Museo dell’Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo si trova in via Milano 76, 00184 Roma, rione Monti, sulle pendici sud occidentali del Viminale, a un centinaio di metri da via Nazionale. Non è un museo con biglietteria, tornelli e orario continuato: è lo spazio espositivo di un istituto di ricerca del Ministero della Cultura, e si visita su appuntamento concordato con l'istituto, telefono 06 482911, posta elettronica ic-pal@cultura.gov.it. Gli uffici lavorano dal lunedì al venerdì; sabato e domenica la sede è chiusa. La biblioteca specialistica, che occupa il piano alto della palazzina, si consulta anch'essa su prenotazione, scrivendo a ic-pal.biblioteca@cultura.gov.it. Ci si arriva con la metropolitana A, fermata Repubblica, oppure con la linea B, fermata Cavour, e con gli autobus 64, 70, 71, 117, 170 e H, fermata Nazionale/Palazzo Esposizioni: da lì si imbocca via Milano e si sale per duecento metri. Chi arriva da Termini a piedi impiega dodici minuti scarsi. Prima di partire conviene concordare data e ora con l'istituto, perché l'apertura dell'area espositiva dipende dalla disponibilità del personale scientifico e i calendari cambiano.
Se state costruendo un itinerario romano fuori dai circuiti abituali, questa guida si affianca alle altre pagine di attrazioni turistiche di Roma: il museo di via Milano 76 è uno dei pochi luoghi in Italia dove il libro viene studiato come un corpo, con le sue malattie e le sue terapie.
Che cos'è davvero il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Provate a spiegarlo a un gruppo davanti al cancello: qui non si conservano libri belli, si conservano libri malati. La collezione nasce nel 1938 dentro il Regio Istituto di patologia del libro, voluto da Alfonso Gallo, e da allora raccoglie la casistica dei danni al patrimonio librario e archivistico: volumi rosicchiati, carbonizzati, allagati, ammuffiti, corretti male, rilegati peggio. È un museo di anatomia patologica applicato alla carta, e la metafora medica non è un vezzo del narratore: è la parola che Gallo scelse per fondare una disciplina.
Il percorso si articola in tre sezioni: i materiali e le tecniche di manifattura dei documenti antichi e moderni; i danni e i molteplici fattori che li causano; la prevenzione e il restauro. A queste si aggiunge un locale attrezzato a laboratorio, dove si toccano con mano i materiali del restauro e si vedono documentari d'epoca e filmati recenti sugli interventi più impegnativi affrontati dai laboratori dell'istituto. L'allestimento attuale risale al 2001 ed è pensato per la didattica: le scolaresche sono, insieme agli studiosi, il pubblico storico di questo posto.
La mia opinione, dopo anni di gruppi accompagnati in giro per Roma: è uno dei tre o quattro musei romani che cambiano il modo in cui si guarda un oggetto quotidiano. Uscite di qui e non aprirete più un libro antico con la stessa disinvoltura. Vale più di molte gallerie affollate del centro, e nessuno lo sa.

Come si chiama oggi l'istituto che ospita il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Il nome ministeriale è cambiato più volte e conviene tenerlo a mente, perché sulle mappe e nelle guide circolano ancora tutte le versioni precedenti. L'ente fondato nel 1938 si chiamava Regio Istituto di patologia del libro; dopo la morte di Alfonso Gallo, nel 1952, gli venne intitolato. Nel 2007, con il D.P.R. 26 novembre 2007 n. 233, l'Istituto centrale di patologia del libro si fuse con il Centro di fotoriproduzione, legatoria e restauro degli Archivi di Stato, nato nel 1963 presso il Ministero dell'Interno, e il soggetto risultante prese il nome di Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario, sigla ICRCPAL. Con il D.P.C.M. 2 dicembre 2019 n. 169, articolo 33, la denominazione è diventata quella attuale: Istituto centrale per la patologia degli archivi e del libro, ICPAL. L'organizzazione interna è stata poi regolata dal D.M. 3 febbraio 2022 n. 46. È un ufficio dotato di autonomia speciale, con autonomia scientifica, finanziaria, organizzativa e contabile.
Il museo, invece, ha mantenuto il nome del fondatore: chi cerca il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo e chi cerca l'area espositiva dell'ICPAL cerca lo stesso indirizzo e lo stesso portone. Un consiglio pratico: quando scrivete per prenotare, citate entrambe le formule. Vi risponderanno prima.
Alfonso Gallo, l'uomo che inventò la patologia del libro
Alfonso Gallo nacque ad Aversa il 24 marzo 1890 e morì a Roma il 1 dicembre 1952. Si laureò in lettere a Napoli, dove seguì gli insegnamenti di Michelangelo Schipa e Giuseppe De Blasiis, e frequentò anche la facoltà di medicina fino al quinto anno senza arrivare alla laurea. È un dettaglio biografico che spiega tutto il resto: quando più tardi parlerà di malattie, diagnosi, terapia e profilassi applicate ai libri, non userà immagini letterarie, userà il lessico che aveva studiato sui banchi. Nel 1919 si perfezionò alla scuola di paleografia di Firenze con Luigi Schiaparelli.
La carriera si svolse fra scuola, biblioteche e università: insegnò negli istituti secondari dal 1919, divenne ispettore bibliografico nel 1926, tenne la cattedra di bibliografia e biblioteconomia a Roma fino al 1949, fu tra i fondatori dell'Associazione italiana biblioteche nel 1930 e guidò l'Ente nazionale per le biblioteche popolari e scolastiche. Nel 1929 riuscì a creare un piccolo laboratorio presso l'abbazia di Grottaferrata, dotato di mezzi tecnici modesti: è il prototipo, in scala minima, di quello che sarebbe diventato l'istituto romano.
All'inizio del 1938 Gallo presentò il progetto a Giuseppe Bottai, allora ministro dell'Educazione nazionale, che lo approvò. Fu lo stesso Gallo a redigere i testi del regio decreto 23 giugno 1938 n. 1038 e del regio decreto 13 settembre 1940 n. 1444, che istituivano l'Istituto di patologia del libro. Diresse l'ente fino alla morte. Pubblicò due libri che restano il fondamento della disciplina in italiano: Le malattie del libro, le cure ed i restauri, uscito a Milano nel 1935, e Patologia e terapia del libro, a Roma nel 1951. L'attività dell'istituto venne documentata anno per anno nelle relazioni pubblicate su Accademie e biblioteche d'Italia e sul nuovo Bollettino dell'Istituto di patologia del libro. Fu chiamato a tenere conferenze in Svizzera nel 1948 e nel 1952, in Spagna nel 1950, in Belgio nel 1951.
Un giudizio personale, che non troverete sulle targhe: Gallo è uno dei pochissimi funzionari della cultura italiana del Novecento ad avere inventato una disciplina invece di limitarsi ad amministrarla. Il fatto che il suo nome sia noto a qualche centinaio di specialisti e a nessun altro è una piccola ingiustizia romana.
Perché il libro si ammala: la disciplina nata in via Milano
La patologia del libro nasce da una constatazione elementare e scomoda. Un libro è un oggetto composito: cellulosa, colle, gelatine, allume, pelli conciate, filo di canapa, cartone, metalli, pigmenti, leganti. Ognuno di questi materiali invecchia con tempi propri e reagisce con i vicini. Un volume del Cinquecento e un tascabile del 1965 si degradano in modi diversi, e per motivi diversi. L'idea di Gallo fu di studiare il libro nella sua materialità con gli strumenti delle scienze naturali, chiamando chimici, biologi e fisici a lavorare accanto ai bibliotecari, e di trattare il restauro come una terapia da prescrivere dopo una diagnosi, non come un mestiere di bottega tramandato a occhio.
La diagnostica moderna dell'istituto conferma quell'impostazione. Il Laboratorio di biologia, per esempio, è diviso in due sezioni, microbiologia ed entomologia, e identifica funghi filamentosi, batteri e insetti con metodi colturali classici, analisi biochimiche e molecolari, microscopia elettronica a scansione, metabarcoding e metagenomica. Dall'altra parte del corridoio, chimici e fisici misurano il pH della carta, riconoscono gli inchiostri, valutano l'effetto della luce. Il museo è la vetrina didattica di questo lavoro: quello che si vede nelle bacheche è la casistica clinica accumulata in ottantacinque anni.
La sede del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: un giardino con una torre dentro
L'area occupata dall'istituto ha una stratigrafia urbana notevole. In età romana, dalla repubblica al tardo impero, qui si sviluppò un quartiere con edifici pubblici, il Lavacrum Agrippinae e le Thermae Olimpiadis, abitazioni private e ricche dimore patrizie, abbandonate fra il V e il VI secolo, quando la zona compresa fra Viminale ed Esquilino venne ridisegnata dalle nuove basiliche, a cominciare da Santa Maria Maggiore.
Nella pianta di Roma incisa da Giovanni Battista Nolli nel 1748 l'area risulta appartenere alle monache clarisse di San Lorenzo in Panisperna, con il convento e la chiesa. Dopo il 20 settembre 1870 e il trasferimento della capitale, il progetto di Quintino Sella destinò il Viminale al grande Orto Botanico di Roma e agli istituti scientifici e medici dell'Università La Sapienza: lo Stato espropriò chiesa e monastero nel 1873, sul colle vennero impiantate specie esotiche e rare e sorsero le nuove sedi degli istituti di Fisica e di Botanica. Poi il Comune decise l'apertura di via Palermo e di via Milano, che tagliò in due la zona, e nel 1883 l'Orto Botanico venne trasferito nella sede attuale di Villa Corsini alla Lungara. Nel 1913 cominciarono i lavori per il Ministero dell'Interno sul Viminale. Nel 1938 gli istituti scientifici traslocarono definitivamente alla Città Universitaria e l'area dell'Istituto di Botanica e dell'Istituto di Istologia e Fisiologia venne assegnata al Regio istituto di patologia del libro.
Ne consegue una cosa che i visitatori non si aspettano: la palazzina principale dell'ICPAL è l'edificio che ospitò l'Istituto di Botanica, e il giardino che la circonda conserva le tracce dell'Orto Botanico ottocentesco. Sopravvivono piante rarissime, l'Aghatis e l'Araucaria, entrambe originarie dell'Australia, e la Phytolacca, originaria del Brasile e dell'Argentina, presente in uno dei pochi esemplari importati dal principe Ladislao Odescalchi, botanico appassionato, di ritorno da un viaggio in Sudamerica.
E poi c'è la torre. Nel giardino si erge una piccola torre detta dei Capocci, già segnata nella pianta del Nolli, costruita probabilmente per la guardia e la difesa. Un documento dell'Archivio Vaticano, nei Registri delle suppliche, volume 1116, carta 95, anno 1501, riferisce che la torre venne portata in dote alle monache di San Lorenzo, insieme agli orti circostanti, da una giovane della famiglia Capocci: di lì il nome. In tempi più vicini a noi, dentro la torre hanno funzionato un'officina tipografica e una cartiera ricostruita su modelli medievali. Tenetelo a mente: in un giardino del Viminale, dentro una torre del Quattrocento, si è fabbricata carta a mano come nel Duecento.
Il percorso del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo, vetrina per vetrina
L'allestimento del 2001 organizza il racconto in una sequenza di pannelli introduttivi e di vetrine numerate. Le descrivo tutte, perché è l'unico modo di rendere l'idea di che cosa si vede: non ci sono capolavori da fotografare, ci sono sessanta dimostrazioni consecutive. Chi entra pensando di cavarsela in venti minuti sbaglia il calcolo.
I pannelli introduttivi del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Il primo pannello presenta l'Istituto centrale di patologia del libro: che cosa è, quando nasce, quali competenze riunisce. Il secondo illustra le attività dell'istituto, cioè restauro, conservazione, ricerca, consulenza, prevenzione, formazione, cooperazione internazionale e informazione scientifica. Il terzo pannello riguarda il museo in quanto tale, la sua funzione didattica e il criterio con cui gli oggetti sono stati scelti. Il quarto ricostruisce la storia del museo, dalla raccolta iniziale del 1938 all'allestimento attuale. Sono quattro pannelli che molti visitatori scorrono in fretta per arrivare alle bacheche: sbagliano, perché senza quella cornice le vetrine successive sembrano una collezione di stranezze invece di un discorso.
Vetrine 5, 6 e 7 del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: anatomia, materiali e nomenclatura
La vetrina 5, Anatomia del libro, smonta il volume nelle sue parti: fascicoli, carte, cuciture, capitelli, dorso, piatti, unghiature, controguardie. La vetrina 6, I materiali del libro, mette in fila le sostanze di cui il libro è fatto: fibre vegetali, pelli animali, colle, filati, metalli. La vetrina 7, Nomenclatura del libro, insegna a chiamare le cose con il loro nome, che nel restauro non è pedanteria ma condizione di lavoro: chi non sa distinguere una brachetta da un tassello non può descrivere un danno né documentare un intervento. Queste tre bacheche sono la grammatica del museo. Consiglio di leggerle con calma, altrimenti le sessanta vetrine successive diventano un elenco.
Vetrine 8, 9 e 10: il viaggio della carta e i cenci
La vetrina 8, Viaggio della carta, racconta il percorso della carta dall'invenzione cinese fino alla nascita della manifattura di Fabriano, passando per il mondo arabo e la Spagna. La vetrina 9, Dai cenci alla carta, spiega la fabbricazione: stracci di lino e canapa macerati, sfibrati, ridotti in poltiglia e raccolti a mano con la forma. La vetrina 10, Il foglio di carta, mostra il risultato, con vergelle e filoni impressi dalla tela metallica.
Vale la pena sapere che cosa accadde a Fabriano, perché il museo lo dà per acquisito. Nel 1264 è attestato nella valle dell'Esino il commercio di carta bambagina. I mastri cartai fabrianesi introdussero tre innovazioni che cambiarono la storia del libro europeo: la pila idraulica a magli multipli, adattamento della macchina per la lavorazione della lana, che sostituì la battitura manuale araba; la collatura con gelatina animale, ricavata dagli scarti delle concerie locali, al posto della colla di amido; e la filigrana. La seconda innovazione ebbe un effetto giuridico: la carta collata a gelatina era abbastanza resistente da far cadere la diffidenza che nel 1231 aveva spinto Federico II a vietarne l'uso per gli atti pubblici.
Vetrina 11: la filigrana e la contromarca
La vetrina 11 è dedicata alla filigrana, dalla sua invenzione fino alla contromarca, un marchio simile alla filigrana ma diverso per dimensione del disegno o per l'uso di lettere al posto della figura. La filigrana è il signum che si vede guardando il foglio in controluce, ottenuto cucendo un filo metallico sagomato sulla forma: appare nell'ultimo decennio del Duecento e serve a marcare la produzione di una cartiera. I più antichi segni fabrianesi documentati risalgono al 1293 e provengono dall'archivio storico comunale: una croce greca, il simbolo dell'infinito, le lettere I e O.
Per chi studia manoscritti e incunaboli la filigrana è uno strumento di datazione formidabile: identificando il segno si restringe l'arco cronologico di un foglio anche a pochi anni. Non è un dettaglio da eruditi. È il motivo per cui l'istituto ha costruito, nel tempo, una delle raccolte italiane di carte filigranate più importanti.
Vetrine 12 e 13: le carte del nostro tempo e il Progetto carta
La vetrina 12, Carte del nostro tempo, affronta la carta industriale: quella che ha reso il libro accessibile a tutti e che, per una beffa della chimica, dura meno di quella fabbricata a mano cinque secoli fa. La vetrina 13, dedicata al Progetto carta, espone l'analisi condotta su oltre milleseicento fogli di libri del Quindicesimo secolo per studiarne l'evoluzione: composizione, spessore, collatura, comportamento nel tempo. È il tipo di ricerca seriale che fa la differenza fra un'opinione e un dato.
Se dovessi indicare la vetrina più istruttiva del museo per un lettore contemporaneo, indicherei queste due. Un incunabolo del 1470 su carta di stracci è spesso in condizioni migliori di un romanzo del 1955 su carta di pasta di legno. La modernità, in biblioteca, invecchia peggio.

Vetrina 14 del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: prima della carta, dalle tavolette al papiro
La vetrina 14 espone i materiali scrittori che precedono la carta: le tavolette del mondo greco e latino, cerate e non, il papiro egizio, gli stili e gli altri strumenti con cui si scriveva. Il papiro si ricava dal midollo del Cyperus papyrus, tagliato in strisce sovrapposte in due strati incrociati e pressate: la linfa stessa fa da collante. È leggero, si arrotola, si scrive bene su un lato solo, e in clima secco dura millenni; in clima umido, come quello italiano, si sfalda. Le tavolette cerate servivano per gli appunti e i conti, si cancellavano con il rovescio dello stilo e si riusavano: il quaderno di scuola dell'antichità.
Vetrina 15: il formato dei fogli
La vetrina 15 spiega una faccenda che sembra tecnica e invece decide l'aspetto di ogni libro antico: il formato. Il foglio prodotto in cartiera veniva piegato una volta per ottenere il folio, due per il quarto, tre per l'ottavo, e così via. Il formato determina la disposizione delle filigrane, la direzione delle vergelle, il numero delle carte per fascicolo e, in ultima analisi, il prezzo del libro e il suo pubblico. I bibliografi lo usano da secoli per riconoscere le contraffazioni.
Vetrine 16 e 17: la pergamena, la pelle e la calce
La vetrina 16 è dedicata alla pergamena e la 17 al rapporto fra pelle e pergamena. La pergamena si ottiene da pelli di pecora, capra, vitello, non conciate ma depilate in bagno di calce, tese sul telaio, raschiate con la lunetta e assottigliate fino alla trasparenza. Il nome viene da Pergamo, e la tradizione antica, riferita da Plinio, lega la sua diffusione alla rivalità fra la biblioteca di Pergamo e quella di Alessandria. La pergamena è il supporto del codice medievale europeo: reagisce all'umidità imbarcandosi, si contrae con il calore, ospita volentieri i funghi, ma se conservata bene sopravvive di gran lunga alla carta.
Il museo mostra anche la faccia meno nobile della questione: la pergamena è pelle, e la pelle è un materiale organico che i biologi dell'istituto studiano come studierebbero un tessuto. Davanti a queste due vetrine spiego sempre la stessa cosa ai gruppi: un codice miniato è, dal punto di vista materiale, un animale morto sul quale qualcuno ha dipinto.
Vetrina 18 del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: inchiostri e pigmenti
La vetrina 18 espone i pigmenti impiegati per fabbricare gli inchiostri, tra cui il nerofumo, e i leganti che assicurano l'adesione dell'inchiostro al supporto, tra cui la gomma arabica e la gomma adragante. È una delle bacheche più importanti del museo, perché introduce il grande colpevole del degrado dei manoscritti europei: l'inchiostro ferrogallico, ottenuto da noce di galla, solfato ferroso e legante. Bellissimo, stabile, indelebile, e acido: nei casi peggiori corrode la carta fino a bucarla lungo il tracciato della scrittura, e il testo si legge in negativo, come un merletto.
Vetrine 19 e 20: la nascita della stampa e la diffusione del libro
La vetrina 19 racconta la nascita della stampa a caratteri mobili e la vetrina 20 la diffusione del libro stampato. Per Roma vale la pena ricordare un fatto che riguarda direttamente questa città: la stampa arrivò in Italia nel 1465 a Subiaco, nel monastero di Santa Scolastica, con i tedeschi Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz, che tre anni dopo si trasferirono a Roma, in casa dei Massimo. Roma fu quindi, con Venezia, uno dei primi grandi centri tipografici della penisola. Il museo non racconta questa vicenda in dettaglio, ma le due vetrine servono a inquadrare il passaggio dal libro copiato al libro moltiplicato, e con esso il cambio di scala del problema conservativo: quando i libri diventano migliaia, i danni diventano un fenomeno statistico.
Vetrine 21, 22 e 23: la confezione del codice, i fermagli e le assi
La vetrina 21 mostra la confezione del codice, cioè come si passa dai fascicoli sciolti al volume cucito. La 22 espone fermagli, borchie e cantonali; la 23 le assi. Le due bacheche presentano elementi che proteggono la legatura e insieme la decorano: le borchie tengono il piatto sollevato dal ripiano quando il libro giace disteso, i cantonali salvano gli angoli, i fermagli chiudono il volume e impediscono alla pergamena di imbarcarsi. Le assi di legno sono i piatti veri e propri dei codici medievali, quercia o faggio, rivestiti di cuoio.
Chi ha in mente la biblioteca come un luogo di libri in piedi sugli scaffali deve rifare il quadro: fino al Cinquecento i volumi giacevano orizzontali, spesso incatenati al banco, e tutta la ferramenta esposta in queste vetrine serviva a proteggerli in quella posizione.
Vetrine 24, 25 e 26: pelli, cuoi e coperte decorate
La vetrina 24 è dedicata a pelli e cuoi, la 25 alla confezione del libro, la 26 alle coperte decorate. Si vedono le tecniche di decorazione della coperta: impressioni a secco con ferri e rotelle, dorature con foglia d'oro, mosaici di cuoio, marmorizzazioni. La legatura è la parte del libro che più spesso viene sacrificata dai restauri disinvolti, ed è invece quella che porta le informazioni più preziose sulla circolazione dell'esemplare: chi lo possedeva, dove venne rilegato, quando venne rimaneggiato.
Vetrine 27 e 28: la legatura nei secoli e il censimento delle legature medievali
Le vetrine 27 e 28 mostrano l'evoluzione della decorazione delle copertine e delle tecniche di cucitura dei fascicoli, e documentano il censimento delle legature medievali, uno dei lavori di ricerca a lungo termine dell'istituto. Il censimento serve a costruire una tipologia: nervi in pelle allumata o in corda, cuciture a catenella, capitelli su anima, indorsature. Da questi dettagli un legatore esperto ricava luogo e periodo con un margine di errore di qualche decennio.
Il mio consiglio davanti a queste bacheche: guardate il dorso, non il piatto. Il piatto è la faccia pubblica, il dorso è la cartella clinica.
I nemici del libro nelle vetrine del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Dalla vetrina 29 alla 40 si entra nella parte clinica della collezione: i danni provocati da funghi, insetti, altri animali, incendi, guerre, catastrofi naturali e uso scorretto del libro. È la sezione che i ragazzi ricordano per anni, e non per gusto del macabro: perché è la prima volta che vedono un oggetto familiare aggredito da un organismo vivente.
Vetrina 29: i danni del libro
La vetrina 29 introduce la classificazione dei danni, che nella tradizione dell'istituto si articola in tre grandi famiglie: agenti fisici, agenti chimici, agenti biologici. La distinzione non è accademica. Serve a decidere che cosa fare: un danno biologico attivo richiede un trattamento immediato per fermare l'infestazione, un danno chimico richiede un intervento sul supporto, un danno fisico richiede spesso soltanto una nuova custodia e una diversa collocazione.
Vetrina 30 del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: la degradazione della carta e l'acidità
La vetrina 30 mostra la degradazione della carta. L'acidità è il nemico numero uno, e arriva da più direzioni: dall'allume impiegato nelle collature a base di gelatina e dalla colofonia usata nella carta industriale, dagli inchiostri ferrogallici, dall'inquinamento atmosferico, in particolare dai composti dello zolfo. L'idrolisi acida rompe i legami glucosidici e depolimerizza le catene di cellulosa: la carta perde resistenza meccanica, ingiallisce, diventa fragile e si sbriciola al tocco. A questa si somma l'ossidazione, che aggredisce le estremità riducenti delle catene e innesca ulteriori processi degradativi.
Traduco per chi non ha frequentato un laboratorio: un foglio acido è un foglio che si sta mangiando da solo, lentamente, anche chiuso in un armadio al buio. Ecco perché la deacidificazione, di cui parla una vetrina successiva, non è cosmesi ma terapia.
Vetrina 31: i fattori ambientali di degrado
La vetrina 31 riguarda i fattori ambientali. Sono quattro e agiscono insieme: umidità relativa, temperatura, luce e inquinanti. L'umidità relativa elevata attiva i processi chimici e apre la strada al biodeterioramento; per prevenirlo si consiglia di mantenerla sotto il 65 per cento, e più bassa ancora dove il rischio di fioriture è alto. Le temperature di riferimento per gli ambienti di conservazione si collocano intorno ai venti gradi, evitando le oscillazioni, che sono più dannose dei valori assoluti. La luce, e in particolare la componente ultravioletta, provoca alterazioni cromatiche e indebolisce le fibre.
Se avete libri di famiglia in casa, questa vetrina vale il viaggio da sola. La regola che ripeto sempre: nessun libro sopra un termosifone, nessun libro contro un muro perimetrale umido, nessun libro esposto al sole di una finestra a sud. Non serve altro per allungare la vita di una biblioteca domestica di cinquant'anni.
Vetrina 32: i microrganismi
La vetrina 32 espone i microrganismi: funghi filamentosi e batteri. I funghi sono i primi ad arrivare quando l'umidità sale, perché le loro spore sono ovunque e attendono soltanto le condizioni giuste. Producono enzimi che demoliscono la cellulosa, pigmenti che macchiano in modo irreversibile, e acidi organici che continuano il lavoro anche dopo la disinfezione. Una macchia di muffa su una carta antica non è mai soltanto una macchia: è il segno di un episodio di condensa o di allagamento, e il restauratore la legge come un medico legge una cicatrice.
Vetrina 33: alcuni insetti
La vetrina 33 presenta gli insetti che frequentano le biblioteche. Sono meno numerosi di quanto la fantasia suggerisca, ma implacabili: hanno bisogno di amido, colle, gelatine, cellulosa e proteine, e in un libro trovano tutto insieme. La convivenza con l'uomo li ha resi discreti: lavorano al buio, nei volumi che nessuno apre da vent'anni, ed è per questo che nelle biblioteche storiche il controllo periodico degli scaffali meno consultati è la vera misura di prevenzione.
Vetrina 34: le termiti
La vetrina 34 è dedicata alle termiti, che possono rosicchiare i volumi scavando anche grossi vuoti al loro interno. La termite è un problema strutturale prima che bibliotecario: attacca il legno degli scaffali, i telai, i solai, e arriva al libro come conseguenza. Un'infestazione da termiti in un archivio non si risolve trattando i volumi, si risolve intervenendo sull'edificio.
Vetrina 35 del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: i tarli
La vetrina 35 è quella dei tarli, cioè delle larve dei coleotteri anobidi che scavano gallerie attraverso i fascicoli. La galleria del tarlo è riconoscibile a occhio: un foro tondo, di uno o due millimetri, che attraversa decine di carte in linea quasi retta, con la rosura chiara che affiora quando si sfoglia. Chi vede un cumulo di polvere finissima sotto un volume sappia che non è polvere: è il libro che esce dal libro.
Il museo espone anche un fatto che diverte sempre i visitatori: esistono insetti parassiti dei parassiti. Lo Scleroderma depone le uova sulle larve degli anobidi, e le proprie larve si nutrono delle larve ospiti ancora vive. La lotta biologica, in questo campo, ha una lunga storia sperimentale.
Vetrina 36: gli altri animali, dai pesciolini d'argento al topo
La vetrina 36 raccoglie gli altri nemici animali, e merita un paragrafo per ciascuno.
Il pesciolino d'argento fa danni superficiali: rosicchia la superficie dei fogli, con preferenza per quelli dove sono presenti muffe. Oltre all'amido gli servono proteine, che ricava dalla gelatina delle emulsioni fotografiche e dai collanti delle stampe e delle legature. Ha organi sensoriali che gli permettono di percepire le fonti d'acqua: una presenza abbondante di pesciolini d'argento segnala umidità elevata nel locale. È una spia, prima che un danno.
Il pidocchio del libro si nutre di muffe e delle colle della carta. Spostandosi da un volume all'altro lascia deiezioni che le muffe colonizzano; alcune spore di funghi attraversano indenni il suo apparato digerente e vengono evacuate con le feci, dando origine a nuove colonie. È un vettore, oltre che un ospite.
Le blatte mangiano qualsiasi cosa: carta, cuoio, stoffa, adesivi. Il loro apparato masticatorio si adatta alle diverse esigenze. Lasciano deiezioni a forma di virgola, dall'odore caratteristico, che deteriorano il supporto e favoriscono infezioni batteriche, e durante la masticazione rilasciano un liquido che macchia. Sono anche veicolo di malattie come tifo e colera, il che rende la loro presenza un problema igienico prima ancora che conservativo.
Il topolino domestico, Mus musculus, rode libri e arredi di biblioteca, compresi i cavi elettrici, con rischio di cortocircuito, e attacca gli scaffali fino a farli talvolta crollare. La sua presenza si accerta dal tipo di rosicchiatura e dalle feci. In una biblioteca storica il topo è il danno meno elegante e il più costoso.
Vetrina 37: gli incendi
La vetrina 37 è dedicata agli incendi. Il fuoco produce danni di tre tipi: la combustione vera e propria, che distrugge; il calore, che carbonizza i margini e contrae la pergamena fino a renderla rigida come corno; e l'acqua di spegnimento, che spesso rovina più delle fiamme. Nella storia italiana l'episodio che sta all'origine di questa vetrina è l'incendio della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, nella notte fra il 25 e il 26 gennaio 1904, che distrusse o mutilò circa millecinquecento manoscritti, un terzo del fondo, oltre a decine di migliaia di volumi e a periodici e archivi della biblioteca. Non ci furono morti, ma la perdita ebbe risonanza internazionale e produsse due conseguenze durevoli: nuove norme sulla sicurezza negli istituti culturali e la nascita, nel 1905, del primo laboratorio di restauro italiano, al Castello del Valentino, diretto da Carlo Marrè, dal quale uscirono circa seicentocinquanta manoscritti recuperati.
Vetrina 38: le guerre
La vetrina 38 riguarda le guerre. Bombardamenti, incendi dolosi, requisizioni, trasferimenti d'emergenza in ricoveri umidi: il Novecento europeo ha inventato modi nuovi di distruggere biblioteche. Il tema tocca da vicino l'istituto, nato nel 1938, cioè alla vigilia del conflitto che avrebbe messo alla prova ogni protocollo di protezione dei beni librari italiani.
Vetrina 39: le catastrofi naturali
La vetrina 39 è quella delle catastrofi naturali. Alle origini della raccolta ci sono due eventi precisi che il museo del 1938 volle documentare: l'incendio torinese del 1904 e il terremoto di Messina del 1908. Da allora l'elenco si è allungato: alluvioni, frane, crolli, e in tempi recenti i terremoti dell'Italia centrale, che hanno colpito archivi parrocchiali e biblioteche conventuali. La vetrina serve a dire una cosa poco comoda: nella conservazione, il rischio non è un'eventualità, è una variabile di progetto.
Vetrina 40: uso e abuso
La vetrina 40 chiude la sezione con i danni provocati dall'uomo nell'uso quotidiano: pagine piegate all'angolo, dorsi spezzati per tenere il libro aperto, nastri adesivi, graffette metalliche che arrugginiscono, sottolineature, ritagli, timbri, riparazioni casalinghe con colle sbagliate. La verità che il museo dice senza girarci intorno è che il lettore distratto fa più danni del tarlo, perché il tarlo lavora su pochi volumi e il lettore su tutti.
Il foxing e le macchie che nessuno sa spiegare fino in fondo
C'è un danno che compare in quasi tutte le biblioteche di famiglia e che quasi nessuno sa nominare: la fioritura, in inglese foxing. Si manifesta con aree, macchie e puntinature di colore bruno rossastro o bruno giallastro, di piccole dimensioni, dai bordi irregolari, che si irradiano da un punto centrale in tutte le direzioni oppure procedono dal margine verso l'interno. Sotto luce ultravioletta le macchie mostrano fluorescenza. Colpiscono carta comune, cartamoneta, francobolli, stampe fotografiche e persino tessuti, e sono più frequenti nella carta prodotta con tecniche meccaniche fra la fine del Settecento e l'Ottocento.
Sulle cause il dibattito è aperto da decenni. Una spiegazione chiama in causa i depositi metallici, ferro e rame, presenti nella materia prima o ceduti dagli organi in ferro dei battitori meccanici. Un'altra attribuisce il fenomeno alla proliferazione di funghi o batteri, favorita dall'umidità. Una terza, oggi la più accreditata, considera la fioritura un fenomeno multifattoriale, in cui componenti chimiche, biologiche e ambientali concorrono, con l'umidità relativa sopra il 50 per cento come innesco. I trattamenti storici prevedevano soluzioni sbiancanti come ipoclorito di calcio o perossido d'idrogeno e agenti riducenti come il boroidruro di sodio; la ricerca recente ha sperimentato anche tecnologie laser nell'ultravioletto.
Opinione netta: la fioritura è il danno più maltrattato dai proprietari privati. Ho visto libri dell'Ottocento rovinati definitivamente da candeggine domestiche applicate con il cotone. Se avete un volume fiorito, la cosa giusta da fare è abbassare l'umidità e non toccarlo.
Vetrina 41 del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: Amori... molesti, il bibliofilo con le forbici
La vetrina 41 è intitolata Amori... molesti e racconta la mania di Pio Amori, bibliofilo che ritagliava da libri interi emblemi, motti, lettere e caratteri di alfabeti diversi per costruirsi collezioni tematiche. La sua raccolta, entrata nell'istituto nel 1940, comprende circa duemilaquattrocento carte con filigrana e ventottomila pezzi. La bacheca gioca sul doppio senso del nome: l'amore per i libri che diventa molesto per i libri. È il pezzo più ironico dell'allestimento e insieme il più istruttivo, perché mostra che il collezionismo può essere una forma di distruzione.
Dico ai gruppi una cosa che a qualcuno non piace: la biblioteca di un bibliofilo non è quasi mai un luogo sicuro. Il rispetto per l'oggetto e la voglia di possederne un frammento convivono male.

La prevenzione al Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
La terza sezione del percorso cambia registro: dopo la diagnosi, la profilassi. Sono le vetrine che interessano di più chi lavora in biblioteche e archivi, e quelle che il pubblico generico attraversa troppo in fretta.
Vetrina 42: la prevenzione indiretta
La vetrina 42 riguarda la prevenzione indiretta, cioè tutto quello che si fa sull'ambiente e non sull'oggetto: controllo di temperatura e umidità relativa, filtraggio dell'aria, schermatura della luce, scelta dei materiali di arredo, progettazione dei depositi, gestione dei percorsi di consultazione. È la parte meno spettacolare e più efficace del mestiere. Un deposito ben progettato risparmia decenni di restauri.
Vetrina 43: la prevenzione diretta
La vetrina 43 tratta la prevenzione diretta: spolveratura, custodie su misura in cartone non acido, fascette di contenimento, supporti per la consultazione, movimentazione corretta. Anche qui, gesti minimi con effetti enormi. La scatola giusta intorno a un volume degradato vale più di un intervento di restauro rimandato.
Vetrina 44: i principi della conservazione
La vetrina 44 espone i principi della conservazione, cioè il codice deontologico implicito del restauratore contemporaneo: minimo intervento, reversibilità dei materiali impiegati, riconoscibilità delle integrazioni, compatibilità chimico fisica con l'originale, documentazione completa di ogni operazione. Chi ha in mente il restauro come rifacimento resta spiazzato: qui l'obiettivo dichiarato è togliere il meno possibile e aggiungere il meno possibile.
Vetrina 45: la lotta agli insetti e la disinfestazione senza veleni
La vetrina 45 mostra un dispositivo per la lotta agli insetti. Il principio è la disinfestazione in anossia: il volume infestato viene chiuso in un involucro a barriera, l'aria interna viene estratta e sostituita con azoto, l'ossigeno residuo scende a valori prossimi allo zero e gli insetti muoiono in tutti gli stadi di sviluppo, uova comprese. Il metodo si applica a carta, pergamena, legno, pelle, tessuti e opere composte, non lascia residui tossici, non altera i materiali e non richiede l'uso di gas velenosi come quelli impiegati nella prima metà del Novecento. È una delle rivoluzioni silenziose della conservazione degli ultimi decenni: ha reso possibile trattare interi fondi senza mettere in pericolo operatori e lettori.
Il restauro nelle vetrine del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
L'ultima parte del percorso segue passo per passo il lavoro del restauratore. Sono quindici bacheche, e chi arriva stanco le liquida in cinque minuti: peccato, perché è la sezione dove il museo passa dalla descrizione del danno alla dimostrazione del metodo.
Vetrina 46 del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: gli strumenti del restauratore
La vetrina 46 espone gli strumenti del mestiere, molti dei quali antichi e sorprendentemente semplici: bisturi, spatole, pennelli di varie durezze, stecche d'osso, cucchiai, aghi, pinze, telai, presse, pesi di piombo rivestiti, tavolette di appoggio. Un banco da restauro assomiglia più a un tavolo operatorio che a un laboratorio chimico. Gli strumenti storici conservati qui documentano anche l'evoluzione della professione: alcuni provengono dalle prime dotazioni dell'istituto e sono in uso, in forma pressoché identica, ancora oggi.
Vetrina 47: i preliminari del restauro
La vetrina 47 riguarda i preliminari: esame dell'oggetto, rilievo dello stato di conservazione, fotografia sistematica prima dell'intervento, misure di pH, test di solubilità degli inchiostri, scheda di restauro. Nessuna mano tocca il volume prima che questa fase sia chiusa. Il principio è che il restauro cancella prove: quello che non viene documentato prima è perduto per sempre.
Vetrina 48: il lavaggio della carta
La vetrina 48 mostra il lavaggio, cioè l'immersione controllata delle carte in acqua per rimuovere prodotti di degrado solubili, macchie e vecchie colle. Sembra un'operazione brutale, e in mani inesperte lo è: prima di bagnare un foglio bisogna sapere se gli inchiostri tengono, se le miniature sono stabili, se la carta ha ancora coesione sufficiente. Il lavaggio ben eseguito restituisce elasticità e abbassa l'acidità; quello eseguito male scioglie il documento.
Vetrina 49: la deacidificazione
La vetrina 49 tratta la deacidificazione, il trattamento che neutralizza l'acidità del supporto e deposita una riserva alcalina destinata a contrastare l'acidificazione futura. Si esegue per immersione in soluzioni acquose o con altri metodi, anche non acquosi, per i materiali che l'acqua non tollera. Insieme al lavaggio, è l'intervento che più di ogni altro allunga la vita di una carta ottocentesca o novecentesca.
Vetrine 50 e 51: il restauro della pergamena e quello della carta
La vetrina 50 è dedicata al restauro della pergamena e la 51 a quello della carta. Sono due mestieri diversi. La pergamena si tratta con umidità controllata e tensionamento graduale, perché reagisce come una pelle: si ammorbidisce, si distende, si asciuga sotto peso. La carta si integra con carta giapponese, sottilissima e a fibra lunga, e con adesivi reversibili a base di amido o di metilcellulosa. Le lacune si colmano anche a macchina, con la tecnica della velatura o con l'integrazione a polpa. Il criterio resta lo stesso: l'integrazione deve essere riconoscibile a un esame ravvicinato e rimovibile senza danno.
Vetrina 52 del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: Ego... ligavi istum librum
La vetrina 52 prende il titolo dalla formula latina Ego... ligavi istum librum, la sottoscrizione con cui il legatore medievale dichiarava di avere rilegato il volume. Oltre al manoscritto che porta quella dicitura, la bacheca illustra i tre obiettivi che il restauro moderno persegue insieme: salvaguardare le informazioni storiche depositate nell'oggetto, ripristinare la funzione, cioè restituire un libro che si possa aprire e leggere, e tutelare l'aspetto estetico. Quando i tre obiettivi confliggono, e confliggono spesso, vince il primo.
Vetrina 53: un intervento parziale
La vetrina 53 documenta un cambio di paradigma introdotto negli anni ottanta del Novecento: la scelta di interventi limitati, mirati alla stabilizzazione del volume invece che al rifacimento integrale. È la conseguenza pratica del principio del minimo intervento. Un libro che si regge, si consulta e non peggiora è un libro restaurato, anche se resta visibilmente ferito.
Vetrina 54: intervenire senza alterare
La vetrina 54 mostra come si interviene senza alterare, cioè con materiali compatibili, adesivi reversibili, cuciture che riprendono i fori originali, integrazioni che rispettano la direzione delle fibre. Il restauro invisibile, che nel Novecento è stato un ideale, oggi è considerato un errore: falsifica la storia dell'oggetto.
Vetrina 55: restaurare le assi e i metalli
La vetrina 55 riguarda il restauro delle assi di legno e dei metalli della legatura: consolidamento del legno degradato dagli insetti, reintegrazione delle parti mancanti, pulitura e stabilizzazione di borchie, fermagli e cantonali, trattamento delle corrosioni. È il punto in cui il restauro librario incontra quello dei manufatti lignei e metallici, e in cui l'istituto lavora a stretto contatto con altre specializzazioni.
Vetrina 56: conservare per studiare
La vetrina 56 espone volumi che non è stato possibile restaurare e che vengono conservati così come sono, per studio. È una scelta metodologica precisa: quando l'intervento comporterebbe la perdita di informazioni superiore al beneficio, si rinuncia. In una cultura che pretende di riparare tutto, questa bacheca è una lezione di umiltà professionale.
Vetrine 57 e 58 del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo: Restauro?
Le vetrine 57 e 58 portano un titolo con il punto interrogativo e mostrano restauri fatti male: integrazioni grossolane, colle irreversibili, ritagli, rifilature che hanno amputato margini e note di possesso, nastri adesivi applicati con le migliori intenzioni. Il dilemma che le due bacheche pongono è quello vero del mestiere: fino a che punto si deve intervenire, e conviene davvero intervenire? Molti dei danni esposti qui sono stati prodotti da chi voleva salvare il libro.
Vetrine 59 e 60: Per gradus
Le ultime due vetrine, riunite sotto il titolo Per gradus, documentano interventi italiani di fine Ottocento, con la data del 1898 a fare da riferimento. Servono a chiudere il cerchio: mostrano che il restauro librario ha una storia propria, con tecniche datate e riconoscibili, e che ogni epoca ha creduto di essere quella definitiva. Fra cinquant'anni, qualcuno esporrà i nostri interventi con lo stesso sguardo.
Il laboratorio del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo dove si toccano i materiali
Il percorso si chiude in un locale attrezzato a laboratorio, dove si possono toccare con mano i materiali usati nel restauro: carte giapponesi di diverse grammature, pergamene, pelli, colle, fili, tele. Nello stesso ambiente si vedono documentari d'epoca e filmati più recenti che raccontano l'evoluzione della storia istituzionale e gli interventi più impegnativi affrontati dai laboratori. Per le scuole è la parte migliore della visita, e per gli adulti anche: la carta giapponese va toccata almeno una volta per capire perché ha cambiato il restauro del Novecento.
I nove laboratori dietro il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Il museo è la parte visibile di una macchina scientifica articolata in nove laboratori tecnico scientifici: Restauro, Conservazione preventiva, Conservazione dei supporti digitali, Tecnologia, Ambiente, Biologia, Chimica, Fisica, Restauro cinematografico. A questi si affiancano una biblioteca specialistica, un archivio storico, una fototeca e lo spazio espositivo didattico.
Vale la pena soffermarsi su due voci di quell'elenco, perché spiegano quanto la disciplina si sia allargata. Il laboratorio di conservazione dei supporti digitali affronta un problema che Gallo non poteva immaginare: la fragilità dei formati elettronici, che invecchiano non per corrosione ma per obsolescenza dei dispositivi di lettura. Il laboratorio di restauro cinematografico si occupa di pellicole, cioè di supporti che hanno una patologia specifica, dalla decomposizione dei film in nitrato alla sindrome dell'aceto che colpisce quelli in triacetato. La patologia del libro, nata per i codici e le cinquecentine, oggi copre l'intero arco dei supporti della memoria.
L'alluvione di Firenze del 1966 e il ruolo dell'istituto
Il 4 novembre 1966 l'Arno invase Firenze. Alla Biblioteca Nazionale Centrale l'acqua raggiunse i depositi e coinvolse una massa di volumi stimata attorno al milione; quasi centomila appartenevano ai fondi storici e furono gravemente colpiti. Il fondo Magliabechiano perse o subì danni su quasi sessantamila unità; andarono distrutti circa sei milioni di schede di catalogo e furono danneggiate decine di migliaia di annate di periodici. In città l'alluvione causò trentanove vittime e lasciò senza casa più di settantamila famiglie.
Quello che accadde dopo è la ragione per cui il restauro librario italiano è diventato una scuola internazionale. Si allestì un laboratorio di dimensioni mai viste, descritto all'epoca come il più grande del mondo, che cominciò a lavorare nella centrale termica della stazione ferroviaria e al Forte di Belvedere, per poi trasferirsi dentro la biblioteca. L'organizzazione fu di tipo industriale, con reparti distinti per accertamento, pulitura, rattoppo e legatura, e i volumi vennero classificati in categorie per anno di stampa. Nel marzo 1967 riaprirono le sale dei manoscritti; l'8 gennaio 1968 la biblioteca tornò accessibile al pubblico. Migliaia di volontari, italiani e stranieri, passarono alla storia come angeli del fango.
L'Istituto di patologia del libro fu chiamato a rispondere all'emergenza fiorentina, che compare fra gli interventi di maggiore impegno affrontati dai suoi laboratori. Il 1966 fu uno spartiacque fra il restauro di bottega e il restauro moderno: prima ci si limitava a togliere una macchia o a ricucire un volume, dopo si cominciò a considerare il libro un'unità composta di parti diverse, ciascuna con esigenze proprie. Entrarono nell'uso corrente gli adesivi a base di amido, le metilcellulose, l'idrossido di calcio per la deacidificazione, la carta giapponese per le integrazioni, tecniche rapide come l'imbrachettatura, la fotografia sistematica, le schede descrittive, i protocolli e i controlli filologici. Fu anche una lezione sui limiti: la catena di montaggio permise di trattare una quantità enorme di materiale, ma frammentò il lavoro, e da quella esperienza nacque la riflessione che porta al restauro documentato e riconoscibile di oggi.
Fra gli interventi che hanno segnato la storia dei laboratori figurano anche il restauro di trentacinque carte del Decameron di Boccaccio, quello del manoscritto Piana 3.207 della Biblioteca Malatestiana e il recupero di frammenti membranacei di Corano databili al settimo e ottavo secolo. È la misura del livello a cui si lavora dietro il portone di via Milano 76.
La biblioteca specialistica del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
La biblioteca nasce con l'istituto, nel 1938. Gallo la descrisse così: nel piano più alto dell'edificio ha sede la nascente biblioteca dell'Istituto, nella quale si vanno raccogliendo pubblicazioni che interessano direttamente i nostri studi speciali. Oggi conta circa quindicimila volumi e quattrocento pubblicazioni periodiche, ed è una delle raccolte italiane di riferimento per conservazione, restauro, storia della carta e archeologia del libro. Partecipa al catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale.
I fondi speciali sono la parte più preziosa. La collezione Pio Amori, acquisita nel 1940, comprende circa duemilaquattrocento carte con filigrana e ventottomila pezzi. La collezione Fortini, del 1941, raccoglie quarantamila stampe tipografiche legate in sessantaquattro volumi. La collezione Zonghi, entrata nel 1942, conserva centotrentacinque esemplari di carta filigranata italiana dal Tredicesimo al Sedicesimo secolo: il nome rimanda ai fratelli fabrianesi Aurelio e Augusto Zonghi, il primo canonico, il secondo matematico e filigranologo, vissuto fra il 1840 e il 1916, i cui studi sui segni delle antiche cartiere fabrianesi restano il fondamento della filigranologia italiana. La collezione Del Pelo Pardi, del 1946, conta ottomila pezzi fra xilografie, carte geografiche e bolle pontificie. A queste si aggiungono il fondo Gallo, con le opere fondamentali sulla conservazione del libro, e il fondo Bonaventura, con testi scientifici a partire dal 1906.
La consultazione avviene soltanto su prenotazione, scrivendo alla casella di posta della biblioteca. Chi ha una ricerca seria da fare la trova aperta e ben assistita; chi passa per curiosità non è il destinatario del servizio. Se il vostro interesse è la storia della carta, però, sappiate che a Roma non esiste un altro luogo così.
La Scuola di Alta Formazione e Studio
Il punto di forza dichiarato dell'istituto è la Scuola di Alta Formazione e Studio, attiva dal 2010, annessa alla sede di via Milano. Rilascia un diploma equiparato alla laurea magistrale e abilita alla professione di restauratore di beni culturali nel percorso formativo professionalizzante numero 5, che comprende materiale librario e archivistico, manufatti cartacei e pergamenacei, materiale fotografico, cinematografico e digitale. Il corso dura cinque anni ed è a numero chiuso.
Detto con franchezza: è una delle scuole più selettive d'Italia in un settore in cui il posto di lavoro esiste davvero, e resta poco conosciuta al di fuori dell'ambiente. Chi accompagna un ragazzo interessato al restauro dovrebbe portarlo qui prima di iscriverlo a qualunque corso privato.
Il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo e il Palazzo delle Esposizioni
Via Milano è la strada che affianca il Palazzo delle Esposizioni, il grande edificio di Pio Piacentini avviato nel 1880 e inaugurato il 21 gennaio 1883, con ingresso principale in via Nazionale 194 e un accesso al piano terra proprio su via Milano. Il palazzo nacque per ospitare le mostre della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti e, fra il 1931 e il 1943, le Quadriennali d'arte nazionale; dopo il restauro del primo decennio degli anni duemila ha acquistato serra, cinema e auditorium.
La coincidenza urbanistica è più che un caso: la stessa strada, aperta dal Comune negli anni ottanta dell'Ottocento tagliando in due l'area degli istituti scientifici, ospita a poche decine di metri di distanza il tempio ottocentesco delle esposizioni d'arte e il laboratorio dove i libri vengono curati. Chi organizza una mattinata di visita può abbinarli: mostra al Palazzo delle Esposizioni e, su appuntamento, il museo di via Milano 76. Sono cinque minuti a piedi, in salita leggera. Poco più su, dall'altra parte di via Nazionale, si arriva in dieci minuti alle Scuderie del Quirinale e al Palazzo del Quirinale.
Una curiosità su Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
La curiosità vera non riguarda un oggetto in vetrina, riguarda il giardino. Dentro il recinto dell'istituto si alza una torre medievale, piccola, quadrata, costruita con ogni probabilità per la guardia e la difesa, già disegnata nella pianta di Roma incisa da Giovanni Battista Nolli nel 1748. Si chiama torre dei Capocci, e il nome ha una spiegazione documentata: un atto conservato nell'Archivio Vaticano, nei Registri delle suppliche, volume 1116, carta 95, dell'anno 1501, riferisce che la torre venne portata in dote alle monache di San Lorenzo in Panisperna, insieme agli orti circostanti, da una giovane della famiglia Capocci. Va detto per evitare confusioni che non è la torre dei Capocci più nota, quella che domina la piazza di San Martino ai Monti: questa è un'altra, molto più discreta, e quasi nessuno sa che esiste.
Il seguito è ancora più curioso. In tempi recenti, dentro quella torre, hanno funzionato un'officina tipografica e una cartiera ricostruita su modelli medievali. Significa che in un angolo del Viminale, in un edificio del Medioevo, si è fabbricata carta a mano con le tecniche dei mastri fabrianesi del Duecento: macerazione degli stracci, forma, feltri, pressa, asciugatura. Un museo che espone i danni della carta si è costruito accanto il luogo dove la carta si fa. È il tipo di coerenza che a Roma non capita quasi mai, e vale il permesso di affacciarsi in giardino quando lo si chiede.
Aggiungo un particolare che completa il quadro: le piante del giardino non sono ornamento recente. Sono i superstiti dell'Orto Botanico ottocentesco che occupava questo pezzo di collina prima del 1883. Restano un Aghatis e un'Araucaria australiani e una Phytolacca sudamericana, uno dei pochi esemplari importati dal principe Ladislao Odescalchi al ritorno da un viaggio in Sudamerica. Fra una conifera australiana e una torre del Quattrocento, il museo dei libri malati ha il cortile più improbabile di Roma.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Che non è un museo. Lo dico senza gioco di parole: non ha biglietteria, non ha bookshop nel senso comune del termine, non ha personale di sala che vi accompagni all'orario che preferite, non ha un calendario pubblicato mese per mese come i musei civici. È lo spazio espositivo di un ufficio scientifico, e l'accesso dipende dalla disponibilità di chi ci lavora. Chi si presenta al portone di via Milano 76 senza appuntamento non entra, per quanto sia arrivato da lontano e per quanto sia motivato. Le visite si concordano prima, e le scolaresche hanno spesso la precedenza perché il museo è nato per la didattica.
La seconda cosa che nessuno dice è che i tempi di risposta seguono i ritmi di un istituto di ricerca, non quelli di una biglietteria online. Conviene scrivere con almeno due o tre settimane di anticipo, indicare quante persone siete, che tipo di interesse avete e proporre due o tre date alternative. Un messaggio che dice soltanto vorrei visitare il museo rischia di finire in fondo alla pila; un messaggio che dice siamo sei studenti di conservazione dei beni culturali, ci interessa in particolare la sezione sui danni biologici, siamo disponibili in queste tre mattine, ottiene risposta molto più in fretta.
La terza, e forse la più utile: la programmazione dell'area espositiva può subire sospensioni, per lavori, riallestimenti o esigenze di servizio. Prima di organizzare una trasferta, chiedete conferma esplicita dell'apertura per la data che vi interessa. Non è una formula prudenziale generica: gli spazi espositivi interni agli istituti tecnici del Ministero seguono la vita dell'istituto, e la vita di un istituto che restaura beni per tutta Italia è fatta di emergenze.
Il consiglio che ti do per visitare Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Andateci con una domanda in tasca. È il posto sbagliato per la visita generica e il posto giusto per chi arriva con un problema concreto: un libro di famiglia che si sta sbriciolando, una tesi sulla storia della carta, una curiosità sull'inchiostro dei manoscritti, un archivio parrocchiale da salvare. Chi vi accompagna lavora sui materiali tutti i giorni, e la differenza fra una visita mediocre e una memorabile la fa la qualità delle domande che portate.
Secondo consiglio, di metodo: seguite il percorso nell'ordine e non saltate i quattro pannelli iniziali. Il museo è costruito come un ragionamento in tre tempi, materiali, danni, cure, e chi entra in mezzo alla seconda sezione vede una collezione di libri rovinati senza capire perché sono rovinati in quel modo. Calcolate almeno un'ora e mezza; con una guida interna e un gruppo che fa domande si arriva tranquillamente a due ore.
Terzo, portate una lente. Molte delle cose che contano in queste vetrine si vedono a pochi centimetri: la rosura del tarlo, la filigrana in controluce, il tracciato corroso dell'inchiostro ferrogallico, la fibra della carta giapponese. Una lente da dieci ingrandimenti in tasca cambia la visita. Chi ha problemi di vista chieda in anticipo se è possibile avvicinarsi alle vetrine e se sono disponibili supporti.
Quarto, e qui do un parere che qualcuno troverà severo: non abbinatelo a una giornata piena di altri musei. Questo posto richiede attenzione e restituisce molto a chi ne ha. Metteteci accanto al massimo una mostra al Palazzo delle Esposizioni e una passeggiata per il rione Monti, e chiudete lì la giornata. Infilarlo fra il Colosseo del mattino e i Musei Vaticani del pomeriggio è il modo migliore per non ricordarne niente.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che l'Italia ha inventato una disciplina e poi l'ha esportata. Nel 1938, quando Alfonso Gallo ottenne da Giuseppe Bottai l'approvazione del progetto e scrisse di suo pugno i testi del regio decreto 23 giugno 1938 n. 1038 e del regio decreto 13 settembre 1940 n. 1444, in Europa esistevano laboratori di restauro, ma non esisteva un istituto che unisse in una sola struttura chimici, biologi, fisici, bibliotecari e restauratori con il mandato di studiare il libro come organismo. L'idea che il degrado di un volume potesse essere diagnosticato con metodo scientifico, misurato e prevenuto, e non semplicemente riparato, è nata qui, in un edificio che fino a poco prima era stato l'Istituto di Botanica dell'Università di Roma.
Il seguito è documentato: Gallo venne invitato a tenere conferenze in Svizzera nel 1948 e nel 1952, in Spagna nel 1950, in Belgio nel 1951, e il modello italiano fu discusso e imitato. Dopo l'alluvione di Firenze del 1966 quel primato divenne evidente a tutti, perché il più grande cantiere di restauro librario mai organizzato al mondo si trovò a operare in Italia e con competenze italiane, sotto gli occhi di studiosi e volontari arrivati da mezza Europa e dagli Stati Uniti.
Il fatto poco citato è la conseguenza: molte delle convenzioni che oggi regolano il restauro del libro in tutto il mondo, dalla reversibilità degli adesivi alla documentazione fotografica sistematica, dalla carta giapponese per le integrazioni alla riconoscibilità dell'intervento, sono state messe a punto o codificate in Italia fra il 1938 e gli anni settanta, e in buona parte in questo indirizzo. Roma ha decine di monumenti che raccontano il suo passato imperiale e nessuno che racconti questa storia, tranne sessanta vetrine dietro un cancello di via Milano.

La foto giusta da fare a Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Prima regola, e non è una formalità: chiedete il permesso quando prenotate. Negli istituti tecnici del Ministero la fotografia in area espositiva e nei laboratori è soggetta ad autorizzazione, e alcuni materiali in restauro appartengono a enti terzi che non ne consentono la ripresa. Se il permesso arriva, arriva con delle condizioni, di solito niente flash e niente cavalletto: rispettatele alla lettera, perché il flash è uno dei fattori di degrado che il museo stesso documenta nella vetrina sui fattori ambientali.
La foto migliore, dal punto di vista narrativo, è la sezione trasversale di un volume attaccato dal tarlo: la galleria che attraversa decine di carte in linea quasi retta, con i bordi chiari della rosura. In un'immagine sola c'è tutto il senso del museo, l'oggetto colto e l'organismo che se ne nutre. Serve una macchina capace di mettere a fuoco da vicino, luce radente e pazienza per trovare l'angolo che elimini i riflessi del vetro.
La seconda immagine da portare a casa è la filigrana in controluce, se e quando è possibile vederla su un supporto esposto in quel modo. È una fotografia difficile, perché il segno appare soltanto con la luce dietro il foglio, e regala un risultato che sorprende chiunque non abbia mai visto una carta filigranata del Duecento.
Fuori dalle sale, la fotografia più bella è la torre nel giardino, con la vegetazione dell'antico Orto Botanico intorno: chiedete se potete affacciarvi. Se non ottenete il permesso di fotografare all'interno, resta comunque la facciata su via Milano, con la salita e i platani, e resta il palazzo di Piacentini a pochi passi, che di fotografie ne concede quante ne volete. Un parere personale: qui l'obiettivo giusto non è il grandangolo, è il macro. Questo museo si fotografa da vicino.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la fondazione. Nel 1938, dopo l'approvazione ministeriale del progetto, l'area che aveva ospitato l'Istituto di Botanica e l'Istituto di Istologia e Fisiologia venne assegnata al Regio istituto di patologia del libro, nell'anno stesso in cui gli istituti scientifici dell'università traslocavano alla Città Universitaria. Nello stesso 1938 Alfonso Gallo costituì il museo, per rappresentare l'ampia casistica dei danni al patrimonio librario, e la biblioteca specialistica al piano più alto dell'edificio. Un istituto, una collezione dimostrativa e una biblioteca di ricerca nacquero insieme, nello stesso momento e sotto lo stesso tetto.
Il secondo avvenimento è la morte del fondatore, il 1 dicembre 1952, e l'intitolazione dell'istituto al suo nome. Da quel momento la struttura è cresciuta senza il suo ideatore, e la continuità è stata garantita dalla scuola di restauratori e ricercatori che lui aveva formato.
Il terzo è il 4 novembre 1966. L'alluvione di Firenze mise in moto la più grande operazione di salvataggio librario della storia europea e coinvolse i laboratori dell'istituto romano, che l'emergenza fiorentina annovera fra i propri interventi maggiori. Da quella prova uscirono metodi, protocolli e una generazione di restauratori.
Il quarto è il 1974, con la nascita del Ministero per i beni culturali e ambientali voluto da Giovanni Spadolini, istituito con il decreto legge 14 dicembre 1974 n. 657: l'istituto di patologia del libro Alfonso Gallo venne assorbito dal nuovo ministero con il D.P.R. 3 dicembre 1975 n. 805, uscendo dall'orbita della Pubblica Istruzione ed entrando in quella dei beni culturali.
Il quinto è il 2001, anno del riallestimento del museo, che assunse la forma tripartita e la vocazione didattica che ha oggi, pensata per essere leggibile a ogni fascia di età.
Il sesto è il 2007. Con il D.P.R. 26 novembre 2007 n. 233 l'Istituto di patologia del libro si fuse con il Centro di fotoriproduzione, legatoria e restauro degli Archivi di Stato, nato nel 1963 presso il Ministero dell'Interno. In via Milano 76 confluirono il patrimonio e le competenze del Centro, e la struttura prese il nome di Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario. Due tradizioni diverse, quella delle biblioteche e quella degli archivi, si trovarono nello stesso edificio: è la trasformazione più profonda che questa sede abbia conosciuto dopo il 1938.
Il settimo è il 2010, con l'avvio della Scuola di Alta Formazione e Studio, che ha dato all'istituto un ruolo formativo riconosciuto a livello universitario. L'ottavo è il D.P.C.M. 2 dicembre 2019 n. 169, che ha portato alla denominazione attuale di Istituto centrale per la patologia degli archivi e del libro, seguito dal D.M. 3 febbraio 2022 n. 46 sull'organizzazione interna.
Chi è passato da Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Il primo nome è quello del fondatore, Alfonso Gallo, che di questa casa fu l'ideatore e il direttore dal 1938 al 1952: qui portò l'esperienza del piccolo laboratorio creato nel 1929 presso l'abbazia di Grottaferrata e qui scrisse la seconda delle sue opere maggiori, Patologia e terapia del libro, uscita a Roma nel 1951.
Il secondo è quello di Giuseppe Bottai, ministro dell'Educazione nazionale, che all'inizio del 1938 approvò il progetto di Gallo e rese possibile la fondazione dell'istituto: una firma politica che, al di là del giudizio storico sull'uomo e sul regime, ha prodotto una struttura scientifica sopravvissuta a chi l'aveva autorizzata.
Sono passati da qui i direttori che si sono succeduti nei decenni, fra cui Nino Grillo, alla guida dell'istituto dal 1952 al 1956, e Giovanni Muzzioli, dal 1956 al 1961, in anni in cui la disciplina si stava consolidando e il restauro librario italiano cominciava a farsi conoscere fuori dai confini nazionali.
Poi c'è una folla senza nomi propri che conta più dei nomi: i restauratori formati in questi laboratori, che dopo il 1966 hanno lavorato a Firenze e, negli anni successivi, in mezza Italia; gli studiosi di storia della carta arrivati a consultare le collezioni di filigrane; le delegazioni straniere venute a studiare il modello italiano; le decine di migliaia di studenti passati per il laboratorio didattico dal 2001 a oggi. E ci sono i collezionisti, presenti qui attraverso le loro raccolte: Pio Amori, il bibliofilo che ritagliava emblemi e motti dai libri e la cui collezione è entrata nell'istituto nel 1940, i fratelli Zonghi di Fabriano, Aurelio canonico e Augusto matematico, le cui carte filigranate documentano cinque secoli di produzione italiana, e Del Pelo Pardi, la cui raccolta di xilografie, carte geografiche e bolle pontificie è arrivata nel 1946.
Infine, e lo dico perché è il passaggio che conta di più per un lettore: da qui passano i libri. Il Decameron in trentacinque carte, il manoscritto Piana 3.207 della Biblioteca Malatestiana, i frammenti di Corano su pergamena del settimo e ottavo secolo. In questo posto la lista degli ospiti illustri è fatta di oggetti, non di persone.
Il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo con i bambini e con le scuole
Il museo nasce didattico e resta didattico. L'allestimento del 2001 è stato pensato esplicitamente per assolvere alle esigenze della didattica e dell'informazione per ogni fascia di età, e il laboratorio dove si toccano i materiali è la parte che funziona meglio con i più piccoli. La sezione sui danni provocati da insetti e animali cattura anche i bambini meno interessati alla storia del libro: i tarli, le termiti, i pesciolini d'argento e il topo di biblioteca hanno un effetto immediato.
Le classi si prenotano attraverso l'istituto, con congruo anticipo. Per la scuola primaria funziona bene una visita concentrata sulla fabbricazione della carta e sui nemici del libro, con il laboratorio finale; per le medie e le superiori si può alzare il livello e insistere su chimica del degrado, prevenzione e mestiere del restauratore, che è anche un'ottima informazione di orientamento professionale. Per i più piccoli sotto i sette anni non lo consiglio: il percorso è fatto di vetrine e di testi, e la soglia di attenzione richiesta è alta.
Accessibilità del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
La sede occupa una palazzina storica in un compendio con giardino, su un terreno in pendenza: via Milano sale da via Nazionale verso via Panisperna, e il dislivello si sente. Poiché l'accesso avviene comunque su appuntamento, il modo corretto di procedere è dichiarare in fase di prenotazione le esigenze specifiche, sedia a rotelle, difficoltà motorie, disabilità sensoriali, e farsi indicare dall'istituto il percorso praticabile e l'ingresso più adatto. È l'unico modo per avere una risposta affidabile invece di una promessa generica.
Chi arriva in autobus scende alla fermata di via Nazionale davanti al Palazzo delle Esposizioni e affronta un breve tratto in salita; chi arriva in metropolitana alla stazione Repubblica ha un percorso più lungo ma più regolare. In auto, la zona è dentro l'area a traffico limitato del centro storico e i parcheggi in strada sono pochissimi: chi ha necessità di avvicinarsi con un veicolo lo segnali al momento della prenotazione.
Quanto tempo serve per visitare il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Un'ora e mezza è il minimo sensato. Sessanta vetrine più i pannelli introduttivi e il laboratorio non si attraversano in mezz'ora, e la parte più densa, quella sui danni e sul restauro, arriva quando l'attenzione comincia a calare. Un gruppo di appassionati che fa domande impiega due ore abbondanti. Una scolaresca, con il laboratorio finale, sta comodamente in novanta minuti.
Suggerimento operativo per chi ha poco tempo: se dovete comprimere, comprimete la prima sezione, quella sui materiali, e tenete integre la seconda e la terza. I danni e le cure sono la ragione per cui questo museo esiste; la storia della carta si può recuperare sui libri, la vista di un volume mangiato dai tarli no.
Che cosa vedere intorno al Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Il museo è un ottimo pretesto per una giornata nel rione Monti e sull'Esquilino, che è la parte di Roma dove si cammina meglio senza incrociare troppa folla. A cinquanta metri c'è il Palazzo delle Esposizioni, con il suo programma di mostre; risalendo verso il colle si arriva alle Scuderie del Quirinale e alla piazza del Palazzo del Quirinale, con il panorama sulla città dal belvedere.
Scendendo invece verso l'Esquilino, in un quarto d'ora si è a Santa Maria Maggiore e alla basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, che conserva sotto il pavimento un edificio del terzo secolo. Poco oltre, in via Merulana, il Palazzo Brancaccio ospita le collezioni del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci, dove fra le altre cose si vedono materiali scrittori orientali che completano bene il discorso avviato in via Milano.
Verso i Fori, in una decina di minuti, si arriva ai Mercati di Traiano, e in venti alla Crypta Balbi, che di tutti i musei romani è quello che più somiglia a questo per impostazione: entrambi spiegano un metodo invece di esibire capolavori. Se la giornata è piovosa, fra via Nazionale e piazza Colonna ci sono due passaggi coperti che valgono una deviazione, la Galleria Sciarra, con il ciclo pittorico dedicato alla donna, e la Galleria Alberto Sordi.
Le altre biblioteche storiche di Roma, per chi ha preso gusto
Chi esce da qui con la curiosità accesa dovrebbe proseguire nelle biblioteche storiche della città, dove gli stessi problemi di conservazione si vedono applicati a fondi in servizio. La Biblioteca nazionale centrale di Roma, al Castro Pretorio, è la più grande d'Italia insieme a quella di Firenze. La Biblioteca Casanatense, in via di Sant'Ignazio, conserva un salone monumentale settecentesco fra i più belli d'Europa. La Biblioteca Angelica, a piazza Sant'Agostino, è la prima biblioteca europea aperta al pubblico. La Biblioteca Vallicelliana, accanto alla Chiesa Nuova, custodisce i fondi degli oratoriani.
Ve lo dico da professionista: chi ha visto in via Milano che cosa succede a un libro lasciato in un ambiente umido guarda le sale di lettura di queste biblioteche con occhi completamente diversi. Comincia a notare i deumidificatori negli angoli, le tende alle finestre, i cartellini nelle scaffalature. È una forma di educazione dello sguardo che pochi musei sanno dare.
Quando andare al Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo e quando evitarlo
Il momento migliore è la mattina infrasettimanale, fra le nove e mezzo e mezzogiorno, quando l'istituto è pienamente operativo e la probabilità di incontrare chi lavora nei laboratori è più alta. Da evitare i periodi in cui le scuole assediano le prenotazioni, cioè la seconda metà di marzo, aprile e maggio: se siete un piccolo gruppo di adulti avrete più spazio a gennaio, febbraio, ottobre o novembre.
Agosto è la stagione peggiore, come per quasi tutte le strutture tecniche del Ministero: gli organici si riducono e le aperture straordinarie diventano rare. Chi viene a Roma d'estate e ha una sola settimana a disposizione metta questo museo in cima alla lista dei posti da prenotare per primi, con largo anticipo, oppure lo rinvii a un viaggio successivo.
Un'ultima annotazione stagionale: in occasione di iniziative nazionali di apertura straordinaria degli istituti culturali, l'ICPAL partecipa talvolta con visite guidate a numero chiuso. Sono le occasioni migliori per chi non ha un gruppo, perché ci si può iscrivere singolarmente. Conviene tenere d'occhio il sito ufficiale dell'istituto, icpal.cultura.gov.it, e i suoi canali di comunicazione.
Per chi è interessante il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
È il museo giusto per bibliotecari, archivisti, restauratori, studenti di conservazione dei beni culturali, storici del libro, legatori, collezionisti, insegnanti di lettere e studenti in orientamento. È interessante anche per chi non ha nessuna di queste qualifiche ma possiede una casa piena di carte di famiglia e vorrebbe smettere di rovinarle. È perfetto per chi ha già visto Roma tre volte e cerca qualcosa che non stia su nessuna lista.
Non è il museo giusto per chi cerca oggetti spettacolari, per chi viaggia con bambini piccolissimi, per chi ha due giorni a Roma e non ha ancora visto i Fori. E non è il museo giusto per chi non sopporta l'idea di prenotare. Detto questo, se rientrate nella prima categoria, mettetelo in cima alla lista: in trent'anni di lavoro con i gruppi ho visto poche visite lasciare un segno così duraturo.
Domande veloci su Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Dove si trova il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
In via Milano 76, 00184 Roma, rione Monti, sulle pendici sud occidentali del Viminale, a pochi passi da via Nazionale e dal Palazzo delle Esposizioni.
Come si arriva al Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Con la metropolitana linea A, fermata Repubblica, o linea B, fermata Cavour; con gli autobus 64, 70, 71, 117, 170 e H, fermata Nazionale/Palazzo Esposizioni, da cui si imbocca via Milano. Da Termini sono circa dodici minuti a piedi.
Serve prenotare per visitare il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Sì. L'accesso avviene su appuntamento concordato con l'istituto: non esiste un ingresso libero a orario continuato. Si scrive a ic-pal@cultura.gov.it o si telefona al 06 482911.
Quanto costa il biglietto del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Il museo non ha una biglietteria e le visite si concordano con l'istituto: le condizioni di accesso vanno verificate direttamente al momento della prenotazione, sul sito ufficiale o per posta elettronica.
Quali sono gli orari del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Gli uffici dell'istituto operano dal lunedì al venerdì; sabato, domenica e festivi la sede è chiusa. L'orario della visita si fissa insieme all'istituto quando si prenota.
Quanto dura la visita al Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Fra un'ora e mezza e due ore. Con una scolaresca e il laboratorio finale si sta in novanta minuti; un gruppo di appassionati che fa domande arriva a due ore e oltre.
Si possono fare fotografie al Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
La fotografia va autorizzata: chiedete il permesso quando prenotate e attenetevi alle condizioni indicate, in genere senza flash e senza cavalletto. Alcuni materiali in lavorazione appartengono a enti terzi e non sono fotografabili.
Il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo è adatto ai bambini
Sì dai sette otto anni in su, e funziona molto bene con le classi della primaria e delle medie, soprattutto per la sezione sugli insetti e per il laboratorio dove si toccano i materiali. Sotto i sette anni il percorso, fatto di vetrine e testi, risulta faticoso.
Che cosa si vede esattamente al Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Sessanta vetrine e quattro pannelli introduttivi divisi in tre sezioni: materiali e tecniche di manifattura del libro, danni e fattori che li causano, prevenzione e restauro. In chiusura un laboratorio con materiali da toccare e filmati d'epoca.
Il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo è accessibile in sedia a rotelle
Le esigenze di accessibilità vanno dichiarate in fase di prenotazione: la sede è una palazzina storica in un compendio con giardino su terreno in pendenza, e l'istituto può indicare il percorso praticabile e l'ingresso più adatto.
Come si chiama oggi l'istituto
Istituto centrale per la patologia degli archivi e del libro, sigla ICPAL, denominazione assunta con il D.P.C.M. 2 dicembre 2019 n. 169. In precedenza si chiamava Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario, e prima ancora Istituto centrale di patologia del libro.
Chi era Alfonso Gallo
Bibliotecario e studioso nato ad Aversa il 24 marzo 1890 e morto a Roma il 1 dicembre 1952, fondatore dell'istituto nel 1938 e suo direttore fino alla morte, autore di Le malattie del libro, le cure ed i restauri del 1935 e di Patologia e terapia del libro del 1951.
Che cos'è la patologia del libro
La disciplina che studia il libro come oggetto materiale soggetto a malattie: individua gli agenti fisici, chimici e biologici che lo degradano, li diagnostica con metodi scientifici e definisce le terapie, cioè prevenzione e restauro.
Si può visitare la biblioteca del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Sì, per motivi di studio e ricerca, esclusivamente su prenotazione scrivendo alla casella di posta della biblioteca, ic-pal.biblioteca@cultura.gov.it. Conta circa quindicimila volumi e quattrocento periodici.
Il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo ha un bookshop
Non è un museo con servizi commerciali strutturati come quelli dei grandi musei statali. Le pubblicazioni dell'istituto e i risultati delle ricerche si richiedono direttamente all'ente.
Quanti laboratori ha l'istituto
Nove: Restauro, Conservazione preventiva, Conservazione dei supporti digitali, Tecnologia, Ambiente, Biologia, Chimica, Fisica, Restauro cinematografico. A questi si aggiungono biblioteca, archivio storico, fototeca e spazio espositivo didattico.
Che rapporto c'è fra il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo e il Palazzo delle Esposizioni
Sono vicini di strada: il Palazzo delle Esposizioni ha l'ingresso principale in via Nazionale 194 e un accesso su via Milano, la stessa via che al numero 76 ospita l'istituto. Si abbinano bene in una mattinata.
Che cosa c'entra il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo con l'alluvione di Firenze del 1966
L'emergenza fiorentina figura fra gli interventi di maggiore impegno affrontati dai laboratori dell'istituto, e da quella prova è nato il restauro librario moderno, con protocolli, documentazione fotografica e materiali reversibili.
Si entra nei laboratori di restauro
I laboratori sono ambienti di lavoro e non fanno parte del percorso espositivo ordinario. In occasione di aperture straordinarie o di visite concordate per motivi di studio può essere previsto un accesso, ma va richiesto e autorizzato.
Esiste una scuola per diventare restauratore
Sì, la Scuola di Alta Formazione e Studio dell'istituto, attiva dal 2010, con un corso quinquennale a numero chiuso che rilascia un diploma equiparato alla laurea magistrale e abilita alla professione di restauratore nel percorso formativo professionalizzante numero 5.
Il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo è aperto la domenica
No. La sede segue il calendario di un istituto tecnico del Ministero e nel fine settimana è chiusa, salvo iniziative straordinarie annunciate sul sito ufficiale.
Posso portare un mio libro rovinato per farlo esaminare
L'istituto lavora sul patrimonio dello Stato e di altri enti pubblici, non è un laboratorio di restauro per privati. Durante la visita si possono però porre domande sulla conservazione domestica, ed è la parte più utile che un visitatore comune si porti a casa.
Che differenza c'è fra il Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo e una biblioteca storica
Una biblioteca storica espone e conserva libri per essere letti; questo museo espone libri per mostrare come si rovinano e come si curano. Sono due punti di vista opposti sullo stesso oggetto, e visitarli in sequenza è l'esperienza più istruttiva che Roma offra sul tema.
Dove trovo informazioni aggiornate sull'apertura del Museo dell'Istituto centrale di patologia del libro Alfonso Gallo
Sul sito ufficiale dell'istituto, icpal.beniculturali.it, e scrivendo alla casella istituzionale ic-pal@cultura.gov.it.
Chiudo con un giudizio che do senza esitazione. Fra i musei romani meno frequentati, questo è il più utile. Non insegna la storia dell'arte, insegna la fragilità: che una biblioteca è un organismo, che la conservazione è un lavoro quotidiano e invisibile, che il patrimonio si perde in silenzio molto più spesso di quanto si perda con clamore. Se accompagnate qualcuno che ama i libri, portatelo in via Milano 76 e lasciatelo davanti alla vetrina dei tarli per cinque minuti senza dire niente. Al ritorno vi ringrazierà.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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