Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello
La Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello si trova alle porte di Viterbo, dentro il territorio comunale del capoluogo della Tuscia, e protegge 438 ettari di forra, boschi, sorgenti e resti di lavorazioni antiche lungo il corso del fosso Urcionio. È l’ultima arrivata fra le aree protette regionali del Lazio: la legge regionale 24 dicembre 2008, n. 23 la istituisce a fine 2008, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 27 dicembre 2008, e l’ente gestore indicato è la Provincia di Viterbo. Il cuneo verde che ne risulta scende dalle pendici del monte Palanzana fino a lambire le mura della città dei papi, e questa è già la sua stranezza principale: un ambiente di forra, con pareti a picco di peperino e faggi che crescono a quote in cui non dovrebbero crescere, che comincia a poche centinaia di metri da palazzi, rotatorie e supermercati. Chi arriva a Viterbo per le terme, per il Palazzo dei Papi o per il quartiere medievale di San Pellegrino di solito ignora del tutto che dietro la città corra una valle di questo tipo. Per inquadrare il contesto urbano conviene leggere anche la pagina dedicata a Viterbo, perché la riserva si capisce davvero solo in rapporto alla città che le si è addossata sopra.

Dove si trova la Valle dell’Arcionello e come ci si arriva davvero
La geografia di questo posto conta più di quanto sembri, perché non ci si trova davanti a un’area protetta lontana, raggiungibile solo con una giornata dedicata. La valle incide il versante orientale della conca viterbese: nasce sotto il monte Palanzana, uno dei rilievi del distretto vulcanico dei Cimini che chiudono Viterbo a sud e a est, e da lì scende verso nord ovest infilandosi progressivamente sotto il livello dei campi e delle strade. Il risultato è una fessura verde lunga alcuni chilometri che, vista dall’alto, sembra una cicatrice scura nel mosaico di noccioleti, oliveti e lottizzazioni che circonda il capoluogo.
Viterbo si raggiunge da Roma in auto per la Strada statale 2 Cassia, che sale per Monterosi, Sutri e Vetralla ed entra in città da sud, oppure per la superstrada Orte Viterbo, più rapida, per chi arriva dall’autostrada A1 e sceglie di uscire a Orte. Da Viterbo la valle si avvicina percorrendo la circonvallazione orientale: i punti di contatto fra la strada e la testa della riserva si riconoscono perché il terreno improvvisamente sprofonda a lato di chi guida e la vegetazione passa dai campi coltivati a una massa scura di alberi ad alto fusto.
In treno fino a Viterbo
Chi preferisce lasciare l’auto ha due linee ferroviarie. La prima è la Roma Viterbo di Ferrovie del Lazio, quella che parte da Roma Piazzale Flaminio e ha come capolinea la stazione di Viterbo Porta Fiorentina: è il collegamento più diretto sulla carta, ma anche il più lento e il più esposto a ritardi, con tempi di percorrenza che superano abbondantemente le due ore. La seconda è la linea nazionale che passa per Orte, con cambio e proseguimento sulla Orte Viterbo. Le due stazioni cittadine sono Viterbo Porta Fiorentina e Viterbo Porta Romana, entrambe a distanza pedonale dal centro storico. Gli orari cambiano con le stagioni e vanno controllati il giorno prima sui canali ufficiali dei vettori, perché su queste tratte le variazioni sono frequenti.
Dal centro di Viterbo alla riserva la distanza si copre in pochi minuti di auto o di autobus urbano, ma senza mezzo proprio conviene mettere in conto un tratto a piedi lungo strade non sempre dotate di marciapiede. È una delle contraddizioni di quest’area protetta: la si vede dalla città, la si raggiunge in una manciata di chilometri, eppure il collegamento non è pensato per il pedone. Chi vuole muoversi senza auto fa bene a chiedere indicazioni aggiornate all’ente gestore o all’ufficio turistico comunale prima di partire, perché le modalità di accesso e la segnaletica sono cambiate diverse volte dal 2008 a oggi.
Gli accessi e che cosa aspettarsi
Non ci si trova davanti a un parco recintato con biglietteria, chiosco e cartellonistica uniforme. L’area protetta comprende terreni di proprietà diversa, pubblica e privata, e la fruizione si è costruita nel tempo attraverso i punti in cui la valle risulta accessibile dal piano di campagna. Questo significa due cose pratiche. La prima: le condizioni di accessibilità variano molto da un settore all’altro e dopo le piogge alcuni tratti diventano impraticabili, perché il fondo della forra rimane fangoso a lungo e l’acqua del fosso sale in fretta. La seconda: la segnaletica non è omogenea, e affidarsi a tracce trovate in rete senza verificare sul posto risulta un esercizio rischioso. Prima di programmare una camminata conviene contattare l’ente gestore, cioè la Provincia di Viterbo, o le associazioni locali che da anni si occupano della manutenzione volontaria dei passaggi.
Il mio consiglio operativo, dopo aver accompagnato gruppi in ambienti di forra simili in tutto il Lazio, è di considerare la valle dell’Arcionello un’escursione da fare con calzature chiuse e impermeabili, anche in estate, e di non sottovalutare il dislivello. Le pareti di peperino superano in diversi punti i venti metri, il fondo valle risulta umido e ombroso tutto l’anno, e la temperatura percepita scende sensibilmente rispetto alla città. In inverno questa differenza diventa marcata; in agosto, al contrario, è esattamente il motivo per cui vale la pena scendere.
Che cosa è davvero la Valle dell’Arcionello: una forra, non un giardino cittadino
La parola che spiega tutto è forra. Una forra è una valle a pareti subverticali, scavata da un corso d’acqua che ha inciso in profondità una roccia compatta, di solito vulcanica, lasciando ai due lati muraglie di pietra e in mezzo una striscia stretta di fondo umido. Nel Lazio settentrionale le forre sono la forma del paesaggio per eccellenza, perché il distretto vulcanico dei Cimini e quello vulsino hanno deposto spessori enormi di tufi e di peperino che i fossi hanno poi tagliato come una lama nella cera. Chi conosce Calcata, Sutri o le necropoli rupestri della Tuscia ha già visto questa geologia all’opera, ma quasi sempre in contesti rurali, lontani dalle città. A Viterbo la forra arriva sotto le mura.
Il peperino è la roccia che rende riconoscibile tutta la Tuscia viterbese: una piroclastite grigia, punteggiata di cristalli scuri, che si taglia bene, regge il gelo e invecchia in modo elegante. È la pietra dei portali di Viterbo, dei profferli, delle scalinate esterne dei palazzi medievali, delle fontane a fuso. Nella valle dell’Arcionello il peperino non compare lavorato, o meglio non solo: compare come parete viva, come banco di cava, come frammento sul fondo del fosso. Vedere la stessa pietra che a duecento metri di distanza forma gli stipiti di una casa del Duecento e qui costituisce un muro naturale alto quanto un palazzo è una delle esperienze che restano.
Il regime idrico del fosso è quello tipico dei corsi d’acqua mediterranei di piccola portata: magro d’estate, capace di piene rapide e violente dopo i temporali autunnali. Non ci si trova davanti a un torrente alpino con portata costante, ma nemmeno a un fosso morto. L’acqua scorre quasi sempre, alimentata da sorgenti di versante, e questa continuità è la ragione per cui la valle è stata per secoli un’infrastruttura produttiva prima ancora che un paesaggio.
Perché la riserva esiste
Le aree protette nascono in due modi. Alcune nascono dall’alto, quando un’amministrazione riconosce un valore naturalistico e lo perimetra. Altre nascono dal basso, quando un gruppo di persone si oppone a un progetto e costruisce un’alternativa. La valle dell’Arcionello appartiene senza ambiguità al secondo gruppo, e questo è il dato più interessante della sua storia recente.
Negli anni immediatamente precedenti al 2008 la valle era oggetto di un progetto di trasformazione urbanistica che prevedeva un parcheggio, una strada a scorrimento veloce, rotatorie e palazzine. Dal punto di vista della pianificazione dell’epoca la logica risultava lineare: un vuoto verde a ridosso del centro abitato, collegato male, apparentemente improduttivo, in una città che aveva bisogno di sfogare il traffico e di aumentare la dotazione di sosta. Contro quel progetto si formò un coordinamento spontaneo di associazioni e di cittadini viterbesi, che invece di limitarsi a protestare mise a punto un progetto alternativo, fondato sulla tutela della forra e sulla valorizzazione dei suoi resti produttivi. Da quella proposta alternativa nasce la riserva, che la Regione Lazio istituisce con la legge regionale del dicembre 2008.
Il fosso Urcionio, le acque e il gambero di fiume
Il corso d’acqua che ha scavato la valle nasce alle pendici del monte Palanzana, subito a est di Viterbo, e nel primo tratto porta il nome di fosso Luparo. Scendendo verso la città assume il nome di fosso Urcionio, ed è questo il nome con cui compare nella documentazione dell’area protetta. La toponomastica di questi fossi cambia spesso di tratto in tratto, seguendo i nomi delle località attraversate, e non è raro che lo stesso filo d’acqua abbia tre o quattro denominazioni fra la sorgente e la confluenza.
C’è però un cambio di nome che merita attenzione particolare. Più a valle, dopo aver attraversato il settore urbano, il fosso muta denominazione in fosso Caldano. La documentazione dell’ente parco attribuisce questo cambiamento alla miscelazione con le acque termali dell’area del Bulicame, la zona a ovest di Viterbo dove il sistema idrotermale viterbese arriva in superficie. Il nome Caldano è quindi una descrizione, non una convenzione: l’acqua che scorre in quel tratto risulta più calda di quella che scende dal Palanzana, perché si è mescolata con acque di origine profonda.
Su questo punto è necessario essere precisi, perché la confusione è frequente. La presenza di acque termali nel bacino non significa che dentro la riserva esistano vasche, pozze o sorgenti in cui ci si possa bagnare. Le manifestazioni termali di Viterbo che si usano per la balneazione si trovano altrove, nell’area a ovest della città, e sono gestite da strutture o da aree attrezzate con regole proprie. Nella valle dell’Arcionello l’interesse delle acque è idrologico e chimico, non balneare, e nessuna proprietà curativa va attribuita al fosso.
Il gambero di fiume, l’indicatore vivente
Fra tutte le presenze animali della valle, la più significativa non è un mammifero né un rapace: è un crostaceo. Nelle acque del fosso risulta segnalato il gambero di fiume, che gli ecologi considerano un vero e proprio indicatore vivente della qualità idrica. Il gambero di fiume autoctono italiano è una specie in forte regressione in tutta la penisola, colpita dall’alterazione dei corsi d’acqua, dall’inquinamento organico, dai prelievi illegali e soprattutto dalla peste del gambero, una malattia fungina portata dalle specie alloctone introdotte per l’acquacoltura. Dove il gambero autoctono sopravvive significa che l’acqua è rimasta fredda, ossigenata, poco contaminata e con un fondo adatto al rifugio.
Trovare questa specie in un fosso che scorre a poche centinaia di metri da un centro urbano di oltre sessantamila abitanti è un fatto che vale, da solo, l’istituzione di un’area protetta. Non è una presenza spettacolare: il gambero è notturno, schivo, si nasconde sotto le pietre e nelle cavità delle sponde, e la probabilità di vederlo durante una visita diurna risulta bassa. Ma la sua sola esistenza racconta più di qualunque cartello sulla qualità dell’ecosistema.
Fra i pesci del fosso sono segnalati trote e barbi. Il barbo è un ciprinide di fondo, legato ad acque correnti e ben ossigenate; la trota, in questi contesti appenninici e prevulcanici, si trova nei tratti più freschi e ombrosi. Entrambe le presenze confermano il quadro: acqua corrente, temperature contenute, fondo ghiaioso o roccioso nei settori migliori.
I mammiferi che attraversano la valle di notte
La fauna a quattro zampe che frequenta la forra è quella tipica degli ambienti forestali del Lazio interno, con una particolarità: qui convive con la città. I mammiferi segnalati comprendono specie di piccola e media taglia come il moscardino, i toporagni e i topi selvatici, e poi istrice, volpe e faina, oltre al cinghiale. Sono animali che si spostano nottetempo lungo l’asse della valle, usandola come corridoio ecologico: la forra funziona come un tunnel verde che collega le pendici boscose del Palanzana con gli spazi aperti a valle, permettendo movimenti che altrimenti l’urbanizzazione avrebbe interrotto.
Il cinghiale chiude la lista ed è, come ovunque nell’Italia centrale, il problema e la presenza più discussa. La popolazione è aumentata dovunque, gli animali usano le forre come vie di penetrazione verso gli spazi coltivati e verso la periferia urbana, e gli scavi di grufolamento sul fondo valle sono facilmente riconoscibili. Chi cammina qui la sera, o all’alba, ha buone probabilità di incontrarne. La regola è quella di sempre: mantenere la distanza, non avvicinarsi mai a una femmina con i piccoli, non frapporsi fra il gruppo e la via di fuga, e tenere i cani al guinzaglio.
Una curiosità su Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello
La curiosità che colpisce di più chi scende nella valle per la prima volta è di natura botanica e sembra un errore: nella parte più bassa e più fresca della forra crescono faggi, mentre in cima alle pareti, esposti al sole, crescono i lecci. Chi ha una minima dimestichezza con la vegetazione italiana sa che questa disposizione è rovesciata rispetto alla normalità. Il faggio è l’albero della montagna appenninica, quello che nel Lazio si trova sopra i mille metri, sui Simbruini, sugli Ernici, sul Terminillo. Il leccio è l’albero del clima mediterraneo caldo e secco, quello delle coste e delle colline basse. Trovarli nell’ordine inverso, a poche decine di metri di dislivello l’uno dall’altro e a quote modeste, è uno dei fenomeni più affascinanti della botanica italiana.
Il nome tecnico è inversione vegetazionale ed è un tratto tipico degli ambienti di forra. Il meccanismo funziona così: il fondo della valle, stretto, ombreggiato e protetto dal vento, raccoglie e trattiene l’aria fredda e umida, che essendo più pesante ristagna e non viene rimescolata. Si crea quindi un microclima locale molto più freddo e molto più umido di quello che la quota altimetrica farebbe prevedere, e in quel microclima le specie di ambiente montano trovano condizioni adatte a quote di centinaia di metri inferiori al loro areale abituale. Sulle pareti alte e sulla sommità, invece, l’esposizione al sole e la roccia che accumula calore creano condizioni caldo aride, e lì si insediano leccio, corbezzolo e l’altra vegetazione sempreverde mediterranea.
L’archeologia industriale della valle: mulini, cartiere e centrali
Oltre a fauna e flora, la piccola area protetta Valle dell’Arcionello tutela alcuni interessanti esempi di archeologia industriale, e questa è la parte della riserva che sorprende chi si aspettava soltanto natura. Nella valle si trovano resti di mulini, cartiere, centrali elettriche, canalizzazioni, cave di peperino e capannoni di una segheria. Non è un deposito casuale di ruderi: è la stratificazione di secoli di uso dell’energia idraulica lungo un fosso che aveva, rispetto a tanti altri, due vantaggi decisivi.
I mulini
Il mulino ad acqua è la macchina più longeva della storia europea. Un mulino da grano funzionante nel Novecento poteva occupare lo stesso sito, e a volte le stesse murature di base, di un impianto documentato nel Medioevo. Nella valle i resti riconoscibili comprendono le opere di presa, i canali di derivazione scavati o murati lungo il versante, le vasche di carico e i vani dove alloggiavano le macine. La canalizzazione è spesso la parte meglio conservata perché scavata nella roccia: un canale tagliato nel peperino resta leggibile per secoli anche quando l’edificio che alimentava è crollato del tutto.
Le cartiere
La produzione della carta, prima dell’industrializzazione chimica dell’Ottocento, richiedeva acqua in quantità e forza motrice costante: l’acqua serviva a macerare gli stracci di lino e canapa, e la forza motrice azionava le pile a magli che riducevano gli stracci in poltiglia. La presenza di cartiere lungo l’Urcionio si inserisce in una tradizione che nel Lazio ha avuto centri importanti, e racconta di una Viterbo che non era soltanto città di papi e di pellegrini ma anche centro produttivo con una sua economia manifatturiera.
Le centrali elettriche
Fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento l’Italia si elettrifica, e lo fa in larga parte attraverso migliaia di piccoli impianti idroelettrici locali, costruiti spesso convertendo salti d’acqua già sfruttati dai mulini. È una storia poco raccontata ma decisiva: prima delle grandi dighe e della rete nazionale, la corrente veniva prodotta a pochi chilometri da dove veniva consumata, e ogni città aveva il suo impianto. I resti di centrale nella valle dell’Arcionello appartengono a questa fase, e rappresentano il passaggio dalla ruota idraulica alla turbina, dalla macina all’alternatore.
Le cave di peperino e la segheria
Le cave di peperino sono l’altro capitolo. Viterbo è costruita in peperino: le mura, i palazzi, le torri, i profferli, le fontane. Quella pietra è uscita da cave aperte nei dintorni, e le pareti della valle offrivano fronti di roccia già esposti, accessibili senza dover scoprire il banco sotto metri di terreno agrario. I fronti di cava si riconoscono per la superficie a gradoni, per i tagli verticali netti e per i cumuli di scarto alla base. Sono ferite antiche che la vegetazione ha quasi richiuso, e che oggi costituiscono paradossalmente uno degli elementi di maggiore interesse geologico, perché mettono a nudo la stratigrafia del deposito vulcanico meglio di qualunque affioramento naturale.

Una cosa che non ti dice nessuno su Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello
La cosa che nessuno mette nero su bianco è che questa riserva è nata contro un parcheggio, e che il progetto contro cui è nata non era assurdo. È facile raccontare queste vicende come uno scontro fra il bene e il male, fra cittadini illuminati e amministratori distratti. La realtà risulta più complicata e più istruttiva.
Viterbo negli anni duemila aveva, e in parte ha ancora, un problema reale di accessibilità del centro storico. Il nucleo medievale è uno dei più estesi e meglio conservati d’Italia, con una trama di vicoli in cui l’auto non entra e non deve entrare, e questo genera una domanda di sosta ai margini che va risolta da qualche parte. Un’area verde poco frequentata, degradata dall’abbandono delle attività produttive, piena di ruderi invasi dai rovi e percepita dalla popolazione come un retro della città, sembrava a molti la soluzione naturale. Il ragionamento urbanistico non era malevolo: era cieco a un valore che nessuno aveva ancora messo in evidenza.
Quello che il coordinamento di associazioni ha fatto, e che merita di essere raccontato, non è stato semplicemente dire di no. È stato dimostrare che quel retro della città aveva un valore documentabile: il gambero di fiume, l’inversione vegetazionale, la stratificazione produttiva. Trasformare un’area percepita come vuota in un’area riconosciuta come piena è un’operazione culturale prima che amministrativa, e richiede lavoro sul campo, censimenti, rilievi, fotografie, documentazione. Senza quel lavoro la legge regionale del 2008 non sarebbe mai stata scritta.
La conseguenza, meno lieta, è che il problema della sosta e della viabilità orientale di Viterbo è rimasto sul tavolo, e periodicamente riemerge nel dibattito cittadino. Chi visita la valle farebbe bene a saperlo, perché è la ragione per cui i rapporti fra la riserva e una parte dell’opinione pubblica locale non sono sempre stati idilliaci. Le aree protette nate da conflitti urbanistici portano il conflitto dentro di sé anche dopo l’istituzione, e la manutenzione, la segnaletica e l’investimento sulla fruizione ne risentono.
C’è poi un secondo aspetto che nessuno dice ai visitatori. La riserva è piccola, 438 ettari, ed è lunga e stretta. Una forma del genere ha un rapporto perimetro superficie molto sfavorevole: quasi tutto è margine, quasi niente è interno. Dal punto di vista ecologico questo significa che gli effetti di bordo, cioè le interferenze provenienti dall’esterno come rumore, illuminazione notturna, animali domestici, specie vegetali esotiche in fuga dai giardini, penetrano ovunque. Una riserva così non è un santuario isolato: è un filamento di natura dentro un tessuto antropizzato, e la sua sopravvivenza dipende dalla qualità di ciò che le cresce intorno tanto quanto dalle norme che valgono al suo interno.
Il consiglio che ti do per visitare Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello
Il consiglio è netto: non venite qui per la valle soltanto. Venite a Viterbo, dedicate alla città il tempo che merita, e usate la valle come contrappunto. Funziona meglio, rende di più, e soprattutto corrisponde alla natura reale del luogo, che è un’appendice della città e non una destinazione autonoma.
La giornata che consiglio si costruisce così. Mattina in centro storico: il quartiere di San Pellegrino, che è il quartiere medievale meglio conservato d’Europa per estensione e integrità, il Palazzo dei Papi con la loggia delle Sette Bifore, la cattedrale di San Lorenzo, le fontane a fuso e i profferli, cioè quelle scale esterne in peperino che salgono al primo piano delle case. Tutto il centro è costruito con la stessa pietra che forma le pareti della forra, e questo dà alla giornata un filo conduttore materiale. Pranzo in città, dove la cucina viterbese offre una tradizione robusta di zuppe, legumi e carni.
Pomeriggio nella valle. Il consiglio pratico è di scendere nelle ore centrali soltanto d’estate, quando il fresco del fondo valle è un sollievo, e di preferire invece il tardo pomeriggio nelle altre stagioni, quando la luce radente attraversa la forra e accende le pareti di peperino. In inverno il fondo si scalda poco e resta umido; d’estate, viceversa, la differenza di temperatura rispetto alla strada è netta e piacevole.
Le regole pratiche che vale la pena rispettare
Scarpe chiuse con suola scolpita, sempre. Il fondo è irregolare, spesso fangoso, con radici e blocchi di peperino instabili. Le scarpe da città qui non funzionano e i sandali sono da escludere in qualunque stagione.
Acqua propria. Il fosso non è potabile, in nessun punto e in nessuna stagione, indipendentemente dall’aspetto limpido che può avere in certi tratti.
Nessuna balneazione. Ribadisco il punto perché la vicinanza con l’area termale viterbese genera confusione: la presenza di acque termali nel bacino idrografico non autorizza a fare bagni nel fosso, né a bere l’acqua, né ad attribuirle proprietà curative di alcun genere. Chi vuole l’esperienza termale la cerchi nelle aree e nelle strutture dedicate.
Rispetto dei manufatti. I resti di mulini, cartiere e centrali sono strutture abbandonate: le murature possono essere instabili, i solai crollati, i pozzi e le vasche aperti e nascosti dalla vegetazione. Camminare sopra o dentro questi ruderi è pericoloso oltre che vietato. Si guardano da fuori.
Silenzio. È una valle abitata da animali che la usano di notte e che tollerano la vicinanza della città soltanto perché il disturbo resta contenuto. Voci alte, musica riprodotta e cani liberi sono il modo più rapido per svuotare un corridoio ecologico.
Verifica preventiva. Prima di andare, un contatto con l’ente gestore o con le associazioni viterbesi che si occupano della valle vale più di qualunque descrizione trovata in rete, questa compresa. Le condizioni di accesso ai singoli settori cambiano nel tempo e dopo eventi meteorologici importanti.
Il verde, l’inversione vegetazionale e il peperino
La presenza del faggio a queste quote è il marcatore dell’inversione, ma non è l’unico elemento di interesse. Gli ambienti di forra laziali ospitano tipicamente carpino nero, carpino bianco, acero, orniello, nocciolo e, lungo l’acqua, salici, pioppi e ontani. Nel sottobosco compaiono felci che in altri contesti del Lazio interno risultano rare, favorite dall’umidità permanente e dall’ombra delle pareti. Sulle rocce grondanti si insediano comunità di muschi ed epatiche che formano cuscini spessi e continui, e che sono fra gli indicatori più sensibili della qualità ambientale.
Sulla sommità e sui bordi soleggiati la situazione si rovescia. Lì cresce il leccio, sempreverde, con foglie coriacee e scure adattate a ridurre la traspirazione, accompagnato dalla macchia mediterranea di corbezzolo, fillirea, erica e ginestre. La transizione fra i due mondi avviene in pochi metri lungo il versante, e nei punti in cui la parete è meno ripida si osserva una fascia intermedia in cui le due comunità si compenetrano. È un laboratorio naturale che nelle escursioni didattiche funziona benissimo, perché rende visibile in cinque minuti un concetto che sui libri richiede pagine.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: buona parte del territorio della provincia di Viterbo era sommersa dal mare, e le prove sono nel terreno, a portata di mano.
Le ricostruzioni paleogeografiche indicano che in ere geologiche non remotissime il mare copriva ampi settori dell’attuale Tuscia, con acque più calde e più ossigenate dell’attuale mar Tirreno, che offrivano rifugio a specie ittiche tipiche dei mari del Sud. Da quel mare emergevano alcuni rilievi che funzionavano da isole o da promontori: fra questi il Monte Soratte, ancora oggi imponente e riconoscibile a decine di chilometri di distanza, e il Monte Razzano. Guardarlo dall’alto dei Cimini, nelle giornate limpide, aiuta a capire l’ordine delle cose: è la dorsale calcarea che c’era prima che i vulcani costruissero tutto il resto.
Le testimonianze dell’antico mare arrivano a noi sotto forma di ritrovamenti fossili, molto comuni nei depositi argillosi che costituivano il fondo marino di allora. Quegli stessi depositi rappresentano oggi il substrato basale su cui poggiano le vulcaniti, cioè le rocce prodotte dall’attività dei vulcani cimini e vulsini. La sequenza è quindi leggibile dal basso verso l’alto: argille marine con conchiglie fossili alla base, poi il pacchetto di tufi e peperini deposto dalle eruzioni, e infine le incisioni scavate dall’acqua che hanno rimesso a nudo la successione.
La foto giusta da fare a Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello
La foto giusta non è quella che la maggior parte dei visitatori tenta. La tentazione, scendendo in una forra, è di puntare l’obiettivo verso l’alto per riprendere la parete nella sua interezza, e il risultato è quasi sempre deludente: la differenza di luminosità fra il fondo in ombra e il cielo sopra è troppo ampia, il cielo brucia, la parete resta nera, e la foto non restituisce nulla di quello che l’occhio vedeva.
La foto che funziona è quella orizzontale lungo l’asse della valle, presa da un punto in cui il fosso disegna una curva. In quella posizione si ottengono tre piani sovrapposti: la parete in ombra in primo piano, il corso d’acqua con i suoi riflessi al centro, e sullo sfondo la parete opposta illuminata dalla luce radente. La gamma dinamica resta gestibile, la profondità si legge, e soprattutto compare il soggetto vero di questo posto, che è la strettezza. Una forra si racconta mostrando quanto poco spazio c’è, non quanto è alta la roccia.
Gli altri due soggetti che meritano
Il secondo soggetto è il dettaglio del peperino: un tratto di parete con i cristalli scuri visibili, magari con un cuscino di muschio verde acceso in un angolo dell’inquadratura, oppure un fronte di cava con i segni degli attrezzi ancora leggibili sulla superficie. Sono immagini che richiedono luce diffusa e una certa vicinanza, e che raccontano la materia del luogo meglio di qualunque panoramica.
Il terzo soggetto è il contrasto fra natura e città. Nei punti in cui dal fondo valle o dai bordi si riescono a tenere nella stessa inquadratura la vegetazione della forra e un profilo urbano di Viterbo, si ottiene l’immagine che spiega la riserva in un colpo solo. Non è una foto facile, perché richiede di trovare il punto giusto, e non è ottenibile ovunque; ma quando riesce è la fotografia più onesta che si possa portare via da qui. Racconta che questa natura esiste per scelta, non per lontananza.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia della valle si legge in fasi, e ciascuna ha lasciato un segno ancora visibile.
La costruzione del paesaggio
La prima fase non è umana. È la successione di eventi vulcanici del distretto cimino che ha deposto i tufi e i peperini, e la successiva incisione da parte delle acque che ha scavato le forre. Senza questa fase non ci sarebbe nulla di quello che si vede, né la valle né la città costruita con la sua pietra.
La Tuscia etrusca e romana
Il territorio intorno a Viterbo è uno dei cuori della civiltà etrusca. Le grandi città della dodecapoli e i loro santuari, le necropoli rupestri scavate nelle pareti di tufo, le vie cave incise nella roccia fanno parte del paesaggio di tutta la provincia, e chi visita Tarquinia, Vulci o Tuscania ne ha la misura. Sull’esistenza e la consistenza di resti etruschi all’interno del perimetro della riserva la documentazione ufficiale che ho potuto consultare non fornisce dettagli, e preferisco non riempire il vuoto con affermazioni non verificabili. Quello che si può dire con certezza è che la valle si trova in un contesto etrusco e che la tecnica di incidere la roccia vulcanica per ricavarne canali, gradini e cavità appartiene in questa regione a una tradizione che comincia molto prima del Medioevo.
Della fase romana resta il quadro territoriale: la città romana di Ferento, di cui sopravvivono il teatro e le terme, si trova a pochi chilometri a nord di Viterbo e testimonia l’importanza dell’area in età imperiale. Chi è interessato può leggere la pagina dedicata a Ferento.
Il Medioevo e la città dei papi
Il momento in cui Viterbo entra nella storia grande è il Duecento. Fra il 1257 e il 1281 la città ospita la corte papale, diventando di fatto sede pontificia alternativa a Roma, e in quegli anni si costruisce il Palazzo dei Papi con la sua celebre loggia. Nel 1268 comincia nel palazzo il conclave più lungo della storia della Chiesa, che si protrae per quasi tre anni e si conclude nel 1271 con l’elezione di Gregorio X: da quella vicenda, e dalla decisione dei viterbesi di chiudere a chiave i cardinali e ridurre loro il vitto per accelerare la scelta, deriva la parola conclave nel suo significato attuale. È il periodo in cui la città si espande, si dota delle mura e degli edifici in peperino che ancora la definiscono, e in cui la domanda di pietra, di farina, di carta e di forza motrice raggiunge il suo massimo storico. La valle lavora a pieno regime proprio allora.
La stagione industriale e l’abbandono
La quarta fase copre l’età moderna e contemporanea, con il progressivo aggiornamento degli impianti: dai mulini alle cartiere, dalle ruote idrauliche alle turbine delle piccole centrali elettriche di inizio Novecento, fino ai capannoni della segheria. L’abbandono arriva nella seconda metà del Novecento, quando la rete elettrica nazionale rende inutili i piccoli impianti locali, quando l’industria si sposta nelle aree attrezzate di pianura e quando il trasporto su gomma annulla il vantaggio della prossimità. La valle si svuota in pochi decenni, e il bosco riprende possesso di tutto.
Il conflitto urbanistico e l’istituzione della riserva
La quinta fase è quella recente. Il progetto di parcheggio, strada a scorrimento veloce, rotatorie e palazzine; la mobilitazione del coordinamento di associazioni e cittadini; il progetto alternativo fondato sulla tutela; e infine la legge regionale 24 dicembre 2008, n. 23, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 27 dicembre 2008, che istituisce la Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello su 438 ettari nel comune di Viterbo, affidandone la gestione alla Provincia di Viterbo. È la più giovane delle riserve regionali laziali e, nella sua modestia dimensionale, una delle più significative dal punto di vista del metodo con cui è nata.
Chi è passato da Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello
Parlare di personaggi illustri passati esattamente lungo questo fosso sarebbe un’operazione forzata, e preferisco non farla. Quello che si può ricostruire con onestà è chi è passato da Viterbo e dal suo sistema di acque, perché è in quel quadro che la valle acquista i suoi nomi.
Dante e il Bulicame
Il nome più importante è quello di Dante Alighieri, e il legame passa proprio attraverso l’acqua calda. Nel canto quattordicesimo dell’Inferno, descrivendo il ruscello che attraversa il sabbione infuocato del terzo girone, Dante ricorre a un paragone tratto dalla realtà che i suoi lettori conoscevano: il ruscello che esce dal Bulicame, la sorgente termale di Viterbo, e che le peccatrici si dividevano fra loro. È una citazione breve ma pesantissima, perché attesta che nel primo Trecento il Bulicame era un luogo noto al punto da poter funzionare come termine di paragone in un poema. E il Bulicame, come si è visto, è precisamente l’area termale la cui acqua, miscelandosi più a valle con quella del fosso Urcionio, ne determina il cambio di nome in fosso Caldano. Il filo che collega la Commedia a questa valle è sottile ma reale, e passa per la chimica delle acque.
I papi e la corte pontificia
Fra il 1257 e il 1281 Viterbo ospita stabilmente la corte papale, e questo significa che per un quarto di secolo la città è stata il centro politico e amministrativo della cristianità occidentale. Papi, cardinali, ambasciatori, giuristi, notai, artigiani e mercanti che seguivano la curia sono passati per queste strade e hanno consumato ciò che le valli intorno producevano. La farina dei mulini dell’Urcionio e la carta delle sue cartiere hanno alimentato un apparato che scriveva e mangiava molto. È un passaggio indiretto, ma è il modo in cui l’economia di una forra tocca la storia universale.
I viterbesi che hanno fermato il progetto
Il terzo gruppo di persone che vale la pena nominare non compare su nessuna targa. Sono i membri del coordinamento spontaneo di associazioni e di cittadini che hanno censito, documentato, fotografato, discusso in assemblee, scritto osservazioni ai piani, elaborato un progetto alternativo e ottenuto che una legge regionale trasformasse un’area destinata a cemento in una riserva naturale. Il loro nome collettivo è la riserva stessa.
I naturalisti
Infine ci sono i ricercatori che hanno documentato la presenza del gambero di fiume e l’inversione vegetazionale, e che hanno fornito al coordinamento le prove tecniche su cui si è retto il progetto di tutela. Senza rilievi faunistici e vegetazionali seri nessuna mobilitazione avrebbe avuto argomenti spendibili in sede amministrativa. È un lavoro invisibile, spesso volontario, che nelle vicende delle aree protette italiane conta quanto e più della militanza.

Quando andare alla Valle dell’Arcionello e quando evitarla
La stagionalità di questo posto è più marcata di quanto la vicinanza alla città lasci immaginare, e sbagliare periodo significa vedere una valle diversa da quella che si cercava.
Primavera
Aprile e maggio sono il momento migliore in assoluto. Il bosco di fondo valle è nel pieno della ripresa vegetativa, il faggio mette le foglie tenere di un verde chiarissimo che dura poche settimane, le felci si srotolano, l’acqua ha ancora portata sufficiente a farsi sentire. Gli anfibi sono attivi, gli uccelli cantano, la temperatura in fondo valle risulta gradevole anche nelle ore centrali. Il rovescio della medaglia è il fango: dopo un inverno piovoso il fondo resta pesante a lungo, e i passaggi vicino all’acqua richiedono attenzione.
Estate
Luglio e agosto a Viterbo sono caldi, spesso molto caldi, perché la conca trattiene l’aria e le superfici in pietra restituiscono calore fino a notte. Proprio per questo la valle diventa preziosa: il fondo della forra resta fresco, umido e ombreggiato, e la differenza di temperatura percepita rispetto alla strada è immediata e consistente. È l’unico periodo in cui consiglio di scendere nelle ore centrali. Il fosso è in magra, quindi il rumore dell’acqua si riduce, ma i passaggi sono asciutti e praticabili. Attenzione alle zanzare nei tratti con acqua ferma.
Autunno
Ottobre e novembre offrono il miglior colore dell’anno e la luce più bella, con il sole basso che entra obliquo nella forra nelle ore del tardo pomeriggio. Il periodo va però gestito con prudenza per via dei temporali: questi fossi hanno piene rapide, e dopo un evento intenso le condizioni del fondo valle cambiano nel giro di ore. La regola è semplice: non si scende in una forra quando piove o quando ha piovuto forte poche ore prima, e non si scende se il meteo annuncia rovesci nelle ore successive. Vale per l’Arcionello come per qualunque altra forra del Lazio.
Inverno
Dicembre, gennaio e febbraio sono la stagione in cui la valle mostra la sua struttura. Senza le foglie si vedono le pareti, i canali di derivazione, le murature dei vecchi opifici, l’andamento del fosso. Dal punto di vista dell’archeologia industriale è il momento migliore, perché la vegetazione scopre ciò che d’estate nasconde. In compenso il fondo valle è freddo, umido e buio, con poche ore di sole diretto al giorno, e il terreno risulta spesso saturo d’acqua. È una visita da fare vestiti bene e con calzature adeguate, e non è la scelta giusta per chi cerca una passeggiata rilassata.
Quando evitarla del tutto
Durante e subito dopo le precipitazioni intense; nelle giornate di allerta meteo; al calare della sera, quando l’orientamento diventa difficile e la fauna è in movimento; e in qualunque momento in cui l’ente gestore segnali chiusure o limitazioni per motivi di sicurezza o per lavori. Aggiungo un’avvertenza che vale per tutte le forre: la copertura telefonica in fondo valle può risultare assente, e questo cambia il calcolo del rischio di una camminata in solitaria.
Cosa c’è intorno alla Valle dell’Arcionello
La valle si trova al centro di uno dei territori più densi di cose da vedere di tutta l’Italia centrale, e questo è il suo vantaggio strategico: mezza giornata qui si incastra con facilità in qualunque itinerario della Tuscia.
Viterbo
Il primo intorno è la città stessa. Viterbo offre il quartiere medievale di San Pellegrino, il Palazzo dei Papi con la loggia, la cattedrale di San Lorenzo, il sistema delle fontane monumentali, i profferli, le chiese romaniche e un giro di mura fra i più completi del Lazio. In città e nei dintorni si trova anche il comparto termale, che è una delle ragioni storiche della fortuna di Viterbo e che merita una visita a sé. Chi arriva il 3 settembre assiste al trasporto della Macchina di Santa Rosa, una torre illuminata alta trenta metri portata a spalla da un centinaio di uomini lungo le vie del centro: patrimonio immateriale riconosciuto dall’Unesco e uno degli eventi più impressionanti del calendario italiano.
Le ville e i giardini
A pochi chilometri si trova Villa Lante a Bagnaia, uno dei giardini all’italiana più celebri del Cinquecento, con la catena d’acqua e le due palazzine gemelle. Più a sud, a Caprarola, il Palazzo Farnese pentagonale domina il paese e la valle con una delle scale elicoidali più famose dell’architettura italiana. Sono due tappe che chiudono perfettamente una giornata cominciata in una forra, perché mostrano che cosa il Cinquecento faceva con l’acqua quando decideva di addomesticarla invece di lasciarla scorrere.
I borghi e i siti della Tuscia
Verso nord si arriva a Montefiascone con la sua rocca affacciata sul Lago di Bolsena, il più grande lago vulcanico d’Europa. Poco più in là Civita di Bagnoregio si raggiunge attraverso il celebre ponte pedonale. Verso ovest Tuscania conserva le basiliche di San Pietro e Santa Maria Maggiore, e ancora oltre Tarquinia custodisce le tombe dipinte etrusche e Vulci il suo parco archeologico con il ponte del Diavolo.
A sud della città, sulla via che scende verso Roma, si incontrano San Martino al Cimino con il suo impianto urbano seicentesco disegnato per Donna Olimpia Pamphilj, Ronciglione, Sutri con l’anfiteatro scavato nel tufo e il mitreo, e Calcata, il borgo su sperone di tufo che domina la valle del Treja. A nord di Viterbo si trova Ferento, la città romana con il teatro ancora leggibile.
Chi vuole restare sul tema geologico e paesaggistico, infine, può guardare al Monte Soratte, che chiude l’orizzonte a est e che rappresenta il capitolo precedente della storia raccontata poco sopra: la dorsale calcarea che emergeva dal mare prima che i vulcani costruissero tutto il resto.
Domande veloci sulla Valle dell’Arcionello
Quando è stata istituita la riserva?
Con la legge regionale del Lazio 24 dicembre 2008, n. 23, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 27 dicembre 2008. È la più recente fra le riserve naturali regionali del Lazio.
Quanto è grande e in quale comune si trova?
La superficie è di 438 ettari e il territorio ricade interamente nel comune di Viterbo.
Chi gestisce l’area protetta?
L’ente gestore indicato è la Provincia di Viterbo.
Come si chiama il corso d’acqua?
Nasce col nome di fosso Luparo alle pendici del monte Palanzana, prosegue come fosso Urcionio ed è questo il nome con cui compare nella documentazione della riserva. Più a valle muta nome in fosso Caldano per la miscelazione con le acque termali dell’area del Bulicame.
Ci si può fare il bagno nelle acque termali?
No. La presenza di acque di origine termale nel bacino idrografico non rende il fosso balneabile, e all’interno della riserva non esistono vasche o strutture per la balneazione. L’acqua del fosso non è potabile e nessuna proprietà curativa va attribuita a questo corso d’acqua. Chi cerca l’esperienza termale deve rivolgersi alle aree e alle strutture dedicate del comprensorio viterbese.
Che cos’è l’inversione vegetazionale?
È il fenomeno per cui, negli ambienti di forra, le specie di clima freddo e umido come il faggio crescono alle quote più basse, sul fondo della valle dove ristagna l’aria fredda, mentre le specie di clima caldo come il leccio si trovano in cima alle pareti, ben esposte al sole. La disposizione risulta quindi rovesciata rispetto a quella normale in montagna.
Che animali si possono vedere?
La fauna comprende moscardini, toporagni, topi selvatici, istrice, volpi, faine e cinghiali, oltre a uccelli, rettili e anfibi. Fra i pesci sono segnalati trote e barbi. La presenza di maggior rilievo è però il gambero di fiume, indicatore vivente della qualità delle acque. Gran parte di questi animali è notturna o schiva, quindi l’avvistamento durante una visita diurna non è la norma.
Ci sono sentieri segnati e tempi di percorrenza indicati?
La segnaletica non è omogenea lungo tutto il perimetro e le condizioni di accesso variano fra i diversi settori e con le stagioni. Preferisco non indicare percorsi né tempi che non risultino da fonti ufficiali aggiornate: prima di programmare una camminata conviene contattare direttamente l’ente gestore o le associazioni locali che seguono la valle.
Che cosa resta delle attività produttive?
Resti di mulini, cartiere, centrali elettriche, canalizzazioni, cave di peperino e capannoni di una segheria. Si osservano da fuori: le strutture sono abbandonate e possono essere instabili.
Perché la riserva è nata?
Per fermare un progetto che prevedeva parcheggio, strada a scorrimento veloce, rotatorie e palazzine. Un coordinamento spontaneo di associazioni e cittadini elaborò un progetto alternativo fondato sulla tutela, e da quella proposta nacque l’area protetta.
Quanto tempo serve per la visita?
Mezza giornata è sufficiente per farsi un’idea concreta della forra e di qualche manufatto, e si incastra bene con una giornata dedicata a Viterbo. Chi ha interesse specifico per l’archeologia industriale o per la botanica può occupare molto di più.
È adatta ai bambini?
Dipende dal settore e dalle condizioni del fondo. Il dislivello, l’umidità permanente e la presenza di ruderi non messi in sicurezza richiedono sorveglianza continua. Con bambini piccoli conviene limitarsi ai tratti più accessibili e informarsi prima sulle condizioni.
Il mio giudizio, dopo anni passati ad accompagnare persone nelle forre del Lazio, è che la Valle dell’Arcionello valga precisamente per la ragione che a prima vista sembrerebbe un difetto: la sua vicinanza alla città. Le aree protette lontane e intatte sono facili da amare e facili da dimenticare, perché confermano l’idea che la natura sia altrove. Questa riserva dimostra il contrario. Dimostra che un corridoio ecologico può sopravvivere a duecento metri da una rotatoria, che un gambero sensibilissimo all’inquinamento può vivere sotto le finestre di un quartiere, che un faggio può crescere dove non dovrebbe e che un gruppo di cittadini può cambiare la destinazione d’uso di 438 ettari con la documentazione invece che con gli slogan. Non aspettatevi lo spettacolo: aspettatevi una lezione. È la cosa più utile che un luogo possa dare.
Domande frequenti sulla Riserva naturale regionale Valle dell'Arcionello
Quando è stata istituita la Riserva naturale regionale Valle dell'Arcionello?
La Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello è stata istituita con la legge regionale del Lazio del 24 dicembre 2008, n. 23, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio il 27 dicembre 2008. È la più recente fra le riserve naturali regionali del Lazio.
Quanto è grande la Valle dell'Arcionello e dove si trova?
La Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello ha una superficie di 438 ettari e ricade interamente nel comune di Viterbo. La valle incide il versante orientale della conca viterbese, nascendo sotto il monte Palanzana, uno dei rilievi del distretto vulcanico dei Cimini.
Perché nella Valle dell'Arcionello crescono i faggi in basso e i lecci in alto?
Nella Valle dell’Arcionello si osserva un’inversione vegetazionale che sembra un errore: nella parte più bassa e fresca della forra crescono faggi, mentre in cima alle pareti, esposti al sole, crescono i lecci. È il contrario di quanto avviene normalmente in Italia, dove il faggio è tipico della montagna appenninica e il leccio della fascia mediterranea più calda.
Cosa si può vedere di archeologia industriale nella Valle dell'Arcionello?
La Valle dell’Arcionello tutela, oltre a fauna e flora, alcuni interessanti esempi di archeologia industriale: si trovano resti di mulini, cartiere, centrali elettriche, canalizzazioni, cave di peperino e capannoni di una segheria, testimonianza della stratificazione di secoli di uso produttivo dell’acqua del fosso Urcionio.
Perché è nata la Riserva naturale regionale Valle dell'Arcionello?
La Riserva naturale regionale Valle dell’Arcionello è nata anche come alternativa a un progetto di parcheggio pensato per risolvere un problema reale di accessibilità del centro storico di Viterbo negli anni duemila. La vicenda non è uno scontro semplice fra bene e male, ma il risultato di un percorso più complicato che ha portato alla tutela dell’area.
Quando è il periodo migliore per visitare la Valle dell'Arcionello?
Il periodo migliore in assoluto per la Valle dell’Arcionello è aprile e maggio, quando il bosco di fondovalle è nel pieno della ripresa vegetativa, il faggio mette le foglie tenere di un verde chiarissimo che dura poche settimane e le felci si srotolano.
Cosa vedere vicino alla Valle dell'Arcionello?
La Valle dell’Arcionello si trova al centro di uno dei territori più densi di cose da vedere dell’Italia centrale, a cominciare da Viterbo stessa, con il quartiere medievale di San Pellegrino, il Palazzo dei Papi con la loggia, la cattedrale di San Lorenzo e il sistema delle fontane cittadine.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata nella Tuscia viterbese, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari fra Viterbo, i laghi vulcanici e i siti etruschi trovano invece il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.
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