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Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese — l’installazione di Saâdane Afif

Evento concluso · si è chiuso il 20 Settembre 2026. Guarda gli eventi in programma a Roma →

In breve. A Villa Borghese, la Loggia dei Vini ospita “Lavinia, quinto gusto pistacchio e lampone”: dal 12 giugno al 20 settembre 2026, un’installazione e una performance dell’artista francese Saâdane Afif, quinta tappa del progetto Lavinia.

A Villa Borghese, la Loggia dei Vini ospita “Lavinia, quinto gusto pistacchio e lampone”: dal 12 giugno al 20 settembre 2026, un’installazione e una performance dell’artista francese Saâdane Afif, quinta tappa del progetto Lavinia. Siamo al 12 settembre: mancano otto giorni alla chiusura, quindi se vuoi vederla il tempo si conta ormai sulle dita di due mani.

Villa Borghese, Roma
Villa Borghese, Roma. Foto: Lalupa, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

Partiamo da una cosa fondamentale su Villa Borghese: il parco non è un posto solo, è una collezione di posti. Ci sono le zone che conoscono tutti, il laghetto con le barche, il tempietto di Esculapio, il piazzale dove i turisti noleggiano i risciò e poi si accorgono che le salite esistono. E poi ci sono le architetture minori, quelle che passi accanto senza vederle perché il verde le assorbe. La Loggia dei Vini appartiene alla seconda categoria. È un padiglione secentesco, basso, aperto, con una scansione ad arcate che sembra pensata per farci entrare l’aria e poco altro. Di solito ci passi davanti, magari ti fermi due secondi a leggere una targa e riparti. Quest’estate invece è diventata il contenitore di un lavoro d’arte contemporanea, e la differenza si sente appena arrivi.

“Lavinia, quinto gusto pistacchio e lampone” è il titolo, e già il titolo ti mette in guardia sul fatto che qui non si scherza con la solennità. Saâdane Afif lavora da sempre sul linguaggio, sulla circolazione delle parole, su quello che succede quando un’opera viene raccontata, cantata, tradotta, riscritta da altri. Non è un artista che ti mette davanti un oggetto e ti dice ammiralo. Ti mette davanti un dispositivo e ti lascia capire da solo che il dispositivo ti sta guardando anche lui. Dentro una loggia costruita quattrocento anni fa per rinfrescare il vino dei banchetti di un cardinale, la cosa acquista un sapore particolare, e non uso la parola sapore a caso visto che il titolo parla di gusti.

Nei prossimi paragrafi ti racconto per bene dove si trova questa loggia, perché è stata costruita, che cosa ci vedi dentro adesso, come ci arrivi senza girare a vuoto mezz’ora, dove ti metti per fare la foto che non viene male, e chi è passato di qui nei secoli. Metto le mani avanti su una cosa: le informazioni pratiche sull’accesso e sugli orari della performance le verifico sempre sul sito ufficiale prima di muovermi, perché in un parco pubblico le aperture cambiano con il meteo e con il calendario degli eventi.

Dove si trova esattamente la Loggia dei Vini

La Loggia dei Vini si trova nel settore storico di Villa Borghese, quello che gravita intorno al Casino Nobile e a Piazza di Siena. Se arrivi dall’ingresso del Pincio o da Porta Pinciana, cammini verso est tenendo la parte alberata sulla sinistra e prima o poi ti ritrovi nell’area dei viali larghi, quelli dove il ghiaietto scricchiola e i pini domestici fanno quell’ombra a ombrello che è il marchio di fabbrica romano. La loggia si affaccia su uno spiazzo verde, leggermente ribassato rispetto al viale, e questo la rende invisibile finché non ci sei praticamente davanti.

Il punto di riferimento più onesto che posso darti è Piazza di Siena, l’ovale erboso dove a maggio si corre il concorso ippico internazionale. Dalla piazza, tenendo il lato verso il Casino Nobile, la loggia è a pochissimi passi. Un altro riferimento utile è il giardino segreto, cioè il sistema di giardini murati addossati al palazzo della Galleria Borghese: se hai presente quelli, sei nella zona giusta. Trovi una scheda dedicata a giardini segreti di Villa Borghese e una a Villa Borghese nel suo insieme, e ti consiglio di leggerle perché il parco merita più di una visita mordi e fuggi.

Il dettaglio curioso è che la loggia è visibile da lontano solo di sbieco. Il fronte principale, quello con le tre arcate, si apre verso il prato, mentre i lati sono chiusi e mimetizzati dal verde. Chi arriva dal viale sbagliato la vede di spalle e pensa che sia un muro di contenimento. È un errore comune, anche tra chi ha la mappa aperta sul telefono.

Quando puoi vederla e quanto tempo resta

L’installazione è aperta dal 12 giugno al 20 settembre 2026. Oggi è il 12 settembre, quindi siamo entrati nell’ultima settimana piena. Chiude domenica 20. Questo significa che se hai in mente di andarci il prossimo fine settimana sei ancora in tempo, ma se rimandi al successivo trovi la loggia vuota e il prato al suo posto. Lo scrivo chiaro perché le mostre nei parchi hanno una caratteristica crudele: non lasciano tracce. Finita l’installazione, non resta nemmeno il cartellone stinto sulla parete a ricordarti che ci sei arrivato tardi.

Sulle modalità di accesso, sugli orari della performance e su eventuali prenotazioni conviene consultare il sito ufficiale dell’iniziativa prima di uscire di casa. Il parco è pubblico e gli spazi aperti si attraversano liberamente, ma un intervento artistico con una componente performativa ha quasi sempre delle finestre orarie proprie, e non è detto che coincidano con l’orario del parco. La regola è banale: controllare il giorno stesso, non due settimane prima.

Settembre a Roma, poi, ha un vantaggio che a luglio non esiste. La luce si è addolcita, il caldo delle quattordici non ti costringe più a cercare un albero come se fosse un rifugio antiaereo, e il parco si ripopola di romani invece che di soli visitatori stranieri. È la stagione in cui Villa Borghese torna a essere un giardino di quartiere allargato, e una mostra dentro un padiglione secentesco funziona molto meglio che ad agosto.

Che cosa è la Loggia dei Vini, in due parole serie

La loggia nasce nel primo Seicento, quando il cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, mette insieme una serie di vigne e orti sul Pincio per farne la villa suburbana più ambiziosa della Roma del tempo. Il cantiere parte intorno al 1606 e va avanti per anni. Il progetto del Casino Nobile, oggi sede della Galleria Borghese, si deve a Flaminio Ponzio, e dopo la sua morte nel 1613 il lavoro passa a Giovanni Vasanzio, cioè Jan van Santen, un olandese naturalizzato romano che a Roma ha lasciato più di quanto la sua fama lasci intendere. Le piccole architetture sparse per la villa appartengono a questa stagione, e la Loggia dei Vini è tra le più riuscite.

Il nome non è decorativo. La loggia serviva davvero per il vino e per i rinfreschi. Le ville romane del Seicento erano macchine per ricevere, e ricevere significava organizzare banchetti all’aperto in cui la temperatura delle bevande contava quanto la qualità della conversazione. Un padiglione aperto, con acqua corrente e nicchie in ombra, era il frigorifero e la sala da pranzo insieme. Da qui il nome con cui ci è arrivata, e da qui anche la sua forma: tre arcate sul fronte, un invaso poco profondo, la copertura bassa, tutto pensato perché l’aria passasse e il sole no.

Dentro, la decorazione è a grottesche, quel repertorio di tralci, creature ibride, festoni e riquadri che il Rinascimento aveva riscoperto negli ambienti sepolti della Domus Aurea e che nel Seicento era ormai una lingua franca del decoro di villa. Le grottesche hanno un pregio enorme per un posto come questo: non raccontano una storia che devi decifrare, creano un ambiente. Sono tappezzeria colta. E quando ci metti dentro un intervento contemporaneo, funzionano da fondale invece che da concorrenza.

Nei secoli la loggia ha attraversato quello che attraversano tutte le architetture minori dei parchi: periodi di cura, periodi di abbandono, rimaneggiamenti, restauri. Villa Borghese passa allo Stato italiano nel 1901 e al Comune di Roma nel 1903, e da quel momento il parco diventa il giardino pubblico più frequentato della città. Frequentato significa anche consumato. Gli interventi di restauro sulle strutture storiche del parco si sono susseguiti nel Novecento e sono proseguiti in tempi recenti, ed è grazie a questi che oggi puoi guardare la loggia senza dover immaginare troppo.

Una curiosità su Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese — l’installazione di Saâdane Afif

La curiosità più bella riguarda il rapporto tra il titolo e il luogo, e si regge su una coincidenza che difficilmente è del tutto casuale. Il titolo parla di gusti: pistacchio e lampone. È un lessico da gelateria, familiare fino alla banalità, e messo in un contesto d’arte contemporanea suona come uno scherzo. Solo che la loggia in cui l’opera si trova è nata proprio per una funzione legata al gusto, nel senso più fisico del termine. Era il posto dove si portavano le bevande al fresco e dove si consumavano i rinfreschi. Un padiglione dedicato al piacere della bocca che dopo quattro secoli ospita un’opera che prende il nome da due gusti di gelato è una coincidenza che vale il viaggio.

C’è poi la questione del numero. “Quinto gusto”, e la tappa del progetto Lavinia è la quinta. La numerazione è dichiarata, quindi qui non sto interpretando niente: il titolo contiene un contatore. Afif è un artista che lavora spesso per serie, per accumulazione, per varianti successive di uno stesso nucleo, e mettere il numero nel titolo è un modo elegante di dirti che quello che vedi è un frammento di una cosa più lunga. Non è un’opera conclusa, è un episodio. La differenza è la stessa che passa tra un romanzo e una puntata.

La terza curiosità è di tipo linguistico e riguarda il nome Lavinia. In Italia è un nome proprio femminile diffusissimo, e a orecchio italiano suona semplicemente come un nome di persona. Ma Lavinia è anche un nome che pesa parecchio nella tradizione latina, perché è il nome della figlia del re Latino che nell’Eneide diventa moglie di Enea, e la città di Lavinio prende nome da lei. Nel Lazio è toponimo prima ancora che nome di battesimo: Lavinium, Pratica di Mare, la costa a sud di Roma. Un artista francese che porta a Roma un progetto intitolato Lavinia sceglie una parola che da queste parti ha una risonanza che altrove non avrebbe. Se sia una scelta consapevole non lo so con certezza, ma l’effetto sul pubblico romano è quello.

Aggiungo una quarta cosa, meno raffinata ma vera. La loggia è uno dei pochi punti di Villa Borghese dove l’acustica cambia in modo percepibile. Le arcate raccolgono il suono e lo restituiscono con un minimo di riverbero, e dato che Afif lavora molto con il suono e con il testo cantato, il posto non è stato scelto a caso. Provaci: fermati sotto l’arcata centrale e parla a voce normale. Poi fai due passi indietro sul prato e riparla. Sentirai la differenza senza bisogno di strumenti.

Chi è Saâdane Afif e perché il suo lavoro spiazza

Saâdane Afif è nato nel 1970 a Vendôme, in Francia, e vive e lavora a Berlino. Nel 2009 ha vinto il Prix Marcel Duchamp, che in Francia è il riconoscimento più visibile per un artista contemporaneo e che, nel suo caso, è particolarmente appropriato: pochi artisti della sua generazione hanno preso sul serio l’eredità di Duchamp quanto lui, e non nel senso dell’oggetto trovato ma nel senso del gioco linguistico, dello spostamento di contesto, della firma come gesto.

Il nucleo del suo metodo, quello che ritorna da vent’anni, è la delega. Afif produce un’opera, poi chiede ad altri di scriverne. Testi, testi di canzoni soprattutto, che diventano a loro volta oggetti esposti, e che a loro volta generano partiture, esecuzioni, registrazioni, manifesti. L’opera originale a un certo punto smette di essere il centro e diventa il pretesto. Quello che vedi in mostra spesso è la coda del processo, non la testa. È una pratica che chiede al visitatore di accettare una cosa scomoda: che l’oggetto davanti a te non è necessariamente il punto.

Per questo dico che il suo lavoro spiazza. Chi entra in una mostra aspettandosi il quadro, la scultura, il pezzo forte da fotografare, rischia di uscire con la sensazione di non aver capito. Chi invece entra disposto a leggere, ad ascoltare, a stare fermo cinque minuti in più del necessario, esce con qualcosa. Non è una questione di preparazione accademica, è una questione di velocità. Afif chiede di rallentare.

Un altro filone noto del suo lavoro è l’archivio. Ha costruito nel tempo raccolte di materiali a stampa, pagine strappate da riviste, documenti, che espone come insiemi. Anche qui il principio è lo stesso: l’accumulazione di riproduzioni di una cosa dice più della cosa. In un’epoca in cui tutti abbiamo in tasca un dispositivo che produce immagini a getto continuo, è un’idea che invecchia bene.

Una cosa che non ti dice nessuno su Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese — l’installazione di Saâdane Afif

La cosa che non ti dice nessuno è che questa non è una mostra da visitare, è una mostra da attraversare. La differenza sembra sottile e invece cambia tutto. Una mostra da visitare ha un ingresso, un percorso, un’uscita, e tu la consumi in un tempo definito. Un intervento dentro un padiglione aperto in mezzo a un parco pubblico non ha niente di tutto questo. Non c’è una biglietteria che ti dà il ritmo, non c’è un guardiano che ti fa capire quando hai finito. Ci sei dentro e sei anche fuori, contemporaneamente, perché alle tue spalle continuano a passare i corridori, i passeggini, i ragazzini in bicicletta e i cani.

Questo produce un effetto che nessuna guida ti anticipa: il rumore di fondo fa parte dell’opera che vuoi o no. Se arrivi alle undici di un sabato, il tuo ascolto sarà mediato da una partita di pallone improvvisata a venti metri. Se arrivi alle nove di un martedì, sarà mediato dagli uccelli e da un tizio che rastrella le foglie. Non è un difetto dell’allestimento, è la condizione fisica del posto. E dato che Afif lavora sul suono, quel rumore di fondo non è neutro: entra.

La seconda cosa che nessuno scrive è che la Loggia dei Vini è un edificio scomodo da usare per l’arte contemporanea, e chi ci lavora lo sa benissimo. È basso, è aperto su un lato, ha superfici storiche che non si possono toccare, non ha pareti libere dove appendere e non ha controllo climatico. Qualunque cosa ci metti dentro deve fare i conti con l’umidità, con la luce che cambia dall’alba al tramonto e con il fatto che di notte lì dentro ci può entrare chiunque. Un curatore che sceglie questo spazio lo sceglie apposta, accettando tutti i vincoli. E infatti gli interventi che funzionano qui sono quelli che usano il vincolo come materiale.

Terza cosa. C’è un equivoco diffuso su Villa Borghese, e riguarda la parola gratis. Il parco è pubblico e camminarci non costa niente, e da questo molti deducono che tutto quello che contiene sia liberamente accessibile. Non è così. Dentro il perimetro del parco convivono musei a pagamento, spazi gestiti da enti diversi, strutture con orari propri e aree che si aprono solo in occasione di eventi. La Galleria Borghese ha ingressi contingentati e prenotazione obbligatoria, il Bioparco di Roma ha il suo biglietto, il Museo Carlo Bilotti ha le sue regole, il Museo Etrusco di Villa Giulia è un’altra cosa ancora. Dare per scontato che un padiglione dentro il parco sia sempre aperto perché il parco è aperto è il modo più rapido per fare un viaggio a vuoto.

Quarta cosa, e qui parlo da persona che il parco lo frequenta tutto l’anno: la Loggia dei Vini è uno dei posti di Villa Borghese con la migliore resa acustica e la peggiore segnaletica. Le due cose insieme creano una situazione curiosa, per cui capita di sentire qualcosa prima di aver capito da dove arriva. Durante il periodo dell’installazione capitava di vedere persone fermarsi in mezzo al viale, girare la testa, e solo dopo una decina di secondi individuare la loggia. È un modo di scoprire un’opera che non si progetta, e che vale più di qualunque cartello.

Il progetto Lavinia e la logica delle tappe

Lavinia è un progetto a tappe, e questa alla Loggia dei Vini è la quinta. Sul contenuto delle quattro precedenti non entro nel merito, perché non voglio raccontarti episodi che non posso confermare riga per riga. Quello che posso dirti riguarda la logica generale di un lavoro costruito così, che è una logica che vale per Afif come per altri artisti che procedono per serie.

Un progetto a tappe funziona come un tema con variazioni. Esiste un nucleo, un’idea, una forma, un nome, e a ogni nuova occasione quell’idea viene riformulata in rapporto a un luogo e a un momento. La tappa non è la ripetizione della precedente, è la risposta locale alla stessa domanda. Per il visitatore questo comporta una cosa importante: non serve aver visto le tappe precedenti per capire questa. Anzi, il progetto è costruito proprio perché ogni episodio regga da solo. Se le hai viste tutte guadagni un livello di lettura in più, se non le hai viste non perdi il senso.

La numerazione nel titolo ha però un effetto psicologico interessante. Ti dice che sei arrivato a metà di una conversazione. È lo stesso effetto che fa entrare in una stanza dove le persone parlano da un’ora: per qualche secondo ti senti fuori, poi trovi il filo. Molti artisti evitano questa sensazione perché temono di allontanare il pubblico. Afif la cerca.

Il richiamo al gusto, poi, dà al progetto un registro che tiene lontana la solennità. Chiamare una tappa “quinto gusto pistacchio e lampone” significa collocarla in una scala di scelte quotidiane, quella del banco della gelateria, dove nessuno si sente inadeguato e tutti sanno decidere. È un modo di abbassare la soglia di accesso senza abbassare il livello del lavoro, e su questo terreno l’arte contemporanea italiana ha spesso qualcosa da imparare.

Il consiglio che ti do per visitare Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese — l’installazione di Saâdane Afif

Il consiglio principale è uno solo: vacci di mattina presto, e vacci a piedi partendo da fuori il parco. Ti spiego il perché di entrambe le cose.

Di mattina presto, diciamo tra le otto e le dieci, Villa Borghese è di un’altra città. Il ghiaietto è ancora bagnato, i viali sono percorsi da gente che corre e da gente che porta il cane, i pullman turistici non hanno ancora scaricato niente, e la luce entra tra i pini con un’inclinazione che rende tutto più leggibile. La Loggia dei Vini, che si apre verso lo spiazzo, prende la luce del mattino in pieno sul fronte e questo ti permette di vedere le arcate e la decorazione senza il contrasto violentissimo che si ha a mezzogiorno. Nel pomeriggio, invece, il fronte va in ombra e l’interno diventa un buco nero rispetto al prato illuminato. Se hai una sola occasione, usala di mattina.

A piedi partendo da fuori, perché Villa Borghese va guadagnata. Se arrivi in taxi al parcheggio più vicino e fai trenta metri, ti perdi il fatto che questo parco è la testa di un sistema urbano che comincia in basso, in città, e sale. Le salite da Piazza di Spagna al Pincio, o la rampa dal Muro Torto, o la risalita da Porta Pinciana, sono parte dell’esperienza. Ti mettono nella condizione mentale giusta, che è quella di chi è appena uscito dal traffico e ha scoperto che a duecento metri dal traffico c’è il silenzio. Le schede di Piazza di Spagna, Pincio e Piazza del Popolo ti danno le tre porte d’ingresso più belle.

Secondo consiglio: metti in conto almeno due ore per l’intera uscita, di cui venti minuti buoni alla loggia. Venti minuti sembrano tanti per un padiglione con tre arcate, e invece sono il minimo sindacale per un lavoro che chiede ascolto. Se ci passi cinque minuti hai visto un edificio antico con dentro qualcosa. Se ci resti venti, cominci a notare come il suono cambia spostandoti, come la luce si muove sulle grottesche, come reagiscono le persone che arrivano dopo di te. Quest’ultima è la parte più divertente: guardare chi entra è metà dello spettacolo.

Terzo consiglio, pratico e noioso ma decisivo: scarpe comode e borraccia. Villa Borghese è grande, ottanta ettari abbondanti, e le distanze interne ingannano perché sulla mappa sembrano brevi. Le fontanelle nel parco ci sono e funzionano, ma non sono a ogni angolo. A settembre, con venticinque gradi e il sole di mezzogiorno, una passeggiata lunga senza acqua diventa una prova di carattere non richiesta.

Quarto consiglio: non provare a incastrare la Galleria Borghese nella stessa mattinata a meno che tu non abbia già la prenotazione in mano. La Galleria funziona a slot orari rigidi e con numeri chiusi, e improvvisare significa quasi sempre restare fuori. Se hai lo slot, perfetto, perché la sequenza è meravigliosa: esci dal Bernini e dal Caravaggio, cammini due minuti, e ti ritrovi davanti a un intervento contemporaneo. Il salto di quattro secoli in centoventi secondi è una delle cose che Roma sa fare meglio di qualsiasi altra città. La scheda della Galleria Borghese ti spiega come funzionano gli ingressi.

Quinto consiglio, per chi viene con bambini: il parco gioca a tuo favore. Tra il laghetto con le barche, il cinema per bambini, l’area del Bioparco e gli spazi aperti dove si può correre senza che nessuno dica niente, la sosta alla loggia diventa una tappa dentro una giornata che funziona comunque. Un’installazione sonora in un padiglione aperto è anche, molto concretamente, un posto dove i bambini possono parlare a voce alta senza che tu debba zittirli ogni dieci secondi. Non è poco.

Come arrivarci senza girare a vuoto

Villa Borghese ha molti ingressi e nessuno di questi è ovvio se non ci sei mai stato. Eccone quattro, in ordine di comodità rispetto alla Loggia dei Vini.

Il primo è Porta Pinciana, in cima a via Vittorio Veneto. È l’ingresso più rapido se arrivi dal centro con l’autobus o se scendi alla metro di Barberini e ti fai la salita. Da qui entri direttamente nella parte storica del parco e in dieci minuti di cammino tranquillo sei nella zona di Piazza di Siena. Questo è il percorso che consiglio a chi ha poco tempo.

Il secondo è il Pincio, cioè la terrazza sopra Piazza del Popolo. Si sale con la rampa dalla piazza oppure dalla scalinata di Trinità dei Monti passando per il viale panoramico. È il più bello dei quattro, perché arrivi alla loggia dopo aver attraversato tutto il giardino del Pincio e il piano del Casino dell’Orologio, con il panorama sulla città alle spalle. Ci metti venti minuti buoni, ma sono venti minuti che valgono. La scheda di Trinità dei Monti è utile se vuoi impostare la salita da quella parte.

Il terzo è l’ingresso di viale delle Belle Arti, dal lato di Valle Giulia. Da qui sei vicinissimo alla Galleria Nazionale e al Museo Etrusco, e la risalita verso la zona di Piazza di Siena ti fa attraversare la parte più boscosa del parco. È la scelta giusta se vuoi combinare la loggia con un museo grande nella stessa giornata.

Il quarto è l’ingresso di piazzale Flaminio, il più comodo se arrivi in treno o con la metro alla stazione Flaminio. Da lì si sale al Pincio e si prosegue. È anche l’ingresso da cui passano quasi tutti i gruppi organizzati, quindi in alta stagione è il più affollato.

Un avvertimento sul navigatore: dentro il parco i satellitari fanno confusione perché i viali sono tanti, spesso senza nome riconoscibile, e la copertura sotto i pini non è sempre pulita. Se il telefono ti manda in un vialetto cieco, non insistere. Torna sul viale largo, cerca Piazza di Siena come riferimento e riparti da lì. Il metodo analogico, in questo parco, batte quello digitale nove volte su dieci.

Sull’auto ti dico solo che parcheggiare nella zona è un esercizio di ottimismo. Ci sono aree di sosta a pagamento nel parco e intorno, ma nei fine settimana di bella stagione si riempiono presto. Il trasporto pubblico, per una volta, è davvero l’opzione più sensata.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: Villa Borghese è stata concepita fin dall’origine come un luogo aperto al pubblico, e non come un giardino privato blindato. Lo sanno in molti, ma quasi nessuno lo cita quando racconta il parco, e invece è la chiave per capire perché oggi ci si possa fare dentro una mostra d’arte contemporanea senza che la cosa stoni.

Scipione Borghese non costruì la villa per starci da solo. La costruì per mostrarla. Era il cardinale nipote, l’uomo che gestiva il potere di Paolo V, ed era anche uno dei più formidabili collezionisti che Roma abbia mai avuto: Bernini giovane lavora per lui, Caravaggio entra nelle sue raccolte, l’antico e il moderno convivono nelle stesse stanze. Una collezione simile ha senso solo se qualcuno la vede. Da qui l’apertura, regolata ma reale, a visitatori, forestieri, artisti, eruditi. Sui cancelli della villa era esposto un testo che invitava i visitatori a entrare e a comportarsi da persone civili, formulato come un editto ironico che concedeva la libertà del luogo a chi non ne avesse abusato. È un documento che vale più di mille pagine di storia della committenza, perché ti fa capire lo spirito.

Questa vocazione pubblica attraversa tutta la vicenda della villa. Nel Settecento, sotto Marcantonio IV Borghese, il parco viene ridisegnato in chiave paesaggistica da Antonio Asprucci e dal figlio Mario, con l’inserimento dei finti templi, del Giardino del Lago, del tempietto di Esculapio sull’isoletta, delle finte rovine e dei padiglioni sparsi. Nell’Ottocento diventa uno dei luoghi obbligati del viaggio in Italia. Nel 1901 lo Stato lo acquista, nel 1903 lo consegna al Comune di Roma e da quel momento è ufficialmente un parco cittadino.

Il punto è questo: quando oggi una istituzione porta un artista contemporaneo dentro la Loggia dei Vini, non sta forzando la destinazione del luogo. Sta facendo esattamente quello per cui il luogo era nato, cioè esibire qualcosa di nuovo a un pubblico eterogeneo, in un contesto di piacere e di passeggio. La Roma dei cardinali collezionisti e la Roma dei festival estivi si somigliano più di quanto sia comodo ammettere.

C’è un corollario pratico, ed è che il parco continua a essere prima di tutto un luogo d’uso. Mentre guardi l’opera, accanto a te qualcuno fa stretching, una famiglia apre un telo, due studenti ripassano ad alta voce. Chi viene da un museo tradizionale può trovare la cosa fastidiosa. È proprio il motivo per cui vale la pena venire. Un’opera che regge in queste condizioni è un’opera che regge davvero.

Le architetture minori del parco, e perché vale la pena cercarle

La Loggia dei Vini appartiene a una famiglia di piccole costruzioni che punteggiano Villa Borghese e che, messe insieme, raccontano tre secoli di gusto. Ecco quelle che meritano una deviazione nella stessa uscita, così la giornata acquista una forma.

Il tempietto di Esculapio sul laghetto è il pezzo più fotografato e per una volta la fama è meritata. Costruito alla fine del Settecento nel contesto della riforma paesaggistica degli Asprucci, si specchia nell’acqua ed è il punto in cui il parco smette di essere un giardino e diventa una scenografia. Le barche a remi che si noleggiano lì sotto sono una delle poche attrazioni turistiche romane che nessuno definisce una fregatura.

La Casina dell’Orologio, la Fortezzuola, l’Aranciera che oggi ospita il Museo Carlo Bilotti, la Casina delle Rose che è la sede della Casa del Cinema: ognuna di queste è un piccolo capitolo. L’Aranciera in particolare è interessante per chi viene a vedere l’installazione, perché è l’altro luogo del parco dove il contemporaneo entra in un contenitore storico. Se vuoi capire come Roma mette l’arte di oggi dentro contenitori di ieri, questi due posti nella stessa mattinata sono una lezione completa.

La Casa del Cinema merita un discorso a parte, soprattutto d’estate, quando lo spazio esterno ospita proiezioni all’aperto. Vale la pena tenere a portata la scheda della Casa del Cinema a Villa Borghese e quella dell’arena estiva del Teatro Ettore Scola, perché combinare un pomeriggio alla loggia con una proiezione serale è il modo migliore di chiudere una giornata di settembre.

C’è poi il Globe Theatre, la riproduzione in legno del teatro elisabettiano voluta da Gigi Proietti, che nel parco è un corpo estraneo perfettamente riuscito. E ci sono i giardini segreti addossati al Casino Nobile, riaperti dopo un lungo lavoro di ripristino, che sono il posto giusto per capire come funzionava davvero un giardino di villa nel Seicento, fatto di aiuole regolari, agrumi in vaso e piante rare.

La foto giusta da fare a Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese — l’installazione di Saâdane Afif

Ti dico subito qual è la foto che non funziona, così ci togliamo il pensiero: quella frontale, centrata, fatta da tre metri con il telefono in verticale. Viene un rettangolo scuro dentro un rettangolo chiaro, la decorazione interna sparisce nel nero e le proporzioni dell’edificio si appiattiscono. È la foto che fanno tutti e che nessuno riguarda.

La foto giusta è una sola e la ottieni indietreggiando. Mettiti sul prato, a una quindicina di metri dal fronte, leggermente decentrato rispetto all’arcata di mezzo, diciamo di un paio di metri sulla destra o sulla sinistra. Da lì ottieni tre cose insieme: la successione delle arcate che si scala in prospettiva e restituisce la profondità dell’invaso, una porzione di prato in primo piano che dà la scala del padiglione, e la massa dei pini che chiude la composizione in alto. La loggia smette di essere una facciata e torna a essere un edificio dentro un giardino, che è quello che è.

Sull’orario non ci sono dubbi: prima mattina. Tra le otto e le dieci il sole illumina il fronte in modo radente e la cornice interna si legge senza bisogno di alzare le ombre in post produzione. Il secondo momento buono è l’ora che precede il tramonto, quando la luce diventa calda e i pini proiettano ombre lunghe sul prato che danno struttura all’immagine. Il momento peggiore è tra le dodici e le quindici, quando il sole a picco appiattisce tutto e crea un contrasto che nessun telefono gestisce bene.

Se ti interessa l’opera e non l’architettura, il consiglio cambia. Entra sotto l’arcata, appoggia il telefono a un’altezza bassa, all’altezza della vita, e fotografa verso l’esterno invece che verso l’interno. Ottieni il controluce delle arcate con il prato e i pini che fanno da fondo luminoso, e l’opera che si staglia in ombra in primo piano. È la foto che racconta la relazione tra l’installazione e il parco, che poi è il punto di tutta l’operazione. Nessuno la fa, ed è un peccato.

Un accorgimento tecnico che vale sempre a Villa Borghese: pulisci l’obiettivo. Il ghiaietto dei viali alza una polvere finissima che si deposita ovunque, e a fine mattinata il vetrino della fotocamera del telefono è velato. Una passata sulla maglietta e il contrasto migliora del venti per cento senza toccare un cursore.

Sul rispetto degli altri visitatori, due parole. Se c’è una performance in corso, la macchina fotografica va messa via. Non per ragioni di regolamento, che comunque possono esistere, ma perché il lavoro di Afif è fatto di ascolto e la presenza di una decina di telefoni sollevati cambia la temperatura della stanza. Capita che una performance venga rovinata da questo, e non è mai colpa di una persona sola: è l’effetto valanga. Aspetta la fine, poi fotografa quello che resta.

Ultima nota: il flash non serve e non aiuta. Sotto le arcate la luce naturale è abbondante anche a occhio nudo, e un flash frontale su una parete decorata restituisce un piatto slavato con un buco bianco al centro. Se proprio ti serve più luce, appoggia il telefono a un parapetto e allunga il tempo. Un padiglione secentesco ha il grande pregio di stare fermo.

Che cosa vedere subito dopo, se hai ancora mezza giornata

Una visita alla loggia dura poco per definizione. Ti lascio quattro incastri che funzionano, tutti raggiungibili a piedi o con una tratta breve.

Il primo è il classico: Galleria Borghese al mattino con slot prenotato, loggia subito dopo, pranzo leggero e discesa al Pincio per il tramonto. Il contrasto tra le sale del Casino Nobile e il padiglione aperto è la cosa più istruttiva che puoi fare in questo parco.

Il secondo è quello dei musei di Valle Giulia: dalla loggia scendi verso viale delle Belle Arti e ti trovi tra la Galleria Nazionale e il Museo Etrusco di Villa Giulia. È l’itinerario per chi vuole una giornata densa, e per chi ha voglia di vedere come la stessa città racconta gli etruschi, l’Ottocento e il presente a duecento metri di distanza.

Il terzo è quello leggero: loggia, laghetto, barca a remi, gelato, uscita dal Pincio e discesa a Piazza del Popolo. Funziona con chiunque, compresi i parenti in visita che non vogliono sentir parlare di arte contemporanea.

Il quarto è per chi resta in zona la sera: loggia nel tardo pomeriggio, aperitivo nella zona di via Veneto o al Flaminio, e poi una delle rassegne all’aperto che a settembre sono ancora in corso. Se vuoi restare in tema di arte contemporanea, il MACRO e il MAXXI sono i due riferimenti romani, e il secondo è raggiungibile dal Flaminio in pochi minuti.

Se invece vuoi restare sul tema francese a Roma, Villa Medici, Accademia di Francia è a meno di un quarto d’ora a piedi dalla parte alta del Pincio ed è il luogo che da quattro secoli tiene insieme la cultura francese e quella romana. Vedere un artista francese alla Loggia dei Vini e poi camminare fino alla villa che ospita i borsisti dell’Accademia è un percorso che ha una sua logica precisa.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Villa Borghese non è un luogo di grandi battaglie né di congiure celebri, ed è bene dirlo subito per non gonfiare la storia. È però stata al centro di vicende che hanno cambiato il modo in cui Roma guarda sé stessa, e alcune di queste sono passate proprio per il settore in cui si trova la loggia.

Il primo avvenimento è la nascita stessa della villa, tra il 1606 e gli anni Venti del Seicento. Non è un dettaglio burocratico: l’acquisizione sistematica di vigne sul Pincio da parte di Scipione Borghese, l’impianto dei viali, la costruzione del Casino Nobile e dei padiglioni minori hanno creato un modello che tutta l’Europa ha poi copiato. La villa suburbana romana con collezione aperta ai visitatori è un’invenzione di questi anni, e i giardini principeschi di mezzo continente ne discendono. Flaminio Ponzio guida il cantiere fino alla morte nel 1613, poi subentra Giovanni Vasanzio, ed è nella sua stagione che le piccole architetture prendono la forma che conosciamo.

Il secondo avvenimento è la grande riforma paesaggistica di fine Settecento, promossa da Marcantonio IV Borghese e realizzata da Antonio Asprucci con il figlio Mario. È il momento in cui il giardino formale italiano cede il passo al parco all’inglese, con percorsi sinuosi, viste costruite, finte rovine e templi. Il Giardino del Lago con il tempietto di Esculapio nasce allora. Per la Loggia dei Vini questo significa passare da elemento funzionale di un sistema di banchetti a episodio pittoresco dentro una scenografia: la stessa architettura, un significato diverso.

Il terzo avvenimento è drammatico e riguarda le collezioni. Nel 1807 Camillo Borghese, che aveva sposato Paolina Bonaparte, cedette al cognato Napoleone una parte enorme delle antichità di casa Borghese. Quelle sculture oggi si vedono al Louvre e non a Roma. È una delle più grandi emorragie artistiche della storia della città, e ha cambiato per sempre il volto della collezione. Paolina, per inciso, resta nella villa sotto forma della Venere Vincitrice di Antonio Canova, che è tuttora uno dei pezzi più visitati della Galleria.

Il quarto avvenimento è il passaggio al pubblico. Nel 1901 lo Stato italiano acquista la villa, nel 1903 la cede al Comune di Roma. Da quel momento il parco è di tutti, con quello che ne consegue in termini di uso quotidiano, manutenzione e trasformazione. È la data che spiega perché oggi puoi attraversare a piedi, gratis e a qualunque ora ragionevole, un giardino nato per il nipote di un papa.

Il quinto avvenimento è l’Esposizione Internazionale del 1911, organizzata per il cinquantenario dell’Unità d’Italia. Nella zona di Valle Giulia, ai margini del parco, vennero costruiti i padiglioni nazionali. Alcuni erano temporanei e sparirono, altri restarono e cambiarono destinazione: il padiglione britannico, progettato da Edwin Lutyens, è oggi la sede della British School at Rome, e la stessa area ospita tuttora istituti culturali stranieri e accademie. È una delle ragioni per cui il bordo settentrionale di Villa Borghese è la zona di Roma con la maggiore concentrazione di istituzioni culturali internazionali.

Il sesto avvenimento è sportivo e mondano insieme: dal 1926 Piazza di Siena ospita il concorso ippico internazionale, che è uno degli appuntamenti più longevi del calendario cittadino. Per qualche giorno all’anno l’ovale erboso a due passi dalla loggia si riempie di tribune, e il parco cambia completamente ritmo. Se non ami la folla, maggio è il mese in cui evitare questa porzione di Villa Borghese.

Il settimo, infine, è il lungo capitolo dei restauri novecenteschi e contemporanei. Il parco ha subito decenni di pressione d’uso, e il recupero delle architetture minori, dei giardini segreti, delle fontane e degli apparati decorativi è un lavoro che va avanti da generazioni. La possibilità stessa di ospitare oggi un’installazione dentro la Loggia dei Vini dipende da questo lavoro, che è invisibile per definizione e che nessuno ringrazia mai.

Chi è passato da Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese — l’installazione di Saâdane Afif

Se la domanda è chi sia passato di qui, la risposta onesta va data su due piani. Il primo riguarda l’installazione di quest’estate, e riguarda un pubblico che in gran parte non ha nome: i romani che attraversano il parco per andare al lavoro, le famiglie della domenica, gli studenti dell’area di Valle Giulia, i turisti che hanno sbagliato viale e si sono ritrovati davanti a qualcosa che non avevano in programma. Le installazioni nei parchi hanno questo pubblico misto, che è poi il loro vero motivo di esistere. Chi entra in un museo ha già deciso di vedere arte; chi passa davanti a una loggia non ha deciso niente, e per questo la reazione è più sincera.

Il secondo piano è quello lungo, ed è la storia del luogo. Qui i nomi ci sono, e sono nomi grossi.

Il primo è Scipione Borghese, che questa villa l’ha voluta e pagata, e che è passato alla storia come uno dei più spregiudicati e geniali collezionisti della Roma barocca. È l’uomo che scopre e protegge Gian Lorenzo Bernini ragazzo, che gli commissiona i gruppi scultorei che oggi si vedono nel Casino Nobile, e che mette insieme un nucleo di Caravaggio che non ha eguali. Il ritratto che Bernini gli fece restituisce un uomo di potere colto in un momento di conversazione, ed è uno dei ritratti più vivi della storia della scultura.

Poi ci sono gli architetti. Flaminio Ponzio, romano di adozione e lombardo di origine, che imposta il cantiere. Giovanni Vasanzio, l’olandese Jan van Santen, che lo porta avanti e a cui si deve buona parte del carattere delle architetture minori della villa. E, un secolo e mezzo dopo, Antonio Asprucci e il figlio Mario, che riscrivono il parco in chiave paesaggistica e gli danno la forma che ancora oggi camminiamo.

Nell’Ottocento arrivano i viaggiatori, ed è qui che Villa Borghese entra nella letteratura europea. Goethe, durante il suo viaggio in Italia, frequenta la villa e ne parla nel resoconto che ha formato l’immaginario tedesco dell’Italia per due secoli. Stendhal, che a Roma passò lunghi periodi e che sulla città scrisse pagine tra le più acute e le più sbrigative mai messe insieme, la cita tra i luoghi della passeggiata romana. Nathaniel Hawthorne ambienta a Villa Borghese alcune delle scene più memorabili del suo romanzo romano, quello costruito intorno al fauno di Prassitele dei Musei Capitolini, e la descrizione che dà del parco resta una delle migliori che si possano leggere in inglese.

A fine secolo tocca a Gabriele D’Annunzio. Nel suo romanzo romano più noto, Villa Borghese è uno dei luoghi in cui si muove il protagonista, e la villa diventa scenografia di un mondo aristocratico e decadente che l’autore osservava e allo stesso tempo costruiva. Chiunque abbia letto quelle pagine e poi abbia camminato nel parco sa che il sovrapporsi delle due cose fa un effetto strano, perché il paesaggio è ancora lì.

Nel Novecento la villa entra nel cinema italiano, sia come sfondo sia come simbolo di una certa Roma borghese, e entra nella vita quotidiana di generazioni di romani che qui hanno imparato ad andare in bicicletta. Gigi Proietti ci ha costruito un teatro elisabettiano e lo ha diretto per anni, lasciando al parco una delle sue presenze più riconoscibili. Ed è passato di qui, in tempi recenti, un numero crescente di artisti contemporanei invitati a misurarsi con gli spazi storici del parco, in un dialogo che negli ultimi anni è diventato programmatico.

Saâdane Afif si inserisce in questa lista, ed è l’ultimo nome in ordine di tempo. Un artista francese nato nel 1970, formatosi in Francia, residente a Berlino, vincitore del Prix Marcel Duchamp nel 2009, che porta dentro un padiglione del cardinale Borghese un lavoro fatto di parole e di suono. Non credo che Scipione ne sarebbe stato scandalizzato. Era un uomo che sulle novità ci scommetteva, e che quando vide un ragazzo di vent’anni scolpire il marmo come se fosse carne decise di dargli tutto.

Qualche parola sul modo giusto di guardare un lavoro come questo

Ti lascio un metodo, non una interpretazione, perché l’interpretazione la devi fare tu e perché un intervento che vive anche di performance cambia da un giorno all’altro.

Primo: leggi il titolo e prendilo sul serio. Con Afif il titolo non è un’etichetta, è materiale dell’opera. “Quinto gusto pistacchio e lampone” ti dice che c’è una serie, che c’è una scelta tra opzioni, che c’è un registro leggero. Tienilo in testa mentre guardi, e vedrai che molte cose si allineano.

Secondo: ascolta prima di guardare. Chiudi gli occhi trenta secondi sotto l’arcata. È un esercizio che sembra una posa e invece funziona, soprattutto in un luogo dove il suono del parco e il suono dell’opera si mescolano. Quando riapri gli occhi, vedi cose diverse.

Terzo: cambia posizione almeno tre volte. Fronte, laterale, esterno. Un lavoro concepito per un padiglione aperto non ha un punto di vista privilegiato, e chi resta fermo davanti vede un terzo di quello che c’è.

Quarto: guarda gli altri. Nei luoghi pubblici il pubblico fa parte dell’opera, che l’artista lo abbia previsto o no. Come si dispongono le persone, dove si fermano, chi tira dritto, chi torna indietro: è tutta informazione.

Quinto: non pretendere di uscire con una conclusione. La maggior parte del lavoro di Afif si sedimenta dopo, e capita di capire una cosa tre giorni più tardi mentre fai altro. È una qualità, non un limite.

Il contorno pratico, in breve

Riassumo per punti quello che serve davvero. L’installazione è alla Loggia dei Vini, dentro Villa Borghese, nel settore vicino a Piazza di Siena. È aperta fino al 20 settembre 2026 e oggi è il 12, quindi il margine è di pochi giorni. Le modalità di accesso e gli orari della componente performativa vanno verificati sul sito ufficiale. Il parco è pubblico e gratuito, i musei al suo interno no. Gli ingressi più comodi sono Porta Pinciana e il Pincio. Il momento migliore della giornata è la prima mattina, sia per la luce sia per la calma. Venti minuti sul posto sono il minimo, due ore per l’intera uscita sono la misura giusta. Scarpe comode, acqua, obiettivo del telefono pulito.

Se stai organizzando una giornata più larga e vuoi mettere insieme parco, musei e una serata, il consiglio è di costruirla intorno a un solo appuntamento a orario fisso e lasciare tutto il resto libero. A Villa Borghese la fretta è il vero nemico: è un parco che si vendica di chi lo attraversa con il cronometro in mano.

Una raccomandazione finale sull’uso del luogo. La Loggia dei Vini è un edificio di quattro secoli fa, con superfici decorate che non tollerano contatto. Non appoggiarti alle pareti, non posare zaini sulle modanature, non usare le arcate come struttura per appendere niente. Sembrano avvertenze ovvie e invece, in un padiglione aperto senza sorveglianza continua, la tentazione di trattarlo come un gazebo è forte. Il fatto che quell’architettura sia arrivata fino a noi in condizioni leggibili dipende anche da come ci comportiamo noi che ci passiamo dentro.

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Domande frequenti su Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese, l'installazione di Saâdane Afif

Che cos'è Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese?

Lavinia è l'installazione dell'artista Saâdane Afif ospitata nella Loggia dei Vini di Villa Borghese a Roma. Il titolo gioca con un lessico legato al gusto, pistacchio e lampone, che richiama in modo non del tutto casuale la funzione originaria della loggia, storicamente legata al vino.

Dove si trova l'installazione Lavinia?

L'installazione Lavinia si trova all'interno della Loggia dei Vini, un padiglione dentro Villa Borghese, il grande parco pubblico di Roma. Non è una mostra racchiusa in una sala, ma un intervento allestito in un padiglione aperto in mezzo al parco.

Si visita come una mostra normale, con ingresso e percorso?

No, Lavinia alla Loggia dei Vini è pensata per essere attraversata più che visitata: non c'è una biglietteria che scandisce l'ingresso, non c'è un percorso obbligato e non c'è un'uscita definita, perché l'installazione si trova dentro un padiglione aperto in mezzo a un parco pubblico.

L'ingresso a Lavinia è gratuito?

Sì, trovandosi in un padiglione aperto senza biglietteria dentro Villa Borghese, l'installazione Lavinia si incontra semplicemente passeggiando nel parco, senza un costo di ingresso dedicato.

Quando conviene visitare Lavinia alla Loggia dei Vini?

Il momento migliore per visitare Lavinia è la mattina presto, indicativamente fra le otto e le dieci, quando Villa Borghese è ancora poco frequentata, il ghiaietto dei viali è bagnato di rugiada e la luce entra tra i pini in modo diverso rispetto al resto della giornata.

Perché la loggia che ospita Lavinia si chiama Loggia dei Vini?

La Loggia dei Vini di Villa Borghese prende il nome da una funzione legata al gusto nata insieme al parco stesso, coerente in modo quasi involontario con il titolo dell'installazione Lavinia, che parla proprio di gusti come pistacchio e lampone. Villa Borghese fu concepita fin dall'origine, fra il 1606 e gli anni Venti del Seicento, come un luogo aperto al pubblico e non come un giardino privato blindato.

Qual è la foto giusta da fare a Lavinia alla Loggia dei Vini?

La foto che non funziona è quella frontale e centrata da pochi metri, che appiattisce le proporzioni dell'edificio e fa sparire nel buio la decorazione interna. La foto giusta si ottiene invece indietreggiando, mettendosi sul prato davanti alla loggia per inquadrare l'installazione insieme all'architettura che la ospita.

Se questa uscita è parte di un viaggio più lungo e ti servono strumenti per costruirlo, due riferimenti utili. Il primo è TourLeaderPro, utile quando ti serve un accompagnatore turistico o una guida professionale per muoverti a Roma e nel Lazio con qualcuno che conosce davvero il territorio e non improvvisa: è il modo più rapido per trasformare una lista di monumenti in un itinerario che funziona. Il secondo è ItalyPlanner, che serve quando devi pianificare l’Italia intera, incastrare città e giorni, capire quanto tempo dedicare a Roma prima di spostarti altrove e non ritrovarti con un programma che sulla carta sembra sensato e sul posto diventa una corsa. Sono due strumenti diversi e complementari: uno ti dà le persone, l’altro ti dà la struttura. Con la Loggia dei Vini, che è una tappa breve dentro una giornata lunga, servono entrambi.

E poi resta la cosa più semplice: prima del 20 settembre, alzati presto una mattina, entra da Porta Pinciana, cammina fino a Piazza di Siena e cerca il padiglione con le tre arcate sul prato. Ci vogliono venti minuti e ti restano addosso per un pezzo.

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Data Evento12 Giugno 2026 — 20 Settembre 2026
IndirizzoLoggia dei Vini, Villa Borghese, Roma Roma Città
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