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Csoa La Strada

Dove. Via Francesco Passino 24, Garbatella, Roma. L’ingresso è sotto il corpo del mercato coperto del quartiere, nel punto in cui i lotti di edilizia popolare degli anni Venti si aprono su una strada stretta e residenziale. La fermata della metro B Garbatella è a pochi minuti a piedi.

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Che cos’è. Uno dei centri nevralgici storici della cultura e della solidarietà dal basso alla Garbatella: un centro sociale occupato e autogestito nato l’8 ottobre 1994. Concerti e festival punk, iniziative solidali, una ciclofficina popolare, una scuola popolare, un’aula studio, uno sportello socio legale, una terrazza estiva e molto altro. Trentadue anni di attività continuativa nello stesso stabile.

Come funziona. Autogestione. Non c’è una direzione artistica, non c’è un ufficio stampa, non c’è un botteghino. C’è un’assemblea che si riunisce il lunedì sera e decide che cosa si fa. Le attività sono gratuite o a prezzi popolari, e questo non è uno slogan promozionale: è la regola interna che l’assemblea si è data e che ripete in ogni documento pubblico che produce.

Conviene dire subito una cosa, perché chiunque arrivi qui la trova scritta sui muri prima ancora di entrare. La Strada ha un’identità politica dichiarata e non fa nulla per attenuarla. Antifascismo, antirazzismo, antisessismo sono le tre parole che il centro sociale usa per definirsi, in quest’ordine, dal primo giorno. Chi entra sapendo dove entra trova uno degli spazi autogestiti più longevi e più radicati di Roma sud, con una produzione culturale reale e una rete di servizi di quartiere che funziona da trent’anni. Chi entra per caso, attirato da un concerto o dal cartello di una cena a sostegno, si trova davanti a una proposta esplicita, che non finge neutralità e non ha motivo di fingerla. Le due cose convivono, e alla Garbatella convivono da così tanto tempo che nessuno in zona ci fa più caso.

Che cosa è successo l’8 ottobre 1994

La data è precisa e il centro sociale la ripete ogni anno, perché l’anniversario è la sua festa principale. L’8 ottobre 1994 un gruppo di studenti delle scuole superiori e dell’università occupa un locale in disuso da più di dieci anni negli spazi del mercato coperto della Garbatella. Non era un capannone qualsiasi: era l’ex circolo Enal di via Passino, ridotto nel frattempo a deposito di mobili pignorati e di scartoffie impolverate. Il gruppo aveva prima provato a ottenerne la gestione per le vie ordinarie. Di fronte al silenzio, ha scelto la strada dell’occupazione.

Il passaggio è raccontato in modo asciutto nei materiali del centro sociale e nelle cronache locali che ne hanno seguito gli anniversari: si occupa uno stabile abbandonato per restituirlo agli abitanti attraverso pratiche di autogestione. La formula sembra una formula. Guardando che cosa è partito nei primi mesi, sembra molto meno una formula e molto di più un programma di lavoro.

Le prime attività furono, nell’ordine: uno sportello di assistenza per le persone tossicodipendenti, perché a metà anni Novanta l’eroina faceva ancora vittime giovanissime nelle periferie romane e il servizio pubblico non arrivava dappertutto; uno sportello per le persone straniere che volevano regolarizzare la propria posizione; un servizio di assistenza allo studio per i ragazzi del quartiere; concerti, spettacoli, mostre; e, per gli abitanti meno giovani dei lotti, una balera con appuntamento fisso il lunedì.

Vale la pena rileggere quell’elenco. Contiene, in ordine sparso, la riduzione del danno, lo sportello migranti, il doposcuola, la sala concerti e il ballo liscio per gli anziani. È un elenco che non somiglia a nessuna immagine di repertorio del centro sociale anni Novanta, e che invece descrive con precisione il modo in cui questo tipo di spazio ha funzionato davvero nei quartieri popolari italiani: come un pronto soccorso sociale improvvisato, tenuto in piedi da ventenni, che si occupava delle cose di cui non si occupava nessun altro nel raggio di un chilometro.

Il mercato coperto, e perché conta che sia lì

La collocazione dello spazio è la prima cosa che sorprende chi ci arriva la prima volta. Non è un capannone isolato in periferia, non è un forte militare dismesso, non è una fabbrica abbandonata. È un locale sotto il mercato rionale, dentro il tessuto edilizio di un quartiere abitato, con i balconi dei lotti che affacciano praticamente sopra la porta.

Questo cambia tutto, e chiunque frequenti centri sociali romani lo capisce in cinque minuti. Un centro sociale in un edificio isolato può fare quello che vuole fino alle quattro del mattino e non avere rapporti con nessuno. Un centro sociale sotto il mercato, con i vicini di sopra, deve negoziare la propria esistenza ogni singolo giorno: i volumi, gli orari, l’uscita del pubblico, la pulizia del marciapiede. Trent’anni di quella negoziazione producono una cosa che si nota subito e che si fatica a spiegare a chi non ci è mai stato: qui la separazione tra chi frequenta il centro sociale e chi abita il quartiere è molto più sfumata che altrove. Alla Garbatella molte delle persone che entrano sono quelle che stanno di casa nei lotti sopra.

C’è anche un effetto meno romantico e altrettanto reale: uno spazio così esposto è anche uno spazio facile da colpire, e nella storia del centro sociale gli attacchi non sono mancati. Ci torno più avanti, perché è una parte della vicenda che non ha senso addolcire.

Un’ultima notazione sul mercato coperto, perché spiega una parte del carattere del posto. I mercati rionali romani costruiti nel Novecento erano pensati come infrastruttura sociale prima ancora che commerciale: il punto in cui il quartiere si incontrava tutte le mattine. Con il declino del piccolo commercio molti di questi edifici hanno perso banchi e funzioni, e il caso della Garbatella non fa eccezione: il centro sociale stesso, nel 2020, ha dedicato un intervento pubblico all’abbandono del mercato contadino di via Passino, segnalando un anno di inattività di uno spazio che avrebbe potuto servire il quartiere. È un tema ricorrente e per niente ideologico: che cosa si fa dei contenitori pubblici quando la funzione per cui erano nati si esaurisce. La risposta data qui nel 1994 è stata occuparne uno e riempirlo di altro. Trent’anni dopo, la domanda è ancora aperta sul resto dell’edificio.

Vale la pena aggiungere che la rete di cui questo spazio fa parte non si esaurisce nel quartiere. La Strada compare tra i nodi di realtà romane molto diverse tra loro: l’associazione che lavora sul diritto all’abitare e che nasce dall’esperienza del movimento per la casa; la casa delle donne ricavata da una palazzina degli anni Venti nella zona di Cinecittà, che dal 2008 offre accoglienza abitativa e attività culturali; le reti cittadine di solidarietà che mettono in comune servizi e strumenti tra associazioni. Mettere insieme questi nomi serve a capire una cosa: la dimensione di quartiere è il livello in cui questo tipo di esperienza si vede, ma non è il livello in cui si organizza.

Una curiosità su Csoa La Strada

La curiosità più bella riguarda che cosa c’era dentro quel locale la mattina dell’occupazione. Non macerie, non attrezzature industriali, non un magazzino vuoto: mobili pignorati. Il locale dell’ex circolo Enal era diventato un deposito di arredi sequestrati e di carte, accumulati e dimenticati per oltre un decennio.

Se uno volesse costruire a tavolino una metafora dell’Italia degli anni Novanta farebbe fatica a trovarne una più efficace: sotto il mercato di un quartiere popolare nato per dare case ai lavoratori del porto che non è mai stato costruito, un circolo ricreativo di un ente dopolavoristico chiuso, riempito di mobili tolti a qualcuno per debiti, e sopra tutto questo i lotti con le famiglie che ci abitano da tre generazioni. Gli occupanti hanno sgomberato i mobili, spazzato la polvere, tirato una mano di bianco e aperto uno sportello per le persone tossicodipendenti. In quell’ordine.

La seconda curiosità, minore ma parlante, riguarda i nomi. Nessuno dei progetti interni porta un nome neutro. L’aula studio e la scuola popolare sono intitolate a Piero Bruno. La ciclofficina porta il nome di Alfredo Martini. La brigata di solidarietà alimentare si chiama Mompracem, che è l’isola dei pirati di Salgari. Il bar si chiama Garbatella Moonstomp, e chi mastica un po’ di musica giamaicana riconosce al volo la citazione skinhead reggae e ska di prima generazione. La terrazza si chiama Upstairs. Il laboratorio di serigrafia si chiama Helter Skelter. Sono nomi scelti da persone che leggevano, ascoltavano dischi e avevano opinioni su come si chiamano le cose, e messi insieme raccontano una biblioteca e una discoteca precise.

I progetti, uno per uno

Il modo più onesto di descrivere La Strada è elencare che cosa ci vive dentro, perché lo spazio non è una sala concerti con qualche attività collaterale: è un contenitore di progetti che si autogovernano e che condividono la stessa porta.

Scuola Popolare Piero Bruno. Affiancamento ai compiti e sostegno allo studio per ragazze e ragazzi delle scuole medie e superiori del Municipio Roma VIII. Nasce da un collettivo di studenti universitari, lavora con il metodo dell’educazione tra pari e del mutuo soccorso, con studenti più grandi, universitari ed ex studenti che affiancano i più piccoli due pomeriggi a settimana. L’obiettivo dichiarato è contrastare la dispersione scolastica, che nel quadrante sud della città è un problema reale e misurabile. Il progetto è stato inaugurato nel 2014, si è fermato nel 2022 e ha ripreso le attività nell’autunno del 2025, nell’aula adiacente al centro sociale, rivolgendosi a chi ha dai dieci anni in su. Non è isolato: fa parte di una rete di scuole popolari romane che copre il Tufello, l’Esquilino, Cinecittà, il Trullo, Spinaceto e altri quartieri, e che si scambia metodo e persone.

Aula Studio Piero Bruno. Nasce da una constatazione semplice: a Roma mancano posti dove studiare gratis, e le biblioteche universitarie hanno orari e capienze che non bastano. Lo spazio è attrezzato con wifi, prese, postazioni computer, dizionari e libri di consultazione, e può ospitare qualche decina di persone distribuite tra i locali della scuola popolare e quelli della terrazza. L’apertura segue il calendario delle sessioni d’esame, quindi non è continuativa: dipende dai mesi.

Ciclofficina Popolare La Strada, intitolata ad Alfredo Martini. Attiva dal 2008. È il progetto che più di ogni altro spiega la differenza tra un servizio e un’officina autogestita, e ci torno tra poco perché merita il suo paragrafo.

Sportello socio legale Minerva. Gestito dall’associazione Popica, offre informazione e supporto sociale, legale, sanitario e sui diritti a chi ne ha bisogno, con accesso su appuntamento. È l’erede diretto di quello sportello per stranieri aperto nel 1994, e la continuità di quella funzione attraverso trent’anni di normative diverse è di per sé un dato notevole.

Brigata di Solidarietà Mompracem. Nata nella fase più dura della pandemia come rete di raccolta e consegna di beni di prima necessità alle famiglie del quartiere in difficoltà. Il dettaglio che la distingue da mille iniziative simili: nell’invitare chi vuole donare alimenti, il centro sociale chiede esplicitamente di comprarli nei piccoli negozi di zona anziché nella grande distribuzione, perché l’obiettivo non è solo riempire i pacchi ma tenere in piedi il tessuto commerciale di prossimità. È una cura del dettaglio che dice molto sul modo di ragionare di chi la gestisce.

Helter Skelter. Laboratorio artistico e serigrafico. Manifesti, magliette, materiali, grafiche per le iniziative.

Garbatella Moonstomp. Il bar, che accompagna tutte le attività pomeridiane e serali. Birra alla spina, long drink, tè e tisane, musica messa dai baristi. In un libro autoprodotto sui vent’anni del centro sociale uno dei frequentatori lo descrive come un rifugio sonoro, il posto dove si sentiva la musica che non si sentiva altrove: che è, in fondo, il servizio culturale più concreto che un bar del genere abbia mai reso.

Upstairs, la terrazza. Apre nella bella stagione, dal giovedì al sabato dal tardo pomeriggio, con musica, performance, dibattiti, cineforum e cucina. Si affaccia sui tetti dei lotti della Garbatella, e chi ci gestisce la programmazione la definisce senza troppa modestia la terrazza più bella di Roma sud. Sulla classifica si può discutere. Sul panorama molto meno.

Corsi e attività. Il palinsesto ha ospitato negli anni corsi di danze popolari del centro sud, dalla pizzica alle tammurriate ai saltarelli dell’ex Stato Pontificio, e laboratori di ritmo con segni, il metodo di improvvisazione collettiva nato in Argentina che permette a un’orchestra improvvisata di suonare insieme dal primo incontro. Tango, milonga, jam di hip hop e serate ska compaiono con regolarità nelle categorie degli eventi.

Una cosa che non ti dice nessuno su Csoa La Strada

Che i concerti sono la parte più visibile e la parte meno rappresentativa di quello che succede qui dentro.

Chi conosce il nome La Strada per sentito dire lo associa quasi sempre alla musica: concerti, festival punk, serate. È un’associazione legittima, perché quella parte esiste ed è importante. Ma se si conta il tempo che le persone passano dentro questo spazio, la musica occupa una frazione minoritaria del totale. Il grosso delle ore è fatto di doposcuola, di appuntamenti allo sportello legale, di biciclette smontate su un cavalletto, di pacchi alimentari preparati il sabato mattina, di riunioni. Un centro sociale che resiste trent’anni nello stesso posto non ci riesce per la qualità della line up: ci riesce perché ha costruito attorno a sé un numero sufficiente di persone che, per ragioni molto pratiche, hanno bisogno che quella porta resti aperta.

Questo, tra l’altro, spiega un fenomeno che dall’esterno appare curioso: la solidarietà trasversale che lo spazio riceve quando viene attaccato. Quando nel settembre 2025 un ordigno è esploso all’ingresso, la piazza che si è riempita il giorno dopo non era fatta soltanto di militanti. C’erano insegnanti, genitori, commercianti, gente dei lotti. Una struttura che per anni ha fatto ripetizioni gratis ai figli di mezzo quartiere ha un capitale di relazioni che nessuna programmazione musicale può costruire.

Il secondo elemento poco raccontato è l’internazionalismo, che qui non è un aggettivo ma una serie di viaggi. Il 1994 è anche l’anno dell’insurrezione zapatista in Chiapas, e il neonato centro sociale della Garbatella ne assorbe il lessico quasi subito. Dal 1996 il gruppo comincia un lavoro di scambio con le comunità zapatiste, prima come osservatori internazionali nelle zone militarizzate, poi partecipando alla Marcia per la dignità indigena del 2001, alla nascita dei Caracoles nel 2003, agli incontri del 2007. Nel 2002 quel legame arriva dentro le istituzioni locali: il municipio di allora, il Roma XI, stringe un gemellaggio con il municipio autonomo zapatista Vicente Guerrero, del Caracol di Morelia. Nello stesso 2002 una delegazione va in Palestina; nel 2008 ci torna con un progetto che porta atleti non professionisti a giocare a calcio e a basket con coetanei palestinesi. Sono cose che un centro sociale di quartiere normalmente non fa, e che qui fanno parte della biografia ordinaria dello spazio.

La ciclofficina, il pezzo più concreto

Se dovessi indicare una sola attività che spiega a un estraneo che cosa significhi autogestione senza bisogno di alcun discorso politico, indicherei la ciclofficina.

La Ciclofficina Popolare La Strada esiste dal 2008 e porta il nome di Alfredo Martini. Il principio dichiarato è chiarissimo e vale la pena riportarlo com’è: le ciclofficine popolari non sono negozi. Non si vendono biciclette, non si vendono pezzi di ricambio perché i pezzi sono gratuiti, non si persegue alcun fine di lucro. Quello che circola sono gli attrezzi, i pezzi recuperati e il sapere manuale. Tu porti la bicicletta rotta, qualcuno ti mostra come si smonta quel componente, e la volta dopo lo smonti da solo e magari lo mostri a un altro.

Il collettivo di meccanici ha lavorato negli anni anche alla rimessa in sesto di biciclette destinate ad aste di autofinanziamento, e si muove dentro la rete delle ciclofficine popolari romane, in collegamento con la squadra di bike polo cittadina e con le associazioni che si occupano di sicurezza stradale per chi pedala. Il tema di fondo, per chi lo gestisce, non è la riparazione in sé: è la mobilità urbana e il modo in cui lo spazio pubblico romano è stato disegnato attorno all’automobile. Ma la conversazione avviene con le mani sporche di grasso, ed è una forma di divulgazione politica infinitamente più efficace di un convegno.

Tenere presente una cosa: la ciclofficina, come gli altri progetti, segue i cicli delle energie disponibili. Nel corso degli anni ha attraversato periodi di sospensione, e il calendario di apertura va sempre verificato prima di presentarsi con la bici sulle spalle.

Il consiglio che ti do per visitare Csoa La Strada

Il consiglio è doppio, e il primo pezzo è banale ma decisivo: prima di andare, controlla i canali social del centro sociale. Non il sito. I canali social.

Il sito del centro sociale è una miniera straordinaria di documenti, storia e descrizione dei progetti, e chiunque voglia capire questo posto dovrebbe leggerlo per intero. Ma come calendario non serve: le pagine dei progetti descrivono un assetto fotografato attorno al 2021, e la programmazione viva viaggia altrove. Instagram, Facebook e Telegram sono i canali dove compaiono le date, e sull’account Instagram si ottiene una risposta con maggiore affidabilità che per email. Questo vale per tutti gli spazi autogestiti romani ed è una caratteristica strutturale, non una disattenzione: la comunicazione la fa chi ha tempo quella settimana.

Il secondo pezzo di consiglio è meno ovvio. Se questo posto ti interessa davvero, non venirci la prima volta per un concerto. Vieni di pomeriggio, in un giorno feriale, quando è aperto lo sportello o la scuola popolare, e resta un’ora al bar. Un concerto ti mostra una sala piena di gente e non ti dice niente: potresti essere in qualunque locale d’Europa. Un mercoledì pomeriggio ti mostra due signore che portano la pasta per i pacchi, un ragazzino che fa i compiti a un tavolo, qualcuno che gonfia una gomma nel cortile e tre persone che discutono di una scadenza. Quella è la fotografia vera dello spazio, e se ti convince allora tornaci anche la sera.

Terza indicazione, per chi ha intenzioni più serie: l’assemblea di gestione si riunisce il lunedì sera ed è il luogo dove si decide tutto. Chi vuole proporre un’iniziativa, un concerto, un dibattito, un laboratorio, quello è l’indirizzo. Non esiste un modulo, non esiste un curatore da convincere: esiste un cerchio di sedie e la disponibilità a discuterne. È lentissimo e funziona da trentadue anni.

Ultima nota pratica, valida per qualunque spazio autogestito: qui non si compra un biglietto, si lascia un contributo. Le cene a sostegno, i concerti a offerta libera e il bar sono il modo in cui la struttura paga le bollette e i progetti gratuiti. Chi entra e consuma qualcosa contribuisce al doposcuola di qualcun altro, letteralmente. Ed è buona educazione minima non fare foto alle persone senza chiedere: in uno spazio dove passa chi ha bisogno di uno sportello legale, l’anonimato non è una posa.

La Garbatella attorno: 1920, i lotti, il porto che non c’è

Non si capisce La Strada senza capire dove si trova, e la Garbatella è uno dei quartieri più documentati e più fraintesi di Roma.

La prima pietra è del 18 febbraio 1920, posata da Vittorio Emanuele III a piazza Benedetto Brin. L’intenzione dichiarata nell’iscrizione murata in piazza era offrire quieta e sana stanza agli artefici del rinascimento economico della Capitale: case popolari per i lavoratori. Ma il progetto era più grande e non riguardava le case. Roma doveva essere collegata al mare da un canale navigabile parallelo al Tevere, con un porto commerciale a meno di duecento metri dalle Mura aureliane, dalle parti dell’odierna via del Porto Fluviale. I nuovi lotti abitativi dovevano ospitare le maestranze di quel porto.

Il canale non fu mai scavato e il porto non esistette mai. Restarono le case e restò la toponomastica, che è marinara quasi per intero: gli armatori, i palombari, i navigatori, i passeggeri. Camminare per la Garbatella significa attraversare la nomenclatura di un porto immaginario, costruito attorno a un’infrastruttura che nessuno ha mai visto. Pochi quartieri al mondo hanno un fossile urbanistico di questa qualità.

Il quartiere fu edificato per lotti numerati, con la formula della città giardino: palazzine basse, cortili interni, scalinate, orti, verde condominiale. L’idea di inserire giardini nell’edilizia popolare fu perseguita esplicitamente dall’amministrazione del tempo, e il risultato è che ancora oggi la Garbatella è uno dei pochi quartieri popolari romani dove l’aria che si respira tra un edificio e l’altro non è quella di un dormitorio. Negli anni successivi il quartiere accolse anche molte famiglie sfollate dalle demolizioni del centro storico, quelle della Spina di Borgo per fare via della Conciliazione e quelle sacrificate a via dei Fori Imperiali: è da lì che nasce la fama della Garbatella come quartiere di romanità antica.

Sul nome ci sono almeno quattro ipotesi. La più diffusa vuole che derivi dall’appellativo di un’ostessa particolarmente gentile con i pellegrini, la Garbata Ostella sincopata in Garbatella. Una ricerca pubblicata nel 2019 nel volume Garbatella 100, il racconto di un secolo propone una ricostruzione più precisa e più prosaica: il nome sarebbe l’appellativo di Clementina Eusebi, che tra il 1835 e il 1850 gestì l’osteria all’origine del toponimo, e deriverebbe dal cognome della madre, Maddalena Garbata, vedova Eusebi. Per distinguerle, la madre era la Garbata e la figlia la Garbatella. Un’altra ipotesi, con qualche fondamento agronomico, lo fa risalire al tipo di coltivazione della vite detta a garbata, in uso nei terreni della zona.

Sul piano politico il quartiere è storicamente di sinistra e operaio, e durante l’occupazione nazista fu un appoggio della Resistenza al pari dell’Ostiense, del Portuense e di Testaccio. Questo non lo ha reso monolitico: la Garbatella ha dato consensi rilevanti anche a forze molto diverse in diverse tornate elettorali, e chi la racconta come un blocco compatto la sta semplificando. È però innegabile che l’identità di quartiere ribelle sia parte del modo in cui la Garbatella pensa se stessa, e che questa autorappresentazione abbia reso possibili cose che altrove sarebbero durate sei mesi.

Un dato che aiuta a capire quanto sia densa la rete locale: nel raggio di pochi minuti a piedi da via Passino esistono da anni altre esperienze autogestite e associative, dagli orti urbani alla Casetta Rossa, che dal 2001 porta avanti forno popolare, gruppo d’acquisto, laboratori e passeggiate. Le occupazioni abitative delle CaSette, in via delle Sette Chiese, nascono nell’autunno del 2003 con una decina di famiglie italiane e migranti. È un ecosistema, non una somma di casi isolati, e i vari nodi collaborano da vent’anni.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che da questo centro sociale sono usciti amministratori pubblici eletti, e che il passaggio è stato deliberato in assemblea.

È un fatto che chiunque frequenti il quadrante conosce e che raramente viene messo in fila per esteso, forse perché scompiglia gli schemi con cui di solito si racconta il rapporto tra spazi occupati e istituzioni. Nel 1997, insieme al centro sociale Corto Circuito, La Strada decide di misurarsi con le elezioni amministrative presentando due candidati indipendenti nelle liste di Rifondazione Comunista: Luciano Ummarino al Municipio XI e Nunzio D’Erme al Comune di Roma. Il centro sociale stesso, nei propri materiali, definisce quella scelta impopolare al momento in cui fu presa. Entrambi furono eletti.

Da lì in avanti la presenza istituzionale non si è più interrotta. Amedeo Ciaccheri, attivista del centro sociale, è stato consigliere municipale e successivamente presidente del Municipio VIII, quello che comprende Garbatella e Ostiense: nel 2014, intervistato dopo gli incendi che avevano colpito lo spazio, rispondeva ancora come attivista del centro sociale e consigliere municipale.

Il punto interessante non è la carriera dei singoli. È che una parte del movimento romano degli spazi occupati ha scelto molto presto di non restare fuori dal gioco istituzionale, mantenendo contemporaneamente l’occupazione, e ha gestito questa doppia appartenenza per quasi trent’anni. Chi pensa che centri sociali e amministrazione locale siano due mondi che si toccano solo negli sgomberi si perde una parte consistente di come funziona davvero Roma sud. È anche il motivo per cui La Strada, a differenza di altri spazi romani, non ha mai subito uno sgombero: la sua esistenza è stata negoziata, contestata e difesa politicamente, dentro e fuori le sedi elettive, per tre decenni.

Un secondo fatto risaputo e sottovalutato riguarda il mutualismo. Dallo sportello autogestito sulla casa è nata negli anni una sperimentazione di sportello municipale in difesa dei diritti abitativi, con consulenza legale gratuita e accompagnamento nelle procedure di sfratto. Dal lavoro con i cittadini afghani che si affollavano attorno all’Air Terminal Ostiense è nato un percorso che ha portato alla Casa del Rifugiato di Roma. Sono esiti istituzionali di pratiche partite come attività volontarie dentro uno spazio occupato, e sono documentati.

Come ci si arriva, e che cosa c’è intorno

La metro B è la spina dorsale di tutto questo quadrante e rende la Garbatella uno dei quartieri romani più semplici da raggiungere. La fermata Garbatella dista pochi minuti a piedi da via Passino; da Termini sono una dozzina di minuti di metropolitana, cambio a Piramide o diretta a seconda della linea che si prende.

Attorno c’è un concentrato di cose da vedere che poche altre zone di Roma mettono insieme in così poco spazio. A due passi, la basilica di San Paolo fuori le mura, una delle quattro papali, sopra la quale sorgono i colli che hanno dato il primo nome a questa altura. Dentro il parco di Commodilla, l’ingresso delle catacombe di Commodilla, con una piccola basilica ipogea di fine IV secolo. Sulla via Ostiense, la Centrale Montemartini, che espone marmi classici tra le turbine di una centrale termoelettrica ed è probabilmente il museo più bello di Roma per chi ama i cortocircuiti, e il Museo della via Ostiense dentro la Porta San Paolo. Poco più in là la Piramide Cestia, e oltre il Tevere il Nuovo Mercato Testaccio e il museo diffuso del rione Testaccio. In direzione opposta, l’EUR, cioè il racconto architettonico del regime, a poche fermate di distanza da un quartiere che di quel regime fu tutt’altro che complice.

Chi vuole capire come funziona oggi la rete culturale di questo quadrante può guardare a una rassegna diffusa come L’Aperossa tra la Garbatella e l’Ostiense, che lavora su più sedi nello stesso raggio di venti minuti a piedi. Il fatto che un archivio storico, un museo comunale e uno spazio sociale possano stare dentro lo stesso programma dice parecchio di come questa zona ha imparato a mettersi d’accordo.

La foto giusta da fare a Csoa La Strada

La foto sbagliata è quella che fanno tutti: l’ingresso con lo striscione, di fronte, in pieno giorno. Viene una fotografia leggibile e senza alcun contenuto, identica a mille altre, che comunica soltanto che sei stato lì.

La foto giusta la fai alzando lo sguardo. Arretra di una ventina di metri lungo la strada e inquadra la porta del centro sociale insieme a quello che le sta sopra: la struttura del mercato coperto e, dietro, i balconi dei lotti con i panni stesi e le piante sui davanzali. Quel fotogramma contiene l’intera vicenda in una sola immagine. Un centro sociale occupato che vive nel seminterrato della vita quotidiana di un quartiere, non fuori dal mondo ma sotto le case della gente. Nessuna didascalia spiega il rapporto tra queste due cose meglio di un’inquadratura che le tiene insieme.

La luce migliore è quella del tardo pomeriggio, quando il sole basso passa tra i lotti e taglia la strada di traverso: la Garbatella è costruita su un rilievo e i giochi di luce tra le scalinate e i cortili sono il motivo per cui tanti fotografi ci vengono a lavorare. Al mattino presto la stessa via è in ombra e la fotografia risulta piatta.

Se poi capiti in una serata in cui è aperta la terrazza, la seconda foto da portarsi a casa è dall’alto: i tetti dei lotti, le antenne, il profilo del quartiere che scende verso l’Ostiense e, con la giornata giusta, la cupola di San Paolo sullo sfondo. È un punto di vista che non si ottiene da nessun belvedere pubblico, perché quei tetti si vedono soltanto da lassù.

Due avvertenze, dette una volta e valide sempre. La prima: le persone. In uno spazio dove passano minori, richiedenti asilo e persone che si rivolgono a uno sportello legale, la macchina fotografica puntata addosso a qualcuno è un gesto che può fare danni concreti. Si chiede, e se la risposta è no la risposta è no. La seconda: durante le assemblee e i dibattiti si fotografa solo con il consenso di chi parla. Sono regole che nessuno ti reciterà all’ingresso e che tutti si aspettano che tu conosca.

La scena punk e hardcore romana, un inquadramento

Il vecchio profilo di questo spazio parla di concerti e festival punk, e la formula merita un contesto, perché rischia altrimenti di suonare come un dettaglio di colore.

Il punk e l’hardcore italiani degli anni Ottanta e Novanta sono stati un fenomeno storico con caratteristiche molto precise, e la principale è che si sono sviluppati quasi interamente fuori dal circuito commerciale. Niente etichette, niente radio, niente locali con licenza: autoproduzione delle cassette e dei dischi, fanzine fotocopiate, distribuzione per posta, e come sedi dei concerti gli spazi occupati. Per un’intera generazione di musicisti italiani, l’unico palco disponibile era il palco di un centro sociale, e l’unica struttura organizzativa disponibile era un collettivo di ventenni che montava l’impianto.

A Roma questo circuito ha avuto una densità particolare, ed è dentro quel sistema che La Strada si inserisce a partire dal 1994. Va detto con chiarezza che il grande snodo storico romano di quella scena, il più citato nelle ricostruzioni, è un altro spazio della città est, occupato qualche anno prima. Ma la geografia di quel circuito non era fatta di un solo nodo: era una rete di decine di spazi, e la Garbatella ne è stata uno dei riferimenti per il quadrante sud, dove prima non c’era sostanzialmente nulla di simile.

Il lascito di quel sistema si vede ancora oggi nel modo in cui questo posto tratta la musica. I concerti non sono programmati con logiche di botteghino, i prezzi restano popolari, il palco viene aperto anche a gruppi che non hanno nessun pubblico, e i generi si mescolano senza troppe cerimonie: nelle categorie degli eventi convivono punk, ska, reggae, rap, jazz, tango, danze popolari e serate hip hop. È esattamente il modello di programmazione che nessun operatore commerciale potrebbe permettersi, e che è sopravvissuto soltanto dove il locale non deve fare cassa per pagare l’affitto.

Su questo punto il centro sociale è esplicito in un modo che vale la pena riportare: nei propri materiali si definisce l’unica realtà giovanile del Municipio che proponga musica e cultura a prezzi popolari. Affermazione di parte, ovviamente. Ma chi conosce l’offerta culturale a pagamento del quadrante sud fatica a smentirla del tutto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Metto in fila quello che è documentato, con le date, perché una cronologia dice più di qualunque aggettivo.

8 ottobre 1994. L’occupazione. Studenti medi e universitari entrano nell’ex circolo Enal di via Passino, abbandonato da oltre dieci anni. Partono nei mesi successivi lo sportello per le persone tossicodipendenti, lo sportello per gli stranieri, l’assistenza allo studio, i primi concerti e la balera del lunedì.

1996. Inizia il lavoro di scambio con le comunità zapatiste del Chiapas, che porterà negli anni delegazioni romane in Messico come osservatori internazionali.

1997. La scelta elettorale. Insieme al centro sociale Corto Circuito, La Strada presenta due candidati indipendenti che vengono eletti, uno al Municipio XI e uno al Comune di Roma.

2001. Partecipazione alla Marcia per la dignità indigena in Messico. Sono gli anni in cui l’esperienza delle Tute Bianche e dei Disobbedienti attraversa il movimento romano.

2002. Gemellaggio istituzionale tra il Municipio Roma XI e il municipio autonomo zapatista Vicente Guerrero, del Caracol di Morelia. Nello stesso anno una delegazione parte per la Palestina.

Autunno 2003. Nascono le CaSette in via delle Sette Chiese: più di dieci famiglie italiane e migranti occupano alcune piccole abitazioni abbandonate.

2008. Apre la Ciclofficina Popolare, intitolata ad Alfredo Martini. Nello stesso anno il progetto Sport sotto l’assedio porta atleti non professionisti in Palestina.

Fine dicembre 2013. Incendi ripetuti colpiscono i locali di via Passino a cavallo delle giornate di Natale. Le inchieste non chiariranno mai la dinamica. Il centro sociale parla apertamente di matrice dolosa e di intento intimidatorio, e nei mesi successivi la solidarietà di quartiere finanzia la ricostruzione degli spazi.

2014. Viene inaugurata la Scuola Popolare Piero Bruno.

Maggio 2016. Nuove fiamme colpiscono il centro sociale, ancora con evidente matrice dolosa secondo le cronache locali.

2020 e 2021. Nella fase pandemica nasce e si struttura la Brigata di Solidarietà Mompracem, con distribuzione mensile di centinaia di pacchi alimentari alle famiglie del quartiere, insieme allo sportello socio legale e alla rete di solidarietà cittadina di cui il centro sociale fa parte.

Gennaio 2023. Nel giro di pochi giorni lo spazio ospita una serata di rap italiano con Kento, che presenta un nuovo singolo, e la presentazione del libro Niente da dimenticare di Guido Viale, storico dirigente di Lotta Continua, in dialogo con lo scrittore Erri De Luca e il fotografo Tano D’Amico. Il pubblico è talmente numeroso che viene attivato un collegamento in streaming con la vicina Casetta Rossa per permettere a tutti di seguire.

Maggio 2023. Presentazione del libro Processo alla solidarietà. La Giustizia e il caso Riace, alla presenza di Mimmo Lucano.

Ottobre 2024. Trent’anni. I festeggiamenti durano dal martedì 8 alla domenica 13 ottobre, con l’inaugurazione di una mostra sui trenta anni, dibattiti sulla questione curda e su quella palestinese, incontri su ambiente e antifascismo, cineforum, concerti e una passeggiata musicale per le vie della Garbatella l’11 ottobre. Il titolo scelto è una citazione: abbiamo iniziato giovani e finiremo giovani. Pochi giorni prima, all’inizio di ottobre, un ordigno era stato fatto esplodere contro lo spazio.

15 maggio 2025. Una bomba carta esplode all’ingresso e distrugge la porta.

12 settembre 2025. Alle 4:08 del mattino un terzo ordigno esplode contro l’ingresso. Accanto vengono ritrovati tracce di polvere da sparo e uno striscione con un insulto rivolto a un ex parlamentare del Movimento 5 Stelle, senza alcun legame diretto con lo spazio colpito. Nessun ferito, danni materiali, indagini della polizia scientifica e degli artificieri. Il giorno seguente il quartiere scende in piazza, arrivano espressioni di solidarietà da sindacati e testate nazionali, e il centro sociale convoca un’assemblea pubblica.

8, 9, 10 e 11 ottobre 2025. Trentun anni, con il titolo In alto mare, in viaggio negli abissi del presente. Quattro giornate: la cena sociale di apertura; un’assemblea pubblica sui cinquant’anni dalla morte di Piero Bruno; un incontro storico sulle migrazioni italiane in California tra Ottocento e Novecento e sulle politiche migratorie statunitensi contemporanee, con Tommaso Caiazza, Ilenia Rossini, Luca Celada e Mattia Diletti; una serata sull’Irlanda ribelle con un talk moderato da Matteo Mirabella e la proiezione del film dedicato al gruppo hip hop di Belfast che canta in gaelico.

Ottobre 2025. Incontro pubblico con Basel Adra, coregista del documentario premio Oscar No Other Land.

Novembre 2025. Due giornate di memoria per i cinquant’anni dall’uccisione di Piero Bruno, il 21 e il 23 novembre, sotto il titolo Era la migliore gioventù: incontri, musica, teatro. Nelle stesse settimane la Scuola Popolare Piero Bruno, chiusa nel 2022, riapre nell’aula adiacente al centro sociale.

Primavera 2026. Proiezione del documentario Cutro, 94 and more, dedicato al naufragio di Steccato di Cutro e alle sue novantaquattro vittime, con il sostegno delle reti che si occupano di diritti dei migranti.

Su Piero Bruno vale la pena spendere qualche riga in più, perché il suo nome ricorre due volte dentro questo spazio e chi non è romano non sa chi fosse. Piero Bruno abitava alla Garbatella, studiava all’istituto tecnico Armellini a San Paolo, militava in Lotta Continua e aveva diciotto anni. Il 22 novembre 1975 partecipava a una manifestazione per il riconoscimento della Repubblica Popolare dell’Angola, appena uscita dal colonialismo portoghese. Fu colpito da colpi d’arma da fuoco esplosi dalle forze dell’ordine e morì il giorno successivo. Le indagini non portarono mai a un processo, e il caso fu archiviato nel 1976. Che la scuola popolare e l’aula studio di un centro sociale della Garbatella portino il suo nome cinquant’anni dopo non è un omaggio decorativo: è il modo in cui una comunità decide che cosa ricordare e come. Negli stessi anni Lotta Continua aveva una sede in via Passino, a pochi passi da dove oggi c’è il centro sociale, e questa coincidenza geografica non è passata inosservata a nessuno dei protagonisti.

Gli attacchi, e perché vanno raccontati per quello che sono

C’è un filo, in quella cronologia, che non ha senso nascondere in una nota a piè di pagina: incendi nel 2013, fiamme nel 2016, ordigni nell’ottobre 2024, nel maggio 2025 e nel settembre 2025. Il centro sociale ha dichiarato di aver contato, in meno di un anno, decine di episodi tra minacce, imbrattamenti e danneggiamenti. Nella stessa zona sono stati colpiti anche murales e installazioni legati alla solidarietà con la Palestina.

Raccontarlo è doveroso per tre ragioni. La prima è di cronaca: è successo, è documentato dalle testate nazionali e locali, ed è parte della storia dello spazio quanto i concerti. La seconda è di contesto: aiuta a capire perché una comunità sviluppi la diffidenza verso gli sconosciuti con la macchina fotografica che ho descritto più sopra. La terza è di misura: un posto che ha subito attacchi ripetuti per oltre un decennio e che l’indomani riapre la scuola popolare sta dicendo qualcosa sulla propria idea di continuità che nessun comunicato può dire meglio.

Quello che non farò è provare a stabilire responsabilità che le inchieste non hanno stabilito. Le dinamiche, come ha detto lo stesso centro sociale in più occasioni, sono rimaste oscure. Le attribuzioni circolate nel dibattito pubblico sono rimaste ipotesi. Un testo come questo può riportare i fatti accertati e le dichiarazioni delle parti, e deve fermarsi lì.

Chi è passato da Csoa La Strada

La lista corretta di questo posto non è una lista di celebrità, ed è bene saperlo prima di leggerla. Trentadue anni di programmazione a prezzi popolari producono soprattutto nomi che non conosci, gruppi al primo concerto, collettivi durati due stagioni. Questo detto, qualche passaggio documentato c’è ed è significativo.

Guido Viale, tra i dirigenti storici di Lotta Continua, ha presentato qui il suo libro Niente da dimenticare nel gennaio 2023, in una serata che ha riempito la sala di vecchi militanti e curiosi.

Erri De Luca e Tano D’Amico erano con lui su quel palco: lo scrittore e il fotografo che più di ogni altro ha fissato le immagini dei movimenti italiani degli anni Settanta.

Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace, è stato ospite nel maggio 2023 per la presentazione di un libro sul procedimento giudiziario che lo ha riguardato.

Kento, rapper e scrittore calabrese, autore di libri sui laboratori di scrittura nelle carceri minorili, ha presentato qui un suo nuovo brano nel gennaio 2023.

Basel Adra, coregista palestinese del documentario premio Oscar No Other Land, ha partecipato a un incontro pubblico nell’ottobre 2025.

Amedeo Ciaccheri è il caso più interessante, perché non è un ospite ma un prodotto interno: attivista del centro sociale, poi consigliere e poi presidente del Municipio VIII. Prima di lui, per la stessa strada, erano passati Luciano Ummarino e Nunzio D’Erme, eletti nel 1997.

Alla fine di ogni elenco di questo tipo resta un residuo che vale più dell’elenco. Le centinaia di ragazze e ragazzi che hanno fatto i compiti a un tavolo della scuola popolare e che oggi hanno trent’anni. I meccanici volontari della ciclofficina che hanno insegnato a qualche migliaio di persone a cambiare una camera d’aria. Le famiglie del quartiere che hanno ritirato un pacco alimentare in un anno difficile. Le persone straniere che hanno avuto una consulenza legale gratuita quando nessun altro gliela dava. Sono passaggi che non finiscono in nessuna rassegna stampa, e sono il motivo per cui questo posto esiste ancora.

Che cosa aspettarsi, in concreto

Riassumo per chi ci va davvero, senza retorica.

Lo spazio non somiglia a un locale. Non ci sono divise, non c’è un guardaroba, il bagno è quello che è, gli allestimenti sono autocostruiti e la segnaletica interna è scarsa. Questo non è trascuratezza: è il risultato prevedibile di una struttura che destina ogni euro disponibile alle attività gratuite anziché all’arredamento.

I prezzi sono bassi rispetto a qualunque parametro romano, e nelle serate di autofinanziamento si paga un contributo all’ingresso, non un biglietto con prevendita. Il bar accetta in genere contanti, quindi conviene averne.

Il pubblico è più eterogeneo di quanto l’immaginario suggerisca. In una sera media si incrociano studenti universitari, attivisti, famiglie del quartiere, sessantenni che frequentano lo spazio da quando ne avevano trenta e adolescenti dei lotti. Non è un ambiente ostile a chi arriva da fuori, purché arrivi da ospite.

La programmazione è irregolare per definizione. Ci sono settimane fittissime e settimane in cui non succede niente, e i periodi di chiusura o di sospensione dei progetti esistono e sono normali in una struttura che non ha personale stipendiato. Il calendario va sempre verificato prima di mettersi in strada.

Infine: se l’identità politica dichiarata dello spazio non ti va a genio, questa non è una buona ragione per fingere di non saperlo prima di entrare, e nemmeno per entrare cercando lo scontro. Un centro sociale autogestito non è un servizio pubblico neutrale ed è il primo a dirlo. Chi ci va sapendo che cosa è, si trova bene. Chi ci va aspettandosi altro, no. Non serve altra sfumatura.

Il quadro, alla fine

Trentadue anni nello stesso scantinato di un mercato rionale, senza uno sgombero, con una scuola popolare che riapre dopo tre anni di pausa e una cronologia di attentati mai chiariti, sono un risultato che si commenta da solo. La Strada non è il centro sociale più grande di Roma, non è il più famoso e non è quello che compare nei documentari sulla controcultura italiana. È però uno dei pochissimi che ha attraversato tre decenni tenendo insieme tre cose che di solito si escludono a vicenda: la musica, il mutualismo di quartiere e la presenza nelle sedi elettive.

La Garbatella, dal canto suo, continua a produrre luoghi come questo con una regolarità che sembra topografica prima ancora che politica. Un quartiere costruito attorno a cortili condivisi, scalinate e verde comune genera per forma urbana occasioni di incontro che i quartieri costruiti attorno alle automobili non generano. Il porto non è mai stato scavato, ma la città giardino che doveva servirlo è ancora qui, e funziona.

Chi arriva in via Passino in una giornata qualunque, magari trovando la porta chiusa perché non era il giorno giusto, farà bene a fare due passi in più tra i lotti prima di andarsene. È così che questo quartiere si lascia capire: camminandoci dentro, guardando in alto, contando le scalinate. Il centro sociale è un pezzo di quella storia, non un’attrazione a parte.

Domande frequenti su Csoa La Strada

Dove si trova il Csoa La Strada e come nasce?

Il Csoa La Strada si trova alla Garbatella, a Roma, dentro gli spazi del mercato coperto rionale di via Passino. Nasce l'8 ottobre 1994, quando un gruppo di studenti delle scuole superiori e dell'università occupa un locale rimasto in disuso per oltre dieci anni, l'ex circolo Enal, allora ridotto a deposito di mobili pignorati.

Come si arriva al Csoa La Strada con i mezzi pubblici?

La metro B è il modo più semplice per arrivare al Csoa La Strada: la fermata Garbatella dista pochi minuti a piedi da via Passino, e da Termini il tragitto in metropolitana richiede circa una dozzina di minuti, con eventuale cambio a Piramide a seconda della linea.

Che musica si ascolta al Csoa La Strada?

Il Csoa La Strada è storicamente associato alla scena punk e hardcore romana, con concerti e festival che negli anni Ottanta e Novanta si sono sviluppati quasi interamente fuori dal circuito commerciale. La musica resta una parte visibile dell'attività del centro sociale, anche se non è l'unica: occupa una frazione minoritaria del tempo complessivo vissuto nello spazio.

Cosa si può fare al Csoa La Strada oltre ai concerti?

Oltre alla musica, il Csoa La Strada ospita diversi progetti autogestiti, tra cui la Scuola Popolare Piero Bruno, un servizio di affiancamento ai compiti e sostegno allo studio per ragazze e ragazzi delle scuole medie e superiori del Municipio Roma VIII, e la Ciclofficina Popolare La Strada, attiva dal 2008.

Cos'è la Ciclofficina Popolare del Csoa La Strada?

La Ciclofficina Popolare La Strada, dedicata ad Alfredo Martini, è attiva dal 2008 all'interno del centro sociale. Segue il principio dichiarato delle ciclofficine popolari, che non funzionano come negozi: non si vendono biciclette né pezzi di ricambio.

Come si sa se al Csoa La Strada c'è un evento in programma?

Per sapere cosa succede al Csoa La Strada conviene controllare i canali social del centro sociale, non il sito ufficiale. Il sito raccoglie la storia e la descrizione dei progetti, ma come calendario non è aggiornato, mentre le pagine social riflettono la programmazione più recente.

Il Csoa La Strada ha subito attacchi negli anni?

Il Csoa La Strada ha subito diversi episodi documentati di danneggiamento nel corso della sua storia, tra cui incendi nel 2013 e nel 2016 e ordigni nell'ottobre 2024, nel maggio 2025 e nel settembre 2025. Il centro sociale ha dichiarato di aver registrato, in meno di un anno, decine di episodi tra minacce, imbrattamenti e danneggiamenti.

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Fonte

RiassuntoCsoa La Strada Via Francesco Passino, 24 Roma Uno dei centri nevralgici storici della cultura e solidarietà dal basso a Garbatella. Concerti e festival punk, iniziative solidali, una ciclofficina e molto altro, dal 1994.
TagsSpazi Sociali - Roma

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IndirizzoCsoa La Strada Csoa La Strada
Via Francesco Passino, 24
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CategorieSpazi Sociali
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