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Museo delle Cere

Il Museo delle Cere di Roma è in piazza dei Santi Apostoli 68/A, sul fianco del blocco di Palazzo Colonna, a poco più di cento metri da piazza Venezia: si esce dalla porta, si guarda a sinistra e il Vittoriano è lì. Apre tutti i giorni dalle 9 alle 21, senza giorno di chiusura settimanale, ed è una delle pochissime porte di museo che a Roma resta aperta anche a cena. Il biglietto intero è indicato in 9,50 euro; i bambini sotto il metro di altezza non pagano e fino a un metro e quaranta entrano con il ridotto, mentre la tariffa di gruppo parte da quattro persone. Prenotare non è necessario: si compra alla cassa, oppure online dal sito ufficiale museodellecere.com, che indirizza al rivenditore autorizzato dal museo. Telefono (+39) 06 6796482, posta info@museodellecereroma.com. Le tariffe esatte e le eventuali riduzioni conviene ricontrollarle sul sito ufficiale prima di partire da casa. La fermata di metropolitana più vicina è Colosseo, linea B, dieci minuti a piedi lungo via dei Fori Imperiali; a piazza Venezia arrivano fra gli altri il 40 e il 64 da Termini, il 63, il 70 e il 170. Attenzione a un dettaglio che manda fuori strada anche i romani: il cantiere della stazione Venezia della linea C ha ridisegnato la viabilità della piazza, diverse linee di superficie transitano per via del Plebiscito e piazza d'Aracoeli e su via IV Novembre, cioè a cinquanta metri dalla porta del museo, sono state istituite fermate provvisorie.

Se stai costruendo una giornata romana intorno a questo indirizzo, la pagina delle attrazioni turistiche di Roma raccoglie tutto quello che si trova nel raggio di dieci minuti a piedi da qui, e ce n'è parecchio.

Museo delle Cere
Museo delle Cere

Che cosa è davvero il Museo delle Cere di Roma

Comincio dalla cosa che nessuna guida ammette volentieri: il Museo delle Cere è un museo divisivo. Ci sono romani che lo considerano il posto più stravagante del centro e turisti che ne escono infastiditi perché si aspettavano l'equivalente italiano di una catena internazionale di figure di cera, con le luci da studio televisivo e la statua della popstar del momento. Non è quello. È un museo privato, nato nel 1958, cresciuto per accumulo lungo sette decenni, che conserva il gusto espositivo del proprio tempo e non lo ha mai del tutto abbandonato. Chi ci entra pensando di trovare un parco tematico rimane deluso. Chi ci entra sapendo che sta per attraversare un pezzo di storia del costume italiano, con tutta la polvere e tutta la stranezza che questo comporta, esce contento.

Le cifre aiutano a inquadrarlo. Il museo dichiara oggi oltre cento figure a grandezza naturale e si presenta come l'unica raccolta del suo genere in Italia e la terza in Europa per importanza e numero di personaggi, dopo il Madame Tussauds di Londra e il Grévin di Parigi. È una gerarchia che il museo ripete da decenni e che va presa per quello che è, cioè una collocazione storica: nel 1958, quando aprì, l'Italia non aveva niente di paragonabile, e per quasi mezzo secolo la frase è rimasta vera senza discussioni. La raccolta iniziale contava trentotto figure. Il resto è arrivato negli anni, statua dopo statua, seguendo la cronaca, la politica, il cinema e lo sport, con quella logica additiva che è la cifra dei musei delle cere di tutto il mondo.

La mia opinione netta, e la dico subito perché il resto della pagina si capisca meglio: il Museo delle Cere vale l'ora che gli dedichi se lo guardi come guarderesti un archivio fotografico di famiglia, cioè cercando le persone e le epoche invece della somiglianza perfetta. Se lo guardi cercando il ritratto iperrealista, ti arrabbi. Se lo guardi cercando il modo in cui l'Italia del 1958, del 1970, del 1990 e del 2010 ha deciso chi meritava di essere messo in cera, ti diverti e impari qualcosa.

Una curiosità su Museo delle Cere

La curiosità più bella su questo posto non riguarda le sue statue, ma il fatto che l'idea di conservare in cera il volto dei personaggi importanti sia nata proprio qui, a Roma, quasi duemila anni prima che aprisse il museo di piazza dei Santi Apostoli. Le famiglie aristocratiche romane tenevano nell'atrio della casa le cosiddette imagines maiorum: ritratti degli antenati ricavati da maschere di cera calcate direttamente sul volto del defunto, custodite in armadietti di legno e disposte come un albero genealogico tridimensionale. Non erano oggetti decorativi. Erano titoli di nobiltà esposti: il diritto di conservarle, che le fonti moderne chiamano ius imaginum, spettava a chi aveva avuto in famiglia magistrati curuli, e la fila delle maschere nell'atrio diceva al visitatore, prima di ogni parola, con chi aveva a che fare.

Il momento in cui quelle cere uscivano di casa era il funerale. Nel corteo funebre di un aristocratico, attori scelti per corporatura indossavano le maschere degli antenati e ne indossavano anche le insegne, sfilando su carri e sedendosi poi sui seggi curuli davanti ai Rostri: per la durata della cerimonia i morti tornavano visibilmente in mezzo ai vivi. Cassio Dione descrive l'uso dei ritratti in cera nei cortei imperiali, da Augusto a Pertinace. Chi ha letto quelle pagine e poi entra in un museo delle cere qualunque, in qualunque città d'Europa, riconosce la stessa identica pulsione: fissare un volto perché non sparisca, e metterlo in fila con gli altri volti che contano.

Ecco perché trovo insensato il naso arricciato di certi visitatori colti davanti alla porta del Museo delle Cere. La ceroplastica del ritratto è un'invenzione romana prima che londinese o parigina, e questo museo, per quanto modesto e casalingo, è l'ultimo anello di una catena che parte dagli atri delle domus repubblicane. La differenza è che nella Roma antica il criterio di ammissione era il cursus honorum, e nel museo di piazza dei Santi Apostoli è stato, di volta in volta, la fama. Il meccanismo mentale è lo stesso.

Aggiungo un dettaglio che mi piace raccontare ai gruppi davanti alla porta: la cera è un materiale che, a differenza del marmo, invecchia come invecchia la pelle. Si opacizza, si ingrigisce, cede sotto il proprio peso se la temperatura sale. Una statua di cera trascurata non si rompe, si affloscia. È il motivo per cui questi musei hanno bisogno di manutenzione continua e di un laboratorio interno, e il motivo per cui, nel mondo, quasi nessuna figura di cera ottocentesca è arrivata integra fino a noi.

La ceroplastica prima dei musei delle cere: una tecnica seria, non un gioco

Per capire che cosa si guarda al Museo delle Cere serve sapere da dove viene la tecnica. La ceroplastica è scultura in cera, e per quattro secoli è stata una delle arti più raffinate d'Europa, praticata da botteghe che lavoravano per le corti, per le chiese e per le università di medicina. Che oggi sia associata soprattutto alle statue dei calciatori è un accidente della storia recente, non il suo destino naturale.

La cera come materia: perché funziona e perché tradisce

La cera è morbida, plastica, si modella e si rimodella, si rifonde, si può rendere più lucida o più opaca, più opaca o più traslucida. Accetta pigmenti mescolati nell'impasto oppure stesi in superficie a lavoro finito, e accetta innesti di materiali estranei: capelli veri, peli, denti, occhi di vetro. È questa capacità di combinarsi con l'organico che la rende inquietante: nessun altro materiale scultoreo simula la pelle con la stessa impudenza. Benvenuto Cellini lasciò scritto come si preparava l'impasto nella sua bottega, cera bianca pura mescolata con biacca ben macinata e un poco di trementina chiarissima, dosata secondo la stagione, perché una cera troppo tenera d'estate si deforma e una troppo dura d'inverno si spacca.

Il rovescio della medaglia è la fragilità. La cera teme il calore, la luce diretta, la polvere che si incolla alla superficie leggermente untuosa e non se ne va più. Un museo delle cere è, dal punto di vista conservativo, uno dei posti più difficili da gestire che esistano: le figure vanno ritoccate, ripulite, a volte rifuse. Quando in una sala di questo museo noti un incarnato spento o una piega che non torna, quello che vedi è il tempo che lavora sulla materia, non la sciatteria di chi ha fatto la statua.

I boti fiorentini e Orsino Benintendi

Nel Quattrocento la capitale europea della cera era Firenze. I fedeli portavano alla Santissima Annunziata i cosiddetti boti, ex voto in cera che riproducevano parti del corpo guarite o, nei casi più solenni, il donatore intero a grandezza naturale, vestito dei propri abiti. Le navate e i chiostri ne erano letteralmente foderati, appesi a travi e catene, al punto che il peso complessivo divenne un problema strutturale. Il cronista Benedetto Dei sosteneva che al mondo non esistessero maestri d'immagini di cera pari a quelli che allora lavoravano a Firenze, e per una volta il campanilismo fiorentino aveva ragione.

Il nome che conta è Orsino Benintendi, ceraiolo attivo nella cerchia di Andrea del Verrocchio. Per Lorenzo il Magnifico realizzò tre effigi a grandezza naturale, collocate in altrettante chiese come ringraziamento per lo scampato pericolo della congiura dei Pazzi. Vasari racconta che dal tempo di Verrocchio si prese l'uso di formare con poca spesa le teste di coloro che morivano, e che perciò in molte case fiorentine si videro sopra i camini ritratti di cera dei padroni. Della grande stagione fiorentina non è rimasto quasi nulla: la maggior parte di quelle opere fu distrutta alla fine del Settecento, e questo dice tutto sulla resistenza del materiale.

Gaetano Giulio Zumbo, il siracusano che scolpì la putrefazione

Il ceroplasta italiano più grande e più cupo nacque a Siracusa nel 1656 e morì a Parigi il 22 dicembre 1701. Gaetano Giulio Zumbo lavorò a Firenze fra il 1691 e il 1695, poi a Genova, poi a Marsiglia, infine a Parigi, dove Luigi XIV gli concesse il privilegio delle preparazioni anatomiche. Le sue opere non sono ritratti: sono teatrini, scatole scure profonde poche decine di centimetri, dentro le quali si affollano corpi in decomposizione. Il trionfo del tempo, La peste, Vanità della gloria umana, Il morbo gallico: si vedono ancora oggi alla Specola di Firenze, e chi non li ha mai guardati dal vivo non ha idea di quanto lontano possa arrivare la cera nel riprodurre la carne che si disfa.

Nel 1700 Zumbo collaborò con il chirurgo francese Guillaume Desnoues alla realizzazione di preparati anatomici, e finì per litigarci di brutto, come capitava spesso ai geni del suo tipo. La sua tomba parigina fu distrutta durante la Rivoluzione. Racconto Zumbo dentro una pagina sul Museo delle Cere per un motivo preciso: la ceroplastica nasce dalla morte, dal calco sul cadavere, dal desiderio di trattenere ciò che si corrompe. Il museo di piazza dei Santi Apostoli, con la sua sezione dedicata alle pene capitali, è molto più fedele a questa origine di quanto ammetta.

Bologna, Ercole Lelli e Anna Morandi Manzolini

Nel Settecento la cera diventa strumento scientifico. A Bologna, dove la scuola anatomica era attiva da oltre un secolo e mezzo, Ercole Lelli progettò nel 1742 la Stanza dell'anatomia dell'Istituto delle Scienze, fondato nel 1711 da Luigi Ferdinando Marsigli. Vi collocò statue a grandezza naturale costruite su scheletri veri, rivestiti di fasci muscolari superficiali e profondi modellati in un impasto che non era cera pura ma sego e mastice lavorati con trementina e acquaragia, colorati con sostanze naturali. Realizzò anche modelli di reni sani e malformati, fra le prime rappresentazioni plastiche di una patologia.

Accanto a lui lavorarono Giovanni Manzolini e sua moglie Anna Morandi, che dopo la morte del marito continuò da sola e divenne una delle poche donne del Settecento europeo a insegnare anatomia. Il Museo delle cere anatomiche Luigi Cattaneo conserva a Bologna una parte di quel patrimonio. Vale la pena saperlo prima di entrare in un museo delle cere: la stessa tecnica che modella il volto di un attore ha modellato, duecentocinquant'anni fa, i tavoli su cui hanno studiato generazioni di medici.

Clemente Susini e la Specola di Firenze

Nel 1771 il granduca Pietro Leopoldo istituì a Firenze l'officina ceroplastica del Museo di Fisica e Storia Naturale, sotto la direzione di Felice Fontana, vissuto fra il 1730 e il 1805. Il modellatore che ne fece la fortuna fu Clemente Susini, nato nel 1754 e morto nel 1814, entrato in laboratorio a diciannove anni e rimastoci tutta la vita, fino a dirigerlo. Le sue cere anatomiche, costruite sulle dissezioni di Paolo Mascagni e Filippo Uccelli, sono ancora oggi il vertice assoluto del genere. Le celebri Veneri anatomiche, corpi femminili distesi che si aprono a mostrare i visceri, appartengono a questa stagione: opere in cui la componente artistica ha preso il sopravvento su quella didattica, e proprio per questo diventate icone.

Una parte notevole di quel lavoro finì a Cagliari, dove l'Università conserva la collezione Susini, e altre serie partirono per Vienna. Sono i musei che consiglio a chiunque, uscito dal Museo delle Cere di Roma, voglia capire che cosa la cera sappia fare quando la si prende sul serio fino in fondo.

Madame Tussaud e il Grévin: i due modelli del Museo delle Cere

Il museo romano nacque dichiaratamente sulle orme di due istituzioni straniere, e conoscerle serve a leggere le sale di piazza dei Santi Apostoli con occhio più preciso.

Marie Tussaud, dalle teste ghigliottinate a Baker Street

Anna Maria Grosholtz nacque a Strasburgo il 1 dicembre 1761 e morì a Londra il 15 aprile 1850. Imparò il mestiere da Philippe Curtius, medico abilissimo nel modellare in cera parti anatomiche per le lezioni, che poi si spostò sul ritratto e nel 1765 aprì a Parigi un laboratorio di figure. Marie lo chiamava zio. Durante il Terrore fu arrestata con l'accusa di simpatie monarchiche e si salvò perché la sua abilità era troppo utile: le fu ordinato di ricavare maschere mortuarie dalle teste dei giustiziati, e da quelle mani passarono i volti di Maria Antonietta, di Marat, di Robespierre.

Nel 1802 lasciò la Francia per Londra con il figlio Joseph, allora di quattro anni, e per trent'anni girò le isole britanniche con una mostra ambulante prima di aprire, nel 1835, la prima esposizione stabile a Baker Street. La sezione degli orrori ha un antenato preciso: la Caverne des Grands Voleurs allestita da Curtius al Boulevard du Temple nel 1782. Ecco perché ogni museo delle cere del mondo, compreso quello romano, ha una stanza buia con i delitti e i patiboli: non è un'aggiunta di cattivo gusto, è il gene originario del genere.

Il Grévin di Parigi, 1882

Il secondo modello è parigino e più giovane: il Musée Grévin aprì nel 1882 nel IX arrondissement e oggi espone oltre duecento figure. Nacque come costola illustrata della stampa quotidiana, in un'epoca in cui i giornali non potevano ancora pubblicare fotografie: si andava al Grévin per vedere che faccia avessero i personaggi di cui si leggeva. È un dettaglio che spiega molto anche del museo di Roma, aperto nel 1958, quando la televisione italiana aveva quattro anni di vita e milioni di persone non avevano mai visto in volto, se non su una fotografia sgranata, i protagonisti della politica e dello spettacolo. Un museo delle cere, allora, era un servizio informativo.

La nascita del Museo delle Cere: dalle Terme di Diocleziano a piazza dei Santi Apostoli

La storia di questo museo comincia con un uomo di circo. Fernando Canini era un imprenditore dello spettacolo viaggiante, uno di quelli che il pubblico lo conoscevano davvero, e nei viaggi all'estero aveva visto il Madame Tussauds di Londra e il Grévin di Parigi. Tornato a Roma decise che la città meritava qualcosa di simile.

Il 1958 e le trentotto figure delle Terme di Diocleziano

La prima esposizione aprì nel 1958 e contava trentotto personaggi. La sede provvisoria era alle Terme di Diocleziano, cioè dentro il colosso di laterizio che Massimiano fece costruire a cavallo fra il III e il IV secolo e che oggi ospita una delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano. Provo a immaginare l'effetto: figure di cera dei protagonisti del Novecento allineate dentro le aule di un impianto termale imperiale, a due passi dalla stazione Termini, nella Roma del boom che stava scoprendo il turismo di massa. Nessun allestimento contemporaneo saprebbe produrre lo stesso cortocircuito.

Il pubblico rispose, e la collezione crebbe. Ma le Terme non potevano restare una sede definitiva: erano, e sono, un monumento dello Stato. Fra il 1969 e il 1970 il museo traslocò dove si trova ancora oggi, negli ambienti al piano terra del complesso di Palazzo Colonna affacciati su piazza dei Santi Apostoli. Da allora sono passati oltre cinquant'anni nello stesso indirizzo, che per un museo privato romano è una longevità rara.

Come è cresciuta la collezione

Il criterio di crescita è quello classico dei musei delle cere: si aggiunge chi entra nell'immaginario collettivo, e quasi mai si toglie. Le cronache registrano l'arrivo delle figure di Padre Pio e di Barack Obama l'8 dicembre 2008, e quella di Alberto Sordi nel marzo del 2009, a sei anni dalla morte dell'attore. Sono date che raccontano un metodo: il museo insegue il sentimento popolare con un ritardo fisiologico di qualche mese o di qualche anno, il tempo di capire se un personaggio è destinato a restare.

Da trentotto figure iniziali si è arrivati a oltre cento a grandezza naturale, secondo il conteggio che il museo stesso dichiara. Circolano cifre più alte, e non sono necessariamente sbagliate se si contano anche le comparse, i busti e le figure secondarie delle scene ricostruite; il numero delle figure principali resta però quello. Preferisco riportare il dato del museo piuttosto che il più suggestionabile passaparola dei siti di viaggio.

Il laboratorio interno

Un museo delle cere che non abbia un laboratorio non sopravvive. Qui il laboratorio c'è, ed è il luogo dove le figure vengono modellate, assemblate e soprattutto mantenute. Il procedimento, in tutte le botteghe del mondo, è sostanzialmente questo: si studia il soggetto su fotografie e misure, si modella la testa in creta, si ricava un calco in gesso, si cola la cera pigmentata, si rifinisce l'incarnato a pennello, si montano gli occhi di vetro, si impianta la capigliatura ciocca per ciocca a ferro caldo, si veste la figura con abiti veri. Una testa ben fatta richiede settimane. Una testa mal fatta si riconosce a tre metri di distanza, ed è il motivo per cui in ogni museo delle cere del pianeta alcune statue funzionano benissimo e altre sembrano parenti alla lontana del personaggio che dovrebbero rappresentare.

Le novità recenti

Negli ultimi anni la gestione ha inserito nel percorso codici QR collegati a contenuti video animati generati con strumenti di intelligenza artificiale, e su questo il museo rivendica un primato mondiale. È l'aggiornamento più visibile di un allestimento che per il resto è rimasto fedele a se stesso. Il mio giudizio, da professionista che accompagna gruppi, è tiepido: il telefono in mano davanti a una statua di cera toglie più di quanto aggiunga, e la cosa migliore che si possa fare in queste sale è guardare, non inquadrare. Ma per un ragazzino annoiato può essere l'aggancio che salva la visita, e allora ben venga.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo delle Cere

Che il museo sia aperto tutti i giorni dalle 9 alle 21 lo scrivono in molti. Quello che quasi nessuno spiega è che cosa significhi, in pratica, in una città come Roma. Significa che questa è una delle rarissime porte di museo del centro storico che si può varcare alle otto e mezza di sera, quando i Musei Capitolini hanno chiuso da un pezzo, quando le chiese sono sbarrate, quando l'unica alternativa culturale rimasta è guardare le luci del Vittoriano dalla piazza. Per chi arriva a Roma nel tardo pomeriggio, per chi ha un volo la mattina dopo, per chi si ritrova con due ore vuote fra la cena e il rientro in albergo, il Museo delle Cere è letteralmente l'unica cosa aperta nel raggio di cinque minuti a piedi.

Ne approfitto per una raccomandazione che vale oro e che non trovi nei consigli standard: la sera qui si visita meglio. Non per l'atmosfera, che non cambia perché la luce è artificiale in ogni caso, ma perché il flusso di visitatori si assottiglia. Al Museo delle Cere gli ambienti sono stretti e le figure sono a portata di mano: con dieci persone dentro contemporaneamente si guarda bene, con quaranta si guarda male. Le due fasce peggiori sono la metà mattina e il primo pomeriggio dei fine settimana, quando arrivano insieme le famiglie e i gruppi scolastici. Dopo le 19 il museo diventa un altro posto.

Il secondo elemento che nessuno dice riguarda l'indirizzo. Molte pagine online, comprese fonti che si copiano a vicenda da anni, indicano il civico 67 di piazza dei Santi Apostoli. Il recapito corretto è il 68/A, con il codice di avviamento postale 00187. Non è pedanteria: la piazza è lunga, i portoni sono grandi, i numeri civici sono poco visibili e chi cerca il 67 finisce davanti all'ingresso sbagliato con la valigia in mano. Il portone del museo è quello con l'insegna sul lato che guarda verso via IV Novembre, e la cassa è subito dentro.

Terzo elemento, e questo lo dico per esperienza diretta di accompagnamento: al Museo delle Cere si può toccare, avvicinarsi, mettersi accanto alle figure. Non ci sono cordoni ovunque, non ci sono custodi che soffiano nel fischietto. È un rapporto con l'oggetto esposto che nei musei pubblici non esiste più da decenni, e per i bambini fa una differenza enorme. Va da sé che toccare significa sfiorare con rispetto: la cera trattiene le impronte e il grasso della pelle, e ogni mano lasciata su una guancia è un lavoro in più per il laboratorio.

Dove è il Museo delle Cere: piazza dei Santi Apostoli e Palazzo Colonna

L'indirizzo del museo non è un accidente: è uno degli angoli più densi di storia della città, e la maggior parte di chi ci entra non se ne accorge.

La piazza dei Santi Apostoli

Piazza dei Santi Apostoli è un rettangolo allungato che scende da via IV Novembre verso via del Corso, chiuso su un lato dalla mole di Palazzo Colonna, sull'altro da Palazzo Odescalchi e da Palazzo Balestra, in fondo dalla facciata della basilica dei Santi XII Apostoli. È una piazza di passaggio e di palazzi, poco fotografata, quasi sempre attraversata di corsa da chi va da piazza Venezia alla Fontana di Trevi. Chi si ferma trova un impianto urbano intatto, di quelli che a Roma sopravvivono solo dove la proprietà nobiliare ha tenuto insieme gli isolati per secoli.

Palazzo Colonna, otto secoli della stessa famiglia

Il Museo delle Cere occupa ambienti che appartengono al grande blocco di Palazzo Colonna, uno dei più vasti e più antichi palazzi privati di Roma. L'area era occupata già prima dell'anno Mille da edifici dei conti di Tuscolo, dai quali discende la famiglia Colonna; il corpo principale fu demolito per volere di Bonifacio VIII e presto ricostruito. Dal Trecento in poi il palazzo ospitò personaggi di primo piano, fra cui l'imperatore Ludovico il Bavaro e Francesco Petrarca. Nel Quattrocento vi abitò il cardinale Oddone Colonna, che salì al soglio pontificio come Martino V e riportò a Roma la sede papale dopo lo scisma. Nel 1527, durante il Sacco di Roma, Isabella d'Este vi trovò rifugio e la sua presenza risparmiò al palazzo il saccheggio.

La grande stagione costruttiva è seicentesca: dal 1649 il cardinale Girolamo Colonna avviò la ristrutturazione, affidata prima ad Antonio Del Grande, morto nel 1671, poi proseguita da Girolamo Fontana; nel Settecento intervennero Nicola Michetti e, fra il 1757 e il 1764, Paolo Posi per la seconda galleria. La Galleria Colonna, iniziata nel 1654 e inaugurata nel 1703, conserva una delle raccolte private più importanti della città, con opere di Raffaello, Tiziano, Correggio e Guercino, sotto una volta affrescata da Giovanni Coli e Filippo Gherardi. La famiglia possiede ancora il palazzo, e sono passati otto secoli.

Ecco il consiglio che do sempre e che quasi nessuno raccoglie: se vieni al Museo delle Cere di venerdì o di sabato mattina, hai la possibilità di vedere nello stesso isolato due estremi opposti dell'idea di collezione. La Galleria Colonna apre al pubblico proprio il venerdì e il sabato mattina, con ingresso dal book shop di via della Pilotta 17 e uffici in piazza dei Santi Apostoli 66. Da un lato del blocco, la quadreria aristocratica con i capolavori e la palla di cannone conficcata nello scalone; dall'altro, le figure di cera dei divi del Novecento. Due modi di dire chi conta, a cinquanta metri di distanza. Non conosco confronto più istruttivo in tutto il centro di Roma.

La basilica dei Santi XII Apostoli

In fondo alla piazza c'è la basilica dei Santi XII Apostoli, fondata in età paleocristiana, rimaneggiata più volte e rivestita nell'Ottocento della facciata neoclassica di Giuseppe Valadier, sopra il portico quattrocentesco. All'interno riposa il monumento funebre di Clemente XIV, opera giovanile di Antonio Canova che segnò l'affermazione romana dello scultore. È a trenta secondi di cammino dalla porta del museo, l'ingresso è libero e la maggior parte dei visitatori del Museo delle Cere non ci mette piede. Sbagliano.

Perché un museo delle cere proprio qui

La scelta della sede, alla fine degli anni Sessanta, seguiva una logica commerciale limpida: piazza Venezia era e resta il crocevia pedonale più battuto di Roma, il punto in cui convergono i flussi che vengono dal Colosseo, dalla Fontana di Trevi, da via del Corso e dal Campidoglio. Aprire lì significava intercettare chiunque. Il paradosso è che oggi quella stessa centralità gioca contro il museo: nel raggio di trecento metri ci sono i Fori, il Vittoriano, il Campidoglio e Palazzo Venezia, e il visitatore medio, dovendo scegliere, sacrifica la cera. Chi ci entra lo fa quasi sempre per una ragione precisa: i bambini, la pioggia, l'orario tardo, o una curiosità autentica per un genere espositivo fuori moda.

La visita al Museo delle Cere sala per sala

Il percorso si svolge in una decina di ambienti in sequenza, di dimensioni contenute, collegati da corridoi stretti. Non ci sono scale monumentali né scenografie multimediali: si cammina, si gira l'angolo, si trova un gruppo di figure. Descrivo la visita seguendo l'ordine tematico che il museo propone, avvertendo che l'allestimento viene periodicamente rimescolato e che qualche personaggio può cambiare stanza da un anno all'altro.

L'atrio del Museo delle Cere e i comici italiani

Si entra e i primi volti sono quelli che nessun italiano sbaglia: Totò, Eduardo De Filippo, Nino Manfredi. È una scelta di apertura intelligentissima, e la difendo. Mettere all'ingresso tre facce della commedia italiana significa dire subito al visitatore che qui non si entra in punta di piedi, che il museo non ha soggezione di sé e che il primo sentimento richiesto è la simpatia. Antonio De Curtis, principe di Bisanzio per convinzione e Totò per il pubblico, morì a Napoli nel 1967; Eduardo, drammaturgo prima che attore, fu nominato senatore a vita nel 1981; Manfredi era di Castro dei Volsci ma romano d'adozione, e la sua faccia da romano un po' malinconico è quella che al Museo delle Cere riesce meglio delle altre due.

Un'osservazione tecnica che aiuta a guardare tutto il resto: nelle figure comiche la somiglianza è più facile, perché il pubblico riconosce prima la posa e l'espressione caratteristica che i lineamenti esatti. È il motivo per cui le statue degli attori funzionano quasi sempre e quelle dei politici quasi mai.

La sala del Gran Consiglio: la notte del 24 luglio 1943

È il pezzo forte del museo, e sostengo che sia anche il più serio. Il museo ricostruisce l'ultima seduta del Gran Consiglio del fascismo, con Mussolini al suo posto e i gerarchi intorno al tavolo. La scena originale si svolse a duecento metri da qui, nella Sala del Pappagallo di Palazzo Venezia: la riunione si aprì alle 18.15 del 24 luglio 1943, con ventotto membri in divisa nera, e andò avanti tutta la notte. L'ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che chiedeva la restituzione al Re del comando delle forze armate, fu messo ai voti alle 2.30 del 25 luglio e approvato con diciannove voti favorevoli, otto contrari e un astenuto. La seduta si chiuse alle 2.40.

I nomi meritano di essere letti, perché quella votazione fu il primo atto formale della caduta del regime: fra i favorevoli De Bono, De Vecchi, Grandi, De Marsico, Acerbo, Pareschi, Cianetti, Bastianini, Albini, Federzoni, Balella, Gottardi, Bignardi, De Stefani, Rossoni, Bottai, Marinelli, Alfieri e Galeazzo Ciano, genero di Mussolini; fra i contrari Scorza, Biggini, Polverelli, Tringali Casanuova, Frattari, Galbiati, Farinacci e Buffarini Guidi; unico astenuto Suardo. Il pomeriggio del 25 luglio Mussolini si presentò a Villa Savoia alle 17, Vittorio Emanuele III gli comunicò la sostituzione con Badoglio, e venti minuti dopo i carabinieri lo arrestarono, portandolo prima alla caserma Podgora e poi alla scuola allievi carabinieri di via Legnano. Alle 22.45 la radio annunciò il nuovo capo del governo.

Davanti a questa ricostruzione dico sempre la stessa cosa ai gruppi: il valore della scena non è la somiglianza dei volti, che è quella che è, ma la geografia. Sei nell'unico luogo di Roma in cui puoi vedere ricostruita quella stanza e poi uscire, camminare tre minuti e trovarti sotto la finestra vera. Nessuna proiezione multimediale produce lo stesso effetto. La sala del Gran Consiglio è, da sola, la ragione per cui il Museo delle Cere non merita il disprezzo che gli riservano certi visitatori frettolosi.

Il Novecento politico al Museo delle Cere

Il museo prosegue con i protagonisti del secolo breve, e qui l'accostamento è quello tipico dei musei delle cere di vecchia scuola, spiazzante e privo di gerarchie morali: Hitler e Alcide De Gasperi, Lenin e Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Mao Tse Tung, Nelson Mandela e Barack Obama. È una compresenza che oggi nessun curatore accademico proporrebbe, e che invece racconta con precisione il modo in cui l'opinione pubblica del Novecento archiviava i propri protagonisti: tutti insieme, i buoni e i mostri, perché la categoria di riferimento era la celebrità e non il giudizio storico.

Qualche appiglio per guardarli con più profitto. De Gasperi, trentino, era stato deputato al Parlamento di Vienna prima di diventare il primo presidente del Consiglio della Repubblica italiana: la sua statua qui vale come promemoria di una biografia che attraversa due Stati. Churchill ricevette il Nobel per la letteratura nel 1953, cosa che i visitatori dimenticano regolarmente. Lenin morì nel 1924 e il suo corpo fu imbalsamato e messo in mostra: nel museo delle cere di Roma la statua di Lenin è, se ci pensi, la copia in cera di un uomo che è già esposto come corpo conservato, ed è una vertigine che consiglio di assaporare in silenzio. La figura di Obama arrivò l'8 dicembre 2008, un mese dopo l'elezione: fu l'acquisizione più tempestiva della storia recente del museo, e si vede che fu fatta di corsa.

I papi e le figure religiose

Una sezione è dedicata alla rappresentanza ecclesiastica: papi e cardinali, con le figure di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI e quella di Padre Pio da Pietrelcina, entrata nella collezione l'8 dicembre 2008. Non è una scelta bizzarra in una città che ha nel papato la propria istituzione più longeva, e ha per di più un fondamento iconografico solido: il ritratto in cera del pontefice è un genere antico, praticato per secoli, e le effigi papali in cera sono state a lungo oggetti devozionali diffusissimi nelle case romane.

Karol Wojtyla, eletto nel 1978 e morto nel 2005, è il papa di cui i visitatori italiani over quaranta ricordano il volto in ogni sua fase, e questo rende la statua un banco di prova impietoso: la memoria collettiva è troppo precisa perché la cera regga il confronto. Joseph Ratzinger, eletto nel 2005 e dimessosi nel 2013, ha lineamenti più difficili da rendere, spigolosi e mobili. Padre Pio, morto nel 1968 e canonizzato nel 2002, è probabilmente la figura religiosa più riprodotta d'Italia in qualunque materiale, e la sua presenza qui misura la temperatura del sentimento popolare meglio di qualunque sondaggio.

Il Risorgimento italiano al Museo delle Cere

Garibaldi, Cavour, Mazzini: il triangolo scolastico dell'unificazione, quello che ogni italiano ha imparato in quinta elementare e quasi nessuno ha più riaperto. Vale la pena, davanti a queste figure, recuperare qualche data. Giuseppe Mazzini, genovese, fondò la Giovine Italia nel 1831 e morì a Pisa nel 1872 sotto falso nome, ancora formalmente ricercato. Camillo Benso conte di Cavour morì nel giugno 1861, tre mesi dopo la proclamazione del Regno d'Italia, senza vedere Roma capitale. Giuseppe Garibaldi difese nel 1849 la Repubblica Romana e tornò poi due volte a tentare la presa di Roma, fermato ad Aspromonte nel 1862 e a Mentana nel 1867.

Il legame con il luogo è più stretto di quanto sembri. Nel 1849, durante l'assedio francese della Repubblica Romana, le cannonate colpirono anche questa parte di città, e nello scalone di Palazzo Colonna si conserva ancora la palla di cannone che vi penetrò. Sei nella stessa piazza: guardare la statua di Garibaldi qui, e non in una sala scolastica, ha un altro peso.

Gli scienziati e gli inventori

La sezione dedicata alla scienza è quella che mi fa più tenerezza e che, secondo me, il museo dovrebbe valorizzare di più. Ci sono Galileo Galilei, Evangelista Torricelli, Alessandro Volta, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi. È un elenco che mette in fila quattro secoli di primati italiani, e in un museo di cera assume un significato involontariamente commovente: sono gli uomini che hanno dimostrato quanto poco valga l'apparenza rispetto alla misura, ritratti in un materiale che vive esclusivamente di apparenza.

Qualche dato per guardarli meglio. Galileo, pisano, fu processato a Roma nel 1633 e abiurò nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, a mille metri da qui. Torricelli, allievo di Galileo, formulò nel 1644 il principio del barometro a mercurio. Volta presentò la pila a Napoleone nel 1801, e il volt porta il suo nome. Marconi, bolognese, ottenne il Nobel per la fisica nel 1909 e visse a lungo a Roma, dove morì nel 1937. Fermi guidò a Roma il gruppo dei ragazzi di via Panisperna, ottenne il Nobel nel 1938 e da Stoccolma non tornò in Italia, andando direttamente negli Stati Uniti per sottrarre la moglie Laura Capon alle leggi razziali. Cinque statue, cinque storie che valgono da sole il biglietto se qualcuno te le racconta.

I poeti e i letterati

Dante Alighieri e Giacomo Leopardi presidiano la sezione letteraria. Dante in cera è un esercizio quasi impossibile, perché il volto che tutti abbiamo in mente non è un ritratto dal vero ma una costruzione iconografica successiva, fissata dal profilo aquilino, dal copricapo e dalla corona d'alloro. Quello che vedi qui è la copia di una convenzione, e trovo che sia un ottimo argomento di conversazione da fare ai ragazzi: come si fa la statua di una persona di cui nessun contemporaneo ha lasciato un ritratto attendibile.

Leopardi, invece, ha lasciato descrizioni fisiche precise e impietose, sue e altrui, e la sua figura riesce meglio. Recanatese, morto a Napoli nel 1837 a trentotto anni, passò per Roma nel 1822 e ne uscì disgustato: la città gli parve chiassosa, vuota, piena di gente che parlava senza dire nulla. Trovare la sua statua a duecento metri da piazza Venezia è una piccola vendetta postuma della città sul poeta.

Musica, arte e spettacolo

Giuseppe Verdi e Leonardo da Vinci aprono la sezione dedicata alle arti, affiancati dai volti dello spettacolo del Novecento: Charlie Chaplin, Alberto Sordi, Luciano Pavarotti, Elvis Presley, e poi il cinema internazionale con George Clooney e Brad Pitt. Verdi, nato a Roncole nel 1813 e morto a Milano nel 1901, fu autore di due prime assolute romane, Il trovatore al Teatro Apollo nel 1853 e Un ballo in maschera nel 1859: Roma gli deve più di quanto ricordi. Leonardo è, come Dante, un ritratto convenzionale costruito su un presunto autoritratto tardo.

Sordi merita un paragrafo a parte perché è il romano assoluto e perché la sua figura entrò in collezione nel marzo del 2009, sei anni dopo la morte. Nato a Trastevere nel 1920, fu la voce italiana di Oliver Hardy prima di diventare Albertone, e il suo funerale in San Giovanni in Laterano, nel febbraio 2003, radunò una folla che la città non vedeva da decenni. La statua di Sordi al Museo delle Cere è, per i visitatori romani, quella davanti alla quale ci si ferma più a lungo. Chaplin è il contraltare internazionale: bombetta, bastone, scarpe larghe, il costume che rende immediatamente riconoscibile la figura anche quando il volto non convince. Pavarotti, modenese, morto nel 2007, è ritratto nella posa da concerto con il fazzoletto bianco, e anche qui il segno esteriore fa il lavoro che la cera da sola non riuscirebbe a fare.

Lo sport

Nella collezione compaiono anche i calciatori, con Francesco Totti e Alessandro Nesta. Sono le figure che scatenano le reazioni più divertite e più feroci: il pubblico romano conosce quei volti meglio di quanto conosca il proprio, e ogni imprecisione salta all'occhio. Le difendo comunque, perché un museo delle cere ha il dovere di registrare chi occupa davvero l'immaginario di una città, e a Roma il capitano della squadra giallorossa lo occupa più di parecchi ministri. Nesta, romano anche lui, cresciuto nella squadra biancoceleste, completa il quadro con una simmetria che immagino non sia casuale.

I dinosauri e la Bella Addormentata

A un certo punto, senza preavviso, il percorso cambia registro: si entra in un ambiente con animali preistorici a grandezza naturale, tirannosauro, brontosauro, triceratopo, e poco più in là la ricostruzione della Bella Addormentata. È il momento in cui il visitatore adulto si guarda intorno chiedendosi se ha sbagliato porta, ed è anche il momento in cui i bambini si svegliano definitivamente.

Non lo considero un cedimento. È l'eredità diretta del circo: Fernando Canini veniva da lì, e nello spettacolo viaggiante l'accostamento fra il numero storico, il numero comico e il numero meraviglioso era la norma. Il Museo delle Cere non ha mai preteso di essere un museo scientifico ordinato per sezioni: è una raccolta di meraviglie, nel senso antico e onesto del termine, e i dinosauri accanto ai papi e ai gerarchi appartengono alla stessa logica delle Wunderkammern seicentesche. Se ti fa storcere il naso, ti stai portando dietro le aspettative sbagliate.

La sala degli orrori e gli strumenti di pena

C'è, come in ogni museo delle cere dal 1782 in poi, la sezione oscura: strumenti di esecuzione capitale, fra cui la sedia elettrica e la garrota. È l'ambiente su cui ricevo più domande e su cui do sempre lo stesso consiglio: se hai bambini piccoli, valuta se attraversarlo di corsa. Non c'è nulla di gratuitamente splatter, ma la materia è quella che è.

Vale la pena inquadrare il tema, perché a Roma la pena capitale ha una storia documentatissima. Giovanni Battista Bugatti, nato a Senigallia il 6 marzo 1779 e morto a Roma il 18 giugno 1869, fu il boia dello Stato Pontificio per quasi settant'anni: i romani lo chiamavano Mastro Titta. Abitava dentro la cinta vaticana, in vicolo del Campanile 4, nel rione Borgo, e attraversava il ponte Sant'Angelo soltanto nei giorni di esecuzione, tanto che la frase Mastro Titta passa ponte significava per i romani che quel giorno si giustiziava. I suoi taccuini, ritrovati e pubblicati da Alessandro Ademollo nel 1886, registrano cinquecentosedici nomi. Il mantello scarlatto che indossava è conservato al Museo Criminologico di Roma, in via del Gonfalone.

Racconto Mastro Titta ogni volta che attraverso questa sezione con un gruppo, perché sposta il discorso dal brivido alla storia della città. La sedia elettrica in cera è un oggetto americano che a Roma non c'entra nulla; la mannaia che lavorava a duecento metri da piazza Navona, invece, c'entra moltissimo.

Il resto della collezione

Completano il percorso figure di epoche diverse che non rientrano nelle sezioni principali: Napoleone Bonaparte, Cristoforo Colombo, imperatori romani, personaggi della storia europea. È la parte più eterogenea e quella che più risente della crescita per accumulo: si passa da un secolo all'altro senza mediazione, e il visitatore che cerca un filo narrativo non lo trova. Preferisco dirlo con franchezza piuttosto che vendere un ordine che non c'è. Napoleone, per inciso, ha a Roma un museo intero dedicato alla propria famiglia, il Museo Napoleonico a piazza di Ponte Umberto I, ed è una delle raccolte meno frequentate e più eleganti della città.

Il consiglio che ti do per visitare Museo delle Cere

Il consiglio principale è di rovesciare l'ordine con cui la maggior parte dei visitatori affronta questo posto. Quasi tutti entrano cercando la somiglianza: si piazzano davanti alla statua, la confrontano mentalmente con la fotografia che hanno in testa, emettono un verdetto e passano oltre. In venti minuti hanno finito, e sono usciti insoddisfatti. Il modo giusto è un altro: guarda prima la scena, poi il personaggio. Chiediti perché quella figura è in quella stanza, accanto a quelle altre, con quell'abito e in quella posa. Il Museo delle Cere è un museo di scelte, non di ritratti, e le scelte sono documenti.

Secondo consiglio, pratico: mettici un'ora, non venti minuti. Il museo è piccolo e si può attraversare in fretta, ma la fretta è esattamente il motivo per cui tanta gente ne parla male. Se prendi un'ora e leggi i cartellini, se ti fermi davanti alla ricostruzione del Gran Consiglio e provi a metterla in relazione con Palazzo Venezia che hai visto dieci minuti fa, la visita cambia natura.

Terzo: vieni con qualcuno che sappia raccontare, o preparati tu. Questo è un museo senza mediazione. Non c'è un percorso narrativo forte, non c'è un apparato didattico ricco, non c'è la voce che ti spiega perché Fermi e Marconi sono nella stessa stanza. Il valore lo porti tu. Con i gruppi che accompagno funziona benissimo proprio perché arrivo con le storie in tasca; una coppia di turisti che entra senza niente in mano rischia di vedere solo dei manichini.

Quarto: scegli l'orario. Le due fasce migliori sono l'apertura, verso le 9, e la sera dalle 19 in poi. La sera è la mia preferita perché il museo è quasi vuoto e perché uscire alle 20.30 in piazza dei Santi Apostoli, con il Vittoriano illuminato in fondo alla strada, è una chiusura di giornata che vale la fatica.

Quinto, e sarò brutale: se hai due giorni a Roma e non li hai mai passati qui, il Museo delle Cere non è la scelta giusta. Vai al Campidoglio, vai ai Fori, vai in San Clemente. Questo è un museo da terza o quarta visita, o da giornata di pioggia, o da serata con i bambini stanchi. Chi te lo vende come una priorità assoluta ti sta prendendo in giro; chi te lo sconsiglia in assoluto, però, non ha capito che cosa contiene.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che il Museo delle Cere di Roma sia il terzo d'Europa. Lo scrivono tutti, lo ripete il museo, lo copiano le guide. Quello che quasi nessuno aggiunge è il contesto che rende quella frase comprensibile, e senza contesto la frase suona come una vanteria.

Il primato va letto in ordine cronologico e non in classifica di grandezza. Il Madame Tussauds nasce dalla bottega parigina di Philippe Curtius, attiva dal 1765, e diventa esposizione stabile a Londra nel 1835: ha quasi due secoli di continuità e una macchina industriale alle spalle, con sedi in tutto il mondo. Il Grévin apre a Parigi nel 1882 con una funzione para giornalistica, e oggi conta oltre duecento figure. Il museo romano apre nel 1958 con trentotto figure e resta l'unico del genere in Italia per decenni. Terzo, quindi, significa terzo per anzianità e per consistenza in un'Europa continentale che di musei delle cere strutturati ne aveva pochissimi, non terzo in una gara di effetti speciali con le catene contemporanee.

C'è un secondo elemento poco citato, ed è più interessante. La differenza fra il museo romano e le catene internazionali non è soltanto di budget: è di funzione. Le catene lavorano sull'attualità e sostituiscono le figure quando un personaggio esce dalla circolazione, con una rotazione continua che tiene l'esposizione allineata al presente. Il museo di piazza dei Santi Apostoli, invece, non ha quasi mai tolto nulla. Il risultato è che qui si è stratificata la nozione di celebrità di sei decenni diversi: il gerarca, il papa, il fisico, il comico, il calciatore, il presidente americano. Quella che sembra una mancanza di aggiornamento è, di fatto, un archivio involontario del gusto italiano. Un museo che cancella il passato serve al pubblico di oggi; un museo che lo accumula serve allo storico di domani.

Il terzo elemento riguarda il materiale, e lo dico perché mi sembra la cosa più onesta che si possa raccontare a chi resta deluso dalla resa di alcune statue. La cera invecchia. Perde brillantezza, si ingrigisce sotto la polvere, cede alle variazioni di temperatura. Nessuna delle figure che vedi ha l'aspetto che aveva il giorno in cui è uscita dal laboratorio, e mantenerne cento significa un lavoro continuo che un museo privato senza contributi pubblici sostiene con i propri incassi. Quando confronti mentalmente queste statue con quelle di una catena internazionale, stai confrontando due economie, prima ancora che due estetiche.

La foto giusta da fare a Museo delle Cere

Le fotografie si possono fare, e questa è una delle ragioni principali per cui la gente ci viene. Ma la foto che quasi tutti scattano è la peggiore possibile: il selfie frontale, appiccicati alla statua, con il flash. Il flash sulla cera è un disastro tecnico, perché la superficie è leggermente traslucida e riflettente insieme: il lampo la appiattisce, cancella le ombre che davano volume al volto e produce quel colorito da cadavere che poi tutti attribuiscono alla scultura invece che alla propria fotocamera. Spegni il flash. Sempre.

La foto giusta, la prima, è la ricostruzione del Gran Consiglio inquadrata di taglio, non di fronte. Mettiti su un lato del tavolo, abbassa il telefono all'altezza degli occhi delle figure sedute e includi nel campo almeno tre o quattro gerarchi in fila. Quello che ottieni è una prospettiva che restituisce la profondità della scena e la tensione della sala, e che assomiglia molto di più a una fotografia storica che a un'istantanea turistica. È l'unica immagine di questo museo che, mostrata a qualcuno, produce una domanda invece di una risatina.

La seconda foto che consiglio è un dettaglio, non una figura intera: le mani. Nelle statue di cera le mani sono la parte in cui il lavoro artigianale si vede meglio, perché non hanno il soccorso degli occhi di vetro né della capigliatura vera, e devono reggere da sole. Inquadra le mani di Totò, o quelle di Pavarotti, con luce laterale e senza flash. Vedrai le vene, le unghie, le pieghe. È lì che si capisce se un ceroplasta sapeva il mestiere.

La terza è quella che nessuno fa e che invece racconta il posto meglio di tutte: l'inquadratura larga di una sala intera, presa dall'ingresso, con i visitatori dentro. Le figure ferme e le persone che si muovono, nella stessa immagine. Se scatti con un tempo leggermente lungo appoggiando il telefono a uno stipite, i visitatori vengono mossi e le statue nitide, e ottieni esattamente il tema di questo museo: chi è vivo passa, chi è di cera resta.

Fuori, l'ultima. Esci dal portone, cammina cinquanta metri verso via IV Novembre e voltati: hai piazza dei Santi Apostoli in scorcio, la mole di Palazzo Colonna sulla destra e, sullo sfondo, il bianco del Vittoriano. È la fotografia che colloca il museo nella città e che spiega, senza bisogno di didascalie, perché è aperto proprio lì.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il museo ha settant'anni scarsi, ma l'indirizzo ne ha mille. Gli avvenimenti che raccontano questo angolo di Roma appartengono a tre strati diversi, e vale la pena tenerli distinti.

Il ritorno del papato e Martino V

Nel Quattrocento il cardinale Oddone Colonna abitava in questo isolato. Eletto papa nel 1417 con il nome di Martino V, chiuse la lunga crisi che aveva tenuto la sede papale lontana da Roma e riportò il pontificato in città. Fu lui a finanziare il restauro della basilica dei Santi XII Apostoli, distrutta dal terremoto del 1348, e a farvi erigere il portico quattrocentesco che ancora oggi precede la facciata. Nell'abside Melozzo da Forlì dipinse un'Ascensione che è stata una delle prove più ammirate del Quattrocento romano. Insomma: la piazza in cui compri il biglietto per vedere Totò in cera è la piazza da cui è ripartita l'idea stessa di Roma capitale della cristianità.

Il Sacco di Roma del 1527

Quando le truppe imperiali misero a ferro e fuoco la città, nel maggio del 1527, Palazzo Colonna fu uno dei pochissimi edifici risparmiati. Vi si era rifugiata Isabella d'Este, marchesa di Mantova, e la sua presenza garantì protezione a chi era dentro: le cronache raccontano di centinaia di persone stipate nel palazzo. Nel giro di poche settimane Roma perse una parte enorme della propria popolazione e quasi tutto il patrimonio mobile delle chiese. Questo isolato è uno dei pochi punti del centro in cui si può dire, con documentazione alla mano, che il Sacco non entrò.

Gli Stuart in esilio

Nel Settecento, a pochi passi da qui, nel rione Trevi, il palazzo che oggi si chiama Balestra e che allora era Palazzo Muti divenne la residenza romana degli Stuart, la dinastia cacciata dal trono d'Inghilterra e di Scozia. Dal 1719 la Camera Apostolica ne affittò gli ambienti per Giacomo Stuart, il vecchio pretendente, e per la moglie Maria Clementina Sobieska. Lì nacque nel 1720 Carlo Edoardo, quello che gli scozzesi chiamano ancora Bonnie Prince Charlie, e nel 1725 il fratello Enrico Benedetto, futuro cardinale. Giacomo vi morì nel 1766, Carlo Edoardo nel 1788. Per quasi un secolo questa zona di Roma fu, di fatto, la corte in esilio di un regno perduto, e i romani ci hanno costruito sopra un immaginario che è arrivato fino alla toponomastica.

Il 1849 e la Repubblica Romana

Durante l'assedio francese del 1849 le cannonate arrivarono anche in questo isolato: nello scalone di Palazzo Colonna si conserva ancora la palla di cannone che vi si conficcò, lasciata al suo posto come cicatrice deliberata. È uno degli oggetti più eloquenti del centro di Roma, e si trova a una quarantina di metri dalla vetrina del museo.

La notte del 24 luglio 1943

L'avvenimento che il museo ricostruisce nella propria sala principale accadde a duecento metri di distanza, nella Sala del Pappagallo di Palazzo Venezia. La seduta del Gran Consiglio del fascismo cominciò alle 18.15 del 24 luglio 1943 e finì alle 2.40 del mattino seguente; l'ordine del giorno Grandi passò con diciannove voti contro otto e un astenuto. Ventiquattro ore dopo Mussolini era agli arresti e Badoglio era capo del governo. Chi visita il Museo delle Cere e poi si affaccia su piazza Venezia guarda le stesse finestre da cui, quella notte, i gerarchi uscirono uno alla volta.

La fondazione del museo e i suoi traslochi

Infine gli avvenimenti del museo stesso: l'apertura del 1958 alle Terme di Diocleziano con trentotto figure, il trasloco fra il 1969 e il 1970 nella sede attuale, l'ingresso in collezione delle figure di Padre Pio e di Barack Obama l'8 dicembre 2008 e di Alberto Sordi nel marzo 2009. Sono microstorie, ma per un'istituzione privata che ha attraversato sette decenni senza mai chiudere sono le date che contano.

Chi è passato da Museo delle Cere

La domanda ha due risposte, e tutte e due meritano di essere raccontate.

Chi è passato da questo indirizzo prima che ci fosse il museo

Il blocco di Palazzo Colonna ha ospitato, dal Trecento in poi, una sequenza di personaggi che in nessun altro luogo di Roma si trova concentrata così. Ci passò l'imperatore Ludovico il Bavaro, sceso in Italia per farsi incoronare contro la volontà del papa. Ci passò Francesco Petrarca, ospite dei Colonna, con i quali ebbe un legame lungo e personale: fu al servizio del cardinale Giovanni Colonna e alla famiglia dedicò versi e lettere. Ci abitò Oddone Colonna prima di diventare Martino V. Ci trovò riparo Isabella d'Este nel 1527. Ci vissero generazioni di cardinali e di principi, fino ai proprietari attuali, che sono gli stessi da otto secoli. Poche famiglie europee possono dire altrettanto e nessuna, in Italia, lo può dire con questa continuità di indirizzo.

Sulla piazza, a due passi, passarono gli Stuart in esilio con il loro codazzo di giacobiti scozzesi e irlandesi, che a Roma formarono per decenni una comunità riconoscibile. E nella basilica in fondo alla piazza sono sepolti il cardinale Basilio Bessarione, il grande umanista bizantino che portò in Occidente i codici greci, il compositore Girolamo Frescobaldi, organista di San Pietro e uno dei nomi più alti della musica del Seicento, e il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato di Giovanni Paolo II e artefice della politica vaticana verso l'Est europeo.

Chi è passato dentro il Museo delle Cere

Il museo, dal 1958, ha visto passare milioni di visitatori, e la sua storia sociale è quella delle gite scolastiche italiane. Per tre generazioni di studenti romani e laziali il Museo delle Cere è stato la prima uscita didattica, quella che si faceva in seconda o terza elementare, con il quaderno e la maestra che contava le teste all'ingresso. Se fermi un romano fra i quaranta e i settant'anni e gli nomini questo posto, nove volte su dieci ti risponde con un ricordo di scuola, e quasi sempre con il ricordo della sala degli strumenti di pena, che è l'unica cosa che a otto anni non si dimentica.

Poi ci sono i personaggi ritratti, che in un museo delle cere sono una categoria a parte: passano per la collezione senza mai metterci piede. Da Totò a Mandela, da Galilei a Obama, da Dante a Totti, il museo ha costruito in sessantacinque anni una specie di censimento della fama italiana e mondiale, aggiornato per addizioni successive. La lista dei presenti dice chi contava in quel decennio; la lista degli assenti dice altrettanto. Provo a suggerire un gioco che con i ragazzi funziona sempre: percorri le sale e chiediti chi manca. Le risposte raccontano l'Italia meglio di molti saggi.

Il Museo delle Cere con i bambini

È il pubblico per cui questo museo funziona meglio, e lo dico senza riserve. Un bambino fra i cinque e i dodici anni al Museo delle Cere si diverte, perché ha davanti figure a grandezza naturale che può guardare da vicino, perché il percorso è breve e vario, perché i dinosauri arrivano proprio nel momento in cui l'attenzione sta calando e perché nessuno gli dice di stare a un metro di distanza dalle opere. Confronta con l'esperienza media di un bambino in una pinacoteca e capisci perché le famiglie qui ci tornano.

Che età funziona meglio

Sotto i quattro anni la visita può risultare inquietante: le figure di cera hanno lo sguardo fisso e il pubblico piccolissimo reagisce male, soprattutto nelle stanze meno illuminate. Fra i cinque e i dieci anni è l'età d'oro. Sopra i dodici comincia il rischio opposto, cioè la sufficienza adolescenziale, e allora conviene giocare la carta storica: la sala del Gran Consiglio, gli scienziati, i personaggi che hanno appena studiato a scuola. Un ragazzo di tredici anni che ha fatto il Risorgimento in classe reagisce diversamente davanti a Mazzini se qualcuno gli spiega che quell'uomo morì latitante, sotto falso nome, nella propria patria.

La sezione da valutare

La sezione dedicata agli strumenti di esecuzione capitale contiene la sedia elettrica e la garrota. Con i bambini piccoli va valutata: non è un ambiente costruito per spaventare, ma il tema è quello. La mia regola con i gruppi familiari è semplice: si annuncia prima che cosa si sta per vedere, si attraversa senza soffermarsi e non si trasforma in un mistero, perché il mistero è esattamente quello che poi produce l'incubo notturno. Un bambino di dieci anni informato in anticipo passa senza problemi.

Le scuole e i laboratori

Il museo lavora molto con le scuole, dall'infanzia alle superiori, e propone attività e laboratori pensati sia per le classi sia per le famiglie, con un impianto che punta a rendere concreti argomenti storici altrimenti astratti. È il terreno su cui un museo delle cere ha un vantaggio strutturale sugli altri: davanti a una figura a grandezza naturale un bambino capisce che i personaggi dei libri erano persone alte un metro e settanta, con le mani, la stempiatura e la giacca. Sembra ovvio, non lo è. Per le gite scolastiche resta uno degli indirizzi più pratici del centro, anche perché l'orario continuato consente di incastrarlo prima o dopo un'altra visita senza corse.

Il consiglio pratico per le famiglie

Non venite a metà mattina del sabato. È il momento in cui le sale si riempiono e in cui i bambini, stretti fra gli adulti, vedono soltanto schiene. Venite all'apertura o dopo le 18. E date ai ragazzini un compito prima di entrare: trovare tre personaggi di cui conoscono il nome, oppure contare quante figure indossano un'uniforme. Con un compito in tasca la visita dura il doppio e vale il triplo.

Quanto dura la visita al Museo delle Cere

Quaranta minuti se si cammina e basta. Un'ora se ci si ferma a leggere. Un'ora e mezza se si viene con qualcuno che racconta o se si hanno bambini che vogliono tornare indietro a rivedere i dinosauri. Oltre l'ora e mezza non ci si arriva, perché la superficie espositiva è quella che è, e chiunque prometta una visita di tre ore non è mai entrato.

Questa brevità è una virtù, non un difetto, e va sfruttata. Il Museo delle Cere è il tassello ideale per riempire il buco che si crea in ogni giornata romana ben pianificata: quello fra le 13 e le 15, quando i musei statali sono affollati e i ristoranti pieni, oppure quello serale, quando tutto ha chiuso. Inserito lì, funziona benissimo. Messo al centro di una mattinata, ruba tempo a cose più grandi.

Che cosa funziona e che cosa no al Museo delle Cere

Devo essere onesto fino in fondo, perché su questo museo la letteratura online oscilla fra l'entusiasmo pubblicitario e lo sfottò, e nessuna delle due posizioni aiuta chi deve decidere se comprare il biglietto.

Quello che funziona

Funziona la ricostruzione del Gran Consiglio, per il valore storico e per la prossimità al luogo reale. Funzionano i comici italiani, perché la posa fa il lavoro che la somiglianza da sola non farebbe. Funziona la sezione scientifica, se qualcuno la racconta. Funziona il rapporto ravvicinato con le figure, che nessun museo pubblico può più offrire. Funziona l'orario, che non ha eguali nel centro. Funziona il prezzo: sotto i dieci euro, per un'ora di visita, in un centro storico in cui un caffè al tavolo costa quanto un biglietto di autobus, non è caro. E funziona, per chi ha occhio, la stratificazione: sessantacinque anni di scelte espositive accumulate senza revisione, che sono un documento culturale in sé.

Quello che non funziona

Non funziona la resa di alcune figure, soprattutto quelle dei personaggi più recenti e più fotografati, dove il confronto con la memoria visiva del pubblico è impietoso. Non funziona l'apparato didascalico, scarno e diseguale: molte figure meriterebbero due righe di contesto e non le hanno. Non funziona l'illuminazione in un paio di ambienti, dove la luce piatta uccide il volume dei volti proprio come farebbe un flash. Non funziona la sequenza narrativa: i dinosauri fra i papi e i gerarchi hanno una spiegazione storica, ma al visitatore che non la conosce sembrano un salto nel vuoto. E non funziona la manutenzione uniforme: alcune statue sono in ottimo stato, altre mostrano il tempo, e la differenza fra le une e le altre si nota.

Il giudizio

La mia posizione è netta: il Museo delle Cere non va difeso con l'entusiasmo e non va liquidato con lo snobismo. È un museo privato, familiare, di genere popolare, che conserva una collezione storica in un immobile prestigioso e che sopravvive dal 1958 senza contributi pubblici. Se pretendi da lui quello che offre una catena internazionale, resti deluso. Se lo prendi per quello che è, cioè un archivio del gusto italiano dentro un palazzo dei Colonna, esci con qualcosa in mano. Chi lo definisce il posto più bizzarro di Roma ha ragione; chi lo definisce inutile, no.

Come arrivare al Museo delle Cere

A piedi

Da piazza Venezia sono due minuti: si imbocca via IV Novembre e si scende subito a destra in piazza dei Santi Apostoli. Dalla Fontana di Trevi sono sei minuti in discesa. Dal Pantheon dieci, dal Colosseo quindici lungo via dei Fori Imperiali, dal Campidoglio sette. È uno degli indirizzi meglio collegati a piedi di tutto il centro, e a Roma camminare resta il modo più rapido di spostarsi nel raggio di un chilometro.

Con la metropolitana

La stazione più vicina è Colosseo, sulla linea B, a poco più di dieci minuti a piedi lungo via dei Fori Imperiali; in alternativa Cavour, sempre linea B, con un percorso simile per lunghezza. Dalla linea A si scende a Spagna e si cammina lungo via Condotti e via del Corso, oppure a Barberini scendendo per la Fontana di Trevi. La stazione della linea C in piazza Venezia è in costruzione e non è ancora in esercizio.

Con l'autobus

Piazza Venezia è il nodo di superficie più servito del centro storico. Fra le linee che vi transitano ci sono il 40 e il 64, entrambi da Termini, e poi il 63, il 70, il 170 e altre. Il cantiere della metropolitana ha però modificato percorsi e fermate: diverse linee, fra cui 51, 63, 80, 83, 85, 119 e 160, passano oggi per via del Plebiscito, piazza del Gesù e via d'Aracoeli, e sono state istituite fermate provvisorie su via IV Novembre e in piazza d'Aracoeli. Prima di partire conviene controllare il percorso aggiornato della linea che si vuole prendere.

In auto e in taxi

Sconsigliata l'auto: si è dentro la zona a traffico limitato del centro storico, e i parcheggi di superficie non esistono. Il taxi lascia in piazza Venezia o all'imbocco di via IV Novembre. Chi arriva in auto dall'esterno faccia base al parcheggio di scambio più comodo alla propria direttrice e finisca in metropolitana.

Accessibilità e servizi al Museo delle Cere

Il percorso si sviluppa su un solo livello di ambienti comunicanti, con passaggi stretti in alcuni punti. Per chi ha problemi di mobilità o si muove in sedia a rotelle conviene telefonare prima al numero del museo e chiedere conferma delle condizioni di accesso, perché in un immobile storico di questo tipo gli ingressi e i dislivelli non sono standardizzati. Il numero è (+39) 06 6796482.

Sui servizi accessori vale la stessa raccomandazione: guardaroba, deposito bagagli, servizi igienici e disponibilità di supporti alla visita sono dettagli che in un museo privato di queste dimensioni cambiano con il tempo, e la risposta certa la dà il personale alla cassa. Quello che posso dire con sicurezza è che si tratta di un museo piccolo, dove il personale è raggiungibile e le domande trovano risposta immediata, cosa non scontata altrove.

Che cosa vedere intorno al Museo delle Cere

Questa è la parte in cui il museo dà il meglio di sé, perché si trova in uno dei punti più densi d'Europa. Elenco per distanza crescente, contando i minuti a piedi reali e non quelli ottimistici delle mappe.

Meno di cinque minuti

La basilica dei Santi XII Apostoli è in fondo alla stessa piazza, con il portico quattrocentesco e il monumento a Clemente XIV di Antonio Canova, opera del 1787. La Galleria Colonna apre il venerdì e il sabato mattina, ingresso dal book shop di via della Pilotta 17: è la quadreria privata più bella della città e la maggior parte dei turisti non sa che esista. L'Altare della Patria e la sua Ala Brasini sono a due minuti, con l'ascensore panoramico che porta sulla terrazza. Il Museo Nazionale del Palazzo Venezia è dall'altra parte della piazza, e contiene proprio la sala da cui Mussolini parlava al balcone.

Dai cinque ai dieci minuti

La Fontana di Trevi è a sei minuti in salita, e alle 20.30 è meno impraticabile che a mezzogiorno. La Galleria Sciarra, cortile liberty affrescato che si incontra sulla strada fra qui e Trevi, è gratuita e quasi sempre vuota. Palazzo Doria Pamphilj, con il ritratto di Innocenzo X di Velazquez, è a cinque minuti lungo via del Corso. I Mercati di Traiano e il Museo dei Fori Imperiali sono in salita su via IV Novembre, a quattro minuti. Il Campidoglio e i Musei Capitolini sono a sette, con la piazza di Michelangelo che da sola vale la salita. Il Carcere Mamertino, ai piedi del Campidoglio, è la prigione di Stato della Roma repubblicana.

Dai dieci ai quindici minuti

Il Pantheon è a dieci minuti, Largo Argentina con l'area sacra visitabile a otto, il Colosseo a quindici lungo via dei Fori Imperiali. Piazza Colonna, con la colonna di Marco Aurelio, è a sei minuti e non ha nulla a che vedere con Palazzo Colonna nonostante il nome: prende il nome dal monumento antico. Santa Maria in Aracoeli, in cima alla scalinata di centoventiquattro gradini accanto al Vittoriano, è una delle chiese medievali meglio conservate della città.

Un abbinamento che consiglio

Se hai un pomeriggio intero, la combinazione migliore è questa: Museo delle Cere alle 17, Vittoriano e terrazza al tramonto, cena in zona Pantheon, e ritorno la sera. Se invece hai una mattina, allora Galleria Colonna alle 9.30 di sabato, Museo delle Cere subito dopo e Campidoglio a seguire. Il contrasto fra la quadreria dei principi e le figure di cera dei divi è il modo migliore che conosco per far capire a un visitatore che cosa significhi davvero collezionare.

Quando andare al Museo delle Cere

Il museo è aperto tutti i giorni dalle 9 alle 21, quindi il problema non è il quando in senso stretto: è il quando conviene.

Le stagioni

D'estate questo è uno dei pochi ambienti chiusi del centro dove ci si può rifugiare nelle ore peggiori: fra le 13 e le 17 di luglio, con quaranta gradi sull'asfalto di piazza Venezia, un'ora al chiuso è una benedizione. D'inverno vale il ragionamento inverso: le giornate corte spengono la città alle cinque del pomeriggio e qui invece si entra fino alle 21. Nelle mezze stagioni è indifferente.

Le giornate di pioggia

È la ragione numero uno per cui la gente ci finisce, e non c'è niente di male. Con la pioggia i Fori diventano scivolosi, le file all'aperto insopportabili, il Vittoriano un'idea sbagliata. Il Museo delle Cere, coperto, breve e vicino a tutto, risolve un'ora e mezza di giornata compromessa.

Le ore

Apertura e sera, come ho già detto. Le fasce da evitare sono la metà mattina dei fine settimana e delle festività, e i pomeriggi di ponte, quando alle famiglie romane si aggiungono i gruppi. In una giornata feriale qualunque, di mattina presto, può capitare di avere le sale praticamente per sé.

Un avvertimento sulle festività

Nei giorni festivi e nelle date particolari gli orari possono variare rispetto alla regola generale. Se il museo è l'unica cosa in programma di quella giornata, una telefonata al numero della biglietteria toglie ogni dubbio.

Museo delle Cere di Roma
Museo delle Cere di Roma

Domande veloci su Museo delle Cere

Quanto costa il biglietto del Museo delle Cere

Il biglietto intero è indicato in 9,50 euro. I bambini sotto il metro di altezza non pagano, quelli fino a un metro e quaranta entrano con il ridotto, e la tariffa di gruppo si applica da quattro persone in su. Alcune convenzioni universitarie e aziendali riducono ulteriormente il prezzo. Le tariffe correnti si leggono sul sito ufficiale del museo prima della visita.

Quali sono gli orari del Museo delle Cere

Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 21, weekend compresi. È uno dei pochissimi musei del centro storico che non ha un giorno di chiusura settimanale e che tiene aperto fino a sera. Nei giorni festivi l'orario può subire variazioni.

Dove è esattamente il Museo delle Cere

In piazza dei Santi Apostoli 68/A, codice postale 00187, rione Trevi, negli ambienti del blocco di Palazzo Colonna affacciati sulla piazza. Da piazza Venezia si imbocca via IV Novembre e si scende subito a destra. Molte pagine online riportano ancora il civico 67: quello corretto è il 68/A.

Serve prenotare per il Museo delle Cere

No. Si acquista alla cassa senza appuntamento e senza fascia oraria. La prenotazione online è possibile dal sito ufficiale del museo ed è utile soprattutto ai gruppi e alle scolaresche, che così evitano l'attesa alla biglietteria.

Quanto dura la visita al Museo delle Cere

Fra i quaranta minuti e l'ora e mezza. Quaranta minuti se si cammina soltanto, un'ora se ci si ferma a leggere, un'ora e mezza con i bambini o con qualcuno che racconta. Non è un museo che si possa dilatare oltre.

Si possono fare fotografie al Museo delle Cere

Sì, ed è una delle ragioni per cui la gente ci viene. Un consiglio tecnico: spegni il flash. La cera è traslucida e il lampo la appiattisce, restituendo quel colorito grigiastro che poi tutti attribuiscono alla statua invece che alla propria fotocamera.

Il Museo delle Cere è adatto ai bambini

Molto, soprattutto fra i cinque e i dieci anni. Le figure sono a grandezza naturale e a portata di sguardo, il percorso è breve, ci sono i dinosauri e la scena della Bella Addormentata. Sotto i quattro anni può risultare inquietante. La sezione con gli strumenti di esecuzione capitale va valutata caso per caso.

Quante statue ci sono al Museo delle Cere

Il museo dichiara oltre cento figure a grandezza naturale. Nel 1958, all'apertura, erano trentotto. Alcune fonti divulgative indicano numeri superiori, probabilmente contando anche le figure secondarie delle scene ricostruite.

Chi ha fondato il Museo delle Cere

Fernando Canini, imprenditore dello spettacolo viaggiante, nel 1958, dopo aver visitato il Madame Tussauds di Londra e il Grévin di Parigi. La prima esposizione, con trentotto figure, fu allestita alle Terme di Diocleziano.

Perché il Museo delle Cere è a Palazzo Colonna

Perché fra il 1969 e il 1970 il museo lasciò le Terme di Diocleziano e prese in locazione ambienti al piano terra del grande blocco di Palazzo Colonna affacciati su piazza dei Santi Apostoli, a due passi da piazza Venezia. La collezione è ospitata nell'immobile, non appartiene alla famiglia proprietaria del palazzo.

Il Museo delle Cere è lo stesso di Madame Tussauds

No. Il Madame Tussauds è una catena internazionale che discende dalla bottega di Marie Tussaud, esposizione stabile a Londra dal 1835. Il museo romano è un'istituzione privata italiana, indipendente, nata nel 1958. La confusione è frequente e alimenta aspettative sbagliate: gli allestimenti, i budget e la rotazione delle figure non sono paragonabili.

Che differenza c'è fra il Museo delle Cere e il Museo delle Cere di San Marino

Sono due istituzioni diverse e senza rapporto societario fra loro. Quella romana è la più antica d'Italia e la più ampia per numero di personaggi. Il nome simile trae in inganno più di quanto si creda.

Quali personaggi si vedono al Museo delle Cere

Comici e attori italiani come Totò, Eduardo De Filippo, Nino Manfredi e Alberto Sordi; protagonisti del Novecento politico come Mussolini, Hitler, Lenin, Churchill, Roosevelt, De Gasperi, Mao, Mandela e Obama; papi e figure religiose come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Padre Pio; il Risorgimento con Garibaldi, Cavour e Mazzini; scienziati come Galilei, Torricelli, Volta, Marconi e Fermi; letterati come Dante e Leopardi; artisti e musicisti come Leonardo e Verdi; spettacolo internazionale con Chaplin, Presley, Pavarotti, Clooney e Pitt; sport con Totti e Nesta.

C'è la sala degli orrori al Museo delle Cere

C'è una sezione dedicata agli strumenti di esecuzione capitale, con la sedia elettrica e la garrota. È l'erede diretta della Chamber of Horrors che il genere si porta dietro dalla fine del Settecento, quando Philippe Curtius allestì a Parigi la Caverne des Grands Voleurs nel 1782.

Al Museo delle Cere si possono toccare le statue

Ci si può avvicinare molto, e questo è uno dei tratti distintivi del posto. Toccare, però, significa lasciare sulla cera grasso e impronte che poi il laboratorio deve rimuovere: meglio limitarsi a guardare da vicino e a farsi la fotografia accanto alla figura.

Il Museo delle Cere è accessibile in sedia a rotelle

Gli ambienti sono su un solo livello ma con passaggi stretti in alcuni punti, e si tratta di un immobile storico. Conviene chiamare il museo al (+39) 06 6796482 e chiedere conferma delle condizioni di accesso prima di presentarsi.

Quanto si aspetta in coda al Museo delle Cere

Quasi mai. Non è un museo con file: il flusso è continuo e la biglietteria smaltisce rapidamente. Gli unici momenti di attesa sono quelli in cui arriva un gruppo scolastico, e in quel caso bastano dieci minuti di pazienza.

Il Museo delle Cere è gratis la prima domenica del mese

No. La gratuità della prima domenica riguarda i musei statali e, con regole proprie, quelli civici del Comune. Questo è un museo privato e applica sempre la propria tariffa.

Il Museo delle Cere si visita con la guida

Non è previsto un servizio di visita guidata continuativa per i singoli visitatori. Nel percorso sono stati inseriti codici QR collegati a contenuti video. I gruppi e le scuole possono concordare attività didattiche con il museo.

Quanto tempo serve per vedere il Museo delle Cere e il Vittoriano insieme

Tre ore abbondanti. Un'ora al Museo delle Cere, due al Vittoriano contando la terrazza panoramica e l'Ala Brasini, più i cinque minuti di trasferimento. È uno degli abbinamenti più efficienti del centro.

Che cosa vedere vicino al Museo delle Cere

La basilica dei Santi XII Apostoli in fondo alla piazza, la Galleria Colonna il venerdì e il sabato mattina, il Vittoriano e il Museo Nazionale del Palazzo Venezia a due minuti, i Mercati di Traiano a quattro, il Campidoglio e i Musei Capitolini a sette, la Fontana di Trevi a sei, il Pantheon a dieci, il Colosseo a quindici.

Il Museo delle Cere è aperto la domenica

Sì, con lo stesso orario degli altri giorni, dalle 9 alle 21. È aperto anche il lunedì, giorno in cui buona parte dei musei romani chiude.

Conviene comprare il biglietto del Museo delle Cere online

Solo se si viaggia in gruppo o se si vuole bloccare l'acquisto in anticipo. Per un singolo o una coppia non c'è alcun vantaggio: alla cassa non c'è coda e il prezzo è lo stesso.

Il Museo delle Cere vale il prezzo del biglietto

Sotto i dieci euro per un'ora di visita in pieno centro storico, sì, a patto di sapere che cosa si va a vedere. Vale per chi ha curiosità storica, per chi ha bambini, per chi ha una giornata di pioggia o due ore libere di sera. Non vale per chi ha due giorni in città e non ha ancora visto il Colosseo.

C'è il guardaroba al Museo delle Cere

La disponibilità di guardaroba e deposito bagagli in un museo privato di queste dimensioni va verificata al momento con il personale della biglietteria. Chi arriva con valigie faccia conto di doverle tenere con sé, e in quel caso conviene programmare la visita in un momento diverso.

Il Museo delle Cere è davvero il terzo in Europa

È la formula che il museo usa da decenni e va letta storicamente: terzo per anzianità e consistenza dopo il Madame Tussauds di Londra, la cui esposizione stabile risale al 1835, e il Grévin di Parigi, aperto nel 1882. Non significa terzo in una classifica di effetti speciali con le attrazioni contemporanee.

Perché alcune statue del Museo delle Cere non somigliano ai personaggi

Per tre ragioni sovrapposte: la difficoltà tecnica del ritratto in cera, che è massima sui volti molto fotografati e minima su quelli caratterizzati da una posa o da un costume; l'invecchiamento del materiale, che si opacizza e cede nel tempo; e i limiti di manutenzione di un museo privato che vive dei propri incassi. Le figure comiche e quelle in uniforme reggono meglio delle altre.

Chiudo con la cosa che dico sempre ai gruppi mentre usciamo in piazza. Roma è piena di musei che ti spiegano chi erano i romani. Questo, senza volerlo, ti spiega chi siamo stati noi negli ultimi settant'anni: quali facce abbiamo deciso di conservare, in quale ordine, e quali abbiamo lasciato fuori. È un museo minore e lo sa. Ma è anche l'unico posto della città in cui puoi guardare in faccia Galileo, Totò e un gerarca fascista nello stesso quarto d'ora, e uscire con la sensazione precisa di aver attraversato un pezzo di storia del gusto italiano. Se ci vieni con questa disposizione, non te ne pentirai. Se ci vieni cercando il ritratto perfetto, avresti fatto meglio a salire al Campidoglio.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoIl Museo delle cere di Roma si trova - guardando il Vittoriano - Altare della Patria - sulla destra, in Piazza dei Santi Apostoli 67, nei pressi di Piazza Venezia a Roma.
TagsBIGLIETTO ONLINEMuseo delle cere

Contact Information

IndirizzoP.za dei Santi Apostoli, 68/A, 00187 Roma RM, Italia 187
CategorieMostreMusei

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