Museo di Piana delle Orme
Il Museo di Piana delle Orme è aperto tutti i giorni e per i visitatori singoli non serve prenotare: si arriva, si paga il biglietto in cassa e si entra. L'indirizzo è Strada Migliara 43 1/2, 29, 04100 Latina, in località Borgo Faiti; il telefono è +39 0773 258708 e la posta elettronica pianadelleorme@gmail.com. Il biglietto intero costa 13 euro, il ridotto junior per la fascia 6-14 anni 9,50 euro, il ridotto over 65 undici euro; esiste una tariffa famiglia, valida da un minimo di due adulti e due bambini, che porta l'adulto a 12 euro e il bambino a 8. Il prezzo comprende l'ingresso completo a tutti i padiglioni: non ci sono supplementi per singole sezioni.
Gli orari cambiano due volte l'anno. Dal 1 marzo al 31 ottobre il museo apre dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17, con ultimo ingresso alle 15, e il sabato, la domenica e i festivi dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso alle 17. Dal 1 novembre al 28 febbraio i battenti si chiudono un'ora prima: 9-16 nei feriali, con ultimo ingresso alle 14, e 9-18 nei festivi, con ultimo ingresso alle 16. Non è indicato un giorno di chiusura settimanale. Quegli orari di ultimo ingresso sono la cosa più importante di tutto questo paragrafo, e ci torno più avanti perché è lì che si rovinano le visite.
Ci si arriva quasi solo in automobile. Borgo Faiti si trova all'incrocio fra la via Appia, la statale 7, e la statale 156 dei Monti Lepini, a pochi chilometri dal centro di Latina; da Roma il percorso naturale è la Pontina fino all'altezza di Latina e poi le strade migliare che tagliano la pianura in parallelo all'Appia. La stazione ferroviaria di riferimento è Latina Scalo, sulla direttrice Roma-Napoli via Formia, ma dallo scalo al museo serve comunque un mezzo su gomma. Chi viaggia senza automobile faccia i conti con questo prima di partire, non dopo. Il parcheggio interno è ampio, la struttura è immersa nella campagna e non esiste un accesso pedonale comodo da altri centri abitati.
Per orientarsi fra le altre proposte della pianura pontina, l'itinerario più logico è quello che tiene insieme il museo con il Museo della Terra Pontina a Latina e con i luoghi dello sbarco sul litorale.

Che cosa è davvero il Museo di Piana delle Orme
Chiamarlo museo è corretto ma incompleto. La definizione che si legge sul sito ufficiale è parco tematico realizzato all'interno di un'azienda agrituristica, e rende meglio l'idea: trentamila metri quadrati di esposizione, sedici padiglioni da millecinquecento metri quadrati l'uno disposti su due file parallele, più le aree esterne, i prati, i mezzi troppo grandi per stare al coperto. La collezione conta circa cinquantamila reperti. Non è una cifra da depliant: è il risultato di trent'anni di acquisti, scambi, recuperi e salvataggi dell'ultimo minuto compiuti da un uomo solo.
Quell'uomo era Mariano De Pasquale, nato nel 1938 e morto nel 2006, imprenditore floricolo. Il museo apre nel 1997 come sistemazione definitiva di una raccolta privata che era diventata ingestibile. La gestione è privata, e questo va detto subito perché cambia le regole del gioco: niente prima domenica del mese gratuita, niente card cittadine, niente circuiti museali statali. Il biglietto si compra qui e vale per qui.
La struttura ha una geometria dichiarata. Dando le spalle all'ingresso, la fila di destra ospita i temi bellici della Seconda guerra mondiale come si è combattuta in Italia e nel Lazio; la fila di sinistra ospita l'agricoltura, la bonifica e la vita quotidiana in tempo di pace. È una divisione narrativa, non solo logistica: guerra e pace, ciascuna con la sua fila di capannoni, separate da un viale.
Il linguaggio espositivo è il diorama in scala uno a uno. Non vetrine, non pannelli: ambienti ricostruiti a grandezza naturale, con manichini, oggetti veri, terra vera, effetti sonori e giochi di luce, e soprattutto senza barriere fra il visitatore e la scena. Si cammina dentro le ricostruzioni. Chi ha frequentato i musei militari classici, con i fucili in bacheca e il cartellino dattiloscritto, qui si trova in un altro mondo. È una scelta che produce un effetto immediato sui bambini e un effetto ambiguo sugli adulti: di questo parlerò senza giri di parole più avanti.
Come arrivare al Museo di Piana delle Orme e quando andare
La pianura pontina in agosto, alle due del pomeriggio, è un forno umido. I padiglioni sono coperti ma non tutti climatizzati allo stesso modo, e buona parte della giornata si passa camminando fra un capannone e l'altro all'aperto. Il periodo migliore per una visita completa va da metà settembre a fine ottobre e da marzo a maggio: orario lungo, luce buona per le fotografie all'aperto, temperatura civile. In inverno la visita resta ottima dentro i padiglioni, ma bisogna fare i conti con la chiusura alle 16 nei feriali e con un ultimo ingresso alle 14 che taglia le gambe a chi arriva da Roma dopo pranzo.
Il mio consiglio operativo, quello che darei a un gruppo che accompagno: partenza da Roma non oltre le 8, arrivo per l'apertura, quattro ore piene di visita, pranzo sul posto, ripartenza nel pomeriggio con eventuale deviazione verso Anzio o verso Sermoneta. Nel fine settimana il museo chiude più tardi e si respira meglio, ma è anche il momento in cui arrivano le famiglie e i gruppi di appassionati; nei giorni feriali di primavera capita di attraversare interi padiglioni da soli, che per certe sezioni è un'esperienza completamente diversa.
Orari, tariffe e biglietti del Museo di Piana delle Orme
Riepilogo i numeri, perché è l'informazione che la gente cerca per prima. Intero 13 euro. Junior, dai 6 ai 14 anni, 9,50 euro. Over 65, undici euro. Tariffa famiglia a partire da due adulti e due bambini: dodici euro l'adulto, otto euro il bambino. Il listino ufficiale non prevede una voce per i bambini sotto i sei anni, quindi per loro conviene chiedere in cassa al momento dell'acquisto invece di dare per scontato qualcosa.
Per le scolaresche il museo pubblica un tariffario separato e molto articolato. Il percorso generale, disponibile da settembre a giugno, dura tre ore e mezza, costa 9 euro a studente e comprende i padiglioni della bonifica pontina, i mezzi agricoli, la vita nei campi, i giocattoli d'epoca, il settore aeronavale, le deportazioni, i mezzi bellici e le ricostruzioni delle battaglie di El Alamein, Cassino e Anzio; la guida si paga a parte, 40 euro per un massimo di trentacinque persone. I due percorsi tematici, quello agricolo e quello bellico, durano due ore e mezza, costano 6,50 euro a studente e prevedono una guida a 30 euro. Le scuole prenotano compilando il modulo scaricabile dal sito oppure telefonando e scrivendo alla segreteria.
Un dettaglio che vale la pena leggere due volte: il museo stesso, nel proprio materiale didattico, quantifica in tre ore e mezza il percorso completo con una guida che decide il ritmo. Un visitatore singolo, che si ferma dove vuole e legge quello che vuole, ci mette di più. Chi arriva alle 14 di un martedì di gennaio ha due ore. Non bastano.
La visita al Museo di Piana delle Orme padiglione per padiglione
Il percorso consigliato dalla struttura parte dai giocattoli e finisce con le battaglie. È una progressione intelligente, perché porta il visitatore dal Novecento privato al Novecento collettivo, dal giocattolo di latta al vagone piombato. Seguirla è la scelta giusta. Ecco che cosa contengono i padiglioni, uno per uno.
Il giocattolo d'epoca al Museo di Piana delle Orme
Si comincia da qui, e la scelta disorienta chi arriva pensando a un museo militare. Il padiglione raccoglie giocattoli dalla fine dell'Ottocento a tutto il Novecento: automobiline, aeroplani, navi, automi a molla, bambole, ferromodellismo. I marchi documentati nella collezione sono quelli che fanno battere il cuore ai collezionisti veri, Ingap, Corgi, Solido, Dinky Toys, Lima, Märklin, Schuco, Gama, Rivarossi. Ci sono i soldatini, i modellini, le imbarcazioni in legno costruite a mano.
L'allestimento gioca sul registro fiabesco, con luci basse e scenografie da vetrina di negozio d'altri tempi. Guardato con attenzione, però, questo padiglione è meno innocente di quanto sembri: la storia del giocattolo italiano del Novecento è anche la storia della latta riciclata, dell'autarchia, del giocattolo bellico dato in mano ai bambini negli anni Trenta, del passaggio alla plastica nel boom. Chi cammina qui dentro leggendo le date sui cartellini vede la stessa curva economica che vedrà, un'ora dopo, nel padiglione dei trattori.
I due padiglioni della bonifica delle Paludi Pontine
Questo è il pezzo forte della fila di sinistra, e a mio parere il migliore del museo. Due padiglioni interi, articolati in numerose sezioni, ricostruiscono le fasi delle grandi opere degli anni Trenta: la bonifica idraulica, quella sanitaria, quella agraria, la colonizzazione dell'Agro Pontino e la fondazione delle città nuove.
Le scene sono ricostruite con l'acqua vera, il canneto, i manichini degli operai con gli attrezzi in mano, gli impianti idrovori, le macchine per lo scavo. Si passa dall'ambiente palustre precedente alla bonifica, con la vegetazione e la fauna della palude, ai cantieri, alle prime case coloniche, alla scuola rurale, al podere consegnato alla famiglia colonica con la stalla e il pagliaio. Il visitatore attraversa fisicamente il passaggio da un paesaggio all'altro.
Sono ricostruzioni efficaci proprio perché non spiegano: mostrano. Il rovescio della medaglia è che l'apparato didascalico è essenziale, e il contesto storico va portato da casa oppure chiesto a una guida. Più avanti, in questa pagina, ho messo i numeri e le letture storiografiche che servono per leggere questi due padiglioni con la testa e non solo con gli occhi.
I mezzi agricoli d'epoca del Museo di Piana delle Orme
Oltre trecento esemplari, e qui la parola collezione diventa riduttiva. Si va dalle locomobili a vapore, macchine enormi che sembrano locomotive senza rotaie, ai trattori a petrolio e a testa calda, fino alla meccanizzazione agraria del dopoguerra. Ci sono le trebbiatrici, gli aratri, le seminatrici, gli attrezzi da traino animale che convivono per decenni con quelli a motore.
Per un pubblico romano abituato ai marmi, un capannone di trattori può sembrare materia da appassionati. Sbagliato. La storia della meccanizzazione agricola italiana è la storia di come sei milioni di persone hanno smesso di lavorare la terra in trent'anni, e quei ferri arrugginiti sono le cause, non le conseguenze. Se avete poco tempo e dovete sacrificare qualcosa, sacrificate altro.
Vita nei campi: due padiglioni sulla civiltà contadina
Altri due padiglioni, dedicati alle tradizioni rurali e alle regioni italiane, ai loro paesaggi, ai prodotti e alle tipicità alimentari. Le sezioni ricostruiscono la produzione del vino, dell'olio, del pane, del formaggio; ci sono i carretti intarsiati, l'officina del fabbro carraio, la bottega del barbiere, e una parte dedicata all'emigrazione dal Mezzogiorno.
È il settore che funziona meglio con i visitatori anziani, che riconoscono gli oggetti e cominciano a raccontare, e con i bambini, che li vedono per la prima volta. Un consiglio che do sempre: se accompagnate un nonno, portatelo qui e poi state zitti venti minuti. La visita guidata migliore che sentirete in questo museo non è quella del museo.
Deportazione e internamento: il padiglione più duro
Cambio di registro totale. Il padiglione è dedicato alla Shoah e agli Internati Militari Italiani, i militari catturati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943 e deportati nei lager del Reich. La ricostruzione centrale è una stazione ferroviaria con un treno merci d'epoca fermo al binario.
Dentro un vagone sono conservate masserizie appartenute agli ebrei rastrellati nel ghetto di Roma; sulle pareti compaiono i nomi dei deportati, e un altoparlante li ripete uno dopo l'altro. Un secondo vagone contiene i manichini con le divise a righe dei campi di concentramento. Non c'è musica, non c'è commento.
Su questo padiglione mi tengo una posizione netta, e la dico da professionista che accompagna gruppi: funziona, ma non è per tutti e non a qualsiasi età. Con una classe di quinta elementare va preparato prima e ripreso dopo; con un bambino di sei anni portato lì di passaggio, no. Il museo lo colloca nel percorso bellico anche per le scuole, e la scelta è coerente. La responsabilità di come ci si entra, però, resta di chi accompagna.

Da El Alamein a Messina e Salerno
Il padiglione ricostruisce l'ingresso dell'Italia nella Seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940, con la voce registrata di Mussolini e la mobilitazione dell'esercito, e prosegue con le campagne del Nordafrica e con gli sbarchi alleati in Sicilia e a Salerno. È la premessa necessaria a tutto il resto della fila destra: senza El Alamein e senza il 1943 italiano, i padiglioni di Anzio e di Cassino restano scene senza causa.
L'allestimento alterna il diorama dell'azione, con i mezzi in assetto di marcia sulla sabbia, alla ricostruzione della vita del soldato: la tenda, la razione, la lettera a casa. È una scelta che smorza la retorica, e la trovo giusta.
Lo Sbarco di Anzio raccontato al Museo di Piana delle Orme
Il padiglione che più di ogni altro giustifica la posizione geografica del museo. Lo sbarco alleato del 22 gennaio 1944, nome in codice Shingle, avvenne a una trentina di chilometri da qui, e la testa di ponte che ne seguì trasformò l'Agro Pontino appena bonificato in un campo di battaglia allagato.
La ricostruzione lavora sul doppio registro terra e mare: le operazioni di sbarco, i mezzi anfibi, la battaglia dei Rangers a Cisterna, e poi il rovescio civile della medaglia, gli sfollamenti, i rifugi, le famiglie che tornano nelle case bonificate dieci anni prima e le trovano distrutte. Una sezione è dedicata al caccia Curtiss P-40, il velivolo che il museo presenta come Skipper, il caccia venuto dal mare.
Se dovete scegliere un solo padiglione della fila bellica, scegliete questo, e visitatelo dopo essere passati dalla bonifica. L'ordine cambia il significato di quello che vedete: la stessa pianura, prosciugata a fatica in dieci anni, riallagata deliberatamente dai tedeschi come ostacolo difensivo pochi anni dopo. Chi vuole completare il quadro sul posto trova il Museo dello Sbarco di Anzio a pochi chilometri, e i cimiteri militari fra Anzio e Nettuno.
La Battaglia di Cassino
Il fronte più sanguinoso combattuto in Italia. Il padiglione ripercorre i mesi fra il gennaio e il maggio 1944 sulla linea Gustav, il sistema difensivo tedesco che tagliava la penisola da Gaeta a Ortona incardinandosi su Cassino e sulla valle del Liri, e il bombardamento dell'abbazia di Montecassino del 15 febbraio 1944, quando le formazioni alleate scaricarono sulla montagna centinaia di tonnellate di bombe.
La ricostruzione mette in scena anche la condizione della popolazione civile, che è la parte di quella vicenda che si racconta meno. Sulle quattro battaglie e sul bombardamento la storiografia discute da ottant'anni: le posizioni vanno da chi lo considera un errore tattico completo a chi, come lo storico Eric Morris, sostiene che il problema non fu il bombardamento in sé ma la totale mancanza di coordinamento fra l'attacco aereo e quello terrestre, che lasciò ai paracadutisti tedeschi il tempo di trasformare le macerie in una posizione ancora più difendibile. Il generale tedesco von Senger lo definì difficilmente comprensibile. Chi vuole vedere il luogo può salire fino all'abbazia di Montecassino, ricostruita dov'era e com'era.
Mezzi bellici, uso civile dei residuati e telecomunicazioni
Un padiglione raccoglie le attrezzature militari dei teatri di battaglia: mezzi da trasporto, artiglierie, mezzi anfibi, materiali del genio. Accanto, due sezioni che meritano più attenzione di quella che ricevono. La prima è dedicata all'uso civile dei residuati bellici, cioè a quello che gli italiani fecero, dal 1945 in poi, con i camion, le jeep, le taniche, le lamiere e i motori abbandonati dagli eserciti: il dopoguerra italiano è stato costruito anche riciclando la guerra, e nell'Agro Pontino questo è visibile più che altrove. La seconda è un laboratorio di storia delle telecomunicazioni, con radio, apparati di trasmissione e strumenti che coprono un secolo abbondante.
Il polo aeronavale del Museo di Piana delle Orme
Sezione più recente, dedicata ai mezzi aerei e navali, con materiali legati all'Aeronautica Militare e alla Guardia di Finanza. Fra i pezzi documentati come rari ci sono un pattugliatore marittimo Lockheed PV-2 Harpoon, che le fonti del museo indicano come unico esemplare in Europa, e la vedetta veloce V.4001 Drago.
Le esposizioni all'aperto e il mercatino
Fuori dai capannoni trovano posto i mezzi che dentro non ci starebbero: velivoli come il bimotore da trasporto C-119 e il caccia F-104, una locomotiva con il suo tender, e altri pezzi di dimensioni fuori scala. È la parte che i bambini fotografano di più e quella che regge meglio la luce del tardo pomeriggio.
Completa il complesso un mercatino permanente di circa millesettecento metri quadrati, con modernariato militare e civile. Non è un negozio di souvenir: è un mercato dell'usato d'epoca, e chi colleziona qualcosa farebbe bene a passarci prima di rimettersi in macchina.
I pezzi che hanno fatto la fama del Museo di Piana delle Orme
Lo Sherman DD detto Paperino
Il reperto più celebre del museo è un carro armato americano M4 Sherman nella versione DD, Duplex Drive, cioè modificata per il galleggiamento e lo sbarco anfibio: un carro che, gonfiato un telo perimetrale e messe in moto due eliche, poteva raggiungere la spiaggia dal mare. Ne furono costruiti circa seicentonovanta esemplari fra il 1943 e il 1944 e i superstiti al mondo sono pochissimi, tre secondo le fonti del museo, uno dei quali è questo.
La sua storia è una vicenda italiana esemplare. Individuato sul fondale del golfo di Salerno a ventiquattro metri di profondità da subacquei salernitani, fu riportato a galla per iniziativa e a spese di Mariano De Pasquale, che ne finanziò il recupero e poi il restauro: circa seimila ore di lavoro, con lo smontaggio integrale di ogni componente e la consulenza del Tank Museum di Bovington, in Inghilterra. Sulle date esatte del ritrovamento e del recupero le cronache locali non concordano, e conviene prendere per buono quello che il museo espone accanto al pezzo.
Poi è cominciata la parte giudiziaria. Lo Stato ha rivendicato la proprietà del mezzo in quanto bene di interesse storico e culturale, e un giudizio del Tribunale di Roma ha imposto al museo la restituzione, senza riconoscere alcun rimborso per il recupero e il restauro. La vicenda si è chiusa nel 2016 per via amministrativa: il Ministero dei beni culturali, sollecitato anche da una petizione sostenuta da numerosi comuni pontini, ha stabilito che il carro, pur restando di proprietà pubblica, potesse rimanere a Borgo Faiti, riconoscendo alla struttura la capacità di garantirne conservazione, tutela e fruizione. È un precedente interessante, e la prossima volta che sentite dire che i musei privati non fanno cultura, ripensate a seimila ore di officina.
Skipper, il caccia venuto dal mare
L'altro pezzo che vale il viaggio è un Curtiss P-40, modello L, esposto nelle condizioni in cui è stato recuperato dal mare, senza restauro cosmetico. Gli elenchi internazionali dei P-40 superstiti registrano l'esemplare conservato a Piana delle Orme con la matricola 42-10857. Le cronache locali collegano l'aereo a un ammaraggio del 1944 al largo di Capoportiere, sul litorale di Latina, e a un recupero avvenuto alla fine degli anni Novanta.
Vale la pena fermarsi davanti a questa carcassa più che davanti a un aereo lucidato. Un velivolo restaurato racconta come era; un velivolo tirato su dal fondo racconta che cosa è successo. Nell'ordine, la macchina, il mare, cinquant'anni, e un pilota che quel giorno ha avuto o non ha avuto fortuna.
La storia dietro i diorami: la bonifica dell'Agro Pontino
Metà del museo non si capisce senza questa storia, e conviene raccontarla con i numeri e senza aggettivi.
La pianura pontina è stata per secoli una zona paludosa e malarica, con insediamenti stabili quasi assenti; i tentativi di prosciugarla si contano a decine, dai Romani in poi, e il più consistente prima del Novecento è quello di papa Pio VI, con la Linea Pia scavata a partire dal 1777. Nessuno di questi interventi risolse il problema in modo duraturo, perché il nodo non era scavare canali ma mantenerli e sollevare meccanicamente acque che si trovano sotto il livello del mare.
La bonifica integrale degli anni Venti e Trenta affronta il problema su scala industriale. Nel 1931 il governo affida l'impresa all'Opera Nazionale Combattenti, guidata sul campo da Valentino Orsolini Cencelli. Le cifre di quella campagna, riprese dalle ricostruzioni giornalistiche più recenti, danno l'ordine di grandezza: diciotto grandi idrovore, circa sedicimilacentosessantacinque chilometri di canali costruiti o riattivati, milletrecentosessanta chilometri di strade aperte, tremilaquaranta case coloniche edificate, quattromilacinquecento pozzi perforati, per un totale intorno ai settantasettemila ettari bonificati nell'Agro Pontino. La manodopera arrivò in gran parte dal Veneto, dal Friuli e dall'Emilia: famiglie intere trasferite in una pianura che non conoscevano, assegnatarie di un podere e di un debito.
Sopra questa infrastruttura nascono le città di fondazione. Littoria, oggi Latina, vede la posa della prima pietra il 30 giugno 1932 e l'inaugurazione il 18 dicembre dello stesso anno; seguono Sabaudia nel 1934, Pontinia fra il 1934 e il 1935, e poi Aprilia e Pomezia. Attorno alle città si dispone la rete dei borghi rurali, e Borgo Faiti, dove sorge il museo, è uno di questi: costruito e inaugurato nel 1933 dall'Opera Nazionale Combattenti, aggregato al comune di Latina il 2 maggio 1935.
Come si legge oggi la bonifica: le letture storiografiche
Qui serve precisione, perché è materia su cui in Italia si discute ancora a voce alta. Che l'opera idraulica sia stata realizzata, che i canali funzionino tuttora e che la pianura sia abitabile grazie a quei lavori è un fatto verificabile uscendo dal museo e guardandosi intorno. Che l'operazione sia stata anche un'enorme macchina di propaganda è altrettanto documentato: le città nuove furono inaugurate davanti alle cineprese, la retorica della terra strappata alla palude accompagnò ogni fase, e il regime attribuì al proprio operato risultati complessivi che la ricerca ha successivamente ridimensionato.
Lo storico Francesco Filippi, per esempio, osserva che metà dei quattro milioni di ettari annunciati dalla propaganda derivava da progetti avviati in età liberale, prima del fascismo, e che un altro milione e quattrocentomila ettari restò sulla carta: la stima dei terreni effettivamente bonificati dal regime si aggira intorno ai seicentomila ettari a livello nazionale. È una correzione di scala, non una negazione dell'opera pontina, che resta uno dei cantieri meglio riusciti dell'intero programma.
Va aggiunto il costo umano, che i diorami accennano e le statistiche registrano: decine di migliaia di operai impiegati in un ambiente malarico, con condizioni di lavoro e sanitarie che oggi definiremmo inaccettabili, e la malaria debellata davvero solo nel dopoguerra, con le campagne di disinfestazione. Chi visita i due padiglioni della bonifica con questi elementi in mano vede una cosa diversa da chi li visita senza. Il museo mostra; il giudizio storico lo si porta da casa, e va portato.
Anzio e Cassino 1944: che cosa accadde a pochi chilometri da qui
L'operazione Shingle prese avvio il 22 gennaio 1944 sul litorale fra Anzio e Nettuno, con l'obiettivo di aggirare la linea Gustav e sbloccare il fronte di Cassino. Lo sbarco riuscì con sorpresa tattica quasi completa, ma il VI Corpo statunitense del generale John Lucas scelse di consolidare la testa di ponte invece di spingere subito verso l'interno; i tedeschi di Kesselring ebbero il tempo di far affluire riserve, e ne seguirono due mesi di combattimenti feroci, con la battaglia di Cisterna e la controffensiva tedesca Fischfang del febbraio.
La testa di ponte rimase per settimane larga una quindicina di chilometri e profonda una decina, interamente sotto osservazione e tiro dell'artiglieria tedesca. Le perdite complessive del primo mese si contano nell'ordine delle decine di migliaia fra morti, feriti, dispersi e prigionieri su entrambi i fronti. Churchill, che dello sbarco era stato uno dei promotori, coniò la battuta rimasta più famosa: contava di gettare sulla spiaggia un gatto selvatico e si era ritrovato con una balena arenata. Lucas fu sostituito da Truscott in febbraio.
Roma cadde soltanto in giugno, dopo l'operazione Diadem di maggio, che coordinò la spinta da Cassino e l'uscita dalla testa di ponte. Sulle scelte del generale Mark Clark, più interessato a entrare per primo nella capitale che a chiudere la sacca tedesca in ritirata, la discussione fra storici è tuttora aperta e piuttosto severa.
Per gli abitanti dell'Agro Pontino il conto fu doppio: i tedeschi allagarono deliberatamente vaste porzioni della pianura appena prosciugata per rallentare l'avanzata alleata, riportando la malaria dove era stata appena sconfitta. Le famiglie che dieci anni prima erano arrivate dal Veneto per prendere possesso di un podere si ritrovarono sfollate, e molti poderi tornarono sott'acqua. È il capitolo che tiene insieme le due file di padiglioni, ed è il motivo per cui questo museo, che a prima vista sembra due musei diversi, in realtà ne è uno solo.
Una curiosità su Museo di Piana delle Orme
Tutto è cominciato con un pagamento in natura. Mariano De Pasquale, nato in provincia di Messina nel 1938 e trapiantato nell'Agro Pontino come imprenditore floricolo, si vide offrire una jeep militare della Seconda guerra mondiale come corrispettivo per una fornitura di fiori. Accettò. Quel mezzo, entrato in un capannone agricolo per caso e per convenienza commerciale, fu il primo pezzo di quella che sarebbe diventata una delle raccolte private più grandi ed eterogenee d'Europa.
Da lì in avanti la collezione crebbe per trent'anni, con un criterio che non era quello dell'antiquario ma quello del recuperante: non il pezzo bello, il pezzo che stava per essere rottamato. Trattori destinati alla fonderia, carretti finiti in un fienile, radio militari da un mercatino, mezzi ripescati letteralmente dal fondo del mare. Nel 1997 la raccolta aveva raggiunto dimensioni tali da rendere inevitabile una sistemazione museale, e nacque Piana delle Orme.
La curiosità vera, però, è un'altra e riguarda il cinema. I mezzi del museo sono mantenuti funzionanti, e per questo motivo produzioni internazionali li hanno noleggiati a ripetizione. Il carro Sherman M4 della collezione compare nella scena finale de La vita è bella di Roberto Benigni, uscito nel 1997, e prima ancora ne Il paziente inglese di Anthony Minghella; lo si rivede in Malèna di Giuseppe Tornatore. Il pezzo che i visitatori italiani guardano distrattamente è, per i produttori di mezzo mondo, un fornitore abituale.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo di Piana delle Orme
Che l'ordine di visita non è un dettaglio, ed è il motivo per cui metà dei visitatori esce da qui con un'impressione sbagliata.
Chi entra e punta diritto ai carri armati, perché è per quelli che ha guidato un'ora, visita un museo di ferraglia militare: bello, imponente, ma piatto. Chi invece percorre prima la fila di sinistra, giocattoli, bonifica, mezzi agricoli, vita nei campi, e solo dopo attraversa la fila di destra, visita tutt'altra cosa: la storia di una pianura strappata all'acqua in dieci anni e riallagata dalla guerra in pochi mesi, con le stesse famiglie protagoniste in entrambe le metà. La disposizione su due file parallele, guerra a destra e pace a sinistra, esiste apposta. Quasi nessuno la usa come è stata pensata.
C'è un secondo elemento che non si legge quasi da nessuna parte: il tempo reale. Il museo, nel proprio materiale per le scuole, dichiara tre ore e mezza per il percorso generale condotto da una guida che tiene il passo. Un adulto curioso, da solo, nei padiglioni della bonifica e delle deportazioni ci resta il doppio. Chi arriva alle 14 in inverno, con ultimo ingresso alle 14 e chiusura alle 16, si gioca due terzi della collezione senza saperlo.
Terzo elemento, e riguarda i portafogli: essendo una struttura privata, il museo non partecipa alle iniziative statali di ingresso gratuito. Niente prima domenica del mese, niente agevolazioni ministeriali. L'unica leva reale è la tariffa famiglia, che a partire da due adulti e due bambini abbassa il conto in modo sensibile.
Il consiglio che ti do per visitare Museo di Piana delle Orme
Arrivate all'apertura, alle nove, e portatevi il pranzo.
Non è un consiglio da risparmiatori: è l'unico modo per fare le cose nell'ordine giusto senza correre. Quattro ore di padiglioni al mattino, con la testa fresca, valgono il doppio di quattro ore pomeridiane. E il museo ha un'attrezzatura per il picnic che pochi altri luoghi in provincia possono vantare: sessanta tavoli, sedici gazebo in legno con panche, griglie per il barbecue, un parco con alberi centenari e varietà di eucalipto che fanno un'ombra vera. Chi preferisce comprare sul posto trova un servizio di bar e paninoteca con panini caldi espressi.
Secondo consiglio, di merito: prendetevi una guida se venite in gruppo, e se venite da soli fatevi almeno mezz'ora di lettura preliminare sulla bonifica pontina. L'apparato didascalico dei diorami è essenziale per scelta espositiva; i padiglioni mostrano molto e spiegano poco. Con il contesto in testa, i due capannoni della bonifica diventano il pezzo migliore di tutto il museo. Senza, restano scenografie.
Terzo, sulle stagioni: evitate luglio e agosto nel primo pomeriggio. Questa è pianura bonificata, l'umidità è alta e buona parte degli spostamenti avviene all'aperto. Il periodo ideale va da marzo a maggio e da metà settembre a fine ottobre, con l'orario lungo e la chiusura alle 19 nei festivi.
Quarto, e vale come opinione secca: se avete un'ora sola, non venite. Questo non è un museo che si assaggia. Meglio rimandare a un giorno in cui potete restare fino alla chiusura, magari abbinando la mattina qui e il pomeriggio sul litorale, verso il Lido di Latina o dentro il Parco Nazionale del Circeo.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il museo sorge in un luogo che ha un nome antico e una citazione illustre, e quasi nessuno dei visitatori lo sa.
Borgo Faiti è una città di fondazione degli anni Trenta, inaugurata nel 1933 dall'Opera Nazionale Combattenti e aggregata al comune di Latina il 2 maggio 1935. Ma il toponimo che porta con sé viene da molto più lontano: il borgo nasce presso la località di Foro Appio, e Foro Appio è il Forum Appii dei Romani, stazione di posta sulla via Appia a circa quaranta miglia da Roma, punto di imbarco per il canale che attraversava la palude, luogo di sosta obbligata per chi scendeva verso Sud. L'insediamento antico si spopolò nell'alto medioevo e la località riprese consistenza solo alla fine del Settecento, con i lavori idraulici di Pio VI.
La citazione illustre è negli Atti degli Apostoli: Paolo di Tarso, condotto prigioniero verso Roma lungo l'Appia, fece tappa proprio a Forum Appii, dove ad attenderlo si mossero alcuni fratelli venuti dalla capitale. È uno dei pochissimi punti della geografia laziale nominati esplicitamente nel Nuovo Testamento.
Quindi, riassumendo la stratigrafia: sotto c'è una stazione di posta romana citata negli Atti; sopra ci sono i canali papali del Settecento; sopra ancora la bonifica degli anni Trenta con il suo borgo rurale; e dentro un capannone di quel borgo, la memoria della guerra che ha travolto tutto quanto. Quattro epoche in un chilometro quadrato. Il museo, involontariamente, è l'ultimo strato di questa sequenza.
La foto giusta da fare a Museo di Piana delle Orme
Le esposizioni all'aperto, nell'ultima ora prima della chiusura.
Dentro i padiglioni la fotografia è complicata: la luce è bassa e teatrale per scelta espositiva, i diorami sono studiati per essere attraversati e non inquadrati, e il flash rovina tutto, appiattisce le scene e disturba gli altri visitatori. Chi vuole portare a casa qualcosa di decente dagli interni lavori con sensibilità alta e mano ferma, e cerchi i dettagli invece degli insiemi: le mani di un manichino sull'attrezzo, i nomi sulle pareti del vagone, la targhetta di un trattore.
Fuori, invece, la partita è tutta diversa. I mezzi troppo grandi per stare al coperto, il bimotore da trasporto C-119, il caccia F-104, la locomotiva con il tender, sono immersi nella luce piena della pianura, e nel tardo pomeriggio, con il sole basso, i profili metallici contro il cielo pontino diventano il fotogramma migliore della giornata. La fotografia che consiglio è quella dal basso, quasi radente al terreno, con il muso del velivolo che taglia l'inquadratura in diagonale e la campagna sullo sfondo: dice in un colpo solo che cosa ci fa un aereo militare in mezzo ai campi.
Un avvertimento su una sola area. Nel padiglione della deportazione e dell'internamento si fotografa poco e con giudizio, o non si fotografa affatto. Non è una regola scritta sulla porta: è buona educazione, e vale in quel vagone come in qualsiasi altro luogo di memoria.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il fazzoletto di pianura su cui sorge il museo ha una densità di avvenimenti sproporzionata rispetto al suo aspetto attuale.
Nell'antichità, Forum Appii fu una delle stazioni di posta più frequentate della via Appia, con il traffico di merci e passeggeri che scendeva verso la Campania; da qui partiva il canale navigabile che attraversava la palude, e qui, secondo gli Atti degli Apostoli, transitò Paolo di Tarso diretto a Roma sotto scorta.
Nel 1777, sotto papa Pio VI, cominciarono i lavori della Linea Pia, l'ultimo grande tentativo preunitario di prosciugare le Paludi Pontine: il canale corre ancora oggi accanto alla via Appia, a poca distanza dal museo.
Fra il 1931 e il 1935 la pianura fu ridisegnata dalla bonifica integrale: il 30 giugno 1932 la posa della prima pietra di Littoria, il 18 dicembre dello stesso anno la sua inaugurazione, nel 1933 la fondazione e l'inaugurazione di Borgo Faiti, nel 1934 e nel 1935 Sabaudia e Pontinia. In pochi anni un territorio quasi disabitato si riempì di poderi, borghi, strade e canali.
Nel 1944 tutto questo diventò terreno di guerra. Dopo lo sbarco alleato del 22 gennaio ad Anzio e Nettuno, la pianura si trovò a ridosso della testa di ponte: le forze tedesche allagarono deliberatamente ampie porzioni dell'Agro appena bonificato per ostacolare l'avanzata, riportando l'acqua e la malaria in campagne prosciugate dieci anni prima, e la popolazione colonica venne sfollata.
Nel 1997 apre il museo, che di quella sequenza raccoglie i materiali. Nel 2006 muore Mariano De Pasquale, il fondatore. Nel 2016 si chiude la lunga contesa sul carro Sherman DD, con la decisione ministeriale che ne consente la permanenza a Borgo Faiti pur riconoscendone la proprietà pubblica. Sono avvenimenti di scala diversa, ma raccontano la stessa cosa: qui la storia non è un fondale, è il terreno.
Chi è passato da Museo di Piana delle Orme
Il visitatore che ha lasciato più tracce è il cinema, e non è una battuta.
Perché i mezzi della collezione sono mantenuti in ordine di marcia, il museo è diventato negli anni un fornitore abituale delle produzioni che hanno bisogno di materiale bellico autentico e funzionante. Il carro Sherman M4 della raccolta compare nella scena conclusiva de La vita è bella di Roberto Benigni, film del 1997; lo stesso mezzo è stato utilizzato ne Il paziente inglese di Anthony Minghella, in Malèna di Giuseppe Tornatore, e in altre produzioni italiane fra cui La guerra è finita e Lavorare con lentezza. Il fondatore De Pasquale era il nome a cui i produttori si rivolgevano quando serviva un veicolo militare in grado di muoversi davvero, e non un modello di scena.
Sono passate da qui, in senso proprio, generazioni di scolaresche: il museo lavora con classi dalla materna all'università e ha costruito su questo tre percorsi didattici distinti, con guide interne e materiali dedicati. Per moltissimi ragazzi del Lazio meridionale, la prima immagine concreta della deportazione e della bonifica è quella vista in questi capannoni.
Ci è passato, infine, lo Stato, nella forma meno prevedibile. La contesa sul carro Sherman DD ha portato la questione fino al ministero, e nel 2016 il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha firmato la decisione che riconosce alla struttura la capacità di garantire tutela, conservazione e fruizione del mezzo, lasciandolo a Borgo Faiti. Non è una visita illustre, ma è il riconoscimento più concreto che una collezione privata italiana possa ricevere.
Il Museo di Piana delle Orme con i bambini
Funziona, e funziona meglio di quasi tutti i musei romani, per una ragione tecnica: l'assenza di barriere. I diorami in scala uno a uno si attraversano, gli effetti sonori e le animazioni tengono viva l'attenzione, gli oggetti sono grandi e riconoscibili. Il padiglione dei giocattoli e quelli della vita nei campi sono ideali dai quattro anni in su; i trattori e i mezzi all'aperto reggono qualsiasi età.
Le aree esterne completano il quadro: prati, spazi per correre, sessanta tavoli e sedici gazebo dove pranzare all'ombra. Chi porta bambini piccoli faccia il conto sul tempo, però: i padiglioni sono sedici e le distanze fra un capannone e l'altro si sommano. Con un passeggino e un bambino di tre anni, mezza giornata è il massimo realistico.
La sezione sulla deportazione e sull'internamento merita una decisione consapevole. I contenuti sono espliciti, i nomi dei deportati vengono ripetuti da un altoparlante, i vagoni sono ricostruiti con oggetti autentici. Con i più piccoli si può saltare senza rimpianti; con i ragazzi delle medie, preparati prima, è una delle esperienze didattiche più forti disponibili nel Lazio.
Il Museo di Piana delle Orme per le scuole
L'offerta didattica è strutturata e ha un listino pubblico. Il percorso generale, disponibile da settembre a giugno, dura tre ore e mezza, tocca la bonifica pontina, i mezzi agricoli, la vita nei campi, i giocattoli d'epoca, il settore aeronavale, le deportazioni, i mezzi bellici e le tre grandi battaglie ricostruite, e costa 9 euro a studente, con guida a 40 euro per un massimo di trentacinque partecipanti.
Chi ha meno tempo sceglie uno dei due percorsi tematici, entrambi di due ore e mezza e a 6,50 euro a studente, con guida a 30 euro: il settore agricolo comprende bonifica, mezzi agricoli, vita nei campi, giocattoli e polo aeronavale; il settore bellico comprende deportazioni, polo aeronavale, mezzi bellici e battaglie. La prenotazione si effettua compilando il modulo scaricabile dal sito ufficiale oppure contattando la segreteria per telefono o per posta elettronica.
Un'osservazione da chi accompagna gruppi: il percorso generale in tre ore e mezza è un ritmo sostenuto. Con una classe delle superiori regge, con una quinta elementare va negoziato con la guida a monte, scegliendo che cosa approfondire e che cosa attraversare.
Servizi, aree esterne e accessibilità del Museo di Piana delle Orme
Il complesso comprende un parco con alberi centenari e diverse varietà di eucalipto, sessanta tavoli da picnic, sedici gazebo in legno con panche, griglie per il barbecue e un ampio prato che ospita eventi, mostre e giochi. La ristorazione interna è affidata a un servizio di bar e paninoteca con panini caldi espressi, carne, verdure e affettati; il mercatino permanente di modernariato occupa circa millesettecento metri quadrati.
Sull'accessibilità per le persone con disabilità motorie il materiale pubblico non entra nel dettaglio, quindi la cosa più sensata è una telefonata preventiva al numero del museo, anche perché il terreno alterna pavimentazioni interne e percorsi esterni su fondo naturale. Stesso discorso per gli animali domestici e per il deposito bagagli: sono informazioni che si ottengono in due minuti al telefono e che è meglio avere prima di caricare la macchina.
Che cosa vedere nei dintorni del Museo di Piana delle Orme
Il museo si abbina bene a una giornata intera in provincia di Latina, e le combinazioni sensate sono tre.
La prima è quella storica: mattina qui, pomeriggio sul litorale dello sbarco, fra Anzio e Nettuno, con la visita al Museo dello Sbarco. È l'itinerario che chiude il cerchio aperto dai padiglioni bellici.
La seconda è quella del paesaggio e dei borghi collinari: Sermoneta con il suo castello, Norma affacciata sulla pianura, il Giardino di Ninfa ai piedi dei Lepini, e più a nord Cori, dove si visita anche il Museo della Città e del Territorio. Dall'alto di Norma si vede a occhio nudo la geometria della bonifica raccontata nei padiglioni: è la migliore didascalia possibile.
La terza è quella del mare e della natura: il Parco Nazionale del Circeo, la spiaggia di Torre Paola a Sabaudia, il promontorio di San Felice Circeo e Terracina. Chi preferisce restare sulla storia può proseguire verso Priverno e i suoi musei civici.
Domande veloci su Museo di Piana delle Orme
Quanto costa il biglietto del Museo di Piana delle Orme?
Il biglietto intero costa 13 euro. Il ridotto junior, per la fascia dai 6 ai 14 anni, costa 9,50 euro; il ridotto over 65 costa undici euro. Con la tariffa famiglia, valida da due adulti e due bambini in su, l'adulto paga 12 euro e il bambino 8.
Quali sono gli orari del Museo di Piana delle Orme?
Dal 1 marzo al 31 ottobre: dal lunedì al venerdì 9-17, sabato, domenica e festivi 9-19. Dal 1 novembre al 28 febbraio: dal lunedì al venerdì 9-16, sabato, domenica e festivi 9-18.
A che ora è l'ultimo ingresso al Museo di Piana delle Orme?
Nel periodo marzo-ottobre l'ultimo ingresso è alle 15 nei feriali e alle 17 nei festivi. Nel periodo novembre-febbraio è alle 14 nei feriali e alle 16 nei festivi. È il dato pratico più importante da tenere presente.
Il Museo di Piana delle Orme chiude un giorno alla settimana?
Il calendario pubblicato dalla struttura non indica un giorno di chiusura settimanale. Per le festività particolari conviene una verifica telefonica prima di mettersi in viaggio.
Serve prenotare per visitare il Museo di Piana delle Orme?
Per i visitatori singoli no: si acquista il biglietto in cassa. La prenotazione è invece prevista per le scolaresche e per i gruppi, tramite modulo o contattando la segreteria.
Quanto dura la visita al Museo di Piana delle Orme?
Il percorso generale guidato dura tre ore e mezza secondo il programma didattico della struttura. Un visitatore singolo che si ferma a leggere e a guardare i diorami dovrebbe calcolare dalle quattro alle cinque ore.
Il Museo di Piana delle Orme è adatto ai bambini?
Molto. I diorami senza barriere, gli effetti sonori, i mezzi giganteschi e il padiglione dei giocattoli funzionano già dai quattro o cinque anni. Fa eccezione la sezione sulla deportazione e sull'internamento, da valutare in base all'età.
Quanti padiglioni ha il Museo di Piana delle Orme?
Sedici padiglioni da circa millecinquecento metri quadrati ciascuno, disposti su due file parallele, più le aree esterne. La superficie espositiva complessiva supera i trentamila metri quadrati.
Quanti reperti conserva il Museo di Piana delle Orme?
Le fonti della struttura indicano una collezione di circa cinquantamila pezzi, fra mezzi militari, macchine agricole, oggetti di vita quotidiana, giocattoli, radio, divise e materiali documentari.
Si possono fare fotografie al Museo di Piana delle Orme?
Sì, e le esposizioni all'aperto sono la parte fotograficamente più generosa. All'interno la luce è bassa per scelta espositiva. Nel padiglione della deportazione l'atteggiamento più corretto è la sobrietà, o l'astensione.
Il Museo di Piana delle Orme è accessibile in sedia a rotelle?
Il materiale pubblico non fornisce un quadro dettagliato sull'accessibilità. Trattandosi di un percorso che alterna interni e tratti esterni su fondo naturale, la strada più rapida è chiedere direttamente al museo al numero +39 0773 258708.
C'è un parcheggio al Museo di Piana delle Orme?
Sì, il complesso dispone di area di sosta interna. L'arrivo in automobile è di fatto l'unica modalità comoda, data la posizione in aperta campagna a Borgo Faiti.
Come si arriva al Museo di Piana delle Orme senza automobile?
È scomodo. La stazione ferroviaria di riferimento è Latina Scalo, sulla linea Roma-Napoli via Formia, e dallo scalo occorre comunque un mezzo su gomma per raggiungere Borgo Faiti. Chi non guida valuti un taxi o un noleggio.
Si può mangiare al Museo di Piana delle Orme?
Sì. C'è un servizio di bar e paninoteca con panini caldi espressi, ed è possibile pranzare al sacco nelle aree attrezzate: sessanta tavoli, sedici gazebo in legno e griglie per il barbecue.
Il Museo di Piana delle Orme è gratuito la prima domenica del mese?
No. È una struttura privata e non rientra nelle iniziative statali di ingresso gratuito. L'unica riduzione strutturale è la tariffa famiglia.
Che differenza c'è fra il Museo di Piana delle Orme e il Museo dello Sbarco di Anzio?
Il museo di Anzio è concentrato sull'operazione del gennaio 1944 e sui suoi documenti, in un edificio storico sul luogo dei fatti. Piana delle Orme è un parco tematico molto più esteso, che colloca lo sbarco dentro un racconto lungo cinquant'anni, dalla civiltà contadina alla ricostruzione. Sono complementari, e nella stessa giornata si visitano entrambi.
Chi ha fondato il Museo di Piana delle Orme?
Mariano De Pasquale, imprenditore floricolo nato nel 1938 e morto nel 2006, che raccolse la collezione in trent'anni di ricerche e aprì il museo nel 1997.
Che cos'è il carro armato Sherman del Museo di Piana delle Orme?
È un M4 Sherman in versione DD, cioè anfibia, recuperato dal fondale del golfo di Salerno e restaurato con circa seimila ore di lavoro. Ne restano pochissimi esemplari al mondo. Nel 2016 una decisione ministeriale ne ha consentito la permanenza al museo, pur restando di proprietà pubblica.
Quale aereo si vede al Museo di Piana delle Orme?
Il pezzo più noto è un Curtiss P-40L esposto nelle condizioni in cui è stato recuperato dal mare; gli elenchi internazionali dei P-40 superstiti lo registrano con la matricola 42-10857. All'aperto si vedono anche un bimotore C-119 e un caccia F-104, oltre ai mezzi del polo aeronavale.
Il Museo di Piana delle Orme ha un negozio?
Più di un negozio: un mercatino permanente di circa millesettecento metri quadrati con modernariato militare e civile, dove si trovano oggetti da collezione e non semplici souvenir.
Il Museo di Piana delle Orme organizza visite guidate?
Sì, ed è il servizio su cui è costruita l'offerta per le scuole e per i gruppi, con tariffe pubblicate: 40 euro per il percorso generale, 30 euro per i percorsi tematici. I singoli possono informarsi in biglietteria sulla disponibilità del giorno.
Quando conviene visitare il Museo di Piana delle Orme?
Da marzo a maggio e da metà settembre a fine ottobre, arrivando all'apertura. In estate il primo pomeriggio nella pianura pontina è pesante; in inverno l'orario ridotto e l'ultimo ingresso anticipato riducono troppo il tempo disponibile.
Il Museo di Piana delle Orme è adatto a chi non si interessa di storia militare?
Sì, e anzi metà della collezione non ha nulla di militare: giocattoli, trattori, artigianato contadino, bonifica, telecomunicazioni. Chi entra pensando a un museo di carri armati scopre in mezz'ora di essere in un museo del Novecento italiano.
Quanto tempo serve per vedere solo i padiglioni della bonifica al Museo di Piana delle Orme?
Sono due padiglioni articolati in molte sezioni: un'ora abbondante per una visita attenta, meno di quaranta minuti se si attraversa. Sono la parte che consiglio di non comprimere.
Il Museo di Piana delle Orme è al chiuso o all'aperto?
Entrambe le cose. I sedici padiglioni sono coperti, ma gli spostamenti fra l'uno e l'altro, le esposizioni dei mezzi maggiori, il parco e le aree picnic sono all'aperto. Scarpe comode e un occhio al meteo.
Si può visitare il Museo di Piana delle Orme con la pioggia?
Sì, la maggior parte del percorso è coperta. Si rinuncia alle esposizioni esterne e al pranzo sui tavoli del parco, ma i padiglioni restano perfettamente visitabili.
Un'ultima cosa, e la dico da chi porta gruppi in giro per il Lazio da anni. Piana delle Orme viene spesso liquidato come il posto dei carri armati, buono per i bambini e per gli appassionati di militaria. È una lettura pigra. Questo è il luogo che spiega meglio di qualsiasi altro nel Lazio come si costruisce un territorio e come lo si perde: una palude prosciugata in dieci anni con diciotto idrovore e migliaia di chilometri di canali, riempita di famiglie venute dal Nord, e riallagata dalla guerra in una stagione. Le due file di padiglioni raccontano esattamente questo, e vanno percorse in quest'ordine. Se avete una giornata sola da spendere in provincia di Latina, spendetela qui, arrivando alle nove.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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