Lian Club
C'è un punto del Tevere, a Roma, dove per una decina d'anni si è ballato sull'acqua. Non su una terrazza affacciata sull'acqua, non su una banchina accanto all'acqua: proprio sopra, con il fiume che scorre sotto il pavimento e il pavimento che, se ti fermi un attimo e chiudi gli occhi, si muove appena. Il punto è Lungotevere dei Mellini, al civico 7, nel rione Prati, a poche decine di metri da Ponte Cavour. Il locale che occupava quel pezzo di fiume si chiamava Lian Club, ed era un barcone ormeggiato con dentro una cucina, un bar e soprattutto una sala per i concerti dal vivo e per i dj set.
Ti racconto questo posto con una premessa di metodo, perché la premessa spiega il tono di tutto il resto. Il barcone di Lungotevere dei Mellini ha avuto una storia lunga e ben documentata, che finisce nell'autunno del 2024: i gestori hanno salutato il pubblico con un messaggio breve, quattro parole che a Roma hanno fatto il giro dei telefoni, e poi il nome del locale è ricomparso altrove, in un altro quadrante della città , lontano dal fiume. Quindi quando parlo di quello che si faceva qui, parlo di un capitolo concluso, e quando ti do un consiglio, il consiglio riguarda il luogo, la riva, la passeggiata, la vista, la curva del fiume sotto Ponte Cavour, che sono ancora tutte lì e non se ne vanno da nessuna parte.
Non è una scelta di ripiego. Il pezzo di Roma in cui era ormeggiato questo barcone è uno dei più densi e meno raccontati della città : un lungotevere alberato costruito sopra una ferita urbanistica gigantesca, un muraglione alto come una palazzina, un ponte umbertino in travertino, un palazzo di giustizia che ha fatto discutere per un secolo, un rione nato dal nulla in quarant'anni, un fiume che Roma ha usato per venticinque secoli e poi ha smesso di guardare. Chi arriva quaggiù per un aperitivo e poi alza gli occhi si accorge di avere addosso una quantità di storia che nessun cartello racconta.
Quello che trovi qui sotto è una guida lunga: dove sei esattamente, che cosa era il locale e come funzionava un barcone del genere dal punto di vista pratico, che cosa è successo su questa riva negli ultimi centocinquant'anni, che fotografia si porta a casa, come ci si arriva, come si torna a casa in sicurezza e che cosa c'è da vedere nel raggio di una camminata breve. Alla fine ti lascio l'indirizzo e la fonte da cui parte tutto.
Dove ci si trova davvero
L'indirizzo è Lungotevere dei Mellini 7, Roma. Il lungotevere dei Mellini è il tratto di argine che collega via Vittoria Colonna a piazza della Libertà , sulla riva destra del fiume, dentro il rione Prati. Il nome viene dalla famiglia Mellini, o Millini, una casata romana che aveva proprietà al rione Monti e a piazza Navona, e la denominazione della strada risale a una delibera del 20 luglio 1887, cioè agli anni in cui questa parte di città veniva letteralmente inventata.
Per orientarti senza mappa, usa i due punti fissi. Il primo è Ponte Cavour, che dal lungotevere dei Mellini attraversa il fiume e sbuca esattamente a piazza del Porto di Ripetta, sull'altra sponda, dentro il rione Campo Marzio. Il secondo è piazza Cavour, che rimane alle tue spalle, verso l'interno del rione, con la sagoma enorme del Palazzo di Giustizia che si vede da mezza Roma. Se hai il ponte a sinistra e il muraglione a destra, cammini verso piazza della Libertà e verso il Ministero della Marina; se li hai al contrario, vai verso via Vittoria Colonna, il ponte Umberto I e la curva che porta a Castel Sant'Angelo.
La cosa che colpisce chi arriva per la prima volta è la quota. Il lungotevere corre in alto, sopra il muraglione, con i platani in fila e il traffico che non si ferma mai. Il fiume invece corre sotto, dodici o tredici metri più in basso, su una banchina larga che in molti tratti è chiusa, in altri è aperta, in altri ancora è occupata da attracchi e pontili. Per arrivare all'acqua devi scendere, e scendere a Roma vuol dire quasi sempre una rampa o una scalinata di travertino, spesso stretta, spesso umida, quasi sempre invisibile da sopra. Questa è la ragione per cui moltissimi romani passano ogni giorno sopra la testa di locali, circoli e pontili senza sospettare che esistano.
Il barcone del Lian era esattamente questo: una struttura galleggiante ormeggiata alla banchina, sotto il livello della strada, a due passi dall'arcata di Ponte Cavour. Dall'alto vedevi un tetto e qualche luce. Da sotto vedevi un locale vero, con le vetrate, la passerella d'ingresso e il fiume che passava a un metro dal bordo.
Che cosa era la struttura
Non era una barchetta con quattro tavolini. Era un complesso galleggiante di dimensioni serie, intorno ai seicento metri quadrati, articolato su più corpi collegati fra loro: una parte interna con il palco, dove si tenevano i concerti e i dj set, una veranda panoramica con le vetrate sul fiume, una terrazza superiore che nella bella stagione diventava lo spazio principale, una zona ristorante e un cocktail bar, più i locali di servizio e la cucina, che occupava un galleggiante distinto dagli altri.
La programmazione musicale era la ragione d'essere del posto e copriva un arco largo: jazz, rhythm and blues, canzone d'autore, serate con i dischi, live di formazioni piccole e medie. Non era un club da grandi numeri e non poteva esserlo: su una struttura galleggiante la capienza è un vincolo fisico prima ancora che amministrativo, e la conseguenza è che le serate avevano una scala umana, con il palco a pochi metri dal pubblico e la sensazione, molto rara a Roma, di essere dentro una stanza e non dentro un capannone.
Lo spazio veniva usato anche per le feste private, le lauree, i compleanni, le presentazioni. Ed è un dettaglio che vale la pena tenere a mente quando pensi all'economia di questi posti: un locale sul fiume campa di serate pubbliche in estate e di eventi privati tutto l'anno, e senza la seconda gamba la prima non regge.
Perché un locale galleggia e come fa a restare fermo
Qui arriva la parte che quasi nessuno spiega, e che invece è la più interessante dal punto di vista tecnico. Un barcone ormeggiato sul Tevere non è una nave e non è un edificio: è una via di mezzo che deve risolvere due problemi insieme, galleggiare e non muoversi.
Il galleggiamento è affidato a cassoni stagni sistemati sotto e attorno alla struttura. Nel caso di questo barcone i cassoni esterni erano quindici, e il numero viene dalle dichiarazioni pubbliche della direzione del locale dopo un incidente del 2023 di cui ti parlo più avanti. Quindici casse d'aria, chiuse, che sostengono un peso distribuito in modo non uniforme: la cucina pesa più della sala, il bar pesa più della terrazza, le persone si spostano tutte insieme verso il lato da cui si vede meglio il ponte. Chi progetta una struttura del genere deve tenere conto di un carico che cambia continuamente di posizione, cosa che a un edificio in muratura non succede mai.
L'ormeggio è l'altra metà del problema. Il Tevere a Roma non è un lago: ha una portata media alla foce intorno ai trecentoventiquattro metri cubi al secondo, ha piene invernali importanti e magre estive, e a valle di ogni ponte l'acqua accelera e forma vortici. Una struttura ormeggiata deve poter salire e scendere con il livello del fiume, restando agganciata alla banchina, senza strappare gli attacchi e senza mettere in tensione le passerelle d'accesso. Per questo gli ormeggi dei barconi romani sono sistemi articolati, con bitte, cavi, parabordi e collegamenti che permettono un movimento verticale ampio e limitano quello orizzontale.
La terza variabile è quella che nessuno vede: il materiale che il fiume trasporta. Dopo una pioggia forte il Tevere porta giù tronchi, rami, plastica, a volte pezzi di pontile. Tutta quella materia si accumula contro i piloni dei ponti e contro tutto quello che trova sulla sua strada, comprese le fiancate delle strutture ormeggiate. È un carico laterale che cresce da solo, giorno dopo giorno, e che va rimosso a mano. Chi gestisce un locale galleggiante a Roma passa più tempo di quanto immagini a pensare a queste cose, e molto meno tempo di quanto immagini a pensare alla lista dei cocktail.
Il fiume che hai sotto i piedi
Per capire davvero dove ti trovi devi risalire a una data precisa: la notte fra il 28 e il 29 dicembre 1870. Roma era capitale d'Italia da pochi mesi, il Tevere si gonfiò per giorni e allagò la città fino a diciassette metri e ventidue sopra lo zero idrometrico, un livello che a quel tempo era il secondo di tutta la storia registrata. L'acqua entrò al Pantheon, in via del Corso, a piazza Navona, nei magazzini, nelle cantine, nelle stalle. La nuova capitale del Regno si presentò al mondo con i barconi che navigavano nelle strade del centro.
La reazione politica fu immediata e travolgente. Si riaprì un dibattito antico, che aveva coinvolto Cesare e poi Augusto, che aveva nominato una commissione di settecento esperti e poi si era limitato a far pulire l'alveo istituendo una magistratura apposita, i curatores alvei et riparum Tiberis, carica che Agrippa tenne per tutta la vita. Nel 1870 le proposte furono di ogni tipo, compresa quella di Giuseppe Garibaldi, che sosteneva di deviare il corso del fiume. La commissione, il 23 settembre, non approvò il piano di Garibaldi ma quello conservativo dell'ingegnere Raffaele Canevari, che prevedeva l'arginatura del corso da Ponte Milvio alla basilica di San Paolo fuori le mura, la rimozione dei ruderi, lo scavo del fondo dell'alveo e la stabilizzazione della larghezza del fiume a cento metri.
Alla fine del 1876 il governo assegnò l'appalto del primo lotto. I lavori durarono venticinque anni e cambiarono Roma più di qualunque altro intervento ottocentesco. Nacquero i muraglioni, le scarpate verticali in travertino che ancora oggi separano la città dal suo fiume; nacquero i lungotevere, cioè le strade di scorrimento che corrono sopra i muraglioni; sparirono per sempre i porti fluviali, le scalette, i mulini, le case che scendevano fino all'acqua, le scene che Ettore Roesler Franz aveva dipinto negli acquerelli della Roma sparita proprio negli stessi anni, con la consapevolezza di chi sa di stare dipingendo un mondo condannato.
Il Porto di Ripetta, che era il grande approdo del Campo Marzio, non fu mai ricostruito. Puoi vedere dov'era: dalla parte opposta di Ponte Cavour, sull'altra riva, dove oggi la piazza porta ancora il suo nome. La prova che il sistema funzionava arrivò nel 1900, quando una nuova piena superò i sedici metri e la città , questa volta, restò asciutta.
La conseguenza di quella scelta è il paesaggio che hai davanti. I muraglioni hanno salvato Roma dalle alluvioni e le hanno tolto il fiume: hanno reso il Tevere una cosa che si attraversa e non una cosa che si abita. Per questo ogni struttura che riesce a stare giù, sull'acqua, a quota banchina, ha sempre avuto a Roma un sapore particolare. Non è solo un locale con la vista: è un piccolo atto di riconquista di una quota che la città aveva abbandonato.
Barconi, chiatte e alaggio: una tradizione lunghissima
Il barcone come oggetto non è un'invenzione della vita notturna. Per secoli, a Roma, la parola ha indicato la chiatta da trasporto. Con il progressivo interramento del fiume le navi non potevano più risalire fino all'emporio sotto l'attuale Testaccio, e allora merci e passeggeri arrivavano con il metodo dell'alaggio: le chiatte venivano trainate da riva, e la forza motrice erano i buoi, sostituiti a metà Ottocento dai rimorchiatori a vapore che trascinavano tre o quattro chiatte in fila.
Sul Tevere navigava di tutto: imbarcazioni a vela che da Orte impiegavano tre giorni per scendere fino a Roma, barchette dei pescatori, piccole barche da traghetto per passare da una riva all'altra. Quest'ultimo dettaglio dice tutto sulla Roma di allora: fino alla caduta dello Stato Pontificio i ponti cittadini sul Tevere erano soltanto cinque, cioè ponte Mollo, il ponte di Castello, ponte Sisto e i due ponti dell'isola Tiberina. Cinque ponti per una città intera. Il resto lo facevano i barcaroli.
Quando il traffico fluviale è finito, i galleggianti non sono scomparsi: hanno cambiato mestiere. Sono diventati circoli, sedi di associazioni sportive, ristoranti, sale da ballo, club. La riva romana ha ospitato per decenni una piccola flotta di questo tipo, con storie diverse e fortune alterne, e l'estate romana degli ultimi quarant'anni ne ha fatto un ingrediente ricorrente. Il Lian apparteneva a questa famiglia, ed era uno degli esemplari più visibili, per la posizione e per la programmazione.
Una curiosità su Lian Club
La curiosità che preferisco riguarda la parola barcone al singolare, che in questo caso è una semplificazione. Quello che chiamavamo tutti il barcone del Lian non era un galleggiante solo: erano più galleggianti accostati e collegati, con funzioni diverse. Uno ospitava la cucina, gli altri la sala, il bar, la terrazza. È un dettaglio tecnico che nessuno nota finché tutto va bene, e che diventa improvvisamente centrale quando qualcosa va storto: nel maggio del 2023, quando uno dei corpi galleggianti si inclinò su un fianco, quello che si inclinò fu proprio il galleggiante della cucina, e la struttura poté essere separata dalle altre e messa in sicurezza da sola.
La seconda curiosità è linguistica, e riguarda il rapporto dei romani con il proprio fiume. A Roma non si dice quasi mai sul Tevere: si dice sotto il ponte, si dice al lungotevere, si dice giù al fiume. Il fiume è sempre un livello più basso, un altrove verticale. Un locale che riesce a farti dire vado sul fiume invece di vado al fiume compie una piccola operazione mentale che vale quanto una ristrutturazione: ti sposta di quota, e ti convince che quella quota è abitabile.
La terza curiosità è di quelle che fanno sorridere. Il lungotevere dei Mellini, oggi elegantissimo e borghese, occupa un pezzo di terra che per secoli è stato un acquitrino. Il rione Prati nasce su quelli che le fonti antiche chiamavano Horti Domitii, gli orti di Domizia, moglie di Domiziano, e che poi furono detti Prata Neronis, i prati di Nerone, e poi ancora, nel Medioevo, Prata Sancti Petri. Fino almeno al 1883 qui c'erano campi coltivati, pascoli, canneti e paludi, con qualche casale sparso verso Monte Mario, e la zona era conosciuta come Pianella di Prati o Prati di Castello, in riferimento a Castel Sant'Angelo. Detto altrimenti: un secolo e mezzo fa, dove oggi passa il traffico di Ponte Cavour, c'erano le canne e le zanzare.
Quarta curiosità , quella che rende bene l'idea della velocità con cui questa parte di Roma è stata costruita. Il rione Prati è il ventiduesimo e più recente rione della città , e fu costituito ufficialmente solo il 20 agosto 1921. I nomi delle strade furono scelti apposta: personaggi della Roma repubblicana e imperiale, condottieri e letterati latini, eroi del Risorgimento. Nessun santo, o quasi. Era un modo esplicito per marcare il territorio del nuovo Stato laico proprio sotto le finestre del Vaticano, ed è il motivo per cui in questo rione cammini fra via Cicerone, via Ovidio, via Marcantonio Colonna e piazza Cavour, e non fra le vie dei santi che punteggiano tutto il resto del centro.
Una cosa che non ti dice nessuno su Lian Club
Che il capitolo del fiume è finito. Nel novembre del 2024 i gestori hanno annunciato la chiusura del locale sul barcone con un messaggio asciutto affidato ai social, dopo dieci anni di attività lungo il Tevere. Sotto quel messaggio si sono accumulati centinaia di commenti di persone che ricordavano serate, concerti, compleanni; molti chiedevano il perché, e la risposta della gestione fu che era troppo complicato da spiegare in quella sede. Poche settimane dopo è stata annunciata una nuova apertura del marchio in un'altra zona di Roma, verso Talenti e Montesacro alto, su via Nomentana, con un casale dotato di spazi interni ampi e di un giardino per la stagione calda.
La ragione per cui te lo dico subito, e non alla fine, è pratica: se cerchi il nome e leggi un indirizzo, potresti trovarne due diversi a seconda della fonte che consulti, e potresti presentarti sul lungotevere aspettandoti una serata. La riva è bellissima e la passeggiata vale comunque il viaggio, ma la musica dal vivo, oggi, su quel pezzo d'acqua non c'è. Prima di mettere in agenda qualsiasi cosa legata a questo nome, conviene verificare indirizzo e programmazione direttamente con il locale.
La seconda cosa che non ti dice nessuno riguarda la fragilità strutturale di questo tipo di attività , e vale per tutti i galleggianti romani, non solo per uno. L'11 maggio 2023 il barcone ormeggiato a Lungotevere dei Mellini si inabissò parzialmente mentre il personale preparava la serata. Il locale era chiuso al pubblico, dentro c'erano solo i lavoranti, e l'unica conseguenza personale fu la caduta di un dipendente in una botola a causa dell'inclinazione. Intervennero la Polizia Fluviale, la Polizia Locale di Roma Capitale e i Vigili del Fuoco, e l'area ristorante fu separata dagli altri galleggianti e sottoposta a sequestro.
La direzione del locale chiarì pubblicamente la dinamica: dell'acqua era penetrata in uno dei quindici cassoni esterni che, insieme agli ormeggi e ad altre misure, assicurano stabilità e galleggiabilità ai barconi. La direttrice del locale, Lisa Maisto, tenne a precisare che la struttura non aveva mai rischiato di affondare e che l'acqua non era mai entrata all'interno. Dopo i lavori il locale riaprì il 9 giugno 2023, con il ristorante, la terrazza estiva e la programmazione consueta, e la chiusura forzata venne usata anche per qualche lavoro di abbellimento.
La vicenda però si inserì in un quadro più ampio. Nell'estate del 2023 la Procura di Roma, con il coordinamento del procuratore aggiunto Giovanni Conzo, dispose una serie di controlli sulle strutture galleggianti del Tevere: gli agenti della Squadra Fluviale, insieme ai Vigili del Fuoco, alla Polizia di Roma Capitale e alla Guardia Costiera, sequestrarono cinque strutture nel giro di pochi mesi, tutte ritenute irregolari o pericolose, con l'ipotesi di delitto colposo di pericolo. Fra queste, oltre all'area ristorante di Lungotevere dei Mellini, c'era anche il circolo galleggiante del dopolavoro ferroviario, ormeggiato poco più a monte, a Lungotevere Arnaldo da Brescia, e alcuni barconi usati per le traversate turistiche. Le strutture restavano ormeggiate ma non potevano svolgere attività pubblica fino all'adozione delle misure di sicurezza necessarie.
La terza cosa che non ti dice nessuno è più generale e vale come chiave di lettura di tutta la vita notturna romana sul fiume: qui l'infrastruttura è quasi sempre più vecchia dell'attività che ospita. Le banchine sono ottocentesche, gli scivoli e le rampe pure, i sottoservizi spesso sono stati aggiunti in epoche successive e in modo non organico. Una struttura sull'acqua deve fare i conti con l'autorità idraulica, con la Capitaneria, con il Comune, con la Sovrintendenza e con il Genio civile, e ognuno di questi soggetti ha una sua idea di che cosa sia quel galleggiante. Il risultato è un mondo in cui le cose belle sono sempre un po' precarie, e in cui il pubblico se ne accorge solo quando chiudono.
La quarta cosa, infine, riguarda il rumore, ed è controintuitiva. Un locale sul fiume, sotto il livello stradale, è acusticamente protetto verso l'alto dal muraglione, che funziona da barriera, ma è esposto lungo l'asse del fiume, dove il suono corre sull'acqua per centinaia di metri senza incontrare ostacoli. È una fisica che chiunque abbia abitato vicino a un fiume conosce bene, ed è la ragione per cui la programmazione notturna dei galleggianti romani è sempre stata una materia delicata nei rapporti con i residenti delle rive.
Il consiglio che ti do per visitare Lian Club
Il consiglio principale è uno solo e vale sempre, per qualunque indirizzo associato a questo nome: verifica prima. Chiama, scrivi, controlla i canali ufficiali del locale, e chiedi tre cose insieme, cioè dove si trova oggi l'attività , se la serata che ti interessa è confermata e a che ora apre davvero. Sono tre domande da un minuto che ti risparmiano un viaggio e una delusione. Vale a maggior ragione per un nome che ha cambiato sede e per un pezzo di città in cui gli indirizzi vecchi restano in circolazione per anni sui siti di terzi.
Il secondo consiglio riguarda il lungotevere in sé, ed è quello che ti porti a casa comunque. Questo tratto di riva va camminato, non attraversato in macchina. Parti da Ponte Cavour, prendi il marciapiede lato fiume e cammina verso nord, verso piazza della Libertà e poi verso Ponte Matteotti: hai i platani sopra la testa, il muraglione sulla destra, il profilo dei palazzi umbertini di Prati alle spalle e, quando ti giri, la cupola di San Pietro che si allinea con il fiume. Sono venti minuti scarsi e valgono una visita a un museo.
Il terzo consiglio riguarda l'ora. Questo pezzo di Tevere ha due momenti diversi e tutti e due funzionano. Il primo è il tardo pomeriggio d'inverno, fra le quattro e le cinque, quando la luce arriva bassa da ovest, passa sotto le arcate dei ponti e accende il travertino di un colore che non somiglia a nessun altro. Il secondo è la sera d'estate, quando la temperatura sopra l'acqua scende di qualche grado rispetto alla strada e il lungotevere diventa frequentabile anche dopo una giornata da quaranta gradi. Chi conosce Roma sa che la differenza termica fra il livello della strada e il livello della banchina, in agosto, è una delle poche consolazioni disponibili.
Il quarto consiglio è un invito a scendere. Dove le rampe di accesso alla banchina sono aperte e agibili, scendi. La prospettiva dal basso ribalta completamente la percezione della città : i ponti diventano enormi, il muraglione diventa una parete, il rumore del traffico si attenua, e la gente sopra sparisce dalla vista. Non tutte le discese sono sempre praticabili, perché dipendono dai lavori, dalle piene e dalle stagioni, quindi la regola è semplice: se trovi il cancello aperto e la banchina asciutta e pulita, approfitta; se trovi acqua, fango o sbarre, lascia perdere senza insistere.
Come arrivarci
Con la metropolitana la fermata di riferimento è Lepanto, sulla linea A, che dista una camminata breve e piatta: prendi via Ezio o via Marcantonio Colonna verso il fiume e in dieci minuti sei sul lungotevere. Sempre sulla linea A, la fermata Flaminio ti lascia dall'altra parte del fiume, a piazzale Flaminio, e da lì scendi lungo il lungotevere della sponda sinistra fino a Ponte Cavour. La stazione Spagna è un'altra opzione, con una passeggiata un po' più lunga attraverso il Campo Marzio, che però è piacevole.
In autobus il nodo principale è piazza Cavour, servita da diverse linee che collegano il centro storico, Prati e il Vaticano. Da piazza Cavour al fiume sono due minuti a piedi. Dall'altra sponda, la fermata di Lungotevere in Augusta ti lascia a ridosso dell'Ara Pacis e del Mausoleo di Augusto, e da lì basta attraversare Ponte Cavour.
A piedi dal centro è più vicino di quanto la mappa mentale dei romani suggerisca. Da piazza del Popolo sono circa quindici minuti, da piazza Navona una ventina, da Castel Sant'Angelo poco più di dieci camminando lungo la riva. È uno dei pochi tratti di lungotevere in cui il marciapiede è largo e continuo, quindi la camminata è comoda anche di sera.
In bicicletta il tratto è agevole, ma vale la pena distinguere. Sopra, sul lungotevere, sei in mezzo al traffico e le corsie sono strette: serve attenzione. Sotto, sulla banchina, dove la pista ciclabile del Tevere è aperta e in buone condizioni, è tutta un'altra esperienza, perché pedali senza incroci per chilometri. La pista ciclabile lungo il fiume è uno dei pochi assi ciclabili continui di Roma e collega una quantità sorprendente di punti della città , ma subisce le piene e i lavori, quindi lo stato del fondo va verificato di volta in volta.
In automobile, il consiglio è non farlo. Parcheggiare in questa zona è un esercizio di pazienza e di fortuna, la zona a traffico limitato del centro storico è a due passi sull'altra riva, e i parcheggi a pagamento nel rione Prati si riempiono presto. Se proprio devi, valuta i parcheggi di scambio esterni e l'ultimo tratto con i mezzi.
Che cosa portare e come vestirsi
Sul fiume fa più freddo. È una regola che a Roma viene sempre sottovalutata e che la sera di primavera o d'autunno si fa sentire: l'aria sopra l'acqua è più umida, la corrente d'aria segue l'asse del fiume e la temperatura percepita scende di qualche grado rispetto a cento metri più indietro, dentro il rione. Una giacca leggera in borsa, anche a maggio, evita di passare la seconda parte della serata a pensare al freddo invece che alla musica.
Scarpe comode e chiuse. Le passerelle di accesso ai galleggianti, le rampe che scendono dalla strada e le banchine hanno fondi irregolari, gradini alti, tratti in metallo che di sera diventano scivolosi con l'umidità . Non è un contesto da tacchi sottili, e chiunque abbia provato lo sa.
Repellente per insetti in estate. Il fiume attira zanzare, e sulle rive romane da giugno a settembre la questione è concreta. Una boccetta piccola in tasca cambia la qualità della serata più di quanto si creda.
Contanti e documento. Molte realtà romane accettano carte senza problemi, ma le tessere associative, gli ingressi a sottoscrizione e i piccoli acquisti al banco a volte vanno più lisci con i contanti, e per qualunque forma di tesseramento serve un documento.
Il rientro, che è la parte che si pianifica meno
Una serata sul fiume finisce tardi per definizione, e il rientro è la parte che di solito si improvvisa. Vale la pena fare il contrario e deciderlo prima di uscire di casa.
La metropolitana di Roma chiude presto rispetto agli orari della vita notturna, con un prolungamento nelle notti del fine settimana che comunque non copre tutte le ore. La rete notturna di superficie esiste, funziona ed è molto più capillare di quanto i romani stessi credano: le linee notturne passano per i grandi nodi, fra cui Termini, e collegano quadranti che di giorno sono serviti dalla metropolitana. Guardare il percorso della linea notturna che ti riguarda mentre sei ancora a casa, con calma, è il modo più semplice per evitare di trovarsi alle tre di notte a cercare una soluzione.
Se ti muovi in auto, la persona che guida è la persona che non beve, e su questo non c'è discussione né margine di trattativa: il codice della strada è severo e, molto prima del codice, c'è il fatto che il lungotevere è una strada a scorrimento veloce, con curve cieche, muraglioni da un lato e ciclisti e pedoni dall'altro. Accordarsi prima su chi guida, all'inizio della serata e non alla fine, è la cosa più semplice del mondo e risolve tutto.
Se torni a piedi, resta sui marciapiedi illuminati del lungotevere e sui percorsi interni del rione, che di notte sono tranquilli e frequentati. Evita di risalire lungo tratti di banchina chiusi o bui: non è una questione di paura, è che le rampe hanno gradini irregolari e non tutte hanno illuminazione.
Un dettaglio che vale per chiunque esca la sera: l'acqua semplice, quella del rubinetto, quella dei nasoni, è la cosa migliore che puoi fare alle tre del mattino, insieme a un panino. Roma ha fontanelle pubbliche ovunque e sul lungotevere ne trovi più di una. Bere acqua durante la serata, e non solo alla fine, cambia completamente come ti sveglierai il giorno dopo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Roma ha voltato le spalle al suo fiume, e che lo ha fatto per iscritto, con un progetto firmato e un appalto pubblico.
Lo sanno tutti che i muraglioni sono ottocenteschi. Quello che si cita poco è la portata antropologica di quella scelta. Prima del 1876 il Tevere era il centro produttivo della città : c'erano i mulini galleggianti che macinavano il grano sfruttando la corrente, c'erano i porti, c'erano le concerie, i barcaroli, i pescatori, le lavandaie, gli approdi delle chiatte, i bagni pubblici estivi. Il fiume era rumoroso, sporco, vivo e pieno di mestieri. Dopo i muraglioni tutto questo è stato spazzato via nel giro di una generazione, e il fiume è diventato un canale ordinato con due strade sopra.
La scelta era razionale e, va detto, ha funzionato: Roma non ha più avuto alluvioni come quella del 1870, e la piena del 1900, che superò i sedici metri, dimostrò che i muraglioni facevano il loro mestiere. L'ultima grande alluvione risale al dicembre del 1937, dopo la quale i lavori idraulici furono ulteriormente ampliati. Ma il prezzo urbanistico è stato enorme, e si vede a occhio nudo: nessuna città europea di questa importanza ha un rapporto così distante con il proprio corso d'acqua principale. A Parigi si scende sulla Senna, a Londra il Tamigi ha le rive costruite e camminabili, a Lione i due fiumi sono parte del disegno urbano. A Roma il Tevere è un fossato profondo dodici metri che si attraversa e non si abita.
Il fatto poco citato, quindi, è questo: ogni volta che a Roma qualcuno apre un locale, un circolo o un chiosco a quota fiume, sta facendo qualcosa di storicamente anomalo. Non è una questione di moda, è una questione di quota. Il barcone di Lungotevere dei Mellini apparteneva a questa categoria di piccole riconquiste, e la sua storia recente, fra incidenti, controlli e chiusura, racconta molto bene quanto sia difficile tenere aperta una parentesi del genere.
C'è poi un secondo fatto risaputo che merita di essere detto meglio. Roma in estate si riversa sul fiume, e lo fa in modo organizzato da decenni. La manifestazione estiva che occupa le banchine fra ponte Sublicio e ponte Sisto è ormai un appuntamento fisso del calendario cittadino, con chioschi, mercatini, arene e concerti allestiti sotto i muraglioni: la trovi documentata anche in queste pagine, nella scheda di Lungo il Tevere Roma. Vale la pena notare la differenza fra quel modello e quello dei galleggianti: la manifestazione occupa la banchina, cioè la terra, ed è temporanea; il barcone occupa l'acqua, cioè il fiume, ed è permanente. Il primo modello è più semplice da autorizzare e più fragile nel tempo, il secondo è più raro e più complicato sotto ogni punto di vista.
Terzo elemento che si dice raramente: il Tevere ha una sua stagionalità che condiziona tutto. D'inverno la portata cresce, il fiume si alza, l'acqua diventa marrone e veloce, i detriti si accumulano contro i piloni dei ponti e le banchine si allagano regolarmente. D'estate il livello si abbassa, la corrente rallenta, compaiono le sponde di ghiaia e il fiume diventa quasi immobile. Qualunque attività a quota acqua vive dentro questo ritmo, apre quando il fiume lo permette e chiude quando il fiume decide. Non è una metafora: è la ragione per cui i locali sul Tevere hanno quasi sempre una stagione corta e intensa, concentrata fra tarda primavera e inizio autunno.
La foto giusta da fare a Lian Club
La fotografia che questo indirizzo regala non è la fotografia del locale: è la fotografia della quota. Ti spiego che cosa intendo e come si costruisce, perché è una delle inquadrature più belle e meno battute del centro di Roma.
La prima immagine da cercare è il controcampo dal basso. Se riesci a metterti a quota banchina, sotto il livello stradale, punta l'obiettivo verso l'arcata di Ponte Cavour e includi nel fotogramma tre elementi in tre piani diversi: l'acqua in primo piano, con i riflessi e i detriti che disegnano linee di corrente; l'arcata in travertino a metà campo, che taglia l'immagine in orizzontale; il cielo e le chiome dei platani sul fondo. Il ponte, progettato da Angelo Vescovali e costruito fra il 1896 e il 1901, presenta cinque arcate in muratura rivestite di travertino, è largo venti metri e lungo circa centodieci: sono numeri che dal basso si sentono tutti, perché la massa del manufatto ti arriva addosso.
La seconda immagine è la più classica e la più efficace, e si fa da sopra. Mettiti sul parapetto del lungotevere dei Mellini, guarda verso monte oppure verso valle a seconda della luce, e cerca l'allineamento fra la spalletta, la fila dei platani e il profilo dei palazzi sull'altra riva. Se scegli il verso giusto, verso sud ovest, nel fotogramma entra la cupola di San Pietro, che da questo tratto di fiume si vede in una posizione insolita, incastrata fra gli alberi e i tetti. È una di quelle inquadrature che sembrano costruite e invece sono semplicemente il risultato della geometria ottocentesca del lungotevere.
La terza immagine è notturna e richiede un appoggio. Appoggia la macchina o il telefono sul parapetto di travertino, che è largo e stabile, e lavora con un tempo lungo: l'acqua diventa una superficie liscia, le luci dei lampioni si allungano in righe verticali e il traffico sul ponte lascia scie continue. Senza treppiede il parapetto è l'alleato migliore che hai, e a Roma i parapetti dei lungotevere sono fatti apposta, anche se nessuno li ha progettati pensando alle fotografie.
La luce, ora per ora
La mattina presto la luce arriva da est, quindi illumina la riva destra, cioè quella di Prati, e lascia in ombra la sponda del Campo Marzio. È il momento migliore per fotografare la facciata dei palazzi del lungotevere e il colore caldo del travertino di Ponte Cavour.
A metà giornata, in estate, la luce è verticale e il contrasto fra il muraglione in ombra e l'acqua illuminata diventa difficile da gestire. Se hai la possibilità di scegliere, salta questa fascia oraria oppure lavorala in bianco e nero, dove il contrasto forte smette di essere un problema e diventa un linguaggio.
Il tramonto è il momento d'oro, e non solo per il colore. Guardando verso valle il sole cala proprio nella direzione del fiume, e per una decina di minuti la superficie dell'acqua diventa una lamina arancione attraversata dalle sagome nere dei ponti. Se ti sposti di cinquanta metri verso Ponte Umberto I, nello stesso momento hai Castel Sant'Angelo che si colora sul fondo: è una delle viste più fotografate di Roma e da questo tratto di lungotevere si ottiene senza la calca che c'è sul ponte.
La sera tardi il lungotevere si svuota, i lampioni accendono il travertino e il fiume diventa completamente nero. È il momento in cui le luci di un locale a quota acqua, quando c'erano, facevano la differenza in un'inquadratura: una macchia calda sotto il livello della strada, che segnalava una vita che sopra non si sospettava.
Tre errori da non fare
Il primo errore è fotografare il ponte solo di fronte. Ponte Cavour visto frontalmente è una linea orizzontale e basta. Visto di tre quarti, con le arcate in prospettiva che si accavallano, diventa una struttura tridimensionale con profondità e ritmo. Bastano venti passi di spostamento per cambiare completamente l'immagine.
Il secondo errore è dimenticarsi dei riflessi. Il Tevere non è mai uno specchio perfetto, ma con la corrente lenta dell'estate restituisce forme allungate e vibranti che valgono più del soggetto riflesso. Comporre lasciando metà fotogramma all'acqua è quasi sempre una buona idea.
Il terzo errore è scattare senza guardarsi intorno. Su questo lungotevere passano corridori, ciclisti, motorini e autobus a distanza ravvicinata, e il marciapiede, per quanto largo, resta un marciapiede urbano. La fotografia migliore è quella che fai standoti attento a dove metti i piedi.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Questo pezzo di riva ha un calendario storico sorprendentemente fitto. Lo metto in ordine cronologico, perché letto di seguito racconta l'intera vicenda della Roma moderna.
Il primo avvenimento è l'alluvione del dicembre 1870. Il Tevere superò i diciassette metri, allagò il centro storico e travolse l'agenda politica della capitale appena proclamata. Da quel disastro nasce tutto quello che vedi oggi su queste rive.
Il secondo è del 1876, quando il governo assegnò l'appalto del primo lotto dei lavori di arginatura, sulla base del progetto conservativo di Raffaele Canevari. I cantieri durarono venticinque anni e riscrissero la geografia del fiume dentro la città , con la larghezza dell'alveo fissata a cento metri e l'argine continuo da Ponte Milvio a San Paolo fuori le mura.
Il terzo è del 1878, con la costruzione della passerella provvisoria di Ripetta, un collegamento leggero che serviva ad attraversare il fiume proprio in questo punto, in attesa di un ponte vero. Prima di quella passerella, un ponte in ferro era stato realizzato all'altezza del Porto di Ripetta su iniziativa di Francesco Saverio de Merode, il proprietario di gran parte dei terreni di Prati, che aveva bisogno di collegare la sua area al centro per poterla edificare. Senza quell'attraversamento, il rione Prati non sarebbe nato quando è nato.
Il quarto avvenimento è del 1883, l'anno in cui Prati entra nel piano regolatore e comincia la costruzione vera e propria. Fino a quel momento qui c'erano prati, paludi e canneti; nel giro di una generazione ci sarà una griglia di strade, palazzi di sei piani, negozi e uffici.
Il quinto è il 20 luglio 1887, data della delibera che istituisce e intitola il lungotevere dei Mellini. Sembra un dettaglio burocratico, ed è invece il momento in cui questo indirizzo comincia a esistere sulla carta.
Il sesto è il 14 marzo 1889, con la posa della prima pietra del Palazzo di Giustizia a piazza Cavour, alla presenza dei sovrani Umberto e Margherita, del ministro di grazia e giustizia Giuseppe Zanardelli, che l'edificio lo aveva voluto con insistenza, e del sindaco Alessandro Guiccioli. La data fu scelta apposta perché era il compleanno del re.
Il settimo è il 25 maggio 1901, giorno dell'inaugurazione di Ponte Cavour, intitolato a Camillo Benso conte di Cavour. Il ponte sostituì la passerella provvisoria e collegò stabilmente il nuovo rione al Campo Marzio. Da quel giorno il lungotevere dei Mellini smette di essere una periferia di fronte al centro e diventa parte del centro.
L'ottavo avvenimento è del 1900, e vale come controprova: una piena superò i sedici metri e la città non si allagò. I muraglioni avevano funzionato, e il modello fu confermato.
Il nono è l'11 gennaio 1911, con l'inaugurazione del Palazzo di Giustizia alla presenza di Vittorio Emanuele III, ventidue anni dopo l'inizio dei lavori. L'edificio, opera dell'architetto perugino Guglielmo Calderini, era stato ridimensionato in corso d'opera perché il terreno alluvionale non reggeva il progetto originale, che prevedeva un piano in più a tutta pianta. Le polemiche sui costi e sulle dimensioni portarono nel 1912 a un'inchiesta parlamentare, e da lì nasce il soprannome che ancora oggi tutti usano.
Il decimo è il 20 agosto 1921, data di costituzione ufficiale del rione Prati, il ventiduesimo e ultimo rione di Roma.
L'undicesimo è il dicembre 1937, l'ultima grande alluvione del Tevere a Roma, che spinse ad ampliare ulteriormente i lavori idraulici già in corso dal 1936.
Il dodicesimo è una tradizione più che un avvenimento singolo, e riguarda proprio Ponte Cavour: dal dopoguerra, ogni primo gennaio, dei nuotatori si tuffano nel Tevere dalla spalletta del ponte. È un rito popolare che si ripete ogni anno davanti a una piccola folla e a una fila di telecamere, con un salto di parecchi metri dalla spalletta. Nessuno lo imiti: chi lo fa è gente allenata, assistita, con i soccorsi fluviali presenti, e il Tevere in gennaio non perdona.
Il tredicesimo riguarda direttamente questo indirizzo ed è l'11 maggio 2023, quando il galleggiante della cucina del locale ormeggiato al civico 7 si inclinò e si inabissò parzialmente, provocando l'intervento della Polizia Fluviale, dei Vigili del Fuoco e della Polizia Locale, il sequestro dell'area ristorante e una discussione cittadina sulle condizioni delle strutture galleggianti.
Il quattordicesimo è il 9 giugno 2023, giorno della riapertura dopo i lavori, con il ristorante, la terrazza estiva e la programmazione musicale di nuovo attive.
Il quindicesimo è l'estate del 2023, con la campagna di controlli della Procura di Roma sulle strutture galleggianti del Tevere e cinque sequestri nel giro di pochi mesi, tutti convalidati, in un quadro di contestazioni legate alla sicurezza.
Il sedicesimo, infine, è il novembre 2024, quando i gestori hanno annunciato la chiusura del locale sul barcone dopo dieci anni di attività , e il dicembre 2024, con l'annuncio di una nuova apertura del marchio in un'altra zona della città .
Chi è passato da Lian Club
Prima la risposta onesta: le persone che hanno fatto questo posto sono migliaia e quasi nessuna di loro ha un nome noto. Un club da seicento metri quadrati aperto per dieci anni con una programmazione quasi quotidiana vede passare decine di migliaia di presenze, e la maggior parte sono romani di Prati e dei quartieri vicini, studenti universitari, gruppi di colleghi dopo l'ufficio, coppie al primo appuntamento, famiglie a cena prima del concerto, turisti che avevano letto da qualche parte che a Roma si poteva ballare sull'acqua.
Poi ci sono i musicisti. La programmazione copriva jazz, rhythm and blues e canzone d'autore, cioè tre mondi che a Roma hanno una scena locale profonda e continua: significa formazioni di quattro o cinque elementi, cantanti con repertori propri, gruppi che provano in sala prove e suonano nei club, dj che costruiscono serate per un pubblico che conoscono per nome. Non ti faccio elenchi e non ti butto nomi a caso: quando qualcuno ti racconta con precisione chi ha suonato in un locale di questo tipo dieci anni fa, quasi sempre sta improvvisando. Il modo giusto di dirlo è un altro: qui è passata la scena romana dal vivo di quel decennio, quella dei locali medi, quella che non arriva ai palazzetti e che tiene in piedi la vita musicale di una città .
C'è poi chi ha fatto funzionare la macchina, e qualche nome resta agli atti. La direttrice del locale, Lisa Maisto, è la persona che nel 2023 ha parlato pubblicamente dopo l'incidente, ha spiegato la dinamica tecnica, ha annunciato la riapertura e si è presa la responsabilità di rassicurare il pubblico. In un mestiere in cui il nome sulla porta è quasi sempre quello del marchio e mai quello di chi lavora, è giusto ricordarlo.
Ci sono i lavoranti, che il giorno dell'inclinazione erano a bordo a preparare la serata, e uno di loro finì in una botola senza conseguenze serie. Ci sono gli equipaggi della Squadra Fluviale del Tevere e acque interne, i Vigili del Fuoco e gli agenti della Polizia Locale che sono intervenuti quella sera e in tutte le altre occasioni simili. Chi frequenta il fiume romano di notte incontra queste persone più spesso di quanto immagini, e in genere le incontra quando qualcosa va storto.
E chi è passato da questo pezzo di fiume, nei secoli
Allargando lo sguardo dal barcone alla riva, l'elenco diventa notevole e tutto documentato.
Sono passati di qui i barcaroli e gli alaggi, con i buoi che trainavano le chiatte lungo l'argine e poi, da metà Ottocento, i rimorchiatori a vapore che ne trascinavano tre o quattro per volta. Questo è un mestiere scomparso che per secoli ha rifornito Roma di grano, vino, legname e marmo.
È passato di qui Ettore Roesler Franz, il pittore che fra il 1878 e il 1896 dipinse la serie di acquerelli della Roma sparita, documentando con ostinazione le rive che i muraglioni stavano cancellando. Guardare oggi quelle tavole e poi affacciarsi dal parapetto del lungotevere è un esercizio che consiglio a chiunque voglia capire che cosa sia stato quel cantiere.
È passato di qui, almeno con una proposta e un progetto, Giuseppe Garibaldi, che nel dibattito dopo l'alluvione del 1870 sostenne l'idea di deviare il corso del fiume, riprendendo un'ipotesi che risaliva a Cesare. La commissione preferì il progetto conservativo di Canevari, e il Tevere restò dove era.
È passato di qui Raffaele Canevari, l'ingegnere che ha materialmente disegnato la Roma fluviale che conosciamo, e sono passati i sovrani, i ministri e i sindaci che il 14 marzo 1889 posarono la prima pietra del Palazzo di Giustizia a duecento metri da questa riva.
È passato di qui Guglielmo Calderini, l'architetto perugino del Palazzaccio, che dovette rinunciare a un intero piano del suo progetto perché il terreno alluvionale non lo sosteneva, e che si sentì un uomo sconfitto sotto il peso delle critiche. La più famosa resta quella di Lionello Venturi, che definì il palazzo una massa di travertino in preda al tetano. Attenzione a una leggenda che circola ancora: si racconta spesso che Calderini si sia tolto la vita per le critiche ricevute, ma le cronache dell'epoca non riportano nulla del genere, e l'episodio va considerato una leggenda metropolitana.
È passata di qui, in un certo senso, anche una ragazza romana del secondo secolo dopo Cristo. Durante gli scavi per le fondazioni del Palazzo di Giustizia vennero alla luce diversi sarcofagi, e in uno di questi, accanto allo scheletro di una giovane donna, fu trovata una bambola d'avorio snodabile di fattura raffinata. Il nome inciso era Crepereia Tryphaena, e oggi la bambola è esposta alla Centrale Montemartini. È uno dei ritrovamenti più commoventi della Roma ottocentesca, ed è avvenuto a pochi passi da qui.
E poi, ogni primo gennaio dal dopoguerra, sono passati di qui i tuffatori di Ponte Cavour, che trasformano un ponte umbertino in un trampolino per dieci secondi all'anno davanti a mezza città .
Che cosa c'è intorno, nel raggio di una camminata
Uno dei motivi per cui questo indirizzo funzionava bene come punto di ritrovo è la posizione: sei sul fiume, ma sei anche dentro il centro. Ti lascio un giro ragionato, con le distanze a piedi, perché vale la pena arrivare presto e girare un po' prima di fermarsi.
A due minuti hai piazza Cavour e il Palazzo di Giustizia, una delle architetture più discusse d'Italia: enorme, coperta di travertino e di statue, con la quadriga di bronzo in cima e un fronte sul fiume che di sera, illuminato, ha un effetto teatrale. Sulla stessa piazza si affaccia anche la chiesa valdese, che nel rione più laico di Roma non è un dettaglio ironico ma una conseguenza logica.
A cinque minuti, attraversando Ponte Cavour, sei al Porto di Ripetta e quindi all'Ara Pacis e al Mausoleo di Augusto, cioè al cuore del Campo Marzio augusteo. Il contrasto è netto: dalla riva ottocentesca di Prati passi in dieci minuti al primo secolo avanti Cristo.
A dieci minuti verso valle, camminando lungo il fiume, arrivi a Castel Sant'Angelo, che da Lungotevere dei Mellini si vede già di profilo e che di sera è uno dei monumenti più fotogenici della città . Da lì, se prosegui, entri nella Città del Vaticano e nella Basilica di San Pietro, che dal lungotevere dei Mellini distano una camminata di venti minuti scarsi.
A quindici minuti verso il centro storico ci sono Piazza del Popolo e la salita al Pincio, con la terrazza che guarda la città dall'alto e che al tramonto raccoglie mezza Roma. Poco oltre comincia Villa Borghese, che è il modo più semplice per allungare un pomeriggio senza prendere un mezzo.
A venti minuti verso monte, sempre lungo il fiume, incontri Ponte della Musica e il quadrante del Flaminio, con il MAXXI e l'Auditorium Parco della Musica. È la direzione giusta se dopo la passeggiata vuoi una serata con un programma, perché lì la stagione dal vivo copre praticamente tutto l'anno.
Se invece vuoi restare sul tema del fiume, i due luoghi da mettere in lista sono l'Isola Tiberina, l'unica isola urbana del Tevere, con la sua storia di tempio di Esculapio e di ospedale millenario, e Ponte Milvio, a monte, dove il fiume è più largo e le rive sono più basse. Fra i due, l'intero tratto centrale del Tevere si legge come un unico racconto che comincia con un guado e finisce con dodici metri di muraglione.
Per mangiare e bere, il rione Prati è una delle zone più affidabili del centro, con una densità altissima di locali lungo via Cola di Rienzo e nelle traverse interne, e con il vantaggio di una clientela in gran parte residente, che tiene alti gli standard e bassi i prezzi rispetto alle strade più turistiche dall'altra parte del fiume. Se cerchi il contrario, cioè il mercato rionale e il cibo di quartiere, il Nuovo Mercato Testaccio è a una manciata di fermate ed è un'altra Roma, molto più popolare e molto più antica nell'anima.
Quando conviene venire
Da maggio a settembre questo tratto di fiume è al suo massimo: le giornate sono lunghe, le banchine sono più praticabili, la città sposta la propria vita serale all'aperto e il lungotevere diventa un luogo di passaggio continuo fino a notte. Agosto è più silenzioso, con molti locali chiusi e la città mezza vuota, ma il fiume resta e la luce, in quelle settimane, è la più bella dell'anno.
Da ottobre ad aprile il fiume cambia carattere: si alza, corre, diventa color terra. La passeggiata resta bellissima e si affronta con una giacca, ma la quota banchina va considerata inaccessibile per buona parte dell'inverno. Le giornate limpide di gennaio e febbraio, dopo la tramontana, regalano però la visibilità migliore in assoluto, con la cupola di San Pietro che sembra a trecento metri e i colori del travertino che diventano nitidissimi.
Tre cose da sapere prima di programmare la serata
La prima è che la vita notturna romana comincia tardi. Un aperitivo alle sette è normale, una cena alle nove è normale, un concerto che parte alle undici è normalissimo. Se arrivi da una città in cui alle dieci le cose finiscono, conviene ricalibrare gli orari.
La seconda è che sul fiume gli orari sono ancora più elastici, perché dipendono dal meteo. Una sera di pioggia forte o di vento cambia i programmi di qualunque struttura all'aperto, e la comunicazione dell'ultimo minuto avviene sui canali social del locale, non altrove.
La terza è che i posti belli di Roma si riempiono per passaparola e si svuotano allo stesso modo. Se una serata ti interessa davvero, prenotare e presentarsi presto restano le due mosse che funzionano sempre, anche nei locali che sulla carta non prendono prenotazioni.
Domande frequenti su Lian Club
Dove si trovava il Lian Club?
Il Lian Club si trovava a Lungotevere dei Mellini 7, sul tratto di argine del Tevere che collega via Vittoria Colonna a piazza della Libertà , sulla riva destra del fiume, dentro il rione Prati. Il locale occupava un barcone ormeggiato lungo la banchina, sotto il livello della strada.
Il Lian Club è ancora aperto?
No, il Lian Club sul barcone del Tevere ha chiuso: nel novembre del 2024 i gestori hanno annunciato la chiusura con un messaggio sui social, dopo dieci anni di attività lungo il fiume. Il dossier non riporta un'attività attuale con lo stesso nome in un altro indirizzo, quindi conviene verificare sui canali ufficiali prima di considerarlo un locale attivo.
Che cosa era davvero il Lian Club?
Il Lian Club non era un galleggiante unico ma più galleggianti accostati e collegati fra loro, con funzioni diverse: uno ospitava la cucina, gli altri la sala, il bar e la terrazza. Era un club da circa seicento metri quadrati con una programmazione quasi quotidiana, molto frequentato da romani di Prati e dei quartieri vicini.
Perché il Lian Club ha chiuso?
Secondo il messaggio diffuso dalla gestione sui social nel novembre 2024, il locale sul barcone era diventato troppo complicato da sostenere, senza che il dossier disponibile riporti ulteriori dettagli economici o burocratici precisi sulla decisione.
Come si arriva a Lungotevere dei Mellini con i mezzi?
Il dossier non specifica linee di autobus o metropolitana per raggiungere Lungotevere dei Mellini, indirizzo che rimane comunque all'interno del rione Prati, a pochi minuti a piedi da piazza Cavour e dal Palazzo di Giustizia, quindi facilmente raggiungibile dal centro di Roma a piedi o in bicicletta.
Cosa conviene fare prima di cercare un locale legato al nome Lian?
Per qualunque indirizzo associato oggi al nome Lian, il consiglio è verificare prima: chiamare, scrivere o controllare i canali ufficiali del locale per sapere dove si trova oggi l'attività , se la serata di interesse è confermata e a che ora apre davvero, dato che il capitolo sul Tevere si è chiuso nel 2024.
Riepilogo e dove continuare
Lungotevere dei Mellini 7 è un indirizzo che vale la pena conoscere anche adesso che il barcone con la cucina, il bar e il club non fa più serate. È il punto in cui Roma, per una decina d'anni, è riuscita a scendere sotto il livello della strada e a stare sull'acqua, dentro un fiume che la città aveva imparato a evitare. Intorno hai un ponte del 1901, un rione inventato dal nulla in quaranta anni, un palazzo di giustizia che ha fatto discutere per un secolo, un muraglione che ha salvato il centro storico dalle alluvioni e gli ha tolto il rapporto quotidiano con l'acqua. Non è poco per un civico.
Se il tema ti interessa e vuoi costruirci sopra un itinerario vero, allargando lo sguardo dal singolo indirizzo all'intera città , ci sono due strumenti utili. Il primo è TourLeaderPro, pensato per chi organizza visite e gruppi e ha bisogno di tenere insieme tempi, distanze, prenotazioni e imprevisti senza impazzire. Il secondo è ItalyPlanner, che serve per mettere in fila i giorni di un viaggio in Italia in modo realistico, con le distanze vere e le ore vere, evitando i programmi impossibili che si scrivono a tavolino e si sfasciano al primo ritardo. Per una serata sul Tevere e una passeggiata a Prati non ti serve nessuno dei due, ma se quella serata è dentro una settimana romana, o dentro un viaggio più lungo, cambiano parecchio le cose.
Un ultimo consiglio, che vale per il fiume e per tutta la città : cammina piano, scendi quando puoi, alza gli occhi spesso e torna a casa in modo sicuro, con i mezzi o con qualcuno che guida lucido. Roma di notte, soprattutto qui sotto, si lascia guardare meglio di quanto si lasci attraversare di fretta.
Lian Club
Lungotevere dei Mellini, 7
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