Villa d’Este a Tivoli
In breve. Villa d'Este si trova a Tivoli, in piazza Trento 5, 00019 Tivoli (RM), a una trentina di chilometri a est di Roma, sul fianco del colle che guarda la campagna romana.
Villa d'Este si trova a Tivoli, in piazza Trento 5, 00019 Tivoli (RM), a una trentina di chilometri a est di Roma, sul fianco del colle che guarda la campagna romana. In automobile si prende l'autostrada A24 Roma-L'Aquila, si esce a Tivoli e si segue la Maremmana Inferiore verso il centro; in alternativa la via Tiburtina, più lenta, che attraversa Bagni di Tivoli. Si parcheggia nel silo multipiano accanto alla Rocca Pia, a poche centinaia di metri dalla villa, oppure in piazza Garibaldi, entrambi a pagamento; la villa non ha un parcheggio proprio e il centro di Tivoli è stretto e in parte chiuso al traffico. Con i mezzi pubblici: metropolitana B fino a Ponte Mammolo e da lì autobus Cotral per Tivoli, con discesa a largo delle Nazioni Unite, a un passo da piazza Garibaldi e dall'ingresso; oppure treno regionale della linea FL2 da Roma Tiburtina (fermano anche a Roma Prenestina) fino alla stazione di Tivoli, un'ora di viaggio circa, biglietto regionale di 2,60 euro, corse ogni ora e ogni mezz'ora nelle fasce di punta; dalla stazione si sale a piedi al centro in un quarto d'ora abbondante. Gli orari seguono la luce: ingresso dalle 8.30 tutti i giorni, con ultimo accesso alle 16.00 in gennaio, novembre e dicembre, alle 16.30 in febbraio, alle 17.15 in marzo (18.15 con l'ora legale), alle 18.30 in aprile, alle 18.45 da maggio ad agosto, alle 18.15 in settembre, alle 17.30 in ottobre (16.30 tornata l'ora solare); l'uscita è un'ora dopo l'ultimo ingresso. Il lunedì la villa apre alle 14.00 e la mattina resta chiusa per manutenzione; se il lunedì è festivo apre alle 8.45 e la chiusura di mezza giornata slitta al martedì. Chiusure annuali: 1 gennaio e 25 dicembre. L'ingresso è gratuito la prima domenica del mese, il 25 aprile, il 2 giugno, il 4 novembre e, per le donne, l'8 marzo. Il biglietto intero è di 15 euro secondo il portale Musei Italiani del Ministero, il ridotto per i cittadini dell'Unione fra i 18 e i 25 anni costa 2 euro, i minori di 18 anni entrano gratis: la tariffa esatta del giorno è pubblicata sul sito ufficiale delle VILLAE, dove l'ente rimanda anche alla propria biglietteria online. Chi vuole vedere anche Villa Adriana e il Santuario di Ercole Vincitore trova il VILLAE Pass, biglietto integrato per i tre siti valido 72 ore dal primo accesso, 30 euro (4 euro per i 18-25), e l'abbonamento annuale VILLAE 365, 40 euro (10 euro per i 18-25). L'organo idraulico suona ogni giorno a partire dalle 10.30, ogni due ore. Per la visita completa, palazzo e giardino, contate tre ore.
Villa d'Este è un museo statale autonomo del Ministero della Cultura e la sua visita si organizza bene insieme alle altre attrazioni turistiche del Lazio raccolte in questo sito; chi cerca il quadro dei musei dello Stato nella capitale trova la pagina dedicata ai musei statali di Roma, mentre la città che ospita la villa ha una guida a sé nella pagina su Tivoli.

Perché Villa d'Este è il giardino che ha insegnato all'Europa a fare i giardini
Uberto Foglietta, umanista genovese, scriveva nel 1569 a Flavio Orsini che dovunque si volgesse lo sguardo, in quel giardino, zampillavano polle d'acqua in maniere così varie e con tale splendore di disegno che nessun luogo sulla terra poteva reggere il confronto. Non era piaggeria: era un rapporto sul cantiere più ambizioso d'Italia, ancora aperto, in cui un cardinale mancato papa stava spendendo cifre che non aveva per costruire, sul fianco di un colle, una macchina d'acqua senza precedenti. Villa d'Este è questo: un palazzo di rappresentanza, dignitoso ma non straordinario, appoggiato a un giardino che invece è unico al mondo. Cinquantuno fontane, 398 bocche, 364 getti, 64 cascate, 220 vasche, 875 metri fra canali e condotte, tutto alimentato dalla sola gravità, senza una pompa, da quando l'Aniene fu deviato sotto la città nel 1560-1570. I numeri variano da un censimento all'altro (la tradizione tiburtina parla di 250 zampilli, 60 polle, 255 cascate, 100 vasche, 50 fontane, 20 esedre e terrazze, 300 paratoie, su 35.000 metri quadrati di giardino e 9.000 metri quadrati di viali, con 30.000 piante stagionali, 150 alberi secolari e 15.000 piante perenni), ma la sostanza non cambia: qui l'acqua è l'architettura. L'UNESCO lo ha riconosciuto nel 2001 iscrivendo Villa d'Este nella lista del Patrimonio Mondiale, e ogni giardino formale europeo dei due secoli successivi, da Versailles a Caserta, ha un debito con questo pendio. La nostra opinione: il palazzo si può attraversare in mezz'ora con attenzione, ma il giardino va percorso lentamente, in discesa e poi in salita, e a chi ha una sola mezza giornata dico di rinunciare a tutto tranne che a questo.
Dove si comprano i biglietti. Villa d'Este si prenota sul sito ufficiale villae.cultura.gov.it, lo stesso delle Villae: c'è il biglietto singolo e quello combinato con Villa Adriana, utile se resti a Tivoli tutto il giorno. L'escursione da Roma che le comprende entrambe è su GetYourGuide. Verificato il 28 settembre 2026.
La storia di Villa d'Este a Tivoli: un cardinale, un convento e un colle da scavare
Ippolito II d'Este arriva a Tivoli
Ippolito II d'Este nacque a Ferrara nel 1509, figlio del duca Alfonso I e di Lucrezia Borgia, quindi nipote di papa Alessandro VI. Cardinale giovanissimo, arcivescovo di Milano, uomo di corte in Francia e protettore degli interessi francesi a Roma, dispose di rendite che le fonti stimano attorno ai 120.000 scudi l'anno, con cui mantenne artisti come Benvenuto Cellini, Pierluigi da Palestrina e Torquato Tasso, restando però perennemente indebitato. Al conclave del 1549-1550 fu uno dei grandi elettori di Giulio III del Monte, e il nuovo papa lo ripagò nominandolo governatore a vita di Tivoli e del suo territorio. Ippolito entrò in città il 9 settembre 1550 con un ingresso trionfale e scoprì che la residenza del governatore era un vecchio e scomodo convento annesso alla chiesa di Santa Maria Maggiore, fondato secoli prima dai benedettini e allora tenuto dai francescani. Un uomo abituato ai palazzi di Ferrara e di Roma, che a Monte Giordano stava facendo costruire un palazzo per i ricevimenti ufficiali nell'Urbe, non poteva accontentarsi. L'aria di Tivoli però gli giovava, e da grande collezionista di antichità era attratto dai reperti che affioravano ovunque nella zona, a cominciare dalla vicina villa di Adriano. Decise perciò di trasformare il convento in una villa: la gemella tiburtina del palazzo romano, destinata agli incontri lunghi e ai colloqui meditati, lontano dal protocollo. Il luogo, per tradizione, si chiamava Valle Gaudente, e il nome sembrava un programma.
Pirro Ligorio e il cantiere di Villa d'Este
La progettazione fu affidata a Pirro Ligorio, napoletano, architetto e antiquario, che aveva studiato a fondo Villa Adriana e che a Roma lavorava anche per il papa. Accanto a lui, l'architetto ferrarese Giovanni Alberto Galvani (morto nel 1586) diresse i lavori del palazzo, l'ingegnere idraulico bolognese Tommaso Chiruchi, reduce dalle fontane di Villa Lante a Bagnaia, si occupò dell'acqua, e il francese Claude Venard costruì gli organi idraulici. I primi acquisti di terreno risalgono alla fine del 1550, ma il cantiere vero cominciò nel luglio 1560, perché nel mezzo c'era stata la disgrazia: accusato di simonia nel settembre 1555, Ippolito era stato destituito da Paolo IV Carafa e allontanato, per poi essere riabilitato da Pio IV nel 1560. Più tardi lo danneggiarono, nelle prebende, i pessimi rapporti di Pio V con i francesi, suoi alleati di sempre. Nel frattempo si dovettero comprare i terreni da due chiese di ordini diversi, con acquisizioni che si trascinarono fino al 1566 e oltre, mentre nel 1568 i tiburtini espropriati intentarono dodici cause contro l'ampliamento, tutte perse. Fra il 1563 e il 1565 il colle fu sbancato con un movimento di terra enorme e furono posate le prime condotte sotterranee. I materiali arrivavano anche da lontano: il Senato di Roma concesse a Ippolito di usare il rivestimento di travertino della tomba di Cecilia Metella sull'Appia Antica, poi revocò il permesso, ma non prima che fosse asportata tutta la fascia inferiore, e il monumento si presenta ancora oggi spogliato in basso per questo motivo. Il cardinale ebbe appena il tempo di godersi il risultato: nel settembre 1572 ricevette solennemente papa Gregorio XIII Boncompagni, per il quale fece ridecorare il piano superiore e completare in fretta la Fontana dei Draghi, spendendo per quell'accoglienza più di cinquemila scudi e impegnando l'argenteria; morì a Roma il 2 dicembre dello stesso anno e fu sepolto, con una tomba semplice, nella chiesa accanto alla villa.
Gli Este, i Modena, gli Asburgo: il lungo declino di Villa d'Este
Dopo Ippolito vennero altri due cardinali d'Este governatori di Tivoli: il nipote Luigi (1538-1586), che proseguì le fontane ma faticava già a sostenere le spese di manutenzione, e Alessandro (1538-1624), che ottenne la villa nel 1599, la restaurò con vigore e, grazie a Gregorio XV, ne assicurò la proprietà alla casa d'Este anche per i tempi in cui la famiglia non avrebbe più avuto un cardinale in curia. Toccò poi ai duchi di Modena: Francesco I (1629-1641) rimise in sesto le strutture e piantò alberi da ombra; il cardinale Rinaldo I, governatore dal 1641 al 1672, chiamò Gian Lorenzo Bernini, che fra il 1660 e il 1661 disegnò la Fontana del Bicchierone e la grande cascata che oggi si vede inglobata nella Fontana di Nettuno. Dopo il 1695 la villa, usata di rado e priva di rendite, diventò un peso: gli arredi presero la strada di Modena dopo il 1751, le sculture antiche furono vendute a pezzi ai collezionisti, e nel 1796 il complesso passò agli Asburgo, perché Ercole III d'Este lo lasciò alla figlia Maria Beatrice, moglie dell'arciduca Ferdinando. L'occupazione francese portò via quel che restava delle decorazioni. Per mezzo secolo il giardino restò abbandonato, con le fontane a secco e i cipressi che crescevano fra le rovine, esattamente il paesaggio che piaceva ai pittori romantici.
Il cardinale Hohenlohe, Franz Liszt e l'ultimo Asburgo
La rinascita ha un nome: Gustav Adolf von Hohenlohe-Schillingsfürst, cardinale tedesco, che prese in affitto e restaurò la villa dal 1850 e la tenne fino alla morte, nel 1896, riportandola al centro di una vita mondana e artistica intensa. Il suo ospite più illustre fu Franz Liszt, che tornò a Tivoli più volte fra il 1865 e il 1885 e che qui compose tre pezzi della Troisième année delle Années de pèlerinage: le due Thrénodies intitolate Aux cyprès de la Villa d'Este e Les jeux d'eaux à la Villa d'Este, il brano sull'acqua che apre la strada a Ravel e a Debussy. Ultimo proprietario privato fu l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este, erede al trono austro-ungarico, che avrebbe voluto venderla allo Stato italiano per due milioni di lire dell'epoca; il governo tergiversò per anni, e quando l'arciduca fu assassinato a Sarajevo il 28 giugno 1914 il ministro degli esteri Antonino di San Giuliano, dandone notizia al presidente del consiglio Salandra, commentò che l'Italia era stata liberata da quella «noiosa faccenda». Con la guerra e la vittoria la villa passò allo Stato italiano nel 1918, come bene nemico; i restauri integrali cominciarono nel 1922 e proseguirono fra gli anni Venti e Trenta, con quadri prestati dalla Galleria Nazionale di Roma per riarredare le sale, e nel 1928 lo Stato commissionò al pittore Emilio Notte, che veniva dall'esperienza futurista, un affresco sul tema delle arti e dei mestieri in una sala del palazzo. Le bombe del 1944 danneggiarono il complesso e imposero una seconda campagna di restauri nel dopoguerra; una terza, contro il degrado da inquinamento e da calcare, ha restituito negli ultimi decenni la voce alla Fontana dell'Organo e alla Fontana della Civetta.
Le VILLAE: come si gestisce Villa d'Este oggi
Dal settembre 2016 Villa d'Este forma, con Villa Adriana, il Santuario di Ercole Vincitore, la Mensa Ponderaria e il Mausoleo dei Plauzi, un istituto autonomo del Ministero della Cultura che si è dato il nome di VILLAE, alludendo all'amenità e all'ospitalità del territorio tiburtino. Da allora l'istituto ha messo in campo un programma continuo di mostre e iniziative, inaugurate sotto la direzione di Andrea Bruciati, e ha introdotto biglietti integrati pensati per chi vuole leggere Tivoli come un unico sistema: la villa di un imperatore, il santuario di una città repubblicana e il giardino di un cardinale, a pochi chilometri l'uno dall'altro. Per un accompagnatore è la lettura giusta, e chi ha due giorni la faccia tutta: su Tivoli e sui suoi dintorni la redazione di TourLeaderPro organizza itinerari privati e aziendali con guide autorizzate.

Una curiosità sulla Villa d’Este a Tivoli
La curiosità è una cifra: cinquemila scudi. È quanto costò a Ippolito II, secondo i conti di casa, l'accoglienza di Gregorio XIII nel settembre 1572, e per pagarla il cardinale dovette impegnare l'argenteria e altri oggetti preziosi. Un uomo con 120.000 scudi di rendita annua che impegna i piatti d'argento per una visita papale racconta meglio di qualunque trattato che cosa fosse una villa cinquecentesca: non una casa di campagna, ma una macchina di rappresentanza costruita per un solo spettatore, il papa, cioè l'uomo che Ippolito avrebbe voluto essere. Per quattro volte, nei conclavi, era stato fra i candidati, e per quattro volte i francesi che lo sostenevano non erano bastati. Villa d'Este è il monumento di quella sconfitta, e lo dice apertamente nel programma iconografico: Ercole, eroe eponimo di Tivoli e capostipite mitico degli Este, che sceglie fra la virtù e il vizio; le mele d'oro delle Esperidi, custodite dal drago, che ricorrono dal soffitto della camera del cardinale fino alle vasche; la Roma in miniatura della Rometta contemplata dall'alto. Chi passeggia fra le fontane cammina dentro il curriculum di un uomo che si candidava al trono di Pietro. Aggiungo un dettaglio che i visitatori ignorano: la villa si fece anche con i muri della città. Ligorio usò le vecchie mura urbane come contrafforti del terrapieno, e il giardino è, in sostanza, un pezzo di Tivoli medievale demolito, con dodici cause perse dai proprietari espropriati nel 1568. La bellezza, qui, ha avuto un prezzo che qualcuno ha pagato al posto del cardinale.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Villa d’Este a Tivoli
Nessuno dice che il giardino andrebbe letto dal basso, e che la visita moderna lo percorre al contrario. L'ingresso originario non era il portone del palazzo su piazza Trento, ma il cancello sulla via del Colle, in basso, accanto alla chiesa di San Pietro alla Carità. L'ospite del Cinquecento entrava dal fondo, si trovava davanti la Rotonda dei Cipressi e poi, alzando lo sguardo, vedeva tutto l'impianto salire a terrazze fino al palazzo, con l'asse centrale e i cinque assi trasversali che Ligorio aveva impostato come il cardo e i decumani di una città romana: la villa si mostrava di colpo, intera, come una scenografia. Oggi si entra dall'alto, si attraversa il cortile del vecchio chiostro, si scende per le sale del piano nobile e si esce sulla terrazza del Vialone: il colpo di teatro è rovesciato, si scopre il giardino a rate, scendendo, e la salita finale, sotto il sole, la si fa a visita già conclusa. Il consiglio è brutale ma funziona: scendete rapidamente fino in fondo, senza fermarvi se non per la Fontana dell'Organo all'orario giusto, e cominciate la visita vera dalle Peschiere e dalla Rotonda dei Cipressi, risalendo con calma lungo l'asse centrale, come faceva chi la villa l'aveva pensata. Seconda cosa che nessuno dice: le statue che vedete sono in gran parte copie o sostituzioni. Le antichità di Ippolito, che erano il vero tesoro della villa, furono vendute pezzo per pezzo fra Settecento e Ottocento; le Amazzoni, la Minerva e la Diana della Grotta di Diana sono ai Musei Capitolini, comprate da Benedetto XIV; il gruppo di Europa e il toro è a Villa Albani; la Leda del ninfeo sotto il loggiato è alla Galleria Borghese. Il giardino che ammiriamo è, in un senso preciso, uno scheletro magnifico: l'acqua è rimasta, i marmi sono partiti.
Il palazzo di Villa d'Este: il piano nobile sala per sala
Gli interni si sviluppano su tre livelli e la decorazione del piano nobile fu eseguita da una squadra numerosa di pittori sotto la direzione di Livio Agresti da Forlì, con la presenza di Girolamo Muziano, Federico Zuccari, Cesare Nebbia e le rispettive botteghe, fra il 1563 e il 1577. Dall'ingresso su piazza Trento si attraversa il cortile e si sale a un ampio salone di rappresentanza da cui si passa direttamente agli affreschi dell'Appartamento Nobile; l'Appartamento Vecchio o Superiore, la Sala delle Storie di Salomone e, al piano sotto, l'Appartamento Inferiore con il Salone della Fontanina e l'affresco dell'Ercole Sassano completano il percorso. L'attribuzione degli affreschi, sala per sala, è per lo più basata sui documenti di pagamento e sulle fonti coeve: dove le indicazioni sono di tradizione e non di archivio lo dico.
Il cortile e la Fontana di Venere
Il cortile, costruito nel 1566-1567, occupa il sedime del chiostro benedettino, e conserva il ritmo di un chiostro anche nelle proporzioni. Vi si apre la Fontana di Venere, disegnata da Raffaello Sangallo nel 1568-1569, l'unica fontana della villa che abbia mantenuto per intero aspetto e decorazione originali: al centro un busto marmoreo dell'imperatore Costantino del IV secolo, sotto una statua di Venere dormiente del IV-V secolo, e un labrum romano con teste di leone del II secolo che raccoglie l'acqua. Intorno, in stucco, rami di cotogno, cioè le mele d'oro delle Esperidi rubate da Ercole nell'undicesima fatica, e le aquile bianche estensi in un bassorilievo un tempo dorato che raffigura il corso dell'acqua dal monte Sant'Angelo. È il luogo dove il programma della villa viene enunciato prima ancora di entrare nelle sale.
L'atrio e la Sala delle Storie di Salomone
Nell'atrio la volta è dipinta a monocromo con scene dell'Antico Testamento, fra cui il sacrificio di Isacco, su disegno di Girolamo Muziano, datate 1563-1565. Nella sala adiacente si svolgono, in riquadri incorniciati da finti marmi, le storie del re Salomone, attribuite ancora a Muziano attorno al 1565: il re saggio e costruttore del Tempio è l'autoritratto ideale di un cardinale che costruiva e che si voleva sapiente.
L'appartamento privato del cardinale e la cappella
Il salone dell'appartamento porta sulla volta venti personificazioni delle virtù disegnate da Livio Agresti nel 1568. La camera da letto del cardinale, terminata nel 1576, conserva il soffitto ligneo dipinto e dorato con lo stemma estense, l'aquila fra rami di cotogno sotto il cappello cardinalizio, e il motto tratto da Ovidio, «ab insomni non custodita dracone», le mele non più custodite dal drago insonne: Ercole ha ucciso Ladone, e i frutti sono degli Este. L'arredo completo dell'appartamento fu terminato nel 1572, quando Ippolito era già sul letto di morte. La cappella privata, dentro l'appartamento, mescola sulle pareti sibille e profeti, cioè simbologia classica e cristiana insieme, sotto una volta con l'incoronazione della Vergine: per un cardinale che ospitava papi, la Sibilla Tiburtina, che secondo la leggenda annunciò ad Augusto la nascita di Cristo, era anche una carta politica.
La Sala della Gloria e la Sala della Nobiltà di Federico Zuccari
Le due sale di Federico Zuccari sono, per me, il vertice pittorico del palazzo. La Sala della Nobiltà ha al centro della volta la Nobiltà in trono fra la Liberalità e la Generosità, con finti busti di filosofi antichi lungo le pareti, in un manierismo raffinato che dialoga con Roma. La Sala della Gloria (1566-1577) fu eseguita da Zuccari con otto aiuti ed è un trattato di illusionismo: finte architetture, finti arazzi, finte nicchie con statue dipinte; l'allegoria centrale della Gloria, sulla volta, è perduta, e proprio quel vuoto permette di leggere meglio quanto resta. Vale la pena fermarsi qui più che altrove al piano nobile.
La Sala della Caccia
Ultima per data, fra fine Cinquecento e inizio Seicento, la Sala della Caccia con scene venatorie e battaglie navali appartiene a una stagione diversa, quella dei cardinali Luigi e Alessandro, e si riconosce subito per il gusto più narrativo e meno allegorico. Non è un capolavoro, ma è la sala che spiega come la villa continuò a vivere dopo Ippolito.
L'Appartamento Inferiore di Villa d'Este: le sale dell'acqua e della natura
Il piano inferiore è dedicato alla natura, al mito e all'acqua, e le stanze sono collegate da un lungo corridoio stretto a volta alta rivestito da mosaici di fine Cinquecento con pergolati e uccelli colorati: è il vestibolo naturale del giardino, e già qui l'acqua compare nelle fontane a parete. Diciamo subito una cosa: queste sale sono spesso attraversate di corsa dai gruppi che hanno fretta di uscire, e sbagliano, perché contengono l'unica immagine del cantiere della villa.
Il Salone della Fontanina, o del Concilio degli Dei
È la sala centrale del piano inferiore, chiamata della Fontanina per la fontana a parete completata nel 1568 da Paolo Calandrino, e del Concilio degli Dei per l'affresco del soffitto, attribuito a Muziano e modellato sul Convito degli dei della Loggia di Psiche di Raffaello alla Farnesina. Negli anni Cinquanta del Novecento era catalogata come Sala di passaggio, il che spiega perché nelle guide più vecchie il nome cambia. Sulla parete orientale si conserva l'affresco più prezioso per chi studia la villa: la veduta del progetto di Villa d'Este con il palazzo ancora in costruzione, databile attorno al 1568, cioè il giardino come Ligorio lo immaginava, con le fontane che poi non furono mai realizzate. Confrontarlo con quello che si è appena visto fuori è l'esercizio più istruttivo dell'intera visita.
La Sala di Ercole e la Sala della Fontana di Tivoli
La Sala di Ercole, di Muziano (1565-1566), ha sul soffitto otto fatiche dell'eroe attorno alla scena centrale di Ercole accolto nell'Olimpo: è il manifesto dinastico degli Este, che si pretendevano discendenti dell'eroe, e insieme l'omaggio a Tivoli, che aveva nel Santuario di Ercole Vincitore il proprio tempio più grande. La figura dell'Ercole Sassano, cioè della statua colossale dell'eroe che a Tivoli si venerava come «Ercole Sassano», ritorna nelle decorazioni dell'appartamento. La Sala della Fontana di Tivoli, con la sua fontana a parete rivestita di mosaico e conchiglie, è ancora attribuita a Muziano (1565-1570) e rappresenta il paesaggio tiburtino con le cascate dell'Aniene: la villa che dipinge il proprio territorio.
Le due Sale Tiburtine
Prima del 1569 la bottega di Cesare Nebbia dipinse la Prima e la Seconda Sala Tiburtina con la mitologia e la storia leggendaria di Tivoli: la Sibilla Tiburtina, il re Anio che annega nel fiume che da lui prende nome, Ercole e le origini della città. Sono sale poco frequentate e piene di dettagli: cercate le vedute con le cascate e il tempio rotondo dell'acropoli, che oggi si vede dal Parco di Villa Gregoriana.
La Sala di Noè, la Sala di Mosè e la Sala di Venere
La Sala di Noè, del 1571 e attribuita a Muziano, ha pareti dipinte come arazzi con paesaggi e al centro Noè con l'arca sull'Ararat; la Sala di Mosè mostra Mosè che fa scaturire l'acqua dalla roccia, cioè il miracolo idraulico per eccellenza, con l'idra, impresa di Ercole I d'Este, e paesaggi di fantasia. La Sala di Venere aveva in origine una grande fontana con una Venere dormiente, sostituita nell'Ottocento, ai tempi del cardinale Hohenlohe, da figure della Pace e della Religione: una correzione controriformista arrivata con tre secoli di ritardo, che dice molto sul gusto del restauratore ottocentesco.
Il ninfeo sotto il loggiato e la Leda perduta
Sotto il doppio loggiato a due ordini, che affaccia sul giardino, si apre un antico ninfeo che ospitava la Fontana di Leda, con il gruppo di Leda e il cigno oggi conservato alla Galleria Borghese di Roma. Dal loggiato la doppia scala di Ligorio scende al Vialone: è il punto in cui il palazzo consegna l'ospite al giardino.

Il giardino di Villa d'Este: come funziona una macchina d'acqua senza pompe
Il giardino, opera di Pirro Ligorio, si sviluppa dalla facciata posteriore del palazzo rispetto all'ingresso attuale, articolato fra terrazze e pendii con un asse longitudinale centrale e cinque assi trasversali principali, che raccordano le pendenze secondo lo schema a griglia delle città romane. L'ingresso originario, come detto, era sulla via del Colle accanto alla chiesa di San Pietro, la cui abside fa da spalla a un lato del giardino. Il disegno, il panorama che si apre da ogni terrazza, le fontane con i giochi d'acqua e la varietà delle piante fecero di questo giardino il modello di moltissimi altri. Il problema tecnico era l'acqua: Ligorio ne calcolò con precisione le quantità necessarie e fece scavare, sotto la città di Tivoli, una galleria di circa seicento metri che portava l'acqua dell'Aniene fino a una vasca di raccolta, con una portata di circa 300 litri al secondo; in origine contribuiva anche la sorgente del Rivellese, che alimentava una cisterna nel cortile, oggi non più in uso. Da lì tutto scende per gravità e per il principio dei vasi comunicanti, senza alcun congegno meccanico, ancora oggi. Chi vuole vedere l'Aniene prima e dopo la deviazione lo trova alle cascate della Villa Gregoriana, sull'altro lato della città, e più a monte nella riserva naturale della Valle dell'Aniene. Un'avvertenza: in caso di lavori sull'acquedotto o di piene del fiume alcune fontane possono essere spente; il sito ufficiale lo comunica.
Il Vialone di Villa d'Este
Scesa la doppia scala di Ligorio e attraversato un breve loggiato coperto che la collega alla sala centrale, si arriva al piano rialzato del Vialone, il primo e più grande viale del giardino, che corre parallelo alla facciata del palazzo per circa duecento metri, chiuso da una parte dalla Gran Loggia e dall'altra dalla Fontana di Europa. Qui il cardinale e la sua corte passavano i giorni più caldi, godendo della frescura che saliva dal giardino sottostante e assistendo agli spettacoli che vi si allestivano. È anche la terrazza da cui si abbraccia, in un solo sguardo, la campagna romana fino alla città: nelle giornate limpide, con un po' di attenzione, si riconosce la cupola di San Pietro.
La Gran Loggia
Delimita il Vialone sulla sinistra e fu costruita fra il 1568 e il 1569. Non fu mai una sala da pranzo al chiuso, come si potrebbe pensare: era il luogo dove i commensali pranzavano all'aperto, riparati dal sole e dall'umidità, con alle spalle l'affaccio sulla campagna tiburtina. La forma è quella di un arco di trionfo a due ordini, che risponde simmetricamente alla Fontana di Europa all'altro capo del viale.
La Fontana di Europa
Posta sul Vialone, diametralmente opposta alla Gran Loggia, ne ripete la forma di arco trionfale, con colonne a due ordini sovrapposti, dorico e corinzio, che inquadrano un nicchione. Nel nicchione era collocato il gruppo scultoreo di Europa che abbraccia il toro, oggi a Villa Albani a Roma; l'acqua ne usciva ricadendo in una vasca marmorea andata perduta. Rimane un'architettura elegante e vuota, che dice con chiarezza quanto la villa abbia perso in sculture.
La Grotta di Diana
Scendendo dal palazzo, sulla sinistra di un vialetto, si apre la Grotta di Diana, completamente decorata con mosaici di pietre, stucchi ad alto e basso rilievo e smalti, realizzata dai bolognesi Lola e Paolo Calandrino e da Curzio Maccarone; il pavimento, di cui restano tracce, era in maioliche vivacemente colorate con motivi ornamentali di ogni genere. Le statue che la adornavano, due Amazzoni, Minerva e la Diana cacciatrice a cui la grotta era dedicata, sono oggi ai Musei Capitolini, dove arrivarono dopo l'acquisto da parte di papa Benedetto XIV. Sulle pareti, fra rami di cotogno e cesti di frutta in stucco e altorilievi di Nettuno, Minerva, cariatidi e muse con occhi di pietre preziose, si svolgono cinque scene mitologiche, tutte di metamorfosi: Dafne trasformata in alloro per sfuggire ad Apollo; Andromeda liberata da Perseo dopo essere stata incatenata in sacrificio al mostro marino mandato da Poseidone; Atteone mutato in cervo da Artemide per averla spiata nuda; Siringa trasformata in canna per sfuggire a Pan; Callisto mutata in orsa per la gelosia di Era. Il tema è la castità premiata e la trasgressione punita: nella grotta della dea vergine, un cardinale mondano recitava l'omaggio alla virtù.
La Fontana del Bicchierone di Bernini
Detta anche del Giglio, si trova sotto la Loggia di Pandora, sull'asse principale del giardino. Fu aggiunta quasi un secolo dopo la villa, nel 1660-1661, su commissione del cardinale Rinaldo d'Este a Gian Lorenzo Bernini, ed è di gusto puramente architettonico: un calice dentellato, il «bicchierone», sovrapposto a un altro simile, entrambi sorretti da una grande conchiglia. Fu messa in funzione nel maggio 1661 per onorare ospiti illustri, ma lo zampillo, troppo alto, impediva la vista dalla loggia soprastante e lo stesso Bernini lo fece ridurre. È la fontana più sobria del giardino, e per questo si nota poco; è però l'unica in cui si possa vedere, senza mediazioni, la mano del più grande scultore del Seicento.
La Rotonda dei Cipressi
Nella parte più bassa del giardino, sull'asse principale, vicino all'antico ingresso su via del Colle, si apre la Rotonda dei Cipressi: un piazzale a esedra circolare contornato da cipressi giganteschi, forse fra gli esemplari più antichi esistenti, non in ottima salute, piantati al posto di un chiosco ligneo originario. In origine la rotonda era ornata da statue delle Arti Liberali e da grandi pergole; quattro basse fontane, con piccoli zampilli tranquilli e triplici bacini in travertino, completano il piazzale. Da qui si gode la vista d'insieme del palazzo e del giardino che tanto doveva stupire il visitatore del Cinquecento, ed è qui che Liszt trovò il titolo delle sue Thrénodies. Gabriele d'Annunzio ricorda gli alti cipressi in un verso del Notturno, e le Cento Fontane nelle Elegie romane. Fragonard li disegnò nel 1774: la Cypress Avenue è una delle immagini più note della villa.

La Fontana del Pegaso
Nascosta fra rocce e vegetazione, alle spalle della Sibilla Albunea della sottostante Fontana dell'Ovato, è una vasca circolare con al centro una grande roccia su cui trionfa il cavallo alato Pegaso, nato dalla decapitazione di Medusa, rampante e con le ali spiegate, come se spiccasse il volo dopo essersi abbeverato. Il riferimento è al mito di Pegaso che, giunto sul monte Elicona, fece sgorgare con lo zoccolo la fonte Ippocrene sacra alle Muse: la villa come nuovo Elicona, l'acqua come fonte di poesia. Sullo sfondo si vede la chiesa romanica di San Pietro alla Carità, verso cui si apre uno dei cancelli della villa; la tradizione la vuole costruita nel V secolo su una villa romana, forse la stessa di cui sono affiorati resti sotto i pavimenti del palazzo, per volere del papa tiburtino Simplicio.
Il Viale delle Cento Fontane
Progettato da Ligorio, il viale corre per cento metri e congiunge la Fontana dell'Ovato, detta di Tivoli, con la Rometta, detta di Roma: i due poli geografici del programma. I tre piccoli canali paralleli che scorrono a diverse altezze rappresentano allegoricamente i fiumi Albuneo, Aniene ed Ercolaneo, i tre affluenti tiburtini del Tevere, che nascono dai monti Tiburtini (l'Ovato) e arrivano a Roma (la Rometta). I cento zampilli escono da due file sovrapposte di mascheroni antropomorfi, mentre sopra il canale più alto si alternano getti generati da gigli, obelischi, navicelle e aquile: i gigli di Francia e le aquile estensi, cari al cardinale, furono aggiunti nel 1685 da Francesco II di Modena, e la barca di San Pietro allude al potere papale. A costruzione finita il viale doveva avere un impatto ben diverso, con marmi lucidi e sculture integre da cui uscivano scrosci violenti; secoli di acqua calcarea hanno corroso le sculture e cancellato l'iscrizione che correva su tutta la prima fila delle bocche. Il muschio e le felci che oggi ne fanno la fotografia più celebre sono, a rigore, il segno di un degrado: e sono anche la ragione per cui questo viale è più bello di quanto fosse nel 1572. Un'opinione netta: è il luogo migliore del giardino a fine mattinata, quando il sole batte in controluce sugli zampilli, ed è il peggiore a metà pomeriggio d'estate, quando i gruppi lo intasano. La tradizione locale vuole che Wyler vi abbia girato una scena di banchetto del Ben Hur del 1959; è più sicuro che Kenneth Anger vi ambientò Eaux d'Artifice, che Bruce Lee vi passeggiò con Nora Miao nel film L'urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente (1972), e che Woody Allen vi girò una scena di To Rome with Love.
La Fontana dell'Ovato, la regina delle fontane
Alla sinistra del viale delle Cento Fontane, in uno spazio apposito, leggermente in disparte ma visibile da molte parti del giardino, si apre la Fontana dell'Ovato o Fontana di Tivoli, progettata da Ligorio e realizzata nel 1567. Qui confluisce l'acqua dell'Aniene condotta dal canale che passa sotto la città. Il nome viene dalla forma a esedra ovale, con al centro la grande vasca in cui finiscono tutte le acque; la definizione di «Regina delle fontane» si vuole attribuita all'arcivescovo di Siena Francesco Bandini Piccolomini, esule a Tivoli e ospite del cardinale. È la fontana che più anticipa il barocco, per la scenografia di rocce e massi disposti da Curzio Maccarone a rappresentare i monti Tiburtini, da cui scendono i tre fiumi Aniene, Ercolaneo e Albuneo impersonati da statue. Al centro la Sibilla Tiburtina o Albunea, con in braccio il piccolo Melicerte, figlio della ninfa Ino, simbolo del fiume Albuneo, opera di Gillis van den Vliete, detto Giglio della Vellita; nelle nicchie laterali le due divinità fluviali dell'Aniene e dell'Ercolaneo, di Giovanni Malanca. Sulla sommità della parte rocciosa si affaccia la Fontana del Pegaso, che sembra completare la composizione. Una balaustra marmorea chiude la scena rupestre e si apre al centro per far cadere l'acqua in una cascata a cupola, sotto la quale si può passare, che si riversa nella grande vasca; sullo sfondo un ninfeo curvilineo, nei cui pilastri dieci ninfe versano acqua dalle anfore, opera di Giovan Battista Della Porta su disegno di Ligorio. Il parapetto della vasca è rivestito di ceramiche vivaci con i motivi dello stemma estense, alcune originali; di fronte, in nicchie, due statue di Bacco in stucco sopra due fontane rustiche a zampillo, restaurate di recente; il piazzale ha due grandi tavoli di pietra e platani secolari, tre dei quali risalgono all'impianto cinquecentesco. Sul lato sud-orientale del piazzale un edificio addossato al terrapieno contiene la Grotta di Venere, costruita fra il 1565 e il 1568 su disegno di Ligorio, il cui ambiente centrale, da anni sede del Museo didattico del libro antico, ricorda per tipologia l'antico ninfeo di Sant'Antonio a Tivoli. Se dovessi scegliere un solo punto in cui sedere per venti minuti, sarebbe un tavolo di pietra sotto i platani dell'Ovato.
La Fontana dei Draghi, o della Girandola
Scendendo lungo l'asse principale, sotto il viale delle Cento Fontane, si incontra la Fontana dei Draghi, che per posizione è il centro geometrico del parco. Ideata da Ligorio, fu realizzata, secondo la leggenda, in una sola notte del settembre 1572 in omaggio a Gregorio XIII, ospite della villa, il cui stemma di famiglia, i Boncompagni, porta un drago alato; più probabilmente la visita del papa convinse gli Este a completarla in fretta, e i documenti confermano che Ippolito la fece finire di corsa per quell'occasione. Il gruppo centrale è formato da quattro draghi disposti in cerchio, che si danno le spalle e sputano ciascuno uno zampillo, mentre un getto alto e potente sale dal centro. Alle spalle, sotto la balconata del viale superiore, una nicchia ospita una grande statua di Ercole, e una doppia scalinata abbraccia la fontana raccordando i piani, con un canaletto sulle colonnette che forma un ruscello e vasi che lanciano zampilli a cerchio nella vasca. Il riferimento è all'undicesima fatica di Ercole, che uccide il drago dalle cento teste Ladone per impadronirsi delle mele d'oro delle Esperidi. Il nome originario, della Girandola, viene dai congegni idraulici di Tommaso da Siena, che riproducevano in sequenza velocissima spari, scoppi di petardi, tuoni di cannone, crepitii e colpi d'archibugio: una girandola di fragori ispirata a quella di Castel Sant'Angelo a Roma. Di quel fragore resta solo il getto centrale, che nelle giornate di vento bagna chi si ferma sulla scala.
La Rometta
In fondo al viale delle Cento Fontane si apre il belvedere della Rometta, rivolto verso la pianura romana. Il complesso di vasche e zampilli ha il centro nella grande vasca con Roma in trono, incorniciata in origine, sulla sinistra, dalle riproduzioni dei monumenti più rappresentativi della città antica: da qui il nome. Fu progettata da Ligorio, forse con il contributo personale di Ippolito II, e realizzata nel 1570 dal fontaniere Luigi Maccarone. Vi si accede attraverso un ponticello che scavalca un canale curvo rappresentante il Tevere, alimentato da due ruscelli la cui confluenza rappresenta l'immissione dell'Aniene nel Tevere; al centro del corso d'acqua sorge una nave romana di pietra, cioè l'Isola Tiberina, dove il fiume era guadabile e dove sorse il primo nucleo della città, sede di ospedali a cui allude il serpente di Esculapio avvolto sotto il ponte. Al centro la statua di Roma Vittoriosa, con elmo, corazza e lancia, e accanto la Lupa che allatta Romolo e Remo. Intorno erano disposti molti altri gruppi che rappresentavano i monumenti di Roma antica, l'Arco di Tito, l'Arco di Settimio Severo, l'Arco di Costantino, la Colonna Traiana, il Pantheon, il Colosseo e altri, tutti realizzati da Pierre de la Motte su disegno di Ligorio: di essi non resta traccia se non nelle incisioni di Giovanni Francesco Venturini del 1685, perché buona parte del complesso crollò o fu demolita nell'Ottocento. È la fontana più intelligente della villa: un cardinale che non era diventato papa si costruì una Roma tascabile da guardare dall'alto.

La Fontana di Proserpina
Pensata come sala da pranzo all'aperto, si trova accanto alla Fontana della Civetta, con cui forma un unico insieme architettonico, e serve a raccordare due piani del giardino. È composta da un ninfeo centrale e due nicchie laterali, separate da quattro colonne tortili avvolte da tralci di vite in stucco, e da due scalinate che mettono in comunicazione i livelli. Giovanni Alberto Galvani l'aveva progettata come Fontana degli Imperatori, con le statue di Cesare, Augusto, Traiano e Adriano agli angoli e Aretusa con altre ninfe nella nicchia centrale; quelle statue non furono mai eseguite, e nel Seicento arrivò il gruppo in stucco di Plutone che rapisce Persefone su un carro a forma di conchiglia trainato da cavalli, mentre due sileni suonano arpe marine e due delfini agitano le acque. La figura di Persefone, ben visibile nell'incisione di Venturini del 1685 insieme alle due statue delle nicchie, è andata perduta.
La Fontana della Civetta
Alla sinistra della Fontana dei Draghi, in fondo al viale, fu costruita nel 1596 dal fiorentino Raffaello Sangallo su progetto di Giovanni Del Duca. Il nome, della Civetta o degli Uccelli, viene dal meccanismo che, sfruttando la caduta dell'acqua, faceva comparire uccelli metallici su rami di bronzo intrecciati nella nicchia, con un suono simile al cinguettio; poi un altro congegno faceva apparire una civetta il cui verso sgradevole zittiva gli uccellini. Quanto la fontana stupisse gli ospiti lo tramandano i molti visitatori che la descrissero, a cominciare dai viaggiatori francesi di fine Cinquecento; il congegno si perse nel tempo, e il restauro del 2001-2002 ha ritrovato in situ la camera del vento, i tubi dell'aria e dell'acqua e i resti della macchina della civetta, sui quali l'ingegnere Leonardo Lombardi ha ricostruito un apparato moderno che riproduce solo in parte l'effetto originale. Sono andati perduti anche i mosaici del ninfeo centrale, gli altorilievi, le statue romane, i fauni e i satiri di Ulisse Macciolini da Volterra. Resta lo zampillo centrale che scende in cascatelle su due livelli, formati da conche un tempo sostenute dal gruppo scultoreo; ai lati due colonne a mosaico con viti a spirale cariche di pomi, che richiamano l'episodio delle Esperidi; in alto lo scudo di Ippolito II sorretto da due angeli, due figure femminili sopra le colonne, e i gigli e l'aquila estensi a coronare il tutto.
La Fontana dell'Organo
La Fontana dell'Organo idraulico deve il nome al meccanismo ad acqua che faceva risuonare motivi d'organo, e fu costruita fra il 1568 e il 1611 su progetto di Ligorio: un alto edificio che già prelude al barocco, con la facciata ornata da motivi floreali, sirene, simboli araldici, vittorie alate e conchiglie, e quattro colossali telamoni di Pirrin del Gagliardo che sostengono lo pseudo-arco. Al centro un'abside dove, secondo il progetto originario, era collocata la Diana d'Efeso o Madre Natura, poi spostata; le due nicchie laterali ospitano Apollo e Diana. Una vasca ovale chiusa da una balaustra di colonnine circonda la struttura, che sembra sorgere dall'acqua. Fu il cardinale Alessandro d'Este a far aggiungere nella nicchia centrale l'edicola, un piccolo tempio, che protegge l'organo, opera che la tradizione attribuisce a Bernini. Il congegno originale fu realizzato dai francesi Luc Leclerc e Claude Venard: l'acqua, cadendo attraverso una condotta in una camera sotterranea a volta, comprimeva l'aria che veniva forzata in una tubatura e soffiata nelle canne, mentre un altro getto azionava un cilindro dentato montato su un'armatura di ferro i cui denti premevano i tasti. Si racconta che Gregorio XIII, sentendolo suonare, volle controllare di persona che nessuno fosse nascosto a suonare davvero. Il meccanismo tacque per secoli; dopo vari tentativi, il restauro concluso nel 2003 ha rimesso in funzione un organo di 144 canne comandato da un cilindro mosso dall'acqua, che esegue quattro brani rinascimentali per circa quattro minuti, ogni giorno a partire dalle 10.30 e poi ogni due ore. Presentarsi cinque minuti prima e sistemarsi sulla balaustra del piazzale, non davanti alla vasca, è l'unico consiglio che conta: si sente meglio e si vede la cascata di Nettuno sotto.
La Fontana della Natura, o dell'Abbondanza
Detta anche della Madre Natura, si trova a ridosso del muro di cinta, sul lato settentrionale del giardino, vicino al vecchio ingresso su via del Colle. Su un fondo decorato a tartaro tiburtino, la concrezione calcarea usata in tutte le decorazioni della parte bassa della villa, è collocata la copia in travertino della Diana di Efeso dalle molte mammelle, che secondo alcuni studiosi sarebbero in realtà scroti di toro, animale legato al culto della dea: in ogni caso il simbolo della fecondità e dello scorrere ininterrotto della vita. Ippolito II l'aveva commissionata a Gillis van den Vliete, il Giglio della Vellita già incontrato all'Ovato, per la nicchia centrale della fontana oggi detta dell'Organo; nel 1611 Alessandro d'Este la fece spostare in questa posizione più nascosta, per non urtare i dettami della Controriforma che condannavano i soggetti pagani, e al suo posto fece costruire il tempietto che diede il nuovo nome alla fontana superiore. È la statua più strana della villa e la meno visitata: fatevi la deviazione.
La Fontana di Nettuno
La fontana più imponente e scenografica della villa, per la massa d'acqua e per l'altezza dei getti, è anche la più recente: fu realizzata a partire dal 1927 dall'architetto Attilio Rossi (Castel Madama 1875-1966) con la collaborazione dell'ingegnere tiburtino Emo Salvati (1881-1963), restaurando la cascata berniniana, degradata da circa due secoli di abbandono, e riorganizzando i livelli; alcune fonti collocano il completamento negli anni Trenta. Il profilo della cascata di Bernini, che si vede nelle incisioni di Venturini e nei disegni di Fragonard, divenne il modello di molte fontane settecentesche, comprese quelle della Reggia di Caserta. Rossi innestò sull'originale un complesso architettonico e idraulico che parte lento alla base, si intensifica nella parte alta ed esplode verso il cielo. In alto la balaustra del piazzale dell'Organo, sotto cui si aprono tre ninfei praticabili e comunicanti, le grotte delle Sibille, dove si ode il fragore dell'acqua: i due laterali con ventagli d'acqua, quello centrale con una violenta cascata a gravità. Dalla base della terrazza dei ninfei escono dodici zampilli, sei per lato, digradanti dal centro verso l'esterno come le canne di un organo. La cascata berniniana, in pietra sbozzata a imitare la roccia naturale, scavalca la balconata e si rompe in un bacino che la divide in tre cascate minori; sotto, un ninfeo custodisce il busto cinquecentesco di Nettuno, destinato in origine a una Fontana del Mare sul lato opposto delle Peschiere, mai realizzata per le difficoltà economiche di Ippolito II. Davanti al ninfeo corre un velo d'acqua; la massa idrica ricade in un bacino da cui, ai lati, salgono getti potenti; grandi vasche digradanti fanno traboccare l'acqua dall'una all'altra in cascate placide, e l'ultima la consegna, ormai calma, alle Peschiere. La fontana è la trasformazione graduale dell'acqua da violenta a quieta, incastonata fra le Peschiere in basso e l'Organo in alto: ed è la fotografia che ogni visitatore porta a casa, mentre nessuno ricorda di averla vista descritta come opera del Novecento.

Le Peschiere
Davanti alla Fontana di Nettuno, da cui ricevono l'acqua, circondate da una vegetazione fitta, le Peschiere sono tre grandi bacini rettangolari animati da zampilli che nascono dai vasi disposti sui bordi, otto per vasca, con intensità decrescente, così da continuare la gradazione di moto iniziata a Nettuno e spegnerla nell'ultimo bacino, presso la terrazza panoramica, dove doveva trovare posto la statua del dio del mare a completare la composizione. Oltre che passeggiata, al tempo del cardinale servivano ad allevare pesci d'acqua dolce pregiati, per il diletto della pesca e per la tavola; nelle vicinanze chioschi lussuosi offrivano riposo e custodivano gli attrezzi da pesca. Viste dalla terrazza dell'Organo, con Nettuno in mezzo, sono l'asse trasversale più fotografato del giardino; viste dal basso, verso il palazzo, sono la prospettiva che Ligorio aveva in mente.
La Fontana di Arianna
Quasi al centro del parapetto della terrazza panoramica del parco, con la campagna romana alle spalle, prende il nome dalla statua di Arianna dormiente che occupava la nicchia centrale; delle statue che la ornavano non si hanno più notizie, e la fontana resta oggi spoglia. È il punto in cui il giardino finisce e comincia il panorama.
Le Fontane delle Mete
Nella parte bassa del giardino, sul viale che costeggia la terrazza di Arianna, al centro di due aiuole, due fontane gemelle formate da tre massi circolari sovrapposti in ordine decrescente e coperti di muschio, con uno zampillo sulla sommità. Riproducono la Meta Sudans di Roma, la fontana conica che si trovava fra l'Arco di Costantino e il Colosseo e dove, per tradizione, i gladiatori si lavavano dopo i combattimenti: un'altra citazione romana, discreta, nel programma della villa.
Come si visita davvero Villa d'Este: percorso, durata, guida
Il percorso di visita entra dal palazzo, scende per le sale e sbuca sul Vialone; da lì il giardino si percorre a piacere, ma la logica migliore è quella detta sopra: discesa rapida lungo l'asse centrale fino alla Rotonda dei Cipressi, poi risalita lenta con le deviazioni laterali (Ovato e Grotta di Venere a sinistra, Rometta a destra, Civetta e Proserpina, Organo con il concerto). Per la sola visita del giardino bastano due ore, per palazzo e giardino tre; nelle giornate di grande affluenza l'ente avverte che, per ragioni di sicurezza, gli ingressi possono essere contingentati, il percorso modificato e alcune sale chiuse. La villa offre audioguide in cinque lingue, due bookshop, una sala multimediale con un video introduttivo in quattro lingue, e mette a disposizione una pianta del percorso accessibile con golf car. La biglietteria online è indicata sul sito dell'ente. Una guida privata cambia la visita: le sale del piano nobile e la simbologia delle fontane, senza qualcuno che le legga, restano decorazione. TourLeaderPro propone accompagnatori e guide certificati per gruppi e aziende, e per chi arriva dall'estero le guide in inglese di ItalyPlanner sui giardini italiani inseriscono Villa d'Este nel confronto con Villa Lante e Bomarzo.
Villa d'Este con i bambini e accessibilità
Per i bambini Villa d'Este è, fra tutti i monumenti del Lazio, uno dei più riusciti: si cammina, ci si bagna, ci si può passare sotto una cascata all'Ovato, si contano i draghi, si aspetta l'organo che suona da solo e si cerca la civetta. I minori di 18 anni entrano gratis. Le scale sono molte e i passeggini soffrono: meglio un marsupio per i piccoli. Per chi si muove in sedia a rotelle l'ente indica un percorso accessibile con golf car e una pianta dedicata: il palazzo e il Vialone sono raggiungibili, il giardino basso lo è solo in parte per le pendenze e i gradini cinquecenteschi, e conviene scrivere in anticipo all'indirizzo di prenotazione dell'ente per organizzare la visita. Le persone con disabilità e l'accompagnatore hanno diritto all'ingresso gratuito secondo le regole dei musei statali.
Quanto costa Villa d'Este e come si risparmia
Il modo più semplice per non pagare è scegliere la prima domenica del mese, il 25 aprile, il 2 giugno o il 4 novembre, e per le donne l'8 marzo: si entra gratis, ma si entra in molti, e la villa in quei giorni perde metà del suo silenzio. I giovani dell'Unione fra 18 e 25 anni pagano 2 euro sempre. Chi vuole vedere anche Villa Adriana e il Santuario di Ercole ha convenienza a prendere il VILLAE Pass a 30 euro per 72 ore; chi vive nel Lazio e torna più volte ha il VILLAE 365 a 40 euro l'anno. Nel periodo invernale, per anni, è esistito un biglietto ridotto pomeridiano per il solo palazzo e Vialone: l'ente lo comunica di volta in volta, e la sua esistenza va verificata sul sito ufficiale. Il treno regionale da Tiburtina costa 2,60 euro a tratta e batte qualunque parcheggio.
Il consiglio che ti do per visitare la Villa d’Este a Tivoli
Andate di lunedì pomeriggio, oppure di martedì o mercoledì mattina presto, e non in estate. Il lunedì la villa apre alle 14.00, dopo la manutenzione della mattina, e i gruppi organizzati la evitano: dalle 14 alle 16 di un lunedì d'ottobre si può avere il viale delle Cento Fontane per sé. In estate, invece, tra fine giugno e agosto, la villa riceve i flussi delle gite giornaliere da Roma, il sole sui viali non perdona e le fontane, con l'aria calda, rendono meno: l'acqua è la stessa, ma il fresco lo si sente solo nelle grotte. Il momento migliore in assoluto è la primavera fra metà aprile e fine maggio, quando gli alberi hanno le foglie nuove e l'Aniene, con le piogge, spinge al massimo; l'autunno, con la luce bassa, è il secondo. Pianificate la visita attorno all'organo: arrivate in modo da essere sulla balaustra dell'Organo alle 10.30 o alle 12.30, scendete, risalite, e dedicate l'ultima mezz'ora al palazzo, che si visita bene anche con la stanchezza nelle gambe. Portate scarpe con la suola che tiene, perché i gradini di travertino bagnati sono scivolosi, e una giacca leggera anche d'estate per le grotte. Il consiglio più fermo riguarda Villa Adriana: non fatele nello stesso giorno se avete solo mezza giornata. Sono due visite di tre ore ciascuna, con due logiche opposte (chi vuole un itinerario cucito su misura per un gruppo può rivolgersi al servizio di tour design di TourLeaderPro), e chi le somma finisce per non ricordare bene nessuna delle due. Chi ha una giornata intera, invece, cominci da Villa Adriana alla mattina, salga a Tivoli per pranzo e tenga Villa d'Este per il pomeriggio, quando la luce viene da ovest e batte sulle cascate. E se avete un'ora in più, il Parco di Villa Gregoriana, con la grande cascata dell'Aniene, sull'altro lato della città, chiude il cerchio dell'acqua.
Cosa c'è intorno a Villa d'Este nel raggio di dieci minuti
La villa si apre su piazza Trento, davanti alla chiesa di Santa Maria Maggiore, che era il convento originario e conserva ancora la facciata gotica e un rosone; accanto la Rocca Pia, la fortezza a quattro torri cilindriche fatta costruire da Pio II Piccolomini nel Quattrocento per controllare i tiburtini, con davanti i resti dell'anfiteatro romano di Bleso. Piazza Garibaldi, a due passi, è la terrazza pubblica sulla campagna. In dieci minuti a piedi si attraversa il centro medievale fino alla cattedrale di San Lorenzo, al tempio della Sibilla e al tempio di Vesta sull'acropoli, sopra la gola dell'Aniene, e all'ingresso del Parco di Villa Gregoriana con la cascata grande. Il Santuario di Ercole Vincitore, sul fianco della città lungo l'antica via Tiburtina, rientra nei dieci minuti a piedi in discesa, un po' di più in salita. Villa Adriana è a cinque chilometri in basso, verso Roma, raggiungibile con l'autobus urbano o in taxi (per chi viene dall'estero, la pagina in inglese di ItalyPlanner sulle gite da Roma mette Tivoli al quarto posto, con buona ragione); le terme delle Acque Albule a Bagni di Tivoli, con l'acqua sulfurea che si sente già dal treno, sono a metà strada verso la capitale. Per chi ha un secondo giorno, l'alta valle dell'Aniene porta ai monasteri di Subiaco e, sul versante opposto dei monti, alla Palestrina del santuario della Fortuna Primigenia.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che Villa d'Este è Patrimonio dell'Umanità; pochi ricordano che l'iscrizione avvenne nel 2001, nella venticinquesima sessione del Comitato, e che Tivoli è una delle pochissime città del mondo a ospitare due siti UNESCO distinti, perché Villa Adriana era già stata iscritta nel 1999. Ancora meno citato è il motivo tecnico dell'iscrizione: non la bellezza, che l'UNESCO non misura, ma il fatto che il giardino sia il primo esempio compiuto di «giardino delle meraviglie», il modello che i giardini d'Europa hanno imitato per due secoli. Qui, per la prima volta, un pendio intero fu trattato come un'architettura di terrazze e assi, e l'acqua fu usata come materiale da costruzione al pari della pietra, con un impianto idraulico che funziona ancora senza energia. Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda la cascata di Nettuno, la fotografia simbolo della villa: è del Novecento. Attilio Rossi la costruì a partire dal 1927 sui resti della cascata seicentesca di Bernini, e la trasformazione graduale dell'acqua da violenta a placida che la rende celebre è un'idea di un architetto di Castel Madama al tempo del fascismo, non del cardinale. Non è un demerito: è la prova che il giardino è rimasto vivo, e che ogni epoca vi ha aggiunto la propria fontana. Un terzo fatto, per i lettori pazienti: la deviazione dell'Aniene sotto Tivoli, con la galleria di seicento metri e i 300 litri al secondo, ha reso possibile la villa e insieme ha impoverito per secoli i mulini e le cartiere della città, che di quell'acqua vivevano. Anche di questo i tiburtini fecero causa.
La foto giusta da fare alla Villa d’Este a Tivoli
La foto che tutti fanno è quella delle Cento Fontane, presa dal lato della Rometta guardando verso l'Ovato, con il viale in fuga e gli zampilli in controluce: funziona fra le 11 e le 13, quando il sole entra di taglio e accende l'acqua contro il muschio scuro, e non funziona nel pomeriggio, quando il viale è in ombra e pieno di gente. La foto giusta, quella che racconta la villa, è però un'altra e si fa dalla balaustra del piazzale dell'Organo, guardando in basso: la cascata di Nettuno in primo piano, le tre Peschiere in fuga, la campagna romana sullo sfondo e, nelle giornate limpide, la sagoma della città. È l'immagine dell'intero programma, acqua e potere, in un solo fotogramma, e chiede un grandangolo moderato e la luce del pomeriggio, da ovest, che entra in faccia alla cascata. Per il ritratto o il dettaglio, la scala della Fontana dei Draghi con il getto centrale alle spalle, oppure una delle bocche delle Cento Fontane a distanza ravvicinata, con il muschio e il calcare che disegnano il mascherone. In inverno, quando alcune fontane possono essere ferme, la Rotonda dei Cipressi con la nebbia del mattino vale il viaggio da sola. Un consiglio pratico: gli spruzzi dell'Ovato e di Nettuno arrivano lontano, tenete l'obiettivo coperto fino al momento dello scatto, e ricordate che i treppiedi e i droni sono soggetti alle regole dell'ente, che vanno chieste in biglietteria.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il 9 settembre 1550 Ippolito II d'Este entra a Tivoli come governatore e prende alloggio nel convento di Santa Maria Maggiore: è il giorno da cui tutto comincia. Nel settembre 1555, accusato di simonia, è destituito da Paolo IV e il cantiere si ferma; nel luglio 1560, riabilitato da Pio IV, i lavori riprendono sul serio. Fra il 1563 e il 1565 il colle viene sbancato e si posano le condotte; nel 1567 zampilla l'Ovato, nel 1568-1569 sorgono la Gran Loggia e la Fontana di Venere, nel 1570 la Rometta; nel 1568 i tiburtini espropriati perdono dodici cause contro il cardinale. Nel settembre 1572 papa Gregorio XIII è ricevuto nella villa con una spesa di oltre cinquemila scudi: per lui Ippolito fa completare in fretta la Fontana dei Draghi con i draghi dello stemma Boncompagni e ridecorare il piano superiore; il 2 dicembre 1572 il cardinale muore a Roma. Nel 1611 Alessandro d'Este sposta la Diana Efesia e fa costruire il tempietto dell'organo; nel 1660-1661 Bernini disegna il Bicchierone e la cascata; nel 1685 le incisioni di Venturini fissano l'aspetto della villa prima delle perdite e Francesco II di Modena aggiunge gigli e aquile alle Cento Fontane. Dopo il 1751 gli arredi partono per Modena, nel 1796 la villa passa agli Asburgo, e i francesi portano via il resto. Nel 1850 il cardinale Hohenlohe comincia il restauro; fra il 1865 e il 1885 Liszt vi soggiorna e compone i Giochi d'acqua. Il 28 giugno 1914 l'assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo chiude le trattative di vendita; nel 1918 la villa è dello Stato italiano e nel 1922 comincia il restauro integrale; nel 1928 Emilio Notte affresca una sala. Nel 1944 le bombe colpiscono il complesso. Nel 2001 l'UNESCO iscrive la villa nel Patrimonio Mondiale; nel 2002 torna a cantare la Civetta e nel 2003 suona di nuovo l'Organo; nel settembre 2016 nasce l'istituto autonomo delle VILLAE. Fra tutti questi, l'avvenimento che considero decisivo è il meno spettacolare: la sentenza del 1568 contro i tiburtini, perché senza quell'esproprio il giardino non avrebbe avuto il suo pendio.
Chi è passato dalla Villa d’Este a Tivoli
Ci sono passati papi: Gregorio XIII nel settembre 1572, che sentì l'organo e volle vedere chi lo suonava, e Benedetto XIV, che nel Settecento comprò le statue della Grotta di Diana per il Campidoglio. Ci sono passati i cardinali di casa d'Este, Luigi, Alessandro, Rinaldo, e i duchi di Modena, e poi Francesco Bandini Piccolomini, arcivescovo di Siena, esule a Tivoli, che secondo la tradizione battezzò l'Ovato «regina delle fontane». Ci sono passati gli artisti che l'hanno costruita, Pirro Ligorio, Girolamo Muziano, Federico Zuccari, Livio Agresti, Cesare Nebbia, Gillis van den Vliete, e un secolo dopo Gian Lorenzo Bernini. Ci sono passati i viaggiatori che l'hanno raccontata: Uberto Foglietta nel 1569, Giovanni Maria Zappi, cronista tiburtino, nel 1576, il francese Nicolas Audebert a cavallo fra il 1576 e il 1577, che descrisse minutamente gli automi idraulici, Michel de Montaigne durante il viaggio in Italia del 1580-1581, che annotò l'arcobaleno artificiale prodotto dagli zampilli al sole basso, Antonio Del Re nel 1611. Ci sono passati i pittori e gli incisori: Giovanni Francesco Venturini nel 1685, Giovanni Battista Piranesi con l'incisione del 1761, Jean-Honoré Fragonard con il Petit Parc del 1763 e il viale dei cipressi del 1774, Hubert Robert con il disegno dell'Ovato, William Turner intorno al 1796, Pierre-Athanase Chauvin nel 1811, Camille Corot nel 1843: per il Grand Tour la villa in rovina era una sosta quasi fissa fra Roma e Napoli. Ci sono passati Franz Liszt, ospite del cardinale Hohenlohe fra il 1865 e il 1885, e Gabriele d'Annunzio, che ne scrisse. Ci sono passati i cineasti: Kenneth Anger con Eaux d'Artifice, Bruce Lee nel 1972, le produzioni di Lizzie McGuire nel 2003 e di Woody Allen; la tradizione locale aggiunge il Ben Hur di Wyler. Ed è passato, nel 1914, senza mai vederla davvero, un arciduca che voleva venderla e che morì a Sarajevo: la storia d'Europa, anche a Tivoli, è passata da qui. Se dovessi indicare un solo nome per capire la villa, sceglierei Liszt: i Giochi d'acqua sono l'unica descrizione della villa che non invecchia.
Cosa mangiare a Tivoli dopo Villa d'Este
Tivoli è terra di olio: l'extravergine dei Monti Tiburtini, dalle olive dei terrazzamenti che si vedono dalla villa, è il prodotto da cercare, insieme al pane e alle olive in salamoia. La cucina è quella della campagna romana e della Sabina, con le paste all'uovo, l'abbacchio, le fettuccine con i funghi e, nella stagione, i tartufi dei monti; sulle tavole di Tivoli compare la pizza a taglio bianca con la mortadella, che i tiburtini reclamano come loro, e il pinzimonio con l'olio nuovo in autunno. Una panoramica in inglese della regione, dai monti alla costa, è nella guida al Lazio di ItalyPlanner. A Bagni di Tivoli si trovano le acque sulfuree, non da bere. I nomi dei locali qui non compaiono: cambiano, ed è più utile dire che cosa ordinare piuttosto che dove.
Quando andare a Villa d'Este e quando evitare
Primavera e autunno sono le stagioni giuste, per la luce e per la portata dell'acqua; l'inverno è splendido nelle giornate limpide e permette di vedere la struttura del giardino senza il fogliame, ma alcune fontane possono essere a regime ridotto; l'estate è la stagione da evitare nelle ore centrali, con l'eccezione delle aperture serali straordinarie che l'ente organizza in alcune stagioni e che vanno cercate sul sito ufficiale. Da evitare le domeniche gratuite se cercate silenzio, e la mattina del lunedì, in cui la villa è chiusa. Sotto la pioggia leggera la villa è vuota e bellissima: le fontane non si notano meno, e il travertino bagnato ha il colore del miele.
Domande veloci sulla Villa d’Este a Tivoli
Dove si trova Villa d'Este e qual è l'indirizzo?
A Tivoli, in piazza Trento 5, nel centro storico, a circa 30 chilometri a est di Roma.
Quanto costa il biglietto di Villa d'Este?
Il biglietto intero è di 15 euro secondo il portale Musei Italiani del Ministero, il ridotto per i cittadini UE fra 18 e 25 anni costa 2 euro, i minori di 18 anni entrano gratis; il prezzo esatto è pubblicato sul sito ufficiale delle VILLAE.
Villa d'Este è gratis la prima domenica del mese?
Sì, e anche il 25 aprile, il 2 giugno, il 4 novembre e, per le donne, l'8 marzo.
Quali sono gli orari di Villa d'Este?
Apertura alle 8.30 tutti i giorni, con ultimo ingresso variabile dalle 16.00 d'inverno alle 18.45 d'estate e uscita un'ora dopo; il lunedì apre alle 14.00. Chiusa il 1 gennaio e il 25 dicembre.
Quanto dura la visita di Villa d'Este?
Due ore per il giardino, tre per giardino e palazzo. Con una guida e il concerto dell'organo, mezza giornata.
A che ora suona la Fontana dell'Organo di Villa d'Este?
Ogni giorno a partire dalle 10.30 e poi ogni due ore, per circa quattro minuti.
Come si arriva a Villa d'Este da Roma con i mezzi?
Metro B fino a Ponte Mammolo e autobus Cotral per Tivoli con discesa a largo delle Nazioni Unite, oppure treno regionale FL2 da Roma Tiburtina fino a Tivoli (circa un'ora, 2,60 euro) e un quarto d'ora a piedi in salita.
Dove si parcheggia per Villa d'Este?
Nel parcheggio multipiano accanto alla Rocca Pia, a poche centinaia di metri, o in piazza Garibaldi, entrambi a pagamento.
Serve prenotare Villa d'Este?
Non è obbligatorio per i singoli, ma nei giorni di grande affluenza l'ingresso può essere contingentato; il biglietto si compra anche online tramite il rivenditore indicato sul sito ufficiale dell'ente.
Villa d'Este è accessibile in sedia a rotelle?
Il palazzo e il Vialone sì; per il giardino l'ente mette a disposizione un percorso accessibile con golf car e una pianta dedicata. Conviene scrivere in anticipo.
Si possono fare foto a Villa d'Este?
Sì, per uso personale; per treppiedi, droni e riprese professionali valgono le regole dell'ente.
Villa d'Este va bene con i bambini?
Molto: draghi, cascate, la civetta e l'organo che suona da solo. Molte scale, passeggini sconsigliati.
Quante fontane ci sono a Villa d'Este?
Le fonti contano 51 fontane, oltre 360 getti e 64 cascate; la tradizione parla di cinquanta fontane e 250 zampilli. Il numero preciso dipende da che cosa si conta come fontana.
Le fontane di Villa d'Este funzionano con pompe?
No. Tutto scende per gravità dall'acqua dell'Aniene deviata sotto Tivoli in una galleria di circa seicento metri, come nel Cinquecento.
Che differenza c'è fra Villa d'Este e Villa Adriana?
Villa d'Este è un giardino rinascimentale del Cinquecento con un palazzo, Villa Adriana è la residenza in rovina dell'imperatore Adriano del II secolo, cinque chilometri più in basso. Sono due visite diverse, di tre ore ciascuna.
Conviene il VILLAE Pass per Villa d'Este?
Sì, se in 72 ore si vedono anche Villa Adriana e il Santuario di Ercole: costa 30 euro (4 euro per i 18-25).
Villa d'Este e Villa Gregoriana sono la stessa cosa?
No. Villa Gregoriana è il parco naturale con la grande cascata dell'Aniene sull'altro lato di Tivoli, gestito dal FAI; Villa d'Este è il giardino delle fontane.
Chi ha costruito Villa d'Este?
Il cardinale Ippolito II d'Este la fece costruire fra il 1560 e il 1572 su progetto di Pirro Ligorio, con Alberto Galvani per il palazzo e gli ingegneri idraulici Tommaso Chiruchi e Claude Venard.
Perché Villa d'Este è Patrimonio UNESCO?
Perché è il modello compiuto del giardino rinascimentale delle meraviglie, con un impianto idraulico a gravità che ha ispirato i giardini d'Europa; l'iscrizione è del 2001.
Qual è la fontana più bella di Villa d'Este?
Per la scenografia Nettuno, per l'invenzione la Rometta, per la fotografia le Cento Fontane, per il silenzio l'Ovato. La nostra è l'Ovato.
Si può visitare Villa d'Este di sera?
Solo nelle aperture serali straordinarie che l'ente annuncia sul proprio sito in alcune stagioni.
Quanto dista Villa d'Este da Roma?
Circa 30 chilometri; in auto da 40 minuti a un'ora secondo il traffico sulla Tiburtina o sull'A24, in treno un'ora circa.
A Villa d'Este vale una sola regola: chi la percorre in fretta se ne va con qualche fotografia e chi le concede tre ore se ne va con un'idea di che cosa fosse il Rinascimento. Il giardino è un ragionamento sull'acqua e sul potere scritto su un pendio, e si legge una terrazza alla volta. Scendete in fretta, risalite piano, e state davanti all'organo alle 10.30.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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