poco citata è che il MAXXI non è soltanto un museo d'arte: è, per statuto e per vocazione, un museo delle arti del XXI secolo al plurale, e le sue collezioni comprendono l'architettura accanto all'arte e alla fotografia. Il Centro Archivi di Architettura e il Centro Archivi di Arte conservano fondi documentari di enorme valore, e non sono un accessorio ma il cuore della ricerca dell'istituzione. Questo spiega perché al MAXXI capita costantemente di trovare, nello stesso periodo, una mostra d'arte contemporanea e una mostra di architettura: in questi giorni, accanto a Tragicomica, è aperta Vitalità dell'architettura italiana 1946-2026, che copre ottant'anni di progetto italiano ed è visitabile fino al 15 novembre.
Ultimo dato poco noto e molto significativo: il MAXXI è gestito da una Fondazione costituita nel luglio 2009 dall'allora Ministero per i Beni e le Attività Culturali. È un modello di governance che all'epoca era una novità per i musei nazionali italiani e che ha permesso al MAXXI una libertà di programmazione, di raccolta fondi e di collaborazione internazionale che un istituto ministeriale classico non aveva. Che oggi si possa vedere una mostra come Tragicomica, con oltre trecento prestiti e un programma parallelo di cinema, teatro, musica e filosofia lungo sei mesi, dipende anche da quella scelta amministrativa di quindici anni fa. Le cose belle nei musei hanno quasi sempre una causa noiosa alle spalle.
Le altre mostre aperte in questi giorni
Una cosa da sapere prima di scegliere il giorno: il biglietto del museo comprende le mostre in corso, con l'eccezione delle mostre indicate come extra, che hanno un titolo d'ingresso separato o combinato. In questo momento al MAXXI c'è molto più di Tragicomica, e se venite da fuori Roma la giornata si riempie da sola.
Andrea Pazienza. Non sempre si muore
Aperta dal 24 aprile e visitabile fino al 18 ottobre 2026, è la mostra dedicata a uno dei disegnatori più amati e più dolorosi del fumetto italiano. Detto francamente, è la compagnia perfetta per Tragicomica: pochi come Pazienza hanno saputo tenere insieme la risata e la tragedia nella stessa vignetta, e vedere le due mostre nello stesso pomeriggio produce un effetto che nessuna delle due, da sola, riuscirebbe a ottenere. È anche la mostra in occasione della quale vale la riduzione con Metrebus o BIT vidimato. Ne parliamo distesamente nella nostra pagina su Andrea Pazienza. Non sempre si muore.
Vitalità dell'architettura italiana 1946-2026
Aperta dal 29 maggio e in programma fino al 15 novembre 2026, attraversa ottant'anni di architettura italiana dalla ricostruzione a oggi. Per chi ha una curiosità anche superficiale per il modo in cui il Paese è stato costruito, ricostruito e in qualche caso rovinato, è una mostra che cambia il modo di guardare fuori dal finestrino del treno.
Collezione MAXXI. The Large Glass, a cura di Alex Da Corte
Un allestimento della collezione permanente curato dall'artista americano Alex Da Corte, aperto dal dicembre 2024 e prorogato fino all'11 ottobre 2026. Affidare l'allestimento della propria collezione a un artista invece che a un curatore è una pratica che i musei internazionali usano da anni e che produce quasi sempre risultati spiazzanti, perché un artista sceglie e accosta con criteri che uno storico dell'arte non userebbe mai.
I focus e le installazioni
Ci sono poi due focus, cioè approfondimenti documentari di formato più contenuto: l'archivio della rivista Segno. Attualità Internazionali d'Arte Contemporanea, 1976-2026, aperto dal 2 aprile e visitabile fino al 18 ottobre, e Milan Unit 1994-2009 by Ramak Fazel, dal 29 maggio al 27 settembre 2026. Restano inoltre visibili due installazioni, Temporali di Alberto Garutti, prorogata fino al 10 ottobre 2026, e NXT 2026 HPO Rubato, fino al 4 ottobre. E ovviamente Creature, Creatori. San Francesco e l'arte contemporanea, la mostra extra che chiude lo stesso giorno di Tragicomica.
Messe tutte insieme, in questi otto giorni al MAXXI ci sono quattro mostre grandi, due focus, due installazioni e una mostra extra. Non è una giornata, sono due. Motivo in più per il REPLAY.
La foto giusta da fare a Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi — al MAXXI
Metto le mani avanti su una cosa: la foto giusta, in una mostra del genere, non è la foto dell'opera. La foto dell'opera l'ha già fatta il fotografo del museo con luci migliori delle vostre e la trovate in rete in alta risoluzione. Quello che potete fare voi, e che nessun altro può fare al posto vostro, è la fotografia della relazione fra l'opera e lo spazio, oppure fra l'opera e chi la guarda.
La proposta concreta è questa. Mettetevi in un punto della galleria 3 dove la parete curva si allontana e trascina lo sguardo, e inquadrate in modo che nella stessa immagine entrino tre cose: un frammento dell'architettura di Hadid, cioè il nastro di cemento che si torce, una delle opere in mostra, e una figura umana di spalle che la sta guardando. Tre livelli in un fotogramma. È la sintesi visiva di che cosa è il MAXXI e di che cosa è questa mostra: un edificio che si muove, un'arte che oscilla fra il riso e il pianto, e una persona in mezzo che deve decidere da che parte stare. Quella foto racconta più di venti primi piani di singole opere.
La seconda foto che consiglio si fa fuori, e si fa alla fine. Uscite in Piazza Alighiero Boetti, attraversate verso il lato opposto, giratevi e fotografate la facciata con i nastri che escono a sbalzo. Fatelo nell'ora prima del tramonto, quando il cemento chiaro prende una tinta calda e le ombre sotto gli sbalzi si fanno nette. Il MAXXI di sera è un edificio completamente diverso da quello di mezzogiorno, e l'ora giusta la conoscono in pochi perché quasi tutti escono dal museo alle cinque del pomeriggio e se ne vanno dritti alla metro.
Le regole da rispettare
Tre avvertenze di buon senso, che valgono in qualsiasi museo ma che in questa mostra pesano più del solito. La prima: niente flash, mai, in nessun caso. Oltre al danno alle opere è un'inciviltà verso chi sta guardando in quel momento. La seconda: l'opera Built for Crime di Monica Bonvicini contiene effetti stroboscopici, e fotografarla o filmarla in movimento produce risultati imprevedibili oltre che fastidiosi per chi passa; se avete sensibilità alla luce intermittente, saltatela proprio. La terza: le regole su riprese e scatti possono variare da sala a sala per ragioni di diritti sulle singole opere. Il cartello all'ingresso della galleria dice sempre come stanno le cose, e se non lo trovate chiedete al personale in sala, che risponde volentieri.
Il programma di eventi: che cosa resta negli ultimi giorni
Una delle cose che rende Tragicomica diversa dalla media delle mostre romane è che non si è limitata alle pareti. Fin dall'inizio il progetto ha previsto un programma parallelo molto ampio, che ha coinvolto cinema, teatro, musica, architettura, letteratura e filosofia, sulla base di un'idea semplice: se la tesi è che il tragicomico è una sensibilità italiana diffusa, allora bisogna mostrarla anche fuori dalle arti visive. Sei mesi di appuntamenti hanno costruito una specie di mostra parallela, fatta di serate.
Di quel programma, negli otto giorni che restano, sopravvivono quattro appuntamenti e sono tutti notevoli.
Oggi, sabato 12 settembre, ore 16:30
La grande abbuffata di Marco Ferreri, ultima proiezione della rassegna una tragicommedia all'italiana. Non serve che vi spieghi perché quel film chiude perfettamente una mostra intitolata Tragicomica.
Venerdì 18 settembre, ore 19:00
The Scoop Jazz Band con un concerto intitolato Il tragico e il comico. Musica dal vivo dentro il museo, il venerdì sera, con il titolo che riprende alla lettera il tema della mostra. Se cercate il modo più piacevole di congedarvi da Tragicomica, questo è quello.
Sabato 19 e domenica 20 settembre
Alessandro Sciarroni presenta AUGUSTO_expanded tiny version, una performance nei due giorni conclusivi. Sciarroni è uno dei coreografi italiani più riconosciuti a livello internazionale e Augusto è proprio un lavoro sulla risata portata fino al punto in cui smette di essere divertente e diventa qualcos'altro. Più vicino di così al cuore della mostra non si poteva arrivare.
Domenica 20 settembre, ore 16:30
Nell'ultimo giorno di apertura, Beatrice Marchi con Loredana's Friends (Looking for Young Aspiring Dancers for the Missing Scene of the Ballet). Una performance come atto finale, il pomeriggio stesso in cui la mostra chiude. Chi vuole esserci per l'ultimo respiro di Tragicomica sa dove andare e a che ora.
Per completezza, negli scorsi mesi il programma ha ospitato anche un ciclo di incontri intitolato Sorte dell'ironia, che ha messo a confronto artisti e scrittori: Elisabetta Benassi con Jonida Prifti in aprile, Elena Bellantoni con Laura Cingolani in maggio, Tommaso Pincio con Luigi Serafini in giugno. Ci sono stati un incontro con Ugo La Pietra sul suo lavoro dagli anni Sessanta a oggi, la performance Five Geometric Songs di Adelaide Cioni con musiche di Dom Bouffard, Il Favolista di Emiliano Maggi, visite guidate dedicate e attività per famiglie. Lo ricordo non per rammarico, ma per far capire che tipo di progetto è stato: una mostra che per sei mesi ha funzionato come un piccolo festival permanente.
Segnalo infine che esiste il catalogo della mostra, pubblicato nel 2026 con lo stesso titolo dell'esposizione. Per una rassegna con oltre centotrenta artisti il catalogo non è il solito ricordino: è lo strumento che vi permette di ritrovare, fra sei mesi, quel lavoro di cui non avevate segnato il nome. Il bookshop è all'uscita e, se avete preso il REPLAY, potete anche passarci il giorno dopo.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il pezzo di Flaminio in cui oggi si visita Tragicomica non è sempre stato un museo, e la sua storia recente è una delle più istruttive che Roma abbia da raccontare su come si trasforma una città.
L'area di via Guido Reni era occupata da caserme militari, un comparto di edifici bassi e cortili che apparteneva all'Esercito e che per decenni è stato, dal punto di vista della vita cittadina, un buco: un recinto chiuso in mezzo a un quartiere abitato. La decisione di destinare quell'area a un museo nazionale delle arti contemporanee è stata, prima ancora che una scelta culturale, una scelta urbanistica, e cioè l'idea che un pezzo di città sottratto all'uso pubblico potesse tornare pubblico nella forma più aperta possibile.
Il concorso internazionale di architettura bandito per quel lotto alla fine degli anni Novanta è il primo avvenimento davvero importante di questa storia. Lo vinse Zaha Hadid, che all'epoca era un'architetta celebrata dalla critica ma con pochissimi edifici realizzati, e per la quale il MAXXI rappresentò una delle prime grandi occasioni di costruire davvero su scala pubblica quello che fino ad allora era rimasto su carta. Che l'Italia, un Paese che nell'immaginario internazionale fatica a essere associato all'architettura contemporanea, abbia affidato un museo nazionale a un progetto di quella radicalità resta una decisione coraggiosa.
Il secondo avvenimento è il cantiere, lungo, complicato, costoso, discusso, come sempre accade quando si costruisce qualcosa di nuovo in una città stratificata come Roma. Il MAXXI ha aperto al pubblico nel 2010, e l'anno stesso dell'inaugurazione l'edificio ottenne il premio Stirling del Royal Institute of British Architects, il più autorevole riconoscimento architettonico britannico. Un edificio romano premiato come migliore architettura dell'anno da Londra: non capita spesso, e non è capitato molte altre volte da allora.
Il terzo avvenimento è amministrativo e già citato, ma qui va al suo posto cronologico: nel luglio 2009, quindi poco prima dell'apertura, nasce la Fondazione MAXXI, costituita dall'allora Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Da quel momento il museo ha una struttura di governo autonoma, che gli permette di programmare, raccogliere risorse e costruire collaborazioni internazionali con una flessibilità che gli istituti a gestione diretta non hanno.
Il quarto avvenimento è del 2015, quando il museo comincia a esporre stabilmente la propria Collezione con allestimenti a rotazione. Può sembrare un dettaglio da addetti ai lavori, ed è invece il momento in cui il MAXXI smette di essere soltanto una macchina per mostre temporanee e diventa un museo con un patrimonio visibile e riconoscibile. Oggi quella collezione conta oltre quattrocento opere nella sezione arte, circa duemilaquattrocento fotografie d'autore nella sezione fotografia, avviata già nel 2003, e un fondo di architettura che comprende disegni, modelli e archivi interi di progettisti.
Il quinto avvenimento è in corso mentre leggete, ed è appunto Tragicomica. Lo dico senza enfasi da comunicato: una rassegna che rilegge ottant'anni di arte italiana attraverso oltre trecento opere e oltre centotrenta artisti non è una mostra di stagione, è un intervento storiografico. Mostre così un museo ne fa una ogni molti anni, perché richiedono anni di ricerca, una rete di prestiti enorme e la disponibilità di collezionisti e istituzioni a separarsi dai propri pezzi per sei mesi. Quando chiuderà, domenica 20 settembre, quell'insieme di opere non tornerà a esistere insieme mai più: si ridisperderà in cento depositi diversi in Italia e all'estero. È esattamente per questo che ci si va adesso e non si rimanda.
Chi è passato da Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi — al MAXXI
Chi è passato di qui, in senso stretto, sono anzitutto le opere e i loro autori, e l'elenco è il vero monumento di questa mostra. Ci sono passati i maestri storici del secondo Novecento italiano: Lucio Fontana, che con i tagli e i buchi ha aperto letteralmente la superficie della pittura; Piero Manzoni, che ha fatto della provocazione un metodo rigoroso; Alighiero Boetti, che ha trasformato il gioco e la regola in sistema; Giuseppe Penone, Luciano Fabro e Gilberto Zorio, tre voci diversissime dell'Arte Povera.
Ci sono passati gli irregolari, quelli che i manuali hanno sempre faticato a incasellare e che in una mostra sul tragicomico trovano finalmente casa: Gino De Dominicis, la cui intera opera è una beffa seria sull'immortalità; Gianfranco Baruchello, che ha costruito per decenni un universo minuscolo e denso di segni e parole; Carol Rama, che ha attraversato il secolo facendo un lavoro selvaggio e personalissimo molto prima che il mondo dell'arte fosse pronto a guardarlo.
Ci sono passate le artiste che il racconto ufficiale ha tenuto a lungo ai margini e che oggi sono riconosciute fra le più incisive della loro generazione: Mirella Bentivoglio, protagonista della poesia visiva; Tomaso Binga, che ha fatto del nome maschile assunto per firmarsi un'opera in sé; Nicole Gravier, che ha lavorato sui modelli femminili dei media con anticipo notevole.
Ci sono passati i contemporanei nel pieno del loro percorso: Maurizio Cattelan, l'artista italiano più noto al mondo e quello più spesso frainteso; Monica Bonvicini, che indaga potere, architettura e corpo con un linguaggio duro; Roberto Cuoghi, che si trasforma e trasforma i materiali fino a renderli irriconoscibili; Paola Pivi, che ribalta le aspettative con una leggerezza solo apparente; Piero Golia, Liliana Moro e Chiara Fumai, quest'ultima figura tanto intensa quanto breve nella storia recente dell'arte italiana.
E ci sono passate le generazioni più giovani, quelle su cui la mostra scommette: Adelaide Cioni, Valerio Nicolai, Silvia Giambrone, Lorenzo Scotto Di Luzio, Elena Bellantoni. Metterli nella stessa mostra dei maestri storici non è un gesto di cortesia: è l'affermazione che quella linea tragicomica non si è esaurita e continua a produrre lavoro oggi.
Da Tragicomica, nei sei mesi di apertura, sono passate anche persone che non erano in mostra ma sul palco. Il programma di eventi ha portato qui Ugo La Pietra, artista e architetto fra i più originali del secondo Novecento italiano; lo scrittore Tommaso Pincio insieme all'artista Luigi Serafini; le artiste Elisabetta Benassi e Jonida Prifti; Laura Cingolani insieme a Elena Bellantoni; il coreografo Alessandro Sciarroni, che torna il 19 e 20 settembre; l'artista Beatrice Marchi, attesa per la performance conclusiva del 20; Emiliano Maggi con il suo Favolista. E sono passati, sullo schermo della sala del museo, i film di Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini, Roberto Rossellini, Carmelo Bene, Dino Risi, Franco Maresco, Roberta Torre, Federica Di Giacomo, Yuri Ancarani e, oggi, Marco Ferreri.
Sopra tutti, in un certo senso, è passato di qui anche Giorgio Agamben, senza esserci fisicamente: la sua formula sulla caparbia intenzione anti-tragica è il titolo invisibile della mostra, la frase che i curatori hanno messo alla base di tutto. E, se vogliamo andare fino in fondo, è passato di qui Dante, che i curatori indicano come il primo e più alto riferimento di questa sensibilità italiana: l'uomo che ha raccontato l'inferno usando la lingua della strada.
Le domande più frequenti
Faccio in tempo a vederla
Sì, ma solo se vi muovete entro domenica 20 settembre 2026. Considerando che il lunedì il museo è chiuso, gli ultimi giorni utili sono sabato 12, domenica 13, e poi da martedì 15 a domenica 20.
Quanto tempo serve
Per una visita onesta di Tragicomica calcolate almeno due ore. Se volete vedere anche Andrea Pazienza e la mostra sull'architettura italiana, la giornata si riempie e forse non basta. Con il MAXXI REPLAY potete spalmare la visita su più giorni allo stesso prezzo.
Si può visitare con i bambini
Sì, e i minori di 18 anni entrano gratis. Tenete presente l'avvertenza sugli effetti stroboscopici dell'opera di Monica Bonvicini e chiedete indicazioni all'ingresso se il bambino è sensibile alle luci intermittenti.
Serve la prenotazione
L'acquisto online è possibile e in questi ultimi giorni lo consiglio, sia per risparmiare un euro sia soprattutto per evitare la coda alla biglietteria, che nei fine settimana di chiusura di una mostra diventa lunga.
Il biglietto vale per tutto il museo
Il biglietto del museo comprende le mostre in corso, con l'eccezione di quelle indicate come extra. Creature, Creatori richiede un titolo separato da 5 euro intero e 3 ridotto, oppure un combinato che con l'intero costa 18 euro in biglietteria e 17 online.
C'è una caffetteria
Sì, il museo ha caffetteria, ristorante e bookshop, con accesso anche da via Guido Reni 8 negli orari di apertura di questi servizi.
Il consiglio finale
Se dovessi riassumere tutto in tre righe direi questo: prendete il biglietto online per un giorno feriale della prossima settimana, scegliete la formula MAXXI REPLAY che costa uguale e vi lascia tornare, arrivate alle 11 in punto quando aprono, e portatevi dietro il biglietto della metro perché vi vale il ridotto. Poi entrate in galleria 3 e per i primi dieci minuti non leggete niente, guardate e basta.
Tragicomica è una di quelle mostre che a Roma capitano poche volte in un decennio, non per il numero di opere ma per l'ambizione dell'idea. Rileggere ottant'anni di arte italiana attraverso la tensione fra il riso e il pianto significa proporre un canone diverso, e proporlo dentro un museo nazionale significa prendersi una responsabilità. Si può non essere d'accordo con la tesi, si può uscire pensando che alcuni accostamenti siano forzati: sono discussioni legittime e in fondo sono il segno che la mostra ha funzionato. Quello che non si può fare è ignorarla, perché la prossima occasione di vedere insieme Fontana, De Dominicis, Carol Rama, Bentivoglio, Cattelan e Adelaide Cioni non è in calendario da nessuna parte.
Domenica 20 settembre, verso le sette di sera, qualcuno spegnerà le luci della galleria 3 e nei giorni successivi trecento opere torneranno nei loro depositi, nelle case dei collezionisti, nei musei che le hanno prestate. Alcune riappariranno fra dieci anni in un'altra mostra, altre non le rivedrete più. Otto giorni sono pochi ma bastano. Andateci.
Domande frequenti su Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi, al MAXXI
Fino a quando si può visitare Tragicomica al MAXXI?
La mostra Tragicomica, Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi, resta aperta al MAXXI fino a domenica 20 settembre 2026, tenendo conto che il museo è chiuso il lunedi.
Dove si trova il MAXXI?
Il MAXXI si trova in via Guido Reni 4A, 00196 Roma, nel quartiere Flaminio, con un secondo accesso da via Guido Reni 8 negli orari di apertura del bookshop e della caffetteria.
Quali sono gli orari del museo?
Il MAXXI apre dal martedi alla domenica dalle 11 alle 19, con il lunedi di chiusura. La biglietteria chiude un’ora prima della chiusura del museo, quindi l’ultimo ingresso utile è alle 18.
Quanto costa il biglietto?
Il dossier non riporta la cifra esatta del biglietto per Tragicomica: conviene verificare il prezzo aggiornato, intero e ridotto, sul sito ufficiale del MAXXI prima di prenotare.
Come si arriva al MAXXI?
Il modo migliore per arrivare è la metro A fino alla fermata Flaminio e poi il tram 2 fino alla fermata Apollodoro, da cui il museo è a pochi minuti a piedi.
Quanto tempo serve per visitare la mostra?
Per una visita onesta di Tragicomica conviene calcolare almeno due ore. Se si vuole vedere anche la mostra su Andrea Pazienza, aperta in contemporanea al MAXXI, la giornata si riempie facilmente.
Conviene comprare il biglietto MAXXI REPLAY?
Sì: il consiglio è di visitare la mostra di mattina presto in un giorno feriale con la formula MAXXI REPLAY, che permette di tornare nella stessa fascia di prezzo e nelle prime ore le gallerie del museo sono praticamente vuote.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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