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Steve Hackett racconta i Genesis a Roma — 21 novembre 2026

Il 21 novembre 2026 il nome di Steve Hackett torna su un cartellone romano, e lo fa in una forma particolare: non un concerto rock qualsiasi, ma una serata costruita attorno al repertorio dei Genesis raccontato e suonato da chi quel repertorio lo ha scritto insieme agli altri, dal vivo, in una sala da seicento posti dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. La serata risulta annunciata alla Sala Petrassi, lo spazio polifunzionale del complesso di viale Pietro de Coubertin, e con una destinazione benefica a sostegno di EMERGENCY. Chi arriva a una data del genere pensando di trovare una scaletta prevedibile sbaglia impostazione: qui il materiale musicale ha più di cinquant’anni, chi lo suona lo ha inciso da ragazzo, e la sala scelta cambia il modo in cui quel materiale arriva alle orecchie.

Le pagine che seguono servono a preparare la serata da tre lati diversi. Il primo è musicale: chi è Steve Hackett, che cosa ha fatto davvero dentro i Genesis fra il 1971 e il 1977, perché la sua chitarra si riconosce anche a distanza di decenni. Il secondo è architettonico e pratico: che cosa è la Sala Petrassi, come si differenzia dalle altre sale del complesso, come ci si arriva la sera, come funzionano gli ingressi, che cosa aspettarsi in termini di accessibilità. Il terzo è ambientale: che cosa esiste attorno all’Auditorium, nel quartiere Flaminio, prima e dopo il concerto. Tre livelli che a Roma si intrecciano quasi sempre, perché la musica dal vivo nella capitale non si consuma mai in un contenitore neutro.

Che cos’è questo concerto

La formula di una serata in cui un musicista “racconta” un repertorio storico ha una sua tradizione precisa, e conviene capirla prima di comprare qualunque cosa o di mettersi in viaggio verso il Flaminio. Non è un tributo suonato da altri, non è una cover band, non è nemmeno un concerto celebrativo costruito a tavolino da un ufficio marketing. È il caso, molto meno frequente di quanto si creda, in cui la persona che ha materialmente registrato certe parti di chitarra su dischi usciti fra il 1971 e il 1977 sale su un palco e le riporta in aria, con il vantaggio e lo svantaggio di conoscere quelle note dall’interno.

Il chitarrista Steve Hackett in concerto nel 2013
Steve Hackett alla chitarra in concerto nel 2013. Foto di Dirk Haun, licenza CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.

La differenza fra rileggere e rifare

Il vantaggio è ovvio: nessun trascrittore, per quanto bravo, sa perché una certa nota è stata scelta in un certo punto. Lo svantaggio è altrettanto reale: il tempo passa, le mani cambiano, la voce che cantava quelle parole nel 1973 non è quella che le canta oggi, e la tentazione di fotocopiare il disco è sempre in agguato. I musicisti che affrontano bene questo esercizio tendono a scegliere una via di mezzo: restano fedeli alle strutture, che sono la parte interessante di quella musica, e si concedono libertà sui dettagli, che sono la parte viva. Chi arriva in sala aspettandosi la riproduzione nota per nota di un vinile rischia di rimanere deluso; chi arriva aspettandosi una rilettura in cui le architetture restano riconoscibili trova quello che cerca.

Perché il formato “racconta” cambia la serata

Quando un titolo contiene un verbo come “racconta”, la serata assume un carattere ibrido fra concerto e narrazione. Nella pratica romana degli ultimi anni questo formato ha preso piede in modo consistente: il palco ospita una parte suonata e una parte parlata, con aneddoti, ricostruzioni di come nacquero certi brani, spiegazioni di scelte tecniche e cronache di studi di registrazione in cui il nastro costava e il tempo era contato. Nelle sale di medie dimensioni funziona meglio che negli stadi, per un motivo banale di acustica e di attenzione: a seicento posti la parola parlata arriva senza che il pubblico debba sforzarsi, e la distanza fra palco e ultima fila resta umana.

Questo significa anche che la serata ha un ritmo diverso da un concerto rock tradizionale. Le pause fra un brano e l’altro non sono tempi morti da riempire con l’accordatura, sono parte del programma. Chi entra con l’idea di ballare resta spiazzato; chi entra con l’idea di ascoltare una storia raccontata anche con le mani si trova nel posto giusto.

La componente benefica

La serata risulta collegata a una finalità di sostegno a EMERGENCY, la organizzazione fondata nel 1994 da Gino Strada e Teresa Sarti che opera con ospedali e centri sanitari in aree di guerra e povertà, con una presenza consolidata anche in Italia attraverso ambulatori e poliambulatori. Nel panorama romano le serate con questa impostazione non sono rare: il pubblico che le frequenta sa che parte del meccanismo economico dell’evento ha una destinazione dichiarata, e questo cambia un po’ il clima della sala, che tende a essere più partecipe e meno consumistico del solito. Le condizioni precise, cioè quale quota della vendita venga destinata e con quale modalità, vanno chieste all’organizzazione: sono informazioni che cambiano da evento a evento e che nessuna pagina esterna può garantire al posto degli organizzatori.

Una data che arriva in autunno, non in estate

Il 21 novembre cade in pieno autunno romano, e questo ha conseguenze pratiche più grandi di quanto sembri. La stagione dei concerti all’aperto, quella che riempie la Cavea dell’Auditorium da giugno ad agosto, a novembre è finita da un pezzo. Tutto rientra al coperto, il che vuol dire posti a sedere numerati, guardaroba, orari più rigidi e una gestione degli ingressi completamente diversa da quella estiva. Vuol dire anche che l’esperienza dipende molto meno dal meteo e molto di più dalla sala. Per chi viene da fuori Roma, novembre ha inoltre il vantaggio di una città meno affollata, con alberghi a prezzi diversi da quelli di primavera e con i musei percorribili senza le code di maggio.

Chi è Steve Hackett e il suo rapporto con i Genesis

Steve Hackett nasce a Londra nel 1950 e appartiene a quella generazione di chitarristi britannici che si è formata ascoltando allo stesso tempo il blues elettrico americano, la musica classica europea e le prime sperimentazioni psichedeliche. È un dettaglio biografico che conta, perché il suo modo di suonare porta i segni di tutte e tre le provenienze e non si lascia ridurre a nessuna delle tre.

L’annuncio su Melody Maker

La storia dell’ingresso nei Genesis è diventata leggendaria proprio perché è semplice e verificabile: Hackett rispose a un annuncio pubblicato su Melody Maker, il settimanale musicale britannico, in cui si cercava un chitarrista con capacità compositive disposto a lavorare con musicisti ricettivi. L’annuncio era stato messo dal gruppo, che in quel momento aveva bisogno di sostituire il chitarrista precedente. Siamo alla fine del 1970, i Genesis sono una band giovane con due album alle spalle e un contratto appena firmato con la Charisma. Hackett entra e, insieme al batterista Phil Collins arrivato pochi mesi prima, completa quella che il pubblico oggi chiama la formazione classica: Peter Gabriel alla voce, Tony Banks alle tastiere, Mike Rutherford al basso e alla dodici corde, Collins alla batteria, Hackett alla chitarra.

Che cosa ha inciso davvero con il gruppo

Il periodo di Hackett nei Genesis copre sei album in studio e due dal vivo, e vale la pena elencarli con precisione perché attorno a questa discografia circola parecchia confusione. In studio: Nursery Cryme del 1971, il suo debutto con il gruppo; Foxtrot del 1972; Selling England by the Pound del 1973; The Lamb Lies Down on Broadway del 1974, doppio album e ultimo lavoro con Peter Gabriel alla voce; A Trick of the Tail del 1976, il primo con Phil Collins passato al canto; Wind & Wuthering del 1976. Dal vivo: Genesis Live del 1973 e Seconds Out del 1977, quest’ultimo pubblicato quando la sua uscita dal gruppo era già decisa. Hackett lascia i Genesis nel 1977. Sono sette anni scarsi, ma sono gli anni in cui la band definisce il proprio linguaggio.

Il suono: che cosa si riconosce

Chi ascolta quei dischi senza sapere niente di chi suona che cosa individua comunque alcune cifre ricorrenti. La prima è un uso del sustain lungo e cantabile, ottenuto con volume e feedback controllati, che fa somigliare la chitarra a uno strumento a fiato più che a uno strumento a corda pizzicata. La seconda è l’uso della chitarra classica a corde di nylon dentro un contesto rock, cosa tutt’altro che ovvia nel 1972: il brano strumentale Horizons, che apre il secondo lato di Foxtrot, è una miniatura per sola chitarra acustica infilata dentro un album di rock progressivo. La terza è una attenzione quasi orchestrale ai timbri, con l’uso di volume pedal, effetti e armonizzazioni che allargano lo spettro.

Alla sua figura viene comunemente attribuita anche una funzione pionieristica nella diffusione del tapping a due mani, la tecnica in cui entrambe le mani percuotono le corde sulla tastiera dello strumento producendo linee veloci e legate. La paternità assoluta di una tecnica è sempre materia scivolosa, perché tentativi analoghi compaiono in epoche e contesti diversi, ma il fatto che Hackett la usasse su disco nei primi anni Settanta è documentato dalle registrazioni stesse.

Il contributo compositivo

Un equivoco frequente riguarda il ruolo compositivo. Nei Genesis di quegli anni i crediti erano spesso collettivi, ma su alcuni brani il contributo di Hackett è esplicito, come nel caso di Blood on the Rooftops su Wind & Wuthering, costruito attorno a una lunga introduzione di chitarra classica. Nel repertorio che circola dal vivo compaiono regolarmente titoli come The Musical Box, Supper’s Ready, Firth of Fifth, Dancing with the Moonlit Knight, The Cinema Show, Los Endos: sono i pezzi su cui la chitarra ha spazi solistici estesi, e sono quelli che il pubblico associa immediatamente a quel periodo. Nominarli è lecito; riportarne i testi non lo è, perché si tratta di materiale protetto, e chi vuole leggere le parole le trova nelle edizioni ufficiali dei dischi.

La carriera solista, iniziata prima di uscire dal gruppo

Un dettaglio che spiega molto: il primo album solista di Hackett, Voyage of the Acolyte, esce nel 1975, quando lui è ancora un membro dei Genesis, e vi partecipano Mike Rutherford e Phil Collins. Non è quindi il disco di un musicista che se ne va sbattendo la porta, è il disco di qualcuno che ha materiale in eccesso rispetto a quanto il gruppo può assorbire. L’uscita dal gruppo, due anni dopo, segue una logica coerente con questo antefatto.

Da solista Hackett ha percorso strade parecchio diverse fra loro: album rock con formazioni elettriche, lavori interamente acustici per chitarra classica, incursioni nel blues, collaborazioni orchestrali. Nel 1986 ha dato vita al progetto GTR insieme a Steve Howe, chitarrista degli Yes, esperienza breve ma di buon successo commerciale. A partire dagli anni Novanta ha cominciato a riaprire in modo sistematico il cassetto dei Genesis, prima con il progetto discografico Genesis Revisited del 1996 e poi con Genesis Revisited II del 2012, da cui sono nati lunghi cicli di concerti dedicati in tutto o in parte a quel repertorio. È la vena che porta anche alla data romana del novembre 2026.

Perché questo repertorio regge alla prova del tempo

Vale la pena dirlo senza retorica. Quella musica regge perché è costruita su forme lunghe con sviluppo tematico, cioè su un principio compositivo che viene dalla tradizione colta europea applicato a un organico rock. I brani di dieci o venti minuti non sono jam allungate, sono strutture con sezioni che tornano trasformate, con modulazioni, con contrasti dinamici pensati. Ascoltata dal vivo in una sala con acustica controllata, questa architettura si sente in modo molto più chiaro che in cuffia, perché lo spazio restituisce i piani sonori separati. È esattamente la ragione per cui la scelta della sala, in una serata come questa, conta quanto la scelta del repertorio.

Una curiosità su Steve Hackett racconta i Genesis a Roma — 21 novembre 2026

La curiosità riguarda il rapporto fra la musica di quel periodo e le sale italiane, ed è una di quelle cose che il pubblico più giovane fatica a immaginare. Nella prima metà degli anni Settanta l’Italia è stato uno dei mercati europei più ricettivi per il rock progressivo britannico, al punto che alcuni gruppi inglesi vendevano qui proporzionalmente più dischi che in patria e riempivano palasport in città dove nessuno li aveva mai visti prima. Il pubblico italiano di quegli anni aveva una fame di musica complessa che si spiega con un intreccio di fattori: una scuola secondaria che ancora insegnava molta letteratura e poca musica, una generazione politicizzata che leggeva nei testi criptici un valore di rottura, una rete di riviste specializzate sorprendentemente diffusa.

La conseguenza, cinquant’anni dopo, è che in Italia esiste un pubblico stratificato per questo repertorio come pochi altri al mondo: chi c’era nel 1974, i loro figli cresciuti con quei vinili in casa, e una terza ondata arrivata attraverso le piattaforme di ascolto in streaming, che hanno rimesso in circolo album lunghi e difficili rendendoli accessibili senza il filtro del negozio di dischi. In una sala come la Petrassi, questa stratificazione si vede a occhio nudo guardando le file: capita spesso di trovare tre generazioni della stessa famiglia sedute vicine, cosa che in un concerto pop di novità non succede quasi mai.

La seconda parte della curiosità riguarda la sala stessa. La Sala Petrassi porta il nome di Goffredo Petrassi, compositore nato a Zagarolo nel 1904 e morto a Roma nel 2003, una delle figure centrali della musica colta italiana del Novecento e per decenni insegnante di composizione a Santa Cecilia. Che il repertorio del rock progressivo britannico, cioè il genere che più di ogni altro ha provato a portare forme lunghe e scrittura elaborata dentro la musica popolare, passi da una sala intitolata a un compositore di quel calibro non è una coincidenza cercata da nessuno, ma è una di quelle sovrapposizioni che a Roma capitano spesso e che vale la pena notare mentre si legge il nome sulla parete.

La sala come spazio

Per capire dove ci si siede il 21 novembre bisogna fare un passo indietro e guardare l’insieme, perché la Sala Petrassi non esiste come edificio autonomo: è una delle sale di un complesso più grande, e la sua identità si definisce per differenza rispetto alle altre.

Il complesso di viale Pietro de Coubertin

L’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone si trova in viale Pietro de Coubertin 30, nel quartiere Flaminio, a nord del centro storico e a poca distanza dal Tevere. Il progetto è di Renzo Piano Building Workshop e il complesso ha aperto al pubblico nel 2002. L’impianto generale è riconoscibile anche da lontano: tre grandi volumi curvi, rivestiti in lastre di piombo, disposti attorno a uno spazio aperto a forma di anfiteatro. Quei tre volumi, che i romani chiamano da sempre con un soprannome entomologico per via della forma, sono le tre sale principali. Lo spazio aperto in mezzo è la Cavea, che d’estate diventa il teatro all’aperto dei grandi concerti, mentre a novembre resta una piazza attraversata dal pubblico che entra e che esce.

La dedica a Ennio Morricone è stata aggiunta nel 2021, dopo la morte del compositore avvenuta nel 2020. La gestione del complesso fa capo alla Fondazione Musica per Roma, mentre l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha qui la propria sede stabile con orchestra e coro.

Le quattro sale al coperto, in ordine di grandezza

La Sala Santa Cecilia è la maggiore, con una capienza attorno ai 2.700 posti, ed è la sala sinfonica vera e propria, quella con l’organo e con la conformazione a vigneto che dispone il pubblico attorno al palco. La Sala Sinopoli, intitolata al direttore d’orchestra Giuseppe Sinopoli, ne ospita poco più di 1.100 ed è la sala di taglio medio, usata per formazioni cameristiche, jazz, musica da camera ampliata e molti concerti pop e rock seduti. La Sala Petrassi arriva a circa 670 posti ed è dichiaratamente polifunzionale: nasce per potersi trasformare, e la sua forza è proprio questa. Il Teatro Studio Gianni Borgna, con circa 300 posti, è lo spazio più piccolo e più sperimentale, ricavato sotto il livello della piazza.

Che cosa significa “polifunzionale”, in concreto

La parola compare in ogni descrizione della Petrassi e rischia di suonare vuota, quindi conviene tradurla. Significa che la sala è stata progettata con elementi mobili: la configurazione del palco può cambiare, la disposizione delle prime file può essere modificata, i pannelli e i volumi che regolano il comportamento acustico possono essere adattati al tipo di evento. Una sala sinfonica pura ha un’acustica ottimizzata per un’orchestra senza amplificazione e riesce male con un impianto elettrico potente; una sala polifunzionale accetta entrambe le situazioni al prezzo di non essere perfetta in nessuna delle due. Per un concerto amplificato di taglio rock questa flessibilità è un vantaggio: l’impianto lavora in uno spazio che non gli rimanda addosso un riverbero ingestibile.

Perché seicento posti cambiano l’ascolto

Questo è il punto centrale per chi va al concerto. In una sala di questa dimensione, la distanza fra la prima e l’ultima fila si misura in decine di metri, non in centinaia. Nessuno guarda un maxischermo perché il palco è troppo lontano. Il suono che arriva alle orecchie è in larga parte quello dell’impianto principale, senza le catene di diffusori di ritardo necessarie negli spazi grandi, il che vuol dire meno artefatti e un’immagine stereofonica più credibile. Le dinamiche basse sopravvivono: un passaggio suonato piano resta piano e si sente lo stesso, mentre in un palasport lo stesso passaggio sparisce nel brusio.

Per un repertorio come quello dei Genesis degli anni Settanta questa condizione conta il doppio, perché quella musica alterna in continuazione sezioni delicatissime, spesso affidate a chitarra acustica o a tastiere sole, e sezioni piene. In una sala giusta si sentono entrambe; in una sala sbagliata si sente solo la seconda metà.

Le poltrone, la visibilità, i settori

La sala è a posti numerati con una platea in leggera pendenza e settori laterali. La visibilità è generalmente buona da quasi tutte le posizioni, per come è concepita la geometria dei posti, ma vale la regola universale delle sale con palco frontale: i posti centrali offrono l’immagine sonora più equilibrata, quelli molto laterali delle prime file possono avere una prospettiva sbilanciata verso un lato del palco. Chi tiene molto all’equilibrio timbrico sceglie il centro, anche qualche fila più indietro; chi tiene a vedere le mani sulla tastiera dello strumento sceglie le prime file, accettando che il bilanciamento sia meno preciso.

L’area archeologica dentro il complesso

Durante i lavori di costruzione, negli anni Novanta, gli scavi hanno portato alla luce i resti di una villa di età romana, con strutture murarie e impianti riferibili a una residenza suburbana. Il ritrovamento ha imposto una revisione del progetto e ha allungato i tempi, e la soluzione adottata è stata quella di integrare i resti nel complesso invece di rimuoverli o coprirli. Oggi l’area archeologica è visibile all’interno del perimetro dell’Auditorium, incastonata fra le sale moderne. È un dettaglio che ai visitatori stranieri fa sempre effetto: la sensazione di una città in cui non si riesce a scavare una fondazione senza trovare qualcosa è esattamente questa.

Una cosa che non ti dice nessuno su Steve Hackett racconta i Genesis a Roma — 21 novembre 2026

Ce ne sono almeno tre, e nessuna compare nelle comunicazioni ufficiali perché nessuna ha carattere promozionale.

La prima: la sala determina l’ora in cui si torna a casa

Un concerto alla Sala Petrassi finisce a un orario diverso da un concerto in uno spazio grande, e non per gentilezza degli artisti. Le sale del complesso lavorano su una programmazione fitta, con eventi in parallelo nelle diverse sale la stessa sera, e gli orari di inizio sono rispettati con una puntualità che nel circuito rock italiano non è scontata. Chi arriva con la mentalità del concerto che comincia un’ora dopo l’orario stampato rischia di perdere l’inizio. L’altro lato della medaglia è che la fine arriva a un’ora civile, quasi sempre compatibile con i mezzi pubblici ancora attivi, il che in autunno cambia parecchio la pianificazione della serata.

La seconda: l’uscita simultanea di più sale

Quando due o tre sale terminano a pochi minuti di distanza, la piazza della Cavea si riempie di colpo e gli accessi verso viale de Coubertin diventano un collo di bottiglia, con file ai taxi e alla fermata del tram. Chi lo sa si comporta di conseguenza: o esce senza attardarsi, oppure resta volutamente venti minuti in più dentro il complesso a bere qualcosa e trova poi la strada libera. La seconda opzione, in una serata di novembre, è nettamente più comoda della prima.

La terza: il guardaroba è una variabile seria

Da metà autunno in avanti la questione dei cappotti diventa rilevante. Molti spettatori tengono il soprabito sulle ginocchia per non fare la fila al ritiro, e su seicento persone la differenza fra le due scelte si traduce in dieci o quindici minuti di attesa all’uscita. Chi ha un treno o un rientro programmato fa bene a decidere in anticipo quale strategia adottare. È il tipo di dettaglio che nessuna locandina scrive e che determina se la serata finisce bene o con una corsa.

Il consiglio che ti do per visitare Steve Hackett racconta i Genesis a Roma — 21 novembre 2026

Il consiglio principale è uno solo e va detto per primo: trattare la serata come una giornata al Flaminio e non come un’ora e mezza dentro una sala. Chi arriva con l’auto quaranta minuti prima, entra, ascolta, esce e riparte, ha vissuto un concerto. Chi costruisce il pomeriggio attorno al concerto porta a casa un’esperienza completamente diversa a parità di biglietto.

Come costruire il pomeriggio

Il quartiere attorno all’Auditorium offre materiale sufficiente per un pomeriggio intero. Il MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato da Zaha Hadid, si trova a pochi minuti a piedi e resta aperto nel tardo pomeriggio. Il Ponte della Musica Armando Trovajoli, riservato a pedoni e biciclette, attraversa il Tevere e collega la zona al Foro Italico, cioè al complesso sportivo degli anni Trenta con lo stadio dei Marmi. Per chi viaggia con bambini, il museo Explora si trova poco distante, verso piazza del Popolo.

Il consiglio scomodo sul posto

Se la scelta del posto è libera al momento dell’acquisto, la tentazione è puntare alla prima fila. In una sala da seicento posti questa tentazione va resistita. Le prime file di una sala con palco rialzato e impianto amplificato offrono una prospettiva visiva ottima e una prospettiva sonora mediocre, perché il suono dei diffusori principali passa sopra la testa e quello che arriva è in larga parte il suono diretto degli amplificatori sul palco. La zona che nelle sale di questa dimensione funziona meglio si colloca in genere fra la quinta e la dodicesima fila, al centro. Costa uguale o meno, e si sente il doppio.

Il consiglio per chi conosce il repertorio a memoria

Chi ha consumato quei dischi per decenni arriva spesso con una lista mentale di brani attesi e passa la serata a verificare se vengono suonati. È un modo garantito per non godersi nulla. La rilettura dal vivo di un repertorio storico funziona se si accetta che le versioni siano diverse, che alcuni pezzi celebri manchino e che compaiano brani solisti accanto a quelli del gruppo. Il piacere arriva dall’ascolto di che cosa succede, non dal confronto con la scaletta immaginata a casa.

Come ci si arriva

L’Auditorium si trova in una posizione che a prima vista sembra periferica rispetto al centro storico e che in realtà è ben collegata, a condizione di sapere quali mezzi usare.

Con il tram

Il collegamento più semplice e più usato è il tram 2, che parte da piazzale Flaminio, subito fuori porta del Popolo, e risale lungo via Flaminia. La fermata di riferimento per l’Auditorium si trova all’altezza di viale Tiziano, in corrispondenza di via Apollodoro, e da lì al complesso restano pochi minuti a piedi. Il percorso è breve, in piano e ben illuminato. Il tram 2 è anche il mezzo che molti usano per il rientro, perché riporta a piazzale Flaminio dove la connessione con la rete metropolitana è immediata.

Con la metropolitana

La fermata utile è Flaminio, sulla linea A, che si trova appunto a piazzale Flaminio, accanto al capolinea del tram 2 e a due passi da piazza del Popolo. Dalla stazione al complesso la distanza è di circa due chilometri, quindi percorribile a piedi da chi cammina volentieri, in una ventina di minuti lungo via Flaminia, oppure copribile con il tram in pochi minuti. Chi arriva dalla stazione Termini prende la linea A in direzione Battistini e scende a Flaminio; chi arriva dalla linea B cambia a Termini.

Con l’autobus

Diverse linee di superficie servono la zona di viale Tiziano, viale de Coubertin e il quartiere Flaminio, con collegamenti verso piazzale Flaminio, verso la zona nord della città e verso i quartieri oltre il Tevere. Le linee e i percorsi vengono aggiornati periodicamente e la cosa sensata è verificarli sul sito dell’azienda di trasporto pubblico il giorno stesso, soprattutto in una serata autunnale in cui possono esserci deviazioni per lavori o eventi.

In auto

Il complesso dispone di un parcheggio interrato con accesso da viale de Coubertin. Nelle sere con più eventi in contemporanea si riempie, e la ricerca di posto in superficie nelle vie circostanti in quelle condizioni diventa lunga. Chi sceglie l’auto fa bene a calcolare un margine ampio. Va anche considerato che la zona, pur non essendo dentro il perimetro della città storica, è soggetta alle regole di circolazione e sosta del centro urbano, che cambiano nel tempo: verificarle prima evita sorprese.

In taxi e con i servizi a chiamata

All’uscita di una serata con più sale piene la fila ai taxi diventa consistente. Chi prevede di usare questo mezzo fa bene a prenotare in anticipo oppure a camminare qualche centinaio di metri verso viale Tiziano, dove intercettare una vettura è più facile che nel punto di massimo affollamento davanti all’ingresso.

Come funzionano i concerti qui

La macchina organizzativa di un complesso con quattro sale al coperto e uno spazio all’aperto ha regole proprie, che conviene conoscere per non trovarsi spiazzati.

Più eventi la stessa sera

La condizione normale, in una serata di novembre, è che nelle diverse sale si svolgano contemporaneamente cose molto diverse: un concerto sinfonico in una, una rassegna di teatro musicale nell’altra, un evento rock nella terza. Questo significa che il pubblico che si incrocia nella piazza non è tutto diretto allo stesso posto, che le indicazioni vanno lette con attenzione e che l’ingresso corretto dipende dalla sala indicata sul titolo di accesso. Sembra ovvio e invece è la prima fonte di confusione per chi viene la prima volta.

La puntualità

Le sale del complesso hanno una cultura della puntualità che deriva dalla programmazione classica. Gli orari di inizio vengono rispettati, e a inizio avvenuto l’accesso alla sala può essere consentito solo in determinati momenti, per non disturbare chi ascolta. In un concerto rock in piedi entrare a metà del terzo brano non crea problemi a nessuno; in una sala con posti numerati significa fare alzare sei persone della propria fila. La differenza è sostanziale.

I posti numerati e il comportamento in sala

La platea a posti assegnati impone un galateo che nel circuito dei club non esiste: si resta seduti almeno nella prima parte, ci si alza eventualmente verso la fine se la sala lo fa spontaneamente, non si occupano posti diversi da quelli assegnati sperando che il legittimo proprietario non arrivi. Le riprese con il telefono sono in genere tollerate con discrezione ma possono essere limitate su indicazione dell’artista o dell’organizzazione: la regola vera è quella comunicata la sera stessa.

Che cosa succede se l’evento cambia

Spostamenti di data, cambi di sala e variazioni di programma fanno parte della vita normale di un cartellone, soprattutto quando riguardano artisti in tour internazionale. Il canale che fa fede è sempre quello dell’organizzazione e del punto vendita ufficiale presso cui il titolo di accesso è stato acquistato. Le pagine di terzi, comprese quelle informative, riportano quello che sanno al momento della scrittura e non possono sostituire una comunicazione ufficiale.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che l’Auditorium è opera di Renzo Piano. Lo sanno tutti, compare in ogni guida, e la maggior parte dei visitatori lo registra come un’informazione di prestigio e passa oltre. La parte poco citata riguarda il perché quelle sale hanno quella forma, che non è una scelta estetica ma una conseguenza acustica.

Le sale come strumenti musicali

I tre volumi curvi sono separati fisicamente l’uno dall’altro e appoggiano su strutture indipendenti. La separazione non è un vezzo compositivo: serve a impedire che le vibrazioni prodotte in una sala passino nelle altre. In un complesso dove tre concerti diversi si svolgono nello stesso momento, l’isolamento reciproco è la condizione tecnica che rende possibile la programmazione parallela. Il rivestimento in piombo, materiale pesante e duttile, lavora nella stessa direzione, aggiungendo massa alla pelle esterna degli edifici.

All’interno, il legno domina. Le superfici in legno delle sale non sono un rivestimento decorativo applicato su pareti di cemento: sono elementi che partecipano al comportamento acustico, riflettendo e diffondendo le frequenze con caratteristiche diverse a seconda della forma, dello spessore e dell’orientamento. Le sale da concerto ben progettate si comportano come casse armoniche, e la scelta dei materiali è una decisione musicale prima che architettonica.

La seconda conseguenza poco citata: il cantiere ha cambiato il progetto

Il ritrovamento archeologico durante i lavori ha imposto modifiche al disegno originale e ha allungato i tempi in modo significativo. Il complesso che vediamo oggi è quindi il risultato di una negoziazione fra un progetto contemporaneo e un vincolo antico, negoziazione che a Roma è la norma e non l’eccezione. Chi guarda la disposizione dei volumi e la trova leggermente irregolare rispetto a una simmetria perfetta ha notato una cosa vera: quella irregolarità ha una causa, e la causa si trova sotto il livello della piazza.

Biglietti e accesso in generale

Questa parte va affrontata con una premessa netta: prezzi, disponibilità, settori e condizioni cambiano continuamente e non possono essere fissati in una pagina informativa. Quello che si può spiegare è il meccanismo generale, che invece resta stabile.

Dove si acquista

Per gli eventi ospitati nelle sale del complesso il riferimento è il botteghino dell’Auditorium e il circuito di vendita ufficiale indicato dall’organizzazione dell’evento. Il botteghino fisico si trova all’interno del complesso, con orari di apertura che coprono i pomeriggi e le sere di spettacolo. Acquistare al botteghino ha due vantaggi concreti: si evitano le commissioni di prevendita applicate dai circuiti online e si può chiedere a una persona quale settore corrisponde a quale posizione, informazione che da una piantina sullo schermo non sempre si deduce.

Le categorie di posto

Nelle sale a posti numerati la biglietteria divide la platea in settori con prezzi differenziati, in genere in base alla distanza e alla centralità rispetto al palco. In una sala da seicento posti la differenza fra il settore migliore e quello meno costoso è molto meno drammatica che in un teatro storico con palchi e loggione, perché la sala è piccola e non ci sono posizioni con visibilità realmente compromessa. Questo rende il settore economico spesso un buon affare.

Serate con finalità benefica

Quando una serata ha una destinazione solidale dichiarata, la struttura del prezzo può prevedere formule particolari, contributi aggiuntivi volontari o modalità di partecipazione diverse dall’acquisto ordinario. Anche qui la fonte è l’organizzazione, non una ricostruzione esterna. Chi vuole capire come funziona la parte benefica di un evento la chiede a chi lo organizza e alla organizzazione beneficiaria.

Una avvertenza sui canali di rivendita

Vale per qualunque concerto e vale anche qui: i titoli acquistati su canali di rivendita non autorizzati possono risultare non validi al controllo, e chi li ha comprati non ha strumenti per recuperare la somma. L’unica strada sicura passa dal botteghino ufficiale e dal circuito indicato dall’organizzazione. Non serve altro, e non serve avere fretta di acquistare: le sale medie hanno tempi di esaurimento molto variabili e la fretta è cattiva consigliera.

Accessibilità

Il complesso dell’Auditorium è un edificio degli anni Duemila progettato con criteri contemporanei, e questo lo colloca in una condizione nettamente migliore rispetto alla maggior parte dei luoghi di spettacolo romani, che spesso occupano edifici storici con scale, dislivelli e vincoli di tutela.

I percorsi e i livelli

I collegamenti fra i diversi livelli del complesso sono serviti da ascensori e da percorsi in piano o in leggera pendenza. L’accesso dal parcheggio interrato e dalla piazza esterna è pensato per essere percorribile anche da chi usa una sedia a ruote o ha difficoltà motorie. I percorsi interni sono ampi, cosa che nelle serate affollate fa una differenza concreta rispetto ai corridoi stretti dei teatri storici.

I posti in sala

Le sale prevedono postazioni dedicate per spettatori con disabilità motoria, con posto per l’accompagnatore. Queste postazioni sono in numero limitato e vanno richieste in fase di prenotazione, non la sera stessa: contattare la biglietteria con anticipo è la procedura corretta, e permette anche di concordare l’ingresso più comodo e l’eventuale assistenza nel percorso.

Chi ha difficoltà uditive

Per una serata di musica amplificata la questione si pone in termini particolari. Chi usa apparecchi acustici con bobina telefonica fa bene a chiedere in anticipo se la sala interessata dispone di sistemi di induzione magnetica, perché la dotazione varia da sala a sala. La stessa domanda vale per chi ha bisogno di indicazioni visive.

Arrivare con mezzi accessibili

La rete tranviaria romana ha vetture di generazioni diverse e non tutte hanno pianale ribassato. Chi si sposta con una sedia a ruote fa bene a valutare l’arrivo in auto, sfruttando il parcheggio interrato, oppure il taxi, verificando la disponibilità di vetture attrezzate. La stazione della metropolitana Flaminio dispone di impianti di risalita la cui funzionalità, come in tutta la rete, conviene verificare il giorno stesso.

La foto giusta da fare a Steve Hackett racconta i Genesis a Roma — 21 novembre 2026

La fotografia dentro la sala durante il concerto è la meno interessante di tutte, oltre a essere quella soggetta a limitazioni. Le immagini che vale la pena portare a casa da una serata come questa si fanno prima e dopo, all’esterno, e sono quattro.

La prima: i tre volumi dalla piazza, con il buio

È la fotografia simbolo del posto. Ci si mette al centro della piazza della Cavea, si aspetta che il cielo di novembre sia completamente scuro e si inquadrano due dei tre gusci con l’illuminazione radente che disegna le lastre di piombo. Il piombo ha una superficie opaca che non specchia e restituisce una grana sorda, diversa da qualunque metallo lucido. La luce migliore arriva nella mezzora successiva al tramonto, quando il cielo conserva ancora un residuo di blu che stacca il profilo dei volumi. A concerto finito il cielo è nero pieno e l’effetto è più drammatico ma meno leggibile.

La terza: l’area archeologica con la sala dietro

Inquadrare i resti antichi mettendo in secondo piano il volume moderno produce quel cortocircuito temporale che rende riconoscibile una fotografia romana. È l’immagine che agli amici stranieri va spiegata meno di tutte, perché racconta da sola due millenni di distanza in un solo scatto.

La quarta: il dettaglio che riguarda la serata

Il cartellone all’ingresso con il nome e la data, il numero del posto sul bracciolo, la sala vuota vista dalla propria poltrona nei minuti che precedono l’inizio. Sono fotografie modeste dal punto di vista tecnico e sono quelle che a distanza di anni riportano indietro con più precisione. Una sala da seicento posti ancora vuota, con le luci di servizio accese e gli strumenti sul palco, ha una qualità di attesa che non si ritrova in nessun palasport.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il complesso ha poco più di vent’anni, ma il luogo ne ha molti di più, e la cronologia merita di essere ricostruita per intero.

L’antichità: una residenza suburbana

Prima di essere quartiere, questa fascia di terreno fra la via Flaminia e il Tevere era campagna suburbana punteggiata di ville. Il ritrovamento avvenuto durante gli scavi per l’Auditorium ha restituito strutture di una residenza di età romana, con ambienti e impianti che testimoniano un insediamento agricolo e residenziale di buon livello. È la ragione per cui il complesso contemporaneo ospita al proprio interno un’area archeologica.

Il Novecento: la nascita del quartiere Flaminio

La zona si urbanizza fra Otto e Novecento e assume una identità precisa negli anni Trenta, quando l’area oltre il fiume viene attrezzata con il grande complesso sportivo del Foro Italico e quando sulla riva di qua cominciano a sorgere impianti e attrezzature pubbliche. Nel 1960 le Olimpiadi di Roma consolidano definitivamente la vocazione della zona, con lo Stadio Flaminio progettato da Pier Luigi Nervi e con il Palazzetto dello Sport, opere che ancora oggi definiscono il paesaggio urbano attorno all’Auditorium.

Gli anni Novanta: il concorso e il cantiere

Il progetto di una nuova grande sede per la musica a Roma nasce dall’esigenza di dotare l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di uno spazio adeguato, dopo decenni passati in sedi non progettate per quello scopo. Il progetto di Renzo Piano viene sviluppato negli anni Novanta e il cantiere si scontra quasi subito con il ritrovamento archeologico, che impone revisioni e allunga i tempi.

Il 2002: l’apertura

Il complesso apre al pubblico nel 2002 e cambia in pochi anni la geografia culturale della città. Prima della sua apertura, Roma aveva molti teatri storici di dimensioni medie e nessuna sala sinfonica moderna di grande capienza. Dopo, la città ha una struttura capace di ospitare contemporaneamente generi e formati diversi, cosa che si è tradotta in un aumento consistente del numero di eventi e di pubblico.

Dal 2006: la Festa del Cinema

Il complesso diventa la sede principale della Festa del Cinema di Roma, che dalla prima edizione occupa le sale con proiezioni, incontri e anteprime, trasformando per una decina di giorni all’anno le sale da concerto in sale cinematografiche. È una delle dimostrazioni pratiche della polifunzionalità degli spazi.

Le estati alla Cavea

Lo spazio all’aperto ha assunto negli anni un ruolo centrale nella stagione estiva romana, con rassegne che portano grandi nomi internazionali in un anfiteatro da alcune migliaia di posti. Il Roma Summer Fest è la formula con cui questa programmazione si presenta negli anni recenti. Sono serate di segno opposto rispetto a una data invernale in sala: pubblico numeroso, cielo aperto, acustica all’aria libera.

Il 2021: la dedica a Ennio Morricone

Dopo la morte del compositore nel 2020, il complesso viene intitolato a Ennio Morricone, figura che con Roma ha un legame biografico e professionale strettissimo e che nella sala maggiore aveva diretto proprie composizioni. La dedica ha aggiunto al nome dello spazio una connotazione che va oltre la musica colta e comprende la storia del cinema italiano.

Gli anni recenti: una programmazione a tre velocità

Nell’ultimo periodo il complesso funziona su tre binari paralleli: la stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la programmazione della Fondazione Musica per Roma con jazz, rock, teatro musicale, danza e divulgazione, e le produzioni esterne ospitate nelle sale. Una serata dedicata al repertorio dei Genesis rientra nella terza categoria, e la sua presenza in cartellone racconta bene quanto il confine fra i generi si sia assottigliato negli ultimi vent’anni.

Chi è passato da Steve Hackett racconta i Genesis a Roma — 21 novembre 2026

La domanda va presa sul serio e va risposta con onestà, distinguendo due piani.

Il piano della serata specifica

Una data che si terrà nel novembre 2026 non ha ancora un pubblico né una cronaca. Chi vi passerà è, ragionevolmente, il pubblico che a Roma segue questo repertorio: appassionati di lungo corso, musicisti, curiosi arrivati per via dello streaming, famiglie in cui l’ascolto si è trasmesso da una generazione all’altra. La formazione che accompagnerà il chitarrista sul palco, gli eventuali ospiti e il programma della serata sono informazioni che spettano all’organizzazione: elencare nomi al posto loro sarebbe inventare, e non è un servizio utile a nessuno.

Il piano dello spazio

Diverso è il discorso su chi è passato dalle sale di viale de Coubertin dal 2002 a oggi, e qui i numeri parlano da soli. L’Auditorium è la struttura che ospita l’orchestra e il coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, una delle più antiche istituzioni musicali del mondo, con una tradizione di direttori e solisti internazionali di primissimo piano. Le sale hanno ospitato nel corso degli anni orchestre sinfoniche straniere in tournée, grandi nomi del jazz internazionale, cantautori italiani, formazioni rock, compagnie di danza, festival letterari con scrittori da tutto il mondo, premi cinematografici e incontri pubblici.

Le categorie, che invece si possono dire

Per la Sala Petrassi in particolare il profilo tipico è quello della sala di taglio medio che accoglie ciò che sarebbe dispersivo nella sala maggiore: recital, formazioni cameristiche, jazz in piccolo organico, teatro musicale, proiezioni, presentazioni, spettacoli di parola e musica, concerti di artisti con un seguito solido ma non da palasport. È esattamente la categoria in cui rientra una serata come quella del 21 novembre 2026: repertorio amatissimo da un pubblico definito, formato che alterna musica e narrazione, dimensione che premia la vicinanza.

Cosa c’è intorno

Il quartiere Flaminio è uno dei pochi settori di Roma in cui l’architettura contemporanea ha una presenza consistente e riconoscibile, e questo lo rende un obiettivo interessante anche per chi ha già visto il centro storico più volte.

A cinque minuti a piedi

Il MAXXI, museo nazionale delle arti del XXI secolo, occupa un edificio progettato da Zaha Hadid e inaugurato nel 2010 sull’area di una ex caserma. La sua collezione riguarda arte e architettura contemporanee e le mostre temporanee cambiano con regolarità. Anche chi non entra dovrebbe almeno guardare l’esterno e la piazza di ingresso, perché il dialogo fra questo edificio e i volumi dell’Auditorium, distanti poche centinaia di metri, racconta due modi diversi di fare architettura contemporanea nella stessa città e nello stesso decennio.

Sempre nel raggio di pochi minuti si trovano lo Stadio Flaminio, opera di Pier Luigi Nervi realizzata per le Olimpiadi del 1960 e oggi in attesa di un recupero, e il Palazzetto dello Sport, altra struttura nerviana dello stesso periodo, con la copertura a cupola nervata che resta uno dei capolavori dell’ingegneria italiana del Novecento.

A dieci minuti

Il Ponte della Musica Armando Trovajoli, aperto nel 2011, attraversa il Tevere ed è riservato a pedoni, biciclette e mezzi pubblici leggeri. Camminarci sopra al tramonto, con il fiume sotto e le colline di Monte Mario davanti, è una delle passeggiate urbane più piacevoli della zona nord. Sull’altra riva si arriva al Foro Italico, il complesso sportivo degli anni Trenta con lo Stadio dei Marmi, le statue, i mosaici e lo Stadio Olimpico.

A un quarto d’ora

Verso sud, seguendo via Flaminia, si arriva a piazza del Popolo, cioè al punto in cui il quartiere incontra il centro storico. Da lì si aprono le tre direttrici del Tridente e si sale al Pincio con la terrazza che guarda la città. Poco distante, sulla riva del fiume, si trova l’Ara Pacis nella teca progettata da Richard Meier.

Verso nord, invece, si raggiunge Ponte Milvio, uno dei ponti più antichi della città, con la zona di locali che lo circonda e il mercato che anima le mattine.

Altri appuntamenti nello stesso complesso

Chi si trova a Roma in periodi diversi può controllare il resto della programmazione: nelle stesse sale passano nel corso dell’anno serate molto diverse, dalle residenze invernali di artisti italiani come quella di Max Gazzè alle grandi date estive nella Cavea, e la pagina generale dei concerti raccoglie gli appuntamenti musicali della città insieme a tutti gli eventi in calendario.

Domande veloci

In quale sala si tiene il concerto?

La serata risulta programmata alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, in viale Pietro de Coubertin 30. Poiché nei complessi con più sale la collocazione può essere modificata dall’organizzazione fino a poco prima, la sala indicata sul titolo di accesso è quella che fa fede la sera stessa.

Quanti posti ha la Sala Petrassi?

Circa 670, con platea a posti numerati. È la terza sala del complesso per capienza, dopo la Sala Santa Cecilia e la Sala Sinopoli.

Quanto dura una serata di questo tipo?

I concerti in sala di questo formato si collocano in genere fra le due ore e le due ore e mezza, con o senza intervallo a seconda della scelta dell’artista. La durata esatta viene comunicata dall’organizzazione.

Quali brani verranno suonati?

Il programma di una serata dal vivo viene definito dall’artista e non viene diffuso in anticipo nella sua interezza. Chi ha seguito i cicli dedicati al repertorio dei Genesis sa che convivono brani del gruppo e materiale solista, con variazioni fra una data e l’altra.

Steve Hackett ha davvero suonato nei Genesis?

Sì. È stato il chitarrista del gruppo dal 1971 al 1977, e compare su sei album in studio e due dal vivo pubblicati in quel periodo.

Ci saranno altri membri dei Genesis sul palco?

Non risultano indicazioni in questo senso e non sarebbe corretto anticiparne. Le formazioni dei concerti vengono comunicate dall’organizzazione.

Dove si comprano i biglietti?

Al botteghino dell’Auditorium e sul circuito di vendita ufficiale indicato dall’organizzazione dell’evento. Acquistare al botteghino evita le commissioni di prevendita e permette di farsi spiegare la piantina della sala.

Quanto costano i biglietti?

I prezzi variano per settore e per evento e vengono fissati dall’organizzazione. Le cifre vanno verificate alla fonte, perché qualunque indicazione riportata altrove rischia di essere superata.

Qual è il mezzo pubblico più comodo?

Il tram 2 da piazzale Flaminio, con discesa nei pressi di via Apollodoro e pochi minuti a piedi. In alternativa la metropolitana linea A fino a Flaminio e poi il tram, oppure una camminata di circa venti minuti lungo via Flaminia.

C’è un parcheggio?

Il complesso dispone di un parcheggio interrato con accesso da viale de Coubertin. Nelle sere con più eventi in contemporanea si riempie presto.

La sala è accessibile a chi usa una sedia a ruote?

Il complesso è dotato di ascensori e percorsi accessibili e le sale prevedono postazioni dedicate. Il numero di queste postazioni è limitato e la prenotazione va fatta con anticipo contattando la biglietteria.

A che ora conviene arrivare?

Circa un’ora prima dell’inizio. Il margine serve per il guardaroba, per individuare la sala corretta fra quelle attive quella sera e per attraversare la piazza con calma.

Si può fotografare durante il concerto?

Le regole vengono comunicate la sera stessa e dipendono dalle indicazioni dell’artista. In una sala seduta, in ogni caso, riprese prolungate con il telefono alzato disturbano chi si trova dietro.

Che cosa si può vedere nel pomeriggio prima del concerto?

Il MAXXI a pochi minuti a piedi, il Ponte della Musica con il passaggio verso il Foro Italico, il parco di Villa Glori, e scendendo lungo via Flaminia piazza del Popolo con il Pincio e l’Ara Pacis.

Vale la pena venire da fuori Roma per questa data?

Dipende dal rapporto personale con quel repertorio. Chi lo conosce a fondo trova in una sala da seicento posti una condizione di ascolto che negli spazi grandi non esiste, e questo da solo giustifica un viaggio. Chi è curioso ma non appassionato farà bene a informarsi prima sul formato della serata, che alterna musica e narrazione.

Dopo molti anni passati ad accompagnare gruppi per Roma, la cosa che continuo a ripetere è sempre la stessa: nella capitale il contenitore conta quanto il contenuto, e questa serata lo dimostra meglio di altre. Una musica scritta a Londra più di cinquant’anni fa, suonata da chi la incise allora, dentro una sala che porta il nome di un compositore romano del Novecento, in un complesso costruito sopra i resti di una villa antica, in un quartiere che deve la propria forma alle Olimpiadi del 1960. Nessuno di questi elementi è stato messo lì apposta per creare un effetto, e proprio per questo l’effetto funziona. La sola condizione perché funzioni davvero è la più banale: verificare per tempo sala, orario e condizioni di accesso presso chi organizza, e poi arrivare con il tempo di guardarsi intorno prima di sedersi.

Domande frequenti su Steve Hackett racconta i Genesis a Roma, 21 novembre 2026

Quando si tiene il concerto di Steve Hackett a Roma?

Il concerto in cui Steve Hackett racconta i Genesis a Roma è fissato per il 21 novembre 2026, alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone.

Dove si tiene il concerto?

L’appuntamento si tiene alla Sala Petrassi, una delle sale del complesso dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, in viale Pietro de Coubertin 30, nel quartiere Flaminio. Poiché nei complessi con più sale la collocazione può cambiare fino a poco prima, la sala indicata sul titolo di accesso è quella che fa fede la sera stessa.

Quanti posti ha la Sala Petrassi?

La Sala Petrassi dell’Auditorium ha una capienza di circa 670 posti, il che la rende la più piccola fra le tre grandi sale del complesso di viale Pietro de Coubertin.

Come si arriva all’Auditorium per il concerto di Steve Hackett?

Il collegamento più semplice e più usato è il tram 2, che parte da piazzale Flaminio, subito fuori porta del Popolo, e risale lungo via Flaminia fino alla fermata di riferimento per l’Auditorium.

Dove si comprano i biglietti?

I biglietti per gli eventi ospitati nelle sale del complesso si acquistano al botteghino dell’Auditorium o attraverso il circuito di vendita ufficiale indicato dall’organizzazione. Prezzi, settori e disponibilità cambiano nel tempo, quindi vanno verificati sui canali ufficiali.

L’Auditorium è accessibile a chi ha difficoltà motorie?

Sì, il complesso dell’Auditorium è un edificio degli anni Duemila progettato con criteri contemporanei, in condizione nettamente migliore rispetto alla maggior parte dei luoghi di spettacolo romani che occupano edifici storici con scale e dislivelli.

Perché le sale dell’Auditorium hanno quella forma curva?

I tre volumi curvi del complesso, opera di Renzo Piano, non hanno quella forma per una scelta estetica ma per una ragione acustica: sono separati fisicamente l’uno dall’altro proprio per isolare il suono delle diverse sale.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Chi desidera una passeggiata guidata nel quartiere Flaminio, fra architettura contemporanea e impianti olimpici, accompagnato da una guida abilitata, scrive dalla pagina contatti di TourLeaderPro. Per agenzie e operatori che costruiscono programmi serali e musicali su Roma è attivo un servizio di consulenza nell’area riservata ai tour operator.

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Data Evento21 Novembre 2026 20:00
IndirizzoAuditorium Parco della Musica, Viale Pietro de Coubertin 30, 00196 Roma Roma Città

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