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Arcinazzo Romano

In breve. Arcinazzo Romano è un comune della Città metropolitana di Roma Capitale a circa 850 metri di quota, poco più di 1.200 residenti, sessanta chilometri scarsi di strada dal Grande Raccordo Anulare e ottanta da piazza Venezia.

Arcinazzo Romano è un comune della Città metropolitana di Roma Capitale a circa 850 metri di quota, poco più di 1.200 residenti, sessanta chilometri scarsi di strada dal Grande Raccordo Anulare e ottanta da piazza Venezia. Il municipio e la parrocchia di Santa Maria Assunta sono nel centro storico, in via Santa Maria 1 (telefono della parrocchia 0774 808696). Il sito archeologico che porta qui la maggior parte dei visitatori, la Villa dell'imperatore Traiano, non è in paese ma sei chilometri più in su, in località Altipiani di Arcinazzo, lungo la via Sublacense al chilometro 30: biglietto intero 3 euro, ridotto 2 euro, telefono 0774 808006 e 348 1231869, posta elettronica direzione.villatraiano@comunearcinazzoromano.it. Gli orari cambiano con la stagione e le fonti consultabili non concordano fra loro: prima di partire conviene una telefonata al museo o un controllo sul sito del Comune, perché salire fin quassù e trovare il cancello chiuso è una mattinata persa. In auto si arriva dalla A24 con uscita Vicovaro-Mandela e poi via Tiburtina Valeria e via Sublacense; in autobus si prende il Cotral dal capolinea di Ponte Mammolo, sulla linea B della metropolitana, in direzione Subiaco, e da Subiaco si prosegue verso l'alta valle.

Per inquadrare Arcinazzo Romano dentro il ventaglio delle gite di giornata, la pagina dei dintorni di Roma raccoglie i borghi e i siti raggiungibili in un'ora e mezza di macchina.

Dove si trova Arcinazzo Romano e come ci si arriva davvero

Arcinazzo Romano occupa il gradino più alto della valle dell'Aniene sul versante romano, appoggiato ai rilievi calcarei dei Monti Affilani. Il monte delle Pianezze arriva a 1.332 metri, il monte Altuino a 1.271. Sono montagne di calcare, quindi montagne che bevono: il carsismo qui è diffuso, l'acqua sparisce in superficie e riemerge in sorgenti, e questa è la ragione per cui un imperatore romano decise di costruirsi una residenza proprio in questo punto e non in un altro.

Ad Arcinazzo Romano in automobile

Il percorso più rapido da Roma è l'autostrada A24 verso L'Aquila, uscita Vicovaro-Mandela, poi la strada statale 5 Tiburtina Valeria fino all'innesto della statale 411 Sublacense, che risale la valle passando per Agosta e Subiaco. Da Subiaco si continua a salire verso Affile e Arcinazzo Romano. Chi vuole risparmiare il pedaggio può fare tutta la Tiburtina dalla periferia est di Roma, ma sono almeno quaranta minuti in più e nelle ore di punta molti di più. Un consiglio pratico che nessun navigatore dà: gli ultimi tornanti sotto il paese sono stretti e in inverno restano in ombra tutto il giorno, quindi ghiacciano prima di tutto il resto. Se scendete la sera e la temperatura è vicina allo zero, tenetevi la corsia interna e scordatevi la fretta.

Il parcheggio in paese è un problema reale nei giorni di sagra e nei fine settimana di agosto. Il centro storico è un dedalo di vicoli e scalinate dove l'auto non entra e non deve entrare: si lascia negli spiazzi lungo la circonvallazione e si sale a piedi. Agli Altipiani, invece, lo spazio non manca quasi mai, tranne nelle domeniche di neve, quando mezza provincia sale a fare il pupazzo.

Ad Arcinazzo Romano con i mezzi pubblici

Non c'è ferrovia. La linea Roma-Subiaco venne chiusa nel 1934 e il tracciato è in parte diventato strada. L'unico mezzo pubblico è l'autobus extraurbano Cotral, che parte dal capolinea di Ponte Mammolo, terminale della metropolitana B, e risale la valle fino a Subiaco, piazza Falcone. Da lì partono le corse per i comuni dell'alta valle. Gli orari sono pochi, concentrati sul pendolarismo scolastico, e la domenica si diradano parecchio: vanno controllati sul sito del vettore prima di mettersi in strada. La nostra opinione è netta: Arcinazzo Romano con i mezzi pubblici si fa solo se dormite in zona. Per una gita di giornata da Roma serve l'automobile, oppure un pullman noleggiato.

Quanto tempo serve per visitare Arcinazzo Romano

Il centro storico si gira in un'ora e mezza camminando piano e guardando le facciate. La Villa di Traiano con l'Antiquarium chiede almeno un'altra ora e mezza, due se vi fate accompagnare da chi sa raccontarla. Gli Altipiani meritano il pomeriggio, o l'intera giornata se avete le scarpe giuste e volete salire sull'Altuino. Una gita ben fatta da Roma ad Arcinazzo Romano è una giornata piena, partenza alle otto e rientro al tramonto. Chi prova a incastrarla in mezza giornata insieme a Subiaco finisce per vedere male entrambe.

Arcinazzo Romano in cifre: quota, clima, popolazione

I numeri di Arcinazzo Romano dicono molto del carattere del posto. Poco più di milleduecento residenti, il centro abitato principale a 850 metri, l'unica frazione, gli Altipiani, poco sopra. Il clima è quello di una montagna appenninica di media quota, con inverni freddi e forte escursione termica e estati che non superano i 30 gradi. In inverno le minime scendono ai dieci sotto zero con una facilità che sorprende chi arriva da Roma: l'altitudine conta, ma contano di più la conca e le colate di aria fredda che arrivano dall'Appennino abruzzese. Fra gennaio e marzo la neve non è un evento eccezionale, è la norma statistica.

Questa combinazione, fresco d'estate e neve d'inverno, spiega perché Arcinazzo Romano abbia una popolazione fluttuante enorme rispetto alla sua taglia. Gli Altipiani contano circa duecento residenti stabili, che nei fine settimana aumentano e in estate triplicano abbondantemente. Chi arriva ad agosto trova un paese vivo; chi arriva a novembre trova un paese di milleduecento persone che si conoscono tutte. Sono due esperienze diverse e vanno scelte apposta.

Arcinazzo Romano
Arcinazzo Romano

Il centro storico di Arcinazzo Romano, vicolo per vicolo

Il paese vecchio è un impianto medievale integro nella pianta e rimaneggiato nelle alzate. Non aspettatevi un borgo restaurato per il turismo: qui le case sono abitate, i panni sono stesi, e l'apparato difensivo si legge dentro le murature delle abitazioni invece che in un circuito di mura conservato a parte. Bisogna avere l'occhio, oppure farsi dire dove guardare. È quello che segue.

Porta Nuova, l'ingresso al borgo di Arcinazzo Romano

Il pezzo di apparato difensivo meglio conservato è Porta Nuova, un arco a tutto sesto costruito con conci di pietra squadrati e oggi completamente inglobato nelle strutture del paese. Le case le sono cresciute addosso: l'arco regge ancora, ma sopra e ai lati ci abita gente. Questa è una condizione tipica dei castra della valle dell'Aniene, dove la porta non venne mai demolita perché serviva come passaggio e come appoggio strutturale. Fermatevi sotto l'arco e guardate la giacitura dei conci: la squadratura regolare indica maestranze che sapevano il fatto loro, non una muratura di ripiego.

La torre medievale e le bifore delle case di Arcinazzo Romano

Della torre medievale restano ruderi. Non è un monumento visitabile e non va cercata come tale: è una struttura a pianta quadrata inserita nella cortina del borgo, che si legge nella tessitura muraria. Camminando per i vicoli si incontrano invece resti di bifore murate nelle facciate di alcuni palazzi, archi di portoni con la ghiera in pietra, e i portali che chiudevano il paese. Sono i segni di un abitato che fra il XII e il XV secolo aveva una sua dignità architettonica, poi appiattita da secoli di rifacimenti poveri.

Il consiglio: non cercate il monumento, cercate il dettaglio. Una bifora tamponata dentro un muro intonacato racconta più di una torre restaurata a nuovo, perché racconta la vita che è passata sopra la pietra.

La chiesa di Santa Maria Assunta ad Arcinazzo Romano

La parrocchiale è l'edificio più importante del centro storico e la ragione principale per cui vale la pena salire fin dentro il paese anche se il vostro obiettivo è la villa imperiale. L'impianto originario era modesto. Venne ampliata nel 1575 e risistemata in forma definitiva nel corso del XIX secolo; il restauro recente ha rimesso in ordine le superfici. Oggi si presenta a tre navate con volta a botte, un impianto che dà all'interno una compattezza inattesa per un edificio di paese.

Il pezzo che conta è il portale d'ingresso. Non è stato costruito per questa chiesa: proviene dalla Villa Imperiale di Traiano e venne montato qui nel 1629. Due colonnette con capitelli e altri elementi marmorei inquadrano l'apertura, ed è marmo imperiale del II secolo riusato quindici secoli dopo per fare la porta di una parrocchia di montagna. All'interno la storia continua: l'altare è composto anch'esso da marmi provenienti dalla villa, e due capitelli compositi antichi sono stati riutilizzati con funzione di acquasantiere. Chi entra distratto passa accanto a due capitelli romani senza accorgersene, e li tocca con la mano bagnata.

Questa è la cosa che ad Arcinazzo Romano bisogna capire prima di ogni altra: la villa di Traiano non è stata distrutta, è stata smontata e redistribuita. Una parte è finita qui, un'altra ai monasteri di Subiaco, un'altra chissà dove. Il portale della parrocchiale è la prova più visibile di questo trasferimento.

Il campanile di Santa Maria Assunta: torre difensiva o no?

La torre campanaria è una struttura a pianta quadrata del XII secolo, quindi più antica della chiesa che oggi serve. La sua destinazione originaria resta incerta. Si è supposta una funzione difensiva, ipotesi ragionevole per una torre quadrata di quell'epoca in un castrum di confine, ma nessuna indagine archeologica l'ha finora confermata. Va detta così, come ipotesi non verificata: chi ve la racconta come un fatto sta semplificando. Guardate la muratura del primo registro e confrontatela con quella delle celle campanarie superiori: il cambio di tessitura si vede a occhio nudo ed è il vero indizio di due fasi costruttive diverse.

La cappella di Santa Lucia e gli affreschi di Silvestro Coardi

Piccolo tempio del XVI secolo nel centro storico, la cappella di Santa Lucia è l'ambiente più prezioso del paese in termini di pittura. Conserva affreschi con i santi Lucia, Caterina e Francesco, mentre sulla volta è dipinta la Vergine col Bambino. Le opere sono riferite a Silvestro Coardi. La cappella non ha orari di apertura regolari: è un edificio devozionale legato alla vita della comunità e alle sue ricorrenze, e per entrare bisogna chiedere in parrocchia. Non è un dispetto ai visitatori, è la condizione normale di decine di cappelle della valle dell'Aniene.

Santa Lucia ha inoltre un ruolo che nessuna guida racconta e che riprenderemo più avanti: era la chiesetta dove si conservavano i fiori dell'Infiorata del Corpus Domini, in attesa di essere bruciati nella notte di San Giovanni.

La chiesa di San Giorgio, patrono di Arcinazzo Romano

San Giorgio Martire è il patrono del paese e la sua chiesa fu fondata nel 1575. L'edificio che si vede oggi, però, non è quello cinquecentesco: la diocesi di Tivoli e Palestrina, da cui la parrocchia dipende, registra un rifacimento nel 1957. Chi si aspetta un interno rinascimentale resta deluso, e fa bene a saperlo prima. All'interno si conserva una raffigurazione del santo in vesti medievali, iconografia meno banale della solita armatura classicheggiante: il cavaliere in abito da cavaliere del suo tempo, non da guerriero antico.

La chiesa della Croce e la chiesa di Sant'Antonio Abate

Completano il quadro degli edifici sacri di Arcinazzo Romano la chiesa della Croce e la piccola chiesa, o meglio cappella, di Sant'Antonio Abate. Entrambe dipendono dalla parrocchia di Santa Maria Assunta. Sono edifici minori, di apertura irregolare, che appartengono alla trama devozionale del paese più che al circuito turistico. Sant'Antonio Abate, in particolare, è il santo protettore degli animali domestici: in un paese che ha vissuto di pastorizia e di transumanza fino a ieri, questa non è una dedica decorativa, è una dichiarazione di che cosa teneva in vita la comunità.

Arcinazzo Romano
Arcinazzo Romano

La Villa di Traiano agli Altipiani di Arcinazzo Romano

Il monumento che dà ad Arcinazzo Romano un posto nella storia dell'archeologia romana è la villa dell'imperatore Traiano, che regnò dal 98 al 117 dopo Cristo. Cinque ettari di residenza distribuiti su due settori terrazzati, in una zona attraversata dall'Aniene, le cui acque erano considerate nell'antichità fra le più buone e salubri che Roma potesse bere. Questo è il punto che spiega tutto: un imperatore non sceglie una montagna a sessanta chilometri da casa per il panorama, la sceglie per l'acqua e per la caccia. La Villa di Traiano è una residenza di caccia, e la caccia era per gli imperatori del II secolo un esercizio di rappresentanza quanto un passatempo.

Nessun documento antico la nomina: il problema delle fonti

Qui bisogna essere onesti sul grado di certezza. Nessuna fonte antica nomina esplicitamente una villa imperiale in questo punto. L'attribuzione a Traiano poggia sull'archeologia, cioè sui bolli laterizi, sulle tecniche murarie e sull'apparato decorativo, e su una ipotesi letteraria: alcuni studiosi hanno proposto che la residenza descritta da Plinio il Giovane nel Panegirico di Traiano, del 100 dopo Cristo, corrisponda a questa, per la coincidenza dei caratteri del paesaggio. È una proposta interpretativa, non una prova documentaria. Va tenuta come tale, perché la differenza fra sapere e credere di sapere è tutto il mestiere.

Ennio Quirino Visconti e gli scavi del 1777

Le prime indagini archeologiche di cui abbiamo notizia risalgono al 1777 e 1778 e portano la firma di Ennio Quirino Visconti, uno dei più grandi antiquari della Roma di fine Settecento, l'uomo che avrebbe poi curato il Museo Pio-Clementino. Visconti trovò una quantità considerevole di marmi. E qui comincia la parte amara della storia: quei marmi non finirono in un museo, furono riutilizzati come materiale da costruzione per chiese e monasteri della zona, fra cui i complessi benedettini di Santa Scolastica e San Benedetto a Subiaco. La villa venne cioè scavata e contemporaneamente smontata. Il portale della parrocchiale di Arcinazzo Romano, montato nel 1629, dimostra che il prelievo di materiale era cominciato ben prima di Visconti e proseguiva da secoli.

Le indagini scientifiche moderne sono state condotte dalla Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio e il sito è stato musealizzato. Oggi si visita un'area attrezzata con percorsi e pannelli, non un campo di ruderi abbandonato: è un cambiamento enorme rispetto a com'era la situazione trent'anni fa.

Il settore inferiore: la zona di rappresentanza della villa

Il complesso è organizzato in due settori con orientamenti diversi, il che indica due momenti progettuali distinti. Il settore inferiore, orientato da nordest a sudovest, è la zona di rappresentanza: un grande spazio rettangolare di circa cento metri per quaranta, con due ampie vasche semicircolari di fontana collocate alle estremità del giardino. Immaginate la scena: un giardino lungo un centinaio di metri, chiuso alle due estremità da specchi d'acqua semicircolari, con la montagna intorno. Non era un luogo dove si viveva, era un luogo dove si riceveva.

Le vasche semicircolari sono l'elemento che rende leggibile il settore anche a chi non è archeologo. Cercatele: sono il punto in cui si capisce la scala del progetto.

Il settore superiore: il palatium, le terme e il vivarium

Il settore superiore, orientato da nordovest a sudest, è più esteso e ospitava la parte privata. Comprendeva il palatium, cioè il corpo residenziale vero e proprio, forse affiancato da un impianto termale, e un vivarium, la vasca per l'allevamento dei pesci. Un vivarium in montagna a 850 metri non è un capriccio: è la dimostrazione che l'acqua qui era abbondante e controllata, e che la villa disponeva di un sistema idraulico degno di una residenza imperiale.

Fra gli elementi architettonici documentati ci sono peristili, criptoportici e un ninfeo decorato con absidi semicircolari, nicchie e rivestimenti marmorei. Il criptoportico è un corridoio coperto e semisotterraneo che serviva a sostenere i terrazzamenti e insieme a offrire un percorso ombreggiato: chi ha visitato Villa Adriana a Tivoli lo riconosce subito, perché è lo stesso vocabolario architettonico applicato a una scala minore e a una quota molto più alta.

Marmi, pitture e stucchi: che cosa resta della decorazione

La preziosità dei marmi, delle pitture, degli stucchi e dell'intero apparato decorativo documenta la magnificenza delle sale della villa. Restano frammenti, ed è proprio la qualità dei frammenti a dire quanto fosse alto il livello: rivestimenti in marmi colorati importati, stucchi modellati, intonaci dipinti. Chi arriva sperando in pareti affrescate integre resterà deluso, e chi arriva sapendo leggere un frammento di crustae marmoree uscirà soddisfatto. È una visita per persone che accettano di ricostruire con la testa quello che gli occhi non vedono più.

Villa di Traiano - Arcinazzo Romano
Villa di Traiano – Arcinazzo Romano Indirizzo: Via Sublacense, km 30 Loc. Altipiani di Arcinazzo - Arcinazzo Romano (RM) Telefono: 0774.808006 – 348.1231869 Email: direzione.villaditraiano@comunearcinazzoromano.it Sito web: www.museimedaniene.it/musei-medaniene/museo-di-arcinazzo/ Sistema museale territoriale: MEDANIENE

L'Antiquarium comunale di Arcinazzo Romano

L'Antiquarium comunale è collocato all'interno dell'area archeologica e raccoglie i reperti più significativi emersi dalle campagne di scavo. La raccolta si compone di elementi architettonici e decorativi, di testimonianze sull'organizzazione del lavoro durante la realizzazione della villa, e di oggetti che raccontano la vita quotidiana dentro il complesso residenziale. Il museo mette a disposizione materiale informativo che aiuta il visitatore a capire che cosa ha davanti, ed esiste anche una ricostruzione tridimensionale in video che rimette in piedi gli alzati.

La sezione sull'organizzazione del lavoro è la parte più originale e la più trascurata dai visitatori frettolosi. Racconta chi materialmente costruì la villa: squadre, materiali, tempi, marchi di fabbrica sui laterizi. In un paese che ha imparato a convivere con l'idea di un imperatore, la vera sorpresa è scoprire i nomi degli operai.

Esiste inoltre una seconda sede espositiva nel centro storico del paese, in via San Nicola, dedicata ad affreschi e stucchi restaurati provenienti dagli scavi. È un'informazione che quasi nessuno ha: la maggior parte dei visitatori arriva agli Altipiani, vede l'area archeologica e riparte senza sapere che il resto della decorazione è esposto sei chilometri più in basso. Prima di salire, chiedete al museo se la sede del centro storico è aperta quel giorno.

Orari, biglietti e visite guidate alla Villa di Traiano

Il biglietto costa 3 euro intero e 2 euro ridotto. Le visite guidate sono previste. Sugli orari le fonti disponibili divergono, e in un sito gestito da un comune di milleduecento abitanti gli orari cambiano con la stagione e con la disponibilità del personale: la sola cosa sensata è telefonare allo 0774 808006 o al 348 1231869, oppure scrivere all'indirizzo del museo, e farsi confermare giorno e ora. Per i gruppi la prenotazione è indispensabile, non consigliata.

Un avvertimento: l'area archeologica è all'aperto e a 850 metri di quota. In luglio e agosto va visitata la mattina presto, perché a mezzogiorno il pianoro non offre ombra e la pietra restituisce calore. In inverno, con la neve, la visita può essere sospesa. Le mezze stagioni sono il momento giusto, e maggio in particolare, quando i prati intorno sono in fiore e la luce è ancora bassa.

Museo Civico Archeologico Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano
Museo Civico Archeologico Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano

Gli Altipiani di Arcinazzo, la frazione che si chiama piccola Svizzera

Gli Altipiani di Arcinazzo sono un pianoro carsico di circa tre chilometri di lunghezza per un chilometro e mezzo di larghezza, a circa 850 metri di quota, incastrato fra i Monti Affilani a nordest e i Monti Ernici occidentali a sudovest, a cavallo dello spartiacque fra la valle del Sacco e l'alta valle dell'Aniene. Amministrativamente il pianoro è diviso fra quattro comuni e due province: Arcinazzo Romano per la parte romana, e Trevi nel Lazio, Fiuggi e Piglio per la parte frusinate. Questa divisione amministrativa spiega perché il posto abbia sempre avuto una gestione complicata e perché il nome cambi a seconda di chi lo pronuncia.

Le vette che chiudono l'orizzonte sono il monte Scalambra, 1.420 metri, sul versante ernico, e il monte Altuino, 1.271 metri, su quello affilano. La copertura vegetale passa dai lecci e dalle querce alle faggete man mano che si sale fra gli 800 e i mille metri: è un gradino ecologico che si attraversa camminando in venti minuti ed è uno degli aspetti più istruttivi di una passeggiata quassù.

Perché gli Altipiani di Arcinazzo hanno un aspetto alpino

La definizione di piccola Svizzera che i romani hanno appiccicato a questo pianoro non è pubblicitaria, è descrittiva. Un altopiano pianeggiante, chiuso da montagne, coperto di prati e circondato da conifere piantate nel Novecento produce un paesaggio che non somiglia al resto del Lazio appenninico, fatto di versanti ripidi e di paesi arroccati. Qui si cammina in piano, e camminare in piano in montagna è una rarità che il pubblico romano ha apprezzato subito.

Da locanda a stazione di villeggiatura: la storia turistica degli Altipiani

Il pianoro non è sempre stato abitato. Nel Settecento la trasformazione in nucleo abitativo si legò alla locanda di Meo Passeri, punto di sosta lungo la strada. Prima ancora, il territorio aveva ospitato un castello nella zona di via Setacciara e la fortezza detta Palazzolo sul monte Altuino: postazioni di controllo su un valico, perché di questo si tratta, di un valico fra due valli.

Il vero salto avvenne fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta del Novecento, quando gli Altipiani divennero una delle mete di villeggiatura della borghesia romana. Si costruirono ville, si aprirono alberghi e ristoranti, e il pianoro visse la sua stagione d'oro. Oggi quella stagione è passata e si vede: molte ville sono chiuse per dieci mesi l'anno, alcune strutture ricettive hanno abbassato la saracinesca. La nostra opinione, senza giri di parole: gli Altipiani di Arcinazzo oggi valgono la gita per il paesaggio, per la villa imperiale e per le passeggiate, non per una mondanità che non esiste più. Chi ci arriva cercando l'atmosfera degli anni Settanta rimane spaesato; chi ci arriva cercando prati, faggi e archeologia trova più di quanto si aspettava.

La stagione della neve agli Altipiani di Arcinazzo

Sulla neve serve chiarezza, perché è il punto su cui più spesso si crea un equivoco. Gli Altipiani di Arcinazzo non sono una stazione sciistica con impianti di risalita: sono un pianoro innevato dove si va a passeggiare, a slittare, a sciare con le pelli di foca e a fare fondo quando la neve tiene. Le stazioni vere sono altrove, e sono tre, tutte raggiungibili in meno di un'ora di macchina: Campo Staffi sopra Filettino, Campocatino sopra Guarcino, e Monte Livata sopra Subiaco. Un servizio navetta collega gli Altipiani a Campo Staffi nella stagione invernale.

La conseguenza pratica è che gli Altipiani funzionano benissimo come base logistica per una settimana bianca economica: si dorme qui, si scia là, si torna qui a cena. E funzionano benissimo per chi la neve la vuole calpestare e non discendere, cioè per le famiglie con bambini piccoli, per le ciaspolate e per chi porta il cane.

L'estate agli Altipiani di Arcinazzo

D'estate il pianoro cambia mestiere. Diventa il posto dove i romani salgono a prendere venti gradi quando in città ce ne sono trentotto, a fare una grigliata sotto i pini, a portare i bambini in bicicletta su una strada quasi piana. Le attività organizzate in zona comprendono la mountain bike, l'equitazione, il deltaplano e la speleologia, quest'ultima logica conseguenza del carsismo che buca queste montagne. I sentieri più battuti salgono sul monte Scalambra e sul monte Altuino, entrambi con dislivelli abbordabili e panorami che nelle giornate limpide arrivano lontano.

Consiglio non richiesto: la grigliata della domenica di agosto agli Altipiani è un rito romano di cui vale la pena essere spettatori almeno una volta, ma se cercate silenzio salite in settimana, oppure andate a settembre, quando i faggi cominciano a virare e il pianoro torna a essere di chi ci abita.

Arcinazzo Romano, i Monti Affilani e il Parco dei Monti Simbruini

Il territorio di Arcinazzo Romano appartiene ai Monti Affilani, il gruppo calcareo che chiude a sud la conca sublacense. Poco più in là comincia il Parco naturale regionale dei Monti Simbruini, la più estesa area protetta del Lazio, che comprende i comuni dell'alta valle dell'Aniene: Subiaco, Vallepietra, Filettino, Trevi nel Lazio e gli altri. Arcinazzo Romano non rientra nel perimetro del parco, ma vi si affaccia da vicino, e chi passa qualche giorno in paese ha il parco alla porta di casa. Sul versante escursionistico questa è la notizia buona: si dorme fuori dal parco, con meno vincoli e prezzi più bassi, e si cammina dentro il parco.

Il nome Simbruini viene dal latino sub imbribus, sotto le piogge, e dice tutto sul carattere idrologico di queste montagne. Sono i monti che hanno alimentato gli acquedotti di Roma antica: l'Anio Vetus, l'Anio Novus, la Marcia e la Claudia captavano qui, in questa valle. Quando si guarda l'Aniene ad Arcinazzo Romano si guarda una delle ragioni per cui Roma poté diventare una città di un milione di abitanti. Non è retorica, è idraulica.

Chi vuole approfondire i Monti Simbruini come destinazione a sé trova nella zona una rete di sentieri segnati, rifugi e centri visita. Le regole sono quelle di ogni area protetta appenninica: si resta sui sentieri, non si raccolgono piante, il fuoco è vietato fuori dalle aree attrezzate e il cane va tenuto al guinzaglio, perché qui il lupo appenninico è presente e i cani da pastore a guardia delle greggi non scherzano.

Arcinazzo Romano: origine del nome e il fantasma di Ponza

Il nome attuale è recente e amministrativo. Arcinazzo Romano fu conferito al paese con il Regio Decreto numero 287 del 29 maggio 1891. Prima di quella data l'abitato si chiamava Ponza, e non ha nulla a che vedere con l'isola di Ponza nel Tirreno: il toponimo deriva dalla gens Pontia, famiglia romana originaria di questi luoghi, e dalla Massa Pontiana, la circoscrizione fondiaria tardoantica che comprendeva il territorio.

Il passaggio fu graduale. Nel 1872 Vittorio Emanuele II, con il Regio Decreto numero 1053 del 15 ottobre, cambiò la denominazione da Ponza a Ponza d'Arcinazzo, evidentemente per distinguerla dall'isola pontina in un Regno appena unificato che stava mettendo ordine nei suoi omonimi. Diciannove anni dopo il sostantivo Ponza venne abbandonato del tutto. Gli abitanti, però, non hanno mai smesso: nella parlata locale la vecchia denominazione sopravvive, e sentirla usare in piazza è una delle piccole soddisfazioni di chi viene qui con orecchio attento.

Da dove viene la parola Arcinazzo

Sull'etimologia di Arcinazzo circolano due tradizioni e una spiegazione linguistica. La prima tradizione vuole che il nome derivi da Arcinia, una concubina dell'imperatore Claudio che avrebbe posseduto una villa nella zona. La seconda chiama in causa un patrizio di Subiaco, tale Narcio, che nel IV secolo avrebbe donato a papa Damaso I una arx, cioè un'area fortificata, alle falde del monte Altuino; da qui deriverebbe anche il nome degli abitanti, che si chiamano narzini e non arcinazzesi. La spiegazione linguistica, la più sobria e la più probabile, riconduce Arcinazzo alla corruzione e alla volgarizzazione del latino arx, che indicava appunto la sommità fortificata.

Tre versioni, un solo dato certo: il nome parla di una rocca. E la rocca c'era, come dimostrano la torre in centro e la fortezza di Palazzolo sull'Altuino. Il resto sono racconti che il paese si è tramandato, belli da riportare e da non spacciare per storia documentata.

Arcinazzo Romano
Arcinazzo Romano

La storia di Arcinazzo Romano dagli Equi allo Stato Pontificio

Preistoria e transumanza

Nel periodo pre-protostorico il territorio arcinazzese, impervio e isolato, conobbe soltanto insediamenti sporadici, distribuiti lungo le linee di transumanza che collegavano la piana romana con l'entroterra appenninico laziale e abruzzese. Non un abitato stabile, dunque, ma un corridoio: greggi che salivano in giugno e scendevano in settembre, e uomini che seguivano le greggi. Questa condizione di terra di passaggio ha modellato tutto quello che è venuto dopo.

Gli Equi e il municipium di Afilae

Nel periodo pre-romano il bacino dell'Aniene si organizza attorno agli insediamenti dei popoli autoctoni con cui Roma dovette misurarsi nei primi secoli della sua espansione nel Latium Vetus. Fra questi gli Equi, di origine osco-umbra, ebbero un ruolo dominante nella zona. Si ritiene comunemente che il municipium di Afilae, dotato di ordo decurionum e di collegi sacerdotali, nel cui territorio sarebbe poi sorta la Villa di Traiano e, nel Medioevo, il centro di Ponza-Arcinazzo, ricadesse sotto il controllo di genti eque, e che costituisse uno degli oppida fortificati d'altura destinati al controllo del territorio.

Quegli oppida furono usati nelle guerre che fra il V e il IV secolo avanti Cristo portarono Roma alla vittoria definitiva del 304 avanti Cristo, secondo quanto riferisce Tito Livio. È una guerra lunga più di un secolo, combattuta su queste montagne, e finita con l'assorbimento degli Equi nello Stato romano. Camminando sull'Altuino si cammina su un fronte antico.

L'età romana e il sistema delle villae rusticae

Con la conquista arriva la centuriazione. La suddivisione territoriale dell'area risale già al 133 avanti Cristo, come attesta il Liber Coloniarum, ed era finalizzata allo sfruttamento agricolo ottimale. Ne nacque un sistema di villae rusticae particolarmente sviluppato nella fascia pedemontana. Non erano ville di lusso: erano aziende agricole, con la parte padronale e la parte produttiva, il torchio, i granai, gli alloggi degli schiavi. La villa imperiale di Traiano si innesta su questo tessuto già organizzato, come eccezione monumentale dentro una campagna lavorata.

Da quel sistema di villae, nel Medioevo, si originò il sistema delle massae, grandi aggregati fondiari che tennero insieme il paesaggio agrario quando l'organizzazione municipale romana si dissolse. Una di queste suddivisioni è nota alle fonti come Massa Pontiana, ed è da lì che viene il nome Ponza.

L'abbazia di Subiaco e le prime citazioni di Ponza

Il protagonista assoluto della storia medievale della valle dell'Aniene è l'abbazia benedettina di Subiaco, fondata da san Benedetto all'inizio del VI secolo. Per mille anni ogni vicenda di questi paesi passa da lì. La prima citazione di Ponza risale al 720 dopo Cristo ed è registrata nel Liber Censuum di Cencio Savelli, il futuro papa Onorio III: la Massa Pontiana viene venduta al titulus di Sant'Eustachio in Roma. Nel 923 il Regesto Sublacense associa al toponimo un centro abitato, quindi non più solo una proprietà fondiaria ma un villaggio.

Di un castello fortificato si parla esplicitamente solo nel 1109, nel Chronicon Sublacense. Il testo racconta un episodio del 1087: un certo Ildemondo, capostipite della famiglia di papa Alessandro IV e di probabile origine longobarda, usurpò il castello di Ponza all'abbazia di Subiaco. L'abate reagì, ottenne l'aiuto delle milizie papali e riportò Ponza e Affile sotto il dominio dell'abbazia. Nel 1176 papa Alessandro III concesse formalmente Ponza e Affile all'abbazia sublacense, che ne mantenne il possesso feudale fino al 1735. Da quell'anno Ponza passò alla Camera Apostolica, che la tenne fino al 1870.

Rivolte, distruzioni e la Repubblica Romana

Il castrum non fu sempre docile. Nel 1435 gli uomini di Ponza e di Affile distrussero il castello di Roccasecca, un insediamento fortificato collocato nei pressi dell'attuale centro di Roiate: una guerra fra paesi, come ce ne furono a decine in questa valle, combattuta per pascoli, acque e confini. Alla fine del Settecento i ponzesi parteciparono attivamente al conflitto fra Francia e Stato Pontificio negli anni della proclamazione della Repubblica Romana, fra il 1798 e il 1799.

Per i secoli che precedono l'Unità d'Italia la documentazione si fa frammentaria, ma il quadro resta chiaro: assoggettamento al potere ecclesiastico, prima abbaziale e poi camerale, per quasi ottocento anni consecutivi. Quando si visita Arcinazzo Romano si visita un paese che ha avuto per padrone un monastero più a lungo di quanto l'Italia sia esistita come Stato.

Il Novecento e la guerra sugli Altipiani

Il capitolo novecentesco più duro riguarda la Seconda guerra mondiale. Gli Altipiani furono occupati dalle truppe tedesche, che vi curarono i feriti e vi impiantarono la produzione del pane per i soldati; l'artiglieria contraerea nascosta sul pianoro abbatté alcuni velivoli, otto secondo la memoria raccolta localmente. Fu una fase breve e violenta in un luogo che di lì a vent'anni sarebbe diventato sinonimo di vacanza, e questo contrasto è la cosa più interessante da tenere in testa mentre si passeggia fra le ville anni Sessanta.

Feste, tradizioni e folklore di Arcinazzo Romano

Il calendario di Arcinazzo Romano è ancora quello di una comunità contadina e pastorale, con un impianto religioso e un sottofondo pre-cristiano che qui non si è mai davvero spento.

La Sagra del marrone di Arcinazzo Romano

A fine ottobre il paese celebra la Sagra del marrone. Il marrone è la castagna nobile, più grande e più dolce, e questi versanti ne producono una qualità che nel Lazio ha pochi rivali. Sulle tavole della sagra, oltre alle caldarroste, compaiono la polenta al tartufo con sughi di pecora, i formaggi di capra e di pecora, e il vino della zona, che è il Cesanese del Piglio, prima denominazione di origine controllata e garantita del Lazio. Un abbinamento di montagna, tannico e grasso, che non ha nessuna ambizione di eleganza e nessun bisogno di averne.

La festa di San Giorgio Martire, due volte l'anno

Il patrono si festeggia due volte: il 23 aprile, data liturgica, e il 23 agosto. Il doppio appuntamento è tipico dei paesi di montagna e ha una ragione pratica evidente: in aprile la comunità è quella dei residenti, in agosto è quella degli emigrati che tornano e dei villeggianti. La festa d'agosto è più grande, più rumorosa e più partecipata; quella di aprile è più vera. Se dovete sceglierne una, e volete capire il paese, scegliete aprile.

Il pellegrinaggio alla Santissima Trinità di Vallepietra

Da Arcinazzo Romano parte il pellegrinaggio al santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, uno dei più antichi e intensi dell'Italia centrale. Il santuario è incassato sotto una parete rocciosa del monte Autore e si raggiunge a piedi; le compagnie di pellegrini arrivano cantando e i canti sono a più voci, di trasmissione orale. Chi assiste a un arrivo di pellegrini in maggio o in giugno vede una cosa che non ha niente di folkloristico e tutto di religioso.

L'Infiorata del Corpus Domini e la chiesetta di Santa Lucia

Per il Corpus Domini si allestisce l'Infiorata. Il dettaglio che rende questa tradizione arcinazzese diversa dalle altre è quello che accade dopo: al termine della manifestazione religiosa i fiori usati per i tappeti venivano raccolti, considerati carichi di valore sacrale, e conservati nella chiesetta di Santa Lucia. Non venivano buttati. Restavano lì fino alla notte di San Giovanni, il 24 giugno, e quella notte venivano accesi. Il solstizio d'estate era il tempo magico per eccellenza, dispensatore di influenze benefiche, e i fiori benedetti del Corpus Domini alimentavano il fuoco solstiziale.

È un cortocircuito perfetto fra liturgia cattolica e calendario agrario pre-cristiano, e si tratta di una delle cose più interessanti che si possano raccontare di questo paese.

Il Fuoco di San Giovanni e la formula dei bambini

Nella notte di San Giovanni i bambini venivano fatti dondolare verso il fuoco mentre si recitava una formula in dialetto locale. La formula diceva, nella parlata di qui, sballeca sballeca San Giuanni, te puzzi fa più ranne, più ranne deju campanile, sballeca sballeca San Giuanni: cioè supera supera San Giovanni, ti potessi fare più alto, più alto del campanile. Quando le fiamme erano alte, il bambino più sviluppato saltava sopra il fuoco dicendo tre volte San Giuanni meo, famme cresce de più. Quando le fiamme erano più basse, era la persona che lo dondolava a recitare, sempre tre volte, San Giuanni meo, fa cresce questo bambino.

Il senso è trasparente: il fuoco solstiziale fa crescere. Il campanile è la misura dell'altezza massima immaginabile in un paese di montagna, e chiedere di superarlo è chiedere l'impossibile a fin di bene.

Il Foco Santo, una pratica terapeutica di magia popolare

Fino a pochi anni fa ad Arcinazzo Romano si è tramandata una pratica terapeutica di chiara valenza magica, il Foco Santo, che si svolgeva fra la notte del 23 e quella del 24 giugno, festa di san Giovanni Battista. Il rito, extraliturgico, aveva la funzione dichiarata di scongiurare il rachitismo nei bambini: una malattia tutt'altro che rara nel passato, conseguenza diretta della denutrizione estesa. Con il tempo la pratica acquisì anche una giustificazione sacrale, come rimedio d'ordine psicofisico e medico.

Vale la pena fermarsi su questo. Il Foco Santo non è pittoresco: è il modo in cui una comunità povera provava a curare le ossa storte dei suoi figli, quando non c'era altro. Raccontarlo come una curiosità folkloristica significa non averlo capito.

Cosa si mangia ad Arcinazzo Romano

La cucina di questa fascia appenninica è povera di ingredienti e ricca di grassi buoni: pecora, capra, castagne, funghi, tartufo nero, formaggi. Il marrone locale entra nei dolci e nelle minestre, la polenta si condisce con sugo di pecora e tartufo, gli arrosticini e la pecora al callaro appartengono alla tradizione della transumanza abruzzese che risale fin quassù. I formaggi ovicaprini della zona vanno chiesti direttamente ai produttori: nei negozi di paese si trovano, ma bisogna domandare, perché il pezzo buono non è sempre in vetrina.

Il vino di riferimento è il Cesanese, nelle sue due denominazioni della vicina provincia di Frosinone, e il Cesanese del Piglio in particolare, che si produce sui versanti sotto gli Altipiani. È un rosso di media struttura, un po' ruvido, con un finale amarognolo che con la pecora funziona benissimo e con la pasticceria non funziona per niente. Ordinatelo a tavola e lasciate perdere le etichette blasonate di altre regioni: qui il vino del posto è competitivo davvero.

Un'ultima nota da professionista: nei mesi morti, novembre e febbraio, molti locali degli Altipiani chiudono o riducono i giorni di apertura. Chi sale fuori stagione telefoni prima, oppure metta in conto di mangiare in paese e non sul pianoro.

Arcinazzo Romano con i bambini

Questo è un posto che con i bambini funziona, e funziona per ragioni concrete. Il pianoro degli Altipiani è pianeggiante ed erboso, quindi si cammina e si corre senza esposizioni al vuoto e senza dislivelli. L'area archeologica della villa imperiale è all'aperto, si percorre in un'ora, e la ricostruzione tridimensionale in video dell'Antiquarium fa quello che nessun pannello riesce a fare: rimette in piedi i muri davanti agli occhi di un bambino di otto anni. Con la neve, il pianoro è uno dei posti più sicuri del Lazio per portare i piccoli a slittare senza mettersi in fila agli impianti.

Il centro storico, invece, è meno adatto ai passeggini: scalinate, ciottolato, vicoli in pendenza. Con bambini molto piccoli conviene tenere il paese per una passeggiata breve e concentrare la giornata sugli Altipiani.

Accessibilità ad Arcinazzo Romano

Va detto con franchezza. Il centro storico medievale, con le sue scalinate e i suoi vicoli in pendenza, presenta barriere architettoniche importanti e non è percorribile in autonomia da chi usa una sedia a rotelle. Gli Altipiani, al contrario, offrono percorsi pianeggianti e larghi, e la parte pianeggiante dell'area archeologica è più abbordabile, anche se il fondo resta sterrato e irregolare in alcuni tratti. Chi ha esigenze specifiche di accessibilità faccia bene a chiamare il museo prima di partire e a farsi descrivere il percorso: il personale conosce il terreno e risponde con precisione.

Cosa vedere intorno ad Arcinazzo Romano in mezz'ora di macchina

Arcinazzo Romano è un buon centro di gravità per esplorare l'alta valle dell'Aniene e la fascia ernica. Ecco che cosa raggiungete facilmente, con una nota su ciascuno.

Subiaco, i monasteri benedettini e Sant'Andrea

Subiaco è a una ventina di minuti ed merita la giornata a chiunque abbia più di una giornata. Il monastero di San Benedetto, detto Sacro Speco, è costruito addossato alla parete rocciosa e conserva cicli di affreschi che vanno dal XIII al XV secolo; il monastero di Santa Scolastica è l'unico dei dodici cenobi benedettini della valle sopravvissuto senza interruzione, e nella sua tipografia furono stampati nel 1465 i primi libri con caratteri mobili in Italia.

In paese, la concattedrale di Sant'Andrea Apostolo è un edificio neoclassico a croce latina costruito fra il 1776 e il 1789 su progetto di Pietro Camporese e Carlo Colombi, e inaugurato personalmente da papa Pio VI. Fu gravemente danneggiata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e ricostruita negli anni Cinquanta secondo le caratteristiche originarie; nelle cappelle laterali conserva tele settecentesche di pregio. Si affaccia su piazza Sant'Andrea insieme al palazzo del Seminario e al palazzo Civico. Il legame con Arcinazzo Romano è diretto e materiale: parte dei marmi della villa imperiale finì proprio nei cantieri sublacensi.

Trevi nel Lazio, il castello Caetani e la cascata dell'Aniene

Trevi nel Lazio è a circa sette chilometri dagli Altipiani, a 821 metri di quota, ed è il paese con cui Arcinazzo Romano divide amministrativamente il pianoro. Il borgo si raccoglie attorno al castello Caetani, fondato probabilmente intorno all'anno Mille, e conserva la collegiata di Santa Maria con la cripta, l'oratorio di San Pietro Eremita e piazza degli Angeli. Poco fuori, la cascata di Trevi porta l'Aniene a saltare in un ambiente boscoso di grande qualità. Nel territorio si trova anche l'Arco di Trevi, una struttura megalitica riferita agli Equi e datata per tradizione al IV secolo avanti Cristo, lungo l'antico confine fra il territorio ernico e quello equo.

Fiuggi, Piglio, Filettino e Guarcino

Fiuggi è la città termale delle acque diuretiche note dal Medioevo e frequentate, secondo la tradizione, da Bonifacio VIII e da Michelangelo. Piglio è la capitale del Cesanese e uno dei borghi meglio conservati della fascia ernica. Filettino, il comune più alto del Lazio, apre alla stazione sciistica di Campo Staffi e alle sorgenti dell'Aniene. Guarcino conduce a Campocatino, la conca glaciale che è il comprensorio sciistico più attrezzato del Lazio meridionale.

Vallepietra, Camerata Vecchia e i borghi abbandonati

Chi ha interesse per i luoghi abbandonati trova nella zona due mete forti. Le rovine di Camerata Vecchia sono quel che resta di un paese distrutto da un incendio nel 1859, oggi ruderi coperti di edera su uno sperone. Più lontano ma della stessa famiglia emotiva è Antuni, il borgo fantasma sul lago del Turano. Vallepietra, con il suo santuario rupestre, chiude il triangolo. E per chi ama i piccoli specchi d'acqua di montagna, il lago di San Benedetto sull'Aniene, sotto Subiaco, è una sosta breve e memorabile.

Monte Livata e Cervara di Roma

Monte Livata, sopra Subiaco, è la stazione invernale più vicina a Roma e d'estate un altopiano di faggete e pascoli. Cervara di Roma, il comune più alto della Città metropolitana, è il paese degli scalpellini e degli artisti, con la scalinata scolpita e il parco delle sculture. Sono due mezze giornate che si incastrano bene con una base ad Arcinazzo Romano.

Domande frequenti su Arcinazzo Romano

Quanto dista Arcinazzo Romano da Roma?

Arcinazzo Romano si trova a circa 80 chilometri dal centro di Roma e a sessanta scarsi dal Grande Raccordo Anulare. In automobile, senza traffico, si calcola un'ora e un quarto passando per l'A24, mentre il tempo si allunga percorrendo per intero la via Tiburtina.

Quanto costa il biglietto per visitare la Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano?

Il biglietto per la Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano costa 3 euro intero e 2 euro ridotto, uno dei prezzi più bassi del Lazio per un sito archeologico musealizzato con annesso Antiquarium. Gli orari del museo variano con la stagione, quindi conviene telefonare prima ai numeri 0774 808006 o 348 1231869 per verificare l'apertura.

Che cosa si vede alla Villa di Traiano di Arcinazzo Romano?

La Villa di Traiano agli Altipiani di Arcinazzo Romano è la residenza imperiale che l'imperatore Traiano, che regnò dal 98 al 117 dopo Cristo, fece costruire su cinque ettari distribuiti in due settori terrazzati lungo l'Aniene. L'Antiquarium annesso offre anche una ricostruzione tridimensionale in video che restituisce l'aspetto originario degli ambienti.

Arcinazzo Romano è adatta a una gita con bambini?

Arcinazzo Romano funziona bene con i bambini, soprattutto grazie al pianoro degli Altipiani, erboso e pianeggiante, dove si cammina e si corre senza dislivelli né esposizioni al vuoto. L'area archeologica della villa imperiale si percorre in circa un'ora ed è interamente all'aperto.

Il centro storico di Arcinazzo Romano è accessibile con la sedia a rotelle?

Il centro storico medievale di Arcinazzo Romano, con le sue scalinate e i vicoli in pendenza, presenta barriere architettoniche importanti e non è percorribile in autonomia da chi usa una sedia a rotelle. Gli Altipiani, al contrario, offrono percorsi pianeggianti e più larghi, anche se il fondo resta sterrato e irregolare in alcuni tratti.

Che cosa si mangia ad Arcinazzo Romano?

La cucina di Arcinazzo Romano è quella tipica della fascia appenninica, basata su pecora, capra, castagne, funghi, tartufo nero e formaggi. Il marrone locale entra nei dolci e nelle minestre, mentre la polenta si condisce con sugo di pecora e tartufo, un piatto legato alla tradizione della transumanza che risale da queste montagne fino all'Abruzzo.

Quali sono i monumenti principali del centro storico di Arcinazzo Romano?

Il centro storico di Arcinazzo Romano conserva un impianto medievale integro, con Porta Nuova come ingresso al borgo e la chiesa di Santa Maria Assunta, che custodisce un portale del 1629 realizzato con marmi provenienti dalla vicina Villa di Traiano. Il paese non è restaurato per il turismo: le case sono ancora abitate.

Cosa vedere nei dintorni di Arcinazzo Romano?

Nei dintorni di Arcinazzo Romano, a una ventina di minuti d'auto, si trova Subiaco con i suoi monasteri benedettini, tra cui il monastero di San Benedetto detto Sacro Speco, costruito addossato alla parete rocciosa. La zona fa parte dell'alta valle dell'Aniene, affacciata sul Parco naturale regionale dei Monti Simbruini.

Chi vuole costruire un itinerario ben congegnato in questa parte del Lazio, o accompagnare un gruppo, può appoggiarsi ai professionisti di TourLeaderPro a Roma, che progettano percorsi su misura anche fuori dai circuiti classici della capitale. Per chi organizza spostamenti di comitive, il servizio di accompagnamento turistico risolve la parte logistica, che su queste strade di montagna non è banale.

Una curiosità su Arcinazzo Romano

La curiosità più forte di Arcinazzo Romano non è un monumento: è un trasloco durato quindici secoli. La villa dell'imperatore Traiano non venne distrutta da un terremoto né rasa al suolo da un esercito. Venne smontata pezzo per pezzo e riutilizzata, con una continuità che attraversa il Medioevo, il Rinascimento e l'Illuminismo senza interruzioni. Il portale della chiesa di Santa Maria Assunta, montato nel 1629, è marmo imperiale del II secolo. L'altare della stessa chiesa è fatto di marmi della villa. Le due acquasantiere sono capitelli compositi antichi rovesciati e scavati. E quando nel 1777 e nel 1778 Ennio Quirino Visconti condusse le prime indagini archeologiche e portò alla luce una quantità considerevole di marmi, quei marmi presero la strada dei cantieri di Santa Scolastica e di San Benedetto a Subiaco.

Fermiamoci un istante su questo dato, perché è enorme. Il più grande antiquario del suo tempo scava una villa imperiale, e il prodotto dello scavo finisce in un cantiere edilizio. Non è vandalismo, è la mentalità di un'epoca in cui l'antico era anzitutto una cava di materiale nobile a costo zero. La cultura archeologica moderna, quella che conserva il reperto perché è un documento, sarebbe nata di lì a pochi decenni, e Visconti stesso ne fu uno dei padri.

La conseguenza pratica per chi visita Arcinazzo Romano oggi è che la villa si trova in due posti contemporaneamente: agli Altipiani, dove restano le fondazioni, i terrazzamenti, le vasche e il ninfeo, e nelle chiese della valle, dove restano i marmi. Chi visita solo l'area archeologica vede metà dell'opera. Il consiglio operativo è di invertire l'ordine consueto: prima il portale della parrocchiale, con le mani sui capitelli, poi la salita agli Altipiani. Così il terzo terrazzamento smette di essere un prato con dei muretti e diventa un edificio, perché avete già toccato il marmo che lo rivestiva.

C'è anche una curiosità minore, ma deliziosa: il gentilizio degli abitanti. Non si chiamano arcinazzesi, si chiamano narzini, e il nome viene dalla tradizione di Narcio, il patrizio sublacense che avrebbe donato la arx a papa Damaso I nel IV secolo. Un paese che ha cambiato nome due volte per decreto reale conserva nel nome dei suoi abitanti una memoria più antica di entrambi i decreti.

Una cosa che non ti dice nessuno su Arcinazzo Romano

Che il museo ha due sedi. Praticamente tutte le informazioni in circolazione parlano dell'area archeologica e dell'Antiquarium agli Altipiani, al chilometro 30 della via Sublacense, e si fermano lì. Esiste invece una seconda sede espositiva nel centro storico del paese, in via San Nicola, dedicata agli affreschi e agli stucchi restaurati provenienti dagli scavi della villa. Cioè: la parte dipinta e modellata della decorazione imperiale, quella più fragile e più difficile da leggere sul campo, non è dove la cercate. È sei chilometri più in basso, nel paese, in una via che la maggior parte dei visitatori non percorre mai.

La conseguenza è che moltissime persone visitano Arcinazzo Romano, guardano i terrazzamenti, comprano il biglietto da 3 euro, ripartono, e non sanno di aver visto solo una parte del patrimonio per cui erano venute. Prima di salire, chiedete al numero del museo se la sede del centro storico è aperta quel giorno e come si accede. Non date per scontato che lo sia: un comune di milleduecento abitanti gestisce due sedi museali con il personale che ha.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda il rapporto fra Arcinazzo Romano e il Parco dei Monti Simbruini. Il paese non rientra nel perimetro dell'area protetta, ci si affaccia soltanto. Per l'escursionista è un vantaggio poco pubblicizzato: si dorme fuori dal parco, con costi più bassi e meno regole, e si cammina dentro il parco a pochi minuti di macchina. Chi confronta i prezzi di un fine settimana ad Arcinazzo Romano con quelli dei paesi interni al perimetro capisce subito di cosa parlo.

Terza cosa, e riguarda la neve. Sui portali di viaggio gli Altipiani di Arcinazzo compaiono spesso accostati alle parole stazione sciistica. Non lo sono. Non ci sono impianti di risalita sul pianoro: ci sono prati innevati dove si va a piedi, con le ciaspole, con lo slittino e con gli sci da fondo quando la neve tiene. Le piste vere sono a Campo Staffi, a Campocatino e a Monte Livata, e agli Altipiani nella stagione invernale funziona un servizio navetta verso Campo Staffi. Chi carica gli sci in macchina pensando di trovare la seggiovia sotto l'albergo fa un viaggio a vuoto, e succede più spesso di quanto immaginate.

Il consiglio che ti do per visitare Arcinazzo Romano

Il consiglio è uno solo e vale più di tutti gli altri messi insieme: telefonate prima. Non è una formula di cortesia, è la differenza fra una bella giornata e una giornata buttata. Il museo della Villa di Traiano ha orari che variano con la stagione e con il personale disponibile, e le fonti che si trovano in rete indicano fasce orarie diverse fra loro. I numeri sono lo 0774 808006 e il 348 1231869. Una telefonata di due minuti vi dice se il sito è aperto, se la seconda sede in via San Nicola è visitabile, se c'è una guida disponibile e se serve prenotare. Per i gruppi la prenotazione non è un'opzione.

Il secondo consiglio riguarda l'ordine della giornata. Fate il centro storico la mattina presto, quando il paese si sveglia e le chiese hanno più probabilità di essere aperte per la messa feriale; salite agli Altipiani verso le undici, visitate area archeologica e Antiquarium prima di pranzo; pranzate sul pianoro; dedicate il pomeriggio alla passeggiata, verso l'Altuino o semplicemente lungo i prati. Il tramonto sugli Altipiani, con la luce radente sui faggi, ripaga la giornata da solo. Chi fa il contrario, cioè archeologia nel pomeriggio, rischia il museo chiuso e il sole in faccia sul pianoro senza ombra.

Terzo: la stagione. Il momento migliore per visitare Arcinazzo Romano sono maggio, giugno e settembre. Maggio per i prati fioriti e le giornate lunghe; giugno per le feste e per il fuoco di San Giovanni; settembre per la luce, per il silenzio ritrovato e per le prime castagne. Luglio e agosto sono affollati e caldi anche quassù, e la magia del pianoro vuoto sparisce. Ottobre è ottimo per chi viene per la sagra del marrone e per il foliage delle faggete. Gennaio e febbraio sono per chi ama la neve e accetta che metà dei servizi sia chiusa.

Quarto, e qui do un'opinione impopolare: non provate a fare Subiaco e Arcinazzo Romano nella stessa giornata partendo da Roma. Si può, in teoria. Ma i monasteri sublacensi chiedono tre ore fatte bene e la villa imperiale ne chiede due; sommate gli spostamenti e la sosta a pranzo e vi ritrovate a correre in entrambi i posti. Se avete una sola giornata, scegliete. Se ne avete due, dormite in zona: costa poco, la sera in paese si mangia bene e il mattino presto sugli Altipiani è la parte migliore.

Quinto: le scarpe. Anche per la sola area archeologica servono scarpe chiuse con suola scolpita, perché il fondo è sterrato e in pendenza, e dopo la pioggia diventa scivoloso. Vedo arrivare gente in sandali da spiaggia con una regolarità che non smette di sorprendermi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che questa valle è il motore idraulico di Roma antica, e che Arcinazzo Romano ne è uno dei punti di osservazione migliori. Il fatto è noto a chiunque abbia studiato gli acquedotti: quattro dei grandi acquedotti romani, l'Anio Vetus, l'Anio Novus, l'Aqua Marcia e l'Aqua Claudia, prendevano l'acqua nell'alta valle dell'Aniene. Eppure quando si parla di questi paesi si parla di borghi medievali, di monasteri e di sagre, e quasi mai del motivo per cui Roma antica investì qui somme enormi e ingegneria di prima qualità.

Il nome stesso della catena lo dice: Simbruini viene dal latino sub imbribus, sotto le piogge. Sono montagne di calcare che assorbono l'acqua meteorica, la filtrano in profondità nei condotti carsici e la restituiscono in sorgenti di portata costante e di qualità eccellente. Le acque dell'Aniene erano considerate nell'antichità fra le più buone e salubri disponibili, e questa reputazione è la ragione tecnica per cui una residenza imperiale sorse a 850 metri di quota, in un punto che dal centro di Roma richiedeva una giornata di viaggio.

Fermatevi un momento a pensarci quando siete davanti alle due vasche semicircolari del settore inferiore della villa, o davanti alla traccia del vivarium nel settore superiore. Un imperatore che si costruisce una peschiera in montagna sta esibendo il controllo sull'acqua, che nel mondo romano era la forma più visibile di potere dopo l'esercito. La stessa cultura idraulica che porta l'acqua a Roma per cento chilometri di arcate la porta qui dentro una vasca per i pesci, per il piacere di guardarla.

C'è un corollario poco citato e molto concreto: il carsismo che alimenta le sorgenti crea anche grotte e inghiottitoi, e la speleologia è una delle attività praticate in zona. Le stesse montagne che hanno dissetato Roma sono bucate come una spugna, e in alcuni punti si può entrarci dentro. Non è un'attività da improvvisare: si fa con i gruppi speleologici organizzati, mai da soli.

La foto giusta da fare a Arcinazzo Romano

La foto giusta ad Arcinazzo Romano non è quella che fanno tutti, cioè il pianoro degli Altipiani ripreso di fronte, che restituisce un prato verde piatto e non dice nulla. La foto giusta è il portale della chiesa di Santa Maria Assunta ripreso di tre quarti, con la luce del mattino radente che stacca la modanatura antica dei capitelli dall'intonaco moderno della facciata. In quell'inquadratura si legge in un colpo solo tutta la storia del paese: il marmo imperiale del II secolo montato nel 1629 su una chiesa di montagna. È una fotografia che racconta, non che decora.

Se cercate invece la fotografia di paesaggio, l'ora giusta agli Altipiani è il tardo pomeriggio d'inverno, con il pianoro innevato e il sole basso che allunga le ombre dei faggi sulla neve. Il contrasto fra la superficie bianca e le linee scure dei tronchi funziona sempre, e in quel momento il pianoro ha davvero l'aspetto alpino che gli è valso il soprannome. In estate la stessa inquadratura, alle tre del pomeriggio, produce una fotografia slavata e senza profondità: è la luce a fare il lavoro, non il luogo.

Per l'area archeologica, il punto migliore è quello che permette di riprendere una delle vasche semicircolari con i Monti Affilani sullo sfondo, così che la fotografia contenga insieme l'opera dell'uomo e la ragione geografica dell'opera. Scendete con la macchina fotografica quasi al livello del terreno: la vasca guadagna profondità e i muri emergono invece di sprofondare.

Tre avvertenze operative. La prima: nel museo e nell'Antiquarium le regole sulle riprese le stabilisce la direzione, quindi chiedete al personale prima di scattare, soprattutto con il flash, che sui materiali dipinti e sugli stucchi è sempre da evitare. La seconda: il centro storico è abitato, e fotografare finestre e panni stesi di casa d'altri è una scortesia; il buon senso vale più di qualunque regolamento. La terza: se salite con il drone, verificate le regole vigenti sull'area archeologica e sulle aree protette, perché nei siti tutelati non si vola senza autorizzazione.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è militare e antichissimo: la lunga guerra fra Roma e gli Equi, combattuta fra il V e il IV secolo avanti Cristo su queste montagne e chiusa con la vittoria romana definitiva del 304 avanti Cristo, secondo il racconto di Tito Livio. Gli oppida fortificati d'altura di cui il territorio arcinazzese faceva parte furono i capisaldi di quel conflitto. È una guerra lunga oltre un secolo, con alterne fortune e con episodi che la memoria romana ha poi trasformato in materiale esemplare.

Il secondo è edilizio e imperiale: la costruzione della villa di Traiano, fra la fine del I e l'inizio del II secolo dopo Cristo. Cinque ettari su due settori terrazzati, con peristili, criptoportici, un ninfeo absidato, due vasche semicircolari, un palatium, forse un impianto termale e un vivarium. Un cantiere imperiale in montagna, con maestranze specializzate, marmi importati e un sistema idraulico progettato apposta. L'Antiquarium documenta anche l'organizzazione di quel lavoro, ed è la parte che consiglio di guardare con più attenzione.

Il terzo avvenimento è del 720 dopo Cristo, ed è documentario: la Massa Pontiana viene venduta al titulus di Sant'Eustachio a Roma, e nel Liber Censuum di Cencio Savelli, futuro papa Onorio III, compare la prima citazione del nome che il paese avrebbe portato per undici secoli. Nel 923 il Regesto Sublacense associa a quel toponimo un centro abitato: non più una proprietà, un villaggio.

Il quarto è del 1087 e ha il sapore di una faida. Ildemondo, di probabile origine longobarda e capostipite della famiglia da cui sarebbe uscito papa Alessandro IV, usurpò il castello di Ponza all'abbazia di Subiaco. L'abate non incassò: chiamò le milizie papali e riprese Ponza e Affile. L'episodio è raccontato nel Chronicon Sublacense, che nel 1109 parla esplicitamente per la prima volta di un castello fortificato. Nel 1176 papa Alessandro III sanò la questione concedendo formalmente Ponza e Affile all'abbazia, che le tenne in feudo fino al 1735.

Il quinto è del 1435 ed è una guerra fra paesi: gli uomini di Ponza e di Affile distrussero il castello di Roccasecca, insediamento fortificato nei pressi dell'attuale Roiate. Nell'alta valle dell'Aniene le contese per pascoli, acque e confini si risolvevano così, e il fatto che un castello venisse raso al suolo da due comunità vicine dice quanto fossero alte le poste in gioco.

Il sesto è di fine Settecento: la partecipazione attiva dei ponzesi al conflitto fra Francia e Stato Pontificio negli anni della Repubblica Romana, fra il 1798 e il 1799. Un paese di montagna sotto dominio abbaziale che entra dentro le guerre rivoluzionarie europee è un fatto che merita più di una riga.

Il settimo e l'ottavo sono amministrativi ma pesanti nell'identità: il Regio Decreto numero 1053 del 15 ottobre 1872, con cui Vittorio Emanuele II trasformò Ponza in Ponza d'Arcinazzo, e il Regio Decreto numero 287 del 29 maggio 1891, che portò al nome attuale di Arcinazzo Romano. In diciannove anni un paese perse il nome che portava dall'alto Medioevo.

Il nono è del Novecento e riguarda gli Altipiani. Durante la Seconda guerra mondiale il pianoro fu occupato dalle truppe tedesche, che vi curarono i feriti e vi organizzarono la panificazione per i soldati, mentre l'artiglieria contraerea nascosta sull'altopiano abbatté alcuni velivoli, otto secondo la memoria raccolta sul posto. Il decimo, infine, è pacifico e trasformativo: il boom turistico fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta, che fece degli Altipiani di Arcinazzo una delle destinazioni di villeggiatura della borghesia romana e ne cambiò per sempre il paesaggio costruito.

Chi è passato da Arcinazzo Romano

Il primo nome è quello di Traiano, imperatore dal 98 al 117 dopo Cristo, il princeps optimus dei senatori, l'uomo che portò l'impero alla massima estensione territoriale con le campagne daciche e la spedizione partica. Qui aveva la sua residenza di caccia. Se davvero sia la villa descritta da Plinio il Giovane nel Panegirico del 100 dopo Cristo resta una proposta degli studiosi, fondata sulla coincidenza dei caratteri del paesaggio: bella ipotesi, non documento. Ma che la villa sia sua lo dicono l'archeologia e la cronologia dei materiali, ed è quanto basta per dire che l'imperatore Traiano è passato di qui, e ci è passato più volte.

Il secondo nome è Plinio il Giovane, almeno come possibile testimone letterario. Il terzo è Ennio Quirino Visconti, che nel 1777 e nel 1778 condusse qui le prime indagini archeologiche documentate. Visconti sarebbe diventato il maggiore antiquario europeo della sua generazione e il conservatore del Museo Pio-Clementino: che i suoi primi scavi importanti abbiano toccato questa montagna è un titolo di merito che ad Arcinazzo Romano nessuno rivendica abbastanza.

Il quarto nome è papa Damaso I, al quale, secondo la tradizione locale, il patrizio sublacense Narcio avrebbe donato nel IV secolo la arx alle falde del monte Altuino. Tradizione, non documento: la riporto come tale. Il quinto è Alessandro III, il papa che nel 1176 concesse Ponza e Affile all'abbazia di Subiaco, e il sesto è Onorio III, cioè Cencio Savelli, il cui Liber Censuum conserva la prima citazione del nome del paese. Il settimo è Alessandro IV, discendente di quell'Ildemondo che nel 1087 aveva usurpato il castello.

L'ottavo nome è del Novecento e sorprende sempre chi lo sente: Audrey Hepburn. L'attrice, sposata dal 1969 con lo psichiatra romano Andrea Dotti, soggiornò agli Altipiani di Arcinazzo nella villa della suocera Paola Bandini, insieme al marito e al figlio. Sono gli anni romani di Hepburn, quelli in cui aveva lasciato Hollywood e viveva fra Roma e la Svizzera. Il pianoro che i romani chiamavano piccola Svizzera ospitò per qualche estate una donna che la Svizzera vera l'aveva scelta come casa: la coincidenza è troppo bella per non raccontarla.

Il nono non è un nome singolo ma una categoria: registi e troupe. Gli Altipiani di Arcinazzo sono stati usati come location per numerosi film, per una ragione tecnica semplice, cioè la disponibilità di un paesaggio dall'aspetto alpino a un'ora da Cinecittà. Il costo di trasferta di una troupe verso le Alpi vere era proibitivo; qui si girava in giornata. Molte scene di montagna del cinema italiano sono state girate a sessanta chilometri dal Colosseo, e questa è un'altra di quelle cose che il paese sa e il resto del mondo no.

Il decimo, infine, è la borghesia romana degli anni Sessanta e Settanta in blocco: professionisti, medici, avvocati, funzionari che qui si costruirono la seconda casa e fecero degli Altipiani un pezzo di Roma trapiantato a 850 metri. Le ville di quella stagione sono ancora tutte lì, e leggerle come architettura del secondo Novecento è un esercizio che vale la passeggiata.

Arcinazzo Romano
Arcinazzo Romano

Arcinazzo Romano per chi viene dall'estero

Un visitatore straniero che passa quattro o cinque giorni a Roma raramente sente nominare Arcinazzo Romano, e questo è insieme un peccato e un vantaggio. Il peccato è che una villa imperiale conservata in un paesaggio di montagna, senza folla e con un biglietto da 3 euro, sarebbe una giornata memorabile per chiunque abbia già visto il Foro e i Musei Vaticani. Il vantaggio è che qui non si fa la coda. Chi accompagna ospiti anglofoni può appoggiarsi alle guide in inglese della regione Lazio su ItalyPlanner, che raccolgono le mete raggiungibili in giornata dalla capitale, e alla panoramica delle cose da fare a Roma per capire come incastrare una gita fuori porta in un programma già pieno.

Il consiglio è sempre lo stesso: il terzo o il quarto giorno, quando la fatica delle file comincia a farsi sentire, si esce dalla città. Una giornata sull'Aniene, fra i monasteri di Subiaco e la villa di Traiano ad Arcinazzo Romano, rimette in ordine le idee su che cosa fosse davvero il territorio di Roma antica, che non finiva alle mura.

Domande veloci su Arcinazzo Romano

Quanto dista Arcinazzo Romano da Roma

Circa 80 chilometri dal centro di Roma, sessanta scarsi dal Grande Raccordo Anulare. In automobile si calcolano un'ora e un quarto senza traffico dalla A24, di più se si fa tutta la Tiburtina.

Quanto costa il biglietto della Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano

Intero 3 euro, ridotto 2 euro. È uno dei biglietti più economici del Lazio per un sito archeologico musealizzato con annesso antiquarium.

Quali sono gli orari della Villa di Traiano

Gli orari variano con la stagione e le indicazioni disponibili non coincidono fra loro. La cosa da fare è chiamare lo 0774 808006 o il 348 1231869, oppure verificare sul sito del Comune, prima di mettersi in viaggio.

Serve prenotare per visitare Arcinazzo Romano e la villa imperiale

Per i visitatori singoli in genere no, ma la telefonata di controllo resta indispensabile. Per i gruppi e per le visite guidate la prenotazione è necessaria.

Quanto dura la visita alla Villa di Traiano e all'Antiquarium

Un'ora e mezza per l'area archeologica e il museo insieme, due ore se vi accompagna una guida. Aggiungete un'ora e mezza per il centro storico di Arcinazzo Romano.

Si possono fare fotografie

All'aperto, nell'area archeologica, non ci sono problemi. Dentro il museo le regole le stabilisce la direzione: chiedete al personale, e in ogni caso evitate il flash su stucchi e superfici dipinte.

La Villa di Traiano ad Arcinazzo Romano è accessibile in sedia a rotelle

L'area è all'aperto e in parte pianeggiante, ma il fondo è sterrato e irregolare in alcuni tratti. Conviene telefonare al museo e farsi descrivere il percorso prima di partire. Il centro storico del paese, con scalinate e vicoli in pendenza, non è accessibile in autonomia.

Arcinazzo Romano è adatta ai bambini

Molto. Il pianoro degli Altipiani è pianeggiante e sicuro, l'area archeologica si visita all'aperto in un'ora e la ricostruzione tridimensionale in video del museo funziona benissimo con i più piccoli. Il centro storico è meno adatto ai passeggini.

Ad Arcinazzo Romano si scia

Sul pianoro non ci sono impianti di risalita. Si va a piedi, con le ciaspole, con lo slittino e con gli sci da fondo quando la neve tiene. Le stazioni con impianti sono Campo Staffi sopra Filettino, Campocatino sopra Guarcino e Monte Livata sopra Subiaco; d'inverno una navetta collega gli Altipiani a Campo Staffi.

Quando nevica agli Altipiani di Arcinazzo

Le nevicate si concentrano fra gennaio e marzo e sono frequenti, con minime che scendono con facilità ai dieci gradi sotto zero. Non esiste però una garanzia: è neve appenninica, e l'annata può essere avara.

Come si arriva ad Arcinazzo Romano con i mezzi pubblici

Autobus Cotral dal capolinea di Ponte Mammolo, metropolitana linea B, in direzione Subiaco, e da Subiaco proseguendo verso l'alta valle. Le corse sono poche e ridotte nei festivi: vanno verificate sul sito del vettore. Non c'è ferrovia.

Dove si parcheggia ad Arcinazzo Romano

Negli spiazzi lungo la circonvallazione del paese, perché il centro storico è chiuso al traffico dalla sua stessa struttura. Agli Altipiani lo spazio abbonda, tranne nelle domeniche di neve e nei fine settimana di agosto.

Perché Arcinazzo Romano si chiamava Ponza

Dalla gens Pontia, famiglia romana originaria di questi luoghi, e dalla Massa Pontiana, la circoscrizione fondiaria tardoantica. Nel 1872 il nome divenne Ponza d'Arcinazzo e nel 1891 Arcinazzo Romano. Nulla a che vedere con l'isola pontina.

Come si chiamano gli abitanti di Arcinazzo Romano

Narzini. Il gentilizio deriva dalla tradizione di Narcio, il patrizio di Subiaco che avrebbe donato la arx a papa Damaso I nel IV secolo.

Che differenza c'è fra Arcinazzo Romano e gli Altipiani di Arcinazzo

Arcinazzo Romano è il paese, a 850 metri, con il centro storico medievale e la parrocchiale. Gli Altipiani sono la frazione, sei chilometri più su, sul pianoro condiviso con Trevi nel Lazio, Fiuggi e Piglio, dove si trovano la villa imperiale e le seconde case. Sono due luoghi diversi e vanno visitati entrambi.

Arcinazzo Romano fa parte del Parco dei Monti Simbruini

No. Il comune non rientra nel perimetro dell'area protetta, ma vi si affaccia da vicino, e i sentieri del parco si raggiungono in pochi minuti di macchina.

Quanti abitanti ha Arcinazzo Romano

Poco più di milleduecento residenti nel comune, di cui circa duecento stabili agli Altipiani, che d'estate triplicano abbondantemente.

Che cosa si mangia ad Arcinazzo Romano

Marroni, polenta al tartufo con sugo di pecora, formaggi di capra e di pecora, funghi. Da bere, Cesanese, e in particolare il Cesanese del Piglio, prima denominazione garantita del Lazio.

Quando si tiene la Sagra del marrone di Arcinazzo Romano

A fine ottobre. È l'appuntamento gastronomico principale dell'anno e riempie il paese: conviene arrivare presto e parcheggiare lontano.

Quando si festeggia il patrono di Arcinazzo Romano

San Giorgio Martire si festeggia due volte, il 23 aprile e il 23 agosto. Quella di agosto è la festa grande, quella di aprile è la festa del paese.

Il museo di Arcinazzo Romano ha una sola sede

No, ne ha due: l'Antiquarium dentro l'area archeologica agli Altipiani e una sezione espositiva nel centro storico, in via San Nicola, con affreschi e stucchi restaurati provenienti dagli scavi. Chiedete al museo se la seconda sede è aperta.

Vale la pena visitare Arcinazzo Romano in un giorno solo da Roma

Sì, ma dedicandogli la giornata intera e senza aggiungere Subiaco allo stesso programma. Con due giorni, e dormendo in zona, il territorio si gode molto meglio.

Che cosa vedere vicino ad Arcinazzo Romano

Subiaco con i monasteri benedettini e la concattedrale di Sant'Andrea, Trevi nel Lazio con il castello Caetani e la cascata, Fiuggi, Piglio, Filettino, Guarcino, Vallepietra con il santuario della Santissima Trinità, le rovine di Camerata Vecchia, il lago di San Benedetto, Monte Livata e Cervara di Roma.

Si può portare il cane ad Arcinazzo Romano

Sugli Altipiani sì, ed è uno dei posti migliori del Lazio per una passeggiata con il cane. Al guinzaglio, però: in queste montagne il lupo è presente e i cani da guardiania delle greggi non ammettono avvicinamenti.

Perché tornare ad Arcinazzo Romano

È un posto in cui si torna volentieri, ed ecco perché. Arcinazzo Romano è uno dei pochissimi posti a un'ora da Roma dove si può stare davanti a una residenza imperiale senza nessuno intorno, pagando tre euro, con l'odore dei faggi e il rumore del vento al posto delle audioguide. Non ha la spettacolarità di Villa Adriana e non l'avrà mai. Ha però una cosa che Villa Adriana non può avere: il silenzio, e la possibilità di capire con calma come funzionava una villa romana, guardando i terrazzamenti dall'alto senza qualcuno che vi spinge per passare.

Il consiglio finale è di prendere il paese sul serio. Non trattatelo come una sosta fra due mete più famose. Salite la mattina, entrate nella parrocchiale, mettete la mano sui capitelli antichi delle acquasantiere, poi andate agli Altipiani sapendo che cosa cercate. E se ci andate in una sera di fine giugno, chiedete se accendono ancora i fuochi di San Giovanni: è un fuoco che questo paese ha custodito più a lungo di quasi tutti gli altri.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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