Dente & Guido Catalano a Roma — 30 novembre 2026
Il 30 novembre 2026 il cartellone romano registra un appuntamento che non appartiene del tutto alla categoria del concerto e nemmeno del tutto a quella del reading letterario: Dente e Guido Catalano risultano attesi insieme sullo stesso palco, in una serata costruita sull’alternanza fra canzone d’autore e poesia detta ad alta voce. La sala indicata è la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, lo spazio da seicentosettantatré posti che il complesso di viale Pietro de Coubertin riserva ai progetti che hanno bisogno di raccoglimento più che di potenza.
Vale la pena chiarire subito che cosa significhi, nella pratica, una serata a due nomi di questo tipo. Non funziona come un concerto con ospite, dove uno dei due sale sul palco per tre pezzi e poi saluta. Non funziona nemmeno come una presentazione di libro con accompagnamento musicale, formula che a Roma si vede spesso e che quasi sempre penalizza la musica. Funziona, quando funziona, come un dialogo a due voci in cui la parola scritta per essere letta e la parola scritta per essere cantata si scambiano il posto di continuo, e in cui i silenzi contano quanto i suoni. È una formula che richiede una sala con un’acustica leggibile e con un pubblico disposto a stare zitto, e la scelta di uno spazio da meno di settecento posti dentro un complesso che ne ha uno da quasi tremila dice già parecchio sull’intenzione.
Le pagine che seguono affrontano la serata da più lati. C’è il lato artistico, cioè chi sono i due protagonisti, da dove vengono, che cosa hanno pubblicato e perché la loro combinazione non nasce oggi. C’è il lato architettonico e pratico, cioè che cosa è davvero la Sala Petrassi, come si differenzia dalle altre sale del complesso, come ci si arriva la sera di un lunedì di fine novembre, come funzionano gli ingressi e che cosa aspettarsi in termini di accessibilità. E c’è il lato ambientale, cioè che cosa esiste attorno all’Auditorium, nel quartiere Flaminio e nella fascia di città che scende verso il Tevere, prima e dopo lo spettacolo. A Roma questi tre livelli non si separano quasi mai, perché anche la sala più moderna della città poggia su stratificazioni che si notano appena si esce dal foyer.
Che cos’è questo spettacolo
Uno spettacolo che mette insieme un cantautore e un poeta appartiene a una famiglia precisa, quella del reading musicale, e conviene capirne il funzionamento prima di mettersi in viaggio verso il Flaminio. Il reading musicale non è un concerto con qualche lettura infilata negli intervalli tecnici, e non è nemmeno un recital di poesia con tappeto sonoro. È una forma in cui due linguaggi diversi si contendono lo stesso tempo scenico, e in cui la riuscita dipende quasi interamente dal montaggio: quanto dura un blocco di parole prima che entri una canzone, quanto tempo si lascia respirare una canzone prima che riparta la voce recitante, quante volte i due si interrompono a vicenda.

Due mestieri che si assomigliano meno di quanto sembri
Esiste un luogo comune secondo cui il cantautore sarebbe una specie di poeta con la chitarra, e il poeta una specie di cantautore che ha rinunciato alla musica. Chi frequenta entrambe le pratiche sa che le cose non funzionano così. Il testo di una canzone vive dentro una griglia metrica e armonica che decide quasi tutto: la sillaba cade dove deve cadere, la rima arriva quando il giro di accordi la chiama, e la voce può appoggiarsi sul suono per coprire eventuali debolezze del senso. La poesia detta ad alta voce, al contrario, non ha rete. Non c’è un basso che tenga il tempo, non c’è un ritornello che riporti l’ascoltatore a casa, e ogni pausa è una decisione che il pubblico registra immediatamente.
Per questo motivo le serate in cui i due mestieri convivono sono più difficili di quanto appaiano dall’esterno. Il rischio maggiore risiede in una specie di livellamento: se il musicista suona troppo piano per non coprire il poeta e il poeta recita troppo in fretta per non annoiare chi era venuto per la musica, la serata si appiattisce e i due linguaggi si indeboliscono a vicenda. Le versioni riuscite di questa formula fanno l’opposto, cioè accentuano le differenze: la canzone resta canzone, con la sua dinamica e i suoi volumi, e la poesia resta poesia, con i suoi tempi lunghi e le sue asprezze.
Perché la coppia ha senso
Dente e Guido Catalano hanno in comune una cosa che nel loro ambiente non è affatto scontata: entrambi lavorano sull’ironia senza usarla come scorciatoia. L’ironia nella canzone d’autore italiana ha spesso la funzione di un paracadute, cioè serve a chiudere un pezzo che altrimenti risulterebbe troppo esposto. Nella poesia performativa capita lo stesso, con la battuta che arriva a salvare un componimento che rischiava di diventare imbarazzante. In entrambi i casi il risultato è comico ma non memorabile. Chi invece usa l’ironia come strumento di precisione ottiene un effetto diverso: la risata apre uno spiraglio e attraverso quello spiraglio passa qualcosa di molto meno divertente. È in quella zona che i due repertori si incontrano.
C’è poi un secondo punto di contatto, di natura tecnica. Sia Dente sia Catalano hanno costruito una riconoscibilità che passa prima di tutto dal modo di porgere. Il primo ha una voce che non forza mai e che tende a cantare quasi parlato, con un fraseggio che resta dentro un’estensione ristretta e che punta sulla dizione più che sull’acuto. Il secondo ha un modo di leggere che gioca apertamente sulla propria fisicità e sulla propria pronuncia, trasformando in cifra stilistica quello che un manuale di dizione considererebbe un difetto. In tutti e due i casi la personalità arriva prima della materia, e questo rende la convivenza sul palco meno faticosa di quanto sarebbe fra due artisti abituati a riempire lo spazio con la potenza.
Un progetto che non nasce adesso
La collaborazione fra i due non rappresenta una novità assoluta del 2026. I materiali diffusi dallo stesso Catalano presentano il progetto comune come un ritorno a distanza di anni da uno spettacolo precedente condiviso dai due, e fra le date romane del poeta risulta un passaggio all’Auditorium nel marzo 2017 con un titolo che già alludeva alla presenza contemporanea sul palco di più di una voce. Questo dettaglio cambia il modo in cui conviene guardare la serata del 30 novembre: non un esperimento al primo tentativo, ma la ripresa di un formato che i due avevano già rodato quando erano più giovani e meno noti, e che ora torna con un pubblico diverso e in una sala del circuito istituzionale.
Chi acquista un posto per una serata del genere farebbe bene a non aspettarsi una scaletta annunciata in anticipo. Nei reading musicali l’ordine dei materiali cambia spesso da una piazza all’altra, perché dipende dal clima della sala e dalla reattività del pubblico, e perché entrambi gli artisti dispongono di repertori abbastanza ampi da permettere sostituzioni dell’ultimo momento. Questa è una caratteristica del formato, non un’imprecisione organizzativa.
Chi è Dente
Dente è il nome d’arte di Giuseppe Peveri, nato a Fidenza il 28 febbraio 1976. Il soprannome, secondo quanto lui stesso ha raccontato più volte, risale all’adolescenza e a uno zio; il dettaglio ha poca importanza in sé, ma spiega qualcosa del personaggio, perché è raro trovare un cantautore italiano che abbia scelto come identità pubblica un nomignolo familiare privo di qualsiasi ambizione poetica. La provincia emiliana da cui proviene è la stessa che ha prodotto una quantità sproporzionata di musica italiana, e non è un caso: la via Emilia funziona da decenni come un corridoio in cui balere, sale da ballo, circoli e piccoli locali hanno garantito a generazioni di musicisti un luogo dove suonare prima di essere qualcuno.
Il percorso discografico
L’esordio su lunga distanza arriva nel 2006 con “Anice in bocca”, pubblicato per una piccola etichetta indipendente. L’anno successivo esce “Non c’è due senza te”, e nel 2009 “L’amore non è bello”, disco che gli vale il Premio Italiano della Musica Indipendente. Seguono “Io tra di noi” nel 2011, “Almanacco del giorno prima” nel 2014, “Canzoni per metà” nel 2016, l’album omonimo “Dente” nel 2020 e “Hotel Souvenir” nel 2023. Messi in fila, questi titoli raccontano un percorso che ha attraversato quasi vent’anni di cambiamenti del mercato discografico italiano senza mai spostarsi troppo dalla propria misura.
Il modo di scrivere
La scrittura di Dente ha una caratteristica che i suoi ascoltatori riconoscono immediatamente e che chi lo incontra per la prima volta impiega qualche brano a mettere a fuoco: la frase sembra semplice fino al momento in cui non lo è più. La costruzione parte da un lessico quotidiano, quasi domestico, e poi introduce uno scarto minimo, uno spostamento di una parola o di un tempo verbale, che ribalta il significato di tutto quello che era venuto prima. È un meccanismo che funziona solo se la voce lo accompagna senza sottolinearlo, e infatti il canto resta deliberatamente piano, quasi indifferente, lasciando al testo il compito di fare rumore.
Questa impostazione ha un effetto preciso sul modo in cui il repertorio si comporta dal vivo. In una sala rumorosa o troppo grande le canzoni di Dente rischiano di passare come gradevoli e basta, perché lo scarto di cui sopra ha bisogno di silenzio per essere percepito. In una sala raccolta e attenta, invece, gli stessi brani diventano taglienti. È una delle ragioni per cui una collocazione come la Sala Petrassi risulta più adatta di uno spazio da migliaia di posti.
Fuori dalla discografia
Accanto ai dischi, Dente ha pubblicato nel 2015 per Bompiani un libro intitolato “Favole per bambini molto stanchi”. Il passaggio alla pagina scritta non è un dettaglio marginale rispetto alla serata del 30 novembre: un autore che ha già misurato la propria scrittura fuori dal supporto della musica ha meno difficoltà a condividere il palco con qualcuno che scrive per la pagina e per la voce. Sul fronte musicale, il suo nome ricorre in collaborazioni con artisti molto diversi fra loro, dagli Afterhours ai Perturbazione, da Brunori Sas agli Zen Circus, fino a nomi lontani dal circuito indipendente come Enrico Ruggeri e Arisa. È il profilo classico dell’autore che viene chiamato quando serve una mano su un testo, e che in quel ruolo ha costruito una reputazione trasversale.
Una curiosità su Dente & Guido Catalano a Roma — 30 novembre 2026
La curiosità riguarda la sala, e in particolare il suo nome originario. Quando il complesso di Renzo Piano ha aperto, lo spazio che oggi si chiama Sala Petrassi portava un nome del tutto privo di romanticismo: veniva chiamato Sala Settecento, semplicemente perché il numero dei posti si avvicinava a quella cifra. Le altre due sale, con la stessa logica burocratica, erano identificate dalle rispettive capienze. Solo in un secondo momento le tre sale hanno ricevuto i nomi propri con cui oggi compaiono su qualsiasi biglietto, e la Sala Settecento è diventata Sala Petrassi nel 2003, in seguito alla morte del compositore Goffredo Petrassi.
Il dettaglio ha un valore che va oltre l’aneddoto. Petrassi era presente all’inaugurazione del complesso, in età molto avanzata, e in quell’occasione una sua composizione degli anni Trenta venne eseguita nella sala maggiore dedicata a Giuseppe Sinopoli. Significa che l’uomo che avrebbe dato il nome alla sala ha fatto in tempo a vederla funzionare da vivo, cosa piuttosto rara nella toponomastica musicale italiana, dove le intitolazioni arrivano quasi sempre a distanza di decenni. Chi entra in Sala Petrassi per ascoltare una serata di canzoni e poesie del 2026 si siede quindi in uno spazio che ha cambiato identità una volta sola, e per un motivo preciso.
C’è un secondo elemento curioso, e riguarda la destinazione d’uso. Fra le tre sale del complesso, la Petrassi è l’unica progettata per non avere una vocazione esclusiva. La grande sala sinfonica serve l’orchestra, quella intermedia serve la musica da camera e il repertorio sinfonico ridotto, mentre la terza è stata pensata fin dall’inizio come contenitore flessibile per opera, jazz, teatro, danza e cinema. Questa polivalenza, che sulla carta sembra un compromesso, si rivela l’elemento decisivo per un formato ibrido come un reading musicale, che non appartiene in pieno a nessuna delle categorie precedenti.
Chi è Guido Catalano
Guido Catalano è nato a Torino il 6 febbraio 1971 e si definisce, con una formula che ha ripetuto per anni fino a farla diventare parte del personaggio, poeta professionista vivente. La precisazione contiene una polemica implicita nei confronti dell’idea corrente secondo cui la poesia sarebbe un’attività da persone morte o da persone che campano d’altro. Catalano ha invece costruito una carriera in cui la scrittura in versi rappresenta il mestiere principale, sostenuta da un’attività di lettura pubblica continua che lo ha portato per anni a fare un numero di serate paragonabile a quello di un musicista in tour.
I libri
La bibliografia comincia nel 2000 con “I cani hanno sempre ragione” e prosegue con una regolarità notevole: “Sono un poeta, cara” nel 2003, “Motosega” nel 2007, “Ti amo ma posso spiegarti” nel 2011, “Piuttosto che morire m’ammazzo” nel 2013, “La donna che si baciava con i lupi” nel 2014, “Ogni volta che mi baci muore un nazista” nel 2017, “Tu che non sei romantica” e “Poesie al megafono” nel 2019, “Fiabe per adulti consenzienti” nel 2021, “Amare male” nel 2022, “Smettere di fumare baciando” nel 2023 e “Cosa fanno le femmine in bagno?” nel 2024. Nel 2016 ha pubblicato un romanzo parzialmente autobiografico intitolato “D’amore si muore ma io no”.
I titoli, letti in sequenza, dicono già molto del metodo. Sono frasi che funzionano da sole, costruite per restare in testa e per essere ripetute, e che dichiarano apertamente un’appartenenza al registro comico prima ancora che il lettore apra il volume. Questa scelta ha attirato negli anni una certa quantità di diffidenza da parte della critica più tradizionale, con l’accusa ricorrente di scrivere versi troppo facili. La risposta più onesta è che la facilità apparente rappresenta esattamente il punto: la poesia che Catalano pratica nasce per essere detta davanti a persone che non hanno studiato metrica, e la sua efficacia si misura in sala, non sulla pagina.
La formazione e il palco
Prima della poesia c’è stata la musica. Da adolescente Catalano è stato frontman di una band torinese di impostazione rock demenziale, per la quale scriveva i testi. Il dettaglio spiega parecchie cose del suo modo di stare sul palco: il tempo comico, la gestione dell’attesa, la capacità di parlare al pubblico fra un pezzo e l’altro appartengono al mestiere del cantante di band, non a quello del poeta che legge da seduto. Chi ha visto uno dei suoi reading riconosce immediatamente la matrice: il microfono si usa come si usa in un concerto, con i cambi di distanza e di volume, e i testi vengono montati in blocchi che alternano pezzi brevissimi e pezzi lunghi, esattamente come una scaletta.
L’altra componente riconoscibile è la fisicità. Catalano ha fatto della propria presenza scenica, compresa una pronuncia della erre che qualsiasi scuola di dizione avrebbe tentato di correggere, un elemento costitutivo della performance. Invece di nasconderlo, lo mette al centro, e il risultato è che la voce diventa immediatamente identificabile. È una lezione che vale per chiunque salga su un palco: i tratti che sembrano difetti, se non vengono mascherati, si trasformano in firma.
La sala come spazio
La Sala Petrassi occupa una posizione particolare dentro il complesso dell’Auditorium, ed è la sala che i romani conoscono meno bene fra le tre, per la semplice ragione che ospita programmazione meno esposta. Conta seicentosettantatré posti, contro i millecentotrentatré della Sala Sinopoli e i duemilasettecentocinquantasei della Sala Santa Cecilia. Il salto di scala è enorme, e non riguarda soltanto il numero di sedie: cambia completamente il rapporto fra chi occupa il palco e chi ascolta.
La forma e i materiali
Dal punto di vista formale la Petrassi è la più austera delle tre. Mentre le sale maggiori sono costruite attorno a gusci di legno dalle superfici curve, pensati per governare la riverberazione di grandi masse orchestrali, questa presenta pareti perpendicolari e un soffitto sospeso. La geometria più regolare ha una conseguenza immediata sull’esperienza dello spettatore: lo spazio si legge subito, senza quella sensazione di disorientamento che le sale a guscio producono nei primi minuti. Chi entra capisce dove finisce il volume, e questo aiuta a concentrarsi su quello che accade sul palco.
La dotazione tecnica include una fossa d’orchestra e pareti laterali mobili. Sono due elementi che sulla carta sembrano dettagli da addetti ai lavori e che invece determinano la personalità della sala. La fossa permette di ospitare produzioni operistiche e teatrali con orchestra; le pareti mobili consentono di ridimensionare il palcoscenico e di ricavare spazio per le quinte, cioè di trasformare uno spazio da concerto in uno spazio da teatro in poche ore di lavoro. Il risultato è una sala che cambia forma a seconda di chi la occupa, e che per questo motivo viene impiegata per opera, jazz, teatro, danza e proiezioni cinematografiche.
Che cosa significa per un reading musicale
Per una serata costruita su voce parlata e canzone, le caratteristiche appena descritte contano molto. Una sala progettata esclusivamente per il sinfonico tende ad avere tempi di riverbero lunghi, perfetti per un’orchestra e pessimi per la parola: le consonanti si impastano e chi occupa le ultime file perde una percentuale di testo. Una sala con superfici più regolari e con la possibilità di modificare il volume utile permette invece di ottenere una resa asciutta, dove la dizione arriva intera anche nelle ultime file. Dato che in uno spettacolo di questo tipo il testo rappresenta la sostanza, non l’accompagnamento, la questione risulta tutt’altro che secondaria.
C’è poi il fattore distanza. Con meno di settecento posti, l’ultima fila resta a una distanza dal palco che permette ancora di distinguere le espressioni. In una sala da tremila posti la comunicazione passa necessariamente attraverso amplificazione e schermi; qui il rapporto resta diretto, e un artista che lavora sulle sfumature di volume può permettersi di scendere davvero piano senza perdere la sala. Gli spettacoli basati sull’ironia, in particolare, dipendono da questa prossimità: la risata collettiva ha bisogno di propagarsi in fretta, e in uno spazio raccolto si propaga meglio.
Il resto del complesso
Conviene avere presente che cosa circonda la sala, perché il complesso non funziona come un teatro tradizionale. Le tre sale principali sono disposte a raggiera attorno a uno spazio all’aperto, la Cavea, intitolata a Luciano Berio, che d’estate ospita concerti per qualche migliaio di persone. Esiste inoltre un quarto spazio, il Teatro Studio intitolato a Gianni Borgna, con poco più di trecento posti, dedicato a produzioni sperimentali e a incontri. L’insieme sorge su un’area di circa cinquantacinquemila metri quadrati compresa fra Villa Glori, il viadotto di corso di Francia e viale Maresciallo Pilsudski, e comprende librerie, spazi espositivi, bar e ristorazione.
La conseguenza pratica è che una serata in Sala Petrassi non comincia alla porta della sala. Comincia quando si entra nell’area del complesso, che la sera di fine novembre è illuminata e frequentata anche da chi non ha biglietto per nessuno spettacolo. Chi arriva con quaranta minuti di anticipo ha il tempo di attraversare la piazza centrale, guardare i tre volumi di piombo e legno da fuori e capire come sono messi. Chi arriva cinque minuti prima entra in sala senza aver visto niente.
Una cosa che non ti dice nessuno su Dente & Guido Catalano a Roma — 30 novembre 2026
La cosa che quasi nessuno dice riguarda il sottosuolo. Durante i lavori di costruzione del complesso, alla fine degli anni Novanta, gli scavi hanno restituito i resti di una villa romana di età repubblicana. Il ritrovamento ha obbligato a rivedere il progetto in corso d’opera, e la soluzione adottata è stata quella di conservare i resti in posto e di ricavare un piccolo museo sotto la Cavea, nella fascia compresa fra due delle sale principali. Significa che chi entra all’Auditorium per uno spettacolo cammina sopra e accanto a strutture di duemila anni fa, quasi sempre senza saperlo.
La seconda cosa poco raccontata riguarda il modo in cui una sala come la Petrassi viene assegnata. Nei complessi polifunzionali la scelta della sala non dipende soltanto dalla vendita prevista, ma anche dal tipo di allestimento richiesto e dalla disponibilità di date, e una stessa produzione può trovarsi collocata in sale diverse a seconda della città. Chi guarda la capienza e ne deduce automaticamente il livello di notorietà degli artisti compie un errore di lettura frequente. Per un formato basato sulla parola, una sala media rappresenta una scelta tecnica, non un ripiego.
C’è infine un terzo elemento che raramente compare nelle presentazioni: il pubblico di queste serate tende ad essere composto in buona parte da lettori, non da spettatori abituali di concerti. Questo cambia il comportamento in sala, in meglio e in peggio. In meglio, perché il silenzio durante le letture risulta generalmente migliore di quello di un club. In peggio, perché la parte cantata rischia di essere ascoltata con l’atteggiamento di chi aspetta che riprenda il discorso. Gli spettacoli più riusciti di questo genere lavorano proprio per correggere quella asimmetria.
Il consiglio che ti do per visitare Dente & Guido Catalano a Roma — 30 novembre 2026
Il consiglio principale riguarda l’orario di arrivo, e vale più per questa sala che per altre. L’Auditorium sorge in una zona che la sera cambia radicalmente il proprio regime di traffico: viale Pietro de Coubertin e le strade attorno al Villaggio Olimpico si congestionano nelle mezz’ore che precedono l’inizio degli spettacoli, soprattutto quando più sale lavorano in contemporanea. Dato che il complesso può avere tre spettacoli nello stesso orario, l’afflusso si concentra in una finestra molto stretta. Arrivare con quarantacinque minuti di anticipo non è eccesso di zelo, è la differenza fra entrare con calma e entrare mentre si spengono le luci.
Come vestirsi e dove sedersi
Fine novembre a Roma significa temperature serali che oscillano di frequente fra i sei e i dodici gradi, con umidità alta per la vicinanza del Tevere. La parte esposta del percorso, cioè la piazza centrale del complesso e i camminamenti fra le sale, si attraversa all’aperto. Chi arriva in anticipo e vuole restare fuori a guardare l’edificio ha bisogno di una giacca vera, non di uno strato leggero. Dentro, al contrario, le sale sono riscaldate e affollate, quindi conviene qualcosa che si possa togliere facilmente; il guardaroba esiste ma la coda all’uscita è il momento peggiore della serata.
Sulla scelta del posto, in una sala di queste dimensioni la differenza fra platea e galleria è meno drammatica che altrove. Per uno spettacolo basato sulla parola, le file centrali della platea offrono la resa più equilibrata, perché permettono di cogliere la dizione senza stare troppo vicini alle casse. Le primissime file, che in un concerto rock rappresentano la posizione ambita, in un reading possono risultare scomode: costringono ad alzare lo sguardo e riducono la percezione d’insieme, che in una serata a due voci conta parecchio.
Che cosa fare prima
Il consiglio meno ovvio è di usare il tempo prima dello spettacolo per vedere l’area archeologica sotto la Cavea, quando risulta accessibile negli orari di apertura al pubblico. È una visita breve, di quelle che si esauriscono in un quarto d’ora, e produce un contrasto che vale il tempo speso: si passa dai resti di una villa repubblicana a una sala da concerto progettata negli anni Novanta nel giro di pochi metri. Chi preferisce restare in superficie può dedicare lo stesso quarto d’ora al MAXXI, che si trova a breve distanza a piedi lungo via Guido Reni, verificando in anticipo l’orario di chiusura serale.
Ultimo punto, banale solo in apparenza: conviene cenare prima o dopo, ma decidere in anticipo. Il quartiere attorno all’Auditorium ha una densità di ristorazione inferiore a quella del centro, e la sera di uno spettacolo i pochi locali della zona si riempiono. Chi conta di trovare posto all’uscita, verso le ventitré, rischia di ritrovarsi a cercare qualcosa aperto verso ponte Milvio o verso il Flaminio, con venti minuti di cammino in più.
Come ci si arriva
L’Auditorium si trova in viale Pietro de Coubertin, nell’area del Villaggio Olimpico, in una zona che risulta ben collegata ma che richiede un minimo di pianificazione perché nessuna stazione della metropolitana si trova a ridosso dell’ingresso.
Con i mezzi pubblici
La soluzione più usata combina metropolitana e tram. Si scende alla stazione Flaminio della linea A, che coincide con Piazzale Flaminio e con l’affaccio su piazza del Popolo, e da lì si prende il tram che risale viale Tiziano lungo la direttrice del Flaminio. Le fermate utili per il complesso sono quelle in prossimità di piazza Apollodoro e della zona Flaminia, da cui restano pochi minuti a piedi. In alternativa esistono linee di autobus che servono direttamente viale de Coubertin e le strade limitrofe.
Il tragitto complessivo dal centro storico occupa mediamente fra i venticinque e i trentacinque minuti, a seconda dell’ora e delle attese. Per il ritorno serale conviene verificare in anticipo gli orari delle ultime corse: il servizio di superficie nella fascia notturna si dirada, e l’uscita da uno spettacolo che finisce dopo le ventitré può coincidere con una frequenza ridotta. Molti spettatori risolvono percorrendo a piedi il tratto fino a piazzale Flaminio, che richiede circa venticinque minuti su percorso illuminato e frequentato.
A piedi e in bicicletta
Chi alloggia nella zona nord del centro può raggiungere il complesso interamente a piedi. Il percorso da piazza del Popolo risale viale del Muro Torto o via Flaminia, passa accanto al quartiere Flaminio e arriva all’area del Villaggio Olimpico in poco più di mezz’ora di cammino piano. Da Prati e da Borgo esiste una variante che attraversa il fiume sul ponte della Musica, la passerella pedonale e ciclabile che collega la riva del Flaminio a quella del Foro Italico: è il modo più piacevole di arrivare, con vista aperta sul Tevere, e richiede attenzione soltanto nella parte finale, dove l’illuminazione si fa più rada.
In auto
Il complesso dispone di parcheggio interrato, che nelle serate con più spettacoli in contemporanea si riempie presto. Chi sceglie l’auto dovrebbe considerare un margine di almeno un’ora rispetto all’orario di inizio, perché la coda all’ingresso del parcheggio può da sola assorbire venti minuti. Il parcheggio su strada nelle vie del Villaggio Olimpico esiste ma risulta regolamentato e molto conteso. La zona non rientra nella fascia a traffico limitato del centro storico, quindi l’accesso in sé non pone problemi di permessi, ma questo la rende anche una meta comoda per chi arriva dai quartieri nord, con il conseguente affollamento.
Come funziona la serata
Le serate in Sala Petrassi seguono uno schema abbastanza regolare, che conviene conoscere per non arrivare con aspettative sbagliate.
Prima dell’inizio
L’apertura delle porte della sala avviene di norma poco prima dell’orario di inizio indicato, mentre gli spazi comuni del complesso risultano accessibili molto prima. Il controllo dei titoli di ingresso avviene all’accesso della sala, non all’ingresso dell’area, il che significa che si può stare nel foyer e nella piazza senza mostrare nulla. Gli orari di inizio effettivi, la presenza di eventuali introduzioni e la durata complessiva vanno verificati presso chi organizza, perché variano da produzione a produzione.
Durante
In uno spettacolo che alterna parola e musica la struttura tipica prevede blocchi di durata disuguale. Nella maggior parte dei casi non esiste un intervallo, e la durata complessiva si colloca nell’ordine dei novanta minuti, ma si tratta di una consuetudine del formato e non di un dato annunciato per questa data specifica. Le riprese video e fotografiche sono generalmente soggette alle regole della sala e dell’organizzazione, che in questo tipo di serate tendono a essere più restrittive che in un concerto rock, proprio perché il rumore di un otturatore in un momento di silenzio si sente da tutta la sala.
Un aspetto che caratterizza questo genere di spettacoli è l’interazione con il pubblico. Sia nel reading di poesia sia nella canzone d’autore di impostazione ironica, le parti parlate fra un pezzo e l’altro non sono riempitivo: fanno parte dello spettacolo e spesso ne costituiscono la porzione più memorabile. Chi arriva in ritardo non perde soltanto i primi brani, perde l’impostazione del tono della serata, che nei primi dieci minuti viene stabilita e poi non si ripete.
Dopo
All’uscita, il deflusso da una sala di seicentosettanta posti risulta rapido, ma si somma a quello delle altre sale se gli orari coincidono. Chi ha lasciato la giacca al guardaroba dovrebbe mettere in conto qualche minuto di coda. Il piazzale esterno resta illuminato e frequentato, e la zona non presenta particolari criticità serali, pur trattandosi di un’area residenziale che dopo la mezzanotte si svuota in fretta.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo riguarda l’intitolazione dell’intero complesso a Ennio Morricone. Il nome ufficiale con cui compare oggi su biglietti e comunicazioni è Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, ma nell’uso quotidiano dei romani continua a chiamarsi semplicemente Auditorium, oppure Parco della Musica. La doppia denominazione genera una piccola confusione ricorrente, soprattutto per chi arriva da fuori e cerca l’indirizzo: l’esistenza in città di altre sale con la parola auditorium nel nome, a cominciare dall’Auditorium Conciliazione, produce ogni anno una quantità notevole di persone che si presentano nel posto sbagliato.
C’è un secondo elemento poco citato e riguarda la logica dei nomi delle sale. Tutte e tre portano nomi legati alla musica del Novecento o alla tradizione musicale romana: una richiama l’istituzione musicale storica della città, una il direttore d’orchestra Giuseppe Sinopoli e una il compositore Goffredo Petrassi. Lo spazio all’aperto porta il nome di Luciano Berio, il teatro sperimentale quello di Gianni Borgna. È una toponomastica interna coerente, costruita in pochi anni e con criteri espliciti, cosa non frequente nelle istituzioni culturali italiane, dove le intitolazioni si stratificano in modo casuale.
Biglietti e accesso in generale
I titoli di ingresso per gli spettacoli del complesso si acquistano attraverso i canali ufficiali indicati dall’organizzazione, che comprendono la biglietteria fisica presso l’Auditorium e i canali di vendita autorizzati. La biglietteria del complesso osserva orari propri, generalmente ampi nei giorni feriali e ridotti in alcune fasce, e resta aperta anche nelle serate di spettacolo. Per una data collocata a fine novembre, con annuncio con largo anticipo, la finestra di vendita si apre parecchi mesi prima.
Che cosa conviene verificare
Prima di qualsiasi decisione conviene controllare tre cose presso chi organizza: la sala effettiva, perché nei complessi polifunzionali una produzione può essere spostata da uno spazio all’altro anche dopo l’annuncio; l’orario di inizio, che in questo tipo di serate oscilla fra le venti e le ventuno; e le condizioni di riduzione eventualmente previste, che in alcune sale del circuito esistono per fasce di età, studenti e residenti, ma che variano da produzione a produzione e non costituiscono una regola generale del complesso.
Sul fronte dei prezzi, non risulta corretto fornire cifre per una data specifica senza che siano quelle ufficiali, perché le fasce cambiano in base al settore e alla produzione. Lo stesso discorso vale per la disponibilità: un annuncio con molti mesi di anticipo comporta che la situazione dei posti cambi nel tempo, e qualsiasi affermazione su esaurimento o abbondanza risulterebbe superata in poche settimane.
Regole di sala
Valgono le consuetudini dei teatri: ingresso consentito fino all’orario indicato, con eventuale ammissione differita per i ritardatari in una pausa naturale dello spettacolo; divieto di introdurre bevande in contenitori di vetro; telefoni silenziati. Nelle serate basate sulla parola queste regole hanno un peso maggiore che altrove, perché un ingresso in ritardo in mezzo a una lettura interrompe il lavoro di chi occupa il palco in modo molto più evidente di quanto accadrebbe durante un brano amplificato.
Chi porta minori dovrebbe considerare che il repertorio di entrambi gli artisti contiene materiale rivolto a un pubblico adulto, nel linguaggio e nei temi. Non si tratta di una serata pensata per famiglie, pur non presentando nulla di particolarmente urtante. Per un pubblico di bambini il complesso e il quartiere offrono altre possibilità in orari diurni, a cominciare dal vicino museo dei bambini di Roma.
Accessibilità
Il complesso dell’Auditorium è stato progettato negli anni Novanta con criteri di accessibilità già relativamente evoluti, e questo si nota nella pratica: i percorsi principali risultano in piano o serviti da rampe e ascensori, e il collegamento fra il livello del parcheggio interrato e quello delle sale avviene con ascensori.
Nella sala
La Sala Petrassi dispone di posti riservati a spettatori con disabilità motoria e di un accompagnatore, la cui assegnazione avviene tramite la biglietteria e va richiesta al momento dell’acquisto, non la sera stessa. Dato che il numero di tali posti risulta per definizione limitato, la richiesta anticipata rappresenta l’unica strada realistica. I servizi igienici accessibili sono presenti nei livelli di servizio delle sale.
Per chi ha difficoltà uditive, una serata basata su voce parlata e amplificazione leggera presenta difficoltà maggiori rispetto a un concerto strumentale, e conviene verificare direttamente con l’organizzazione l’eventuale disponibilità di ausili. Per chi ha ridotta mobilità ma non usa carrozzina, va considerato che la distanza fra l’ingresso dell’area e la porta della sala comporta un percorso di alcune centinaia di metri, in parte all’aperto, e che il dislivello fra i diversi livelli del complesso viene superato con scale o ascensori a seconda del percorso scelto.
Arrivare senza barriere
Chi arriva con mezzi pubblici dovrebbe sapere che la stazione Flaminio della linea A dispone di impianti di risalita la cui funzionalità va verificata il giorno stesso, e che il tram presenta gradini di accesso su parte del materiale rotabile. La soluzione più sicura per chi ha esigenze specifiche resta l’arrivo diretto in auto al parcheggio interrato, con accesso in ascensore, oppure il taxi fino all’ingresso di viale Pietro de Coubertin. Il tratto finale, dal punto di discesa alla porta della sala, si percorre su pavimentazione regolare.
La foto giusta da fare a Dente & Guido Catalano a Roma — 30 novembre 2026
Dentro la sala, durante lo spettacolo, la foto giusta non esiste, e non per ragioni di regolamento soltanto. Una serata costruita sul silenzio fra una parola e l’altra non sopporta gli schermi accesi, e il risultato fotografico in condizioni di luce teatrale bassa risulta comunque mediocre. La fotografia che vale la pena portarsi a casa si fa fuori, e va pianificata prima.
L’inquadratura dei tre volumi
L’immagine più riconoscibile del complesso è quella dei tre gusci rivestiti in piombo che emergono dalla piazza centrale. Di sera, con l’illuminazione artificiale, le superfici metalliche restituiscono una luce fredda che contrasta con il calore delle aperture vetrate del foyer. Il punto migliore si trova nella piazza fra le sale, tenendo la macchina bassa e includendo parte della pavimentazione: la prospettiva dal basso esalta il volume dei gusci e riduce la confusione dello sfondo. In orizzontale si prendono due gusci su tre, in verticale se ne isola uno intero.
Il momento migliore non coincide con il buio pieno. Nelle settimane a cavallo di fine novembre il tramonto romano cade attorno alle sedici e quaranta, e la fascia di luce blu che segue dura una ventina di minuti. Chi arriva all’Auditorium per uno spettacolo serale ha quindi bisogno di anticipare parecchio per intercettarla, ma il risultato ripaga: il cielo mantiene ancora una densità di colore e le luci artificiali sono già accese, condizione che elimina il nero piatto delle foto notturne.
Le alternative
La seconda inquadratura interessante si ottiene dalla Cavea, lo spazio all’aperto fra le sale, guardando verso l’alto: le gradinate vuote d’inverno, con i volumi delle sale che le chiudono, producono un’immagine geometrica molto diversa da quella estiva affollata. La terza si trova fuori dal complesso, sul ponte della Musica, da cui si inquadrano insieme il fiume, la passerella e la massa dell’edificio sullo sfondo. Chi ha tempo prima dello spettacolo può risalire di poche centinaia di metri fino a ponte Milvio e fotografare il ponte antico illuminato, che restituisce un’immagine completamente diversa dello stesso quadrante di città.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia del complesso è breve rispetto agli standard romani, ma densa. Vale la pena ricostruirla per punti, perché aiuta a capire perché un edificio di ventiquattro anni sia già diventato un riferimento della città.
Il cantiere e la scoperta archeologica
Il progetto di Renzo Piano, elaborato negli anni Novanta, prevedeva la costruzione di un polo musicale su un’area del Villaggio Olimpico rimasta sostanzialmente inutilizzata dopo i Giochi del 1960. Durante gli scavi emersero i resti di una villa romana, con la conseguente sospensione dei lavori e una lunga fase di rielaborazione progettuale. Il ritrovamento, che sul momento apparve come un ostacolo, è oggi parte dell’identità del luogo: i resti sono visibili in un’area museale ricavata sotto la Cavea.
Le inaugurazioni
L’apertura non avvenne in un giorno solo. La prima sala a entrare in funzione fu quella intermedia, il 21 aprile 2002, data che a Roma coincide con l’anniversario tradizionale della fondazione della città. Il complesso nella sua interezza venne inaugurato il 21 dicembre dello stesso anno. Il fatto che l’apertura sia stata scaglionata su otto mesi racconta la complessità del cantiere e il desiderio di rendere operativa la struttura prima del completamento.
Le intitolazioni
Le sale ricevettero i nomi definitivi in tempi diversi. L’intitolazione a Goffredo Petrassi della terza sala risale al 2003, anno della morte del compositore, che aveva assistito all’inaugurazione. Negli anni successivi lo spazio all’aperto è stato dedicato a Luciano Berio e il teatro sperimentale a Gianni Borgna, che della politica culturale romana degli anni Novanta era stato una figura centrale. L’intitolazione dell’intero complesso a Ennio Morricone è il passaggio più recente, avvenuto dopo la morte del compositore romano.
La programmazione che ha cambiato il quartiere
Dal 2006 il complesso ospita la Festa del Cinema di Roma, che nel 2026 arriva alla ventunesima edizione e che per una decina di giorni all’anno trasforma l’intera area in un presidio cinematografico. D’estate la Cavea ospita la rassegna di concerti all’aperto che porta nel quadrante decine di migliaia di spettatori, come accade con il Roma Summer Fest. Nel resto dell’anno la programmazione alterna stagione sinfonica, jazz, teatro, incontri e produzioni come quella del 30 novembre. La combinazione di questi usi ha prodotto un effetto di lunga durata: un’area che nel 2001 non aveva ragioni per essere attraversata la sera oggi ne ha diverse, tutte le settimane.
Chi è passato da Dente & Guido Catalano a Roma — 30 novembre 2026
Parlare di chi è passato da questo luogo significa parlare di una quantità di nomi che nessun elenco potrebbe contenere, perché in poco più di vent’anni il complesso ha ospitato programmazione quotidiana su quattro spazi. Conviene quindi ragionare per categorie, che dicono più di un elenco.
I nomi scritti sulle porte
I primi nomi da considerare sono quelli delle intitolazioni, perché raccontano una scelta culturale precisa. Goffredo Petrassi appartiene alla generazione di compositori italiani che ha attraversato l’intero Novecento, dalla formazione degli anni Venti fino agli ultimi lavori, e la sua presenza fisica all’inaugurazione del 2002 stabilisce una continuità diretta fra la musica contemporanea italiana e l’edificio. Giuseppe Sinopoli, direttore d’orchestra e compositore, e Luciano Berio, fra le figure centrali della ricerca musicale europea del secondo dopoguerra, completano un quadro in cui nessuna delle intitolazioni è decorativa. Ennio Morricone, il cui nome oggi accompagna l’intero complesso, rappresenta il punto di incontro fra la formazione accademica romana e il repertorio che ha raggiunto il pubblico più vasto.
Il repertorio della sala media
La Sala Petrassi, per come è stata concepita, non ospita quasi mai i nomi che riempiono gli stadi. La sua programmazione tipica comprende produzioni operistiche in formato ridotto, concerti jazz, spettacoli di prosa, danza contemporanea, proiezioni e incontri. Il pubblico che la frequenta regolarmente è quello che segue percorsi meno esposti, e la sala ha svolto per anni la funzione di luogo dove una produzione può crescere senza l’obbligo di riempire tremila posti. Per un formato come il reading musicale, che in Italia si è affermato soprattutto nei club e nei teatri medi, questa collocazione rappresenta un passaggio di scala e insieme una conferma di legittimità.
La canzone d’autore nel complesso
La canzone d’autore italiana ha un rapporto stabile con l’intero complesso, distribuito fra le diverse sale a seconda del richiamo: la Cavea d’estate, le sale maggiori per i nomi di grande richiamo, la Petrassi per i progetti più intimi. Nella stessa stagione 2026, per restare al quadrante, l’Auditorium ospita fra le altre cose una serie di date di Max Gazzè a fine dicembre. La convivenza fra questi registri diversi sotto lo stesso indirizzo è esattamente la ragione per cui un complesso polifunzionale funziona: permette a una serata di poesia e canzone di esistere accanto a un concerto da duemila persone senza che nessuna delle due debba adattarsi alle esigenze dell’altra.
Il passaggio precedente dei due protagonisti
Vale infine la pena ricordare che Dente e Guido Catalano non arrivano all’Auditorium da estranei. Fra le date del poeta torinese risulta un passaggio romano all’Auditorium nel marzo 2017, all’interno del percorso condiviso che i due avevano avviato in quegli anni. La serata del 30 novembre 2026, in questa prospettiva, si legge come un ritorno nello stesso luogo a distanza di quasi un decennio, con due carriere nel frattempo cresciute e un pubblico che nel frattempo è cambiato di generazione.
Cosa c’è intorno
Il quadrante attorno all’Auditorium ha una densità di cose da vedere superiore a quanto suggerisca il suo aspetto residenziale. Chi arriva con qualche ora di anticipo o chi decide di dedicare la giornata alla zona trova materiale sufficiente per riempirla.
Architettura contemporanea
A poche centinaia di metri, lungo via Guido Reni, si trova il MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato da Zaha Hadid, che con l’Auditorium forma una coppia di edifici contemporanei senza equivalenti in altri quartieri romani. I due progetti, realizzati a distanza di anni e con linguaggi opposti, raccontano due modi diversi di inserire architettura nuova in una città stratificata: il complesso di Piano lavora per volumi chiusi e materiali pesanti, quello di Hadid per flussi continui e superfici in movimento. Vederli nello stesso pomeriggio è un esercizio che vale il tempo.
Il fiume e i ponti
Il Tevere scorre a poca distanza. Il ponte della Musica collega la riva del Flaminio a quella del Foro Italico, complesso sportivo di epoca fascista che comprende lo Stadio dei Marmi e le strutture olimpiche. Risalendo il fiume si arriva a ponte Milvio, uno dei ponti più antichi della città, teatro nel 312 dello scontro fra Costantino e Massenzio e oggi centro di una zona di locali molto frequentata la sera.
Verso il centro
Scendendo lungo la direttrice del Flaminio si arriva in una ventina di minuti a piedi a piazza del Popolo e da lì al Pincio e a Villa Borghese, con le sue istituzioni museali. Sulla stessa fascia, lungo il lungotevere, si incontra l’Ara Pacis, mentre all’interno di Villa Borghese, in viale delle Belle Arti, si trova la Galleria Nazionale, che conserva la maggiore raccolta italiana di arte dell’Ottocento e del Novecento. Chi vuole restare sul versante musicale può invece prendere in considerazione la Casa del Jazz, in tutt’altra zona della città ma dentro lo stesso circuito di programmazione.
Mangiare e bere
La ristorazione nell’immediato intorno dell’Auditorium comprende i punti interni al complesso e alcuni locali lungo viale Pietro de Coubertin e nelle vie del Villaggio Olimpico. L’offerta più ampia si trova risalendo verso ponte Milvio oppure scendendo verso il Flaminio e via Flaminia, dove esistono trattorie di quartiere e locali serali. Per una cena dopo lo spettacolo conviene tenere presente che a Roma le cucine di molti ristoranti chiudono intorno alle ventitré, e che una serata che finisce alle ventidue e trenta lascia un margine stretto. Prenotare risolve il problema.
Domande veloci
In quale sala si tiene la serata?
Le informazioni disponibili indicano la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, in viale Pietro de Coubertin 30. Trattandosi di un complesso con più spazi, la conferma della sala va comunque presa dal canale ufficiale dell’organizzazione, perché nei poli polifunzionali le assegnazioni possono cambiare anche dopo l’annuncio.
Quanti posti ha la Sala Petrassi?
Seicentosettantatré. È la più piccola delle tre sale principali del complesso, dopo la Sala Santa Cecilia con duemilasettecentocinquantasei posti e la Sala Sinopoli con millecentotrentatré.
Quanto dura uno spettacolo di questo tipo?
I reading musicali si collocano di norma attorno ai novanta minuti senza intervallo, ma la durata effettiva di questa data va verificata presso chi organizza. Non risulta un dato dichiarato in anticipo per tutte le produzioni.
Esiste una scaletta annunciata?
No, e non è un’omissione. In questo formato la sequenza dei materiali cambia da una piazza all’altra e viene decisa in funzione della sala e del pubblico. Chiunque pubblichi una scaletta definitiva prima della serata sta anticipando qualcosa che non è stato stabilito.
Come si arriva senza auto?
Metropolitana linea A fino a Flaminio, poi tram lungo la direttrice del Flaminio fino alle fermate in prossimità di piazza Apollodoro, oppure autobus diretti a viale Pietro de Coubertin. A piedi da piazza del Popolo servono circa trenta minuti su percorso pianeggiante.
C’è parcheggio?
Il complesso dispone di parcheggio interrato, che nelle serate con più spettacoli contemporanei si riempie in fretta. Conviene calcolare un margine ampio rispetto all’orario di inizio.
La sala è accessibile a chi usa la carrozzina?
Sì, con posti dedicati da richiedere in fase di acquisto tramite la biglietteria, e con collegamenti in ascensore fra parcheggio, livelli di servizio e sale. Il numero di posti riservati è limitato, quindi la richiesta anticipata rappresenta l’unica strada affidabile.
È una serata adatta ai bambini?
Il repertorio di entrambi gli artisti si rivolge a un pubblico adulto per linguaggio e temi. Non esistono controindicazioni particolari, ma non si tratta di uno spettacolo pensato per famiglie.
Si possono fare foto durante lo spettacolo?
Le regole le stabilisce l’organizzazione e in questo tipo di serate tendono a essere restrittive. Indipendentemente dal regolamento, in uno spettacolo costruito sui silenzi uno schermo acceso in platea si vede da tutta la sala.
Quanto costa il biglietto?
Le fasce di prezzo variano per settore e vengono stabilite dall’organizzazione. Per una data annunciata con largo anticipo, sia i prezzi sia la disponibilità vanno letti sul canale ufficiale al momento dell’acquisto.
Dente e Guido Catalano avevano già lavorato insieme?
Sì. I materiali diffusi dal poeta presentano il progetto comune come il ritorno di una collaborazione avviata anni prima, e fra le date romane di Catalano risulta un passaggio all’Auditorium nel marzo 2017 legato a quel percorso condiviso.
Chi vuole tenere sotto controllo il resto della programmazione romana della stagione trova il quadro completo nella sezione dedicata ai concerti e nell’elenco di tutti gli eventi.
Domande frequenti su Dente & Guido Catalano a Roma, 30 novembre 2026
Quando si tiene lo spettacolo di Dente e Guido Catalano?
Lo spettacolo che unisce il cantautore Dente e il poeta Guido Catalano a Roma si tiene il 30 novembre 2026, alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone.
Dove si tiene lo spettacolo?
L’appuntamento si tiene alla Sala Petrassi, in viale Pietro de Coubertin 30, nell’Auditorium Parco della Musica. Trattandosi di un complesso con più spazi, la conferma della sala va comunque presa dal canale ufficiale dell’organizzazione, perché le assegnazioni possono cambiare anche dopo l’annuncio.
Che tipo di spettacolo è?
È un reading musicale, cioè una forma in cui musica e poesia si alternano e dialogano sullo stesso palco: non un concerto con qualche lettura infilata negli intervalli, e nemmeno un recital di poesia con un semplice tappeto sonoro.
Quanti posti ha la Sala Petrassi?
La Sala Petrassi conta seicentosettantatre posti, contro i millecentotrentatre della Sala Sinopoli e i duemilasettecentocinquantasei della Sala Santa Cecilia: è quindi la più piccola fra le tre grandi sale del complesso.
Come si arriva all’Auditorium per lo spettacolo?
L’Auditorium si trova in viale Pietro de Coubertin, nell’area del Villaggio Olimpico. La soluzione più usata combina la metropolitana linea A fino alla stazione Flaminio con il tram, dato che nessuna stazione della metro si trova a ridosso dell’ingresso.
Dove si comprano i biglietti?
I titoli di ingresso si acquistano attraverso i canali ufficiali indicati dall’organizzazione, che comprendono la biglietteria fisica presso l’Auditorium e i canali di vendita autorizzati.
L’Auditorium è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
Sì, i percorsi principali del complesso risultano in piano o serviti da rampe e ascensori, e il collegamento fra il livello del parcheggio interrato e quello delle sale avviene con ascensori.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Chi desidera una passeggiata guidata nel quartiere Flaminio, fra l’architettura contemporanea dell’Auditorium e del MAXXI e gli impianti olimpici del 1960, accompagnato da una guida abilitata, scrive dalla pagina contatti di TourLeaderPro. Per agenzie e operatori che costruiscono programmi serali, musicali e teatrali su Roma è attivo un servizio di consulenza nell’area riservata ai tour operator.
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