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Black Market

Black Market è il locale di Via Panisperna 101, nel rione Monti, quello che (quasi) tutta la comunità indie-folk-pop internazionale ci invidia. Lo dico subito perché è la frase che gira da anni su questo indirizzo e, per una volta, non è una frase gonfiata: è la sintesi onesta di che cosa succede dentro un palazzo che dall'esterno non promette niente. Ci si arriva salendo e scendendo per Monti in uno stile che qualcuno ha descritto come Frisco, cioè con quelle pendenze brevi e continue che ti fanno capire, con le gambe prima che con la testa, di essere su un colle vero. Poi campanello, tessera, bancone. Tre gesti che sembrano una formalità e invece sono un filtro: chi suona il campanello sa dove sta andando, chi si fa la tessera entra in un club e non in un bar qualsiasi, chi arriva al bancone ha già capito che qui l'ordine delle cose è un altro rispetto alla strada.

La prima sala è quella dove si beve e si suonano dischi. L'impianto è da rivedere, e lo scrivo senza girarci intorno perché è una di quelle cose che chi ci va spesso ammette per primo: il suono della sala d'ingresso non è il motivo per cui ci si torna. Il motivo è un altro, ed è la somma di tre ambienti che stanno insieme senza assomigliarsi. Dopo la prima sala si apre un secondo spazio più scuro, con divanetti e una libreria soppalcata che è la cosa più fotografata del locale, quella che nelle immagini circolate in rete diventa immediatamente riconoscibile anche a chi non ha mai messo piede a Monti. Poi c'è il piano di sotto, ed è lì che il locale dà il meglio: una saletta che è un cubo fuori dal mondo, solo cassa, muri e consolle, un posto costruito per dare corpo alla parola after. Niente arredo che distragga, niente vista, niente finestre a ricordarti che fuori è notte o mattina. Solo la stanza e quello che ci succede dentro.

C'è però un quarto elemento, ed è quello che forse spiega la reputazione del posto meglio della saletta bassa: l'ambiente raccolto al piano di sopra, che è perfetto per l'appuntamento live più ricorrente fra queste mura, Unplugged In Monti. Il nome dice già tutto: unplugged, quindi voce e strumento senza l'apparato, e In Monti, cioè dentro un rione che ha una densità di persone, vicoli e locali che nessun altro pezzo di centro storico romano raggiunge nello stesso modo. È una rassegna che ha costruito negli anni un formato riconoscibile, con il pubblico seduto o in piedi a distanza di un braccio dal musicista, in una stanza dove il silenzio conta quanto il suono.

Mettiamo in fila le informazioni pratiche, perché poi tutto il resto è racconto. L'indirizzo è Via Panisperna 101, Roma, rione Monti, a metà strada fra Via Nazionale e Via Cavour, in quel reticolo che sale verso il Viminale da una parte e scende verso i Fori dall'altra. Il locale funziona con tessera, quindi si entra dopo essersi registrati: è il modello classico del circolo, non una barriera pensata per escludere qualcuno ma la forma giuridica con cui in Italia si tiene in piedi un posto che fa musica dal vivo e apre tardi. Il campanello all'ingresso non è folklore: la porta resta chiusa e si apre quando qualcuno dall'interno decide di aprirla. Per gli orari, la programmazione e lo stato di apertura conviene sempre controllare i canali ufficiali del locale prima di mettersi in cammino, perché a Monti i calendari cambiano di settimana in settimana e le rassegne seguono stagioni proprie.

Come ci si arriva davvero, e perché conviene arrivarci a piedi

Il modo migliore per raggiungere Via Panisperna 101 è quello che nessuna app ti suggerisce per primo, cioè a piedi da lontano. Dalla stazione Termini sono quindici minuti scarsi in discesa dolce: si imbocca Via Cavour, si gira a destra in Via Urbana o si sale per una delle trasversali, e senza accorgersene si è dentro. Dalla fermata Cavour della metro B il tempo si dimezza e la salita è più netta, con quella scalinata che tutti chiamano salita dei Borgia e che è il modo più teatrale di entrare nel rione. Dalla fermata Repubblica, sempre linea A, si scende per Via Nazionale ed è un'altra cosa ancora: si passa davanti alle vetrine, ai portoni ottocenteschi, alle facciate larghe di una strada che fu pensata come asse di rappresentanza della capitale nuova, e poi si svolta e si finisce in un vicolo che sembra di duecento anni prima.

Chi arriva in autobus ha su Via Nazionale una delle direttrici più servite del centro, con le linee che collegano Termini a piazza Venezia e proseguono verso il Tevere. La sosta dell'auto, invece, è il capitolo che consiglio di chiudere prima ancora di aprirlo: Monti è zona a traffico limitato per larga parte della settimana e nelle ore serali, i posti liberi sono un miraggio e i vicoli sono stretti al punto che due specchietti si toccano. Arrivare in taxi o con un mezzo pubblico fino al bordo del rione e poi camminare è l'unica strategia che regge. Peraltro camminare qui non è un sacrificio: è il modo in cui il quartiere si spiega da solo.

Una nota sul ritorno, che spesso ci si dimentica di pianificare. Se la serata finisce tardi, e a Black Market finisce tardi per definizione, la metropolitana è chiusa. Restano i taxi, che a Monti trovi più facilmente sulle strade larghe (Via Nazionale, Via Cavour, piazza dell'Esquilino) che nei vicoli, e le linee notturne che passano per Termini. Sapere in anticipo da che parte uscire evita di girare a vuoto con le scarpe sbagliate su un selciato che di sampietrini ne ha parecchi.

Le tre anime del locale, una per volta

Un locale su tre livelli non è un locale grande: è un locale diverso tre volte. E Black Market funziona esattamente così, con una progressione che non è casuale. Il piano d'ingresso è quello conviviale: bancone, bottiglie, dischi che girano, gente che parla a voce normale e non deve urlare. È la stanza in cui si decide che tipo di serata sarà. Chi resta lì, resta per bere e per parlare, e il fatto che l'impianto non sia impeccabile in questo caso quasi aiuta: nessuno viene messo nella condizione di dover competere con il volume.

La seconda sala, quella più scura con i divanetti e la libreria soppalcata, è la stanza dell'attesa e della conversazione lunga. È qui che si capisce l'estetica del posto, che è fatta di oggetti accumulati, legno, luci basse e una scala che porta a un soppalco di libri. La parola che viene in mente è salotto, ma un salotto che ha smesso di essere privato. Gli arredi raccolti e rimessi in circolo sono un tratto che a Monti trovi in più di un esercizio commerciale, ed è un tratto che ha una storia: il rione ha convissuto a lungo con rigattieri, restauratori, botteghe di recupero, e quella cultura del riuso ha lasciato un'impronta visiva che i locali aperti negli ultimi decenni hanno ereditato e reinterpretato.

Il piano di sotto è il contrario di tutto questo. Cassa, muri, consolle. La descrizione che ne circola parla di un cubo fuori dal mondo, e l'immagine è giusta: è uno spazio che rinuncia volontariamente a qualunque elemento di comfort per fare una cosa sola. Non ci sono divani in cui sprofondare, non ci sono angoli dove appartarsi a chiacchierare. C'è il suono e ci sono le persone che lo stanno ascoltando in piedi. È il luogo dell'after, cioè di quella fascia oraria in cui la città sopra ha già chiuso e quello che resta è un gruppo di gente che ha deciso di non andare a dormire. Chi cerca una serata tranquilla scenderà una volta, guarderà, e tornerà su. Chi cerca l'altra cosa, resterà giù.

E poi c'è il piano di sopra, l'ambiente raccolto che ospita i live. Qui il rapporto fra dimensione e risultato si ribalta: proprio perché lo spazio è piccolo, un concerto acustico funziona come non funzionerebbe in una sala da mille posti. Chi suona sente il respiro di chi ascolta, e chi ascolta vede le dita sulle corde. È un formato che non perdona: se la voce non regge, si sente; se il pezzo non è scritto bene, si sente. Non c'è impianto che copra. Per questo le rassegne acustiche, quando riescono, costruiscono una fedeltà nel pubblico che i grandi spazi non ottengono mai.

Unplugged In Monti, il formato che ha fatto la reputazione

Unplugged In Monti è il nome dell'appuntamento live più ricorrente fra queste mura, ed è anche la ragione per cui questo indirizzo viene citato fuori Roma. L'idea è la più semplice possibile: musica dal vivo senza amplificazione pesante, in una stanza piccola, a cadenza regolare. Semplice da dire, difficile da tenere in piedi per anni, perché richiede tre cose che raramente stanno insieme: un pubblico disposto a fare silenzio, un luogo disposto a rinunciare a incassi da sala piena, e una rete di contatti capace di portare in una saletta di rione musicisti che altrove suonano davanti a molte più persone.

La formula acustica ha una conseguenza che vale la pena spiegare a chi non frequenta questo tipo di serate. In un concerto amplificato, il rumore di fondo del pubblico viene coperto e diventa quasi parte dell'atmosfera. In un concerto unplugged, ogni bicchiere appoggiato male sul tavolo entra nel pezzo. Questo trasforma il pubblico in un partecipante: la qualità della serata dipende anche da chi ascolta, non solo da chi suona. È una cosa che a Roma non è scontata, e che a Monti, per ragioni che hanno a che fare con il tipo di persone che vive e frequenta il rione, riesce meglio che altrove.

La definizione di comunità indie-folk-pop internazionale non è un'etichetta di marketing. Descrive un circuito reale: cantautori e band che si muovono fra le città europee con tour a basso costo, spesso in duo o in solo, che cercano posti dove la resa acustica e l'attenzione del pubblico contino più della capienza. Questi circuiti funzionano per passaparola fra chi organizza, e un locale che si costruisce una reputazione in quel giro finisce per ricevere proposte che non avrebbe mai potuto comprare. Ecco perché il locale viene invidiato: non per le dimensioni, non per l'impianto, ma per la posizione che occupa in una rete.

Una curiosità su Black Market

La curiosità che preferisco riguarda il nome, e il gioco di specchi che ci si porta dietro. Black Market significa mercato nero, e a Roma il mercato nero ha un'immagine storica precisa: quella degli anni della guerra e del dopoguerra, quando nei rioni popolari si vendeva e si comprava tutto quello che la tessera annonaria non permetteva. Monti era uno di quei rioni popolari, uno dei più densi, con cortili, botteghe e scale dove il commercio informale era parte della sopravvivenza quotidiana. Un locale che oggi si chiama così, dentro un palazzo di Via Panisperna, con tessera e campanello, riprende ironicamente proprio quell'immagine: l'accesso riservato, la porta che si apre solo per chi sa, la sensazione di stare in un posto che non espone la merce in vetrina.

Il secondo livello del gioco è che Black Market è anche il nome che nella cultura musicale anglosassone evoca il disco raro, quello che non trovi nei negozi normali. E infatti l'ingresso è una stanza dove si suonano dischi. Non credo sia un caso. C'è una linea che unisce il rigattiere di Monti, il collezionista di vinili e il gestore di un locale che ha deciso di mettere una libreria soppalcata in una sala da bere: tutte e tre queste figure lavorano sull'idea che il valore di un oggetto non stia nella sua novità ma nel fatto che qualcuno lo abbia cercato.

La terza curiosità è topografica e la noto ogni volta che passo da quelle parti. Il numero 101 di Via Panisperna è a poche centinaia di metri dal numero 89a, e il 89a è uno degli indirizzi più famosi della storia della scienza italiana, perché lì aveva sede l'Istituto di Fisica della Regia Università dove lavorava il gruppo di Enrico Fermi. Quindi su una sola strada, nel giro di un paio di isolati, convivono il luogo dove si è fatta una delle scoperte più importanti del Novecento e il luogo dove oggi si suona musica acustica in una stanza piccola. Non c'è nessun legame fra le due cose, e proprio per questo il contrasto è curioso: Via Panisperna è una strada che sembra fatta apposta per ospitare cose che accadono lontano dai riflettori e vengono riconosciute dopo.

Via Panisperna, il nome, il pane e la perna

La strada su cui affaccia il locale ha uno dei nomi più curiosi di Roma, e l'origine più accreditata passa per la chiesa di San Lorenzo in Panisperna, che si trova poco più in alto sul colle Viminale. La tradizione racconta che il nome derivi dalla distribuzione di pane e prosciutto, panis et perna in latino, che le monache clarisse facevano ai poveri nel giorno della festa di San Lorenzo. È una spiegazione popolare, di quelle che gli studiosi accolgono con prudenza, e che in parallelo convive con l'ipotesi che il nome derivi invece da una famiglia proprietaria dei terreni, i Perna. Nessuna delle due versioni è dimostrata in modo definitivo, e a me questa incertezza piace: una strada che deve il proprio nome a un piatto povero o a un cognome dimenticato è comunque una strada che racconta gente comune, non imperatori.

Vale la pena ricordare che San Lorenzo, a cui la chiesa è dedicata, è uno dei patroni di Roma e che la tradizione lo lega proprio a questo colle: secondo il racconto agiografico il martirio del diacono avvenne sulla graticola in un luogo che la devozione ha collocato qui. Sotto la chiesa, nei secoli, si sono stratificati resti di edifici antichi, e tutta l'area del Viminale e dell'Esquilino è un palinsesto dove ogni scavo porta alla luce qualcosa. Chi cammina su Via Panisperna sta camminando su uno dei pochi tratti di Roma dove la quota stradale moderna e quella antica differiscono di diversi metri.

Il carattere della strada oggi è misto, e per me è questo il suo pregio. Nella parte alta ci sono edifici istituzionali, uffici, il fianco del complesso del Viminale. Scendendo verso il basso la strada si fa più stretta e più abitata, con portoni, piccoli esercizi commerciali, quel tipo di commercio che serve chi vive lì e non chi passa una volta sola. È in questa seconda parte che si incontra il numero 101. Il salto fra i due tratti è netto: si passa dal registro amministrativo a quello domestico in duecento metri, e un locale notturno in mezzo a questo passaggio ha un senso preciso, perché occupa la soglia fra due città diverse.

I ragazzi di via Panisperna, ovvero il vicino di casa più illustre

Al numero 89a di Via Panisperna, dentro il complesso che oggi ospita il Ministero dell'Interno al Viminale, sorgeva il Regio Istituto di Fisica dell'Università di Roma. Lì, negli anni Trenta del Novecento, lavorava un gruppo di giovanissimi scienziati che la storia ha battezzato con il nome della strada: i ragazzi di via Panisperna. Il capo riconosciuto era Enrico Fermi, nato a Roma nel 1901 e professore a poco più di venticinque anni grazie a una cattedra di fisica teorica istituita apposta per lui su iniziativa di Orso Mario Corbino, che dirigeva l'istituto ed ebbe l'intuizione di puntare su quel gruppo. Attorno a Fermi c'erano Franco Rasetti, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Bruno Pontecorvo, il chimico Oscar D'Agostino e Ettore Majorana.

Nell'ottobre del 1934 in quell'edificio accadde una cosa che avrebbe cambiato la fisica del secolo: il gruppo scoprì che rallentando i neutroni, facendoli passare attraverso una sostanza ricca di idrogeno come la paraffina o l'acqua, la loro capacità di produrre radioattività artificiale nei materiali bersaglio aumentava enormemente. La storia della vasca dei pesci rossi nel giardino dell'istituto, usata come schermo d'acqua durante gli esperimenti, è uno di quei dettagli che la memoria collettiva ha conservato meglio della formula. Quattro anni dopo, nel 1938, Fermi ricevette il premio Nobel per la fisica, e proprio in quell'anno le leggi razziali del regime fascista spinsero lui e la moglie Laura Capon a non tornare in Italia dopo la cerimonia a Stoccolma. Il gruppo si disperse: alcuni emigrarono, altri presero strade diverse, e nel marzo del 1938 Ettore Majorana scomparve durante un viaggio in nave, lasciando uno dei casi irrisolti più discussi del Novecento italiano.

Ti racconto tutto questo perché chi viene a Monti per una serata raramente sa di camminare su questa strada. E invece cambia il modo in cui la si guarda. L'edificio dell'istituto esiste ancora e oggi è legato al Museo storico della fisica e Centro studi e ricerche Enrico Fermi, che ne ha fatto un luogo di memoria scientifica. Non è un museo da visita rapida e non ha gli orari di un'attrazione turistica, quindi conviene verificare le aperture prima di presentarsi al portone. Ma anche solo passarci davanti, leggere la targa e poi proseguire in discesa verso il numero 101 è un modo di attraversare il Novecento in cinque minuti a piedi.

C'è un'ultima cosa notevole in questa vicenda, ed è la scala. Non parlo di gradini: parlo di proporzioni. Una delle scoperte decisive della fisica moderna è stata fatta in una manciata di stanze, con strumenti costruiti a mano, da un gruppo di persone che si conoscevano tutte per nome. È la stessa scala di un concerto acustico in una saletta al piano di sopra di un locale di Monti. Non voglio forzare l'analogia, perché sarebbe ridicolo paragonare una serata di musica a un esperimento che ha cambiato la storia. Voglio solo dire che questa strada, per qualche ragione, ha sempre ospitato cose piccole che funzionavano bene.

Una cosa che non ti dice nessuno su Black Market

La cosa che non ti dice nessuno è che questo locale va preso in due tempi, e che se lo prendi in un tempo solo ne esci con un'idea sbagliata. Ci si arriva quasi sempre la prima volta per una serata di dischi, entrando dal bancone, restando nella prima sala, magari scendendo dieci minuti al piano di sotto per curiosità, e la sintesi mentale che ne esce è quella di un bar notturno un po' particolare con la libreria per fare scena. Chi si ferma a questa prima impressione non tornerà, oppure tornerà solo quando ha già bevuto altrove e cerca un posto aperto. È la lettura più diffusa e anche la più ingiusta.

La seconda volta va fatta in una serata di concerto acustico al piano di sopra. Cambia tutto, e cambia non per un fattore di gusto ma per un fattore fisico: la stanza è dimensionata per quello. Il soffitto, le pareti, il numero di persone che ci stanno, la distanza fra chi suona e chi ascolta: sono elementi che trasformano una chitarra e una voce in qualcosa che non si può replicare né in un teatro né in un club amplificato. Se la prima esperienza che fai qui è un live raccolto, il locale ti resta in testa per anni. Se la prima esperienza è un dopocena rumoroso, ti resta l'impianto da rivedere.

Il secondo pezzo di questa faccenda riguarda l'orario. Molta gente arriva presto, verso l'ora dell'aperitivo tardo, e trova un posto mezzo vuoto in cui non succede niente. Questo è un locale che ha una curva propria: prende corpo quando altrove si sta chiudendo. La saletta di sotto, quella dedicata all'after, esiste proprio per questo. Andarci alle nove di sera e lamentarsi che è spento è come andare al mercato alle cinque del pomeriggio e lamentarsi che hanno smontato i banchi. Ogni posto ha la sua ora e questo ce l'ha tardi.

Terzo pezzo, e qui divento pratico. La tessera. Chi arriva senza saperlo si trova al campanello a dover fare una procedura che richiede un documento e qualche minuto. Non è un problema, ma se arrivi in sei con un gruppo che non sa di che si tratta, quei minuti diventano venti e l'ingresso si ingolfa. Prepararsi prima, avere il documento a portata di mano e sapere che si entra a un circolo e non in un pub rende tutto più semplice per tutti, incluso chi lavora dietro la porta.

Il rione Monti, cioè la Suburra, cioè il posto dove abitava mezza Roma antica

Per capire dove ci si trova bisogna togliere di mezzo un equivoco. Monti oggi è percepito come un quartiere elegante, con botteghe di artigianato, ristoranti curati e affitti che non sono per tutti. Storicamente è l'esatto contrario: questa è l'area della Suburra, il quartiere più popoloso, rumoroso e malfamato della Roma antica, il posto dove vivevano ammassate decine di migliaia di persone nelle insulae, i casamenti a più piani che i testi antichi descrivono come traballanti e soggetti a crolli e incendi. La Suburra occupava la valle fra il Quirinale, il Viminale e l'Esquilino, esattamente dove oggi corrono Via Urbana, Via dei Serpenti, Via del Boschetto e la stessa Via Panisperna nella sua parte bassa.

Gli autori latini la citano spesso e quasi mai con affetto. Giovenale e Marziale la descrivono come rumorosa e affollata, con le botteghe aperte fino a tardi, il fango, i venditori. Era anche il quartiere dei mestieri: lì lavoravano barbieri, calzolai, fabbri, e lì si trovavano attività che la Roma perbene preferiva tenere lontano dal centro monumentale. Il collegamento con il Foro passava per l'Argileto, la strada che sboccava fra la Curia e la Basilica Emilia, cioè nel cuore politico della città. In poche decine di metri si passava dal centro del potere al quartiere popolare: una compressione urbana che, se ci pensi, Roma non ha mai smesso di praticare.

Il dettaglio che colpisce di più chi ascolta questa storia per la prima volta è che Giulio Cesare, secondo la testimonianza di Svetonio, abitò nella Suburra in una casa modesta fino a quando non divenne pontefice massimo e si trasferì nella residenza ufficiale lungo la Via Sacra. Il futuro dittatore che viene dal quartiere popolare è un'immagine che vale più di molte pagine di storia sociale: significa che la separazione fra ceti nella Roma repubblicana non era ancora la segregazione geografica che conosciamo nelle città moderne.

Il nome Monti arriva molto dopo, in età medievale e moderna, e deriva dai rilievi compresi nel rione: il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino e una parte del Celio. Lo stemma del rione, non a caso, mostra tre monti verdi su campo d'argento. È il rione più esteso dei ventidue rioni storici di Roma, e per secoli la sua parte alta è stata campagna dentro le mura, con vigne, orti e casali, mentre la parte bassa restava abitata. Questa doppia natura, mezzo urbana e mezzo agricola, è durata fino all'Ottocento ed è il motivo per cui, quando Roma divenne capitale, proprio qui si trovò lo spazio per costruire i grandi assi della città nuova.

Il consiglio che ti do per visitare Black Market

Il consiglio è uno solo e lo metto in cima: scegli la serata prima di scegliere il locale. Qui non funziona la logica del si passa e si vede, perché il posto cambia natura a seconda di quello che ha in programma. Se la serata è di dischi, arrivi tardi, ti fermi al bancone, ti muovi fra le due sale e ti godi la conversazione. Se la serata è di concerto acustico al piano di sopra, arrivi presto rispetto all'inizio annunciato, ti prendi un posto dove vedi e senti, e accetti di stare fermo e zitto per il tempo del set. Sono due usi diversi dello stesso indirizzo e non si mescolano bene.

Secondo consiglio: la tessera. Informati prima su come funziona il tesseramento e presentati con un documento. È la differenza fra entrare in tre minuti ed entrare in venti. Se vieni da fuori Roma e non hai mai frequentato circoli italiani, sappi che è una prassi normale e diffusa, non una stranezza di questo posto.

Terzo consiglio, e forse quello che cambia di più la serata: costruisci una traiettoria dentro Monti invece di puntare dritto al portone. Il rione si gira in venti minuti e ogni tratto ha un carattere diverso. Il punto di partenza migliore è la piazza della Madonna dei Monti, che è il salotto del quartiere, con la fontana al centro dove la gente si siede sul bordo con il bicchiere in mano. Da lì salgo per Via dei Serpenti, giro in Via del Boschetto, taglio per Via Urbana verso Santa Pudenziana, poi risalgo verso Via Panisperna. In questo modo, quando suoni il campanello al 101, il locale non è più un punto isolato su una mappa: è l'ultimo pezzo di un percorso.

Quarto consiglio: mangia prima, e mangia nel rione. Monti ha una densità di posti dove si mangia bene che è quasi imbarazzante, dal panino alla trattoria alla pizza. Arrivare a stomaco pieno cambia completamente la gestione di una serata lunga, soprattutto se prevedi di scendere al piano di sotto dove l'after non prevede pause per la cena.

Quinto consiglio, per chi ha il sonno leggero o poca pazienza con la folla: le serate migliori per un'esperienza raccolta sono quelle infrasettimanali. Il fine settimana Monti si riempie di gente che arriva da fuori rione, i vicoli diventano una corrente continua e anche il locale ne risente. Un martedì o un mercoledì con un concerto in programma è lo scenario ideale.

Sesto e ultimo: controlla gli orari e la programmazione sui canali ufficiali del locale poco prima di uscire di casa. Le rassegne seguono stagioni, i locali chiudono per periodi, i calendari cambiano. Presentarsi davanti a un portone chiuso è una fatica evitabile con trenta secondi di verifica.

Cosa c'è intorno, nel raggio di cinque minuti a piedi

Uno dei motivi per cui consiglio di arrivare presto nel rione è che intorno a Via Panisperna si concentra una quantità di cose da vedere che in qualsiasi altra città farebbe da sola un itinerario. Si comincia dalla basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, che è una delle chiese più sottovalutate di Roma: sotto il piano della chiesa attuale si conserva un ambiente antico di grande interesse, e all'interno ci sono i paesaggi dipinti da Gaspard Dughet, cognato di Nicolas Poussin, che sono fra le cose più sorprendenti che si possano trovare in una chiesa romana. Nella piazza davanti si alza la Torre dei Capocci, una delle torri medievali superstiti del rione, e poco distante quella dei Graziani: ricordano che nel Medioevo questa era una zona di fortificazioni familiari, non di salotti.

Scendendo verso Via Cavour si incontra la salita dei Borgia, la scalinata coperta che collega la strada bassa al livello superiore passando sotto un arco. È uno dei passaggi più fotografati del rione e uno dei più carichi di racconto: la tradizione popolare lo lega al palazzo attribuito a Vannozza Cattanei, la donna che fu a lungo legata a Rodrigo Borgia, poi papa Alessandro VI, e madre di Cesare e Lucrezia. Le attribuzioni dell'edificio sono discusse dagli studiosi, e la leggenda nera che vuole quel passaggio teatro di agguati va presa per quello che è, cioè leggenda. Resta il fatto che pochi luoghi a Roma hanno la stessa atmosfera al calare del buio.

In cima alla salita si arriva a San Pietro in Vincoli, dove c'è il Mosè di Michelangelo, parte del monumento funebre di papa Giulio II. Poche centinaia di metri più in là, sul versante opposto, si aprono i luoghi dell'archeologia monumentale: la Domus Aurea di Nerone sul colle Oppio, i Mercati di Traiano con il Museo dei Fori Imperiali, e naturalmente il Colosseo, che dalla parte bassa di Monti si raggiunge in una camminata di dieci minuti. Chi vuole allargare verso l'Esquilino trova il Nuovo Mercato Esquilino, che è un'altra Roma ancora, quella dei banchi di spezie e di prodotti che arrivano da mezzo mondo.

Se invece la giornata è dedicata alla musica e non all'archeologia, nel raggio di poche fermate ci sono altri indirizzi che vale la pena conoscere: l'Alexanderplatz Jazz Club, storico riferimento del jazz romano, e la Casa del Jazz, con il suo parco e la stagione di concerti. Sono formati diversi da quello di una saletta acustica di rione, ma raccontano insieme la geografia sonora della città.

Santa Maria dei Monti, la piazza e la fontana

La chiesa di Santa Maria dei Monti, o Madonna dei Monti, è il cuore devozionale e sociale del rione. La sua storia comincia nel 1579, quando in un fienile ricavato da un antico monastero venne ritrovata un'immagine della Vergine a cui furono attribuiti eventi prodigiosi. La devozione popolare esplose, papa Gregorio XIII decise la costruzione di una chiesa e il progetto fu affidato a Giacomo della Porta, che qui realizzò uno degli esempi più eleganti dell'architettura religiosa romana di fine Cinquecento. L'edificio venne aperto al culto nel 1580.

Dentro questa chiesa riposa san Benedetto Giuseppe Labre, il pellegrino francese morto a Roma nell'aprile del 1783 in una casa di Via dei Serpenti, a pochi metri da qui. La sua figura racconta un pezzo di storia del rione che oggi è difficile immaginare: un uomo che viveva di elemosina, che dormiva sotto le arcate del Colosseo, e la cui morte suscitò una devozione popolare immediata e imponente. La canonizzazione arrivò nel 1881. Chi entra in chiesa oggi, tra i turisti che fotografano l'altare, raramente si accorge di questa storia.

Fuori, la piazza della Madonna dei Monti è il luogo dove il rione si guarda allo specchio. La fontana al centro, di forma semplice, è diventata negli anni un punto di ritrovo spontaneo: la gente si siede sul bordo, si beve, si parla, e nelle sere miti si crea una specie di assemblea permanente. È anche uno dei punti in cui la tensione fra residenti e vita notturna si fa più evidente, perché abitare sopra una piazza che alle due di notte è ancora piena non è semplice. Questa tensione è parte della storia recente di Monti e conviene conoscerla, perché spiega molte delle regole e degli orari che i locali della zona devono rispettare.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che Monti è il rione più antico e più esteso di Roma. Quello che quasi nessuno si ferma a considerare è la conseguenza urbanistica: il rione come lo vediamo oggi è il risultato di due grandi amputazioni ottocentesche, e senza quei tagli non avremmo né Via Nazionale né Via Cavour, cioè le due strade che oggi delimitano la parte di Monti dove si trova Via Panisperna.

Dopo il 1870, con Roma capitale, la città dovette darsi ministeri, banche, alberghi e caserme. Il terreno disponibile era quello alto di Monti, ancora in gran parte occupato da vigne e ville. Via Nazionale venne aperta per collegare la stazione Termini al centro attraverso una direttrice moderna, larga, adatta alle carrozze e poi ai tram. Via Cavour fu il secondo asse, aperto negli anni successivi per collegare Termini alla zona dei Fori. Per farlo passare si demolirono interi isolati del tessuto medievale e si spostarono quote stradali di diversi metri.

La conseguenza è che il cuore antico di Monti, quello dei vicoli, è oggi un'isola compresa fra due grandi strade moderne. Quando cammini in Via Urbana o in Via Panisperna bassa e senti che il ritmo cambia, che le auto spariscono, che le voci rimbalzano sui muri, non è una suggestione: sei dentro il pezzo di tessuto che le demolizioni hanno risparmiato, delimitato da due tagli chirurgici. Ecco perché questo rione sembra un paese dentro la città. Letteralmente lo è: è un frammento circondato.

C'è un secondo fatto risaputo e poco citato, ed è che questo circondamento ha prodotto una comunità. Monti ha una vita associativa di quartiere robusta, con un mercato rionale, feste, iniziative dei residenti e una identità che le persone rivendicano apertamente. Chi apre un locale qui non apre in un posto qualsiasi: apre dentro un organismo che ha opinioni su quello che gli succede intorno. Questo spiega perché i locali di Monti che durano sono quelli che hanno trovato un equilibrio con chi ci abita, e perché i formati raccolti, come un concerto acustico in una stanza piccola, funzionano meglio dei formati espansivi.

La foto giusta da fare a Black Market

La foto giusta non è quella del bancone e non è quella del palco. È la libreria soppalcata della seconda sala, ripresa dal basso, con la scala che sale e i volumi allineati sopra le teste delle persone sedute. È l'immagine che identifica il locale in modo immediato, perché mette insieme le due cose che di solito non convivono in una sola inquadratura: i libri e la vita notturna. Per farla bene serve poco: appoggiarsi alla parete opposta, tenere il telefono verticale, non usare il flash. La luce è bassa e calda, quindi accetta il rumore dell'immagine invece di combatterlo, perché una foto un po' sgranata qui somiglia al posto più di una foto pulita.

La seconda foto, quella che consiglio a chi vuole raccontare la serata e non solo l'arredo, è il dettaglio del musicista durante un set acustico al piano di sopra. Non il ritratto frontale, che in una stanza piccola diventa invadente e disturba chi suona: il dettaglio. Le mani sulle corde, il microfono, il profilo della gente che ascolta in controluce. Qui vale una regola di educazione prima che di fotografia: schermo alla luminosità minima, telefono in silenzioso, nessuna ripresa lunga. In una sala amplificata nessuno se ne accorge; in una sala acustica lo schermo acceso in mezzo al pubblico è una piccola aggressione.

La terza foto la fai fuori, ed è quella che racconta il locale meglio delle prime due. Il portone chiuso di Via Panisperna 101, di notte, con il campanello e la strada in salita che si perde nel buio. Nessuna insegna vistosa, nessuna fila, nessuna indicazione per il passante. È l'immagine della soglia: un pezzo di città che non dichiara quello che contiene. Con l'obiettivo grandangolare del telefono, mettendoti dall'altro lato della strada, prendi anche la pendenza e i lampioni, e ottieni una fotografia che a Roma potresti scattare in pochissimi altri punti.

Per chi ha voglia di allargare, il rione offre due scatti che completano il racconto. Uno è la salita dei Borgia, meglio dal basso verso l'arco, in una giornata nuvolosa o subito dopo il tramonto, quando il contrasto non è violento. L'altro è il vicolo in discesa di Via Urbana con il campanile romanico che spunta oltre i tetti. In tutti i casi, il consiglio è di evitare le ore centrali della giornata: a Monti la luce buona arriva presto la mattina, quando le strade sono vuote, oppure nella prima sera, quando le vetrine si accendono e i muri gialli si scaldano.

Cosa bere, cosa aspettarsi, come comportarsi

Sul bere niente classifiche né listini, perché cambiano e prezzi scritti oggi domani sarebbero falsi. Quello che posso dire è che l'impostazione della prima sala è quella del bancone che lavora, con la miscelazione classica e la birra, e che in un posto così la scelta sensata è chiedere a chi lavora dietro al bancone che cosa consiglia in quella serata specifica. È un'abitudine che in Italia si è persa e che invece nei locali piccoli funziona benissimo: chi lavora lì sa che cosa gli riesce meglio e ha piacere di dirlo.

Sull'aspettarsi, metto le mani avanti su una cosa. Questo non è un locale ampio. Chi arriva con l'idea di una serata in venti persone con tavolo riservato si troverà spiazzato. Gli spazi sono raccolti per definizione e nelle serate piene ci si sta stretti. Fa parte del formato: la stessa intimità che rende memorabile un concerto acustico rende faticosa una serata affollata. Sapere in anticipo che tipo di esperienza si sta comprando evita delusioni.

Sul comportarsi, le regole non scritte sono tre. Durante i live si ascolta, e le conversazioni si portano nell'altra sala. All'uscita si parla a voce bassa, perché sopra la strada ci sono case abitate e la convivenza fra vita notturna e residenza a Monti è un equilibrio delicato che i locali pagano per primi quando salta. E la porta è una porta, non una vetrina: chi apre decide, e insistere al campanello non ha mai fatto entrare nessuno più in fretta.

Le stagioni di Monti, perché non è lo stesso posto tutto l'anno

Il rione ha quattro versioni di sé. In inverno Monti è al suo meglio per chi ama l'interno: le strade si svuotano presto, i locali diventano rifugi, e una sala bassa con i divanetti acquista un senso che ad agosto non ha. La luce del pomeriggio dura poco e i vicoli si accendono alle cinque, il che rende la passeggiata prima della serata particolarmente bella.

In primavera il rione esplode. La piazza della Madonna dei Monti diventa un salotto all'aperto, i tavolini escono, e la parte esterna della serata pesa quanto quella interna. È la stagione in cui conviene arrivare presto e dedicare un'ora al giro dei vicoli prima di infilarsi in un portone.

In estate Roma cambia ritmo e Monti si svuota di romani e si riempie di visitatori. È anche la stagione dell'Estate Romana, quando la programmazione culturale della città si sposta all'aperto, verso le arene, i parchi e le sponde del Tevere, e i locali al chiuso vivono una fase più lenta. Molti indirizzi riducono l'attività o chiudono per qualche settimana ad agosto: è la ragione principale per cui insisto sul controllare il calendario prima di uscire.

In autunno tutto riparte, ed è il momento migliore dell'anno per una serata come questa. Le rassegne ricominciano, il pubblico è quello abituale, la temperatura permette di camminare senza sudare e senza congelarsi, e il rione ritrova la sua misura. Se dovessi indicare un mese solo, direi ottobre.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Gli avvenimenti elencati riguardano la strada e il rione, non il locale, perché su Black Market non esistono cronologie pubbliche verificabili. Il primo evento è antichissimo e riguarda la conformazione stessa della città: la valle della Suburra, cioè la parte bassa dell'attuale Monti, fu una delle prime aree densamente abitate di Roma, e la costruzione delle Mura Serviane, attribuite dalla tradizione al re Servio Tullio e realizzate nella forma superstite nel IV secolo avanti Cristo, definì il perimetro dentro cui quella densità si sviluppò. Pezzi di quelle mura sono ancora visibili nell'area di Termini e dell'Esquilino.

Il secondo evento è narrativo più che archeologico, ma la fonte è antica: Svetonio racconta che Giulio Cesare visse nella Suburra in una casa modesta fino all'elezione a pontefice massimo. Significa che nel primo secolo avanti Cristo questa parte di città ospitava contemporaneamente povertà estrema e famiglie della grande politica.

Il terzo evento è il grande incendio del 64 dopo Cristo sotto Nerone, che devastò larghe porzioni di Roma e che aprì la strada alla costruzione della Domus Aurea sul versante che da qui scende verso il Colosseo. La ricostruzione post incendio introdusse norme edilizie nuove, con limiti di altezza e obblighi sui materiali, proprio perché le insulae della Suburra avevano mostrato quanto fosse fragile quel modello abitativo.

Il quarto evento è medievale e riguarda le torri. Nel corso del Duecento le famiglie romane costruirono nel rione torri di difesa e di prestigio: la Torre dei Capocci e la Torre dei Graziani, nella piazza di San Martino ai Monti, sono ciò che resta di una selva molto più fitta, in gran parte demolita nei secoli successivi. Erano gli anni in cui Roma era una città di poche decine di migliaia di abitanti dentro mura fatte per un milione, e il rione era un arcipelago di nuclei fortificati fra le rovine.

Il quinto evento è del 1579 e ha cambiato il volto della zona: il ritrovamento dell'immagine mariana a cui si attribuirono prodigi, con la conseguente decisione di papa Gregorio XIII di far costruire la chiesa di Santa Maria dei Monti su progetto di Giacomo della Porta, aperta al culto nel 1580. Attorno a quella chiesa si è organizzata da allora la vita sociale del rione.

Il sesto evento è del 1783, quando Benedetto Giuseppe Labre morì in una casa di Via dei Serpenti. La devozione popolare che ne seguì fu tale da bloccare le strade del rione, e la sua sepoltura a Santa Maria dei Monti ha reso quella chiesa meta di pellegrinaggio. Fu proclamato santo nel 1881.

Il settimo evento è la trasformazione urbanistica seguita al 1870, con l'apertura di Via Nazionale e poi di Via Cavour e la costruzione del complesso del Viminale. In pochi decenni Monti passò da rione con vigne e casali a cerniera fra la stazione e il centro del potere politico della nazione.

L'ottavo evento è quello che ha reso celebre il nome della strada: nell'ottobre del 1934, nell'Istituto di Fisica di Via Panisperna 89a, il gruppo guidato da Enrico Fermi scoprì l'effetto dei neutroni lenti sulla radioattività artificiale. Nel 1938 Fermi ricevette il Nobel e lasciò l'Italia, e nello stesso anno la scomparsa di Ettore Majorana chiuse la stagione del gruppo. Da allora in poi la fisica nucleare avrebbe parlato altre lingue, ma il nome di questa strada resta uno dei più citati nella storia della scienza del Novecento.

Il nono e ultimo evento è recente e collettivo: la trasformazione di Monti, negli ultimi decenni, da rione popolare a quartiere di locali, botteghe e affitti brevi. È un processo che ha portato vitalità e ha anche espulso residenti, e che a Roma viene discusso apertamente. Un locale come questo si trova esattamente dentro quella discussione: fa parte della vita notturna che attira gente, e insieme rappresenta il tipo di attività piccola e radicata che i residenti tendono a difendere rispetto ai formati più aggressivi.

Chi è passato da Black Market

Qui devo essere preciso, perché è il punto in cui di solito si scrivono elenchi di nomi a effetto. Non li scrivo. Del passaggio di singoli musicisti in questa saletta non esiste un archivio pubblico consultabile, e mettere in fila nomi plausibili sarebbe un servizio pessimo a chi legge. Quello che si può dire con certezza è il tipo di persone che questo indirizzo attraversa, ed è già una descrizione ricca.

Da qui passano i cantautori del circuito indie-folk-pop che si muovono fra le città europee in tour leggeri, spesso da soli con una chitarra, a volte in duo. È una categoria di musicisti che negli ultimi vent'anni ha costruito carriere intere fuori dai grandi circuiti, suonando in sale da cinquanta o cento persone, vendendo dischi e magliette al banchetto a fine serata, e coltivando un pubblico che li segue di città in città. Per questo tipo di artista un locale come questo è il formato perfetto, e per questo il posto è finito dentro una rete internazionale di riferimenti.

Da qui passano i musicisti romani che provano dal vivo materiale nuovo prima di portarlo altrove. Una sala piccola è il banco di prova più onesto che esista: se un pezzo regge davanti a quaranta persone a un metro di distanza, senza volume che copra, regge ovunque.

Da qui passano i dj e chi fa selezione di dischi, che nella saletta al piano di sotto trovano uno spazio dedicato all'after e quindi a un tipo di serata che in città ha pochi luoghi adatti. E da qui passa, soprattutto, il pubblico del rione: gente che abita a Monti o nelle zone attorno, che conosce il campanello e la tessera, e che ha fatto di questo indirizzo una tappa abituale invece che un'escursione.

Se allarghiamo lo sguardo dal locale alla strada, allora i nomi ci sono e sono documentati. Da Via Panisperna sono passati Enrico Fermi, Franco Rasetti, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Bruno Pontecorvo, Oscar D'Agostino ed Ettore Majorana, sotto la direzione di Orso Mario Corbino. È un elenco che appartiene alla storia della fisica mondiale e che riguarda un edificio a poche centinaia di metri dal numero 101. Da questo rione, in epoche diverse, sono passati Giulio Cesare quando la Suburra era il quartiere più affollato dell'impero, Benedetto Giuseppe Labre quando il rione era pieno di pellegrini e mendicanti, e Michelangelo Buonarroti ogni volta che saliva a San Pietro in Vincoli per il monumento di Giulio II. Preferisco raccontare questi passaggi, che sono verificabili, piuttosto che inventare una lista di concerti.

Perché un posto così conta, in una città come Roma

Roma ha un problema noto con la musica dal vivo di piccola scala. Gli spazi adatti sono pochi, le regole sono complicate, i costi di gestione sono alti e la pressione immobiliare sul centro storico spinge fuori tutto ciò che non produce margini rapidi. In questo scenario, un locale che tiene in piedi da anni una rassegna acustica dentro un rione a vocazione residenziale fa una cosa che assomiglia più a un servizio culturale che a un'impresa di intrattenimento.

Il valore, poi, non è solo per chi ascolta. Per un musicista giovane avere in città una manciata di posti dove suonare davanti a un pubblico attento significa poter costruire un repertorio. Senza quei posti, il salto fra la sala prove e il palco grande è una voragine che quasi nessuno riesce a colmare. Le scene musicali delle città non nascono nei teatri: nascono in stanze come questa, e si vedono nei teatri dieci anni dopo.

C'è anche una questione di forma urbana. Un locale che non ha vetrina, che non occupa suolo pubblico con i tavolini, che tiene la porta chiusa e fa entrare su campanello, è un modello di vita notturna a bassissimo impatto sulla strada. In un rione che convive a fatica con la movida, questa è una scelta che vale la pena notare, perché indica un modo possibile di stare dentro un centro storico abitato senza trasformarlo in una piazza di consumo continuo.

Domande frequenti su Black Market

Dove si trova il Black Market?

Il Black Market si trova in via Panisperna 101, nel rione Monti a Roma, a pochi passi dal Viminale, nella zona che in età antica era la Suburra, il quartiere più popoloso della Roma imperiale. Oggi Monti è percepito come un quartiere elegante, ma la sua identità storica è esattamente l'opposto.

Come si arriva al Black Market?

Dalla stazione Termini il Black Market si raggiunge in circa quindici minuti a piedi in discesa dolce, imboccando via Cavour e poi via Urbana o una delle trasversali. Dalla fermata Cavour della metropolitana B il tempo si dimezza, anche se la salita finale è più netta lungo una scalinata del quartiere Monti.

Che musica si ascolta al Black Market?

Al Black Market convivono due anime musicali. Al piano d'ingresso c'è il bancone con i dischi che girano, in una dimensione conviviale dove si parla senza dover urlare. Al piano superiore va in scena Unplugged In Monti, l'appuntamento live più ricorrente del locale, fatto di musica dal vivo senza amplificazione pesante.

Che cos'è Unplugged In Monti, l'appuntamento live del Black Market?

Unplugged In Monti è il nome dell'appuntamento musicale più ricorrente al Black Market, ed è anche la ragione per cui questo indirizzo viene citato fuori Roma. L'idea è semplice sulla carta: musica dal vivo senza amplificazione pesante, in una stanza piccola, a cadenza regolare, ma difficile da tenere in piedi per anni.

Quanti piani ha il Black Market?

Il Black Market si sviluppa su tre livelli, ognuno con una funzione diversa: il piano d'ingresso, conviviale, con bancone e bottiglie; una seconda sala con una libreria soppalcata che caratterizza il locale; e uno spazio dedicato agli appuntamenti live come Unplugged In Monti, con un'atmosfera più raccolta.

Conviene scegliere la serata prima di andare al Black Market?

Sì, secondo il consiglio di chi lo conosce bene, al Black Market conviene scegliere la serata prima di scegliere il locale, perché lo spazio cambia natura a seconda di quello che ha in programma. Per una serata di dischi si arriva tardi e ci si muove fra le sale, mentre per un concerto acustico conviene arrivare presto rispetto all'orario annunciato.

Un itinerario di mezza giornata che finisce qui

Ti lascio il percorso che rifarei domani. Si parte nel primo pomeriggio dal Colosseo, si sale per il colle Oppio e si passa davanti all'ingresso della Domus Aurea, poi si scende verso San Pietro in Vincoli per il Mosè. Da lì si prende la salita dei Borgia in discesa, si attraversa Via Cavour e si entra nel cuore di Monti da Via dei Serpenti.

Prima tappa la piazza della Madonna dei Monti, con una sosta seduti sul bordo della fontana, poi la chiesa di Santa Maria dei Monti per Giacomo della Porta e per la tomba del pellegrino francese. Si risale per Via Urbana fino a Santa Pudenziana, si gira verso la piazza di San Martino ai Monti per le torri medievali e per i paesaggi dipinti nella basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti.

Rientro verso il tramonto per Via Panisperna, con la deviazione al 89a per la targa dell'istituto di fisica e due minuti di silenzio dedicati ai ragazzi di via Panisperna. Cena in una delle trattorie del rione. E quando la città comincia a spegnersi, il numero 101, il campanello, la tessera, il bancone. Se quella sera al piano di sopra c'è un concerto acustico, la giornata si chiude nel modo giusto. Se invece girano i dischi, si scende al piano di sotto e si vede fin dove arriva la notte.

Chi organizza viaggi e accompagna gruppi in Italia sa quanto sia difficile far incontrare a chi arriva da fuori questo tipo di Roma, quella che non finisce nei percorsi standard: per costruire itinerari, gestire prenotazioni e tenere insieme la parte operativa del lavoro c'è TourLeader Pro, mentre chi sta pianificando un viaggio per conto proprio e vuole capire come incastrare giornate, quartieri e distanze trova su Italy Planner il modo di mettere in ordine le idee prima di partire. Monti è uno di quei posti che premiano chi arriva preparato e poi si lascia andare.

Fonte

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RiassuntoBlack Market Via Panisperna, 101 Roma Il locale che (quasi) tutta la comunità indie-folk-pop internazionale ci invidia.
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