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RomArt Factory

Il luogo. RomArt Factory, Via Stanislao Carcereri 7, Roma, quartiere Garbatella. Associazione di Promozione Sociale e Circolo Arci nel cuore della Garbatella, RomArt Factory promuove e diffonde l’arte in tutti i suoi aspetti, in particolare quella visiva, musicale, letteraria e teatrale.

Di cosa parliamo. Di uno di quegli indirizzi che non compaiono sulle mappe turistiche, che non hanno una biglietteria, che non vendono un ingresso e che pure, nel tessuto culturale di un quartiere romano, pesano quanto e talvolta più di un museo. Un circolo affiliato all’Arci, dentro una strada residenziale della Garbatella, con una formula giuridica precisa alle spalle e una funzione sociale ancora più precisa davanti.

Una premessa che conviene fare subito. La scheda di Zero, la fonte pubblica da cui arriva la descrizione riportata qui sopra e alla quale rimando in fondo, oggi accompagna il nome di RomArt Factory con la dicitura Chiuso definitivamente. È un dato che riporto come lo trovo, senza aggiungerci nulla che non ci sia: chi legge queste righe con l’idea di presentarsi in Via Stanislao Carcereri una sera qualsiasi farà bene a cercare prima un contatto diretto, perché i circoli di quartiere hanno una vita fatta di cicli, di traslochi, di chiusure e di riaperture sotto nomi nuovi, e una pagina che riporta una chiusura non sempre racconta l’ultimo capitolo della storia. Quello che segue, quindi, è il ritratto di che cosa è stato e di che cosa rappresenta un indirizzo come questo, e del quartiere straordinario che lo ospita.

Di posti così, a Roma, ce ne sono centinaia, e quasi nessuno li racconta. Un circolo Arci in un quartiere popolare non ha un ufficio stampa, non ha una campagna di comunicazione, non ha un budget per farsi notare. Ha una porta, un cartello, un calendario appeso al muro e un gruppo di persone che ogni settembre riapre e ogni luglio tira giù la saracinesca per il caldo. Il risultato è che la memoria di questi luoghi vive quasi esclusivamente nelle teste di chi li ha frequentati, e quando chiudono si dissolve nel giro di due o tre anni. Scrivere una pagina lunga su RomArt Factory serve anche a questo: a mettere qualche riga sotto un nome che altrimenti resterebbe soltanto una voce in una lista di indirizzi.

La prima cosa da chiarire è la natura giuridica, perché è quella che spiega tutto il resto: perché funziona in un certo modo, perché chiede la tessera, perché non è un bar aperto a chiunque passi, perché i prezzi al bancone hanno quel livello e non un altro. RomArt Factory si presenta con due etichette messe una accanto all’altra: Associazione di Promozione Sociale e Circolo Arci. Non sono sinonimi e non sono neppure alternative. Sono due piani diversi che si sovrappongono.

Che cosa vuol dire davvero Associazione di Promozione Sociale

Associazione di Promozione Sociale, che si abbrevia in APS, è una qualifica giuridica italiana. Oggi vive dentro il Codice del Terzo Settore, il decreto legislativo 117 del 2017, che ha riordinato una materia che prima era sparpagliata tra leggi diverse e che prima ancora, per le APS, aveva la sua norma di riferimento nella legge 383 del 2000. Il senso della qualifica è semplice da riassumere anche se la normativa è densa: un ente costituito da persone che si associano per svolgere attività di interesse generale a favore dei propri associati, dei loro familiari o di terzi, senza scopo di lucro.

Le parole chiave sono due. La prima è associati: l’APS non è un’impresa che vende un servizio a un cliente, è un gruppo di persone che si riconoscono in uno scopo comune e che quello scopo lo realizzano insieme. La seconda è senza scopo di lucro, che non vuol dire che non possano circolare soldi, perché i soldi circolano eccome, servono a pagare l’affitto e le bollette e la SIAE e i compensi a chi suona. Vuol dire che gli eventuali avanzi non si possono distribuire tra i soci, e devono tornare dentro l’attività. È la differenza fondamentale rispetto a un locale commerciale, e chi ha frequentato entrambi la percepisce subito anche senza conoscere il dettaglio normativo: in un circolo, la sensazione che qualcuno stia cercando di venderti qualcosa è molto più tenue.

Con la riforma del Terzo Settore è nato anche il RUNTS, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, che ha assorbito i vecchi registri regionali e provinciali delle associazioni di promozione sociale. Un’APS iscritta al RUNTS è un soggetto tracciabile, con uno statuto depositato, un organo di amministrazione, un’assemblea dei soci, un bilancio da approvare ogni anno. Non è un gruppo informale di amici: è una struttura con obblighi precisi, e chi la manda avanti lo sa benissimo perché passa una parte non trascurabile del proprio tempo libero a occuparsi di adempimenti che nessuno vede e nessuno ringrazia.

Questo aspetto merita una sottolineatura, perché è quello che sfugge di più a chi guarda i circoli da fuori. L’immagine romantica è quella del posto nato dal nulla, gestito alla buona, dove tutto succede per caso. La realtà è che dietro una serata di concerti in un circolo di quartiere ci sono uno statuto, un libro soci, un registro delle presenze, una copertura assicurativa, una comunicazione alla SIAE per i brani eseguiti, spesso una licenza per la somministrazione ai soci, un responsabile della sicurezza per l’affollamento della sala. Tutto questo va tenuto in piedi da volontari che di mestiere fanno altro. La fragilità dei circoli nasce esattamente da qui: non dalla mancanza di pubblico, ma dalla fatica di reggere l’impalcatura amministrativa anno dopo anno con le stesse quattro o cinque persone.

Come funziona un circolo Arci, spiegato a chi non ci è mai entrato

L’Arci, per esteso Associazione Ricreativa e Culturale Italiana, nasce a Firenze nel 1957 e da allora è la più grande rete associativa di base del Paese. La struttura è a tre livelli: i circoli, i comitati territoriali, il livello nazionale. Il circolo è l’unità elementare, quella che ha una sede fisica e una porta che si apre. Il comitato territoriale, a Roma, coordina i circoli della città e della provincia. Il nazionale tiene insieme la rete, definisce le linee politiche e culturali, gestisce il rapporto con le istituzioni.

Il meccanismo operativo che interessa a chi vuole entrare da un circolo è il tesseramento, e vale la pena spiegarlo bene perché genera equivoci in continuazione. Un circolo Arci non è un locale pubblico: è una sede sociale. Chi entra e partecipa alle attività deve essere socio. Diventare socio significa compilare una domanda di adesione, essere accolti dal consiglio direttivo, ricevere una tessera nominativa e finire iscritti nel libro soci. Non è una formalità inventata per complicare la vita a nessuno, è la condizione che rende legittima tutta l’attività dell’associazione.

La tessera Arci ha una caratteristica che la rende particolarmente interessante, ed è la sua validità di rete. Non è la tessera di quel singolo circolo: è la tessera dell’Arci, valida presso tutti i circoli affiliati d’Italia per l’intera annualità associativa. Vuol dire che chi si iscrive a un circolo di quartiere della Garbatella, con la stessa tessera, può entrare in un circolo di Bologna, di Palermo, di Torino. Per chi si muove molto è un vantaggio concreto, e per il sistema Arci è il collante che trasforma migliaia di realtà locali autonome in una rete nazionale riconoscibile.

L’annualità associativa dell’Arci non coincide con l’anno solare. È tarata sulla stagione delle attività, quella che riparte in autunno e si chiude alla fine dell’estate successiva, esattamente come l’anno scolastico o come la stagione teatrale. Questo dettaglio spiega una cosa che a chi si avvicina per la prima volta sembra un capriccio: la tessera fatta a maggio scade comunque poco dopo, perché segue il calendario dell’associazione e non la data in cui è stata sottoscritta. Chi conosce il meccanismo aspetta l’autunno per iscriversi, se può, e si guadagna undici mesi pieni invece di tre.

Sulle cifre non entro, e la scelta è deliberata. Le quote di tesseramento cambiano di anno in anno, cambiano da circolo a circolo perché al costo della tessera nazionale ogni circolo può aggiungere una quota associativa propria, e cambiano anche in base a eventuali riduzioni per studenti o per chi rinnova. Scrivere un numero qui significherebbe scrivere un numero sbagliato entro pochi mesi. Il principio da tenere a mente è un altro, ed è che la quota di un circolo Arci è pensata per essere accessibile: non è un filtro economico, è un atto di adesione. Chi la paga non compra un ingresso, entra in un’associazione.

C’è poi la questione del bancone, che è quella che più spesso confonde. Molti circoli Arci hanno un bar interno. Non è un bar nel senso commerciale del termine: è una somministrazione riservata ai soci, che è una fattispecie diversa e regolata diversamente. Ecco perché il prezzo della birra in un circolo è quello che è, e perché nessuno può entrare dalla strada a ordinare un caffè senza essere socio. Non è scortesia, è la struttura stessa del rapporto.

Infine la parte che conta di più, e che nessuna normativa riesce a descrivere: in un circolo il pubblico non è pubblico. È un corpo associativo. La differenza si vede in cose minime. Si vede in chi sposta le sedie alla fine della serata senza che nessuno glielo chieda. Si vede nel fatto che la persona dietro al bancone quella sera è la stessa che due settimane prima suonava sul palco. Si vede nel modo in cui si discute delle scelte di programmazione, che in un locale commerciale sarebbero decisioni del proprietario e qui invece diventano argomento di assemblea. Chi entra in un circolo cercando un servizio resta deluso; chi entra cercando un posto dove stare, quasi mai.

Una curiosità su RomArt Factory

La curiosità riguarda il nome, e una volta che la si nota non si riesce più a non vederla. RomArt Factory mette insieme tre cose: Roma, l’arte e la fabbrica. Il termine Factory, in un contesto di arti visive, non è mai neutro: rimanda alla Factory newyorkese, allo studio come luogo di produzione continua e collettiva, all’idea che l’opera non nasca nella solitudine dello studio ma nel rumore di uno spazio attraversato da molte persone contemporaneamente. Applicare quella parola a una sede di quartiere della Garbatella è una dichiarazione di intenti piuttosto esplicita, e va letta insieme all’elenco delle discipline che la descrizione ufficiale mette in fila: arte visiva, musicale, letteraria, teatrale.

Quattro discipline in un elenco, in un circolo di quartiere, vogliono dire una cosa sola: lo stesso spazio deve cambiare pelle a seconda della sera. La stanza che il giovedì è una sala da concerto con le casse accese il sabato diventa una galleria con i quadri appesi alle pareti, e il martedì successivo una platea di sedie disposte in file per una presentazione di libro. Questa polivalenza forzata è la cifra stessa dei circoli italiani, ed è insieme il loro punto di forza e il loro limite strutturale. Il punto di forza è che un metro quadro produce quattro attività diverse invece di una. Il limite è che nessuna delle quattro trova mai le condizioni ideali: l’acustica pensata per il concerto rovina la presentazione del libro, l’illuminazione buona per la mostra è pessima per il teatro, e il palco che serve alla band ruba metri preziosi alla platea.

Chi ha gestito uno spazio così sa che la giornata tipo non è fatta di programmazione culturale, è fatta di montaggi e smontaggi. Si sposta, si impila, si copre, si scopre. Una mostra che resta appesa per tre settimane convive con sei serate diverse, e ogni volta bisogna decidere se coprire le opere o rischiare. La categoria che Zero assegna a questo indirizzo, oltre a Spazi Sociali e Associazioni, è proprio Spazi Ibridi: l’etichetta è esatta, e descrive una condizione più che una scelta estetica.

La seconda curiosità, più minuta ma non meno parlante, riguarda l’indirizzo. Via Stanislao Carcereri è intitolata a un missionario comboniano dell’Ottocento, e si inserisce in una consuetudine toponomastica che alla Garbatella è sistematica: un quartiere in cui le strade portano nomi di missionari, di esploratori, di geografi e di navigatori, e in cui l’intitolazione racconta la cultura del momento in cui il quartiere è stato disegnato. Camminare per la Garbatella leggendo le targhe stradali è un esercizio di storia culturale a cielo aperto, e l’indirizzo di questo circolo ne fa parte a pieno titolo.

La Garbatella, ovvero il quartiere che spiega il circolo

Non si capisce che cosa sia RomArt Factory senza capire dove si trova, e la Garbatella è uno dei pochi quartieri romani di cui si conosce con precisione la data di nascita. La prima pietra venne posata il 18 febbraio 1920. Non una data approssimativa ricavata da un catasto: una cerimonia, con la presenza del re Vittorio Emanuele III, un atto fondativo pubblico e documentato. Da quel momento comincia la costruzione di un pezzo di città che, a più di un secolo di distanza, resta uno degli esperimenti urbanistici meglio riusciti dell’intera storia romana moderna.

L’idea di partenza veniva da lontano, dall’Inghilterra, dal modello della città giardino teorizzato alla fine dell’Ottocento. Quel modello immaginava insediamenti a bassa densità, con case basse, orti, giardini, servizi di prossimità, pensati come alternativa alla città industriale congestionata. In Italia quell’idea arrivò filtrata attraverso il gusto e le necessità locali, e alla Garbatella diede un risultato che non assomiglia né ai sobborghi inglesi né alle periferie che sarebbero venute dopo. Diede cortili, scalinate, piazze piccole, case a due o tre piani con l’intonaco colorato, aiuole condominiali, e soprattutto diede una scala umana che a Roma, nelle espansioni successive, si è quasi sempre persa.

Il linguaggio architettonico che caratterizza la parte più antica del quartiere ha un nome preciso, ed è il barocchetto romano: un repertorio fatto di timpani spezzati, cornici modanate, edicole votive, portali in travertino, ferri battuti, colori caldi. Non è architettura aulica, è architettura popolare colta, un tentativo esplicito di dare dignità formale all’edilizia per i ceti popolari invece di ridurla a scatola anonima. Guardare bene le facciate della Garbatella significa accorgersi che ogni portone è diverso dall’altro, che ogni lotto ha i suoi dettagli, che chi ha progettato queste case ci ha messo attenzione. Nessun quartiere popolare romano costruito dopo il 1960 offre niente di simile.

I lotti, ovvero un sistema di indirizzi che è anche un sistema di vita

La Garbatella non si organizza per isolati come il resto della città: si organizza per lotti. Il lotto è l’unità di base dell’edificazione, un complesso di edifici raccolti attorno a uno o più cortili comuni, numerato progressivamente. I romani della Garbatella dicono il lotto tale o il lotto talaltro come altrove si direbbe il nome di una via, e questo perché il lotto è insieme un indirizzo, un cortile e una comunità.

La conseguenza sociale di questo impianto è enorme, e si tocca con mano ancora oggi. Un cortile comune produce vicinato. I bambini giocano nello stesso spazio, gli adulti si incontrano stendendo il bucato, le assemblee di condominio sono assemblee di persone che si conoscono da trent’anni. Non è un idillio, perché i cortili producono anche liti, rumori, tensioni, e chi ci abita lo sa meglio di chiunque altro. Ma producono relazione, e la relazione è la materia prima di cui vivono i circoli. Non è un caso che nel quadrante della Garbatella e dell’Ostiense esista una concentrazione di realtà associative che poche altre zone romane possono vantare: i circoli nascono dove esiste già un tessuto di persone che si conoscono.

Vale la pena camminarci con attenzione, perché la Garbatella si legge davvero solo a piedi. Piazza Benedetto Brin è uno dei punti da cui conviene partire, con la sua geometria aperta e le case che la chiudono su tre lati. Piazza Damiano Sauli offre una delle scalinate più fotografate del quartiere, una di quelle scenografie che sembrano costruite per una macchina da presa e che invece erano semplicemente il modo più elegante di risolvere un dislivello. Piazza Michele da Carbonara custodisce l’edificio più celebre dell’intero quartiere. Piazza Bartolomeo Romano ospita il teatro. E poi ci sono i vicoli interni, le scale che collegano un lotto all’altro, i passaggi che sembrano privati e invece sono pubblici, gli orti che spuntano dove il terreno lo consente.

Gli alberghi suburbani, la pagina più sorprendente della Garbatella

Se dovessi indicare un solo motivo per cui la Garbatella merita un viaggio anche a chi di architettura non si interessa, indicherei gli alberghi suburbani. La vicenda è questa. Negli anni Venti Roma cominciò a demolire interi settori del centro storico per aprire le grandi vie di rappresentanza volute dal regime. Quelle demolizioni sradicavano migliaia di famiglie, che si trovavano senza casa da un giorno all’altro. Serviva una soluzione di accoglienza rapida, provvisoria, dignitosa. La risposta furono gli alberghi suburbani della Garbatella: edifici collettivi con stanze per le famiglie e servizi in comune, mense, lavanderie, spazi di socialità condivisi.

A progettarli fu Innocenzo Sabbatini, architetto dell’Istituto per le Case Popolari, che di quella stagione è la figura decisiva. Il più noto dei suoi edifici è l’Albergo Rosso, in piazza Michele da Carbonara, un blocco dalla forma inconfondibile con la sua massa curva, il colore acceso, le logge, la torretta. Accanto a quello ci furono l’Albergo Bianco e l’Albergo Giallo, distinti proprio dal colore dell’intonaco. Sono edifici che oggi guardiamo come oggetti architettonici notevoli e che nacquero come strumenti di emergenza abitativa, e questa doppia natura è esattamente ciò che li rende straordinari: qualcuno decise che anche una sistemazione provvisoria per famiglie sfollate meritava di essere bella.

Chi arriva alla Garbatella per la prima volta e si ferma davanti all’Albergo Rosso capisce in trenta secondi perché questo quartiere ha una fama che travalica i confini di Roma. È un edificio che non assomiglia a nulla di quello che ci si aspetta da un quartiere popolare, e che pure è nato precisamente per rispondere a un bisogno popolare urgentissimo.

C’è poi un elemento che si aggiunge a questo quadro e che i visitatori spesso non notano: la presenza costante del verde. Non giardini monumentali, ma verde di uso quotidiano, aiuole, filari, orti. La tradizione degli orti alla Garbatella non è un fenomeno contemporaneo nato con la moda dell’agricoltura urbana: affonda nella struttura originaria del quartiere, pensato fin dall’inizio come insediamento in cui una parte del terreno restava coltivabile. Chi vuole vedere come quella tradizione si sia trasformata in un progetto collettivo contemporaneo può guardare l’esperienza degli orti urbani della Garbatella, che di quella vocazione storica sono la continuazione diretta.

Il Teatro Palladium e la vocazione scenica del quartiere

Alla Garbatella il teatro non è un ospite: è di casa da quasi un secolo. L’edificio che lo dimostra è il Teatro Palladium, in piazza Bartolomeo Romano, costruito nella seconda metà degli anni Venti su progetto dello stesso Innocenzo Sabbatini che aveva firmato gli alberghi suburbani. Nacque come cinema teatro per il quartiere, in un’epoca in cui dotare un insediamento popolare di una sala per spettacoli era una scelta politica esplicita: significava dire che anche lì la cultura doveva arrivare.

La sala ha attraversato tutte le stagioni possibili: cinema di prima visione, sala di quartiere, periodo di decadenza, rischio di chiusura, recupero. Oggi è legata all’Università Roma Tre, che ne ha fatto un centro di produzione e ricerca aperto alla città, con una programmazione che mescola musica contemporanea, teatro di ricerca, danza, cinema, incontri. È uno dei pochi casi romani in cui un’istituzione universitaria ha preso in carico un edificio storico di quartiere e lo ha restituito al pubblico senza trasformarlo in un contenitore chiuso.

La presenza del Palladium a poche centinaia di metri da un circolo come RomArt Factory non è un dettaglio di contorno. Crea un ecosistema. Un quartiere che ha una sala teatrale strutturata e una rete di circoli informali produce un pubblico che si muove tra i due livelli: chi va a vedere uno spettacolo al Palladium poi finisce a bere qualcosa in un circolo, e chi frequenta il circolo si abitua all’idea che il teatro sia una cosa normale e non un evento eccezionale. Questa circolazione è il vero capitale culturale di una zona, e si costruisce in decenni.

Accanto al Palladium, il quadrante ha sviluppato negli anni una densità di esperienze associative notevolissima. Nel raggio di un chilometro dall’indirizzo di Via Stanislao Carcereri si trovano la Casetta Rossa, la Villetta Social Lab, centri sociali storici, biblioteche comunali, centri anziani che organizzano attività aperte. È una concentrazione che non si spiega con la casualità: si spiega con la struttura del quartiere, con i cortili, con i lotti, con il fatto che qui la gente si conosce.

Una cosa che non ti dice nessuno su RomArt Factory

La cosa che non ti dice nessuno è che un circolo come questo non vive delle serate che mette in cartellone. Vive dei pomeriggi in cui non succede niente.

Le pagine che raccontano i circoli parlano sempre di concerti, di mostre, di presentazioni. Sono la parte visibile, quella che finisce sui social e nelle liste degli eventi. Ma chiunque abbia frequentato davvero uno spazio del genere sa che la sua funzione reale si esercita nelle ore morte: il tardo pomeriggio di un martedì, quando dentro ci sono quattro persone, uno che prova la chitarra in fondo, due che discutono a un tavolo, qualcuno che passa solo per salutare. Quelle ore non producono nessun contenuto, non generano biglietti, non si possono raccontare. Eppure sono esattamente il motivo per cui il circolo esiste.

C’è una conseguenza pratica di questa osservazione, e riguarda il modo in cui si giudica un posto così. Un locale commerciale si giudica dalla qualità di quello che offre la sera in cui ci vai. Un circolo si giudica da quanto è utile a chi ci passa dentro tutte le settimane. Sono due metriche completamente diverse, e applicare la prima al secondo produce recensioni ingiuste e incomprensioni sistematiche. Chi entra in un circolo aspettandosi il servizio di un locale trova una sedia zoppa e un bagno spartano; chi ci entra sapendo che quello è il salotto di un pezzo di quartiere trova una cosa che nessun locale commerciale può offrire.

La seconda cosa che non ti dice nessuno riguarda la fatica. Dietro l’apparente leggerezza di una serata in un circolo c’è un lavoro non retribuito enorme. Qualcuno ha aperto, qualcuno ha comprato il ghiaccio, qualcuno ha montato l’impianto, qualcuno ha fatto le tessere, qualcuno resterà fino alle due a lavare i bicchieri e a portare fuori la spazzatura. Nessuna di queste persone viene pagata per farlo, e quasi tutte hanno un lavoro il giorno dopo. Quando un circolo chiude, nove volte su dieci non chiude per mancanza di pubblico: chiude perché quelle quattro persone non ce la fanno più, o si sono trasferite, o hanno avuto un figlio, o hanno litigato. È una fragilità strutturale che nessun finanziamento pubblico risolve, perché il problema non sono i soldi, è la continuità delle energie umane.

La terza cosa, e forse la più importante, è che i circoli non si visitano: si frequentano. Non esiste un modo di capire RomArt Factory o qualunque altro circolo passandoci una volta sola. La prima volta si vede soltanto una stanza con delle persone dentro che si conoscono tra loro e non conoscono te. La seconda volta qualcuno ti riconosce. La terza volta cominci a capire chi fa che cosa. Chi arriva con la mentalità del visitatore resta sempre fuori, non perché venga escluso ma perché la porta si apre in un altro modo.

Il consiglio che ti do per visitare RomArt Factory

Il consiglio è netto e va contro l’istinto di chi pianifica una serata: non andarci per la serata. Andarci per il quartiere, e lasciare che il circolo sia la conclusione della giornata invece che il suo scopo.

Ti spiego perché. Un circolo di quartiere non ha un cartellone consultabile con settimane di anticipo come un teatro, e la programmazione può cambiare all’ultimo momento per ragioni banalissime. Costruire un viaggio attraverso Roma per arrivare a Via Stanislao Carcereri alle nove di sera e trovare la porta chiusa è un rischio reale, tanto più oggi che la scheda pubblica del luogo riporta una chiusura. Costruire invece un pomeriggio alla Garbatella è un’operazione che non può fallire, perché il quartiere è lì e non chiude mai.

Ecco come lo organizzerei. Si arriva con la metro B alla fermata Garbatella e si esce senza guardare il telefono. Si sale verso piazza Benedetto Brin e si comincia a camminare tra i lotti senza un itinerario preciso, perché la Garbatella premia chi si perde. Si va a vedere piazza Michele da Carbonara e l’Albergo Rosso, ci si ferma il tempo necessario per accorgersi di quanto sia strano quell’edificio. Si scende a piazza Damiano Sauli, si sale la scalinata, si guardano i cortili dei lotti attraverso i cancelli aperti. Si arriva a piazza Bartolomeo Romano e si controlla che cosa c’è in programma al Palladium, perché potrebbe risolvere la serata. Poi si scende lentamente verso Via Stanislao Carcereri, che dista pochi minuti a piedi da tutto questo, e si verifica di persona che cosa c’è.

Una giornata così ha due qualità che una serata singola non ha. La prima è che funziona comunque, qualunque cosa succeda all’indirizzo del circolo. La seconda è che chi arriva alla porta di un circolo dopo tre ore passate a camminare nel quartiere ci arriva con la testa giusta: ha capito dove si trova, ha visto i cortili, ha respirato la scala del posto. Non è un dettaglio sentimentale, cambia proprio il modo in cui si guarda una stanza con venti persone dentro.

Sui tempi, qualche indicazione concreta. Il pomeriggio della tarda primavera e quello di settembre sono i momenti migliori: la luce radente accende gli intonaci del barocchetto e le facciate cambiano colore ora per ora. D’estate, tra luglio e agosto, molti circoli romani sospendono l’attività per il caldo e per lo svuotamento della città, e la Garbatella diventa un quartiere silenzioso e bellissimo da camminare ma povero di vita serale. In autunno, tra fine settembre e novembre, riparte tutto: è la stagione in cui i circoli aprono l’annualità, rifanno le tessere, presentano il programma. Se devi scegliere un momento per avvicinarti a una realtà associativa romana, quello è il momento.

Un consiglio ulteriore, valido per qualunque circolo e non solo per questo: quando entri, chiedi. Chiedi che cosa fanno, chiedi come funziona il tesseramento, chiedi quando ci sono le cose. Nei circoli non esiste il personale di accoglienza e nessuno ti verrà incontro con un depliant, ma quasi tutti sono felici di raccontare quello che fanno se qualcuno mostra di essere interessato sul serio. La differenza tra restare estranei e non restarlo, in questi posti, la fa una domanda.

Come ci si arriva, con la metro B e con i piedi

La spina dorsale del quadrante è la linea B della metropolitana, che è anche la più antica delle metropolitane romane: il primo tratto entrò in servizio nel 1955, collegando Termini all’EUR, e nacque da una galleria che era stata scavata in origine con tutt’altra destinazione, in vista dell’esposizione universale che avrebbe dovuto tenersi a Roma nel 1942 e che la guerra impedì. È una delle storie urbane più curiose della città: una metropolitana nata dalle fondamenta di un evento mai avvenuto.

La fermata Garbatella serve direttamente il quartiere. Da lì si raggiunge a piedi in pochi minuti il cuore dei lotti storici, e in un quarto d’ora abbondante quasi tutti i punti di interesse della zona. La stessa linea, una fermata più in là in direzione centro, porta a Piramide, dove si incrocia la ferrovia per il Lido e dove comincia un altro pezzo di Roma che con la Garbatella condivide storia industriale e vocazione popolare.

Il consiglio pratico è di non usare l’auto. La Garbatella è un quartiere residenziale denso, i parcheggi sono pochissimi, le strade interne sono strette e in parte a senso unico, e girare in macchina significa non vedere nulla di quello che rende speciale il posto. Tutta la qualità di questo quartiere si manifesta all’altezza dello sguardo di un pedone: le scalinate, i cortili, le targhe, i dettagli delle facciate, i passaggi tra un lotto e l’altro. In macchina si vedono solo file di auto parcheggiate.

Il Ponte Settimia Spizzichino, la cerniera del quadrante

Chi guarda una mappa del sud di Roma nota subito il problema: tra la Garbatella e l’Ostiense corre un fascio di binari che per decenni ha funzionato come una barriera, separando due zone che geograficamente sono attaccate. La soluzione è arrivata nel 2012 con il Ponte Settimia Spizzichino, un ponte ad arco dalla sagoma bianca e curva che scavalca il fascio ferroviario e ricuce il tessuto urbano.

Il nome è quello di Settimia Spizzichino, unica donna sopravvissuta tra i deportati romani del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943. Deportata ad Auschwitz Birkenau, sopravvissuta ai campi, tornata a Roma, ha passato gli ultimi decenni della sua vita a raccontare quello che aveva visto, soprattutto nelle scuole. Abitava alla Garbatella. Intitolarle un ponte in questo quadrante non è stato un gesto simbolico astratto: è stato un modo di legare la memoria nazionale a un pezzo preciso di città in cui quella persona ha vissuto.

Il ponte è anche, semplicemente, una bella cosa da attraversare. La curva bianca dell’arco si legge da lontano, di sera è illuminata, e camminarci sopra offre uno dei punti di vista meno scontati sul paesaggio ferroviario e industriale di Roma sud, con i capannoni, i gasometri, la città che si allunga verso l’EUR. Chi ha un’ora in più da spendere nella zona farebbe bene a percorrerlo a piedi in entrambe le direzioni, perché il panorama cambia completamente.

Dall’altra parte del ponte comincia l’Ostiense, che è il naturale prolungamento di qualunque visita alla Garbatella. Lì si trovano la Centrale Montemartini, che è probabilmente il museo archeologico più sorprendente d’Italia perché espone statue antiche dentro una centrale termoelettrica dismessa, e il Museo della Via Ostiense, ospitato nella Porta San Paolo. Più avanti ancora la Piramide Cestia e la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Nella direzione opposta, verso via delle Sette Chiese, le Catacombe di Commodilla, che pochissimi romani hanno visto e che si trovano a un passo dal quartiere.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che la Garbatella è il quartiere più filmato di Roma dopo il centro storico. Lo sanno tutti, lo si ripete in ogni articolo. Quello che si cita molto meno è la conseguenza concreta che questo ha prodotto sul quartiere e sul rapporto tra chi ci abita e chi ci arriva.

Le ragioni per cui i registi hanno amato questo posto sono tecniche prima che estetiche. La Garbatella offre scenografie già pronte e coerenti: scalinate, cortili chiusi, facciate omogenee, piazze piccole e controllabili. Offre la possibilità di girare senza dover ricostruire nulla, con inquadrature che non hanno bisogno di essere ripulite dagli elementi contemporanei perché il quartiere è rimasto sostanzialmente quello degli anni Venti e Trenta. E offre una cosa che il centro di Roma non offre più: strade percorribili, permessi gestibili, spazi in cui montare una troupe senza bloccare il traffico di mezza città.

Il cinema italiano ci ha lavorato per decenni. Nanni Moretti ha percorso questo quadrante nella celebre sequenza in vespa di Caro Diario, del 1993, che è diventata uno dei ritratti più citati della periferia romana in movimento. La televisione ci si è installata in pianta stabile con la fiction I Cesaroni, andata in onda a partire dal 2006, che ha ambientato qui la propria vicenda per diverse stagioni e ha reso riconoscibili a un pubblico nazionale piazze e scorci che fino a quel momento conoscevano solo i romani.

Ecco il punto che si cita poco. Quella popolarità ha avuto un costo. Da quando le piazze della Garbatella sono diventate riconoscibili in televisione, il quartiere ha cominciato a ricevere un flusso costante di visitatori che arrivano per fotografare una scenografia, non per conoscere un luogo. Le persone che abitano nei lotti si trovano regolarmente gruppi che fotografano il loro portone. Il rapporto tra residenti e visitatori, nelle zone più esposte, si è fatto più ruvido, e non per cattiveria: chi abita in un cortile non ha firmato per vivere dentro un set permanente.

La conseguenza pratica per chi arriva è una sola, e la scrivo senza giri di parole: alla Garbatella si entra con rispetto. I cortili dei lotti sono spazi privati anche quando i cancelli sono aperti. Le finestre sono finestre di case abitate. Il livello di rumore accettabile in una piazza del centro non è quello accettabile in una piazza residenziale alle undici di sera. Chi tratta questo quartiere come un fondale si comporta male, e chi ci abita se ne accorge immediatamente.

C’è anche un secondo elemento poco citato, e riguarda il nome. Sull’origine della parola Garbatella circolano diverse spiegazioni, nessuna delle quali è stata mai dimostrata in modo definitivo. Una vuole che derivi da un’ostessa dai modi garbati che aveva una locanda in zona. Un’altra la fa risalire a una tecnica di coltivazione della vite, detta a garbata, praticata su questi terreni. Un’altra ancora la collega al toponimo di una villa preesistente. La verità è che nessuno lo sa con certezza, e vale la pena dirlo, perché la sicurezza con cui certe guide raccontano una sola versione non è giustificata dalle fonti.

La foto giusta da fare a RomArt Factory

Prima la foto sbagliata, perché è quella che fanno tutti. La foto sbagliata è l’insegna. Si arriva, si inquadra il cartello con il nome del circolo, si scatta, si riparte. È una fotografia che non racconta niente, perché un cartello sopra una porta in una strada residenziale non ha nessuna qualità visiva e nessuna informazione da dare.

La foto giusta, in un posto come questo, è quella che tiene insieme la porta e la strada. Ti metti sul marciapiede opposto, prendi la larghezza intera di Via Stanislao Carcereri, includi le facciate delle case intorno, le finestre, i panni stesi se ci sono, le macchine parcheggiate, e lasci che l’ingresso del circolo sia un elemento dentro una scena e non il soggetto isolato. Quella fotografia racconta la cosa vera: che questo è un luogo di cultura incastonato dentro un quartiere abitato, e che le due cose non si possono separare.

Sulla luce, la regola in un quartiere come la Garbatella è sempre la stessa: si fotografa nelle due ore prima del tramonto. Gli intonaci ocra, rossi e gialli del barocchetto restituiscono un calore che a mezzogiorno si appiattisce completamente. Nella luce radente le cornici, le modanature, gli aggetti proiettano ombre che disegnano le facciate, e il quartiere diventa improvvisamente tridimensionale.

Se poi l’obiettivo è portare a casa una sola immagine che dica Garbatella a chiunque la guardi, allora l’indirizzo del circolo non basta e bisogna spostarsi di qualche centinaio di metri. L’Albergo Rosso in piazza Michele da Carbonara è il soggetto più forte del quartiere, e va preso di tre quarti per far leggere la curva della facciata. La scalinata di piazza Damiano Sauli funziona meglio dall’alto, includendo le case che la incorniciano. I cortili interni dei lotti, quando i cancelli sono aperti, offrono le immagini più intime, ed è esattamente lì che serve la maggiore delicatezza, perché quelli sono i giardini sotto casa di qualcuno.

Una regola finale, che vale doppio dentro un circolo: le persone si fotografano solo se sono d’accordo. In uno spazio associativo la gente non è pubblico pagante, è gente a casa propria. Chiedere prima non costa niente e cambia completamente il modo in cui vieni percepito.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Su questo punto voglio essere onesto fino in fondo: la cronologia interna di un circolo di quartiere non è documentata da nessuna parte in modo verificabile. Non esistono archivi pubblici delle serate di RomArt Factory, non esistono rassegne stampa consultabili, non esiste una storia scritta di questo indirizzo. Inventarne una sarebbe facilissimo e sarebbe una truffa. Quello che si può ricostruire con precisione, invece, è la cronologia del luogo in cui il circolo si è insediato, ed è una cronologia densa che spiega moltissimo.

18 febbraio 1920. Viene posata la prima pietra della Garbatella, alla presenza del re Vittorio Emanuele III. È l’atto di nascita ufficiale del quartiere, ed è una delle poche date fondative certe dell’espansione romana del Novecento. Il progetto si inserisce in una stagione in cui l’Istituto per le Case Popolari costruisce interi pezzi di città per i ceti lavoratori, con un impianto ispirato alle teorie della città giardino.

Gli anni Venti. Si costruiscono i primi lotti, si definisce il linguaggio del barocchetto romano, si mette a punto il modello del cortile comune. Il quartiere prende la forma che conserva ancora oggi. Nello stesso decennio arrivano le prime attrezzature collettive, tra cui la sala per spettacoli che diventerà il Teatro Palladium, in piazza Bartolomeo Romano, su progetto di Innocenzo Sabbatini.

La seconda metà degli anni Venti. Le demolizioni nel centro storico di Roma, aperte per fare posto alle grandi arterie di rappresentanza, lasciano senza casa migliaia di famiglie. Alla Garbatella nascono gli alberghi suburbani, edifici collettivi con servizi in comune progettati da Sabbatini per accogliere gli sfollati. L’Albergo Rosso, in piazza Michele da Carbonara, ne è l’esempio più celebre, affiancato dall’Albergo Bianco e dall’Albergo Giallo.

16 ottobre 1943. Il rastrellamento del ghetto di Roma. Tra i deportati c’è Settimia Spizzichino, che sarà l’unica donna romana a tornare viva dai campi di sterminio e che vivrà poi alla Garbatella, dedicando gli ultimi decenni della sua vita alla testimonianza pubblica. Il suo nome tornerà, molti anni dopo, sul ponte che collega questo quartiere all’Ostiense.

1955. Entra in servizio il primo tratto della linea B della metropolitana di Roma, la prima della città, che collega Termini all’EUR passando sotto questo quadrante. La fermata Garbatella cambia radicalmente la relazione del quartiere con il resto della città: da insediamento periferico raggiungibile con difficoltà a zona collegata al centro in pochi minuti.

Il secondo dopoguerra e i decenni successivi. La Garbatella consolida la propria identità politica e sociale, diventa uno dei quartieri simbolo della Roma popolare organizzata, vede nascere sezioni, case del popolo, circoli, cooperative, associazioni sportive di base. È il terreno culturale su cui, molti decenni dopo, si innesteranno realtà come i circoli Arci contemporanei.

1957. Nasce a Firenze l’Arci, Associazione Ricreativa e Culturale Italiana, che nel giro di pochi decenni diventerà la più grande rete associativa italiana e il contenitore nazionale a cui si affilieranno migliaia di circoli locali, compresi quelli romani.

1993. Esce Caro Diario di Nanni Moretti, con la sequenza in vespa attraverso i quartieri di Roma che consegna al cinema italiano una delle immagini più memorabili della città residenziale e periferica.

2006. Comincia la messa in onda della fiction I Cesaroni, ambientata alla Garbatella, che per diverse stagioni renderà il quartiere familiare a un pubblico televisivo nazionale e trasformerà alcune sue piazze in mete di pellegrinaggio.

2012. Viene aperto il Ponte Settimia Spizzichino, che scavalca il fascio ferroviario e ricuce la Garbatella con l’Ostiense, eliminando una cesura urbana che durava da decenni.

Gli anni recenti. Il quadrante tra Garbatella e Ostiense si conferma uno dei laboratori culturali più attivi di Roma, con rassegne diffuse che usano più sedi contemporaneamente, come nel caso dell’Aperossa tra la Garbatella e l’Ostiense, e con una rete associativa che continua a produrre attività aperte, spesso gratuite, quasi sempre autofinanziate.

Chi è passato da RomArt Factory

Anche qui preferisco dire come stanno le cose invece di riempire il paragrafo di nomi. Non esiste una lista pubblica e verificabile degli artisti che si sono esibiti o hanno esposto in questo circolo, e ogni nome che scrivessi qui sarebbe un nome messo lì per fare scena. Non lo faccio.

Quello che si può dire con certezza riguarda la tipologia di persone che attraversa un circolo Arci di quartiere, ed è una tipologia riconoscibile ovunque in Italia. Ci passano musicisti all’inizio del percorso, quelli che hanno registrato due pezzi e cercano un palco dove provarli davanti a trenta persone. Ci passano band di quartiere con vent’anni di carriera alle spalle che non hanno mai firmato un contratto e non lo firmeranno mai, e che suonano perché suonare è quello che fanno. Ci passano autori alla prima presentazione di un libro pubblicato da un editore piccolo, che in libreria non entrerebbero mai e che qui trovano una platea vera. Ci passano fotografi e pittori che espongono per la prima volta fuori dalla propria stanza. Ci passano compagnie teatrali amatoriali che provano per mesi in vista di due repliche.

Ci passano soprattutto i soci, che sono la categoria decisiva e quella di cui non si parla mai. Persone del quartiere che vengono perché lì hanno gli amici. Studenti che cercano un posto economico dove passare la sera. Pensionati che hanno trovato un luogo dove essere ascoltati. Genitori che portano i figli a un laboratorio. Nessuno di questi nomi finirà mai su una locandina, e tutti insieme costituiscono il novanta per cento della vita reale di uno spazio così.

Se invece la domanda riguarda chi è passato dalla Garbatella, lì la risposta è documentata e ricchissima, e voglio tenerla ben separata dal paragrafo precedente per non creare confusione: sono figure legate al quartiere, non a questo specifico indirizzo. Alla Garbatella è passato il cinema italiano in modo sistematico, da Nanni Moretti in poi. Ci è passata la televisione generalista con una delle fiction più viste degli anni Duemila. Ci ha vissuto Settimia Spizzichino, la cui testimonianza sulla deportazione è uno dei documenti civili più importanti della Roma del Novecento. Ci hanno lavorato architetti come Innocenzo Sabbatini, il cui nome nella storia dell’architettura italiana del Novecento è legato quasi interamente a questo quartiere. E ci sono passate, generazione dopo generazione, decine di migliaia di famiglie romane per le quali la Garbatella non è stata un soggetto fotografico ma semplicemente casa.

Che cosa vedere nel raggio di venti minuti a piedi

Chi dedica una giornata a questa zona farebbe l’errore classico se si limitasse alla Garbatella. Il quadrante sud di Roma, tra la Garbatella, l’Ostiense e il Testaccio, concentra una quantità di cose da vedere che in qualunque altra città sarebbe il cuore dell’offerta turistica e che a Roma resta in secondo piano soltanto perché il centro assorbe tutta l’attenzione.

A pochi minuti a piedi dall’indirizzo del circolo si incontra la rete associativa del quartiere, a cominciare dalla Casetta Rossa, che è uno dei punti di riferimento storici della socialità garbatellese. Poco più in là, la tradizione degli orti urbani della Garbatella racconta come un quartiere abbia riconquistato pezzi di terreno per coltivarli collettivamente, in continuità diretta con l’impianto originario del 1920.

Scendendo verso l’Ostiense si arriva alla Centrale Montemartini, che va vista almeno una volta nella vita: statue romane in marmo bianco allineate davanti a turbine e motori diesel di una centrale elettrica dei primi del Novecento, in uno degli accostamenti museografici più riusciti d’Europa. Proseguendo, il Museo della Via Ostiense dentro la Porta San Paolo, la Piramide Cestia con la sua improbabile sagoma egizia incastrata nelle Mura Aureliane, e la Basilica di San Paolo fuori le Mura, una delle quattro basiliche papali, con il chiostro cosmatesco che da solo vale la deviazione.

Verso via delle Sette Chiese, nella direzione opposta, ci sono le Catacombe di Commodilla, un complesso ipogeo che quasi nessun visitatore di Roma mette in programma e che conserva pitture di grande interesse. Attraversando il Tevere si entra nel Testaccio, con il Nuovo Mercato Testaccio e il Museo Diffuso del Rione Testaccio, che racconta la stagione del mattatoio e della Roma operaia. Verso sud, infine, si apre il mondo completamente diverso dell’EUR, con la sua architettura razionalista e le sue prospettive monumentali.

Messe in fila, queste tappe compongono un itinerario di una giornata piena che attraversa duemila anni di storia romana, dall’archeologia alle catacombe, dall’archeologia industriale all’edilizia popolare del Novecento, fino al razionalismo. E tutto questo si muove lungo un’unica linea di metropolitana, il che lo rende uno degli itinerari più efficienti che si possano costruire a Roma.

Il quadro, alla fine

RomArt Factory è, o è stato, uno di quei nodi minuti che tengono insieme il tessuto culturale di una città. Non ha il peso istituzionale di un teatro pubblico né la visibilità di un festival. Ha, o ha avuto, una porta in una strada residenziale della Garbatella e la dichiarazione di voler promuovere l’arte visiva, musicale, letteraria e teatrale dentro il perimetro di un’associazione di promozione sociale e di un circolo Arci. Detto così sembra poco. Moltiplicato per le migliaia di realtà simili sparse per l’Italia, è l’infrastruttura culturale di base di un Paese intero, quella che nessun ministero ha progettato e senza la quale moltissimi artisti non avrebbero mai avuto un primo palco.

Che oggi la fonte pubblica riporti una chiusura definitiva non cancella niente di tutto questo, e anzi rende più utile ricordarlo. I circoli chiudono e riaprono, cambiano sede, cambiano nome, si fondono, si dividono. Il quartiere che li ha resi possibili, quello no: quello resta, con i suoi lotti, i suoi cortili, le sue scalinate e la sua capacità testarda di produrre luoghi in cui le persone si incontrano. Chi arriva alla Garbatella cercando RomArt Factory e trova una porta chiusa farà bene a guardarsi intorno, perché a duecento metri, con ogni probabilità, ne è nato un altro.

Domande frequenti su RomArt Factory

Dove si trova RomArt Factory?

RomArt Factory si trova alla Garbatella, uno dei pochi quartieri romani di cui si conosce con precisione la data di nascita: la prima pietra venne posata il 18 febbraio 1920 alla presenza del re Vittorio Emanuele III.

Cos'è RomArt Factory?

RomArt Factory è un circolo Arci gestito come Associazione di Promozione Sociale, il cui nome mette insieme Roma, l'arte e la fabbrica, richiamando l'idea di uno spazio di produzione collettiva più che di uno studio d'artista solitario.

Cosa vuol dire che RomArt Factory è un'Associazione di Promozione Sociale?

Associazione di Promozione Sociale, abbreviato APS, è una qualifica giuridica italiana che oggi vive dentro il Codice del Terzo Settore, il decreto legislativo 117 del 2017, e prima ancora aveva come riferimento la legge 383 del 2000.

RomArt Factory ha un calendario di eventi fisso?

No, un circolo di quartiere come RomArt Factory non ha un cartellone consultabile con settimane di anticipo come un teatro, e la programmazione può cambiare all'ultimo momento per ragioni organizzative ordinarie.

In che quartiere si trova RomArt Factory e perché è particolare?

RomArt Factory si trova alla Garbatella, un quartiere organizzato non per isolati ma per lotti, gruppi di edifici raccolti attorno a cortili comuni che i romani della zona usano ancora come indirizzo e come identità di comunità.

Come si arriva a RomArt Factory in metropolitana?

La spina dorsale dei trasporti verso RomArt Factory è la linea B della metropolitana, la più antica di Roma, il cui primo tratto entrò in servizio nel 1955 collegando Termini all'EUR e attraversando l'area della Garbatella.

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Per chi vuole camminare ancora un po’ in questo quadrante, il racconto della rassegna diffusa dell’Aperossa tra la Garbatella e l’Ostiense mostra bene come funziona oggi la rete culturale di questa zona, con più sedi che lavorano insieme nello stesso raggio di venti minuti a piedi.

Fonte

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RiassuntoRomArt Factory Via Stanislao Carcereri , 7 Roma Associazione di Promozione Sociale e Circolo Arci nel cuore della Garbatella, RomArt Factory promuove e diffonde l'arte in tutti i suoi aspetti in particolare quella visiva, musicale, letteraria e teatrale.
TagsCentro culturalecosa vedere a romagarbatellaRomaSpazi Sociali - Roma

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IndirizzoRomArt Factory RomArt Factory
Via Stanislao Carcereri , 7
Roma Roma Città, Roma Città
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