Kif Kif

Via Macerata 54, Roma. L’indirizzo è di quelli che non dicono nulla finché non ci arrivi davvero, e poi dicono tutto: una traversa del quadrante Prenestino-Casilino, a poche decine di passi dalla Casilina, in quella fascia di città dove il Pigneto finisce di chiamarsi Pigneto e Torpignattara comincia a chiamarsi Torpignattara senza che nessuno abbia mai piantato un cartello a segnare il confine. Qui ha messo casa Kif Kif, un bar multiculturale con cucina, con una proposta di bere ragionata e con una programmazione di eventi che va e viene a seconda delle stagioni e delle energie: musica, presentazioni, incontri, serate costruite più sul passaparola che sull’ufficio stampa.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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La descrizione che circola da anni, e che ha fatto il giro delle guide cittadine, è breve e centrata: un bar multiculturale nel quartiere più multiculturale di Roma, cucina etnica, buon bere e occasionali eventi culturali tra musica, presentazioni e tanto altro. Poi c’è la spiegazione del nome, che è la parte che quasi tutti citano e quasi nessuno approfondisce: “kif kif” è un’espressione che nei dialetti arabi del Nordafrica indica uguaglianza fra più cose. Nord o sud? Kif kif. Bianco o nero? Kif kif. Due parole identiche una accanto all’altra che, messe insieme, significano “pari”, “lo stesso”, “nessuna differenza”.

Su quella formula si può costruire un’intera visita, perché non è un gioco di parole da menu: è un’affermazione di metodo, e in un quartiere come questo un’affermazione di metodo pesa. Nelle prossime pagine ti porto dentro il locale e soprattutto dentro l’isolato che lo contiene, perché Kif Kif senza via Macerata attorno non si capisce, e via Macerata senza la storia dei pignattari, del Mausoleo di Sant’Elena e delle tenute agricole di fine Ottocento nemmeno. Parlo di come ci si arriva, di che cosa aspettarsi, di che cosa fotografare, di che cosa è successo davvero da queste parti nei secoli e di chi è passato di qua, con la distinzione netta fra ciò che è documentato e ciò che è chiacchiera di zona.

Che cosa è Kif Kif, in concreto

Le categorie con cui il locale viene schedato dalle guide cittadine sono più di una, e la molteplicità è già un’informazione: bar, disco bar, enoteca e vineria, birreria e pub, spazio sociale, club, music club. Sette etichette per un solo indirizzo non sono un errore di catalogazione, sono il ritratto di un posto che cambia funzione a seconda dell’ora e del giorno. Alle prime ore della sera è un bar dove ci si siede e si ordina qualcosa da bere; più tardi diventa un luogo dove si mangia; in certe serate si sposta un tavolo, si accende un impianto e diventa un posto dove si suona o si presenta un libro. È il modello dello spazio ibrido che a Roma si è diffuso soprattutto in periferia e semiperiferia, dove gli affitti permettono metrature e usi che dentro le mura non permetterebbero.

Il quartiere che le guide gli assegnano è il Pigneto, ma il codice postale 00176 e la posizione lungo via Macerata raccontano una zona di confine. La differenza non è pedanteria: il Pigneto e Torpignattara hanno storie sociali e urbanistiche parzialmente diverse, e un locale che si colloca sulla cerniera fra i due eredita un pubblico doppio. Da una parte il flusso che arriva per la movida del Pigneto pedonale, dall’altra il tessuto residenziale denso di Torpignattara, con le sue palazzine basse nate per autopromozione fra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Novecento e con una composizione sociale che negli ultimi trent’anni è diventata una delle più plurali della città.

Cucina, bere, eventi: come si tengono insieme

L’espressione “cucina etnica” è di quelle che invecchiano male, e vale la pena smontarla subito. In una via dove convivono famiglie romane di terza generazione, famiglie bangladesi, cinesi, egiziane, romene, filippine, peruviane, la parola “etnico” perde senso: è etnica la cucina di chi? La formula che funziona meglio, e che descrive più onestamente quello che accade in posti come questo, è cucina di provenienze diverse cucinata da persone di provenienze diverse per un pubblico di provenienze diverse. Non c’è nulla di esotico in una teglia che esce dal forno alle nove di sera in via Macerata: c’è il lavoro quotidiano di un quartiere che mangia quello che sa cucinare.

Sul bere vale lo stesso principio. Un posto che viene catalogato insieme come enoteca, birreria e disco bar non ha una carta monotematica: ha una selezione che deve reggere sia chi entra alle sette per un calice sia chi entra all’una per una birra dopo un concerto. Chi cerca la mixology da classifica internazionale probabilmente cerca un’altra cosa e farà bene ad andare dove quella cosa è il mestiere principale. Chi cerca un bicchiere onesto in un posto dove si può stare seduti a parlare senza gridare, e dove ogni tanto succede qualcosa sul piccolo palco improvvisato, qui trova il suo formato.

Sugli eventi bisogna essere precisi: la parola chiave usata da chi descrive il locale è “occasionali”. Non è un club con calendario fisso, non è una sala concerti con stagione annunciata a settembre. È un posto dove la programmazione nasce dalle relazioni: un’associazione del quartiere che presenta un progetto, un autore che esce con un libro e sceglie un bar invece di una libreria, un gruppo che prova nel seminterrato di un amico e cerca un pubblico vero. Questo ha una conseguenza pratica che ti risparmia una serata storta: prima di muoverti per un evento specifico conviene sempre controllare i canali del locale, perché la serata di ottobre dell’anno scorso potrebbe non ripetersi quest’anno, e viceversa.

Via Macerata, una traversa che spiega la mappa

Il nome della strada merita un attimo di attenzione, perché fa parte di un sistema. In questo settore di Roma esiste un gruppo consistente di vie intitolate a città e località delle Marche, e la cosa non è casuale: la presenza marchigiana in questo quadrante è antica e documentata, comincia con i mezzadri chiamati a coltivare i poderi lungo la Casilina alla fine dell’Ottocento e prosegue con le famiglie che si stabiliscono qui quando la campagna diventa quartiere. Camminare fra queste traverse leggendo i cartelli significa leggere una mappa delle Marche trasferita a sei chilometri da Porta Maggiore.

Dal punto di vista della forma urbana, via Macerata appartiene alla categoria delle strade residenziali strette, con marciapiedi ridotti, edifici di altezza variabile e una sezione stradale che non è mai stata pensata per il traffico che oggi la attraversa. È la conseguenza diretta della lottizzazione in lotti piccolissimi che ha generato il quartiere: dove si vende il terreno a pezzi da poche decine di metri quadrati, le strade servono a raggiungere i pezzi, non a organizzare il traffico. Il risultato, un secolo dopo, è un tessuto scomodo per le automobili e sorprendentemente piacevole per chi va a piedi, purché accetti di camminare su marciapiedi che a tratti si restringono fino a sparire.

Questa geometria ha una conseguenza sulla vita dei locali. Un bar in una traversa così non ha lo spazio esterno delle strade larghe, non può costruire dehors ampi, e quindi la vita si svolge dentro o su una porzione di marciapiede molto contenuta. È uno dei motivi per cui posti come questo mantengono una dimensione raccolta anche quando sono pieni: non c’è materialmente lo spazio per diventare qualcos’altro. Chi arriva dalla logica dei locali con cento coperti all’aperto deve ricalibrare le aspettative, e in genere ci guadagna.

Una curiosità su Kif Kif

La curiosità vera non riguarda il menu né l’arredo: riguarda il nome, e la strada che quel nome ha percorso per arrivare su un’insegna romana. “Kif kif” non è un’invenzione pubblicitaria e non è una parola inventata per suonare vagamente orientale. È un raddoppiamento di una parola araba reale, e il percorso è documentato nei dizionari.

Alla base c’è l’arabo كيف, che si traslittera come kif e che significa, semplicemente, “come”. È una particella di paragone, uno degli attrezzi più elementari di qualunque lingua: serve a dire che una cosa somiglia a un’altra. Nell’uso parlato del Maghreb la parola viene raddoppiata, e il raddoppiamento produce un effetto che l’italiano rende male con una sola parola: kif kif significa “come e come”, cioè “uguale”, “identico”, “la stessa cosa”, “pari e patta”. È esattamente la costruzione che l’insegna del locale traduce nella sua dichiarazione: nord o sud? Kif kif. Bianco o nero? Kif kif.

Il passaggio successivo è il più interessante e il meno citato. L’espressione non è rimasta confinata all’arabo maghrebino: è entrata nel francese colloquiale attraverso i soldati che servivano nelle armate del Nordafrica, e i dizionari francesi ne datano l’attestazione alla seconda metà dell’Ottocento, intorno al 1867. Da lì “kif-kif” è diventato un aggettivo invariabile dell’argot francese, usato per dire che due cose si equivalgono, e da lì è passato anche nella letteratura. Chi oggi in Francia dice “c’est kif-kif” sta usando, senza saperlo, una particella di paragone araba raddoppiata più di centocinquant’anni fa da chi quelle due lingue le sentiva risuonare insieme tutti i giorni.

Ecco perché il nome del locale funziona meglio di quanto sembri a prima vista. Non è una citazione decorativa: è una parola che ha già fatto, da sola, il percorso che il quartiere attorno fa ogni giorno. Nata in una lingua, adottata da un’altra, ridiventata comprensibile a chiunque nel momento in cui viene spiegata. Un’insegna in via Macerata che dice “uguale” in arabo maghrebino, in un isolato dove si parla arabo, bengalese, cinese, romeno e romano, è la definizione più compatta di che cosa vuol dire fare un locale di quartiere qui.

Perché il raddoppiamento non è un vezzo

Il raddoppiamento lessicale, cioè la ripetizione di una parola per modificarne o intensificarne il significato, è un meccanismo che esiste in moltissime lingue e che in italiano usiamo più di quanto crediamo: “piano piano”, “pieno pieno”, “corri corri”, “a poco a poco”. Nell’arabo parlato il fenomeno è produttivo e serve a creare espressioni fisse che il parlato consolida e la scrittura raccoglie dopo. Quando una di queste espressioni migra in un’altra lingua, di solito migra in blocco, come un’unità: chi in Francia dice kif-kif non sta usando due parole, ne sta usando una sola composta. Anche in italiano, chi legge l’insegna di via Macerata la legge come un blocco unico, senza chiedersi dove finisce il primo kif e dove comincia il secondo.

C’è una differenza da segnalare per onestà, perché tocca un equivoco frequente. In francese esiste anche la parola “kif” da sola, con un significato completamente diverso, legato al piacere e a una sostanza vegetale, ed è entrata nel gergo giovanile con verbi derivati. Le due strade hanno origini distinte e non vanno confuse: il kif del raddoppiamento è la particella di paragone, non l’altra cosa. Quando qualcuno al tavolo accanto spiega il nome del locale sbagliando etimologia, adesso sai che cosa rispondere.

Una cosa che non ti dice nessuno su Kif Kif

La cosa che nessuno ti dice è che un locale come questo non si giudica dal bicchiere, si giudica dall’orario in cui ci entri. È un’osservazione che vale per una categoria intera di posti romani, e che qui vale in modo particolarmente netto perché le funzioni si accavallano.

Se entri presto, quando fuori c’è ancora luce e il traffico della Casilina fa quel rumore continuo che a Torpignattara è la vera colonna sonora, trovi un bar di quartiere: gente che si ferma sulla via del ritorno, qualcuno che legge, conversazioni a volume normale, la possibilità concreta di parlare con chi lavora dietro il banco e farsi raccontare che cosa succede quella settimana. È il momento in cui un posto ti dice la verità su se stesso, perché non ha nessuno da impressionare.

Se entri tardi, quando la serata ha preso la sua piega, trovi un’altra cosa: più corpi, più volume, meno spazio per la conversazione lenta e più spazio per quello che succede sul palco o dall’impianto. Non è peggio, è diverso, e sbagliare orario rispetto a quello che cerchi è il modo più semplice per uscire deluso da un posto che non aveva nessuna colpa. Chi arriva alle undici di sera aspettandosi il silenzio di un’enoteca ha sbagliato ora, non locale; chi arriva alle sette aspettandosi il concerto, idem.

La seconda cosa che non ti dice nessuno riguarda il rapporto fra il locale e la strada. Nei quartieri dove la vita notturna è cresciuta in fretta, come è successo al Pigneto fra la fine degli anni Novanta e gli anni Dieci, il rapporto fra chi beve e chi dorme al piano di sopra è una questione seria, quotidiana, spesso conflittuale. I posti che durano sono quelli che quel rapporto lo gestiscono: si tiene il volume sotto una certa soglia dopo una certa ora, si evita che il marciapiede diventi una sala d’attesa rumorosa, si parla con i condomini invece di aspettare la segnalazione. Quando entri in un locale di quartiere in una via residenziale densa come via Macerata, il modo in cui il personale gestisce la porta e il marciapiede ti dice molto più sulla qualità del posto di qualunque recensione.

La terza, e forse la più utile: in una zona così, il locale non è mai il punto di arrivo, è il punto di partenza. Nel raggio di dieci minuti a piedi ci sono altri bar, altre cucine, panifici, macellerie halal, negozi di alimentari bangladesi aperti fino a tardi, forni cinesi, un tessuto commerciale che cambia continuamente e che è la vera attrazione dell’isolato. Chi arriva, si siede, beve e se ne va senza camminare per dieci minuti nelle strade attorno ha visto un decimo di quello che c’era da vedere.

Il quartiere attorno: Pigneto, Torpignattara e il quadrante Prenestino-Casilino

Per capire via Macerata bisogna allargare lo sguardo di qualche chilometro, e allargarlo nel tempo più che nello spazio. Il quadrante che si apre fuori Porta Maggiore, seguendo la via Casilina e la via Prenestina, ha una stratificazione che pochi altri settori di Roma possono vantare: dall’età imperiale al primo Novecento al presente, con pochissimi tratti di continuità e moltissime cesure.

La villa imperiale e i due allori

L’area su cui oggi sorgono Torpignattara e le vie attorno insisteva, in età imperiale, su una regione suburbana che gli archeologi hanno chiamato con nomi diversi e che comprendeva una vasta proprietà nota come villa Ad Duas Lauros, “ai due allori”. Il toponimo compare in Tertulliano, autore cristiano vissuto fra il secondo e il terzo secolo, che in un passo si rivolge ai pagani con una domanda rimasta celebre: “Inter duas lauros obsident Caesarem?”, cioè “presso i due allori tendono l’agguato all’imperatore?”. L’ipotesi più diffusa è che il nome derivasse da due alberi di alloro all’ingresso della proprietà, o da una decorazione con doppio lauro.

Dentro quel fondo non c’era soltanto una residenza imperiale. C’erano castra, cioè accampamenti militari, aree di esercitazione e zone cimiteriali. Qui erano acquartierati gli equites singulares, la milizia imperiale a cavallo che nella gerarchia veniva subito dopo i pretoriani. Gli equites singulares commisero un errore che si pagava caro: restarono fedeli a Massenzio. Costantino, dopo averlo sconfitto, fece smantellare l’area e scelse proprio questo settore per costruire una basilica cristiana e un mausoleo destinato a sé e a sua madre Elena.

Il mausoleo, le pignatte e il nome del quartiere

È da quel mausoleo che arriva il nome del quartiere, ed è una di quelle etimologie che una volta conosciute non si dimenticano più. Il tamburo in calcestruzzo del Mausoleo di Elena fu costruito alleggerendo la massa muraria con anfore di terracotta annegate nel conglomerato, una tecnica edilizia romana pensata per ridurre il peso delle strutture voltate. Con il passare dei secoli la struttura si è degradata e quelle anfore sono rimaste visibili nel conglomerato, come bolle di terracotta dentro la pietra artificiale.

Le anfore, nel parlato romanesco, erano “pignatte”. Il rudere che le mostrava diventò quindi la torre delle pignatte, e da lì Tor Pignattara, poi Torpignattara tutto attaccato. Il nome di un intero quartiere di decine di migliaia di abitanti deriva, alla lettera, da un dettaglio di tecnica costruttiva tardoantica osservato da chi passava di lì secoli dopo e non aveva idea di che cosa fosse quell’edificio. I pignattari, cioè chi le pignatte le fabbricava e le vendeva, sono la seconda gamba della stessa etimologia popolare. È materiale che vale la pena avere in testa mentre cammini verso via Macerata: sotto l’asfalto e le palazzine c’è un cimitero imperiale, una basilica costantiniana e le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro.

Il sarcofago di Elena, che stava in quel mausoleo, oggi non è più qui: è ai Musei Vaticani, in porfido rosso, uno dei pezzi più imponenti della collezione. Chi visita quel sarcofago in Vaticano raramente sa che proviene da Torpignattara, e chi cammina a Torpignattara raramente sa che il sarcofago esiste. È una delle tante fratture fra centro e periferia che questa città produce senza volerlo.

Dalle tenute agricole alle palazzine

Il salto al quartiere che vedi oggi avviene fra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento, ed è una storia di agricoltura prima che di edilizia. Negli anni Ottanta dell’Ottocento una vedova, Anna Maria Caracciolo, possedeva un vasto podere lungo la via Casilina, dalla zona dell’attuale piazza della Marranella fino all’Acquedotto Alessandrino. Per coltivarlo chiamò una famiglia marchigiana, e la scelta non fu casuale: nelle Marche il sistema della mezzadria era consolidato da decenni. Il risultato fu tale che nel 1884, quando il Ministero dell’Agricoltura svolse un’indagine, quella tenuta venne classificata come la migliore azienda agricola condotta a Roma.

Accanto c’era un’altra proprietà, passata dalla famiglia Apolloni a un inglese che sposò la contessa Ojetti: Villa Certosa, il cui nome derivava dai monaci certosini che vi avevano coltivato in origine. Quella tenuta era nota per un vitigno chiamato “la Favorita”, tanto che il nome antico della villa era Villa la Favorita. E qui arriva il dettaglio che cambia la percezione di una delle strade più trafficate di Roma: la via Casilina si chiama così soltanto dagli anni Venti del Novecento. Prima si chiamava via delle Vigne, perché attraversava la tenuta della Favorita.

Intorno al 1928 l’amministratore della contessa Ojetti ebbe l’idea che generò il quartiere: dividere la tenuta in lotti piccolissimi, di poche decine di metri quadrati, e venderli. A quei lotti corrispondono ancora oggi le case abitate da centinaia di famiglie. La zona nata così prese il nome di Borghetto degli Angeli, dal toponimo di via degli Angeli e da un’edicola con una Madonna su cui erano dipinti degli angeli. Un’altra tradizione, priva di riscontri certi, collega invece il nome ai bambini abbandonati che in quel luogo venivano lasciati, chiamati “esposti” e detti anche “angeli”.

Il Novecento: acqua, tram, scuole, cinema

Il fosso della Marranella scorreva attraverso quest’area fino a formare un ampio stagno nell’attuale piazza omonima, e all’inizio del Novecento la presenza di una fontana per abbeverare i cavalli segnalava lì un’antica stazione di posta. La copertura del fosso, avvenuta a metà degli anni Venti, è l’atto che rese possibile l’edificazione massiccia della zona: coperta l’acqua, si poteva costruire. Nel 1926 l’antica Strada di Porta Furba, che collegava le due consolari, venne intitolata via di Tor Pignattara.

L’arrivo dei servizi segue di pochi anni. Nel 1916 una linea tranviaria a binario unico collegava la stazione Termini a Tor Pignattara lungo la Casilina, entrando nel quartiere e arrivando al cosiddetto Giro dell’Anello. Nel 1917 apriva il cinema Due Allori, con un nome che recuperava, forse senza saperlo fino in fondo, la villa imperiale Ad Duas Lauros. Nel 1928 entrava in funzione la Condotta Sanitaria Casilina in via della Marranella. Nel 1929 apriva la scuola elementare Alfredo Oriani, l’edificio che oggi ospita il liceo ginnasio Immanuel Kant. Nel 1938 aprivano la scuola elementare Luigi Michelazzi, oggi scuola Carlo Pisacane, e il cinema Impero in via dell’Acqua Bullicante, su progetto di Mario Messina.

Nel 1930 il quartiere contava già trentamila residenti. La crescita fu sostenuta da un fenomeno che la storiografia recente ha rivalutato: l’autopromozione edilizia. Non grandi imprese né cooperative, ma privati riuniti in piccole imprese o che agivano da soli, costruendo case di uno o due piani con copertura a terrazzo, progettate per poter aggiungere un piano negli anni successivi quando le finanze lo avessero permesso. La storica Stefania Ficacci ha sottolineato come nel secondo dopoguerra questa dinamica sia stata più volte confusa con l’abusivismo edilizio romano, producendo un giudizio storicamente falso che ha condannato Tor Pignattara a essere descritta ora come borgata, ora come quartiere abusivo. Quelle terrazze non finite che vedi ancora oggi camminando per le traverse della Casilina non sono incuria: sono un progetto rimasto a metà per mancanza di soldi, ripetuto per migliaia di volte.

Il Pigneto, il piano regolatore e Torlonia

Il Pigneto ha una genesi parallela e leggermente anteriore. Con il piano regolatore del 1909, varato da quella che fu la prima giunta laica nella storia di Roma, l’amministrazione comincia a guardare a ciò che si trovava fuori Porta Maggiore: un villaggio industriale cresciuto proprio attorno alla porta, che negli anni successivi sarebbe diventato il Pigneto. L’area era in origine una tenuta di Alessandro Torlonia, e seguendo la Casilina da lì si arriva a Tor Pignattara. Le due zone sono quindi due tappe successive della stessa espansione lungo la stessa consolare, separate da pochi minuti a piedi e da una differenza di qualche decennio.

Questo spiega perché oggi un locale in via Macerata riceva pubblico da entrambe. Il Pigneto è diventato, dagli anni Duemila in poi, un marchio riconoscibile della notte romana, con il suo tratto pedonale, i suoi bar e la sua reputazione oscillante fra quartiere creativo e quartiere problematico. Torpignattara ha seguito una traiettoria diversa, più residenziale e più segnata dall’immigrazione, con una densità abitativa alta e un tessuto commerciale in trasformazione continua. La cerniera fra le due è proprio la fascia di traverse in cui via Macerata si colloca.

Il consiglio che ti do per visitare Kif Kif

Il consiglio è semplice da dire e richiede un po’ di disciplina da applicare: arrivaci a piedi e arrivaci da lontano. Non scendere dal taxi davanti alla porta, non parcheggiare a venti metri. Scegli un punto di partenza a dieci o quindici minuti di cammino e fai la strada guardando le vetrine, le insegne, i balconi, i portoni. È l’unico modo per capire dove sei, e senza capire dove sei il locale resta un locale qualunque.

Due percorsi funzionano bene. Il primo parte da Porta Maggiore e segue la Casilina verso l’esterno: attraversi il punto in cui la città antica e la città del Novecento si toccano in modo brutale, con gli acquedotti, i binari, il traffico, e poi entri nel tessuto minuto delle traverse. È un percorso che mette in fila esattamente la sequenza storica che ti ho raccontato sopra: il villaggio industriale fuori porta, il Pigneto, le traverse, Torpignattara. Il secondo parte dal tratto pedonale di via del Pigneto, che nelle ore del mercato ha una vitalità che vale già da sola la camminata, e prosegue verso sud-est fino alla zona di via Macerata.

Che cosa guardare mentre cammini

Guarda le altezze degli edifici: dove sono di due piani con il tetto piatto e le colonne di ferro che spuntano, hai davanti l’autopromozione edilizia di cui ti parlavo, il progetto di chi contava di aggiungere un piano quando avesse potuto. Guarda le insegne: la stratificazione commerciale di questo quadrante è leggibile a occhio nudo, con le botteghe storiche romane accanto ai negozi aperti negli ultimi vent’anni da famiglie arrivate dal Bangladesh, dalla Cina, dall’Egitto, dalla Romania, dal Perù. Guarda i portoni e i cortili: molte di queste case hanno spazi interni che dalla strada non immagini.

E guarda i muri. Il quadrante ha una densità di interventi murali fra le più alte di Roma, frutto di progetti diversi succedutisi negli anni, alcuni istituzionali e altri spontanei. Non serve un itinerario stampato: cammina e alza gli occhi. Alcuni di questi lavori hanno anni sulle spalle e portano i segni del tempo e della pioggia, altri sono recenti. La cosa interessante non è il singolo pezzo, è l’effetto cumulativo su un tessuto edilizio così minuto.

La parte pratica, senza giri di parole

Se il tuo obiettivo è una serata tranquilla con conversazione, punta sull’orario precoce. Se il tuo obiettivo è musica o un evento, verifica prima sui canali del locale che quella sera ci sia davvero qualcosa: la programmazione, per esplicita definizione di chi descrive il posto, è occasionale. Se vieni in gruppo numeroso, avvisa: nei locali di queste dimensioni la differenza fra un tavolo da sei preparato e un tavolo da sei improvvisato è tutta la serata.

Sul ritorno: questo è un quadrante ben servito dal trasporto pubblico di superficie e dalla metropolitana, ma nelle ore tarde le frequenze si diradano e conviene avere un piano prima di uscire, soprattutto se devi tornare in una zona lontana. Le linee notturne esistono e coprono la Casilina, ma i tempi di attesa non sono quelli del pomeriggio. Chi arriva in bicicletta ha probabilmente la soluzione migliore: le distanze qui sono corte e il terreno è pianeggiante.

Un’ultima raccomandazione che non riguarda il locale ma il quartiere: se ti fermi a mangiare in una delle attività della zona, entra e ordina come si ordina ovunque, senza trattare la cosa come un’esperienza antropologica. È un quartiere dove la gente vive, lavora, porta i figli a scuola e va a dormire presto perché la mattina dopo si alza alle sei. Il rispetto più concreto che si può portare è comportarsi normalmente.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che Torpignattara sia “il quartiere più multiculturale di Roma”. Lo dicono le guide, lo dice la descrizione stessa del locale, lo dicono i giornali quando parlano della zona. Quello che si cita molto meno spesso è la parte che rende quel dato interessante: non è una novità recente, è la ripetizione di un meccanismo che questo quadrante ha già vissuto almeno due volte.

La prima volta è quella di fine Ottocento, quando la tenuta Caracciolo viene coltivata da una famiglia chiamata apposta dalle Marche perché portasse un sistema agricolo che a Roma non era diffuso. La seconda è quella degli anni Venti e Trenta del Novecento, quando i lotti del Borghetto degli Angeli e le traverse della Casilina si riempiono di famiglie arrivate da fuori: proletariato urbano impiegato nei servizi e nel commercio, piccola borghesia esclusa dal movimento delle cooperative, e poi il grande flusso migratorio interno dal resto del Lazio, dall’Abruzzo, dalle Marche, dal Sud. Torpignattara è nata come quartiere di gente venuta da altrove, e ha continuato a esserlo senza interruzioni per oltre un secolo.

La terza ondata, quella degli ultimi trent’anni, non è quindi un’anomalia: è la stessa storia con altri paesi di partenza. Chi la racconta come uno stravolgimento della natura originaria del quartiere ha semplicemente scelto come punto zero il momento in cui ci è arrivata la propria famiglia. Se il punto zero lo sposti al 1884, l’unica costante è il movimento.

Ci sono conseguenze concrete che si vedono camminando. Le scuole del quadrante, a cominciare da quelle storiche nate fra il 1929 e il 1938, hanno classi con una composizione che in altre zone di Roma non si trova, e hanno sviluppato nel tempo pratiche didattiche pensate per quella composizione. Il commercio di vicinato ha una densità e un orario di apertura che il centro si sogna: alimentari aperti la sera tardi, panifici, macellerie, negozi specializzati che servono comunità specifiche ma vendono a chiunque entri. Le associazioni di quartiere, i centri culturali, le biblioteche pubbliche hanno programmazioni che riflettono il pubblico reale invece di un pubblico immaginato.

C’è anche una parte meno idilliaca, e ometterla sarebbe disonesto. La densità abitativa alta, la carenza storica di verde attrezzato in alcune fasce, la pressione sugli affitti generata dall’attrattività crescente del Pigneto, la fatica dei servizi pubblici: sono problemi reali che gli abitanti conoscono meglio di chiunque scriva di passaggio. Un locale come Kif Kif vive dentro questo contesto, non sopra. Il fatto che scelga per insegna una parola che significa “uguale” è una presa di posizione dentro una discussione che nel quartiere è quotidiana.

La foto giusta da fare a Kif Kif

La foto giusta non è l’insegna. L’insegna la fanno tutti, viene sempre uguale, e non racconta nulla che il nome non dica già. La foto giusta è quella che mette nello stesso inquadratura il locale e la strada che lo contiene, perché è quella relazione la storia.

Tecnicamente: mettiti sul marciapiede opposto, arretra il più possibile, e cerca un’inquadratura che prenda il locale di tre quarti insieme alla fila di facciate della via. Via Macerata è una strada stretta, come tutte le traverse di questo tessuto, e la strettezza è un’informazione: dice che qui si è costruito su lotti minuscoli, che il fronte stradale è frammentato, che ogni edificio ha una storia edilizia propria. Un’ottica moderatamente grandangolare rende quel senso di compressione meglio di un teleobiettivo, che schiaccerebbe tutto in un piano solo.

L’ora giusta

L’ora migliore è il crepuscolo, e non per ragioni estetiche generiche. In quella mezz’ora in cui la luce naturale scende e le luci artificiali salgono, i valori di luminosità dell’interno del locale e dell’esterno si avvicinano abbastanza da poter essere registrati insieme senza bruciare le luci o chiudere le ombre. È il momento in cui riesci a vedere dentro e fuori nella stessa immagine: le persone sedute dentro, la strada che vive fuori, le insegne dei negozi accanto che si accendono. Se aspetti il buio pieno, l’interno diventa una macchia luminosa e la strada sparisce.

Se vuoi una seconda foto che valga il viaggio, cambia soggetto e vai a cercare il Mausoleo di Elena. Fotografare il tamburo in calcestruzzo con le anfore visibili annegate nella muratura significa fotografare l’etimologia stessa del quartiere: quelle sono le pignatte da cui viene il nome Torpignattara. È un’immagine che a Roma non hai molte occasioni di fare, e che spiega mille anni di toponomastica in un fotogramma. La luce radente della mattina presto o del tardo pomeriggio è quella che fa emergere meglio il rilievo delle anfore dal conglomerato.

Che cosa non fotografare

Due avvertenze che valgono ovunque ma qui più che altrove. La prima riguarda le persone: un quartiere non è un set. Fotografare volti riconoscibili senza chiedere, e in particolare fotografare persone per sottolinearne la provenienza, produce immagini che usano la gente come sfondo pittoresco. Se vuoi ritrarre qualcuno, chiedi. La risposta molto spesso è sì, e la foto che ne esce è migliore.

La seconda riguarda l’interno del locale. In un posto piccolo il flash è un’aggressione, e fotografare i tavoli altrui è maleducazione. Se vuoi documentare l’interno, fallo presto, quando c’è poca gente, e chiedi a chi lavora se è un problema. Ancora una volta la risposta è quasi sempre no, e ti sei risparmiato una scena imbarazzante.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Va detto con chiarezza: la storia documentata di questo indirizzo è la storia dell’area, non del singolo esercizio commerciale, e mescolare le due cose sarebbe scorretto. Ma la storia dell’area, in un raggio di poche centinaia di metri da via Macerata, è di quelle che pochi quartieri romani possono mettere in fila.

Il quarto secolo: Costantino, Elena e la fine degli equites singulares

L’avvenimento più consequenziale accade nel quarto secolo. Dopo la vittoria su Massenzio, Costantino smantella il corpo degli equites singulares, che a Massenzio erano rimasti fedeli, e ne cancella materialmente le tracce nell’area suburbana dove erano acquartierati, dentro la proprietà Ad Duas Lauros. Sullo stesso terreno fa costruire una basilica cristiana e un mausoleo dinastico. È un gesto politico oltre che edilizio: si costruisce la nuova legittimità sopra le rovine fisiche della vecchia.

Il mausoleo accoglie Elena, madre dell’imperatore, figura centrale della cristianizzazione dell’impero e destinataria nei secoli successivi di un culto amplissimo. Il suo sarcofago in porfido, oggi ai Musei Vaticani, è uno dei manufatti più imponenti arrivati dall’antichità. La tradizione cimiteriale del luogo sopravvive alla morte di Costantino e di Elena, ed è testimoniata dalle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, che si sviluppano proprio in quest’area.

1884: la migliore azienda agricola di Roma

Il secondo avvenimento è di tutt’altro ordine di grandezza, ma è quello che ha prodotto il quartiere. Nel 1884 un’indagine del Ministero dell’Agricoltura classifica la tenuta di Anna Maria Caracciolo, lungo la Casilina, come la migliore azienda agricola condotta a Roma. La proprietaria aveva scoperto l’esistenza di una legge che finanziava il miglioramento dei terreni e aveva organizzato la conduzione chiamando mezzadri marchigiani. Da quel podere, e dalla tenuta confinante della contessa Ojetti, esce per lottizzazione successiva il tessuto residenziale che ancora oggi calpesti.

Anni Venti: l’acqua coperta, le vigne diventate strada

Il terzo passaggio decisivo è idraulico e toponomastico insieme. A metà degli anni Venti viene coperto il fosso della Marranella, che formava uno stagno nell’attuale piazza omonima: da quel momento l’edificazione dell’area può procedere senza ostacoli. Negli stessi anni la via delle Vigne cambia nome e diventa via Casilina, e nel 1926 l’antica Strada di Porta Furba viene intitolata via di Tor Pignattara. Intorno al 1928 la lottizzazione della tenuta Ojetti produce il Borghetto degli Angeli. In meno di dieci anni, un paesaggio agricolo diventa un paesaggio urbano.

C’è un dettaglio della toponomastica di quegli anni che vale la pena conoscere perché rende leggibile la mappa: le vie trasversali furono intitolate secondo due criteri distinti a seconda del lato. Su un lato i nomi ricordano ideatori e costruttori di fortificazioni e opere militari; sull’altro, piloti eroici dell’aviazione italiana. Quando cammini per le traverse e leggi i cartelli, quello che sembra un elenco casuale è in realtà un sistema pensato a tavolino negli anni Venti.

Anni Trenta: trentamila abitanti e le case a metà

Nel 1930 la popolazione residente tocca i trentamila. La spinta demografica produce la forma edilizia caratteristica del quartiere: case di uno o due piani costruite per autopromozione, con il tetto a terrazzo pensato come base per un piano futuro. È il momento in cui Torpignattara assume l’aspetto che ancora oggi la distingue dalle periferie romane costruite dall’alto, per grandi comparti e grandi imprese. La lettura storiografica che valorizza questo fenomeno, invece di liquidarlo come abusivismo, è relativamente recente ed è legata al lavoro di Stefania Ficacci.

Il secondo dopoguerra e il cinema

Il quadrante fuori Porta Maggiore ha avuto un ruolo nel cinema italiano che va oltre l’aneddoto. Nel Pigneto sono state girate scene di film che hanno definito il neorealismo e la stagione successiva, e il paesaggio di borgata di questa fascia di città è entrato nell’immaginario nazionale attraverso lo schermo prima ancora che attraverso la cronaca. Pier Paolo Pasolini, che questa periferia la conosceva strada per strada, la usa come scenario e come materia narrativa: in un passo dei suoi romanzi romani i personaggi lasciano alle spalle Porta Furba e si addentrano in un paesaggio di orticelli, reti metalliche, tuguri, spiazzi, cantieri, palazzoni e marane, arrivando alla Borgata degli Angeli, che si trova, scrive, fra Tor Pignattara e il Quadraro. È la stessa Borgata degli Angeli della lottizzazione Ojetti, vista trent’anni dopo con gli occhi di uno scrittore.

Gli ultimi trent’anni

L’avvenimento più recente è un processo lento e non databile a un giorno preciso: la trasformazione demografica del quadrante, con l’arrivo stabile di comunità da Bangladesh, Cina, Egitto, Romania, Filippine, Perù e altri paesi, e la contemporanea affermazione del Pigneto come polo della notte romana. Le due dinamiche hanno interagito in modi complessi, a volte virtuosi e a volte conflittuali, e hanno prodotto il quartiere in cui un bar che si chiama “uguale” in arabo maghrebino ha perfettamente senso.

Chi è passato da Kif Kif

Qui serve una distinzione netta, e la faccio subito per non prenderti in giro. Non esiste un elenco pubblico e verificabile di personaggi noti passati da questo specifico locale, e inventarne uno sarebbe il modo più veloce per rendere inutile tutto quello che hai letto fin qui. Quello che si può dire con precisione riguarda due cose: chi frequenta un posto così, e chi ha lasciato tracce documentate nelle strade attorno.

Il pubblico reale

Un locale catalogato insieme come bar, enoteca, birreria, spazio sociale e music club, in una traversa fra Pigneto e Torpignattara, raccoglie un pubblico che poche altre formule romane riescono a mettere nella stessa stanza. Ci sono gli abitanti della via e delle vie vicine, di tutte le provenienze, che entrano perché è il bar sotto casa. Ci sono gli studenti e i lavoratori arrivati nel quadrante per gli affitti più bassi che altrove. Ci sono i frequentatori della notte del Pigneto che si spostano di due isolati cercando qualcosa di meno affollato. Ci sono le persone che gravitano attorno alle associazioni culturali del quartiere, che da queste parti sono numerose e attive. E nelle sere di programmazione ci sono i musicisti, gli autori e chi li segue.

È un pubblico che non si mette in posa. Se cerchi il locale dove avvistare qualcuno, questo non è il posto; se cerchi il locale dove sentire tre lingue diverse a tre tavoli vicini, invece, ci sei arrivato.

Chi è passato dal quartiere, e questo è documentato

Sull’area, invece, i nomi ci sono e sono solidi. Pier Paolo Pasolini ha attraversato, descritto e filmato questa fascia di periferia romana per anni, e i suoi romanzi e i suoi film hanno fissato l’immagine della borgata fra Tor Pignattara e il Quadraro in un momento storico preciso. Il Pigneto ha ospitato riprese che appartengono alla storia del cinema italiano del dopoguerra, ed è ancora oggi uno dei luoghi romani più riconoscibili per chi quei film li ha visti.

Più indietro nel tempo, i nomi sono imperiali. Costantino e sua madre Elena hanno legato il proprio nome a questo settore suburbano in modo definitivo, con un mausoleo e una basilica. Tertulliano ha lasciato la prima menzione scritta dei due allori. E nell’Ottocento ci sono i nomi meno celebri ma più decisivi per la vita quotidiana di chi abita qui: Anna Maria Caracciolo, la famiglia marchigiana chiamata a coltivare, la contessa Ojetti, l’amministratore anonimo che ebbe l’idea della lottizzazione in piccoli lotti e che, senza saperlo, disegnò la pianta del quartiere.

Fra questi due estremi, l’imperatore e il bar di traversa, c’è tutta la distanza che rende interessante questa parte di Roma. Il sarcofago di Elena è ai Musei Vaticani, dietro un cordone; il conglomerato con le pignatte da cui il quartiere prende il nome è qui, a cielo aperto, a pochi minuti da un bicchiere.

Una nota sui nomi che non compaiono

Vale la pena spiegare perché in tutto quello che hai letto non trovi il nome di chi gestisce il locale, la data esatta di apertura, i piatti del menu o il prezzo di un bicchiere. Non è reticenza: è che quelle informazioni, per un esercizio indipendente di quartiere, cambiano con una frequenza che nessun testo scritto riesce a inseguire. Un menu si riscrive a ogni stagione, una gestione può passare di mano, un orario si sposta di un’ora quando cambia la luce. Scrivere qui un piatto specifico significherebbe consegnarti un’informazione destinata a invecchiare prima che tu arrivi in via Macerata.

Quello che invece non cambia, e che per questo vale la pena mettere per iscritto, è tutto il resto: il perché di quel nome, la lingua da cui arriva, il quartiere che lo circonda, la storia che quel quartiere ha sotto i piedi, il modo giusto di arrivarci e il modo giusto di guardarlo. Sono le informazioni che reggono nel tempo e che rendono una serata diversa da una consumazione. Il menu lo leggi sul posto in trenta secondi; il fatto che il tamburo del mausoleo a pochi minuti da lì contenga le anfore da cui il quartiere prende il nome, quello non lo leggi da nessuna parte mentre ordini.

C’è anche una ragione più pratica. I locali di questa fascia romana, quelli che stanno fuori dai circuiti turistici e dentro il tessuto abitato, vivono di margini stretti e di relazioni dirette. Il modo migliore per sostenerli non è citarne il piatto forte in un elenco: è entrare, sedersi, chiedere che cosa c’è quella sera e fidarsi della risposta. È anche, molto banalmente, il modo in cui si beve e si mangia meglio.

Dove andare prima e dopo

Una serata in via Macerata funziona meglio se ha un prima o un dopo. Il quadrante e le zone limitrofe offrono abbastanza da costruire una giornata intera senza spostarsi troppo.

Nel pomeriggio, il verde più vicino e più interessante da vedere è il lago ex Snia, lo specchio d’acqua nato per caso dentro l’area dell’ex fabbrica Snia Viscosa sulla Prenestina, uno dei casi più raccontati di natura e conflitto urbano a Roma; l’area dell’ex Snia nel suo complesso vale una camminata anche solo per capire che cosa era l’industria in questo settore di città. Poco più in là, verso il Casilino, la Casa della Cultura di Villa De Sanctis e il parco attorno sono il polo culturale pubblico di riferimento per il quadrante.

Per chi vuole spingersi verso l’archeologia, la basilica sotterranea di Porta Maggiore è a pochi minuti dal punto in cui la Casilina esce dalle mura, ed è uno degli ambienti più enigmatici della Roma antica. Il parco degli Acquedotti, più a sud, chiude la sequenza del paesaggio che Pasolini filmava. Chi preferisce restare sul versante mercati e cibo può risalire verso l’Esquilino e il nuovo mercato Esquilino, il mercato più internazionale della città, e la biblioteca interculturale Cittadini del Mondo, che lavora sullo stesso terreno culturale su cui lavora, a suo modo, un bar che si chiama Kif Kif.

Per la sera, restando dentro il quadrante, il Fanfulla 5/a è l’altro indirizzo storico della vita culturale del Pigneto e un riferimento per chi cerca musica e proiezioni fuori dai circuiti maggiori. Se invece vuoi allontanarti di poco verso il Mandrione, lo Snodo Mandrione lavora su un paesaggio ferroviario e acquedottistico che è l’altra faccia della stessa periferia.

Prima di uscire di casa

Kif Kif è un locale di quartiere, e i locali di quartiere vivono di cicli che non passano dai comunicati stampa. La cucina cambia, la programmazione musicale va e viene, gli orari si adattano alla stagione. Prima di attraversare mezza città per una serata specifica conviene sempre un controllo sui canali diretti del locale, esattamente come faresti per qualunque altro indirizzo indipendente romano. È il modo più semplice per evitare la delusione di una porta chiusa e, soprattutto, per scoprire l’evento che non era in nessun calendario pubblico.

Se stai costruendo un itinerario più ampio su Roma e il Lazio, e vuoi mettere insieme la periferia raccontata bene con il centro che già conosci, trovi materiale utile su ItalyPlanner, che lavora proprio sulla pianificazione dei viaggi in Italia giorno per giorno. Se invece sei un professionista dell’accompagnamento e ti serve strumentazione per costruire e gestire i gruppi, il riferimento è TourLeaderPro. Sono i due punti in cui questa stessa cura per il dettaglio diventa uno strumento di lavoro invece che una lettura.

Il resto lo fa la strada. Via Macerata 54, una parola araba maghrebina sull’insegna che significa “lo stesso”, e un quartiere che quella parola la pratica da centoquarant’anni senza averla mai scritta su un muro. Fonte

RiassuntoKif Kif Via Macerata , 54 Roma Un nuovo bar multiculturale nel quartiere più multiculturale di Roma: cucina etnica, buon bere e occasionali eventi culturali tra musica, presentazioni e tanto altro. “Kif kif” è un'espressione che nei dialetti arabi del Nordafrica indica uguaglianza tra più cose. Nord o sud? Kif kif. Bianco o nero? Kif kif."
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IndirizzoKif Kif | bar (multi) culturale Kif Kif
Via Macerata , 54
Roma Roma Città, Roma Città
CategorieSpazi Sociali
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