Salita dei Borgia
Salita dei Borgia è la scalinata coperta che collega via Cavour con piazza San Pietro in Vincoli, nel cuore del rione Monti, a Roma. Si tratta di un passaggio urbano pubblico, gratuito, aperto a qualsiasi ora del giorno e della notte, senza biglietto, senza cancelli e senza orari: una rampa di gradini che parte dal marciapiede di via Cavour, sale verso il colle Oppio, passa sotto l’arco di un palazzetto antico e sbuca in via San Francesco di Paola, a pochi passi dalla basilica che custodisce il Mosè di Michelangelo. Chi la cerca sulle mappe la trova anche indicata come scalinata di via San Francesco di Paola, perché il tratto superiore della salita coincide con quella strada; i romani, invece, la chiamano da generazioni con un altro nome ancora, vicolo scellerato, e quel soprannome porta con sé una storia che vale la pena raccontare per intero. La fermata Cavour della metropolitana linea B si trova a meno di cento metri dai primi gradini, il Colosseo a pochi minuti a piedi in discesa, la Suburra antica tutto intorno. Chi organizza una giornata in questa zona farà bene a leggere anche le pagine dedicate alla Basilica di San Pietro in Vincoli, al Colosseo e alla Domus Aurea, perché la salita ha senso pieno soltanto dentro il percorso che la collega a questi luoghi.

Dove si trova Salita dei Borgia e come ci si arriva davvero
La geografia qui conta più di quanto sembri, perché Salita dei Borgia non è una strada che si percorre per caso: è un dislivello. Il rione Monti si sviluppa sulle pendici dei colli che gli danno il nome, e fra la quota bassa di via Cavour e la quota alta di piazza San Pietro in Vincoli ci sono diversi metri di scarto che qualcuno, in qualche momento della storia urbana della città , ha deciso di risolvere con una rampa di gradini invece che con una strada carrabile. Questo dettaglio spiega tutto il resto: la salita è stretta, ripida, in parte coperta, e per questo ha conservato un carattere che le strade rifatte intorno hanno perduto.
Il punto di partenza più comodo è la fermata Cavour della metropolitana linea B. Uscendo dalla stazione ci si trova direttamente su via Cavour, la grande arteria che sale da largo Corrado Ricci verso Santa Maria Maggiore; guardando verso l’alto, sul lato dei numeri dispari, si individua l’imbocco della scalinata fra due edifici. Non è segnalato con cartelli turistici e chi passa in macchina o in autobus lo supera senza accorgersene. Il primo gradino si trova a livello del marciapiede e da lì in poi si sale sempre.
A piedi dal Colosseo e dai Fori
Chi arriva dal Colosseo ha davanti una passeggiata breve e in leggera salita. Si imbocca via degli Annibaldi oppure si risale via Cavour dal largo che la collega a via dei Fori Imperiali: in entrambi i casi si tratta di dieci o dodici minuti di cammino, meno se il semaforo è favorevole. Il percorso attraversa un tratto di città molto trafficato, con marciapiedi non sempre generosi, quindi conviene tenersi sul lato interno. Arrivati all’altezza della scalinata il rumore cala di colpo, perché i gradini deviano rispetto all’asse della strada e l’arco funziona da tappo acustico.
A piedi da Termini e da Santa Maria Maggiore
Da Roma Termini si scende lungo via Cavour per circa un chilometro, passando davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore, che resta sulla sinistra in cima alla sua scalinata. Il tragitto richiede una ventina di minuti ed è tutto in discesa, quindi molto più riposante del percorso inverso. Chi fa questa strada arriva alla salita dall’alto della via, il che significa che la vedrà sulla destra: è facile superarla, conviene tenere d’occhio i civici e rallentare quando la facciata degli edifici si interrompe.
Dall’alto, cioè da piazza San Pietro in Vincoli
Il secondo accesso è quello superiore. Chi esce dalla basilica dopo avere visto il Mosè si ritrova in una piazza tranquilla, appoggiata al fianco della Facoltà di Ingegneria della Sapienza, e da lì imbocca via San Francesco di Paola in discesa. Dopo poche decine di metri la strada si stringe, il selciato lascia il posto ai gradini e si entra sotto l’arco. Questo senso di marcia è quello che consiglio a chi vuole capire il posto: dall’alto verso il basso il passaggio si apre progressivamente e via Cavour compare in fondo come una fessura di luce, mentre dal basso verso l’alto la scena si chiude e l’effetto è opposto, più teatrale ma meno leggibile.
Accessibilità : la questione da mettere in chiaro subito
Salita dei Borgia è una scalinata e non esiste alcun percorso alternativo che segua lo stesso tracciato. Chi si muove in sedia a rotelle, chi spinge un passeggino o chi ha difficoltà motorie deve mettere in conto un giro più lungo: da via Cavour si prosegue fino a via degli Annibaldi oppure si risale verso via Urbana e si raggiunge piazza San Pietro in Vincoli per strada carrabile. Il dislivello resta, ma senza gradini. Nessun ascensore, nessuna rampa, nessun corrimano continuo: il passaggio ha conservato la configurazione di sempre e questo, che è un pregio dal punto di vista del paesaggio urbano, risulta un limite concreto dal punto di vista dell’accesso.
Sosta, mezzi e orari
Parcheggiare qui non conviene a nessuno. Via Cavour ha corsia preferenziale, la sosta è regolamentata e l’intera area ricade nelle fasce a traffico limitato del centro storico, che cambiano orario a seconda della stagione e delle ordinanze comunali: chi arriva in automobile perde più tempo a cercare uno stallo di quanto ne impiegherebbe a piedi dalla metropolitana. Gli autobus che percorrono via Cavour fermano a poche decine di metri dall’imbocco. La scalinata, essendo strada pubblica, non chiude mai; l’illuminazione notturna esiste ma è debole sotto l’arco, e questo va tenuto presente per le ore serali.
Che cosa è davvero Salita dei Borgia: un passaggio, non un monumento
Qui conviene togliere subito un equivoco. Salita dei Borgia non è un sito archeologico recintato, non è un museo, non ha una biglietteria e non appartiene a un circuito di visita. È una strada di Roma, catalogata come tale, percorsa ogni giorno da residenti che tornano a casa con la spesa, da studenti della Facoltà di Ingegneria che scendono verso la metropolitana, da fattorini in bicicletta che se la caricano in spalla per tagliare. Questa è la prima cosa da capire, perché cambia radicalmente il modo in cui ha senso visitarla.
Il valore del posto non risiede in un oggetto da vedere ma in una condizione da attraversare: una rampa medievale sopravvissuta dentro un tessuto urbano rifatto due volte, prima dopo il 1870 con i grandi tagli stradali di Roma capitale, poi negli anni Venti e Trenta del Novecento con gli sventramenti che portarono all’apertura di via dei Fori Imperiali e alla distruzione di ampie porzioni di case popolari e vicoli del rione. Monti ha perso moltissimo in quei decenni. Salita dei Borgia è uno dei frammenti che si sono salvati, e si è salvata proprio perché era un dislivello scomodo, inutilizzabile per il traffico e quindi non interessante per chi tracciava le nuove arterie.
La struttura del passaggio, gradino per gradino
Salendo da via Cavour si incontra prima un tratto scoperto, con i gradini larghi e bassi, chiusi fra due muri; poi il passaggio entra sotto l’arco del palazzetto, dove la volta abbassa il cielo e la luce cala bruscamente; infine si esce di nuovo all’aperto e la rampa prosegue fino al piano di via San Francesco di Paola. Questa alternanza fra aperto, coperto e aperto è la ragione per cui il posto funziona visivamente: in pochi metri si attraversano tre condizioni di luce diverse, e chi sale si ritrova a cambiare pupilla due volte.
I gradini sono di pietra consumata, con la superficie resa liscia da secoli di calpestio e dalle piogge. In giornate umide il tratto sotto l’arco diventa scivoloso, perché non riceve sole e non asciuga: chi scende di corsa con scarpe lisce rischia sul serio. Il consiglio più banale vale quanto quelli complicati: scarpe con suola che tenga, e la mano libera.
Perché si chiama così
Il toponimo attuale, Salita dei Borgia, rimanda alla famiglia che diede alla Chiesa papa Callisto III e papa Alessandro VI, ovvero Rodrigo Borgia, e che nell’immaginario romano rappresenta l’idea stessa di potere spregiudicato del secondo Quattrocento. La tradizione vuole che i Borgia avessero una residenza in questa zona della Suburra e che il palazzetto sotto cui passa l’arco fosse legato a loro. Va detto con chiarezza fin da ora: questa associazione appartiene alla tradizione locale e alla letteratura aneddotica su Roma, non a una documentazione d’archivio che attesti la proprietà dell’edificio in capo alla famiglia. Il nome della strada tramanda una convinzione diffusa, non un atto notarile. Più avanti la questione viene ripresa con calma, perché è il punto più delicato di tutta la storia di questo luogo.
L’arco, il palazzetto e il balcone che tutti fotografano
Il protagonista visivo di Salita dei Borgia è l’edificio che scavalca la scalinata. Chi sale da via Cavour lo vede arrivare addosso: una muraglia scura, compatta, quasi priva di aperture nella parte bassa, bucata dall’arco che lascia passare i gradini. Sopra l’arco, in posizione dominante, si apre una loggia con tre finestre affiancate, di disegno elegante, che contrasta in modo netto con la durezza del muro sottostante. È quel contrasto a produrre l’effetto scenografico del posto, e a spiegare perché una semplice rampa di gradini sia finita su migliaia di cartoline.
La facciata principale dell’edificio, in parte coperta da un manto di edera che nelle stagioni buone arriva a nascondere metà della muratura, presenta elementi di epoche diverse sovrapposti: impianto di origine medievale, riprese e rifacimenti rinascimentali, aperture e cornici di gusto cinquecentesco. La lettura stratigrafica di una facciata romana è sempre un esercizio delicato, perché ogni secolo ha aggiunto, tolto, tamponato e riaperto; qui il risultato è un edificio che appare più antico di quanto la maggior parte dei suoi dettagli visibili suggerisca.
Il cosiddetto balcone di Vannozza
La loggia a tre finestre viene chiamata dalla tradizione popolare balcone di Vannozza, con riferimento a Vannozza Cattanei, la donna romana che fu compagna di Rodrigo Borgia prima che questi diventasse papa Alessandro VI e che gli diede i quattro figli più noti della famiglia: Giovanni, Cesare, Goffredo e Lucrezia. La denominazione circola da secoli e si è consolidata al punto che moltissime guide la riportano come se fosse un dato acquisito.
Sulle fonti disponibili la situazione è la seguente. Vannozza Cattanei nacque a Mantova il 13 luglio 1442 e morì a Roma il 26 novembre 1518, all’età di settantasei anni; gestì locande, fra cui una attività nota nella zona di Campo de’ Fiori, prestò denaro a interesse, abitò in diverse case romane, fra cui un palazzo in piazza Pizzo di Merlo ricevuto da Rodrigo Borgia e più tardi un’abitazione in piazza Branca con il terzo marito Carlo Canale, e fu sepolta nella basilica di Santa Maria del Popolo con esequie solenni volute dalla corte pontificia. La tradizione la collega ai soggiorni estivi della famiglia nella Suburra, in una residenza presso la quale esisterebbe ancora oggi la scalinata chiamata Salita dei Borgia. Questo è il punto in cui il legame fra la donna e il luogo risulta attestato dalla letteratura: come tradizione riferita, non come documento di proprietà .
Il nome di Raffaello e le attribuzioni che circolano
Un secondo livello di aneddotica attribuisce il disegno della loggia a Raffaello Sanzio. L’attribuzione compare in testi divulgativi e viene ripetuta dalle guide a voce, ma non risulta sostenuta da una documentazione che la regga: è il tipo di attribuzione che a Roma si è appiccicata a decine di finestre, cortili e portali, per la ragione semplice che un nome famoso rende più interessante un dettaglio architettonico anonimo. Chi racconta il posto in modo onesto dice che la loggia è bella, che il suo disegno appartiene a un gusto rinascimentale maturo, e che il nome del suo autore non risulta accertato. Lo stesso vale per l’attribuzione di versi a Lord Byron sul balcone di Vannozza, che compare in alcune ricostruzioni locali senza che ne venga mai indicato un riferimento puntuale e verificabile dentro l’opera del poeta.
Che cosa si vede davvero alzando gli occhi
Al di là delle attribuzioni, l’esperienza concreta è questa: fermandosi sotto l’arco e guardando verso l’alto si vedono la volta in muratura, i conci che la compongono, la traccia delle riprese successive, e più su lo spigolo dell’edificio con la loggia. In controluce il profilo si stacca netto sul cielo. Nelle giornate ventose l’edera si muove e il muro sembra respirare. Questi sono i dettagli che rimangono a chi si ferma, e nessuno di essi ha bisogno di una leggenda per funzionare.
Una curiosità su Salita dei Borgia
La curiosità più solida non riguarda i Borgia ma il nome che i romani usano per questa rampa quando parlano fra loro: vicolo scellerato. Il soprannome non nasce dal Quattrocento e neppure dalle vicende della famiglia valenzana; viene da molto più lontano, dalla Roma dei re, e traduce in dialetto un toponimo latino, vicus sceleratus, che le fonti antiche collegano a uno degli episodi più cupi della tradizione sulla fine della monarchia.
La vicenda è questa. Servio Tullio, sesto re di Roma, regnò secondo la cronologia tradizionale fra il 578 e il 535 avanti Cristo. Sua figlia Tullia, quella che le fonti chiamano Tullia Minore per distinguerla dalla sorella, sposò Lucio Tarquinio, che la storia avrebbe conosciuto come Tarquinio il Superbo. Tito Livio racconta nel primo libro dell’opera dedicata alla storia di Roma, ai capitoli quarantasette e quarantotto, che Tullia spinse il marito alla congiura contro il padre, che Tarquinio scaraventò il vecchio re giù dai gradini della Curia e che gli uomini di Tarquinio lo finirono per strada. Poi, mentre tornava a casa, Tullia ordinò al suo auriga di passare con il carro sul corpo del padre morente. Da quel momento la strada dove avvenne il fatto prese il nome di vicus sceleratus, la via del delitto. L’episodio è ripreso da Ovidio nel sesto libro dei Fasti e da Valerio Massimo nella raccolta di fatti e detti memorabili.
Il punto in cui la curiosità diventa ipotesi
La domanda successiva è ovvia: quella strada corrisponde a questi gradini? La risposta onesta è che si tratta di una identificazione topografica proposta, non di una certezza. Le ricostruzioni della viabilità antica in questo settore della città collegano il vicus Cyprius e il vicus Sceleratus, già vicus Urbius, lungo la direttrice che dalla valle sotto il Colosseo risaliva verso l’Esquilino passando per la Suburra; la letteratura che identifica il primo tratto della scalinata con il vicus Cyprius e il tratto superiore, quello di via San Francesco di Paola, con il vicus Sceleratus usa il condizionale proprio perché la sovrapposizione fra tracciato antico e tracciato attuale in quest’area risulta ricostruita per via indiziaria. Nel racconto liviano Tullia, giunta in cima al vicus Cyprius, piegò a destra nel clivus Urbius per salire sull’Esquilino: la direzione generale coincide con quella della salita odierna, la coincidenza puntuale metro per metro no.
Il nome popolare, dunque, conserva la memoria di un episodio della tradizione annalistica romana e la ancora a un luogo preciso che quella tradizione non individua con altrettanta precisione. È esattamente il modo in cui funziona la toponomastica di Roma da duemila anni, e questo lo rende un caso di studio più interessante di una attribuzione sicura.
La leggenda dell’assassinio e che cosa dicono davvero le fonti
Attorno a Salita dei Borgia circola da generazioni una storia di sangue. Nelle versioni che si sentono raccontare sul posto cambiano i dettagli ma lo schema resta: sotto questo arco, nel buio della volta, sarebbe stato commesso un omicidio riconducibile alla famiglia Borgia. In alcune varianti la vittima è Vannozza Cattanei, in altre uno dei figli, in altre ancora un personaggio senza nome eliminato per ordine del cardinale o del papa. Il racconto funziona perché il luogo lo asseconda: un passaggio stretto, coperto, buio anche a mezzogiorno, con un balcone signorile sopra la testa. Le leggende urbane nascono quasi sempre dall’architettura, non dagli archivi.
Qui però la verifica va fatta, e va fatta su ciascuna versione separatamente, perché i fatti documentati dicono altro.
Vannozza Cattanei non fu assassinata
Sulla morte di Vannozza Cattanei le fonti biografiche concordano: morì a Roma il 26 novembre 1518, a settantasei anni, dopo anni trascorsi in opere di carità e in una condizione di rispettabilità riconosciuta. Il suo funerale fu celebrato con una solennità paragonata a quella riservata a un cardinale, con la partecipazione della corte pontificia per volontà di papa Leone X, e fu sepolta nella basilica di Santa Maria del Popolo. Nessun elemento delle ricostruzioni biografiche disponibili parla di morte violenta. La leggenda dell’assassinio di Vannozza su questa scalinata, dunque, risulta priva di appoggio documentario e va raccontata per quello che è: aneddotica romana.
Giovanni Borgia fu ucciso, ma altrove
Una seconda versione, che compare spesso anche in forma scritta, colloca qui l’uccisione di Giovanni Borgia, duca di Gandia, il figlio maggiore di Rodrigo, attribuendola al fratello Cesare. I fatti accertati sono diversi e vanno ricordati con precisione. Giovanni Borgia fu assassinato nella notte del 14 giugno 1497. Secondo la testimonianza raccolta durante le indagini fu aggredito da cinque uomini e riportò nove ferite, una alla gola e le altre otto al capo, al corpo e alle gambe. Il corpo fu gettato nel Tevere nei pressi dell’ospedale di San Girolamo e venne ripescato dal fiume il 16 giugno. L’inchiesta voluta da Alessandro VI durò più di un anno e si chiuse senza risultati.
Quanto ai sospettati, le ipotesi contemporanee indicarono la famiglia Orsini, che aveva motivi di vendetta dopo la sconfitta militare subita, il cardinale Ascanio Sforza, poi assolto dallo stesso pontefice, e Giovanni Sforza. L’accusa contro Cesare Borgia comparve soltanto nove mesi dopo il delitto, e non a Roma ma a Venezia; la storiografia moderna la considera in larga maggioranza priva di fondamento. Il delitto resta irrisolto ed è considerato uno degli scandali più clamorosi dell’età dei Borgia.
Di conseguenza la frase che si legge in molte ricostruzioni divulgative, secondo cui su questi gradini Cesare avrebbe ucciso il fratello Giovanni, con l’eventuale complicità di Lucrezia esperta di veleni, non regge su nessuno dei tre punti: il luogo è sbagliato, l’autore non risulta accertato, e la fama di avvelenatrice di Lucrezia Borgia appartiene alla polemica politica del tempo e alla letteratura dell’Ottocento più che alla documentazione.
Perché la leggenda si è attaccata proprio qui
La spiegazione più probabile è quella architettonica. L’arco produce un ambiente oscuro e chiuso, il palazzetto sopra ostenta un potere signorile, il nome della strada richiama una famiglia che nell’immaginario collettivo è sinonimo di intrighi. Tre elementi che si sommano e generano una narrazione. A questo si aggiunge il fatto che il soprannome popolare di vicolo scellerato, nato per tutt’altra ragione e riferito a un episodio di sei secoli prima di Cristo, viene naturalmente riletto da chi non ne conosce l’origine come un riferimento a delitti rinascimentali. Due strati di memoria che si confondono e si rafforzano a vicenda.
Raccontare la leggenda resta legittimo, a patto di dichiararla tale. Chi accompagna visitatori su questa salita ha davanti un caso perfetto per spiegare come funziona la costruzione del mito urbano, e quella spiegazione risulta più interessante del delitto immaginario.

Una cosa che non ti dice nessuno su Salita dei Borgia
Nessuna guida lo scrive, ma Salita dei Borgia ha un problema di orario che non dipende dai cancelli, visto che cancelli non ce ne sono, bensì dal sole. Il passaggio è orientato in modo tale che per gran parte della giornata il tratto sotto l’arco riceve pochissima luce diretta, mentre la rampa inferiore e quella superiore si illuminano in momenti diversi. Il risultato è che chi capita qui nell’ora sbagliata vede una scalinata in penombra con una macchia bianca accecante in fondo, e va via convinto che il posto sia sopravvalutato.
La finestra utile è stretta. Nelle ore centrali, quando il sole è alto, la luce entra di taglio nella parte bassa e il contrasto con il sottarco diventa leggibile invece che bruciato; nel tardo pomeriggio la muratura si scalda di colore e l’edera prende toni caldi, ma la volta resta scura. Al mattino presto tutto è uniforme e piatto. Chi vuole vedere il posto al meglio dovrebbe mettere in conto di passarci due volte in momenti diversi, cosa che qui costa nulla perché il transito è libero.
Il secondo dettaglio che sfugge
La seconda cosa che quasi nessuno dice riguarda il rumore. Via Cavour è una delle arterie più trafficate del centro, con autobus, taxi e traffico privato in salita continua. Nei primi metri della scalinata il rumore è ancora pieno; dopo una decina di gradini crolla; sotto l’arco diventa quasi assente e riemerge dall’alto, filtrato, con i suoni della piazza in cima. In pochi secondi di cammino si attraversa un salto acustico che in altre parti di Roma richiede isolati interi. Chi si ferma a metà scalinata e chiude gli occhi per venti secondi capisce del posto più di quanto capirebbe leggendo dieci pagine di storia.
E il terzo, che riguarda i residenti
Questo è un passaggio di casa, non una attrazione. Ai lati della rampa si aprono portoni abitati, e ai piani alti ci sono finestre che affacciano direttamente sui gradini. Chi si accampa in mezzo alla scalinata con treppiede e attrezzatura, chi parla ad alta voce a tarda sera, chi occupa la larghezza utile per mezz’ora di scatti si trova di fatto dentro il pianerottolo di qualcun altro. Un minimo di misura, qui, conta più che altrove: la salita risulta stretta e chi la usa per andare a casa ha la precedenza morale su chi la usa per fotografarla.
Il consiglio che ti do per visitare Salita dei Borgia
Il consiglio principale è uno solo: non trattarla come una tappa a sé. Salita dei Borgia da sola vale cinque minuti; inserita in un percorso costruito bene vale mezza giornata di cammino fra i migliori in assoluto che il centro di Roma possa offrire a chi accetta di salire e scendere qualche dislivello.
Il percorso che consiglio, in ordine
Si parte in basso, alla fermata Cavour della metropolitana. Prima di salire conviene dedicare dieci minuti al tratto di via Cavour verso valle, fino all’innesto con via dei Fori Imperiali, per avere in testa la quota da cui si parte. Poi si torna indietro e si imbocca la scalinata dal basso: questo verso di percorrenza regala l’effetto scenografico pieno, con l’arco che si avvicina e il balcone che compare all’improvviso quando si alza lo sguardo. Arrivati in cima si entra nella Basilica di San Pietro in Vincoli, si dedica il tempo necessario al Mosè e alle catene, si esce e ci si siede qualche minuto in piazza. Da lì si prosegue verso il colle Oppio, si guarda dall’alto il Colosseo, si valuta se la visita alla Domus Aurea rientra nei tempi, e infine si scende verso i Mercati di Traiano oppure si rientra dentro Monti risalendo via Urbana. Il giro chiude su sé stesso senza mai ripetere una strada.
Che cosa portare e come vestirsi
Scarpe chiuse con suola che faccia presa: i gradini sono lisci e la parte coperta non asciuga mai del tutto. Acqua, perché su questo tratto non ci sono fontanelle immediate lungo la rampa anche se il rione ne ha diverse poco distanti. Niente treppiedi ingombranti se la giornata è affollata. Chi visita la basilica in cima deve tenere conto delle regole di abbigliamento valide in tutte le chiese romane, spalle e ginocchia coperte, quindi una sciarpa leggera in borsa risolve il problema nei mesi caldi senza costringere a giri a vuoto.
Il consiglio contrarian
La maggior parte dei visitatori percorre la salita dal basso verso l’alto perché arriva dalla metropolitana. Io suggerisco, almeno una volta, di fare il contrario: entrare in basilica appena apre, uscire, imboccare via San Francesco di Paola in discesa e scendere la scalinata con via Cavour che compare in fondo come una feritoia di luce e rumore. La discesa ha un vantaggio tecnico non banale, perché consente di vedere l’intradosso dell’arco frontalmente invece che di scorcio, e un vantaggio pratico, perché a quell’ora la rampa risulta quasi deserta.
San Pietro in Vincoli in cima alla salita: il Mosè e le catene
La scalinata ha un capolinea alto che da solo giustifica tutta la salita. La basilica di San Pietro in Vincoli si affaccia sull’omonima piazza, sul colle Oppio, con indirizzo in piazza di San Pietro in Vincoli 4a, a breve distanza dalla fermata Cavour della metropolitana e dal Colosseo. L’edificio fu ricostruito su fondazioni più antiche fra il 432 e il 440 proprio per accogliere una reliquia, ed è quella reliquia a dargli il nome.
Le catene
Secondo la tradizione si tratta delle catene che legarono l’apostolo Pietro durante la prigionia a Gerusalemme, donate a papa Leone I dall’imperatrice Eudossia. Oggi sono conservate in un reliquiario sotto l’altare maggiore e si possono vedere da vicino. Per secoli sono state il vero motivo di pellegrinaggio verso questa chiesa, e la scalinata che sale da valle ha avuto per lunghissimo tempo la funzione di collegamento fra la città bassa e il santuario in quota. Chi sale i gradini oggi per fare una fotografia ripercorre, senza saperlo, un itinerario devozionale antico.
Il Mosè di Michelangelo
La statua che ha reso celebre la basilica nel mondo intero fu completata nel 1515 e costituisce il fulcro del monumento funebre di papa Giulio II. Il Mosè michelangiolesco è rappresentato con le corna, dettaglio che nell’iconografia religiosa antica traduce l’idea di irradiazione divina e che deriva da una lettura del testo biblico consolidata nei secoli. La statua si trova nel transetto destro e va guardata con calma, possibilmente aspettando che il gruppo precedente si sposti: la posizione dell’osservatore cambia molto la percezione della torsione del corpo e dello sguardo.
Un altro sepolcro da notare
Sul lato sinistro dell’ingresso è sepolto Antonio del Pollaiolo, artista fiorentino a cui si deve, fra l’altro, l’aggiunta delle figure di Romolo e Remo al gruppo della Lupa Capitolina conservata oggi ai Musei Capitolini. È il genere di dettaglio che quasi tutti superano di corsa perché hanno fretta di arrivare al Mosè, e che invece collega questa chiesa a uno degli oggetti più identitari di Roma.
Regole pratiche per la visita
L’ingresso in basilica è gratuito. Gli orari di apertura cambiano nel corso dell’anno e prevedono la consueta chiusura di metà giornata tipica delle chiese romane, quindi vanno verificati prima di salire, anche perché la coincidenza fra chiusura della chiesa e arrivo in cima alla scalinata è una delusione evitabile. Le celebrazioni hanno la precedenza sulle visite. L’illuminazione del Mosè, in alcuni periodi, funziona a gettone o a offerta: qualche moneta in tasca cambia molto la resa della statua.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che il rione Monti corrisponde in gran parte all’area dell’antica Suburra, il quartiere popolare di Roma antica, densissimo, malfamato, pieno di insulae, botteghe, osterie e postriboli, quello che le fonti latine descrivono come il rovescio esatto della città monumentale dei Fori. Lo sanno in molti. Quello che viene citato molto meno è la conseguenza urbanistica di questo fatto, che si legge ancora oggi camminando qui.
La città bassa e la città alta
La Suburra occupava la valle fra il Viminale, il Quirinale e l’Esquilino; le residenze delle famiglie importanti stavano sulle alture. Fra le due condizioni esisteva un sistema di risalite, clivi e rampe, che collegava il livello popolare a quello signorile. Salita dei Borgia appartiene a quel sistema: è un residuo funzionale di una logica urbana antichissima, per cui chi saliva cambiava non soltanto quota ma anche condizione sociale del tessuto attraversato. Camminare su questi gradini significa attraversare in due minuti un confine che per secoli è stato reale.
Che cosa ha fatto il Novecento
Il rione Monti, che storicamente comprendeva l’Esquilino, il Viminale e porzioni del Quirinale e del Celio, ha subito nel Novecento trasformazioni radicali. Fra il 1924 e il 1936 ampie porzioni di vicoli e case popolari furono demolite per aprire via dei Fori Imperiali. Interi isolati scomparvero, con le loro strade, i loro cortili e le loro risalite. In questo contesto la sopravvivenza di una rampa come Salita dei Borgia assume un significato che va oltre il pittoresco: è uno dei pochi punti in cui la sezione verticale del rione antico si può ancora percorrere con i piedi invece che leggere su una pianta.
Il paradosso della via Cavour
C’è un ultimo elemento che quasi nessuno mette in fila. Via Cavour, l’arteria aperta nei grandi lavori urbanistici di Roma capitale per collegare la stazione Termini alla zona dei Fori, ha tagliato il rione in due e ha reciso la continuità fra la parte bassa e la parte alta. Nel farlo, però, ha creato il dislivello netto contro cui la scalinata si appoggia oggi, e le ha dato l’aspetto che tutti fotografano: una rampa che emerge dal fianco di una strada ottocentesca e sale verso un mondo più antico. Il taglio che ha cancellato molto è lo stesso che ha reso visibile questo frammento.
La foto giusta da fare a Salita dei Borgia
La fotografia qui è il motivo per cui molti arrivano, quindi vale la pena ragionarci con precisione invece che affidarsi al caso. Il soggetto è difficile: contrasto molto alto, spazio stretto, linee convergenti, e un elemento architettonico, la loggia, che si trova in alto e quindi obbliga a inclinare verso l’alto con tutte le deformazioni prospettiche che ne conseguono.
L’inquadratura classica
La posizione più usata è dal basso, in asse con la rampa, qualche gradino sopra l’imbocco di via Cavour. Il formato verticale funziona meglio dell’orizzontale perché contiene l’intera sequenza: gradini in primo piano, arco al centro, loggia in alto. Conviene arretrare quanto basta per non tagliare la base dell’arco e tenere l’apparecchio all’altezza del petto invece che degli occhi, così le verticali restano più docili. Un obiettivo grandangolare moderato rende più della focale fissa molto larga, che qui deforma i muri laterali in modo fastidioso.
L’inquadratura che consiglio davvero
Quella dall’alto, scendendo. Ci si posiziona sui gradini superiori, sopra l’arco, e si inquadra in discesa: l’arco diventa una cornice scura che incornicia il rettangolo luminoso di via Cavour in fondo. Il contrasto lavora a favore invece che contro, perché il buio della volta funziona da vignettatura naturale. Se in quel momento una persona sta percorrendo la rampa in salita, la sua silhouette controluce chiude la composizione. È la fotografia che racconta il posto per quello che è, un passaggio, invece che per quello che sembra, un monumento.
Luce e orari
Le ore centrali della giornata offrono il rapporto migliore fra luminosità della parte scoperta e leggibilità del sottarco. Le giornate leggermente velate rendono meglio del sole pieno, perché comprimono la gamma dinamica. Nelle giornate di cielo coperto il posto perde drammaticità ma guadagna dettaglio sulla muratura e sull’edera. Nelle stagioni in cui l’edera è folta la facciata cambia completamente aspetto: chi torna a distanza di mesi trova una scena diversa a parità di inquadratura.
Il dettaglio che quasi nessuno fotografa
L’intradosso dell’arco, cioè la superficie interna della volta vista da sotto, con la tessitura dei conci e le tracce dei rifacimenti. Basta puntare verso l’alto stando esattamente sotto il centro dell’arco. Serve una esposizione corretta sulle ombre e conviene appoggiare le spalle al muro per stabilizzare. Il risultato è un’immagine astratta e severa che nessuno riconosce a colpo d’occhio e che racconta l’età vera dell’edificio meglio della cartolina frontale.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Mettere in fila gli avvenimenti legati a questo tratto di città richiede una distinzione preliminare fra ciò che la tradizione colloca qui e ciò che risulta documentato. La distinzione viene mantenuta esplicitamente in ciascuna voce.
535 avanti Cristo, o giù di lì: la fine di Servio Tullio
La tradizione annalistica romana colloca in questa zona della città il delitto che chiude il regno di Servio Tullio, sesto re di Roma, la cui cronologia tradizionale va dal 578 al 535 avanti Cristo. Tarquinio il Superbo lo fece precipitare dai gradini della Curia e i suoi uomini lo uccisero per strada; Tullia Minore, figlia del re, passò con il carro sul corpo del padre morente risalendo verso l’Esquilino. Da quell’episodio la strada prese il nome di vicus sceleratus. Le fonti sono Tito Livio, primo libro, capitoli quarantasette e quarantotto, Ovidio nei Fasti e Valerio Massimo. La collocazione topografica esatta dell’episodio risulta discussa e la sovrapposizione con la scalinata odierna resta una ipotesi di ricostruzione, non un dato acquisito.
432 al 440 dopo Cristo: la basilica in cima
In quegli anni la chiesa che chiude in alto la salita venne ricostruita su fondazioni precedenti per accogliere le catene di San Pietro. È l’avvenimento che ha determinato per i quindici secoli successivi la funzione di questa risalita, trasformandola da collegamento di quartiere in percorso di pellegrinaggio.
Il Quattrocento dei Borgia
La tradizione collega la famiglia Borgia a una residenza in questa zona della Suburra, frequentata nei soggiorni estivi, e da quel legame deriva il toponimo attuale della salita. La documentazione che attesti la proprietà del palazzetto con l’arco in capo alla famiglia non risulta disponibile: il nome tramanda una tradizione consolidata. Nel 1497, il 14 giugno, Giovanni Borgia duca di Gandia fu assassinato a Roma e il suo corpo fu recuperato dal Tevere il 16 giugno nei pressi dell’ospedale di San Girolamo; l’inchiesta, durata oltre un anno, non portò a un colpevole. Il delitto non avvenne su questa scalinata, nonostante quanto racconti la vulgata.
1515: il Mosè
Michelangelo completa in quell’anno la statua destinata al monumento funebre di Giulio II, collocata nella basilica in cima alla salita. Da quel momento il flusso di visitatori verso questo punto della città cambia natura: non più soltanto devozione, ma anche pellegrinaggio artistico, e la rampa diventa uno degli accessi a quel pellegrinaggio.
1518: la morte di Vannozza Cattanei
Il 26 novembre 1518 muore a Roma, a settantasei anni, la donna il cui nome è legato dalla tradizione popolare alla loggia sopra l’arco. Fu sepolta a Santa Maria del Popolo con onori solenni. La sua morte non fu violenta, contrariamente a quanto sostiene la leggenda che circola sulla salita.
Dopo il 1870: la nascita di via Cavour
Con Roma capitale i piani urbanistici tagliano nuove arterie nel tessuto del rione. Via Cavour collega la stazione Termini all’area dei Fori e ridisegna completamente il fianco basso di Monti. La scalinata sopravvive come raccordo fra la quota nuova della strada e la quota antica del colle.
1924 al 1936: gli sventramenti
Ampie porzioni di vicoli e case popolari del rione vengono demolite per fare posto a via dei Fori Imperiali. Molto del tessuto minuto scompare. Salita dei Borgia rimane, e la sua sopravvivenza è il motivo per cui oggi risulta così fotografata: non perché sia unica in assoluto, ma perché le sono rimaste poche compagne.
Chi è passato da Salita dei Borgia
La domanda va posta in modo corretto, perché su una strada pubblica passano tutti e nessuno lascia firma. Quello che si può fare è elencare i nomi che la storia e la tradizione hanno legato a questo punto della città , dichiarando ogni volta di che tipo di legame si tratti.
Nomi legati al luogo dalla tradizione
Vannozza Cattanei e i Borgia. Il legame è di tradizione, radicato al punto da avere prodotto il toponimo ufficiale della strada e il nome popolare della loggia. Rodrigo Borgia, poi papa Alessandro VI, e i figli Giovanni, Cesare, Goffredo e Lucrezia appartengono a questo capitolo per via del nome, non per una presenza documentata sui gradini.
Tullia Minore, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Il legame è con la tradizione annalistica sul vicus sceleratus e passa attraverso una identificazione topografica proposta dagli studi sulla viabilità antica, non attraverso una attestazione diretta.
Nomi legati al luogo dai fatti
Michelangelo Buonarroti lavorò alla statua collocata nella basilica in cima alla salita, completata nel 1515: la sua opera è a una manciata di metri dal gradino più alto e ha determinato per cinque secoli il movimento di persone su questa risalita.
Papa Giulio II, il cui monumento funebre costituisce la ragione d’essere del Mosè, appartiene alla storia del luogo alto verso cui la scalinata conduce.
Papa Leone I e l’imperatrice Eudossia sono i protagonisti della vicenda della reliquia che ha dato nome e funzione alla basilica, e quindi alla salita che vi conduce da valle.
Antonio del Pollaiolo, sepolto sul lato sinistro dell’ingresso della basilica, chiude il gruppo dei nomi documentati: lo stesso artista che aggiunse Romolo e Remo alla Lupa Capitolina riposa a pochi passi dalla cima di questi gradini.
E poi tutti gli altri
Pellegrini diretti alle catene per quindici secoli. Abitanti della Suburra che salivano verso le case signorili in quota. Studenti della Facoltà di Ingegneria che da decenni scendono verso la metropolitana. Fotografi, cineoperatori, disegnatori. Residenti che rientrano con le buste della spesa e che conoscono a memoria quale gradino è più consumato. Chi cerca il fantasma di un Borgia sulla rampa trova invece la stratificazione di un uso quotidiano lungo duemila anni, e questa è la cosa più straordinaria che il posto abbia da offrire.
Quando andare a Salita dei Borgia e quando evitarla
Il passaggio è aperto sempre e gratuito sempre, quindi la domanda non riguarda orari di apertura ma condizioni di visita. E le condizioni cambiano parecchio.
La stagione
La primavera è il momento migliore: l’edera sulla facciata è nel pieno della vegetazione, la luce ha una inclinazione favorevole e il caldo non rende la salita faticosa. L’autunno funziona altrettanto bene e aggiunge il vantaggio della minore affluenza turistica in tutto il quadrante fra Colosseo e Monti. L’estate romana rende la rampa un forno nelle ore centrali, con l’eccezione del tratto sotto l’arco che resta l’unico punto fresco; chi visita in luglio o agosto dovrebbe spostarsi sul primo mattino o sul tardo pomeriggio. L’inverno offre la salita quasi deserta e una luce bassa interessante, ma i gradini bagnati richiedono attenzione.
L’ora del giorno
Prima mattina, fra l’apertura della basilica e l’arrivo dei primi gruppi: rampa libera, silenzio, luce ancora piatta. Ore centrali: luce migliore per la fotografia classica, presenza di visitatori moderata perché la maggior parte dei flussi turistici si concentra in basso, verso il Colosseo. Tardo pomeriggio: colori caldi sulla muratura, passaggio di residenti che rientrano. Sera: atmosfera suggestiva per chi cammina, condizioni difficili per chi fotografa, e comunque il buon senso di chi attraversa un passaggio stretto e poco illuminato in una grande città .
I giorni da evitare
I giorni in cui il Colosseo e l’area archeologica centrale hanno ingresso gratuito riversano su tutto il quadrante un numero di persone molto superiore alla media, e una parte di quel flusso risale verso San Pietro in Vincoli. Le domeniche di bel tempo primaverili hanno lo stesso effetto. Chi cerca la salita deserta scelga un giorno feriale, preferibilmente di mattina.
La pioggia
Con la pioggia i gradini diventano scivolosi e il tratto sotto l’arco raccoglie l’acqua che scende dalla rampa superiore. Il passaggio resta percorribile ma richiede cautela. C’è però un vantaggio da segnalare: con la pioggia la pietra bagnata riflette la luce e il sottarco assume una profondità che nelle giornate asciutte non ha. Chi non teme di bagnarsi trova in una giornata di pioggia leggera una delle versioni migliori del posto.
Cosa c’è intorno a Salita dei Borgia
Il vero valore della salita è la sua posizione. Nel raggio di un chilometro si concentra una densità di luoghi che in altre città basterebbe per un itinerario di più giorni.
Sopra e a fianco
La Basilica di San Pietro in Vincoli chiude la salita in alto ed è la tappa naturale. Poco oltre si apre il parco del colle Oppio, da cui si domina il Colosseo e sotto il quale si estende la Domus Aurea, la residenza neroniana visitabile con percorso guidato e prenotazione. Nella stessa area si trova l’Auditorium di Mecenate, uno dei luoghi meno frequentati e più affascinanti del settore.
In basso e verso i Fori
Scendendo la scalinata e proseguendo lungo via Cavour verso valle si arriva in pochi minuti al Colosseo, all’Arco di Costantino e all’accesso al Palatino. Poco più in là , lungo via dei Fori Imperiali, si incontrano i Mercati di Traiano con il Museo dei Fori Imperiali, e in cima alla salita del Campidoglio la piazza michelangiolesca del Campidoglio con i Musei Capitolini.
Dentro Monti
Alle spalle della salita comincia il rione vero: via Urbana, via dei Serpenti, piazza della Madonna dei Monti con la sua fontana, le botteghe artigiane e i locali che hanno reso il quartiere uno dei più frequentati della sera romana. Sullo stesso versante si trova la Basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, sotto la quale si conservano strutture antiche di grande interesse e che quasi nessun visitatore mette in programma.
Verso l’Esquilino
Risalendo via Cavour si arriva alla Basilica di Santa Maria Maggiore e, poco oltre, al Nuovo Mercato Esquilino, il mercato più internazionale della città , utile a chi vuole vedere una Roma diversa da quella delle cartoline. Proseguendo verso Termini si incontrano le Terme di Diocleziano e il Palazzo Massimo alle Terme, due sedi del Museo Nazionale Romano che valgono da sole una giornata.
Domande veloci su Salita dei Borgia
Salita dei Borgia si paga?
No. È una strada pubblica di Roma, l’accesso è libero e gratuito ventiquattro ore su ventiquattro, senza biglietto e senza prenotazione.
Dove si trova esattamente?
Nel rione Monti, fra via Cavour in basso e via San Francesco di Paola con piazza San Pietro in Vincoli in alto. La fermata Cavour della metropolitana linea B si trova a poche decine di metri dall’imbocco inferiore.
Quanto dura la visita?
Il transito richiede due minuti. Con una sosta per guardare l’arco e la loggia e per qualche fotografia si arriva a un quarto d’ora. Inserendo la basilica in cima si superano agevolmente le due ore.
È accessibile con sedia a rotelle o passeggino?
No. Si tratta di una scalinata senza rampe né ascensori. Chi non può affrontare i gradini deve raggiungere piazza San Pietro in Vincoli per strada carrabile, per esempio da via degli Annibaldi o da via Urbana.
Perché si chiama vicolo scellerato?
Il soprannome popolare traduce il latino vicus sceleratus, il nome che secondo la tradizione romana venne dato alla strada dove Tullia Minore passò con il carro sul corpo del padre Servio Tullio. L’identificazione fra quella strada antica e questa scalinata è una ricostruzione topografica proposta dagli studi, non una certezza.
I Borgia abitavano davvero qui?
La tradizione lo sostiene e il nome della strada la tramanda, ma non risulta disponibile una documentazione che attesti la proprietà del palazzetto con l’arco in capo alla famiglia. La prudenza impone di parlare di tradizione consolidata e non di fatto accertato.
È vero che qui fu commesso un omicidio dei Borgia?
No, in base a ciò che le fonti documentano. Vannozza Cattanei morì a Roma nel 1518 a settantasei anni e fu sepolta con onori a Santa Maria del Popolo. Giovanni Borgia fu assassinato nel giugno del 1497 e il suo corpo fu recuperato dal Tevere, non da questa scalinata; l’inchiesta si chiuse senza colpevoli e l’accusa a Cesare Borgia comparve mesi dopo, fuori Roma, ed è oggi in larga parte respinta dagli storici.
Il balcone fu disegnato da Raffaello?
L’attribuzione circola nella letteratura divulgativa ma non risulta sostenuta da documentazione. La loggia appartiene a un gusto rinascimentale maturo; il nome del progettista non risulta accertato.
Si può visitare il palazzo con l’arco?
No. Si tratta di un edificio privato con abitazioni; dall’esterno se ne vedono la facciata, l’arco e la loggia, e non esistono visite interne.
È sicura di sera?
La zona è centrale e frequentata, ma la rampa di sera risulta stretta, poco illuminata e con scarsa visibilità sotto l’arco. Valgono le normali accortezze che si adottano in qualsiasi passaggio urbano chiuso dopo il tramonto.
Il mio giudizio, dopo molte volte passate ad accompagnare persone su questi gradini, è che Salita dei Borgia sia uno dei posti di Roma in cui il rapporto fra quello che si vede e quello che si sa vale più che altrove. Chi arriva per la leggenda dei Borgia se ne va con una fotografia. Chi arriva sapendo che questa rampa collega la Suburra popolare alle alture signorili, che la tradizione ci colloca la fine di un re del sesto secolo avanti Cristo, che in cima riposa il Mosè di Michelangelo e che il nome della famiglia più chiacchierata del Rinascimento è appiccicato a un palazzetto di cui non si conosce il proprietario quattrocentesco, se ne va con Roma intera in due minuti di salita. Il passaggio costa zero e non chiude mai: in una città dove tutto ha un biglietto, è un lusso che vale la pena usare due volte nella stessa giornata, una salendo e una scendendo.
Domande frequenti su Salita dei Borgia
Quanto costa visitare Salita dei Borgia?
Salita dei Borgia non costa nulla, perché è una strada pubblica di Roma e non un sito a pagamento. L'accesso resta libero ventiquattro ore su ventiquattro, senza biglietto, senza prenotazione e senza cancelli. È percorsa ogni giorno da residenti e studenti come una normale rampa del rione Monti, non come un’attrazione con orari di apertura.
Come si arriva a Salita dei Borgia con i mezzi pubblici?
Il modo più comodo per raggiungere Salita dei Borgia è la metropolitana linea B, fermata Cavour, che si trova a poche decine di metri dall’imbocco inferiore della rampa. Da lì basta imboccare via Cavour e cercare l’attacco della scalinata per salire verso piazza San Pietro in Vincoli, il punto più alto del percorso.
Salita dei Borgia è davvero legata alla famiglia Borgia?
Il legame fra Salita dei Borgia e la famiglia Borgia è soprattutto leggendario, e le fonti non concordano sui dettagli. Si racconta di un omicidio compiuto sotto l’arco, con versioni diverse sulla vittima, ma il soprannome romanesco vicolo scellerato in realtà richiama il ben più antico toponimo latino vicus sceleratus, legato a una tradizione sulla Roma dei re.
Che cosa si vede a Salita dei Borgia?
A Salita dei Borgia il punto focale è l’edificio che scavalca la scalinata con un grande arco, sormontato da una loggia con tre finestre affiancate dal disegno elegante. Il contrasto fra la parte bassa, scura e compatta, e l’apertura luminosa della loggia in alto è ciò che rende il passaggio così fotografato.
Quando conviene fotografare Salita dei Borgia?
La luce a Salita dei Borgia è irregolare, perché il tratto sotto l’arco riceve pochissimo sole diretto per gran parte della giornata, mentre la rampa inferiore e quella superiore si illuminano in momenti diversi. Conviene quindi valutare l’orario in anticipo, invece di arrivare a caso e trovare l’arco in ombra piena mentre il resto è accecante.
Quanto tempo serve per visitare Salita dei Borgia?
Salita dei Borgia da sola richiede circa cinque minuti, essendo una rampa breve. Vale però molto di più se inserita in un percorso a piedi nel rione Monti che comprenda anche la basilica di San Pietro in Vincoli in cima e il colle Oppio, arrivando a occupare mezza giornata fra le camminate migliori del centro di Roma.
Cosa vedere vicino a Salita dei Borgia?
In cima a Salita dei Borgia si trova la basilica di San Pietro in Vincoli, in piazza omonima, che custodisce il Mosè di Michelangelo e le catene della reliquia a cui è dedicata. Poco oltre si apre il parco del colle Oppio, da cui si domina il Colosseo e sotto il quale si estende la Domus Aurea, la residenza neroniana.
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