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EXP

In breve. EXP è il nome con cui il Caffè delle Esposizioni si presenta oggi: siamo in via Nazionale 194A, a Roma, al piano zero del Palazzo delle Esposizioni, e il locale ha un secondo ingresso sul retro, in via Milano 13.

EXP è il nome con cui il Caffè delle Esposizioni si presenta oggi: siamo in via Nazionale 194A, a Roma, al piano zero del Palazzo delle Esposizioni, e il locale ha un secondo ingresso sul retro, in via Milano 13. La formula ufficiale con cui lo descrive la casa madre è "un bistrot contemporaneo all'interno dello storico palazzo di via Nazionale", e la cosa interessante per chi legge queste righe pensando alla sera è che gli orari del caffè non coincidono con quelli del museo. Il Palazzo chiude alle 20.00 e il lunedì resta chiuso del tutto; EXP il lunedì è chiuso anche lui, il martedì, il mercoledì e la domenica fa 10.00-20.00, ma il giovedì, il venerdì e il sabato tira avanti fino alle 2.00 di notte. È in quelle tre sere che il bistrot cambia pelle: la musica che durante il giorno fa da sottofondo diventa la protagonista, arrivano le presentazioni, gli incontri, i live, i dj set, e il piano zero di un palazzo ottocentesco costruito per le Belle Arti si trasforma in uno dei posti più curiosi in cui passare una serata nel centro di Roma.

Lo scrivo subito perché è la parte che confonde quasi tutti: per entrare qui non serve il biglietto della mostra. Il piano zero del Palazzo delle Esposizioni è la parte pubblica dell'edificio, quella attraversabile gratis, dove insieme al caffè trovate la Libreria, i Laboratori d'arte e le esposizioni a ingresso libero. Il contatto diretto del locale è info@esposizionicaffe.it, mentre il centralino del Palazzo è il numero 06 696271 e l'indirizzo amministrativo è via Nazionale 194, 00184 Roma. Sui social il caffè si trova come esposizionicaffe. Tenete a mente due date del 2026 che spiegano eventuali porte chiuse: la pausa estiva, con il Palazzo, la Libreria, il caffè e l'aula studio chiusi dal 13 al 28 agosto, e le giornate del 17, 18 e 19 settembre, quando l'aula studio, la Libreria e il Caffè delle Esposizioni chiudono alle 18.00 per il festival MAGEIA, un progetto ideato, prodotto e realizzato da Lux Entertainment, con l'art takeover a ingresso gratuito dalle 10.00 alle 16.00 e la programmazione serale dalle 18.00 alle 2.00.

Da qui in avanti provo a raccontarvi che cosa è davvero questo posto, che cosa ci si mangia e ci si beve, come funziona la sera, e soprattutto dentro che cosa si trova: perché il contenitore, in questo caso, vale quanto il contenuto. Il Palazzo delle Esposizioni è il primo edificio italiano costruito interamente per le Belle Arti, ha centoquarantatre anni, e la sua storia attraversa le Quadriennali, le Secessioni, la propaganda del ventennio, il dopoguerra, le grandi mostre degli anni Settanta e la Kunsthalle contemporanea che è oggi. Sedersi al piano zero con un bicchiere in mano significa sedersi dentro tutto questo, e di solito nessuno lo dice.

Dove si trova EXP e come ci si arriva

Via Nazionale 194A è sul lato destro della strada salendo da piazza della Repubblica verso piazza Venezia, quasi all'altezza del grande arco del Palazzo delle Esposizioni. L'ingresso principale del caffè è proprio quello sulla strada, ma esiste il secondo accesso da via Milano 13, che corrisponde al retro dell'edificio, dove il Palazzo si appoggia al dislivello della collina del Quirinale. Vale la pena saperlo perché le due entrate danno due esperienze diverse: da via Nazionale entrate nella grande macchina scenografica di Pio Piacentini, con la scalinata, il portico e le statue sopra la testa; da via Milano entrate da dietro, quasi di servizio, in una strada molto più tranquilla, e vi ritrovate direttamente nella zona bassa dell'edificio senza dovere attraversare nulla.

Il giardino del Caffe delle Esposizioni apparecchiato fra gli alberi
Il giardino del Caffe delle Esposizioni, il bistrot del Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale, apparecchiato sotto gli alberi. Immagine dal sito ufficiale del Palazzo Esposizioni Roma.

Con i mezzi pubblici

La fermata di metropolitana più comoda è Repubblica sulla linea A, da cui si scende lungo via Nazionale per cinque o sei minuti a piedi in leggera discesa. Dall'altro lato, chi arriva da piazza Venezia ha Cavour sulla linea B, ma il percorso è meno lineare e passa per largo Magnanapoli. Via Nazionale è servita da un fascio di linee di superficie che collegano Termini al centro storico: la strada è uno degli assi portanti del trasporto urbano romano da quando è stata aperta, e questo è esattamente il motivo per cui l'edificio è stato messo qui e non altrove. Chi arriva in treno alla Stazione Termini può fare tutto a piedi in un quarto d'ora abbondante, passando da piazza della Repubblica e guardando alla propria sinistra l'emiciclo del Koch.

In macchina, e perché eviterei

Via Nazionale è dentro la Zona a Traffico Limitato del centro storico negli orari di attivazione, e il parcheggio in superficie in questa zona è una lotteria che si perde quasi sempre. Se proprio dovete arrivare in auto, i parcheggi in struttura della zona di Termini e del Quirinale sono la soluzione meno dolorosa, ma il rapporto tra costo del posto e cinque minuti risparmiati non regge. Per una serata del giovedì o del venerdì, con il locale aperto fino alle 2.00, il taxi o il servizio notturno di superficie sono scelte più sensate, e non solo per la questione del parcheggio: chi beve non guida, e questa è una regola che qui vale come dappertutto.

Il dislivello, che nessuno considera

Un dettaglio pratico che vale più di molte indicazioni stradali: tra via Nazionale e via Milano ci sono parecchi metri di dislivello, perché la strada ottocentesca è stata abbassata rispetto alla quota originaria del colle, e l'abbassamento è stato accentuato dalla costruzione del traforo umbertino. Piacentini se ne lamentava già mentre costruiva, e per rimediare progettò una scalinata a doppia rampa che abbracciasse la base dell'edificio, quasi un richiamo barocco. Quel progetto non fu approvato e l'architetto dovette accontentarsi di realizzare due ulteriori livelli della scalinata esterna. Risultato: l'ingresso da via Nazionale comporta gradini, quello da via Milano molto meno. Chi ha problemi di mobilità, chi arriva con un passeggino o chi semplicemente ha le gambe stanche dopo una giornata di Roma dovrebbe puntare direttamente sul retro.

Che cosa è EXP oggi, dalla colazione alla notte

La descrizione ufficiale parla di un bistrot dallo stile contemporaneo e creativo con proposte diverse per tutti i momenti della giornata, e la formula più interessante è quella della cucina espressa e sempre aperta. Significa che non esiste la finestra morta del pomeriggio in cui in mezza Roma vi dicono che la cucina è chiusa e vi offrono un tramezzino rimasto dalla mattina. Qui si comincia dalla colazione, classica all'italiana oppure americana, si prosegue con il pranzo che ha le sue formule e i suoi menù pensati per il lunch break di chi lavora in zona, si arriva alla cena, che può essere a tema o su prenotazione, e in mezzo c'è l'aperitivo con i taglieri vegetariani e vegani.

Il brunch del fine settimana

Il sabato e la domenica il brunch si sdoppia in due proposte, ed è la cosa più notevole dell'offerta. Da una parte il classico all'americana, con i pancakes e gli Eggs Benedict; dall'altra quello all'italiana, che la casa definisce "della nonna nei giorni di festa", con la pasta fresca e i brasati, ispirato alla varietà delle cucine regionali. Non è una furbizia di marketing: è una scelta che riconosce che il brunch romano ha due pubblici diversi, quello internazionale che cerca l'uovo in camicia e quello locale che la domenica vuole mangiare come si mangiava a casa. Trovare le due cose nello stesso menù, nello stesso posto, allo stesso orario, capita meno spesso di quanto si creda.

Il giardino, che è la parte migliore

Il pezzo forte, quello che non si vede dalla strada e che quasi nessuno conosce, è il giardino del caffè. È uno spazio incastrato tra le mura del Piacentini, la basilica paleocristiana di San Vitale e una magnolia rigogliosa, e la combinazione è di quelle che a Roma capitano solo per stratificazione: un edificio del 1883, una chiesa di quindici secoli prima, e un albero che fa ombra a entrambi. Di sera, quando la strada resta rumorosa e il giardino no, la differenza si sente. Di giorno, in primavera e in autunno, è uno dei pochi posti del centro in cui si può stare seduti fuori senza avere il traffico addosso e senza pagare il sovrapprezzo da cartolina.

Le sere lunghe

Giovedì, venerdì e sabato si chiude alle 2.00. È il dato che spiega tutto il resto. La casa lo dice con una formula efficace: gli eventi, le presentazioni e la musica arricchiscono l'offerta, e il leitmotiv che fa da sottofondo durante il giorno può diventare protagonista delle serate. Tradotto: nelle tre sere lunghe il bistrot funziona come un locale con musica dal vivo e dj set, dentro il piano zero di un palazzo che alle 20.00 ha già mandato a casa i visitatori delle mostre. Lo spazio è anche affittabile per eventi privati o aziendali, feste e compleanni, ed è una cosa che vale la pena tenere presente se state cercando una sala a Roma centro che non sia il solito salone d'albergo.

Una curiosità su EXP

La curiosità vera riguarda il nome, e va spiegata al contrario. Il locale ha due identità sovrapposte: quella istituzionale, Caffè delle Esposizioni, che è il nome con cui compare nelle pagine ufficiali del Palazzo, e quella breve, EXP, tre lettere che stanno su un'insegna, su un profilo social, su una locandina di serata. Le due convivono, e la casa stessa le scrive attaccate: Caffè delle Esposizioni - EXP. È la firma di un posto che deve funzionare come servizio di un museo di giorno e come locale autonomo di notte, e che per farlo si è dato due facce e due modi di nominarsi.

La curiosità dentro la curiosità è che questa doppia natura non è un'invenzione recente. Il Palazzo delle Esposizioni ha avuto un bar e delle sale di accoglienza fin dal grande restauro del dopoguerra, e il dato è documentato: quando nel 1950, dopo la Mostra della Ricostruzione, si mise mano all'edificio per riportarlo in funzione, i lavori di ripristino delle sale e di allestimento furono affidati all'ingegnere Giacomo Maccagno, dipendente del Comune di Roma, e all'architetto Adolfo Bobbio, mentre a Mario Bellina fu affidata espressamente la sistemazione del bar e delle sale di accoglienza. Nel 1951, in un'Italia che usciva dalle macerie, uno dei tre incarichi di quel cantiere riguardava il bar. Significa che l'idea che un luogo espositivo debba avere un posto dove sedersi e parlare non è una moda contemporanea del museum retail: qui era già scritta nei documenti settantacinque anni fa.

E c'è una terza curiosità, che riguarda l'architettura. Il fatto che oggi il piano zero possa ospitare un bistrot, una libreria, i laboratori d'arte e le mostre gratuite tutte insieme dipende da una decisione presa nel 1930, quando per adeguare il Palazzo alle esigenze della prima Quadriennale si decise di abbattere la serra posteriore, definita nelle cronache dell'epoca una "brutta e costosa tettoia da stazione ferroviaria". A Del Debbio si deve la demolizione e la costruzione di un solaio, che permise di ricavare nel piano sottostante altre sei sale espositive attorno a un ambiente centrale, riproponendo in scala ridotta l'impianto di Piacentini. Quel solaio, cioè quella decisione di quasi un secolo fa, è il pavimento su cui oggi si appoggiano i tavolini.

Il Palazzo delle Esposizioni, il contenitore che vale il contenuto

Per capire dove siete seduti serve un passo indietro di centocinquant'anni. Nel 1874 fu terminata la costruzione della nuova stazione ferroviaria, su progetto di Salvatore Bianchi, e a quel punto divenne urgente un forte segno di raccordo tra la stazione e il centro della città. Quel segno fu via Nazionale, con il disegno marcato di piazza Esedra, allora chiamata piazza delle Terme, che nel progetto del Koch, attuato tra il 1886 e il 1890, riprendeva il tracciato delle Terme di Diocleziano. Il riferimento all'antico non era nuovo: lo aveva già proposto Michelangelo con la costruzione di Santa Maria degli Angeli dentro il tepidarium delle terme. Dalla grande piazza, luogo monumentale di accoglienza per chi arrivava dal treno, si percorreva via Nazionale fino al prolungamento verso piazza Venezia, e ci si ricollegava al cuore storico della città.

Il concorso, i quaranta progetti e i settantaquattro

Il concorso per il Palazzo delle Esposizioni Nazionali di Belle Arti nasce esattamente in questo contesto: dotare Roma capitale degli edifici rappresentativi che le mancavano. L'obiettivo dichiarato era realizzare un edificio che esaltasse la vocazione culturale della città, il primo in Italia interamente dedicato alle Belle Arti pur senza essere un museo, capace di documentare con continuità la storia artistica passata e presente e insieme di reggere il confronto con i grandi modelli europei.

Il primo concorso fu bandito nel 1876 ed era un bando volutamente vago: non stabiliva l'area, lasciata alla libera scelta dei progettisti, tanto che ci fu chi propose piazza del Popolo, e non indicava nemmeno la cifra stanziata. Diceva soltanto che il fabbricato avrebbe dovuto occupare quattromila metri quadrati, avere due soli piani ed essere possibilmente circondato da giardini. Arrivarono quaranta progetti, esposti al Collegio Romano. Poco più di un anno dopo fu bandito un secondo concorso, questa volta con l'indicazione dell'area di via Nazionale, considerata la collocazione più idonea per il carattere rappresentativo che l'edificio doveva avere. Arrivarono settantaquattro progetti. Dopo molte polemiche e non poche indecisioni dentro la commissione giudicatrice, vinse il progetto di Pio Piacentini, contrassegnato dal motto "Sit quod vis simplex et unum": sia semplice e unitario, qualunque cosa tu voglia fare. I lavori partirono soltanto nel 1880.

Chi era Pio Piacentini

Piacentini era nato a Roma nel 1846 e si era formato all'Accademia di San Luca, di cui sarebbe poi diventato presidente. Aveva assorbito quella tendenza purista che aveva dominato la città sotto Pio IX, e come molti architetti romani della sua generazione, eredi di una cultura accademica, aveva più attenzione per il disegno che per il contesto urbano in cui l'edificio sarebbe finito. Nel caso del Palazzo delle Esposizioni, però, era consapevole del problema: lo spazio era ristretto, il margine di accesso sulla strada limitato, il dislivello dovuto all'abbassamento di via Nazionale poi accentuato dal traforo. Cercò soluzioni che non furono realizzate, e questa è una delle chiavi per leggere l'edificio: quello che vedete è un compromesso tra un'idea più ambiziosa e il metro quadro disponibile.

Un edificio senza finestre

La polemica più feroce riguardò proprio questo: "un edificio senza finestre" fu uno degli slogan della campagna di stampa contro il progetto, insieme all'accusa di influenza francese invece di adesione a uno stile nazionale. Il contrasto spaccò la stessa commissione giudicatrice. Ma le critiche non coglievano il punto. La mancanza di finestre era voluta, e serviva a creare all'interno superfici continue che rispondessero al massimo alle esigenze espositive; la luce naturale doveva venire dall'alto, attraverso le coperture trasparenti in ferro e vetro, perché quella era considerata la luce giusta per guardare le opere. In altre parole: non era una dimenticanza, era una tesi museografica, e per l'epoca era avanzatissima.

L'impianto è simmetrico, con sei ampie sale che convergono verso la rotonda centrale e con le due metà dell'edificio specchiate, in modo da permettere una lettura continua e una percorrenza lineare sia in orizzontale sia in verticale. Costantino Dardi, l'architetto che cent'anni dopo restaurò il Palazzo cercando di riportarlo all'integrità del progetto originario, descriveva lo spazio interno come "soprattutto segnato dal tema della visibilità: guardare e traguardare appare obiettivo costante della progettazione, dalla strada verso l'interno e dall'interno verso strada, dall'alto in basso e dal basso in alto, dalle scale alle sale e dalle sale alle scale". Se quando entrate avete la sensazione di essere continuamente invitati a guardare altrove, non è un caso: è il progetto che funziona.

Le statue sopra la vostra testa

Le sculture della facciata furono collocate alla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento, qualche anno dopo l'inaugurazione, e rispondevano comunque a un'intenzione decorativa voluta dall'architetto. Gli scultori sono accademici e i nomi documentati sono Cencetti, Biggi, Aureli, Trabacchi, Ferrari, Galletti e altri. I soggetti sono altrettanto accademici, e hanno una logica precisa che vale la pena conoscere prima di alzare gli occhi: in alto, l'arte sorretta dalla pace e dallo studio; sui quattro pilastri del portico, architettura, scultura, pittura e arte industriale; lungo le balaustre, dodici artisti del passato. È un programma iconografico che dichiara che cosa l'Italia unita voleva che fosse l'arte: un fatto civile, sostenuto dalla pace e dallo studio, e non un lusso privato.

Una cosa che non ti dice nessuno su EXP

Che il giardino non è un giardino qualunque, e che la chiesa che lo delimita è molto più vecchia di tutto il resto. La basilica di San Vitale è un edificio paleocristiano che si trova diversi metri sotto il livello attuale di via Nazionale, e questo da solo dovrebbe farvi capire quanto è stato manomesso il piano di calpestio di questa zona nell'Ottocento. Quando siete seduti al giardino del caffè, avete a un lato le mura del Piacentini, del 1883, e dall'altro un muro che ha circa quindici secoli in più.

E c'è un dettaglio che quasi nessuno conosce: quella chiesa Piacentini voleva spostarla. La prima idea dell'architetto, davanti all'angustia dello spazio destinato al Palazzo, fu di smontare la chiesa di San Vitale e riedificarla dentro un giardino, così da creare un ampio spazio attorno al nuovo edificio. In un secondo momento pensò invece di riallinearla all'asse stradale e di portarla allo stesso livello del Palazzo. Nessuna delle due idee fu realizzata, e per fortuna. Ma il fatto che nella Roma degli anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento fosse concepibile smontare una basilica paleocristiana e rimontarla altrove per fare spazio a un palazzo espositivo dice moltissimo su quel momento della città, e dice anche perché oggi quel cortile ha quella forma stretta e irregolare: è lo spazio che è rimasto dopo che la chiesa non si è mossa.

La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda il rapporto tra il locale e il museo, e cioè che sono due orologi diversi. Il Palazzo, con le mostre a pagamento, chiude alle 20.00, e l'ingresso alle esposizioni è consentito fino a un'ora prima. Il caffè, nelle tre sere lunghe, continua per altre sei ore. Chi non lo sa arriva alle 19.30, vede le luci che si abbassano nelle sale, pensa che stia chiudendo tutto e se ne va. Chi lo sa resta, e alle 21.00 si ritrova in un posto che ha appena cambiato funzione. È la differenza tra visitare un edificio e abitarlo, e passa tutta dentro un orario pubblicato che quasi nessuno legge fino in fondo.

Terza cosa, pratica: il piano zero è la parte gratuita. Libreria, laboratori d'arte, mostre a ingresso libero e caffè convivono sullo stesso livello, che è pensato proprio come lo spazio attraversabile senza biglietto. Questa scelta ha una genealogia precisa. Quando nel 1998 nacque l'Azienda Speciale Palaexpo, la prima azienda in campo nazionale dedicata esclusivamente alla cultura, uno dei problemi da risolvere era che il Palazzo non aveva un vero luogo di accoglienza per il pubblico. La soluzione fu rendere accessibile senza biglietto l'attraversamento dell'asse centrale, dall'entrata fino all'ala posteriore dove si svolgevano i servizi, riproponendo quel collegamento orizzontale che Piacentini aveva voluto "dalla strada verso l'interno e dall'interno verso la strada". Il fatto che oggi possiate entrare, sedervi e ordinare un caffè senza pagare nulla per varcare la soglia è la conseguenza diretta di quella decisione gestionale del 1998, che a sua volta traduceva un'intenzione architettonica del 1880.

Via Nazionale, la strada che ha inventato questo pezzo di Roma

Via Nazionale ha una brutta fama tra i romani, che spesso la liquidano come una strada di negozi e di traffico. È un giudizio pigro. Questa strada è il documento più leggibile che abbiamo di che cosa significasse, nel 1870, trasformare una città papale nella capitale di uno Stato nuovo. Il sindaco Luigi Pianciani lo scriveva senza giri di parole nel 1882: "Roma è il primo museo del mondo, ma non è una capitale che soddisfi i bisogni del presente. Non è un Comune da amministrare, è la massima delle metropoli antiche da rispettare, una metropoli moderna da creare". In quella frase c'è tutta la tensione che ha prodotto questa strada.

Perché passa proprio di qui

Perché doveva collegare la stazione al centro. Senza quel vincolo, via Nazionale non esisterebbe. E poiché il collegamento doveva attraversare una zona di ville, orti e conventi sulle pendici del Quirinale e del Viminale, la strada fu tracciata scendendo e tagliando, abbassando il piano di campagna, lasciando indietro edifici come San Vitale che si ritrovarono improvvisamente sotto il livello stradale. Il risultato è una via ottocentesca con dentro incastonati pezzi molto più antichi che sbucano a quote sbagliate, ed è proprio questo il suo interesse.

Palazzo Koch e l'emiciclo

Sulla stessa strada, verso piazza della Repubblica, si incontra la sede della Banca d'Italia, il Palazzo Koch, che porta il nome dell'architetto Gaetano Koch, lo stesso a cui si deve il disegno dell'emiciclo di piazza Esedra realizzato tra il 1886 e il 1890 seguendo il tracciato curvo delle Terme di Diocleziano. È la stessa mano e la stessa stagione che hanno prodotto il Palazzo delle Esposizioni, ed è il motivo per cui i due edifici, pur diversissimi, parlano la stessa lingua: masse compatte, lesene, monumentalità pubblica, una idea di decoro che doveva dire allo straniero in arrivo dalla stazione che quella era una capitale. Il consiglio è banale ma funziona: dopo il caffè, risalite duecento metri e guardate l'emiciclo dal centro della piazza. Capirete meglio anche l'edificio da cui siete appena usciti.

Il consiglio che ti do per visitare EXP

Conviene prendere la giornata al contrario rispetto a come la prende la maggior parte delle persone, e farlo di giovedì.

La maggioranza di chi arriva qui fa così: compra il biglietto della mostra, gira due ore, esce stanca alle 18.30 e si ferma al bar perché ha i piedi rotti. Il caffè diventa un ripiego, e in quelle condizioni qualunque posto sembra soltanto un posto dove sedersi. Provate a ribaltare la sequenza. Arrivate alle 17.00, entrate dal piano zero senza biglietto, sedetevi nel giardino con qualcosa da bere e mezz'ora di niente. Guardate il muro di San Vitale, guardate la magnolia, riposatevi davvero. Poi, verso le 18.00, salite nelle sale espositive con l'energia buona invece che con quella di scarto: vi accorgerete che le mostre reggono molto meglio quando non le guardate a fine giornata. Ricordate soltanto che l'ingresso alle esposizioni è consentito fino a un'ora prima della chiusura delle 20.00, quindi il vostro ultimo treno utile è le 19.00.

Alle 20.00 il museo vi manda fuori, ma voi non uscite dall'edificio: tornate al piano zero. Se è giovedì, venerdì o sabato il caffè resta aperto fino alle 2.00, e intorno alle 21.00 il posto ha già cambiato temperatura. Avete visto le stesse sale in due stati diversi, di luce e di funzione, nello stesso pomeriggio. Nessun altro luogo del centro di Roma vi permette di farlo senza spostarvi di un metro.

La regola che vale sempre

Il lunedì è chiuso. Vale per il Palazzo, vale per il caffè. È l'errore più comune, e a Roma è un errore che si paga caro perché il lunedì è già il giorno peggiore per i musei della città. Se il vostro lunedì romano è libero, fatevi le chiese, le piazze e le passeggiate, e tenete il Palazzo per un altro giorno. Aggiungo il calendario 2026 che conosciamo: la pausa estiva ha tenuto chiuso tutto dal 13 al 28 agosto, e nelle giornate del 17, 18 e 19 settembre l'aula studio, la Libreria e il Caffè delle Esposizioni chiudono anticipatamente alle 18.00 per via del festival serale.

Che cosa c'è intorno, tutto a piedi

Uno dei motivi per cui vale la pena costruire una serata attorno a EXP è che questo tratto di via Nazionale è un nodo: in quindici minuti a piedi in ogni direzione si arriva a cose molto diverse tra loro e tutte di primo livello. Eccole in ordine di distanza.

Le Scuderie del Quirinale e il colle

Salendo verso il Quirinale si arriva alle Scuderie del Quirinale, l'altro grande spazio espositivo della zona, e poi alla piazza del Palazzo del Quirinale, che nelle sere limpide offre una delle viste più larghe sui tetti di Roma e sulla cupola di San Pietro. Il percorso è in salita ma breve, ed è la passeggiata giusta da fare prima di sedersi, non dopo.

La Rampa di Palazzo Colonna

Scendendo verso piazza Venezia, tra via Nazionale e i Fori, si trova uno dei ritrovamenti archeologici più sorprendenti della Roma recente: la grande rampa di età domizianea che collegava il Foro con le pendici del Quirinale, riportata alla luce e resa visitabile negli spazi vicini a Palazzo Colonna. È una scala monumentale antica dentro la quale si cammina, e per chi ha passato mezz'ora a guardare l'architettura ottocentesca del Palazzo delle Esposizioni è un contrappunto perfetto: duemila anni prima, stessa collina, stesso problema di dislivello, soluzione completamente diversa. Gli orari e le modalità di visita di questo spazio cambiano nel tempo e non hanno la continuità di un museo ordinario, quindi conviene informarsi prima.

I Mercati di Traiano

Poco più giù, ai piedi della stessa collina, i Mercati di Traiano raccontano che cosa c'era qui prima che il Quirinale venisse tagliato dalle strade moderne. Il Museo dei Fori Imperiali che li occupa è uno dei musei più sottovalutati della città, e il suo pregio è esattamente quello di farvi capire le quote, i tagli e i dislivelli di questo settore di Roma. Chi vuole continuare nella stessa direzione arriva in dieci minuti all'Altare della Patria e al Museo dei Fori Imperiali.

Le Terme di Diocleziano e Santa Maria degli Angeli

Dalla parte opposta, verso la stazione, ci sono le Terme di Diocleziano, che sono il motivo per cui piazza della Repubblica ha quella forma curva, e la basilica di Santa Maria degli Angeli che Michelangelo ricavò dentro l'aula termale. Questo itinerario breve, dal caffè alle terme, è in pratica la lezione di urbanistica che il progetto ottocentesco voleva darvi: la città nuova che si aggancia alla città antica riusandone il disegno.

La Casa dell'Architettura all'Acquario Romano

Poco oltre piazza Vittorio, in piazza Manfredo Fanti, c'è un edificio che consiglio a chiunque abbia amato il Palazzo delle Esposizioni: l'Acquario Romano, progettato da Ettore Bernich e inaugurato nel 1887, oggi sede della Casa dell'Architettura. È un altro edificio della stessa stagione, con la stessa ambizione di dotare la capitale di una struttura che non aveva, con la stessa fiducia nel ferro e nel vetro e con la stessa vicenda accidentata di riusi successivi. Vederli nello stesso pomeriggio, a venti minuti l'uno dall'altro, fa capire la Roma umbertina meglio di qualunque libro.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che questo edificio, per quasi mezzo secolo, è stato il luogo dove l'Italia ha deciso che cosa fosse l'arte italiana, e che lo ha fatto con un'istituzione precisa: la Quadriennale.

Nel 1927 il Governatorato di Roma deliberò l'istituzione delle Esposizioni Quadriennali d'Arte Nazionale con sede al Palazzo delle Esposizioni. La delibera indicava i membri del comitato organizzativo presieduto dal Governatore, con i rappresentanti dell'Accademia di San Luca, della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti, dell'Associazione artistica internazionale e artisti designati da varie istituzioni, e stanziava duecentocinquantamila lire annue, quindi un milione per ogni edizione. Nella stessa delibera si parlava di istituire premi e di destinare una somma significativa all'acquisto di opere per la Galleria Nazionale. La prima mostra doveva inaugurarsi il primo marzo del 1931 e invece fu aperta in anticipo, il 3 gennaio 1931, sotto la direzione di Cipriano Efisio Oppo come segretario generale.

La macchina era pensata bene: due giurie selezionavano le opere, una nominata dal comitato organizzatore e l'altra dai rappresentanti degli stessi artisti espositori. I primi premi andarono ad Arturo Tosi e ad Arturo Martini, e furono dedicate retrospettive importanti a Medardo Rosso, ad Armando Spadini e ad Antonio Mancini, morto da poco. La mostra ebbe oltre duecentomila visitatori, Mussolini la definì "storica", e i lavori di ristrutturazione furono molto apprezzati: da quel momento il Palazzo divenne definitivamente la sede delle Quadriennali.

Perché è un fatto che si cita poco

Perché la Quadriennale, a differenza della Biennale di Venezia, non è mai diventata un marchio internazionale, e perché la sua storia è intrecciata in modo scomodissimo con il regime. Il dato che andrebbe ricordato di più è un altro: prima delle Quadriennali, per oltre tre decenni, il Palazzo era stato la sede permanente delle mostre della Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti, un'associazione fondata nel 1829 nel clima della Roma papale, di cultura conservatrice, che accoglieva artisti insieme a nobili, mecenati, intellettuali e accademici, ed era stata sostenuta da personalità come Bertel Thorvaldsen e Horace Vernet, con il re Ludwig di Baviera alla presidenza onoraria. Le sue mostre rispecchiavano una visione estremamente conservatrice, e il risultato fu che a Roma mancò del tutto quella funzione di vetrina internazionale che pochi anni dopo si prese Venezia con la Biennale.

Ci fu un tentativo di recuperare terreno: le quattro edizioni dell'Esposizione Internazionale d'Arte della Secessione, che si tennero proprio qui dal 1913 al 1916, con l'intenzione di documentare, sia pure in ritardo, quello che stava accadendo all'estero e il lavoro degli artisti italiani che si ispiravano a un modernismo diffuso. A Roma non si era avvertito quel rinnovamento profondo del gusto e delle forme espressive che le Secessioni avevano rappresentato in Francia, in Germania e in Austria, e quelle quattro edizioni restano la finestra più aperta di tutta la vicenda pre-bellica dell'edificio.

La Quadriennale dopo la guerra

Alla fine della guerra il Palazzo fu occupato dagli uffici annonari e l'Ente Autonomo Quadriennale fu posto sotto commissario. La prima Quadriennale del dopoguerra dovette essere organizzata alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, perché l'edificio di via Nazionale era stato reso praticamente inagibile dalle occupazioni più disparate. Solo dopo la Mostra della Ricostruzione del 1950 e la ricomposizione dell'Ente, con Fortunato Bellonzi segretario generale, si mise mano al restauro: stucchi e intonaci ripresi, pavimenti ripristinati, rotonda centrale liberata, impianti revisionati, lucernai oscurati con velari, superfici espositive aumentate con tramezzature mobili poi riutilizzate per altre mostre. La sesta edizione fu inaugurata il 18 dicembre 1951, con una retrospettiva di Modigliani curata da Jean Cassou.

Poi le altre: la settima nel 1955, tutta giocata sulla polemica tra astrattisti e realisti, con circa tremila opere e le retrospettive di Savinio curata da Giorgio de Chirico e di Atanasio Soldati curata da Nello Ponente, considerata da molti la migliore del dopoguerra; l'ottava tra il dicembre 1959 e l'aprile 1960, allestita dagli architetti Melis e Clerici e contestata da un gruppo di artisti legati alle ricerche astratte e informali, tra cui Vedova, Turcato, Leoncillo, Burri, Dorazio, Afro e Mastroianni; la nona nell'ottobre del 1965, allestita da Mario Melis, con le retrospettive di Morandi, Mafai, Sironi, Casorati e Depero accanto alla nuova situazione romana di Angeli, Festa e Ceroli. La decima si sviluppò in cinque sezioni tra il 1972 e il 1977. La dodicesima riportò l'Ente dentro il Palazzo nel 1992 con il titolo Profili, e la sua seconda sezione, aperta nel settembre 1996, occupò due sedi, il Palazzo delle Esposizioni e l'Ala Mazzoniana della Stazione Termini, con allestimento di Massimiliano Fuksas. La tredicesima, nel giugno 1999, si intitolava Proiezioni 2000, con allestimento di Enzo Serrani.

La foto giusta da fare a EXP

Eccone tre, in ordine di difficoltà, con l'indicazione di quale sbagliano tutti.

La foto che sbagliano tutti

La facciata frontale da marciapiede opposto, in pieno giorno, con il sole alle spalle dell'edificio. Non funziona mai, e ci sono due motivi tecnici. Il primo è che via Nazionale è troppo stretta rispetto alla mole del Palazzo: da marciapiede non riuscite a tenere dentro il fronte intero senza inclinare la macchina, e appena la inclinate le linee verticali convergono e l'edificio sembra rovesciarsi indietro. Il secondo è che il portico è profondo e in ombra quasi tutto il giorno, mentre la strada è chiara: la differenza di luminosità vi brucia i bianchi o vi chiude i neri. Se proprio volete la facciata, fatela nella mezz'ora prima del tramonto, quando la luce arriva radente da destra salendo, e mettetevi il più possibile di sbieco invece che frontale.

La prima foto giusta: il giardino

La foto che vale il viaggio è quella nel giardino del caffè, con il muro della basilica di San Vitale a sinistra, le mura del Piacentini a destra e la magnolia che chiude in alto. È una foto che racconta una storia in un fotogramma solo: quindici secoli di distanza tra i due muri, e in mezzo un albero e un tavolino. Fatela in verticale, mettendo il fogliame della magnolia a occupare il terzo superiore dell'inquadratura, e aspettate le ore in cui il sole non batte diretto, perché le foglie della magnolia sono lucide e vi rimandano indietro riflessi difficili da domare. La luce migliore è la tarda mattinata nei mesi freddi e il tardo pomeriggio in quelli caldi.

La seconda foto giusta: il controluce dell'arco

Mettetevi sotto il portico, dentro l'ombra, e fotografate verso l'esterno, con la grande apertura ad arco che incornicia via Nazionale e il traffico che passa. È esattamente il punto di vista che Piacentini aveva progettato: guardare dall'interno verso la strada. L'arco vi dà una cornice naturale e il contrasto, che nella foto frontale era un problema, qui diventa il soggetto. Se c'è qualcuno che entra o esce, aspettate che sia a metà dell'arco e scattate: la figura umana dà la scala e vi fa capire quanto è grande quell'apertura.

La terza, per chi ha pazienza: le statue

Con un teleobiettivo, o anche solo con lo zoom di un telefono recente, isolate le sculture della balaustra dal marciapiede opposto, verso sera. Le statue sono dodici artisti del passato, e fotografarne una sola, staccata dal contesto, contro il cielo che si sta scurendo, dà un risultato molto più forte della foto d'insieme. Se volete il programma completo, i quattro pilastri del portico portano architettura, scultura, pittura e arte industriale, e in alto c'è l'arte sorretta dalla pace e dallo studio: sapere che cosa state guardando cambia anche il modo in cui inquadrate.

Buone maniere

Dentro il locale, di sera, vale una regola semplice: il flash no. Il posto ha luci basse e studiate, il flash le distrugge e disturba chi vi sta intorno. Se ci sono musicisti che suonano, chiedete prima di riprendere; nella maggior parte dei casi vi diranno di sì, ma chiedere è la differenza tra un ospite e un problema. Nelle sale espositive del Palazzo le regole sulle fotografie dipendono dalla singola mostra e dai prestiti: guardate i cartelli all'ingresso invece di improvvisare.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Ecco i fatti che hanno lasciato un segno in questo edificio, perché quando si è seduti al piano zero conviene sapere che cosa è passato sopra la propria testa.

21 gennaio 1883: l'inaugurazione

Il Palazzo fu inaugurato con una grande cerimonia alla presenza del Re. La mostra inaugurale doveva essere riservata ai soli artisti italiani, poi fu allargata a una presenza limitata e di modesto rilievo di alcuni stranieri. L'esposizione aveva un evidente significato politico e rifletteva un clima culturale fortemente accademico e passatista: i soggetti erano tratti in gran parte da episodi di storia romana enfatizzati nel loro valore simbolico, dalle battaglie risorgimentali recenti o dai temi legati alle origini del cristianesimo, con un bilanciamento accorto tra elementi laici e religiosi. I quadri di paesaggio rivelavano un accademismo lontanissimo da quella ricerca del vero che in Francia, con l'impressionismo, si stava ormai affermando e stava influenzando perfino i Salon ufficiali.

1913-1916: le quattro Secessioni

Le quattro edizioni dell'Esposizione Internazionale d'Arte della Secessione furono il tentativo romano di agganciare il treno europeo, e si tennero tutte qui. Furono l'unico momento, prima della guerra, in cui questo edificio provò a essere una finestra invece che una vetrina di casa.

3 gennaio 1931: la prima Quadriennale

Oltre duecentomila visitatori, i premi ad Arturo Tosi e ad Arturo Martini, le retrospettive di Medardo Rosso, Spadini e Mancini. L'anno prima erano cominciati i lavori di ristrutturazione: servivano più sale, gli ascensori, la modifica dei lucernai e un impianto di riscaldamento che regolasse un clima interno troppo freddo d'inverno e troppo caldo d'estate. In quell'occasione fu abbattuta la serra e Del Debbio costruì il solaio che diede sei nuove sale al piano inferiore, mentre Aschieri firmò un allestimento che, come scrisse l'architetto Luigi Piccinato sulla rivista Domus nel marzo del 1931, aveva "ridato vita ai grandi saloni di via Nazionale. Proporzionando ambienti, disponendo tramezzi, smorzando luci, attenuando le ombre, la grande falange dei quadri è venuta a trovarsi ordinata ed esaltata in un ambiente pacato, semplice, signorile e riposante".

28 ottobre 1932: la Mostra della rivoluzione fascista

È l'episodio più pesante della storia dell'edificio e va raccontato per intero. La mostra fu promossa dal partito nazionale fascista per il decennale della marcia su Roma, i lavori di preparazione furono regolarmente sottoposti all'approvazione di Mussolini, che la definì la "documentazione sacra, suggestiva e solenne" del fascismo. Lo scopo era esclusivamente propagandistico e celebrativo. Ma fu anche, va detto, uno straordinario evento di ideazione espositiva: il catalogo parlava di una maniera architettonica "scenografica, atta a suscitare l'atmosfera dei tempi, tutta fuoco e febbre, tumultuosa, lirica, splendente", e alla sua realizzazione lavorarono insieme artisti come Nizzoli, Funi, Maccari e soprattutto Sironi e architetti come Terragni, Libera e Valente. La facciata esterna, progettata da De Renzi e Libera, con i fasci in metallo alti venticinque metri, resta uno dei documenti più citati dell'architettura italiana di quegli anni. La mostra avrebbe dovuto essere trasferita come sede permanente nel Palazzo del Littorio, che non fu mai costruito, e quindi rimase dentro il Palazzo delle Esposizioni per circa due anni.

5 febbraio 1935 e 5 febbraio 1939: la seconda e la terza Quadriennale

La seconda fu organizzata in tempi strettissimi perché la mostra precedente aveva occupato l'edificio per due anni. L'allestimento di Aschieri e Montuori riportò alla luce la facciata di Piacentini e si limitò, nell'atrio a colonne, a un sobrio portale di accesso; all'interno, con il rivestimento della rotonda, i velari delle coperture e le tre gradazioni di grigi delle pareti, creò un'atmosfera quasi metafisica in cui furono collocate 1800 opere. Mafai ebbe una sala con ventinove opere e fu premiato per il dipinto Lezione di piano. La terza, del 1939, è una pagina buia: l'Ente, diventato autonomo nel 1937 con statuto sottoscritto dal Ministro Giuseppe Bottai, fu posto sotto la tutela di due ministeri che, applicando le leggi razziali emanate l'anno precedente, imposero una vigilanza strettissima e la documentazione sulle origini di ogni artista, con la compilazione di schede personali. Ne uscì una mostra confusa e pesantemente compromessa, allestita da Mario Paniconi e Giulio Pediconi, con la presenza importante di Giorgio Morandi e una sezione dedicata all'aeropittura e all'aeroscultura futuriste.

Maggio 1943: la Quadriennale in guerra

La quarta edizione aprì in piena guerra, ultima sotto la direzione di Oppo, in versione molto ridotta e con solo una parte delle sale utilizzate. Fu allestita dall'architetto Ernesto Puppo e dall'ingegnere Alessandro Mangioni, ospitò le opere di Enrico Prampolini e dei futuristi, e assegnò i premi maggiori a Vagnetti e a Manzù. Pochi mesi dopo, Roma sarebbe stata bombardata e occupata.

Gli anni Cinquanta e Sessanta: le tre grandi mostre

Tre appuntamenti hanno lasciato un ricordo che dura ancora. Il Seicento Europeo, promossa dal Consiglio d'Europa tra il novembre 1956 e il febbraio 1957, oggi sarebbe irripetibile per dimensione e per importanza dei prestiti arrivati da musei di tutto il mondo. Il Settecento a Roma, nel 1959, mise insieme 2.600 opere, di cui 600 dipinti, oltre a sculture, oreficerie, arredi e testimonianze della vita culturale dell'epoca. Arte messicana dall'antichità ai nostri giorni, tra l'ottobre 1962 e il gennaio 1963, documentò le culture precolombiane, il barocco latinoamericano e, al piano superiore, gli artisti contemporanei: Rivera, Siqueiros, Orozco, Rufino Tamayo, Frida Kahlo. Con queste tre mostre si chiuse un ciclo eccellente che negli anni Sessanta non ebbe seguito.

Gli anni Settanta: Vitalità del negativo

La ripartenza arrivò con una mostra che è entrata nei manuali: Vitalità del negativo nell'arte italiana 1960/70, curata da Achille Bonito Oliva insieme agli Incontri Internazionali d'Arte. Non era una ricostruzione asettica di un decennio, ma il racconto di come dalla crisi dei linguaggi storici fossero nate poetiche nuove basate sulla vitalità dell'atto creativo. Dentro c'erano il pop romano, l'arte concettuale, gli happening e la body art, i materiali dei minimalisti, l'arte cinetica e le esperienze recenti dell'arte povera. Da lì in avanti, per oltre un decennio, il Palazzo fu la sede di alcune delle mostre più importanti d'Italia.

La chiusura, il restauro di Dardi e la riapertura del 1990

Il campanello d'allarme suonò durante la mostra Cinque miliardi di anni. Ipotesi per un Museo della Scienza, allestita da Maurizio Sacripanti: caddero frammenti di stucchi, seguirono altri danni, e divenne chiaro che l'intervento sull'intero edificio non poteva più essere rinviato. L'incarico andò a Costantino Dardi. Gli obiettivi erano recuperare le qualità originarie del Palazzo liberandolo dalle aggiunte improprie accumulate negli anni, restituire la luce naturale dall'alto e riaprire la visione verticale, ricongiungendo i tre livelli, riaprendo le due scale interne che salgono dal livello di via Milano al piano monumentale e le balconate interne. Non tutto fu realizzato: il sistema di copertura trasparente, che prevedeva anche un teatro all'aperto, fu bocciato due volte dalla commissione edilizia, e le grandi "macchine di luce" che dovevano sostituire i lucernai furono costruite senza i meccanismi di regolazione automatica, risultando quindi inefficaci. Restano il disegno geometrico dei pavimenti in travertino e peperino, il recupero della marmoridea e delle parti decorative originarie, e soprattutto una sala multimediale e un piccolo spazio teatrale ben attrezzato: l'idea, cioè, di una Kunsthalle per Roma.

Il Palazzo riaprì nel 1990 con tre mostre contemporanee su tre livelli, che dichiaravano il programma: al piano monumentale La grande Roma dei Tarquini, curata dalla Soprintendenza comunale; al piano superiore Peter Paul Rubens; al piano inferiore Mario Schifano. Antico, antica maniera e contemporaneo nello stesso edificio, nello stesso giorno.

1998: nasce l'Azienda Speciale Palaexpo

Con la costituzione dell'Azienda Speciale Palaexpo nel 1998, la prima azienda italiana dedicata esclusivamente alla cultura e con prevalenza delle arti visive, il Palazzo assunse un ruolo di primo piano nelle attività culturali promosse dal Comune di Roma. La scelta nasceva dalla necessità di dare a uno spazio unico per dimensioni e per molteplicità di funzioni un'autonomia gestionale che permettesse di elaborare i programmi culturali dentro la struttura. È da quel momento che nascono le scelte che oggi si vedono al piano zero: l'attraversamento gratuito dell'asse centrale, i servizi nell'ala posteriore, la caratterizzazione degli ambienti secondo il tipo di attività. È anche la stagione in cui la fotografia prese un posto stabile nelle sale più piccole del piano superiore, con una continuità eccezionale per l'Italia di allora.

Chi è passato da EXP

La risposta onesta: i nomi di chi suona o presenta un libro qui in una sera qualunque cambiano di settimana in settimana, e non ha senso elencarne qualcuno spacciandolo per il cartellone. Quello che posso dirvi, e che conta molto di più, è chi è passato da questo edificio, cioè dalla scala su cui vi siete appena seduti.

Gli artisti

Le sale del Palazzo hanno ospitato retrospettive di Giorgio de Chirico, con la mostra pictor optimus del 1992, di Alberto Burri con le opere dal 1944 al 1955 nel 1996, di Enrico Prampolini dal futurismo all'informale nel 1992, di Fortunato Depero dal futurismo alla casa d'arte nel 1994, e poi la grande mostra sul Futurismo 1909-1944 realizzata nel 2001 in collaborazione con il Museo Sprengel di Hannover. Nel 1994 Richard Long realizzò appositamente per questi spazi otto installazioni: non portò opere, le fece per l'edificio. Andando indietro, Mario Mafai, Giorgio Morandi, Mario Sironi, Felice Casorati, Arturo Martini, Arturo Tosi, Medardo Rosso, Antonio Mancini, Amedeo Modigliani con la retrospettiva curata da Jean Cassou nel 1951, Alberto Savinio con la mostra curata da Giorgio de Chirico nel 1955: c'è ben poco del Novecento italiano che non sia passato di qui almeno una volta.

I fotografi

Il capitolo fotografia merita una riga a parte perché ha fatto scuola in città. Qui si è tenuta la prima grande antologica di Mario Giacomelli, poco prima della scomparsa del fotografo. Qui sono passati Parigi+Klein, Francesca Woodman con Providence, Roma, New York, Gianni Berengo Gardin con Copyright, Herb Ritts, e la mostra dedicata ad Alfred Stieglitz e ai fotografi di Camera Work. In un momento in cui la fotografia stava riconquistando un ruolo di primo piano a livello internazionale, questo edificio le ha dato con continuità le sale del piano superiore, e per Roma è stato un caso esemplare.

I curatori, gli architetti, i registi

Achille Bonito Oliva ha curato qui Vitalità del negativo. Manfredo Tafuri ha curato Vienna Rossa. Nello Ponente ha lavorato a lungo sulle linee della ricerca artistica in Italia e morì durante la preparazione della mostra del 1980. Massimiliano Fuksas ha allestito la seconda sezione della dodicesima Quadriennale nel 1996. Costantino Dardi ha restaurato l'edificio. Maurizio Sacripanti, Maurizio Di Puolo, Lucio Turchetta, Enzo Serrani hanno firmato allestimenti. Tadeusz Kantor ha anticipato qui uno dei suoi spettacoli. E poi c'è il gruppo Studio Azzurro, che nel 1999 invase le sei sale principali con installazioni multimediali interattive, e la mostra Le Temps ideata dal Centre Pompidou di Parigi.

Il pubblico

Aggiungo la categoria che di solito non compare negli elenchi e che invece è quella giusta. Duecentomila persone alla prima Quadriennale del 1931, in una Roma che aveva meno di un milione di abitanti. Le file per il Seicento Europeo nel 1956. Le classi intere passate dai Laboratori d'arte negli ultimi decenni. Gli studenti che oggi occupano le ventiquattro postazioni dell'aula studio. Chi si siede al caffè in via Nazionale 194A un giovedì sera del 2026 entra in una fila lunga centoquarantatre anni, ed è una fila che questo palazzo ha sempre cercato di tenere aperta: non a caso l'asse centrale è attraversabile senza pagare niente.

Domande frequenti su EXP

Serve il biglietto della mostra per entrare al caffè

No. Il Caffè delle Esposizioni si trova al piano zero, che è la parte del Palazzo accessibile senza titolo di ingresso, insieme alla Libreria, ai Laboratori d'arte e alle mostre gratuite. Il biglietto serve solo per salire nelle sale espositive a pagamento.

Quali sono gli orari di EXP

Lunedì chiuso. Martedì e mercoledì dalle 10.00 alle 20.00. Giovedì, venerdì e sabato dalle 10.00 alle 2.00. Domenica dalle 10.00 alle 20.00. Gli orari del Palazzo sono diversi e più brevi: lunedì chiuso e dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 20.00, con ingresso consentito fino a un'ora prima della chiusura.

Quali sono gli ingressi

Via Nazionale 194A e via Milano 13. Il secondo è più comodo per chi vuole evitare i gradini della scalinata su via Nazionale.

Si può cenare

Sì. La cucina è espressa e sempre aperta, e la proposta copre colazione, pranzo, aperitivo e cena, con cene a tema o su prenotazione. Il brunch è del sabato e della domenica, con la doppia formula americana e italiana.

C'è uno spazio all'aperto

Sì, il giardino del caffè, delimitato dalle mura del Piacentini, dalla basilica paleocristiana di San Vitale e da una grande magnolia.

Si possono organizzare eventi privati

Sì, il caffè si propone anche come spazio per eventi privati o aziendali, feste e compleanni. Il contatto per informazioni è info@esposizionicaffe.it.

Che musica si ascolta

La programmazione varia, e la formula della casa è che la musica che di giorno fa da sottofondo diventa protagonista nelle serate, insieme a eventi e presentazioni. Le sere lunghe, quelle che arrivano alle 2.00, sono giovedì, venerdì e sabato. Per sapere che cosa c'è in una data precisa conviene guardare i canali del locale, che sui social si trova come esposizionicaffe.

È adatto ai bambini

Di giorno sì, e il vantaggio è che sullo stesso piano ci sono i Laboratori d'arte, che hanno una programmazione continua per bambini e famiglie, e la Libreria con una sezione dedicata all'editoria per l'infanzia. Le serate lunghe, con musica e pubblico adulto, sono un'altra cosa.

Ci sono chiusure straordinarie da conoscere

Nel 2026 il Palazzo, con la Libreria, il caffè e l'aula studio, è rimasto chiuso per la pausa estiva dal 13 al 28 agosto. Nelle giornate del 17, 18 e 19 settembre l'aula studio, la Libreria e il Caffè delle Esposizioni chiudono alle 18.00 per il festival MAGEIA, con art takeover gratuito dalle 10.00 alle 16.00 e programmazione serale dalle 18.00 alle 2.00.

Che cosa si può vedere nei dintorni in un'ora

Le Scuderie del Quirinale e la piazza del Quirinale salendo, i Mercati di Traiano e piazza Venezia scendendo, le Terme di Diocleziano e Santa Maria degli Angeli verso la stazione. Tutto a piedi, tutto entro un quarto d'ora.

Il consiglio finale

Se dovessi salvare una sola cosa di questo posto non sarebbe il menù e non sarebbe nemmeno la musica del venerdì. Sarebbe il fatto che qui, in un pomeriggio, si può fare una cosa che a Roma riesce raramente: stare fermi dentro un edificio che ha cambiato funzione dieci volte e sentirle tutte insieme. Un palazzo nato nel 1883 per dire al mondo che l'Italia aveva una capitale e un'arte; una serra abbattuta nel 1930 per fare posto a sei sale; una facciata coperta di fasci di metallo alti venticinque metri nel 1932 e liberata tre anni dopo; un bar rimesso in sesto nel 1951 da un architetto che aveva l'incarico specifico di occuparsene; una Kunsthalle disegnata negli anni Ottanta e riaperta nel 1990; e oggi un piano zero che si può attraversare gratis, con i bambini nei laboratori, gli studenti nell'aula studio, i libri nella libreria e i tavolini in un giardino chiuso tra una basilica paleocristiana e una magnolia.

Il modo giusto di usarlo è questo: arrivate presto, sedetevi nel giardino prima di salire, fate le sale con la testa fresca, uscite alle 20.00 e non andate via. Restate al piano zero e guardate l'edificio che si svuota mentre il locale si riempie. Verso le 22.00, se è una delle tre sere lunghe, alzatevi un momento e affacciatevi sotto l'arco su via Nazionale, con la strada che si è calmata e il portico illuminato alle vostre spalle. Quella è l'immagine che vi resterà, e non costa niente.

Un'ultima raccomandazione pratica e una sola regola di buon senso: controllate sempre il giorno, perché il lunedì è chiuso e perché nei periodi di allestimento o di festival gli orari si accorciano; e se la vostra serata prevede da bere, tornate a casa con i mezzi o in taxi. Roma di notte è bellissima proprio quando la si attraversa piano.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private, Aziendali e V.I.P. dentro Roma e nel Lazio.

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RiassuntoEXP Via Nazionale, 194A Roma Il Caffè delle Esposizioni dall'aperitivo cambia volto e si tramuta in un bar dove bere ottimi drink e ascoltare live e dj set.
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