MACRI – Museo dei Crimini Ambientali
Il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali si trova dentro il Bioparco di Roma, a Villa Borghese, con ingresso da Viale del Giardino Zoologico 20, 00197 Roma (la Fondazione indica anche Piazzale del Giardino Zoologico 1 come riferimento del piazzale antistante). Ci si arriva con il tram 19, fermata Bioparco, oppure con gli autobus 3, 52, 53, 217, 360, 926 e 910: la linea 910 ferma davanti all'ingresso soltanto il sabato, la domenica e nei giorni festivi. In metropolitana si scende alla linea A a Flaminio o a Spagna e si attraversa Villa Borghese a piedi, venti minuti buoni di parco. Il museo non ha un biglietto proprio: l'ingresso è compreso nel biglietto del Bioparco, che costa 19 euro intero e 14 euro ridotto (bambini oltre il metro di altezza fino a dieci anni compiuti e over 65), 11 euro per le persone con disabilità inferiore al cento per cento, gratuito per i bambini sotto il metro e per chi ha invalidità al cento per cento con un accompagnatore. Ci sono due tariffe che quasi nessuno usa e che invece convengono: 9 euro per gli over 65 il mercoledì e 9 euro con il biglietto last minute nelle due ore che precedono la chiusura. I gruppi da quindici paganti in su pagano 14 euro a testa. Il parco apre tutti i giorni alle 9.30 e chiude alle 17 in inverno, alle 18 nella stagione centrale e alle 19 il sabato, la domenica e nei festivi fra la fine di marzo e i primi di ottobre; l'ultimo ingresso e la chiusura delle biglietterie sono fissati un'ora prima. Chiude solo il 25 dicembre. Non serve prenotare per la visita libera, serve invece per le scuole e per i gruppi: l'ufficio dedicato risponde allo 06 3614015 e all'indirizzo scuolegruppi@bioparco.it dal lunedì al venerdì, dalle 9.30 alle 16. Gli orari stagionali e le tariffe cambiano di anno in anno: prima di partire conviene controllarli sul sito ufficiale del Bioparco.
Per orientarsi nella struttura che lo ospita, la pagina dedicata al Bioparco di Roma raccoglie tutto il resto: percorsi, specie, servizi, aree di sosta.
Una premessa che serve, perché evita delusioni. Il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali non è un museo autonomo con la sua facciata e la sua cassa: è una sala espositiva di circa quattrocento metri quadrati collocata all'interno del giardino zoologico, e per raggiungerla bisogna prima entrare al Bioparco. Chi arriva a Villa Borghese pensando di trovare un portone con l'insegna resta a mani vuote. Chi invece entra al Bioparco e non sa che il museo esiste, spesso ci passa accanto senza accorgersene, tirato dai figli verso le giraffe. Questo pezzo serve soprattutto a quelli della seconda categoria.

Che cos'è davvero il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
È un museo di prove. Questa è la definizione più onesta che conosca, e conviene tenerla a mente per tutta la visita. Le zanne di elefante nelle teche non sono state comprate da un antiquario, i corni di rinoceronte non arrivano da una collezione ottocentesca, le pelli di felino non sono doni di un viaggiatore. Sono materiale sequestrato dalla polizia giudiziaria in operazioni condotte in Italia e all'estero nell'arco di circa vent'anni, confluito poi in un percorso espositivo aperto al pubblico. Il patrimonio da cui il museo attinge supera i settantunmila reperti. Nelle vetrine ne sono esposti una frazione, ruotata e selezionata, ma il numero racconta la scala del fenomeno meglio di qualsiasi pannello.
Il percorso occupa circa quattrocento metri quadrati e ricostruisce i contesti ambientali dei diversi fenomeni criminali: il bosco bruciato, la discarica abusiva, il roccolo del bracconiere, il container del traffico di specie protette. I temi affrontati sono sette nel nucleo originario (incendi, inquinamento e rifiuti, bracconaggio, taglio illegale, CITES, maltrattamento animale, tecniche investigative) e nel tempo si sono aggiunte le sezioni sulla sicurezza in montagna e sulla sicurezza agroalimentare. I pannelli sono bilingui, italiano e inglese, e affiancano al dato normativo la spiegazione biologica: che cosa è quella specie, dove vive, perché il suo commercio è vietato.
Il mio giudizio, e lo dico dopo averci portato dentro gruppi molto diversi: è l'allestimento più duro e più utile che si possa visitare a Roma con un ragazzo di dodici anni. Non c'è nulla di consolatorio. Non c'è la retorica dell'animale carino. C'è una fila di oggetti che qualcuno ha fabbricato, venduto e comprato, e accanto la spiegazione di che cosa è servito uccidere per ottenerli. Un adolescente esce da lì con una domanda in testa, e la domanda vale più di dieci lezioni di educazione civica.
Il doppio nome del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
La sigla resta la stessa, le parole no. Nato nel 2014 come Museo dei Crimini Ambientali, l'allestimento è oggi indicato dalla Fondazione Bioparco come Museo Ambiente e Crimine, con l'abbreviazione M.A.CRI., e porta l'intitolazione a Danilo Mainardi. La convivenza delle due denominazioni spiega perché, cercando informazioni, si incontrino pagine che chiamano lo stesso spazio in due modi diversi. Non sono due musei: è lo stesso, in due stagioni della sua vita istituzionale.
Perché il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali è intitolato a Danilo Mainardi
Danilo Mainardi, nato a Milano il 25 novembre 1933 e morto a Venezia l'8 marzo 2017, è stato uno dei fondatori dell'etologia italiana come disciplina accademica e, insieme, uno dei pochi scienziati capaci di parlare a un pubblico enorme senza abbassare il livello. Laureato in Scienze biologiche a Parma nel 1956, insegnò a lungo nello stesso ateneo prima di passare a Ca' Foscari, a Venezia, come ordinario di Ecologia comportamentale; dal 1973 diresse la Scuola internazionale di etologia al centro di cultura scientifica Ettore Majorana di Erice. Fu presidente nazionale della LIPU nel 1996 e poi presidente onorario. Milioni di italiani lo hanno conosciuto in televisione accanto a Piero Angela, nelle varie stagioni di Quark e Superquark, dove disegnava a mano gli animali mentre li spiegava.
Intitolare a lui una sala che espone reperti di reato è una scelta meno ovvia di quanto sembri. Mainardi non era un uomo di denuncia giudiziaria: era uno studioso del comportamento, e la sua battaglia culturale riguardava il modo in cui gli esseri umani immaginano gli altri animali. Mettere il suo nome sopra le teche significa affermare che il crimine ambientale nasce prima nella testa che nel bosco. È una tesi impegnativa, e il museo la sostiene bene.
La nascita del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Il museo aprì al pubblico il 6 marzo 2014, dopo un lavoro di allestimento che coinvolse artigiani, tecnici specializzati e professionisti della scenografia. Il progetto nacque dall'incontro fra due soggetti molto diversi: il Corpo forestale dello Stato, che dei reati ambientali aveva il presidio investigativo e materialmente custodiva i reperti sequestrati, e la Fondazione Bioparco di Roma, che aveva il pubblico e lo spazio. Il primo aveva il magazzino, la seconda aveva il palcoscenico.
Alla cerimonia di apertura parteciparono l'allora ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina, il capo del Corpo forestale dello Stato Cesare Patrone, il presidente della Fondazione Bioparco Federico Coccia, il direttore generale per la protezione della natura e del mare Renato Grimaldi e Athos De Luca, allora presidente della commissione Ambiente di Roma Capitale. In sala c'erano anche due classi dell'Istituto tecnico agrario Emilio Sereni: un dettaglio che non è di cortesia, perché il museo è stato pensato fin dal primo giorno come strumento scolastico più che come vetrina istituzionale.
La formula usata allora, e ripresa da tutte le cronache, era che si trattasse del primo museo del genere in Europa. Vale la pena precisare che cosa significa. Musei di storia naturale con collezioni di specie protette ne esistono ovunque; collezioni di criminalistica pure. Quello che nel 2014 non esisteva era un luogo permanente, aperto al pubblico generico, in cui il reperto naturalistico fosse esposto in quanto corpo di reato e il percorso fosse costruito sulla filiera criminale che lo aveva prodotto.
Federico Coccia e l'idea pedagogica
L'ideatore dell'allestimento, il presidente della Fondazione Bioparco Federico Coccia, ha spiegato in più occasioni che l'obiettivo era lasciare qualcosa ai bambini che entrano al parco: non un ricordo emotivo, ma una nozione operativa. Un bambino che ha visto la vetrina dei braccialetti di avorio ha molte più probabilità , da adulto in vacanza a duemila chilometri da qui, di non comprarne uno. La conservazione, in questa lettura, non si gioca soltanto nei paesi di origine delle specie: si gioca nei mercati di destinazione, cioè da noi.
Dal Corpo forestale dello Stato ai Carabinieri Forestali: chi rifornisce il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Chi ha costruito il museo, formalmente, non esiste più. Il Corpo forestale dello Stato è stato assorbito nell'Arma dei Carabinieri con il decreto legislativo 19 agosto 2016 numero 177, attuativo della delega sulla riorganizzazione della pubblica amministrazione: il 25 ottobre 2016 venne costituito alla caserma Salvo D'Acquisto di Roma il Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari, e il 1 gennaio 2017 transitarono nell'Arma 6.754 unità di personale. Fu una delle riforme più discusse di quegli anni, contestata da una parte del corpo e difesa dal governo come razionalizzazione. Non ho intenzione di rifare quel dibattito qui: quello che conta, per chi visita, è che le teche del museo raccontano l'attività di un'istituzione che nel frattempo ha cambiato uniforme.
Il Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari si articola oggi in quattro comandi: tutela forestale e parchi, tutela ambientale e sicurezza energetica, tutela agroalimentare, tutela biodiversità . Sotto ci sono quattordici comandi regionali, ottantatré gruppi, centinaia di nuclei territoriali, i reparti dedicati ai parchi nazionali e i nuclei operativi ecologici. Alla struttura fa capo anche la gestione diretta di centotrenta riserve naturali statali, un patrimonio che pochi italiani sanno di possedere. Chi volesse capire come funziona la memoria storica dell'Arma può passare dal Museo storico dei Carabinieri, che racconta un'altra faccia della stessa istituzione.
Il Raggruppamento CITES, che rifornisce le teche del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Dentro il Comando tutela biodiversità opera il Raggruppamento Carabinieri CITES, l'articolazione che applica in Italia la Convenzione di Washington. Ha una sezione operativa centrale e nuclei distribuiti sul territorio, compresi i presidi negli aeroporti e nei porti, dove passa la quota più grossa del traffico. È da questa struttura, e dai suoi predecessori forestali, che proviene la materia prima del museo. Chi guarda una teca guarda il risultato di un controllo doganale, di una perquisizione, di una segnalazione anonima.
Una curiosità su MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
La curiosità vera riguarda lo statuto giuridico degli oggetti esposti, ed è un punto che sfugge quasi a tutti i visitatori. In un museo archeologico l'oggetto in vetrina appartiene allo Stato per legge, in un museo d'arte appartiene a una collezione o a un prestatore. Qui l'oggetto è arrivato in vetrina alla fine di un percorso penale o amministrativo: sequestro, eventuale confisca, destinazione. Un reperto CITES confiscato non può essere venduto, non può essere restituito, non può essere distrutto senza motivo. Deve essere custodito o destinato a finalità scientifiche, didattiche o museali. Il museo del Bioparco è, in senso proprio, una di quelle destinazioni.
Ne discende una conseguenza che cambia il modo di guardare le teche. Ogni pezzo ha una storia processuale alle spalle, con un luogo, una data e un fascicolo. La zanna lavorata non è lì per illustrare l'anatomia dell'elefante: è lì perché qualcuno l'ha portata in Italia dentro una valigia e qualcun altro l'ha trovata. Il museo non lo dichiara pezzo per pezzo, e a mio parere è un peccato: una didascalia con anno e luogo del sequestro renderebbe l'esposizione ancora più tagliente.
C'è poi un secondo livello di curiosità , tutto italiano. La legge 7 febbraio 1992 numero 150, quella che disciplina i reati relativi all'applicazione della Convenzione di Washington nel nostro ordinamento, non si limita a punire il commercio: introduce anche il divieto di detenere esemplari di mammiferi e rettili pericolosi per la salute e l'incolumità pubblica, e obbliga i commercianti di specie protette alla tenuta di registri. È una norma nata per il traffico internazionale che finisce per regolare anche il salotto di casa. Molti dei sequestri che alimentano il museo non nascono in aeroporto: nascono in appartamento.
Un'ultima cosa che diverte i gruppi. Fra i reperti compaiono prodotti della medicina tradizionale ottenuti da corno di rinoceronte, sostanza che dal punto di vista chimico è cheratina, la stessa delle unghie umane. Il valore di mercato di quel materiale, nei circuiti illegali asiatici, è stato per anni paragonato a quello dell'oro. Un intero animale ucciso per una sostanza che ciascuno di noi si taglia in bagno il sabato mattina. Quando lo racconto davanti alla vetrina, il silenzio che si forma è la miglior didattica possibile.
La visita al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali, sezione per sezione
Il percorso è lineare e si fa in un'ora se lo si legge, in venti minuti se lo si attraversa. Consiglio la prima modalità . Quello che segue è l'ordine tematico dell'allestimento: sul posto la disposizione può variare, perché le teche vengono ruotate e alcune sezioni sono state integrate nel tempo.
Incendi: la sezione che apre il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Si comincia dal fuoco, e ha senso: in Italia l'incendio boschivo è il reato ambientale con la resa criminale più alta rispetto allo sforzo impiegato. Serve un accendino e una giornata di vento. La sezione ricostruisce l'ambiente dopo il passaggio delle fiamme e spiega la differenza fra incendio colposo e incendio doloso, che nel codice penale ha nomi e pene diverse. Accanto compaiono gli strumenti di innesco più ricorrenti nelle indagini, oggetti banali che diventano prova.
Qui vive uno dei due gruppi di animali vivi presenti nell'allestimento: le testuggini marginate, scelte come simbolo delle vittime degli incendi boschivi. La scelta è esatta e crudele. La testuggine è lenta, il fuoco corre a venti chilometri l'ora nella macchia con vento a favore: non c'è partita. Quando accompagno una classe mi fermo davanti a quella vasca più a lungo che davanti a qualsiasi teca, perché è l'unico punto in cui la vittima è viva e ti guarda.
Il quadro normativo che il pannello riassume è la legge 21 novembre 2000 numero 353, la legge quadro in materia di incendi boschivi. Il suo articolo 10 è il cuore del dispositivo di prevenzione: sulle zone boscate e sui pascoli percorsi dal fuoco è vietata per quindici anni la realizzazione di edifici e di strutture, per dieci anni non si possono cambiare le destinazioni d'uso preesistenti, e i comuni hanno l'obbligo di censire e delimitare ogni anno le aree bruciate, aggiornando un catasto apposito entro novanta giorni dallo spegnimento. Detto in parole povere: bruciare un bosco per costruirci sopra non conviene, se il catasto viene tenuto. Il condizionale è la parte dolente della storia italiana, e i pannelli non lo nascondono.
Inquinamento e rifiuti al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
La seconda area affronta il capitolo più redditizio della criminalità ambientale italiana: il ciclo dei rifiuti. La ricostruzione ambientale mostra il corso d'acqua e il suolo contaminati, con l'apparato di prelievo e analisi usato dagli operatori. In questa zona sono ospitate le avocette, uccelli dal becco sottile e ricurvo verso l'alto, scelte come immagine delle vittime dell'inquinamento delle zone umide. È un animale che vale il fermo immagine anche solo per il becco, uno degli attrezzi da pesca più raffinati della fauna europea: lo muove lateralmente nel fango come una falce, filtrando invertebrati.
Il pannello sul traffico illecito racconta la fattispecie che ha cambiato la storia giudiziaria italiana in materia. Oggi è l'articolo 452-quaterdecies del codice penale, attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, ed è il reato con cui si colpiscono le filiere strutturate: il produttore che vuole risparmiare, l'intermediario che falsifica i codici, il trasportatore, il gestore dell'impianto compiacente. Non è un reato di sporcizia: è un reato di contabilità .
Bracconaggio al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali: trappole, archetti e richiami
La sezione dedicata al bracconaggio è quella che colpisce di più gli adulti, perché espone gli attrezzi. Reti da uccellagione, gabbie trappola, archetti metallici, richiami acustici elettronici. Gli archetti in particolare meritano una sosta: sono trappole a scatto costruite con pochi centesimi di materiale, piazzate a decine lungo i sentieri, e uccidono per stritolamento o per lenta agonia. Non selezionano: prendono quello che passa.
La norma di riferimento è la legge 11 febbraio 1992 numero 157 sulla protezione della fauna selvatica omeoterma e sul prelievo venatorio, che stabilisce quali specie sono cacciabili, quali sono protette e quali sono particolarmente protette, e che vieta espressamente l'uccellagione e i mezzi non selettivi. Il museo la spiega senza sconti né alla caccia legale né al bracconaggio: sono due cose distinte, e confonderle fa un favore soltanto ai bracconieri.
Taglio illegale e legname al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Il taglio illegale è il reato ambientale meno raccontato e uno dei più vasti al mondo. La sezione lo affronta su due piani: quello tropicale, con le specie legnose iscritte nelle appendici della Convenzione di Washington e i loro derivati commerciali, e quello italiano, con i tagli fuori piano nei boschi cedui e nelle proprietà collettive. Sul primo piano l'Italia è un paese consumatore: importiamo, lavoriamo, riesportiamo. Sul secondo siamo un paese produttore, e le denunce dei Carabinieri Forestali riguardano ogni anno migliaia di ettari.
Accanto ai campioni di legname compaiono gli strumenti di identificazione: chi controlla deve saper distinguere un palissandro protetto da un legno di analogo aspetto e libero commercio, e lo fa con chiavi dicotomiche, lenti, riferimenti anatomici del legno. È un lavoro da laboratorio, non da pattuglia, e la teca lo rende evidente.
La sezione CITES del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Le teche centrali sono quelle che tutti fotografano e che nessuno dimentica: esemplari tassidermizzati, pelli, pellicce, trofei, conchiglie, coralli, avorio lavorato, prodotti farmaceutici derivati da specie protette. Vengono da operazioni di polizia giudiziaria condotte in ambito nazionale e internazionale nell'arco di circa vent'anni. È il nucleo espositivo del museo e merita metà del tempo della visita.
Un consiglio di lettura che do sempre. Non guardate gli animali, guardate la lavorazione. Una zanna grezza dice poco; una zanna scolpita dice che c'è stata una bottega, un committente, un canale di vendita, un prezzo. La violenza sull'animale è il primo anello; il resto della catena è economia, e l'economia si combatte con i controlli, non con l'indignazione.
Maltrattamento animale e criminalità in agricoltura al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Una sezione affronta il maltrattamento degli animali e le infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore agroalimentare e zootecnico. Sono due temi che sembrano lontani e che invece si toccano: le filiere illegali del bestiame, le macellazioni clandestine, i traffici di prodotti contraffatti. Nel disegno attuale dell'organizzazione dei Carabinieri esiste un intero comando dedicato alla tutela agroalimentare, e la sua presenza qui dentro serve a dire che il crimine ambientale arriva fino al piatto.
Sicurezza in montagna e il servizio Meteomont
Una teca è dedicata alla sicurezza in montagna e al servizio Meteomont, l'apparato di rilevamento e previsione del pericolo valanghe. Non è un crimine, è prevenzione, e la sua presenza nel percorso spiazza chi si aspetta solo vetrine di reperti. Ha però una sua logica: la stessa struttura che insegue i bracconieri raccoglie i dati nivometrici, gestisce le riserve, presidia la montagna. Il territorio è uno solo, il personale pure.
Tecniche investigative al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali: come si prova un reato ambientale
La sezione conclusiva è quella che i ragazzi delle superiori apprezzano di più, perché rovescia il punto di vista: dal reato all'indagine. Vengono mostrati strumenti di rilievo, materiali per il campionamento, apparati di laboratorio mobile, e viene spiegato come si costruisce la prova di un illecito che spesso non ha un cadavere e non ha un testimone. Provare un traffico di rifiuti significa incrociare formulari, pesature, registri di carico e scarico. Provare un reato CITES significa identificare una specie a partire da un frammento. È scienza applicata, e il museo la racconta bene.
La sala audiovisiva e i totem interattivi del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Il percorso comprende uno spazio audiovisivo con filmati sull'attività dei reparti impegnati nella tutela degli ecosistemi, e diversi totem touchscreen distribuiti lungo le sale, con immagini, video e approfondimenti tematici. C'è anche un'area fotografica pensata per i bambini. I totem sono la parte più fragile di qualunque allestimento moderno, quella che invecchia per prima: se ne trovate uno spento, non fatene un dramma e passate oltre, il contenuto forte è nelle vetrine.

Una cosa che non ti dice nessuno su MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Che dentro un museo di reperti sequestrati ci sono animali vivi, e che non sono lì per fare scena. Le avocette e le testuggini marginate fanno parte dell'allestimento come figure retoriche viventi: rappresentano rispettivamente le vittime dell'inquinamento e quelle degli incendi. È una scelta espositiva che non ho visto in nessun altro museo criminologico, e che sposta il piano del discorso. In una teca di tassidermia il reato è già avvenuto: guardi il risultato. Davanti a una testuggine viva il reato è ancora possibile, e la responsabilità torna al presente.
La seconda informazione che quasi nessuno dà riguarda la logistica scolastica. Il museo non è una tappa automatica dei percorsi didattici del Bioparco: rientra in un'offerta specifica. Il percorso intitolato "6 a rischio", rivolto al secondo ciclo della scuola primaria e alle secondarie di primo e secondo grado, esiste in due durate, un'ora e mezza oppure due ore e mezza, e il museo è compreso nella versione lunga. Una classe che prenota la versione breve non lo vede. Detta così sembra un dettaglio burocratico: nella pratica è la differenza fra una gita allo zoo e una lezione che i ragazzi ricordano per anni. Se prenotate per una scuola, chiedete esplicitamente la formula da due ore e mezza.
Terza cosa, meno comoda da dire. Il museo non ha un ingresso indipendente e non è segnalato dall'esterno di Villa Borghese: chi vuole visitare soltanto quello paga comunque il biglietto intero del parco. Per una classe questo si diluisce nel costo della giornata, per un adulto singolo interessato al tema è una spesa non piccola. È qui che il biglietto last minute da 9 euro, valido nelle due ore che precedono la chiusura, diventa la soluzione più intelligente: quattrocento metri quadrati si visitano bene in un'ora, e il resto del parco si guarda camminando verso l'uscita.
Quarta e ultima. Il museo esiste ancora, è visitabile e fa parte dell'offerta corrente della Fondazione Bioparco: lo dico perché le pagine dedicate a strutture nate come progetti istituzionali spesso descrivono spazi chiusi da anni, e la doppia denominazione ha alimentato l'idea che l'allestimento del 2014 fosse stato smontato. Non è così. È stato ribattezzato, integrato e mantenuto, e regge il confronto con allestimenti molto più recenti.
La CITES spiegata come si deve, cuore del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Metà del museo è incomprensibile se non si sa che cosa sia la CITES, e vale la pena spiegarla per esteso, perché è una delle convenzioni internazionali meglio riuscite del Novecento e una delle meno conosciute dal grande pubblico.
La Convenzione di Washington, 3 marzo 1973
La Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione fu aperta alla firma a Washington il 3 marzo 1973 ed entrò in vigore il 1 luglio 1975. Oggi vi aderiscono centottantacinque fra Stati e organizzazioni regionali di integrazione economica, e la protezione copre più di quarantamila specie animali e vegetali. Il principio è tanto semplice quanto efficace: non si vieta lo sfruttamento, si vieta lo sfruttamento insostenibile, subordinando il commercio internazionale al rilascio di documenti che attestano la legalità e la sostenibilità del prelievo.
Le appendici e gli allegati europei
Le specie sono ripartite in tre appendici, con gradi di protezione decrescenti: nella prima quelle minacciate di estinzione, il cui commercio internazionale a fini primariamente commerciali è vietato; nella seconda quelle che potrebbero esserlo se il commercio non fosse regolato; nella terza quelle segnalate da singoli Stati che ne chiedono il controllo. L'Unione europea ha recepito il sistema con quattro allegati, A, B, C e D, dove i primi tre corrispondono grosso modo alle tre appendici e il quarto serve al monitoraggio. Questa differenza fra tre appendici e quattro allegati è la ragione per cui, davanti a una teca, si leggono a volte sigle diverse per lo stesso animale.
La CITES in Italia: la legge 874 del 1975 e la legge 150 del 1992
L'Italia ratificò la Convenzione con la legge 19 dicembre 1975 numero 874, depositò lo strumento di ratifica il 3 ottobre 1979 e la vide entrare in vigore per il proprio ordinamento il 31 dicembre 1979. Quattro anni per ratificare, quattro per depositare: un ritmo che dice molto sulla priorità attribuita alla materia in quegli anni. La disciplina sanzionatoria arrivò molto dopo, con la legge 7 febbraio 1992 numero 150, che introdusse le fattispecie di reato e le sanzioni amministrative, il divieto di detenzione di mammiferi e rettili pericolosi e gli obblighi di registro per i commercianti. Le competenze in materia sono ripartite fra più amministrazioni centrali, con i controlli affidati ai reparti CITES dei Carabinieri e alla Guardia di finanza.
Quanti controlli si fanno davvero
Un dato serve a dimensionare il fenomeno. Secondo l'indicatore sui controlli CITES elaborato dall'ISPRA, nel 2023 in Italia sono stati effettuati 4.063 controlli, con 769 illeciti accertati, di cui 483 amministrativi e 286 penali, e sanzioni amministrative per 1.471.413 euro. Il confronto storico è ancora più interessante: la media annua degli illeciti nel periodo 2018-2023 è stata di 769, contro una media di circa 299 nel periodo 2012-2017. Non significa necessariamente che si delinqua di più: significa che si controlla meglio e che il fenomeno emerge. Chi vuole leggere il testo della Convenzione può partire dalla pagina istituzionale della CITES.
Il caso dello scimpanzé arrivato al Bioparco
Nel novembre 2025 i Carabinieri del nucleo CITES di Catania e di Cassibile, insieme ai veterinari dell'azienda sanitaria di Siracusa, hanno sequestrato uno scimpanzé di circa tre anni e mezzo detenuto illegalmente in un'abitazione del Siracusano. L'animale ha ricevuto le prime cure all'ospedale veterinario dell'Università di Messina ed è stato poi trasferito al Bioparco di Roma, dove un gruppo di etologi ha avviato il percorso di riavvicinamento alla vita sociale con altri esemplari della sua specie.
La storia va raccontata dentro questo articolo per una ragione precisa: chiude il cerchio fra la teca e la gabbia. Le vetrine del museo espongono la parte del traffico che finisce male; a poche decine di metri, nell'area degli scimpanzé, cammina un individuo vivo che quel traffico lo ha attraversato. Un primate strappato al gruppo nei primi anni di vita porta danni comportamentali profondi, e il reinserimento non è mai scontato. È l'argomento più forte che si possa usare contro chi considera l'animale esotico un capriccio da salotto.
Il consiglio che ti do per visitare MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Andateci per ultimo, non per primo, e andateci con il tempo contato. Sembra un paradosso e invece è la strategia che funziona meglio con qualunque tipo di gruppo. Se entrate al Bioparco alle 9.30 e vi infilate subito nel museo, i bambini scalpitano perché sanno che fuori ci sono gli elefanti e vi trascinano via in dieci minuti. Se invece fate prima il giro degli animali e arrivate al museo verso la fine, quando la stanchezza ha già abbassato i giri, l'attenzione si concentra e il percorso viene letto sul serio. Con i ragazzi delle superiori vale l'opposto: prima il museo, con la testa fresca, poi il parco come premio.
Il secondo consiglio riguarda il portafoglio. Se il museo è il motivo principale della visita e il resto del parco vi interessa relativamente, il biglietto last minute a 9 euro nelle due ore prima della chiusura è la scelta più razionale: quattrocento metri quadrati si leggono con calma in cinquanta minuti e la passeggiata verso l'uscita fa il resto. Se avete più di 65 anni, il mercoledì l'ingresso costa 9 euro tutto il giorno, ed è la giornata con meno famiglie in circolazione. Se invece portate bambini piccoli, ricordate che sotto il metro di altezza non pagano, e che il ridotto copre la fascia fino ai dieci anni.
Terzo, la stagione. Da giugno ad agosto Villa Borghese è un forno dalle undici alle sedici, e uno spazio espositivo chiuso è una risorsa preziosa nel mezzo della giornata: è l'unico caso in cui vi suggerisco di rovesciare la regola e usare il museo come rifugio termico centrale. In inverno vale il contrario: il parco chiude alle 17, l'ultimo ingresso è alle 16, e chi arriva alle 15.30 pensando di fare tutto si trova a correre.
Quarto, e qui divento antipatico. Non portateci un bambino sotto i sei anni aspettandovi che capisca. Non capirà , e vedrà solo animali fermi dentro il vetro, il che rischia di essere semplicemente triste. Il museo funziona dalla terza elementare in su, e dà il massimo fra i dodici e i diciotto anni. Sotto quella soglia, il Bioparco offre di meglio: le vasche, le voliere, i percorsi tattili. Un'ora spesa male in un museo giusto è comunque un'ora spesa male.
Ecomafia: la parola che spiega il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
La parola che tiene insieme tutto il museo non compare nel suo nome, ma è quella che il visitatore si porta a casa. Ecomafia è un neologismo italiano, coniato da Legambiente nel 1994 in un documento intitolato "Ecomafie. Il ruolo della criminalità organizzata nell'illegalità ambientale". Serviva a nominare una cosa che allora non aveva nome: l'incontro fra imprenditoria irregolare, pubblica amministrazione compiacente e organizzazioni criminali sul terreno dello smaltimento dei rifiuti, del movimento terra, delle cave, del cemento.
Nunzio Perrella e la frase che aprì il fascicolo
All'origine giudiziaria del fenomeno c'è una dichiarazione resa nei primi anni Novanta da un collaboratore di giustizia napoletano, Nunzio Perrella, che spiegò agli inquirenti come il traffico di rifiuti fosse più redditizio e infinitamente meno rischioso di quello di stupefacenti. La formula con cui riassunse il concetto, "la monnezza è oro", è diventata il titolo implicito di trent'anni di inchieste. Dietro c'era un ragionamento imprenditoriale elementare: smaltire un rifiuto pericoloso a norma costa; smaltirlo in una cava dismessa costa quasi nulla; la differenza è margine.
Che cosa dice il Rapporto Ecomafia più recente
Il rapporto annuale di Legambiente resta la fonte di riferimento per la dimensione quantitativa del fenomeno. L'edizione 2025, che elabora i dati del 2024, registra 40.590 reati ambientali accertati in Italia, in crescita del 14,4 per cento rispetto all'anno precedente: una media di 111,2 illeciti al giorno. Le persone denunciate sono 37.186. Il valore economico stimato del giro d'affari delle ecomafie è di 9,3 miliardi di euro.
La ripartizione per filiere è la parte che consiglio di leggere con più attenzione, perché smentisce l'idea comune. Il primo settore non sono i rifiuti: è il cemento, con 13.621 illeciti, in crescita del 4,7 per cento. Segue il ciclo dei rifiuti con 11.166 reati, in aumento di quasi il venti per cento. I reati contro gli animali sono 7.222, con un incremento del 9,7 per cento. Sul piano territoriale la Campania resta prima con 6.104 illeciti, pari a circa il quindici per cento del totale nazionale, seguita da Puglia con 4.146, Sicilia, Calabria con 3.215 e Lazio con 2.654. Dal 1995 al 2024 il rapporto censisce 389 clan coinvolti in attività ecocriminali.
Il Lazio al quinto posto non è una statistica astratta per chi vive a Roma. Sono i roghi nei campi di stoccaggio della periferia est, le discariche abusive lungo l'Aniene, gli sversamenti nei fossi della campagna romana, gli scarichi non depurati sul litorale. Un romano che visita questo museo non guarda un problema meridionale: guarda il proprio quartiere.
La legge 68 del 2015 e i delitti contro l'ambiente
Per vent'anni il diritto penale ambientale italiano è stato fatto quasi soltanto di contravvenzioni: pene basse, prescrizioni rapide, oblazioni. La svolta è la legge 22 maggio 2015 numero 68, che ha inserito nel codice penale il titolo VI-bis, "Dei delitti contro l'ambiente". Le fattispecie principali sono l'inquinamento ambientale dell'articolo 452-bis, punito con la reclusione da due a sei anni e la multa da 10.000 a 100.000 euro, e il disastro ambientale dell'articolo 452-quater, punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Seguono le ipotesi colpose dell'articolo 452-quinquies, il traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività dell'articolo 452-sexies, l'impedimento del controllo dell'articolo 452-septies, l'omessa bonifica dell'articolo 452-terdecies, punita con la reclusione da uno a quattro anni e la multa da 20.000 a 80.000 euro.
Il salto non è soltanto sanzionatorio, è probatorio e culturale. Con il delitto arrivano termini di prescrizione più lunghi, strumenti investigativi più incisivi, la confisca obbligatoria. Nel museo questo passaggio è rappresentato in modo indiretto, attraverso la sezione sulle tecniche investigative: senza la nuova cornice normativa, gran parte di quel lavoro di laboratorio non avrebbe uno sbocco processuale proporzionato.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che il traffico illegale di specie protette è uno dei mercati criminali più grandi del pianeta, regolarmente collocato nelle classifiche subito dietro armi, droga e rifiuti. La cifra circola da anni nei convegni. Quello che si cita molto meno è la posizione dell'Italia in quel mercato: non siamo un paese di origine, siamo un paese di transito e soprattutto di consumo. Il nostro ruolo non è quello del bracconiere africano o asiatico. È quello del compratore.
Questo cambia radicalmente il senso della visita. Il museo non espone la colpa di qualcun altro, lontano e povero: espone la domanda che parte da qui. Il braccialetto d'avorio comprato in vacanza e infilato in valigia, il mobile in palissandro senza documenti, la tartaruga acquistata in un negozio senza certificato, il caviale di storione preso al mercato nero, il corallo raccolto e portato via dal mare. Ogni pezzo di quelle teche ha avuto un compratore europeo, e in molti casi italiano.
Il secondo elemento poco citato riguarda il peso relativo dei numeri. Nel 2023, sui 769 illeciti CITES accertati in Italia, 483 sono stati amministrativi e 286 penali. La maggioranza assoluta delle violazioni, cioè, non è opera di organizzazioni criminali: è fatta di documenti mancanti, di registri non tenuti, di certificati scaduti, di esemplari detenuti in buona o mala fede senza titolo. Il traffico organizzato esiste e fa i danni maggiori, ma il grosso del contenzioso quotidiano è una zona grigia di irregolarità diffusa, che si combatte con la conoscenza delle regole più che con le manette.
Il terzo elemento è istituzionale, e i visitatori lo trovano quasi sempre sorprendente: l'ente che ha creato questo museo è stato sciolto tre anni dopo l'inaugurazione. Il Corpo forestale dello Stato, nato nell'Ottocento e presente in ogni provincia italiana, ha cessato di esistere come corpo autonomo il 31 dicembre 2016, e dal 1 gennaio 2017 il suo personale è confluito nell'Arma dei Carabinieri. Il museo è sopravvissuto all'istituzione che lo aveva voluto, ed è oggi uno dei pochi luoghi pubblici in cui quel patrimonio di lavoro investigativo resta visibile a chi non porta la divisa.
Rifiuti, roghi e Terra dei fuochi nelle sale del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
La sezione sui rifiuti del museo apre una questione che negli ultimi anni è arrivata fino a Strasburgo. Il 30 gennaio 2025 la Corte europea dei diritti dell'uomo, decidendo il caso Cannavacciuolo e altri contro Italia, ha condannato il nostro paese per violazione dell'articolo 2 della Convenzione, il diritto alla vita, in relazione alla gestione dell'inquinamento nell'area campana comunemente chiamata Terra dei fuochi: un territorio che comprende circa novanta comuni fra le province di Napoli e Caserta, abitato da quasi tre milioni di persone. La Corte ha adottato il meccanismo della sentenza pilota, chiedendo alle autorità italiane di predisporre misure adeguate di risanamento e riservandosi una verifica a distanza di due anni.
È una decisione che vale la pena tenere presente attraversando le teche, perché segna un passaggio concettuale. Per decenni il danno ambientale è stato trattato come una questione patrimoniale o sanitaria da risarcire; qui viene ricondotto al diritto alla vita, cioè alla protezione più forte che l'ordinamento europeo conosca. Il rogo di rifiuti in un campo di periferia diventa, giuridicamente, un problema dello stesso ordine di grandezza di un'omissione che uccide.
Malagrotta, la ferita romana
Roma ha la sua pagina, e nessun museo la espone. Per quarantacinque anni la discarica di Malagrotta, nella Valle Galeria a ovest della città , ha ricevuto fra le quattromila e le cinquemila tonnellate di rifiuti al giorno, arrivando a occupare circa due chilometri quadrati e mezzo con cumuli alti quasi cento metri: la più estesa d'Europa. Fu chiusa nel 2013 sotto la spinta delle proteste dei comitati e di una procedura di infrazione europea; nel 2014 la Corte di giustizia dell'Unione europea condannò l'Italia per la gestione dei rifiuti conferiti senza trattamento preliminare. Le analisi dell'agenzia regionale per la protezione ambientale hanno documentato negli anni una contaminazione diffusa delle acque sotterranee da metalli e composti organici.
Oggi il sito è oggetto di un intervento di messa in sicurezza finanziato con circa 250 milioni di euro di fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che prevede la copertura impermeabile dei cumuli, un sistema di captazione del biogas con centinaia di pozzi e il contenimento del percolato. Il proprietario storico dell'impianto è stato arrestato nel 2014 e condannato nel 2024 a sei anni e quattro mesi per disastro ambientale colposo. La società che gestiva il sito è passata sotto amministrazione giudiziaria.
Se dovessi indicare un'unica ragione per cui un romano dovrebbe visitare questo museo, la indicherei qui. Le teche parlano di avorio e di rinoceronti, e la mente va lontano. Ma il capitolo più pesante del crimine ambientale italiano, per volumi e per conseguenze sanitarie, è a otto chilometri dal Grande Raccordo Anulare, in una valle che quasi nessuno in città ha mai visto. Chi vuole capire come sia fatto un pezzo di campagna romana ancora integro può camminare nella Riserva naturale Valle dell'Aniene o nel Parco della Caffarella: il confronto con la Valle Galeria è istruttivo e amaro.
Gli incendi dolosi e il ciclo del cemento
Le due filiere si toccano più di quanto si creda, e il museo lo lascia intuire mettendole quasi in sequenza. L'incendio boschivo doloso ha storicamente tre moventi: la speculazione sul suolo, l'interesse economico legato alle attività di spegnimento e ricostituzione, la ritorsione. Il primo movente è quello che la legge quadro del 2000 ha cercato di neutralizzare con il vincolo quindicennale di inedificabilità sulle superfici percorse dal fuoco e con l'obbligo del catasto comunale delle aree bruciate. La norma funziona dove il catasto viene tenuto e aggiornato; dove non viene tenuto, il vincolo diventa carta.
Il ciclo del cemento, con i suoi 13.621 illeciti annui rilevati dall'ultimo rapporto, è il primo settore della criminalità ambientale italiana per numero di reati. Comprende l'abusivismo edilizio propriamente detto, le lottizzazioni illegali, le violazioni paesaggistiche, il movimento terra irregolare, le cave. È il capitolo meno spettacolare e più devastante: nessun animale morto in vetrina, ma coste consumate, aree di rispetto edificate, alvei fluviali occupati. Quando arriva l'alluvione, il conto lo presenta l'idraulica.
Un'osservazione da guida, e vale come opinione netta. Nel racconto pubblico italiano il crimine ambientale ha un'immagine tossica e industriale: i fusti sepolti, i camion di notte, il fumo nero. È vero, ma è la parte minoritaria. La parte maggioritaria è fatta di permessi, deroghe, sanatorie e condoni, cioè di atti amministrativi. Il museo, che nasce da un corpo di polizia, mostra necessariamente la parte investigabile del fenomeno. La parte politica non ha vetrine, e sarebbe la più utile da esporre.
Il bracconaggio in Italia, oltre le vetrine del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
La sezione sul bracconaggio è la più fisica del percorso, e per capirne il peso serve un caso concreto. L'operazione denominata Pettirosso, condotta dai Carabinieri Forestali con il concorso dei reparti specializzati e dei volontari della LIPU, si ripete ogni autunno nelle aree critiche del bracconaggio italiano. Nell'edizione del 2022 il bilancio ha contato un arresto e 141 persone denunciate, oltre millesettecento trappole sequestrate, 175 reti da uccellagione per una lunghezza complessiva superiore al chilometro e mezzo, quaranta richiami acustici, oltre tremila uccelli selvatici recuperati: 1.326 vivi e circa 1.750 morti. Le province più colpite sono state Bergamo, Brescia e Mantova, storicamente inserite fra le aree critiche del piano nazionale di contrasto agli illeciti contro gli uccelli selvatici.
Numeri di questo tipo, ripetuti anno dopo anno su un fronte relativamente ristretto, dicono che il bracconaggio italiano non è un residuo folcloristico: è un'attività organizzata con un mercato a valle, quello della ristorazione clandestina di uccelli da polenta. La legge 157 del 1992 lo vieta senza ambiguità , e i mezzi non selettivi sono vietati anche quando la specie sarebbe cacciabile. Chi mi accompagna nelle riserve del Lazio mi sente ripetere sempre la stessa frase: se trovate un archetto o una rete, non toccateli e chiamate il numero unico di emergenza. Rimuoverli da soli distrugge la scena e non produce nessuna denuncia.
Il bracconaggio ha anche una faccia mediterranea meno raccontata, quella delle specie marine: datteri di mare, ricci sotto misura, novellame, pesca con attrezzi vietati. È il terreno su cui interviene la Guardia costiera, con i suoi nuclei specializzati, e riguarda direttamente il litorale romano. Chi passa una giornata sulla costa fra Ostia e Torre Astura attraversa aree in cui questi controlli sono routine: il litorale romano è una riserva statale, non una spiaggia qualsiasi.
La foto giusta da fare a MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
La fotografia che funziona qui dentro non è quella dell'oggetto: è quella della quantità . Una singola zanna lavorata fotografata da vicino diventa un bel pezzo d'artigianato, e il messaggio si ribalta contro le intenzioni del museo. La stessa zanna inquadrata insieme alle altre, in fila dentro la teca, con la ripetizione che riempie il fotogramma, racconta esattamente quello che deve raccontare: che non è un caso isolato, che è una produzione. Allargate il campo, non stringetelo.
Sul piano tecnico si tratta di uno degli ambienti più difficili in cui scattare. Le vetrine sono illuminate da faretti diretti, il vetro riflette e il contesto intorno è scuro: la combinazione peggiore per un telefono. Tre accorgimenti risolvono quasi tutto. Primo, spegnete il flash, sempre: oltre a essere vietato per la conservazione dei materiali organici e per il rispetto degli animali vivi, rimbalza sul vetro e vi restituisce una macchia bianca al centro dell'inquadratura. Secondo, appoggiate l'obiettivo quasi a contatto con la superficie del vetro, in modo che il riflesso non abbia spazio per formarsi; se avete una manica scura, usatela come schermo attorno alla lente. Terzo, scattate in verticale: le teche sono alte e strette, e il formato verticale evita di includere il corridoio.
Per le due specie vive, il discorso cambia. Le testuggini marginate restano ferme e si lasciano fotografare, quindi il problema è solo la messa a fuoco attraverso il vetro: toccate lo schermo sul carapace e aspettate che il telefono capisca. Le avocette invece si muovono in continuazione, e il becco ricurvo è il soggetto: serve tempo di scatto rapido e pazienza. Se avete quindici minuti, aspettate che una si metta di profilo con il becco immerso nell'acqua bassa. È l'immagine più bella che si porta a casa da questa visita, e non contiene un solo elemento di violenza.
Un consiglio di composizione che do sempre alle classi: fotografate anche i pannelli, non solo gli oggetti. Un numero grande stampato su una parete, inquadrato di taglio con una teca sullo sfondo, è la fotografia che poi funziona in un cartellone scolastico o in una presentazione. La didascalia fa metà del lavoro, e qui le didascalie sono scritte bene, in italiano e in inglese.
Una cosa da non fare, invece. Evitate i ritratti sorridenti davanti agli esemplari tassidermizzati. Lo vedo fare a ogni visita e mi mette a disagio ogni volta. Quegli animali sono lì perché qualcuno li ha uccisi per venderli: il pollice alzato davanti alla vetrina è un errore di tono, e in un luogo del genere il tono conta.
Il mare, la Guardia costiera e i reati sulla costa
Il museo è nato da un corpo di terra e la sua impronta è forestale, ma il crimine ambientale italiano ha una gamba marina altrettanto pesante, e vale la pena raccontarla a chi visita, perché riguarda ogni estate romana. Gli scarichi non depurati che fanno scattare i divieti di balneazione, l'occupazione abusiva del demanio marittimo, la pesca con attrezzi vietati, il prelievo di specie protette come il dattero di mare, il traffico di rifiuti via nave: sono tutte materie su cui interviene il Corpo delle capitanerie di porto, la Guardia costiera, con i propri nuclei operativi e con poteri di polizia giudiziaria.
Sul litorale laziale questo si traduce in controlli sui depuratori, sugli stabilimenti, sui pescherecci e sulle aree di ripopolamento. Il dattero di mare merita una parola in più perché è il caso di scuola: la sua raccolta è vietata da decenni, non per la rarità del mollusco in sé, ma perché per estrarlo bisogna spaccare la roccia calcarea in cui vive, distruggendo in modo irreversibile il substrato e con esso l'intera comunità biologica che ci abita sopra. Un chilo di datteri lascia dietro di sé metri quadrati di fondale morto per decenni. È il perfetto esempio di reato ambientale in cui il danno non è proporzionato al bottino: è enormemente più grande.
Chi vuole vedere che cosa significa una costa protetta e gestita può passare una giornata nella Tenuta di Castelporziano o percorrere le aree della riserva di Decima Malafede: sono i due pezzi di campagna e macchia mediterranea sopravvissuti alla crescita urbana di Roma, e restano tali perché qualcuno li ha vincolati per tempo.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è l'apertura stessa, il 6 marzo 2014. Non fu un taglio del nastro di routine. Portare in un giardino zoologico, luogo per definizione dedicato alla vita animale, quattrocento metri quadrati di reperti sequestrati significava accettare un rischio comunicativo notevole: mostrare morte dentro un luogo di famiglie. La Fondazione Bioparco e il Corpo forestale dello Stato lo corsero insieme, e il ministro delle Politiche agricole di allora, Maurizio Martina, riassunse l'operazione con una formula che si può condividere o meno ma che è esatta nell'intento, quella di alzare l'asticella della consapevolezza pubblica. Nella sala c'erano gli studenti di un istituto agrario: la scelta del pubblico diceva già tutto sulla destinazione del progetto.
Il secondo avvenimento è del 2017, ed è duplice. In quell'anno il museo assunse la denominazione di Museo Ambiente e Crimine e l'intitolazione a Danilo Mainardi, scomparso l'8 marzo dello stesso anno, con la motivazione del contributo dato allo studio del comportamento animale e alla diffusione di una cultura del rispetto della natura. Nello stesso periodo si completava il passaggio istituzionale che aveva sciolto il Corpo forestale dello Stato: il museo cambiava nome e cambiava, insieme, l'uniforme dei suoi fornitori di reperti. Pochi luoghi espositivi italiani hanno attraversato una transizione istituzionale così netta restando aperti.
Il terzo avvenimento non è una data ma un flusso: le migliaia di scolaresche passate di qui in oltre un decennio. È l'unico dato che conta davvero per un museo nato con finalità educative, e a occhio, dalla consistenza dei gruppi che si incrociano nelle mattine di primavera, è un flusso robusto. Chi accompagna gruppi lo misura da un dettaglio: il livello di rumore. In quasi tutti gli ambienti del Bioparco i ragazzi urlano; nella sala delle teche CITES abbassano la voce da soli, senza che nessuno glielo chieda. È il complimento più sincero che un allestimento possa ricevere.
Il quarto riguarda la struttura che ospita il museo, e conviene conoscerlo perché spiega la forma del luogo. Il giardino zoologico di Roma fu inaugurato il 5 gennaio 1911 su impianto di Carl Hagenbeck, l'uomo che aveva rivoluzionato la concezione degli zoo europei sostituendo le gabbie con i fossati; fra il 1933 e il 1935 l'architetto Raffaele De Vico lo ampliò fino agli attuali diciassette ettari, aggiungendo il rettilario e una grande voliera a struttura geodetica. Dopo un lungo declino, nel 1994 nacque il progetto di trasformazione in Bioparco, realizzato nel 1998, e nel 2004 la gestione passò a una Fondazione. Il museo appartiene all'ultima di queste stagioni, quella in cui l'istituzione ha scelto di definirsi come centro di conservazione, ricerca ed educazione.
Il quinto avvenimento è recentissimo e riguarda un individuo, non un'istituzione. Nel novembre 2025 il Bioparco ha accolto lo scimpanzé di tre anni e mezzo sequestrato nel Siracusano dai Carabinieri del nucleo CITES. Un animale che il traffico illegale aveva strappato al proprio gruppo sociale è arrivato nello stesso luogo che a poche decine di metri espone le vetrine di quel traffico. Non capita spesso che un museo e la realtà che racconta coincidano nello spazio di un pomeriggio.
Chi è passato da MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Alla giornata inaugurale del 6 marzo 2014 erano presenti l'allora ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina, che di lì a poco avrebbe legato la propria immagine pubblica all'Expo di Milano del 2015 e ai temi dell'alimentazione; Cesare Patrone, capo del Corpo forestale dello Stato, l'ultimo a guidare quel corpo nella sua forma autonoma prima dell'assorbimento nell'Arma; Federico Coccia, presidente della Fondazione Bioparco di Roma, veterinario e ideatore del progetto espositivo; Renato Grimaldi, direttore generale per la protezione della natura e del mare del ministero dell'Ambiente; Athos De Luca, allora presidente della commissione Ambiente di Roma Capitale, figura storica dell'ambientalismo istituzionale romano. Con loro, in sala, due classi dell'Istituto tecnico agrario Emilio Sereni di Roma.
La presenza che conta di più, però, è quella di un uomo che con ogni probabilità non entrò mai in questa sala: Danilo Mainardi. Il museo porta il suo nome dal 2017, l'anno della sua morte, e la sua presenza qui è di quelle che pesano più di una visita. Mainardi aveva passato la vita a spiegare che gli animali hanno culture, tradizioni locali, apprendimento sociale; che il confine fra noi e loro è molto meno netto di quanto la filosofia occidentale abbia sostenuto per secoli. Un museo che espone i resti di animali uccisi per il commercio è la conseguenza logica di quella tesi: se l'animale non è una cosa, ridurlo a merce è un fatto grave, e non solo un danno ecologico.
Da questo museo passano poi, ogni anno, due categorie di visitatori che vale la pena nominare. La prima è quella degli studenti, dalle quinte elementari alle quinte superiori, che rappresentano il pubblico per cui l'allestimento è stato disegnato. La seconda è quella degli operatori: forze di polizia in formazione, veterinari, studenti di scienze naturali e di giurisprudenza ambientale, personale dei centri di recupero della fauna selvatica. Per loro le teche non sono immagini: sono repertori di riconoscimento, cioè strumenti di lavoro.
Un'ultima annotazione onesta sulla domanda che ricorre a ogni visita: quali personaggi celebri hanno visitato queste sale. Non esiste un registro pubblico di visitatori illustri, e preferisco non attribuire presenze che non risultino da atti verificabili. Le figure documentate sono quelle della giornata inaugurale e quelle istituzionali che negli anni hanno rinnovato la collaborazione fra il Bioparco e i Carabinieri Forestali per l'educazione ambientale. In un museo che espone prove giudiziarie, l'esattezza è una forma di rispetto.
Il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali con le scuole
È il pubblico naturale di questo posto, e la programmazione lo riflette. L'ufficio scuole e gruppi del Bioparco risponde allo 06 3614015 e all'indirizzo scuolegruppi@bioparco.it dal lunedì al venerdì fra le 9.30 e le 16. La prenotazione è obbligatoria e conviene farla con largo anticipo per i mesi di marzo, aprile e maggio, che concentrano la quasi totalità delle uscite didattiche romane.
Il percorso "6 a rischio" e la visita al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Il percorso didattico che comprende il museo si chiama "6 a rischio" ed è rivolto al secondo ciclo della scuola primaria e alle secondarie di primo e di secondo grado. Prevede l'osservazione di specie a rischio di estinzione ospitate nel parco, fra cui la tigre di Sumatra, il pinguino del Capo, il rinoceronte, il drago di Komodo e il leone asiatico, e una discussione guidata sul ruolo dei giardini zoologici nella conservazione della biodiversità . È disponibile in due durate, un'ora e mezza oppure due ore e mezza, e la visita al museo è compresa nella versione lunga. Il museo è realizzato in collaborazione con i Carabinieri Forestali, e questo si sente nel taglio dell'accompagnamento.
Come preparare la classe prima di venire
Do un consiglio che vale più di qualsiasi materiale didattico. Prima dell'uscita, fate cercare ai ragazzi tre notizie recenti di cronaca ambientale locale: un rogo, uno sversamento, un sequestro, una discarica abusiva nel loro municipio. Poi, davanti alle teche, chiedete loro di collegare la notizia alla sezione corrispondente. La differenza di attenzione fra una classe preparata così e una classe portata a freddo è impressionante, e trasforma quarantacinque minuti di visita in un'ora e mezza di discussione.
Per gli istituti superiori a indirizzo giuridico o scientifico, il museo consente un lavoro più fine. La sezione sulle tecniche investigative si presta a una lezione sulla catena di custodia della prova; la sezione CITES a una lezione sul rapporto fra diritto internazionale, diritto europeo e diritto interno, con tre livelli normativi che si sovrappongono sullo stesso animale. Non conosco molti altri luoghi a Roma in cui si possa fare una lezione del genere davanti a un oggetto fisico.
Il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali con i bambini
Qui bisogna essere chiari, perché il tema è delicato. L'allestimento contiene animali tassidermizzati, pelli, trofei, strumenti di cattura. Un bambino di quattro o cinque anni non ha gli strumenti per contestualizzare, e il rischio concreto è che si porti a casa soltanto la paura o la tristezza. Dalla terza elementare in su, invece, la faccenda cambia: a quell'età il senso di giustizia è vivissimo e la reazione tipica non è lo spavento, è l'indignazione. Che è esattamente la reazione utile.
Con i bambini funzionano due appigli concreti. Il primo sono gli animali vivi, avocette e testuggini, che offrono un punto di osservazione neutro e riposante dentro un percorso duro. Il secondo sono i totem interattivi e l'area fotografica pensata per i più piccoli: servono a scaricare la tensione e a riprendere fiato. Un adulto accorto alterna vetrina e schermo, e non fa il giro tutto d'un fiato.
Se cercate un museo pensato interamente per la fascia sotto i sei anni, a Roma la scelta corretta è un'altra: Explora, il museo dei bambini di Roma, a due passi da Piazzale Flaminio. Il museo del Bioparco lo terrei per la seconda tappa della crescita, quella in cui le domande cominciano a essere scomode.
Quanto dura la visita al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Quaranta minuti se si guarda, un'ora e un quarto se si legge, un'ora e mezza se si è in gruppo e ci si ferma a discutere. Sono quattrocento metri quadrati: la superficie non è il problema, la densità informativa sì. I pannelli sono fitti e bilingui, e leggerli tutti richiede più tempo di quanto un visitatore medio sia disposto a concedere in mezzo a una giornata allo zoo.
La giornata completa al Bioparco, museo compreso, si costruisce bene su tre ore e mezza o quattro. Sotto le tre ore si taglia qualcosa. Chi ha soltanto due ore e vuole vedere il museo per intero, faccia una scelta secca: museo più un settore del parco, senza tentare il giro completo. Il Bioparco su diciassette ettari non si liquida in un'ora, e correre non fa bene né agli animali né alle gambe.
Accessibilità e servizi al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Il Bioparco è nel complesso un ambiente accessibile: i percorsi principali sono su viali pianeggianti o con pendenze contenute, e la struttura prevede tariffe agevolate per le persone con disabilità , con gratuità per chi ha invalidità al cento per cento e per l'accompagnatore. I biglietti per le persone con disabilità si acquistano alle casse e non online. Il museo, essendo uno spazio espositivo al coperto e in piano, è la parte più semplice da affrontare in carrozzina o con un passeggino.
Il parco chiude alcune aree in anticipo rispetto all'orario generale, e la cosa conviene saperla per non restare a bocca asciutta: rettilario e felini un'ora prima della chiusura, scimpanzé quarantacinque minuti prima, giraffe, orsi, rinoceronti ed elefanti mezz'ora prima. Chi entra con il biglietto last minute deve quindi mettere in conto che alcune aree potrebbero non essere più visitabili, mentre il museo resta accessibile fino alla chiusura generale. È un altro argomento a favore della visita di fine giornata per chi viene soprattutto per l'allestimento.
In caso di condizioni meteorologiche avverse, vento forte o allerta diramata dalla protezione civile, la Fondazione si riserva di non aprire il parco o di anticiparne la chiusura. Villa Borghese è piena di pini domestici adulti, e con il vento forte il rischio di caduta rami è reale: la prudenza è motivata, non burocratica.
Che cosa portarsi a casa: riconoscere un prodotto illegale quando si viaggia
Questa è la parte operativa che il museo insegna e che quasi nessun visitatore mette a fuoco. Le teche non servono solo a indignare: servono a formare l'occhio del consumatore. Ecco le categorie che compaiono con più frequenza nei sequestri e che si incontrano davvero nei mercati turistici.
Avorio e sostituti
Braccialetti, statuette, portagioie, impugnature, netsuke. L'avorio di elefante ha una struttura interna caratteristica, con linee incrociate che formano un motivo a rombi visibile in sezione. Viene spesso spacciato per osso, per resina o per avorio antico, e la formula commerciale ricorrente è che si tratti di un pezzo di famiglia. La regola pratica per un viaggiatore è semplice: qualunque manufatto in avorio richiede documentazione, e senza documentazione non entra in valigia. Il rischio non è teorico, i controlli aeroportuali su questa merce sono fra i più attenti.
Pelli, pellicce e rettili
Borse, cinture, stivali e portafogli in pelle di rettile sono fra i prodotti più sequestrati in assoluto. Coccodrilli, pitoni, varani e caimani appartengono in larga parte a specie iscritte nelle appendici della Convenzione, e la loro commercializzazione richiede certificati che accompagnano il singolo esemplare. Il turista compra un oggetto elegante e ne ignora lo statuto giuridico; alla dogana l'oggetto diventa un problema.
Coralli, conchiglie e ricordi di mare
È la categoria che tocca più italiani, perché sembra innocua. Coralli duri, tridacne, conchiglie di grandi dimensioni: molte di queste specie sono protette, e la raccolta è spesso vietata anche nel paese di origine. Nel museo compaiono nelle teche insieme a materiali ben più cruenti, e all'inizio i visitatori si stupiscono. Poi leggono il pannello e capiscono che un banco di corallo cresce di pochi millimetri all'anno.
Medicina tradizionale e derivati animali
Preparati contenenti corno di rinoceronte, bile di orso, ossa di felidi, scaglie di pangolino. È il settore in cui la domanda è più rigida e i prezzi più alti, e quello in cui il traffico è più organizzato. Il museo ne espone campioni sequestrati, e la lettura dei pannelli chiarisce il punto scientifico: nessuno di questi derivati ha efficacia terapeutica dimostrata, e per il corno di rinoceronte la composizione è quella della cheratina.
Animali vivi
Tartarughe, pappagalli, rapaci, primati, rettili. È la categoria che produce i sequestri più drammatici, perché all'illegalità si somma la sofferenza dell'animale trasportato. La detenzione di un esemplare protetto senza documentazione è sanzionata dalla legge 150 del 1992, e per alcune specie pericolose vige il divieto assoluto di detenzione da parte di privati. Prima di comprare un animale esotico, chiedere il certificato non è un eccesso di prudenza: è l'unico modo di non finanziare una filiera criminale.
Quando andare al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali e quando evitarlo
I giorni migliori sono i feriali di aprile e di ottobre, con il parco in ordine, il clima gestibile e le classi concentrate nella fascia della mattina. Se scegliete un feriale, entrate dopo le 13.30: le scolaresche a quell'ora hanno già smontato e il museo si svuota.
I giorni peggiori sono le domeniche di primavera, il periodo delle festività pasquali e i pomeriggi dei ponti. Villa Borghese in quei giorni è piena, il Bioparco lavora al massimo della capienza e la sala del museo, che non è grande, diventa un corridoio. Non è impossibile visitarla, ma la qualità della lettura scende parecchio.
D'estate vale il ragionamento inverso rispetto al resto della città . Roma svuota i musei in luglio e agosto ma riempie i parchi la sera; il Bioparco resta un ambiente diurno e nelle ore centrali di una giornata di luglio è duro per tutti, animali compresi. Il museo, spazio coperto, diventa allora la parte più confortevole della giornata. Se avete bambini, organizzate la visita in modo da entrarci fra le 12.30 e le 15.
Un'ultima nota sulle chiusure anticipate settoriali. Chi arriva a un'ora dalla chiusura troverà rettilario e felini già chiusi, e dovrà rinunciare a una parte del parco. Per una visita concentrata sul museo il problema non esiste; per una prima visita al Bioparco con bambini, sì.
Cosa vedere intorno al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Il museo è a Villa Borghese, che è il modo più fortunato di essere collocati a Roma. Nel raggio di dieci o quindici minuti a piedi c'è una densità culturale che poche capitali europee possono eguagliare, e conviene costruire la giornata in modo che il Bioparco non sia l'unica tappa.
A cinque minuti dall'ingresso del parco si trova il Museo civico di Zoologia, che condivide con il Bioparco l'isolato e con il museo del Bioparco il tema: collezioni naturalistiche storiche, scheletri, diorami, e una sezione dedicata alla biodiversità che completa bene il discorso sulle specie protette. Se avete un pomeriggio intero e un ragazzo interessato, la coppia Bioparco più Museo di Zoologia è il miglior programma scientifico che Roma offra a costo contenuto.
Camminando verso sud si arriva alla Galleria Borghese, che richiede prenotazione obbligatoria e ha ingressi a fasce orarie, e ai Giardini Segreti di Villa Borghese, il settore di giardino formale che il cardinale Scipione fece progettare accanto al casino nobile. Poco più in là , il Museo Pietro Canonica occupa la Fortezzuola e conserva lo studio dello scultore, mentre il Museo Carlo Bilotti, nell'ex aranciera, ospita opere del Novecento e mostre temporanee. Per la sera, la Casa del Cinema nella Casina delle Rose programma rassegne e proiezioni all'aperto.
Verso nord, oltre viale Bruno Buozzi, il Museo etrusco di Villa Giulia chiude idealmente il quadrante con la villa di Giulio III e la collezione etrusca più importante d'Italia. Chi vuole invece proseguire sul filo della natura ha due opzioni a portata di autobus: Villa Ada, con i suoi boschi e i suoi laghetti, e la Riserva di Monte Mario, l'ultimo lembo di bosco naturale affacciato sulla città . E, per chi vuole capire come si presenta un'area protetta urbana ben gestita, l'Orto Botanico alla Lungara è il complemento vegetale di questa visita.
Il quadro completo delle mete romane, per costruirsi una giornata su misura, è nella pagina delle attrazioni turistiche di Roma.
Perché il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali ha senso, e perché ne servirebbero altri
Chiudo la parte discorsiva con una posizione, che è mia e discutibile. I musei di storia naturale italiani raccontano la biodiversità come se fosse un fatto compiuto: ecco le specie, ecco gli habitat, ecco le vetrine ottocentesche con gli uccelli in fila. È un racconto bellissimo e statico. Questo museo fa una cosa diversa e più scomoda: racconta la biodiversità come un bene conteso, cioè come qualcosa che qualcuno sta attivamente distruggendo per denaro mentre voi leggete il pannello. Il passaggio dalla vetrina alla prova giudiziaria cambia il tempo verbale, e con esso il senso della visita.
Il limite dell'operazione è altrettanto chiaro. Un museo costruito da un corpo di polizia mostra la parte del fenomeno che la polizia può inseguire: il bracconiere, il trafficante, l'autotrasportatore, il commerciante senza certificati. La parte che nessuna teca può contenere è quella delle autorizzazioni facili, delle sanatorie, delle valutazioni di impatto scritte su misura, dei condoni ripetuti. Il ciclo del cemento è il primo settore per numero di reati ambientali in Italia, e nel percorso espositivo occupa uno spazio minore di quanto la sua rilevanza meriterebbe. È il capitolo che aggiungerei, se me lo chiedessero.
Detto questo, il bilancio resta largamente positivo. Un allestimento nato nel 2014, sopravvissuto allo scioglimento dell'ente che lo aveva creato, mantenuto e integrato per oltre un decennio dentro una struttura che vive di biglietteria, è una rarità nel panorama museale italiano, dove le iniziative istituzionali durano in media quanto la legislatura che le ha volute.
Domande veloci su MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Dove si trova il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Dentro il Bioparco di Roma, a Villa Borghese, con ingresso da Viale del Giardino Zoologico 20, nel quartiere Pinciano. La Fondazione indica anche Piazzale del Giardino Zoologico 1 come riferimento dell'area antistante.
Quanto costa visitare il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Non ha un biglietto proprio: l'ingresso è compreso in quello del Bioparco, che costa 19 euro intero e 14 euro ridotto. Esistono un biglietto last minute a 9 euro nelle due ore prima della chiusura e una tariffa da 9 euro per gli over 65 il mercoledì.
Il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali è ancora aperto
Sì. È visitabile e fa parte dell'offerta corrente della Fondazione Bioparco, con la denominazione di Museo Ambiente e Crimine intitolato a Danilo Mainardi. La doppia denominazione confonde, ma lo spazio è lo stesso inaugurato nel 2014.
Serve prenotare per visitare il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Per la visita individuale no, basta il biglietto del Bioparco. Per le scuole e per i gruppi la prenotazione è obbligatoria e si effettua tramite l'ufficio dedicato, allo 06 3614015 o all'indirizzo scuolegruppi@bioparco.it, dal lunedì al venerdì fra le 9.30 e le 16.
Quali sono gli orari del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Coincidono con quelli del Bioparco: apertura alle 9.30 tutti i giorni, chiusura alle 17 nei mesi invernali, alle 18 nella stagione centrale e alle 19 il sabato, la domenica e nei festivi fra la fine di marzo e i primi di ottobre. Ultimo ingresso e chiusura delle biglietterie un'ora prima. Il parco chiude solo il 25 dicembre.
Quanto dura la visita al MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Da quaranta minuti a un'ora e mezza, a seconda di quanto si legge. Sono circa quattrocento metri quadrati con una densità di pannelli molto alta.
Si possono fare fotografie dentro il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Le fotografie a uso personale non pongono problemi, ma il flash va evitato: danneggia i materiali organici, disturba gli animali vivi e produce riflessi sulle vetrine. Per usi professionali o commerciali occorre rivolgersi alla Fondazione.
È adatto ai bambini piccoli
Sotto i sei anni lo sconsiglio: contiene animali tassidermizzati, pelli e strumenti di cattura, e manca la capacità di contestualizzare. Dalla terza elementare in su funziona benissimo, e dà il massimo con i ragazzi delle medie e delle superiori.
Ci sono animali vivi dentro il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Sì, due gruppi: le avocette, scelte a rappresentare le vittime dell'inquinamento delle zone umide, e le testuggini marginate, associate alle vittime degli incendi boschivi.
Quanti reperti conserva il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Il patrimonio da cui l'esposizione attinge supera i settantunmila reperti, frutto di sequestri effettuati nell'arco di circa vent'anni in operazioni nazionali e internazionali. In vetrina ne è esposta una selezione.
Chi ha realizzato il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
La Fondazione Bioparco di Roma insieme al Corpo forestale dello Stato, con inaugurazione il 6 marzo 2014. Dal 2017, dopo l'assorbimento del Corpo forestale nell'Arma dei Carabinieri, la collaborazione prosegue con i Carabinieri Forestali.
Perché si chiama anche Museo Ambiente e Crimine
Perché nel 2017 l'allestimento assunse questa denominazione insieme all'intitolazione all'etologo Danilo Mainardi, mantenendo la sigla M.A.CRI. Le due formule indicano lo stesso spazio.
Che cos'è la CITES
È la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione, aperta alla firma a Washington il 3 marzo 1973 ed entrata in vigore il 1 luglio 1975. Vi aderiscono centottantacinque parti e protegge più di quarantamila specie.
Il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali è accessibile in carrozzina
Lo spazio espositivo è al coperto e in piano, ed è la parte più agevole della visita al Bioparco. I biglietti per le persone con disabilità si acquistano alle casse e non online; con invalidità al cento per cento l'ingresso è gratuito anche per l'accompagnatore.
Come ci si arriva con i mezzi pubblici
Tram 19, fermata Bioparco. Autobus 3, 52, 53, 217, 360, 926 e 910, con la 910 che ferma davanti all'ingresso solo il sabato, la domenica e nei festivi. Metropolitana linea A, stazioni Flaminio o Spagna, e traversata di Villa Borghese a piedi.
Si può visitare solo il museo senza entrare al Bioparco
No. Il museo è interno al parco e non dispone di un accesso indipendente: occorre il biglietto del Bioparco.
Quanto tempo serve per il Bioparco intero, museo compreso
Da tre ore e mezza a quattro. Il parco copre diciassette ettari e alcune aree chiudono in anticipo rispetto all'orario generale.
Quali aree chiudono prima
Rettilario e felini un'ora prima della chiusura del parco, scimpanzé quarantacinque minuti prima, giraffe, orsi, rinoceronti ed elefanti mezz'ora prima.
Il museo è compreso nelle visite scolastiche
Solo in quelle che prevedono il percorso adeguato. Il percorso "6 a rischio" lo comprende nella versione da due ore e mezza, mentre la versione da un'ora e mezza non lo include: conviene specificarlo al momento della prenotazione.
Che differenza c'è fra il MACRI - Museo dei Crimini Ambientali e il Museo civico di Zoologia
Il Museo civico di Zoologia è un museo naturalistico con collezioni storiche, scheletri e diorami, e racconta la biodiversità in quanto tale. Il museo del Bioparco espone reperti sequestrati e racconta i reati che colpiscono quella biodiversità . Sono complementari, e distano pochi minuti a piedi.
Che cosa significa ecomafia
È un termine coniato da Legambiente nel 1994 per indicare l'intreccio fra criminalità organizzata, imprenditoria irregolare e pubblica amministrazione compiacente nei settori dei rifiuti, del cemento, delle cave e dei traffici illegali di specie e di animali.
Quanti sono i reati ambientali in Italia
Il rapporto annuale di Legambiente, nell'edizione 2025 riferita ai dati del 2024, conta 40.590 reati ambientali accertati, in crescita del 14,4 per cento, con 37.186 persone denunciate e un giro d'affari stimato in 9,3 miliardi di euro.
C'è un guardaroba o un deposito bagagli
Il Bioparco è una struttura all'aperto e non prevede un guardaroba nel senso museale del termine. Conviene arrivare leggeri, con acqua e cappello nella stagione calda.
Quanto si aspetta in coda
Alle casse del Bioparco l'attesa può superare la mezz'ora nelle domeniche di primavera e nei giorni di ponte; nei feriali è quasi sempre trascurabile. All'ingresso del museo, che si trova all'interno del parco, non ci sono code.
Ci sono visite guidate del MACRI - Museo dei Crimini Ambientali
Il museo si visita liberamente con il biglietto del parco. Le formule accompagnate rientrano nell'offerta per scuole e gruppi, che va concordata con l'ufficio dedicato.
I biglietti si comprano online
Sì, tramite il canale ufficiale della Fondazione Bioparco. Le tariffe agevolate per le persone con disabilità si acquistano invece esclusivamente alle casse.
Il museo è adatto a una visita con la pioggia
È uno dei pochi ambienti coperti del Bioparco, quindi sì. Conviene però ricordare che in caso di allerta meteo o di vento forte la Fondazione può decidere di non aprire il parco o di anticiparne la chiusura.
Che cos'è il servizio Meteomont
È l'apparato di rilevamento e previsione del pericolo valanghe cui è dedicata una delle sezioni del percorso, insieme al tema della sicurezza in montagna. Rientra fra i compiti dei reparti forestali dell'Arma.
Un'ultima cosa, e la dico da professionista che porta gruppi in giro per Roma da vent'anni. Di musei che spiegano quanto è bella la natura ne abbiamo abbastanza. Di luoghi che mostrano, con oggetti veri e numeri verificabili, quanto costa distruggerla e chi ci guadagna, ne abbiamo pochissimi. Se avete un figlio fra i dieci e i diciotto anni, portatecelo, e non abbiate paura della durezza di alcune vetrine: la durezza è il punto. Chi esce da lì avendo capito che un braccialetto d'avorio comprato in vacanza è l'ultimo anello di una catena che comincia con un elefante morto, ha imparato più di quanto imparerà in un anno di buone intenzioni.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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