Laghetti della Mercareccia (RM)
I Laghetti della Mercareccia sono due specchi d'acqua nel territorio di Canale Monterano, in provincia di Roma, all'interno della Riserva Naturale Regionale Monterano, a una cinquantina di chilometri a nord della capitale, fra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini. La sede della Riserva si trova in piazza Tubingen 1, a Canale Monterano, e il recapito telefonico indicato dall'ente gestore è 06 9962724; il sito ufficiale dell'area protetta è monteranoriserva.it. Non c'è una biglietteria: si cammina sui sentieri segnati partendo dai parcheggi della Riserva, quello del Comunaletto e quello di Casale de' Persi lungo la Strada Antica Monterano, quello delle Cascate della Diosilla su via della Madonnella e quello di Poggio Lupino su via dei Grottini. Orari di apertura degli uffici, calendario delle visite guidate e costo delle attività didattiche vanno controllati sul sito ufficiale della Riserva o al telefono prima di partire, perché cambiano con le stagioni. In auto si arriva da Roma per la via Braccianese e poi per Canale Monterano; con i mezzi pubblici si usano le autolinee regionali fino al paese, e dal centro abitato ai sentieri restano alcuni chilometri, quindi il mezzo proprio resta la soluzione più comoda. Buone scarpe da trekking, acqua, binocolo: niente di più serve per una giornata qui. La visita ai Laghetti della Mercareccia si combina quasi sempre con quella all'antica Monterano, il borgo abbandonato che occupa lo sperone tufaceo poco lontano.
Il resto delle mete naturalistiche e archeologiche del Lazio che raccontiamo è raccolto nella pagina delle attrazioni turistiche.
Che cosa sono davvero i Laghetti della Mercareccia
Chi arriva qui aspettandosi un lago vero rimane spiazzato. I Laghetti della Mercareccia sono due invasi modesti, di quelli che in estate si ritirano e lasciano una fascia di fango screpolato lungo la riva. La loro importanza non ha nulla a che vedere con le dimensioni: ha a che vedere con il fatto che in mezzo alla Tuscia Romana, dove i corsi d'acqua scavano forre strette e l'acqua ferma è merce rara, due pozze permanenti valgono quanto un'oasi nel deserto per tutto ciò che ha bisogno di deporre le uova nell'acqua.
Una cava di tufo che è diventata uno stagno
L'origine dei Laghetti della Mercareccia è industriale, non naturale. Il fondo dei due bacini, in particolare di uno dei due, occupa il piano di una vecchia cava di tufo dismessa. Quando gli escavatori se ne sono andati, la falda ha fatto il suo lavoro: il fondo impermeabile ha trattenuto l'acqua piovana e di risalita, i canneti hanno colonizzato le sponde, i salici hanno preso le rive e nel giro di qualche decennio un buco di cantiere è diventato l'habitat acquatico più prezioso di tutta l'area protetta. È una rinaturalizzazione spontanea da manuale, e vale la pena tenerla a mente la prossima volta che qualcuno racconta che le ferite del paesaggio non si rimarginano mai. Si rimarginano, a volte, quando il disturbo cessa e nessuno ci costruisce sopra un capannone.
Il tufo rosso a scorie nere sotto i Laghetti della Mercareccia
La roccia che i cavatori venivano a prendere qui è il tufo rosso a scorie nere, uno dei materiali che ha costruito mezza Tuscia. La sua età si colloca fra i 490.000 e i 430.000 anni fa: è il prodotto dell'attività vulcanica sabatina, un'ignimbrite compatta e lavorabile, facile da tagliare a blocchi con la sega a mano e sufficientemente resistente da reggere un muro. Nella zona i banchi di tufo si alternano a sedimenti calcareo-marnosi, argille e sabbie di origine marina: un sandwich geologico che spiega sia la forma delle forre sia la presenza di sorgenti dove l'acqua incontra lo strato impermeabile. La mia opinione, dopo aver accompagnato qui più di un gruppo di geologi dilettanti: i Laghetti della Mercareccia sono il posto migliore del Lazio per far capire a un profano che cosa sia una cava e perché il paesaggio urbano di Roma dipenda dalle colline vulcaniche che la circondano.

Il capanno per il birdwatching ai Laghetti della Mercareccia
L'osservazione della fauna acquatica avviene da un capanno per il bird-watching affacciato sullo specchio d'acqua. Non è un belvedere panoramico: è una struttura in legno con feritoie orizzontali, pensata per nascondere la sagoma umana e far sì che gli uccelli continuino a comportarsi come se non ci fosse nessuno. Il capanno funziona se lo si usa come va usato, e cioè in silenzio, senza affacciarsi dalle aperture, senza telefoni con la suoneria accesa, restando fermi almeno venti minuti prima di aspettarsi qualcosa. Il tuffetto, che è l'uccello più facile da osservare qui, si immerge e riemerge a trenta metri di distanza se il capanno resta muto, mentre sparisce nel canneto al primo rumore di passi sulla ghiaia.
Il consiglio da professionista è di andarci con un binocolo 8x42 e non con lo zoom del telefono, e di mettere in conto un'ora e mezza di attesa. Chi ci va con l'idea di scattare tre foto e ripartire non vede niente e poi racconta che ai Laghetti della Mercareccia non c'è nulla. C'è moltissimo: bisogna solo accettare di lavorare al ritmo degli animali e non al proprio. Le ore giuste sono la prima luce del mattino e le due ore prima del tramonto; il mezzogiorno di luglio, con il riverbero sull'acqua e gli uccelli al riparo, è il momento peggiore in assoluto.
Gli anfibi e i rettili che abitano gli stagni
Se c'è una ragione scientifica per cui questi due stagni finiscono negli elenchi europei, sono gli animali che li usano per riprodursi. Le popolazioni presenti qui sono abbondanti proprio perché l'acqua ferma è rara nel comprensorio: gli anfibi non possono scegliere, e si concentrano dove possono.
Il tritone crestato italiano
Il tritone crestato italiano, Triturus carnifex, è la specie di tritone più grande d'Italia: i maschi misurano dai dieci ai quindici centimetri, le femmine arrivano ai diciotto. Ha due livree diverse a seconda della stagione, grigio brunastra con macchie scure nella fase terrestre, molto più accesa nella fase acquatica; nel periodo riproduttivo il maschio sviluppa una cresta dorsale dentellata e una striscia bianca lungo la coda, e la agita davanti alla femmina in un corteggiamento elaborato che serve a diffondere i feromoni. La fecondazione è interna e avviene tramite spermatofore depositate sul fondo. La riproduzione si svolge, a seconda di umidità, piogge e temperatura, in una finestra ampia che va da dicembre a giugno; d'estate l'animale lascia l'acqua e vive nei boschi umidi. La Lista Rossa lo classifica come vulnerabile, ed è una delle specie per cui l'Unione Europea chiede agli Stati membri misure di tutela degli habitat. Guardare un tritone crestato in fregola dentro una pozza di ex cava è, per chi conosce la fatica che fa questa specie a trovare acqua pulita, uno dei piccoli lussi della Tuscia.
La testuggine palustre
L'altra presenza che dà valore ai Laghetti della Mercareccia è la testuggine palustre, la tartaruga d'acqua dolce autoctona italiana, da non confondere con le tartarughe americane dalle orecchie rosse abbandonate nei laghetti dei parchi cittadini. Ha carapace scuro con punteggiature gialle, abitudini schive e una capacità sorprendente di sparire sott'acqua al primo movimento sulla riva. La si vede quasi sempre al sole, su un tronco semisommerso o su una lingua di fango, nelle giornate tiepide di primavera. È una specie in forte contrazione in tutta Italia per la distruzione delle zone umide e per la competizione con le specie alloctone: la sua presenza stabile qui è il termometro migliore della qualità di questi due stagni.
Rane, rospi e la salamandrina dagli occhiali
Intorno ai Laghetti della Mercareccia il coro serale di primavera è quello classico delle zone umide laziali. Nel complesso della Riserva sono state censite 142 specie di vertebrati, di cui 24 inserite nelle Liste Rosse: fra gli anfibi merita una menzione la salamandrina dagli occhiali, endemismo italiano legato alle forre umide e ai rivoli d'acqua limpida che scendono verso il Mignone. Non è animale da stagno aperto e difficilmente la si incontra sulla riva dei laghetti, ma il fatto che viva a poche centinaia di metri dice quanto sia ricco, in fatto di microambienti, questo lembo di Tuscia Romana.

Gli uccelli acquatici che nidificano fra i canneti
Le zone naturalizzate della Mercareccia, ricolonizzate negli ultimi decenni, sono oggi siti di nidificazione regolari per un gruppo ristretto ma affidabile di specie acquatiche. Chi arriva al capanno in primavera con un po' di pazienza le trova quasi tutte.
Il tuffetto
Il tuffetto, Tachybaptus ruficollis, è il più piccolo svasso europeo e il padrone di casa di questi stagni. Nidifica su piattaforme galleggianti di vegetazione ancorate ai giunchi, cova sotto uno strato di materiale vegetale bagnato e, quando si allontana dal nido, copre le uova con le piante per nasconderle. Ha un trillo acuto e vibrante che in aprile si sente a decine di metri e che è il modo più semplice per accorgersi della sua presenza prima ancora di vederlo. Gli adulti trasportano i pulcini sul dorso nelle prime settimane: chi riesce a fotografare quella scena ai Laghetti della Mercareccia si porta a casa l'immagine migliore dell'intera giornata.
La gallinella d'acqua
La gallinella d'acqua, Gallinula chloropus, nidifica anch'essa fra i canneti. Ha becco rosso con punta gialla, scudo frontale acceso e quel modo scattoso di camminare sulla vegetazione galleggiante con le dita lunghissime che la fa sembrare, di lontano, un animale che pattina. È meno schiva del tuffetto e la si osserva bene anche da fuori del capanno, lungo le sponde, purché ci si muova piano.
Le folaghe in svernamento
D'inverno la composizione cambia. Nei mesi freddi ai Laghetti della Mercareccia si incontrano coppie di folaghe, Fulica atra, in svernamento: nere, con lo scudo frontale bianco che le rende riconoscibili a colpo d'occhio, più gregarie e rumorose delle altre specie. Chi vuole vedere lo stagno nella sua versione più affollata deve venire in gennaio, non in agosto: è una delle inversioni di stagione che sorprendono chi immagina la natura tutta concentrata in primavera.
I rapaci che cacciano sopra i Laghetti della Mercareccia
Il capitolo che rende questa zona famosa fra gli ornitologi laziali riguarda i rapaci. Le radure, i prato-pascoli e le rive aperte dei laghetti funzionano da terreno di caccia per un elenco di specie che in pochi posti del Lazio si concentra così.
Il nibbio reale
Il nibbio reale, Milvus milvus, è il nome che pesa di più. La popolazione nidificante italiana è stimata in un ordine di grandezza di poche centinaia di coppie, e nel Lazio le coppie note sono pochissime, tutte localizzate sui Monti della Tolfa. Una di queste utilizza il territorio della Riserva come area di caccia, alla ricerca di piccoli animali e di carcasse. Si riconosce dalla coda profondamente forcuta e dal contrasto rossiccio del piumaggio contro il bianco delle finestre alari. Nel periodo invernale gli avvistamenti aumentano perché arrivano individui in svernamento dall'Europa centrale. Vederlo non è garantito, ma il cielo sopra i Laghetti della Mercareccia nelle giornate ventose dopo un fronte freddo è uno dei migliori osservatori del Lazio settentrionale.
Il biancone
Il secondo rapace di grande interesse è il biancone, Circaetus gallicus, l'aquila dei serpenti. Frequenta gli ambienti del Ranco della Bandita, di Poggio Martino e dei laghetti della Mercareccia, dove la caccia ai rettili è più facile: i serpenti sono la base pressoché esclusiva della sua alimentazione. Ha un ventre chiarissimo, quasi bianco, e una tecnica di caccia inconfondibile, lo spirito santo, cioè il volo fermo sul posto con la testa puntata verso il basso e le ali che battono lentamente. È un migratore transahariano: lo si osserva da marzo a settembre, poi sparisce.
Gheppio, poiana, lodolaio e nibbio bruno
Fra gli altri rapaci segnalati nelle radure come ambienti di caccia figurano il gheppio, Falco tinnunculus, anche lui capace di restare sospeso a mezz'aria sopra un prato; la poiana, Buteo buteo, la più comune e la più spesso scambiata per un'aquila da chi non ha il binocolo; il lodolaio, Falco subbuteo, cacciatore velocissimo di libellule e rondini nelle sere d'estate, ed è proprio la ricchezza di odonati degli stagni ad attirarlo qui; e il nibbio bruno, Milvus migrans, più scuro e con la coda meno incisa del cugino reale. Un'ora al tramonto sul bordo della radura, in giugno, con il lodolaio che intercetta libellule sopra l'acqua, vale l'intera trasferta.
I gruccioni dei Laghetti della Mercareccia
Colonie variopinte di gruccione, Merops apiaster, vivono nella zona dei Laghetti della Mercareccia. Sono gli uccelli più vistosi che si possano incontrare in questo paesaggio: dorso castano e oro, gola gialla, ventre azzurro, becco lungo e ricurvo. Nidificano scavando gallerie profonde nelle pareti di terra e di sabbia, e le vecchie scarpate di cava offrono esattamente il substrato che cercano. Si riconoscono prima con l'orecchio che con l'occhio, per un richiamo gorgogliante e rotolante che accompagna lo stormo in volo, tipico del periodo di migrazione. Cacciano imenotteri in volo e li sbattono contro un ramo per svuotarli del pungiglione prima di ingoiarli: un comportamento che dal capanno, con un buon binocolo, si osserva benissimo. Sono migratori: arrivano in aprile e ripartono verso l'Africa fra la fine di agosto e settembre.

Le libellule e il valore degli stagni temporanei
C'è una categoria di animali per cui questo posto conta più che per gli uccelli, e quasi nessuno ne parla: gli insetti legati all'acqua. I Laghetti della Mercareccia sono una zona strategica per la riproduzione di numerose specie, soprattutto libellule, e in particolare quelle legate agli stagni temporanei, ambienti sempre più rari in Europa. Lo stagno temporaneo è la pozza che si riempie con le piogge autunnali e si prosciuga in estate: un ambiente estremo, senza pesci proprio perché l'acqua sparisce, e quindi rifugio per un corteo di specie che altrove verrebbero mangiate. La sua rarità dipende dal fatto che è il primo a essere bonificato, spianato o trasformato in vasca di irrigazione, perché a occhio inesperto sembra una pozzanghera inutile.
Le libellule si osservano bene da maggio a settembre lungo le rive, e sono la fauna ideale per chi porta bambini: grandi, colorate, lente quando si posano, indifferenti alla presenza umana se non si fanno gesti bruschi. Nella Riserva sono stati condotti campionamenti di odonati proprio in località Mercareccia, il che dice che i due stagni non sono solo una meta escursionistica ma un sito di ricerca. Il mio consiglio è di dedicare almeno mezz'ora alla fascia di canneto sul lato soleggiato: è lì che avvengono gli sfarfallamenti e che si trovano le esuvie, le spoglie vuote delle ninfe attaccate agli steli, ottime da mostrare ai ragazzini per spiegare la metamorfosi senza bisogno di un libro.
Perché i Laghetti della Mercareccia sono un'area riconosciuta a livello europeo
La zona dei Laghetti della Mercareccia rientra negli elenchi delle aree umide importanti del bacino del Mediterraneo e dell'Arco Alpino per quanto riguarda la presenza di stagni. I riconoscimenti sono tre.
Zona di Protezione Speciale e Sito di Interesse Comunitario
L'area è classificata come Zona di Protezione Speciale (ZPS) e come Sito di Interesse Comunitario (SIC), le due categorie della Rete Natura 2000 nate rispettivamente dalla direttiva Uccelli e dalla direttiva Habitat. La prima protegge i siti importanti per l'avifauna, la seconda gli habitat e le specie elencate negli allegati europei: il tritone crestato e la testuggine palustre rientrano fra queste. Il Fiume Mignone, che attraversa la Riserva, è a sua volta oggetto di un sito della Rete Natura 2000 dedicato al suo medio corso, con misure di conservazione approvate dalla Regione Lazio.
Important Areas for Ponds e l'European Pond Conservation Network
Il terzo riconoscimento è meno noto e va spiegato, perché il suo nome in inglese dice poco a chi lo legge per la prima volta. Gli stagni della Mercareccia figurano fra le Important Areas for Ponds (IAPs) in the Mediterranean Basin and Alpine Arc, un censimento promosso dall'EPCN, European Pond Conservation Network, l'associazione internazionale con sede in Svizzera che si propone la catalogazione e la conservazione delle aree umide minori di particolare significato naturalistico in un paesaggio europeo in piena evoluzione. In pratica: una rete di studiosi ha deciso che gli stagni piccoli meritano un elenco proprio, perché la conservazione ragionata sulle sole grandi zone umide lasciava fuori la parte più fragile e più ricca del sistema. Due pozze in una cava abbandonata alle porte di Roma finiscono in quell'elenco. È il dato che preferisco raccontare ai gruppi, perché ribalta l'idea che il valore naturalistico coincida con la spettacolarità.
La Riserva Naturale Monterano intorno ai Laghetti della Mercareccia
I due stagni non si capiscono senza l'area protetta che li contiene. La Riserva Naturale Regionale Monterano comprende l'area dei Laghetti della Mercareccia ed è gestita dal Comune di Canale Monterano.
Istituzione e ampliamento
La Riserva è stata istituita con legge regionale n. 79 del 2 dicembre 1988 per tutelare circa 900 ettari fra i più rappresentativi e intatti della Tuscia Romana. Con la legge regionale n. 62 del 1993 i confini sono stati ampliati, proprio allo scopo di includere le zone umide, e la superficie complessiva ha raggiunto poco più di mille ettari, 1.082 secondo il dato corrente. È un particolare che conviene sottolineare: l'allargamento del 1993 nasce dalla consapevolezza che i laghetti valessero la pena, e cioè che una cava dismessa rinaturalizzata meritasse la stessa tutela di un bosco vetusto. Nel 1988 questa non era un'ovvietà.
Boschi, forre e prato-pascoli
Mille ettari custodiscono una varietà di ambienti notevole: boschi collinari, forre vulcaniche con vegetazione microterma e felci rarissime, prato-pascoli con la loro flora e la loro fauna. La vegetazione ripariale lungo i corsi d'acqua è dominata da ontani e salici; nelle forre fredde e umide si trovano carpino e faggio a quote molto basse, un fenomeno di inversione termica che vale da solo una lezione di botanica; sui versanti esposti compaiono leccio ed erica, cioè la macchia mediterranea; e in mezzo prosperano querceti mesofili. Le orchidee spontanee sono l'altra ricchezza della Riserva, con fioriture che si concentrano fra aprile e maggio.
Il Fiume Mignone
Tutto questo è attraversato da un corso d'acqua, il Fiume Mignone, incluso fra i siti che costituiscono patrimonio dell'Unione Europea nell'ambito della Rete Natura 2000. Il Mignone nasce sui Monti Sabatini e sfocia in Tirreno poco a nord di Civitavecchia: è uno dei pochi fiumi laziali che conserva lunghi tratti a scorrimento naturale, con lontra segnalata storicamente nel suo bacino e una fauna ittica di interesse comunitario.
L'antica Monterano e la fontana del Leone
Di grande interesse storico e archeologico, e insieme fonte continua di panorami, è la città morta di Monterano, con il suo palazzo ducale, l'acquedotto su ardite arcate, la fontana del leone attribuita all'ambito berniniano, il Convento di San Bonaventura e un tessuto di edifici minori che spesso affondano le radici su preesistenze etrusche. Grazie alla presenza dell'area protetta questo patrimonio è oggetto di restauri conservativi che contrastano l'opera demolitrice del tempo. Il borgo fu abbandonato alla fine del Settecento e da allora la vegetazione ha fatto il resto: chi arriva dai laghetti e sbuca davanti alle arcate dell'acquedotto capisce in due secondi perché il cinema italiano abbia usato questo posto per decenni.
La Caldara di Monterano e le acque sulfuree
Lungo il sentiero che porta alla cascata Diosilla si incontra un'area di attività solfatarica, con sorgenti solforose, vapori e nebbie che nelle prime luci del mattino trasformano il fondovalle in qualcosa che ricorda più l'Islanda che il Lazio. Qui serve chiarezza. Quelle acque non sono una struttura termale, non hanno un gestore, non hanno controlli sanitari e non vanno usate per bagni: nelle conche dove i gas ristagnano l'aria può essere irrespirabile a livello del suolo, il fondo è instabile e la temperatura dell'acqua varia da punto a punto. Non attribuisco a queste sorgenti alcuna proprietà curativa, perché non esiste documentazione che le sostenga. Le si guarda, le si fotografa, si resta sui sentieri segnati e non si portano cani a bere. Chi cerca una vasca calda vada dove il servizio esiste; chi cerca un fenomeno geologico raro alle porte di Roma è arrivato nel posto giusto. Anche la Caldara di Manziana, poco lontana, presenta fenomeni analoghi e va trattata con lo stesso rispetto.
La cascata della Diosilla
La cascata della Diosilla chiude in genere il giro classico. Le sue acque sono ricche di ossidi di ferro, che tingono la roccia di rosso e arancione: un contrasto che, con la vegetazione intorno, regala l'immagine più riconoscibile della Riserva dopo l'acquedotto di Monterano. Si raggiunge dall'area della Caldara e si rientra poi verso il punto di partenza.
Come si arriva ai Laghetti della Mercareccia e quali sentieri prendere
La logistica qui è semplice ma va preparata, perché non esiste un cartello stradale che dica Laghetti della Mercareccia lungo la provinciale: si raggiunge Canale Monterano, si parcheggia in uno dei quattro punti attrezzati della Riserva e si cammina.
In auto e dove parcheggiare
Da Roma si esce verso nord e si punta su Bracciano e Canale Monterano. I parcheggi della Riserva sono quattro: il Comunaletto e Casale de' Persi lungo la Strada Antica Monterano, quello delle Cascate della Diosilla su via della Madonnella e quello di Poggio Lupino su via dei Grottini. Casale de' Persi è il più usato come testa di percorso perché da lì parte l'anello principale. Le strade di accesso sono strette e in parte sterrate: in inverno, dopo giorni di pioggia, una vettura bassa soffre. Arrivate presto, perché nelle domeniche di primavera i posti finiscono entro le dieci.
Con i mezzi pubblici
Canale Monterano è servita dalle autolinee regionali che collegano Roma con l'area braccianese e con la Tolfa. Dal centro del paese ai sentieri della Riserva restano alcuni chilometri di strada, percorribili a piedi da chi ha gambe e tempo ma scomodi con i bambini o con l'attrezzatura fotografica. Chi viene in treno può scendere a Bracciano e proseguire su gomma, ma le coincidenze sono rade: gli orari vanno controllati il giorno prima sui canali ufficiali dei vettori.
L'anello principale della Riserva
Il percorso più battuto parte dal parcheggio di Casale de' Persi e segue un tracciato quasi pianeggiante dentro boschi di querce e roverelle: circa quattro chilometri, due ore e mezza con le soste. Dopo una ventina di minuti si incontra la città abbandonata, con le mura, la chiesa e il convento di San Bonaventura, la fontana del leone e il palazzo ducale; si prosegue verso l'area della Caldara, dove i vapori sulfurei salgono dalla zona centrale, e si chiude passando dalle cascate della Diosilla. I Laghetti della Mercareccia si inseriscono in questo schema come deviazione o come meta di una seconda uscita: molti escursionisti li abbinano all'antica Monterano e alla necropoli dei Grottini in un giro più lungo, da mezza giornata piena.
Le regole da rispettare ai Laghetti della Mercareccia
Siamo dentro un'area protetta regionale che comprende anche terreni agricoli e pascoli privati. Questo significa tre cose molto concrete. Primo: si cammina sui sentieri segnati e non si taglia per i prati, sia per non calpestare le orchidee sia per non finire su proprietà altrui. Secondo: i cancelli dei pascoli si richiudono esattamente come li si è trovati, perché lì dentro ci sono animali al pascolo brado e i bovini maremmani non amano le sorprese. Terzo: nell'area umida non si entra in acqua, non si raccolgono anfibi, non si pesca, non si accendono fuochi e i cani vanno tenuti al guinzaglio, perché un cane libero sulla riva svuota lo stagno di uccelli per il resto della giornata. Dove la Riserva segnala divieti o chiusure temporanee per motivi di tutela o di sicurezza, quelle indicazioni valgono più di qualunque traccia scaricata da un'applicazione.
Una curiosità su Laghetti della Mercareccia (RM)
La curiosità che quasi nessun visitatore conosce riguarda l'inversione completa di senso che questo luogo ha vissuto. I Laghetti della Mercareccia sono figli di una ferita: il fondo dei bacini occupa il piano di una cava di tufo in disuso, cioè di un cantiere estrattivo che per anni ha tolto roccia alla collina. In qualunque manuale di impatto ambientale una cava compare nel capitolo dei danni. Qui il danno si è trasformato nell'elemento di maggior pregio naturalistico dell'intera area protetta, tanto che l'ampliamento dei confini della Riserva del 1993 è servito, fra le altre cose, proprio a inglobare le zone umide.
Il meccanismo merita di essere raccontato per intero, perché è controintuitivo. Scavando, i cavatori hanno asportato i banchi permeabili e hanno messo a nudo livelli argillosi impermeabili; la falda e la pioggia hanno trovato una conca che non drena; l'acqua è rimasta. In pochi anni sono arrivati i primi elofiti, le piante palustri con le radici sommerse e il fusto fuori dall'acqua, poi gli insetti acquatici, poi gli anfibi, infine gli uccelli che degli anfibi e degli insetti si nutrono. La successione ecologica ha fatto tutto da sola, senza un progetto, senza un finanziamento e senza un ingegnere. Il risultato è che oggi il luogo è inserito negli elenchi europei delle aree umide minori di rilievo, mentre a poche centinaia di metri sorgono boschi antichi che di quell'elenco non fanno parte.
La mia opinione netta, dopo vent'anni di gruppi accompagnati in giro per il Lazio: i Laghetti della Mercareccia sono il posto dove portare chi è convinto che la conservazione consista soltanto nel non toccare niente. Qui è successo l'opposto. Un luogo trasformato pesantemente dall'uomo, e poi lasciato in pace, ha prodotto in trent'anni una biodiversità che un bosco maturo non offre. La lezione non è che scavare cave faccia bene: è che restituire spazio all'acqua funziona molto più in fretta di quanto la gente creda.
Una cosa che non ti dice nessuno su Laghetti della Mercareccia (RM)
Nessuna guida generalista lo mette in chiaro, e il risultato è una quantità di visitatori delusi: il periodo migliore per i Laghetti della Mercareccia non è l'estate. Questi bacini sono in buona parte alimentati dalle piogge e dalla falda superficiale, e nei mesi caldi il livello cala parecchio. Fra luglio e settembre, dopo una stagione secca, chi arriva al capanno rischia di trovarsi davanti una superficie ridotta, con le rive di fango e gran parte degli uccelli acquatici altrove. Non è un fallimento della Riserva: è la fisiologia di uno stagno mediterraneo, ed è esattamente il motivo per cui questi ambienti si chiamano stagni temporanei e sono considerati rari e preziosi.
La seconda informazione poco nota riguarda la fauna. Le due specie che danno a questo luogo il suo valore europeo, il tritone crestato italiano e la testuggine palustre, non si osservano quasi mai dal capanno per il bird-watching, che è tarato sugli uccelli. Il tritone si riproduce in acqua in una finestra che va grosso modo da dicembre a giugno secondo pioggia e temperatura, e per vederlo bisogna avvicinarsi con calma alle acque basse e limpide nelle giornate tiepide di fine inverno, senza entrare in acqua e senza smuovere il fondo. La testuggine si sorprende invece mentre prende il sole su un tronco o su una lingua di fango, e sparisce al primo movimento brusco sulla riva.
Terza cosa che nessuno dice: il rumore conta più della distanza. In una zona umida di queste dimensioni una voce a volume normale attraversa tutto lo specchio d'acqua. Gruppi che arrivano chiacchierando svuotano la scena prima ancora di sedersi. Se volete vedere qualcosa, gli ultimi duecento metri si fanno in silenzio. È la raccomandazione che ripeto sempre e che, quando viene ignorata, produce puntualmente la frase che i Laghetti della Mercareccia sono un posto dove non c'è niente.
Il consiglio che ti do per visitare Laghetti della Mercareccia (RM)
Il consiglio più utile è di rovesciare l'ordine con cui la gente organizza la giornata. Quasi tutti arrivano a metà mattina, fanno l'anello dell'antica Monterano, pranzano al sacco fra le rovine e, verso le tre del pomeriggio, quando sono già stanchi, si chiedono se valga la pena allungare fino ai laghetti. A quell'ora la luce è piatta, il caldo è al massimo e gli animali sono al riparo: la deviazione delude e la scheda mentale del visitatore registra un posto mediocre. Fate il contrario. Partite presto, arrivate al capanno per il bird-watching entro la prima ora di luce, restateci il tempo che serve, e solo dopo andate a camminare fra le mura, l'acquedotto e la fontana del leone, che a mezzogiorno reggono benissimo.
Secondo consiglio, pratico: attrezzatura minima ma giusta. Binocolo con ingrandimento otto per obiettivo da quaranta millimetri, scarpe con suola scolpita perché le rive sono fangose anche quando il sentiero è asciutto, pantaloni lunghi per le graminacee e i rovi, repellente per zanzare da maggio a settembre, due litri d'acqua a testa in estate perché lungo il percorso non ci sono fontanili affidabili. Il treppiede serve solo a chi fa fotografia seria: per il resto è peso morto. Lasciate a casa il drone, che in un'area protetta con rapaci nidificanti è la cosa più sbagliata che si possa portare.
Terzo consiglio, di metodo. Prendetevi il tempo dovuto, con calma, soffermandovi non soltanto sui panorami ma sui dettagli minimi: il volo di una libellula sull'acqua, il gorgogliare di una polla sulfurea nascosta nella vegetazione, il passaggio furtivo di un picchio, la ricerca dei grandi rapaci in cielo dopo che si è levato il vento. E, se ne avete l'occasione, scambiate due parole con uno degli anziani di Canale Monterano: sono in molti a rievocare volentieri fatti e vicende svoltesi in questo territorio, a cui sentono di appartenere in modo forte. Ho imparato più cose sulla cava, sui pascoli e sui vecchi mestieri del tufo in una conversazione al bar del paese che in tre relazioni tecniche.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che la Riserva di Monterano sia stata un set cinematografico lo sanno tutti nella zona, e lo si ripete in ogni articolo. Quello che quasi nessuno collega è il motivo per cui i registi ci venivano e il modo in cui questa vocazione ha protetto il luogo. Dagli anni Cinquanta il paesaggio di Monterano è servito da scenografia naturale: fra le produzioni girate qui figurano Brancaleone alle crociate di Mario Monicelli, del 1970, e Il marchese del Grillo, dello stesso regista, del 1981. Le rovine dell'antica città, l'acquedotto su arcate e le forre offrivano quello che gli studi non potevano costruire: rovine vere, vegetazione invadente, nessuna linea elettrica nell'inquadratura.
Il nesso poco citato è questo: la fama cinematografica ha dato al sito un valore riconoscibile molto prima che arrivasse la legge regionale del 1988. Un rudere che compare in un film di Monicelli diventa un bene di cui il paese va fiero, e un bene di cui un paese va fiero è più difficile da demolire, da recintare o da trasformare in cava. Non è un caso isolato: succede in mezza Italia, ma raramente con una sovrapposizione così pulita fra set, borgo abbandonato e area protetta.
Il secondo fatto noto e poco approfondito riguarda i numeri della fauna. Si ripete che la Riserva è ricca, ma raramente si dice quanto: 142 specie di vertebrati censite, di cui 24 inserite nelle Liste Rosse, su poco più di mille ettari. È una densità che mette questo lembo di Tuscia Romana in una posizione di rilievo nel panorama laziale, e la parte acquatica di quel conteggio dipende in misura decisiva dai Laghetti della Mercareccia. Togliete i due stagni e una fetta consistente di quelle specie non avrebbe dove riprodursi.
La foto giusta da fare a Laghetti della Mercareccia (RM)
La fotografia che vale il viaggio ai Laghetti della Mercareccia non è il panorama dello specchio d'acqua. Il panorama, onestamente, è modesto: due bacini di modeste dimensioni, canneto, qualche salice. La foto giusta è quella presa dalla feritoia del capanno per il bird-watching, con il teleobiettivo appoggiato al legno e il tuffetto al centro del fotogramma, meglio se con i pulcini sul dorso. Luce laterale della prima mattina, acqua ancora immobile, riflesso del canneto come sfondo: il risultato ha una qualità che nessuna inquadratura larga può dare.
Il secondo scatto da mettere in programma è quello dell'insetto. Una libellula appena sfarfallata su uno stelo, con le ali ancora opache, oppure l'esuvia vuota aggrappata al giunco: bastano un obiettivo macro modesto o anche un telefono recente con la modalità ravvicinata, perché in quei minuti l'animale non si muove. È la fotografia che i bambini riescono a fare da soli, e che li ripaga della camminata.
Il terzo, per chi vuole una immagine riconoscibile del luogo, è il controluce sul fango screpolato di fine estate, con le impronte degli aironi e delle gallinelle stampate sulla riva: dice dello stagno temporaneo più di qualunque didascalia. Due regole non negoziabili: niente flash verso gli animali e niente avvicinamenti ai nidi, perché un canneto disturbato in aprile è un nido abbandonato in aprile. E niente drone, che qui è insieme inutile e dannoso.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di questo angolo di Tuscia Romana si legge per fasi, e ognuna ha lasciato un segno riconoscibile a chi cammina fra i laghetti e le rovine.
La fase più antica è quella etrusca. Il pianoro e le forre intorno a Monterano conservano sepolture e grotte scavate nel tufo, e molti edifici del borgo medievale affondano le fondazioni su preesistenze etrusche: la necropoli dei Grottini, che molti escursionisti inseriscono nello stesso giro dei laghetti, appartiene a questo strato profondo del paesaggio. Qui il tufo non è solo geologia: è il materiale in cui una civiltà ha scavato le proprie tombe prima ancora che i romani arrivassero.
La fase moderna coincide con la stagione ducale del borgo, quando Monterano ebbe palazzo, acquedotto, chiesa e convento di San Bonaventura, e con il cantiere che portò qui il linguaggio dell'architettura barocca romana, la fontana del leone compresa. L'abbandono arriva alla fine del Settecento e ha due cause che la tradizione locale intreccia: il passaggio delle truppe francesi, con il saccheggio e l'incendio dell'abitato, e la malaria che rendeva invivibile il fondovalle. Da allora nessuno è più tornato a viverci, e una città intera si è consegnata alla vegetazione.
La fase industriale è quella che ci riguarda più da vicino: l'apertura e poi la chiusura della cava di tufo che ha generato i Laghetti della Mercareccia. Non conosciamo con precisione le date di quel cantiere, ma il suo esito è sotto gli occhi di tutti, ed è probabilmente l'unico caso nel Lazio in cui un'escavazione ha prodotto, per vie traverse, un sito di interesse europeo.
La fase contemporanea ha due date precise. Il 2 dicembre 1988, con la legge regionale n. 79, nasce la Riserva Naturale Regionale Monterano su circa 900 ettari; nel 1993, con la legge regionale n. 62, i confini vengono ampliati a poco più di mille ettari proprio per includere le zone umide, e quindi anche i laghetti. In mezzo, dagli anni Cinquanta in avanti, la lunga stagione dei set cinematografici. Se dovessi indicare l'avvenimento più importante accaduto qui negli ultimi cinquant'anni, non esiterei: è quell'ampliamento del 1993, che a una pozza d'acqua in una cava abbandonata ha riconosciuto la dignità di bene pubblico da proteggere.
Chi è passato da Laghetti della Mercareccia (RM)
Il nome che pesa di più è quello di Mario Monicelli, che a Monterano ha girato almeno due film entrati nella memoria collettiva italiana: Brancaleone alle crociate nel 1970 e Il marchese del Grillo nel 1981. Le troupe hanno lavorato per settimane fra le rovine e le forre della futura Riserva, e con loro sono passati di qui gli attori di quelle produzioni, i tecnici, le comparse reclutate nei paesi vicini. Dagli anni Cinquanta in avanti questo paesaggio è stato usato ripetutamente come scenografia naturale: è il motivo per cui tanti visitatori, arrivati per la prima volta, hanno la sensazione di aver già visto l'acquedotto e il convento.
Prima del cinema sono passati di qui i protagonisti della storia del borgo: i signori che vollero il palazzo ducale e l'acquedotto, gli architetti e gli scalpellini che portarono nel Lazio interno il linguaggio del barocco romano, i frati che abitarono il convento di San Bonaventura, e poi, alla fine del Settecento, le truppe francesi il cui passaggio la tradizione locale addita fra le cause dell'abbandono. Prima ancora, gli etruschi che scavarono le tombe dei Grottini nel tufo.
Chi passa oggi dai Laghetti della Mercareccia appartiene a una categoria diversa e più silenziosa: ricercatori e naturalisti. Nella Riserva sono stati condotti campionamenti di odonati proprio in località Mercareccia, e i censimenti di anfibi e avifauna sono quelli che hanno prodotto le cifre citate nelle relazioni ufficiali, a partire dalle 142 specie di vertebrati. A loro si aggiungono i birdwatcher laziali, che vengono qui per il nibbio reale con una costanza che i visitatori della domenica non immaginano, e gli abitanti di Canale Monterano, che di questo territorio conservano la memoria orale e sono quasi sempre disponibili a raccontarla. Se il turismo di massa non è mai arrivato ai due stagni, è un bene: sono luoghi che reggono poche persone alla volta.

Quando andare ai Laghetti della Mercareccia
Il calendario di questo posto è netto e conviene rispettarlo. Da fine febbraio ad aprile si ha il massimo dell'attività anfibia e le prime fioriture di orchidee: è la stagione che consiglio a chi viene una volta sola. Da maggio a giugno arrivano le libellule, i gruccioni sono tornati, il biancone caccia sui prato-pascoli e le giornate sono lunghe. Luglio e agosto sono i mesi peggiori: livello dell'acqua basso, caldo, poca attività, zanzare. Settembre e ottobre offrono la migrazione autunnale e i colori del bosco. Dicembre e gennaio portano le folaghe in svernamento e gli avvistamenti più frequenti di nibbio reale, con il vantaggio del silenzio totale e lo svantaggio dei sentieri fangosi.
Sul meteo, una regola che non sbaglia: i giorni migliori per i rapaci ai Laghetti della Mercareccia sono quelli ventosi subito dopo il passaggio di un fronte, quando l'aria è tersa e le correnti ascensionali funzionano. Le giornate di foschia estiva sono da evitare.
I Laghetti della Mercareccia con i bambini
Funziona, a condizione di non trattare la camminata come un obiettivo. Il tratto dal parcheggio ai laghetti è breve e senza difficoltà tecniche, e un bambino dai sei anni in su lo percorre senza problemi; con i più piccoli conviene lo zaino porta-bimbo, perché il passeggino sui fondi sterrati e fangosi è ingestibile. Il materiale che funziona davvero con i ragazzini qui sono gli insetti: le esuvie delle libellule attaccate ai giunchi si raccolgono con le mani, sono vuote e innocue, e permettono di spiegare la metamorfosi guardando l'oggetto invece del disegno su un libro. Poi il capanno, spiegato come un gioco: chi riesce a stare zitto più a lungo vede più animali. Funziona molto meglio della minaccia.
Due cautele. La riva è fangosa e scivolosa, quindi i bambini restano sul sentiero e non si avvicinano al bordo dell'acqua. E, se abbinate la giornata all'area della Caldara, tenete presente che i vapori sulfurei e le pozze calde non sono un'attrazione da avvicinare con i piccoli: si osservano da lontano, dal sentiero.
Accessibilità, servizi e cosa aspettarsi sul posto
I percorsi della Riserva sono sentieri naturali su fondo di terra battuta, con radici, pietre e tratti fangosi dopo le piogge. Non sono attrezzati per sedie a rotelle e non lo sono neppure per chi cammina con difficoltà, e sarebbe scorretto raccontarla diversamente. Chi ha esigenze specifiche di accessibilità faccia bene a contattare la sede della Riserva a Canale Monterano prima di programmare l'uscita, per sapere quale tratto sia percorribile nel periodo scelto e se ci siano attività adattate in calendario. Non esistono servizi igienici lungo i sentieri, né punti di ristoro: bar e alimentari si trovano in paese.
Cosa vedere intorno ai Laghetti della Mercareccia
Nel raggio di mezz'ora d'auto la scelta è ampia e coerente. L'antica Monterano è l'abbinamento naturale, a pochi minuti a piedi. Il bosco di Macchia Grande di Manziana, cerreta monumentale, e la Caldara di Manziana, con i suoi fenomeni sulfurei, completano il quadro naturalistico. Verso ovest si sale al borgo di Tolfa e al faggeto di Allumiere, con la sua faggeta a quota insolitamente bassa. Verso est si scende al lago di Bracciano, con il castello Odescalchi e le sponde del parco di Bracciano e Martignano. Chi vuole restare sul tema delle zone umide e degli uccelli trova poco lontano le pantane di Trevignano e, sulla costa, la Riserva naturale di Macchiatonda, che è l'altro grande osservatorio ornitologico del litorale nord. Fra i borghi, Oriolo Romano con la sua faggeta e la Mola di Oriolo valgono un pomeriggio.
Domande veloci su Laghetti della Mercareccia (RM)
Dove si trovano esattamente i Laghetti della Mercareccia?
Nel territorio comunale di Canale Monterano, in provincia di Roma, all'interno della Riserva Naturale Regionale Monterano, fra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, a circa cinquanta chilometri a nord di Roma.
Si paga un biglietto per entrare ai Laghetti della Mercareccia?
Non esiste una biglietteria all'accesso dei sentieri: si parcheggia in una delle aree della Riserva e si cammina. Costi e modalità delle visite guidate e delle attività didattiche vanno chiesti alla sede della Riserva o consultati sul sito ufficiale dell'ente gestore.
Quanto dura la visita ai Laghetti della Mercareccia?
Per i soli laghetti e il capanno servono almeno due ore, se si vuole osservare qualcosa. Abbinando l'anello classico dell'antica Monterano, che da Casale de' Persi misura circa quattro chilometri per due ore e mezza, si arriva comodamente a mezza giornata piena.
C'è un capanno per il birdwatching ai Laghetti della Mercareccia?
Sì, l'osservazione della fauna acquatica avviene da un capanno per il bird-watching affacciato sull'acqua. Va usato in silenzio e senza affacciarsi dalle feritoie, altrimenti non serve a nulla.
Quali animali si vedono ai Laghetti della Mercareccia?
Tuffetto e gallinella d'acqua nidificanti, folaghe in svernamento, tritone crestato italiano e testuggine palustre, molte specie di libellule, colonie di gruccione, e in cielo nibbio reale, biancone, gheppio, poiana, lodolaio e nibbio bruno.
Qual è il periodo migliore per visitare i Laghetti della Mercareccia?
Da fine febbraio a giugno per anfibi, orchidee, libellule e gruccioni; dicembre e gennaio per le folaghe svernanti e per il nibbio reale. Luglio e agosto sono i mesi meno interessanti, con il livello dell'acqua al minimo.
Come sono nati i Laghetti della Mercareccia?
Occupano il fondo di una ex cava di tufo in disuso e si sono rinaturalizzati spontaneamente, senza un progetto di ripristino: l'acqua è rimasta nella conca scavata e la vegetazione palustre ha fatto il resto.
I Laghetti della Mercareccia sono un'area protetta?
Sì. Rientrano nella Riserva Naturale Regionale Monterano e sono classificati come Zona di Protezione Speciale e Sito di Interesse Comunitario, oltre a figurare fra le Important Areas for Ponds del bacino mediterraneo e dell'Arco Alpino censite dall'European Pond Conservation Network.
Si può fare il bagno nei Laghetti della Mercareccia?
No. Sono zone umide protette e habitat riproduttivo di specie tutelate: non si entra in acqua, non si pesca e non si raccolgono anfibi o rettili.
Si possono portare i cani ai Laghetti della Mercareccia?
Il cane va tenuto al guinzaglio lungo tutti i percorsi e non va lasciato avvicinare alle rive: un cane libero in una zona umida allontana gli uccelli acquatici per l'intera giornata. Le eventuali limitazioni stagionali vanno verificate presso la Riserva.
I Laghetti della Mercareccia sono accessibili in sedia a rotelle?
No, i sentieri sono su fondo naturale con radici, pietre e tratti fangosi. Chi ha esigenze di accessibilità contatti la sede della Riserva a Canale Monterano per sapere che cosa sia praticabile.
Serve prenotare per visitare i Laghetti della Mercareccia?
Per la camminata libera no. Le visite guidate, le attività didattiche e le uscite naturalistiche organizzate dalla Riserva si prenotano presso l'ente gestore.
Come si arriva ai Laghetti della Mercareccia senza auto?
Si raggiunge Canale Monterano con le autolinee regionali e si prosegue a piedi per alcuni chilometri fino agli accessi della Riserva. È fattibile ma scomodo: gli orari dei vettori vanno controllati in anticipo sui loro canali ufficiali.
Dove si parcheggia per i Laghetti della Mercareccia?
Nelle aree di sosta della Riserva: Comunaletto e Casale de' Persi lungo la Strada Antica Monterano, Cascate della Diosilla su via della Madonnella, Poggio Lupino su via dei Grottini.
I Laghetti della Mercareccia sono adatti ai bambini?
Sì, il tratto di avvicinamento è breve e facile. Libellule, esuvie e il gioco del silenzio al capanno funzionano benissimo con i più piccoli; il passeggino invece non è utilizzabile sui fondi sterrati.
Che differenza c'è fra i Laghetti della Mercareccia e la Caldara di Monterano?
I laghetti sono zone umide di acqua dolce nate da una cava dismessa; la Caldara è un'area di attività solfatarica con sorgenti solforose e vapori, lungo il sentiero della cascata Diosilla. Sono due ambienti opposti, a poca distanza l'uno dall'altro.
Le acque sulfuree della Riserva hanno proprietà curative?
Non esiste documentazione che lo attesti e qui non se ne attribuisce nessuna. Non sono acque termali gestite, non sono controllate a fini sanitari e non vanno usate per bagni: nelle conche i gas possono ristagnare e il fondo è instabile.
Si può fare il bivacco o accendere un fuoco ai Laghetti della Mercareccia?
No. Siamo in area protetta: fuochi e campeggio libero non sono ammessi, e i rifiuti si riportano a valle.
Si possono usare i droni ai Laghetti della Mercareccia?
È una pessima idea in un'area con rapaci e uccelli acquatici nidificanti, oltre che soggetta alle regole dell'area protetta e alla normativa aeronautica. Chi intende volare per ragioni professionali si rivolga preventivamente all'ente gestore.
Quanto sono grandi i Laghetti della Mercareccia?
Sono due bacini di piccole dimensioni, con livello variabile secondo le stagioni: nei mesi caldi la superficie si riduce sensibilmente. Il loro valore non dipende dall'estensione ma dalla rarità dell'acqua ferma in questo comprensorio.
Che cosa vedere vicino ai Laghetti della Mercareccia?
L'antica Monterano con l'acquedotto e la fontana del leone, la Caldara e la cascata della Diosilla, la necropoli dei Grottini, il bosco di Macchia Grande e la Caldara di Manziana, il borgo di Tolfa, il lago di Bracciano con il castello Odescalchi.
I Laghetti della Mercareccia si trovano su terreno privato?
L'area protetta comprende anche terreni agricoli e pascoli in proprietà privata. Per questo si cammina soltanto sui sentieri segnati, si richiudono i cancelli dei pascoli e si rispettano le recinzioni e i divieti esposti: nessun panorama vale l'ingresso in un fondo altrui.
Chiudo con l'opinione che ripeto a ogni gruppo che accompagno da queste parti. I Laghetti della Mercareccia non sono un luogo spettacolare e non lo saranno mai: chi cerca la cartolina resti fra le arcate dell'acquedotto di Monterano, che quella la regala. Questi due stagni sono un luogo da capire, e per capirlo bisogna sedersi in un capanno di legno alle sette del mattino di marzo e aspettare. Chi lo fa esce con la sensazione di aver visto una cosa che quasi nessun visitatore di Roma vedrà mai: una ferita industriale che il tempo ha trasformato nell'ambiente più prezioso di un'intera area protetta. Vale il viaggio, purché si vada con il passo giusto e con la bocca chiusa.
Domande frequenti su Laghetti della Mercareccia (RM)
Dove si trovano esattamente i Laghetti della Mercareccia?
I Laghetti della Mercareccia si trovano nel territorio comunale di Canale Monterano, in provincia di Roma, all'interno della Riserva Naturale Regionale Monterano, fra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, a circa cinquanta chilometri a nord di Roma. Sono due invasi modesti nati dal fondo di un'antica cava di tufo.
Si paga un biglietto per entrare ai Laghetti della Mercareccia?
Non esiste una biglietteria all'accesso dei sentieri dei Laghetti della Mercareccia: si parcheggia in una delle aree attrezzate della Riserva Naturale Regionale Monterano e si cammina liberamente. L'accesso all'area protetta è quindi gratuito, anche se i parcheggi sono limitati a quattro punti.
Qual è il periodo migliore per vedere gli uccelli ai Laghetti della Mercareccia?
Il periodo migliore per l'osservazione ornitologica ai Laghetti della Mercareccia va da fine febbraio ad aprile, quando l'attività degli anfibi è al massimo insieme alle prime fioriture di orchidee. Da maggio a giugno arrivano invece le libellule e tornano i gruccioni, mentre luglio e agosto sono i mesi peggiori per il livello dell'acqua basso e il caldo.
Come si arriva ai Laghetti della Mercareccia?
Ai Laghetti della Mercareccia si arriva raggiungendo Canale Monterano da Roma in direzione Bracciano, poi parcheggiando in uno dei quattro punti attrezzati della Riserva Naturale Regionale Monterano e proseguendo a piedi. Non esiste un cartello stradale che indichi direttamente i laghetti lungo la provinciale.
I Laghetti della Mercareccia sono adatti ai bambini?
I Laghetti della Mercareccia funzionano bene con i bambini, a condizione di non trattare la camminata come un obiettivo in sé. Il tratto dal parcheggio ai laghetti è breve e senza difficoltà tecniche, percorribile da un bambino dai sei anni in su, mentre con i più piccoli conviene uno zaino porta bimbo perché il passeggino sui fondi sterrati e fangosi è ingestibile.
I sentieri dei Laghetti della Mercareccia sono accessibili in sedia a rotelle?
I percorsi della Riserva che portano ai Laghetti della Mercareccia sono sentieri naturali su fondo di terra battuta, con radici, pietre e tratti fangosi dopo le piogge, e non sono attrezzati per sedie a rotelle né per chi cammina con difficoltà. Chi ha esigenze specifiche può contattare in anticipo la sede della Riserva a Canale Monterano.
Cosa si può osservare dal capanno per il birdwatching?
Dal capanno per il birdwatching dei Laghetti della Mercareccia si osservano uccelli acquatici come il tuffetto, che nidifica su piattaforme galleggianti di vegetazione, oltre a rapaci come il nibbio reale, che caccia sopra le radure e i prato pascoli circostanti. La struttura in legno con feritoie orizzontali nasconde la sagoma umana e funziona solo se usata in silenzio.
Cosa si vede vicino ai Laghetti della Mercareccia?
Vicino ai Laghetti della Mercareccia si trova l'antica Monterano, borgo abbandonato e set di film come Brancaleone alle crociate e Il marchese del Grillo di Mario Monicelli, a pochi minuti a piedi. Nel raggio di mezz'ora d'auto si aggiungono il bosco di Macchia Grande di Manziana e la Caldara di Manziana con i suoi fenomeni sulfurei.
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