Cascata del Picchio (Nepi)
In breve. La Cascata del Picchio si raggiunge solo a piedi, dal centro storico di Nepi (VT), in provincia di Viterbo, circa 50 chilometri a nord di Roma: il salto d'acqua è inserito nella forra del Rio Falisco, fra il paese e Castel Sant'Elia, e…
La Cascata del Picchio si raggiunge solo a piedi, dal centro storico di Nepi (VT), in provincia di Viterbo, circa 50 chilometri a nord di Roma: il salto d'acqua è inserito nella forra del Rio Falisco, fra il paese e Castel Sant'Elia, e non ha biglietteria, cancelli, orari né custodi. L'ingresso è libero e gratuito, sempre, perché di fatto si tratta di un tratto di torrente in un vallone boscoso. Il punto di partenza più comodo è Piazza della Bottata, sotto la Rocca dei Borgia, dove si parcheggia gratis; da lì il percorso completo ad anello verso Castel Sant'Elia misura circa 10,5 chilometri con 345 metri di dislivello e chiede quasi quattro ore di cammino, mentre l'andata e ritorno alla sola cascata, per il sentiero dei Cavoni, si risolve in poco meno di tre ore e in circa 12 chilometri di sviluppo con 250 metri di dislivello a seconda della variante scelta. Dal bivio dei Cavoni alla cascata servono in media dai quarantacinque ai sessanta minuti. In auto si arriva a Nepi dalla via Cassia bis (Superstrada Roma Viterbo), uscita Nepi; con i mezzi pubblici si prende l'autobus regionale Cotral dalla stazione di Saxa Rubra, a Roma, con un tempo di percorrenza intorno ai quaranta minuti, e si scende in paese. Il sentiero non è attrezzato: comporta guadi del torrente, corde fisse in due punti e tratti erosi. Per informazioni sulla percorribilità dopo le piogge il riferimento è il Comune di Nepi, Piazza del Comune 20, 01036 Nepi (VT), telefono 0761 55811. Il bagno alla Cascata del Picchio non è previsto né consigliato: le pozze sono strette, poco profonde e sassose, e nessun ente le sorveglia.
Se preparate la giornata intera, conviene leggere anche la pagina dedicata a Nepi: il borgo e la cascata sono un'unica visita, non due gite diverse.
Dove si trova davvero la Cascata del Picchio (Nepi)
Nepi sorge su uno sperone di tufo circondato su tre lati da corsi d'acqua. Il nome del paese, secondo l'etimologia che gli studiosi locali danno per la più probabile, deriva dalla radice etrusca nepa, acqua: un toponimo che vale come descrizione geografica. Alla base della rupe scorrono i torrenti che nei millenni hanno scavato le forre, e uno di questi, il Rio Falisco, produce il salto che tutti chiamano Cascata del Picchio.
La distanza in linea d'aria dalle ultime case del paese è irrisoria, poco più di un centinaio di metri. Il fatto che sembri un mondo separato dipende da un dettaglio di geografia verticale: il paese è in alto, sul pianoro tufaceo, la cascata è in basso, sul fondo di una spaccatura profonda diverse decine di metri. Fra i due mondi ci sono ottanta o novanta metri di parete, boschi di leccio e cerro, aceri, un sottobosco fitto che d'estate chiude la vista in ogni direzione. È per questo che il rumore del paese non arriva e che, arrivati sotto il salto, si ha l'impressione di trovarsi molto più lontano di quanto si sia davvero.
La Cascata del Picchio non è l'unica cascata di Nepi, e qui nasce buona parte della confusione che si legge in giro. Sotto la Rocca dei Borgia, visibile dalle mura e a pochi passi dal centro, precipita la cascata dei Cavaterra. Poco distante, lungo il Rio Puzzolo, si apre la cascata del Pizzo. Il Picchio è la terza, la più lontana dal paese e la più difficile da raggiungere: tre salti diversi, tre torrenti diversi, e tre nomi che chi non conosce il territorio scambia regolarmente l'uno per l'altro.

Come arrivare alla Cascata del Picchio (Nepi)
In automobile
Da Roma si prende la Cassia bis, la superstrada che porta verso Viterbo, e si esce a Nepi. Dal casello al centro storico sono pochi minuti. Il parcheggio da cercare è quello di Piazza della Bottata, ai piedi della Rocca: è il punto dove la maggior parte delle escursioni organizzate si ritrova, ed è gratuito. In alternativa si lascia l'auto nei parcheggi lungo le mura farnesiane, poco più in alto.
Un avvertimento pratico che vale oro: non cercate una strada che porti alla cascata. Non esiste. Chi digita il nome nel navigatore e segue ciecamente la freccia finisce su una vicinale sterrata in mezzo ai campi, senza sbocco e senza possibilità di girare l'auto. L'unico accesso è pedonale e parte dal paese.
Con i mezzi pubblici
Nepi è servita dagli autobus regionali Cotral che partono dal terminal di Saxa Rubra, capolinea nord della ferrovia Roma Nord, sulla Salaria. Il tempo di percorrenza è di circa quaranta minuti in condizioni normali di traffico. Gli orari cambiano fra feriali, sabato e festivi, e la domenica le corse si diradano parecchio: chi pianifica l'escursione in giornata senza auto deve controllare prima l'orario di ritorno, perché rientrare a piedi dalla forra e trovare l'ultima corsa partita è un classico. In paese la fermata è vicina al centro, quindi dalla discesa dal bus al punto di partenza del sentiero si cammina pochissimo.
Il punto di partenza del sentiero per la Cascata del Picchio (Nepi)
Con la Rocca dei Borgia sulla destra si imbocca la strada in discesa che ne costeggia il fianco. Superato l'arco, sulla sinistra compare la cascata dei Cavaterra: è il primo spettacolo della giornata e arriva dopo cinque minuti di cammino, il che dice molto su quanto sia concentrata la bellezza di questo territorio. Si attraversa il ponte, si prosegue per un breve tratto lungo la statale e subito si trovano le indicazioni per i Cavoni. Si svolta a sinistra in via del Cardinale e si arriva a un bivio dove due cartelli indicano i sentieri naturalistici. Per la Cascata del Picchio si prende quello di destra.
Il sentiero per la Cascata del Picchio (Nepi), tratto per tratto
La Tagliata dei Cavoni e la forra del Fosso della Massa
Dal bivio la strada, che qui porta il nome di Tagliata dei Cavoni, scende rapidamente dentro la forra del Fosso della Massa. La discesa è breve, pochi minuti, e in fondo si trova un ponte. Il salto termico è immediato e sensibile: si entra in un microclima umido, ombroso, con un paio di gradi in meno rispetto al pianoro.
Il ponte è il nodo di tutto l'itinerario. Da qui si decide: proseguendo in salita si raggiungono i Cavoni veri e propri; tornando al ponte e svoltando a destra, con il ponte davanti, si cammina con il fiume sulla sinistra e si punta alla cascata. Chi ha tempo fa entrambe le cose, e fa bene.
I Cavoni sopra la Cascata del Picchio (Nepi)
I Cavoni sono vie cave: corridoi scavati a mano nel tufo, a cielo aperto, con pareti verticali che in alcuni punti superano i dieci metri di altezza e in altri si stringono al punto che allargando le braccia si toccano entrambe. Non sono un fenomeno naturale, e questo è il punto che quasi nessuno spiega bene: sono opere di ingegneria territoriale dei Falisci, il popolo che occupava questa porzione di Lazio prima della conquista romana, realizzate per collegare i pianori tufacei al fondo delle forre. Servivano a far passare uomini, animali e carri dove la morfologia non lo permetteva.
Camminando nei Cavoni si notano, scavate nelle pareti, piccole nicchie. La tradizione locale le chiama nicchie scacciadiavoli e le attribuisce all'età cristiana, quando le vie cave pagane vennero riconsacrate con immagini sacre e lumini. Che siano nate per quello o siano state riusate più tardi è questione aperta: quello che si vede è un incavo regolare, ripetuto, a un'altezza d'uomo.
Il fondo della via cava è segnato da solchi paralleli. Non sono decorazioni: sono i binari dei carri, consumati nel tufo da secoli di passaggi. Guardateli con attenzione, perché sono la prova più concreta che quella non era una curiosità paesaggistica ma una strada di lavoro.
Dal ponte alla Cascata del Picchio (Nepi)
Tornati al ponte e presa la direzione del fiume, il carattere del percorso cambia. Il sentiero diventa scosceso, il dislivello varia di continuo, si sale e si scende seguendo l'andamento della forra. Il fondo alterna terra battuta, radici, tratti fangosi che dopo le piogge diventano scivolosi e brevi passaggi su roccia. Non ci sono difficoltà alpinistiche, ma nemmeno la comodità di un sentiero di parco: servono scarponcini con suola scolpita e un minimo di abitudine a camminare in terreno irregolare.
Lungo il tratto si incontrano i guadi del torrente. In alcuni punti ci sono ponticelli di legno, in altri corde fisse tese fra una sponda e l'altra: aiutano, ma non sono attrezzature certificate e nessuno le manutiene con regolarità. Dopo le piogge intense il livello dell'acqua sale in fretta, e i guadi che con la portata normale si superano in tre passi diventano seriamente pericolosi. Se l'acqua arriva sopra il ginocchio e ha forza, si torna indietro. Non c'è cascata che valga un guado sbagliato.
L'ultimo tratto è ben segnalato e in leggera discesa. Poi il rumore cambia, si fa continuo e profondo, e la forra si apre sul salto del Picchio. La cascata precipita in una gola stretta, con la vegetazione che chiude la scena su entrambi i lati: la luce arriva dall'alto, filtrata, e cambia completamente a seconda dell'ora. È la cascata più spettacolare della bassa Tuscia, e chi la definisce così non esagera.
La deviazione alla sorgente del Tasso
Prima di arrivare alla cascata, chi vuole può deviare verso la sorgente del Tasso. È una variante breve ma decisamente più impegnativa del sentiero principale: la discesa non è agevole, bisogna arrampicarsi e guadare il torrente due volte. Anche qui ci sono funi fisse che rendono i guadi affrontabili, ma resta un tratto da fare solo con condizioni di portata basse e scarpe adeguate.
La vegetazione intorno alla sorgente è rigogliosa fino all'esagerazione, con felci, muschi e alberi che chiudono il cielo. In cambio, d'estate, le zanzare sono una presenza costante e aggressiva: repellente obbligatorio, maniche lunghe consigliate. A nostro giudizio la deviazione al Tasso vale la pena solo da marzo a maggio, perché in piena estate si paga un prezzo entomologico sproporzionato rispetto a quello che si vede.
L'anello lungo verso Castel Sant'Elia
La versione più completa dell'escursione non torna indietro per lo stesso sentiero ma chiude un anello fra Nepi e Castel Sant'Elia, passando di forra in forra. Si parte da Piazza della Bottata, si percorrono i Cavoni, si affacciano i punti panoramici sulla forra del Rio Puzzolo e sulla cascata dei Cavaterra, si attraversa il ponte medievale a schiena d'asino sul Fosso del Ponte di Castello, si scende alla Cascata del Picchio e si risale verso il pianoro con la vista su Castel Sant'Elia e sul suo campanile. Sono circa 10,5 chilometri, 345 metri di dislivello in salita e altrettanti in discesa, con una durata intorno alle tre ore e quaranta, difficoltà media.
I tratti indicati come 178B e 178C sono quelli su cui gli estensori dei percorsi raccomandano più attenzione, soprattutto dopo piogge abbondanti: sono i passaggi che scendono verso il fondo delle forre, con pendenze forti e fondo eroso. Non è un anello da fare al buio, non è un anello da fare con il temporale in arrivo e non è un anello da improvvisare senza traccia GPS.
Il tracciato si può seguire da soli?
Sì, ma con le dovute cautele. La segnaletica esiste ed è stata migliorata negli ultimi anni, però non è continua come su un sentiero di montagna del Club Alpino: ci sono bivi non indicati, tracce secondarie aperte dai cinghiali che sembrano sentieri e tratti in cui la vegetazione estiva copre i segni. Portare una traccia scaricata sul telefono, con la mappa offline, risolve il novanta per cento dei problemi.
Domande frequenti sulla Cascata del Picchio (Nepi)
Quanto costa entrare alla Cascata del Picchio a Nepi?
L'accesso alla Cascata del Picchio a Nepi è libero e gratuito in qualsiasi momento, perché non si tratta di un sito recintato ma di un tratto di forra lungo il Rio Falisco. Le uniche spese di una giornata qui sono il carburante o l'autobus, l'eventuale pranzo in paese e il biglietto della Rocca dei Borgia, se si decide di visitarla.
Si può arrivare in auto alla Cascata del Picchio?
No, non si può arrivare in auto alla Cascata del Picchio: l'auto si lascia in paese a Nepi, tipicamente nel parcheggio gratuito di Piazza della Bottata ai piedi della Rocca, e il resto del tragitto si percorre a piedi. Non esiste alcuna strada carrabile che arrivi fino al salto d'acqua.
Si può fare il bagno alla Cascata del Picchio?
No, alla Cascata del Picchio non si fa il bagno: le pozze alla base del salto sono piccole, il fondo è di roccia e blocchi, la profondità è ingannevole e variabile, e nessuna autorità esercita sorveglianza o controlli di balneabilità in questo tratto di forra.
Quando è il periodo migliore per vedere la Cascata del Picchio con l'acqua piena?
Il periodo migliore per la Cascata del Picchio va da metà marzo a fine maggio e da metà settembre a novembre. In agosto, dopo una stagione secca, l'acqua si riduce spesso a un filo che scivola sul tufo senza fare rumore, perché il Rio Falisco ha un bacino piccolo e un regime torrentizio legato alle piogge.
La Cascata del Picchio è adatta ai bambini?
Dipende dall'età: un ragazzo di dieci o dodici anni abituato a camminare affronta il percorso della Cascata del Picchio senza problemi e lo trova avventuroso, grazie ai guadi e alle corde lungo il sentiero. Sotto i sette o otto anni il discorso cambia, perché i tratti erosi e i guadi sono impegnativi e portare un bambino in braccio lungo una discesa scivolosa non è consigliabile.
La Cascata del Picchio è accessibile con la sedia a rotelle?
No, la Cascata del Picchio non è accessibile a persone con mobilità ridotta: non esiste un percorso alternativo, non ci sono rampe e il fondo è naturale, con guadi da superare a piedi. Un'alternativa concreta è la cascata dei Cavaterra, visibile dal belvedere sotto la Rocca, nel centro di Nepi.
Cosa serve portare per visitare la Cascata del Picchio?
Per la Cascata del Picchio servono scarponcini da trekking con suola scolpita, perché i guadi e i tratti fangosi puniscono le suole lisce, e bastoncini telescopici utili in discesa e nei guadi. In estate conviene aggiungere sandali da fiume, un ricambio di calze e repellente per insetti, perché lungo il sentiero non ci sono fontanelle potabili certificate.
Cosa si vede intorno alla Cascata del Picchio a Nepi?
Vicino alla Cascata del Picchio, il monumento principale di Nepi è la Rocca dei Borgia, il punto da cui parte il sentiero verso la forra. Le fondazioni comprendono una muraglia di origine etrusco romana e una torre quadrangolare, mentre l'impianto residenziale su tre livelli è opera di Antonio da Sangallo il Vecchio per i Borgia.
Chi non ha dimestichezza con l'escursionismo, o chi accompagna persone poco allenate, fa bene ad appoggiarsi a una guida escursionistica abilitata o a una delle associazioni che organizzano le camminate collettive verso la Cascata del Picchio. Se cercate un professionista per costruire la giornata, la rete di accompagnatori e guide di TourLeaderPro lavora abitualmente sul Lazio e non solo su Roma città.

Cascata del Picchio (Nepi)
Le forre, i cavoni e la geologia che spiega la Cascata del Picchio (Nepi)
Che cosa è una forra
Le forre sono l'elemento geomorfologico che definisce tutto l'Agro Falisco: valli strettissime delimitate da pareti sub verticali, scavate dall'azione erosiva dei torrenti sul substrato vulcanico. Il materiale in cui il torrente ha lavorato è il tufo, prodotto dalle eruzioni dei distretti vulcanici sabatino e cimino. Le datazioni indicate dalla letteratura locale collocano la formazione di queste incisioni in un arco compreso fra circa 600.000 e circa 20.000 anni fa: non un evento, un processo lunghissimo.
Il tufo ha una caratteristica che spiega la forma delle forre: è tenero abbastanza da lasciarsi incidere in verticale, compatto abbastanza da reggere pareti a strapiombo senza franare subito. Il risultato sono canyon in miniatura con fianchi quasi perfettamente verticali, alti decine di metri, con il torrente che scorre in fondo su un letto di blocchi staccati dall'alto. La Cascata del Picchio nasce esattamente da questo meccanismo: un gradino nella roccia che il Rio Falisco non è ancora riuscito a consumare.
Il Rio Falisco
Il corso d'acqua che alimenta la cascata porta il nome del popolo che abitava questo territorio. La portata è modesta e stagionale: in autunno e in primavera il salto è pieno e rumoroso, in agosto si riduce a un velo. Chi arriva a fine estate e resta deluso non ha sbagliato posto, ha sbagliato mese. Tenetelo presente quando leggete fotografie scattate in condizioni di piena e decidete la data della gita.
I cavoni, ovvero le vie cave dei Falisci
Cavoni e forre si somigliano al punto che i visitatori li confondono, ed è comprensibile: entrambi sono corridoi profondi scavati nel tufo. La differenza è l'autore. La forra la scava l'acqua in centinaia di migliaia di anni; il cavone lo scava l'uomo con strumenti a mano, in un tempo storico. I Falisci li realizzarono in età pre romana per collegare gli abitati sui pianori con le vallate, e restano fra le opere di ingegneria più impressionanti dell'Italia centrale antica, tanto più se si considera che furono scavate senza esplosivi e senza macchine.
Il sistema non è isolato. Vie cave analoghe si trovano in tutta la Tuscia e nella vicina Maremma, e nel Lazio settentrionale formano una rete che collegava insediamenti, necropoli e santuari. Camminarci dentro, con la luce che scende da una fessura di cielo lontana dieci metri sopra la testa, è la parte dell'escursione che si ricorda più a lungo, spesso più della cascata stessa.
Sicurezza alla Cascata del Picchio (Nepi): quello che va detto chiaramente
Questa è la sezione che chiedo di leggere per intero, anche a chi salta sempre le sezioni sulla sicurezza.
Primo: alla Cascata del Picchio non si fa il bagno. Le pozze alla base del salto sono piccole, il fondo è di roccia e blocchi, la profondità è ingannevole e variabile, e nessuna autorità esercita sorveglianza o controlli di balneabilità. Chi scrive che è un posto dove rinfrescarsi fa un pessimo servizio ai lettori. Tuffarsi è pericoloso in modo ovvio e non va fatto: sotto il pelo dell'acqua ci sono massi. Bagnarsi i piedi seduti su una pietra è un'altra cosa, ed è quello che fa la gente sensata.
Secondo: i guadi. Non sono passaggi attrezzati in senso tecnico. Le corde fisse tese fra le sponde sono state messe da volontari ed escursionisti, non da un ente che ne risponda, e la loro tenuta non è garantita. Non caricateci sopra il peso di tutto il corpo e non usatele come appiglio unico. Se il torrente è ingrossato, il guado va abbandonato: le piene dei fossi tufacei salgono in fretta perché il bacino è piccolo e il terreno impermeabile.
Terzo: le pareti. Le forre perdono blocchi, soprattutto in primavera dopo i cicli di gelo e disgelo e dopo le piogge forti. Non fermatevi a mangiare sotto uno strapiombo e non sostate a lungo alla base delle pareti. Il fondo della forra è disseminato di massi staccati dall'alto, il che dovrebbe bastare come informazione.
Quarto: il segnale telefonico in fondo alla forra è debole o assente. Dite a qualcuno dove andate e a che ora contate di uscire. Il numero unico per le emergenze è il 112.
Quinto: nulla di quanto trovate lungo il percorso, dalle nicchie dei Cavoni ai solchi dei carri, va toccato, inciso o portato via. È un territorio archeologico, non un parco giochi.
Quando andare alla Cascata del Picchio (Nepi)
La finestra migliore è doppia: da metà marzo a fine maggio e da metà settembre a novembre. In primavera la portata del Rio Falisco è al massimo, la vegetazione è verde chiaro e non ha ancora chiuso i varchi, le temperature nella forra sono perfette per camminare. In autunno il bosco cambia colore e le piogge di ottobre rimettono acqua nel salto, con il vantaggio di un sentiero meno frequentato.
L'estate è la stagione peggiore, e lo dico contro il senso comune che associa cascate e caldo. Da luglio a inizio settembre il salto si riduce, le zanzare della forra sono implacabili e il fondo secco rende i tratti in discesa più scivolosi, non meno. Se dovete andare in luglio, andate all'alba.
L'inverno è praticabile nelle giornate asciutte e regala la forra nella sua forma più leggibile, con il bosco spoglio e le pareti di tufo completamente visibili. Dopo due giorni di pioggia, invece, il percorso va rimandato senza discutere.
Quanto tempo serve davvero
Per la sola cascata, andata e ritorno con calma e qualche sosta fotografica, mettete in conto tre ore. Per l'anello completo fino a Castel Sant'Elia, quattro ore abbondanti più le soste. Per una giornata che comprenda cascata e visita al borgo di Nepi con la Rocca dei Borgia, il tempo giusto è dalle nove del mattino al tardo pomeriggio. Comprimere tutto in mezza giornata significa correre e non vedere niente.
Cosa portare alla Cascata del Picchio (Nepi)
Scarponcini da trekking con suola scolpita, non scarpe da ginnastica: i guadi e i tratti fangosi puniscono le suole lisce. Bastoncini telescopici, utili in discesa e ancora di più nei guadi come terzo punto di appoggio. Un ricambio di calze e, in estate, sandali da fiume per attraversare senza bagnare gli scarponi. Acqua, perché lungo il sentiero non ci sono fontanelle potabili certificate. Repellente per insetti da marzo a ottobre. Una traccia GPS scaricata e la mappa offline. Un sacchetto per riportare indietro i rifiuti, compresi quelli organici.
Quello che non serve: il drone, che nella gola non ha spazio di manovra e disturba la fauna; l'abbigliamento chiaro, che dopo il primo guado non è più chiaro; le scarpe nuove.
Una curiosità sulla Cascata del Picchio (Nepi)
La curiosità più bella di questo posto non riguarda l'acqua ma il nome del paese che la custodisce. Nepi si chiama così, secondo la lettura accolta dalla tradizione erudita locale, dalla radice etrusca nepa, che significa acqua. È uno dei rarissimi casi in cui il nome di un centro abitato italiano è una descrizione idrografica pura: non il santo patrono, non il fondatore, non la posizione. L'acqua. E la cosa curiosa è che il toponimo continua a essere esatto dopo venticinque secoli: tre corsi d'acqua alla base della rupe, tre cascate nel raggio di pochi chilometri, una rete di sorgenti che ha reso l'acqua minerale di Nepi un prodotto conosciuto ben oltre i confini del Lazio.
C'è di più, e riguarda la percezione del luogo. Nepi ha una cascata dentro il centro abitato, quella dei Cavaterra, che precipita sotto le mura della Rocca dei Borgia. Un paese che ha una cascata sotto il castello e due nei dintorni non ha bisogno di inventarsi attrazioni. Eppure la Cascata del Picchio è rimasta per decenni conosciuta solo dagli abitanti e da una manciata di escursionisti, perché l'unico modo per arrivarci è camminare per un'ora dentro una forra.
Aggiungo una curiosità linguistica che nessuno spiega mai: la parola cavone, con cui i nepesini chiamano le vie cave, non è un termine tecnico da manuale di archeologia ma un nome popolare, locale, sopravvissuto nell'uso parlato. Nelle pubblicazioni scientifiche si legge quasi sempre via cava o tagliata. Chi dice cavone, a Nepi, sta usando una parola che ha alle spalle una continuità d'uso lunghissima, ed è un piccolo lusso filologico che si può notare solo sul posto.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Cascata del Picchio (Nepi)
Che la Cascata del Picchio, in agosto, spesso non c'è. O meglio: c'è il salto, la parete, la gola, ma l'acqua si riduce a un filo che scivola sul tufo senza fare né rumore né schiuma. Il Rio Falisco ha un bacino piccolo e un regime torrentizio: dipende dalle piogge, non da un ghiacciaio o da un lago. Le fotografie che circolano, con il getto pieno e la nebbiolina alla base, sono state scattate quasi tutte fra marzo e maggio. Nessuno lo scrive, e la gente parte ad agosto convinta di trovare quella scena.
La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda la fatica reale del percorso. Le classificazioni che trovate in giro oscillano fra difficoltà E, cioè escursionistica facile, e difficoltà media. Entrambe sono vere e riguardano varianti diverse: la differenza fra i due giudizi è il numero di guadi che decidete di affrontare e se includete o no la discesa alla sorgente del Tasso. Il sentiero non è tecnico, ma non è nemmeno la passeggiata in pianura che qualcuno racconta: 250 metri di dislivello frazionati in continui saliscendi si sentono, soprattutto al ritorno.
La terza è di ordine pratico e la imparano tutti a spese proprie: nella forra il telefono non prende. Chi conta di navigare in tempo reale con la mappa online resta senza mappa nel punto peggiore, cioè in fondo alla gola dove i bivi si somigliano tutti. La traccia va scaricata prima di partire, quando ancora c'è segnale in paese.
La quarta, infine, riguarda il fondo del sentiero dopo la pioggia. Il tufo bagnato sviluppa una patina sottilissima e straordinariamente scivolosa, diversa dal fango normale: non si sprofonda, si scivola. È il motivo per cui gli infortuni qui non capitano nei guadi, dove tutti fanno attenzione, ma nei tratti in discesa apparentemente innocui.
Il consiglio che ti do per visitare la Cascata del Picchio (Nepi)
Il consiglio è di invertire l'ordine mentale della giornata. Non trattate la Cascata del Picchio come la meta e Nepi come il contorno: trattate la forra come un unico organismo, in cui il paese, le vie cave, il ponte medievale, le tre cascate e la Via Amerina sono parti dello stesso sistema. Chi arriva, scende, fotografa il salto e risale, ha visto la cosa meno interessante del posto. Chi cammina lentamente nei Cavoni, riconosce i solchi dei carri, si affaccia sulla forra del Rio Puzzolo e poi arriva alla cascata, capisce perché i Falisci si insediarono qui.
Il secondo consiglio è sull'orario. Partite presto, prima delle nove. Non per evitare la folla, che su questo sentiero non è mai un problema serio, ma per la luce: la gola è stretta e il sole ci entra in una finestra breve, a metà mattina, quando i raggi tagliano il vapore alla base del salto. Nel pomeriggio la cascata è in ombra piena e perde metà del suo effetto.
Terzo: andate in due o in tre, mai da soli. Non per paura, ma per aritmetica elementare del soccorso. In fondo alla forra non c'è segnale, il sentiero è poco frequentato nei giorni feriali e una caviglia storta a metà percorso diventa un problema molto serio se non c'è nessuno che possa risalire a chiamare aiuto.
Quarto, e qui vado controcorrente: se avete un solo giorno e volete vedere una cascata del Lazio settentrionale con i bambini piccoli o con persone poco allenate, non venite qui. Andate alle cascate di Monte Gelato, nel Parco della Valle del Treja, dove si parcheggia a duecento metri dall'acqua. La Cascata del Picchio premia chi cammina, e va scelta sapendolo.
Quinto: fermatevi a pranzo a Nepi invece che portarvi il panino. Il paese ha osterie vere, e dopo tre ore di forra un piatto di pasta all'amatriciana seduti in piazza è la conclusione corretta dell'escursione. Se poi state costruendo un itinerario più lungo nel Lazio, la panoramica delle gite fuori Roma su ItalyPlanner aiuta a incastrare le distanze senza illudersi sui tempi di percorrenza.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che questa forra è attraversata da una strada romana, e non una strada qualunque. La Via Amerina fu aperta nel 241 avanti Cristo, dopo la conquista romana dell'Agro Falisco, e collegava il territorio falisco con l'Umbria, passando per Nepi e Falerii Novi. È risaputo fra gli archeologi e perfettamente ignoto alla maggior parte di chi cammina verso la cascata, che passa sopra i basoli senza sapere che cosa siano.
Il tratto che si incontra lungo i sentieri di Nepi conserva in alcuni punti il basolato originale, i solchi delle ruote e le tagliate nel tufo con cui i Romani ridussero le pendenze. La Via Amerina è uno dei rari casi in cui una strada consolare minore si è conservata perché nessuno ci ha costruito sopra: le moderne direttrici sono passate altrove, la campagna si è richiusa, e i basoli sono rimasti dove erano.
C'è un secondo livello storico che vale la pena conoscere. Nell'alto medioevo, quando i Longobardi occuparono gran parte dell'Italia centrale, la Via Amerina rimase una delle poche vie di comunicazione sicure fra Roma e Ravenna, il cosiddetto corridoio bizantino. Per due secoli, lungo questa striscia di territorio, passarono ambasciatori, eserciti e papi. Le necropoli rupestri e le chiese scavate nel tufo che punteggiano il percorso appartengono a quella stagione.
Un terzo fatto poco citato, e molto concreto: il ponte medievale a schiena d'asino sul Fosso del Ponte di Castello, che si incontra sull'anello fra Nepi e Castel Sant'Elia, non è una ricostruzione turistica. È una struttura antica ancora in uso pedonale, con la classica gobba centrale, ed è uno dei punti più fotografati del percorso pur senza comparire in quasi nessuna guida.
La foto giusta da fare alla Cascata del Picchio (Nepi)
La fotografia che tutti provano a fare è quella frontale del salto, con il treppiede piantato nella pozza e il tempo lungo che trasforma l'acqua in seta. Va benissimo, ed è anche facile: filtro a densità neutra, uno o due secondi di esposizione, diaframma chiuso, ISO al minimo. Serve il treppiede, serve un panno per asciugare la lente dagli spruzzi e serve pazienza per aspettare che il vento fermi le foglie in primo piano.
Ma la foto giusta, quella che nessuno fa, è un'altra: mettetevi di spalle alla cascata e fotografate la gola. La Cascata del Picchio da sola potrebbe essere ovunque; la forra che la contiene, con le pareti di tufo giallo verticali, il bosco che si affaccia dall'alto e la striscia di cielo stretta in mezzo, è riconoscibilmente Tuscia e non altrove. Grandangolo, una persona nel fotogramma per dare la scala, e avete il ritratto del posto.
La seconda foto da portare a casa la trovate nei Cavoni, non alla cascata. Entrate nella via cava, aspettate che qualcuno del gruppo cammini fino a metà corridoio, e scattate dal fondo con la luce che scende verticale dalla fessura: il contrasto fra la figura minuscola e le pareti alte dieci metri racconta l'opera dei Falisci meglio di qualsiasi didascalia. Con il telefono viene bene se bloccate l'esposizione sulla parete illuminata e lasciate che le ombre chiudano.
Ora di scatto: metà mattina, fra le dieci e mezzogiorno, quando la luce entra nella gola. Evitate il mezzogiorno estivo pieno, che produce un contrasto ingestibile fra il cielo bruciato e il fondo nero. Una nota pratica sulla sicurezza fotografica: non arrampicatevi sui massi bagnati alla base del salto per cercare l'inquadratura migliore. Il tufo umido è scivoloso e non perdona, e non esiste una fotografia che valga una caduta in una gola senza segnale telefonico.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Le forre di Nepi non hanno una data sola, hanno una stratigrafia di eventi. Il primo è la conquista romana dell'Agro Falisco. Nel 241 avanti Cristo, dopo la distruzione di Falerii Veteres e la deportazione degli abitanti nella nuova Falerii Novi in pianura, Roma aprì la Via Amerina: è l'atto di nascita infrastrutturale di questo territorio, e la strada passa a poche centinaia di metri dalla forra della cascata. Nepi, a differenza della vicina Civita Castellana, aveva scelto la parte romana e divenne municipio, guadagnandosi il ruolo di porta dell'Etruria.
Il secondo evento è cristiano e sotterraneo. Dalla fine del secondo secolo, e poi soprattutto fra quarto e quinto, le pareti di tufo intorno al paese furono scavate per accogliere la catacomba di Santa Savinilla, fra i complessi cimiteriali più estesi del Lazio. La tradizione lega il sito ai santi Tolomeo e Romano, ancora oggi patroni di Nepi, festeggiati il 24 agosto. Le catacombe si visitano su prenotazione tramite il Museo Civico.
Il terzo è la stagione dei Borgia, e cambia il volto del paese sopra la forra. Nel Quattrocento il cardinale Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI, affidò ad Antonio da Sangallo il Vecchio la trasformazione della vecchia rocca in una residenza fortificata su tre livelli, con cinta muraria e torri d'angolo. Nel 1499 Alessandro VI donò Nepi alla figlia Lucrezia Borgia, che la governò fino al 1501. Lucrezia Borgia si ritirò qui dopo l'assassinio del secondo marito, Alfonso d'Aragona, e in quei mesi il paese conobbe una breve stagione di corte.
Il quarto è farnesiano. Pier Luigi Farnese, figlio di papa Paolo III, chiamò Antonio da Sangallo il Giovane a rinforzare le difese con bastioni angolari e cortine murarie, producendo uno degli esempi di architettura militare più robusti della zona. Il Palazzo Comunale fu avviato nel 1542 e le mura monumentali che si vedono ancora oggi appartengono a questa fase.
Il quinto evento è idraulico, e ha a che fare direttamente con l'acqua di cui la Cascata del Picchio è una manifestazione naturale. La ricerca di una sorgente da condurre in paese cominciò nel 1559 a Varano, a nord ovest di Nepi. Il progetto si arenò, fu ripreso nel 1702 sotto il cardinale Giuseppe Renato Imperiali, vide il primo ordine di arcate completato nel 1707 e si concluse nel 1727, quando la fontana entrò in funzione in Piazza del Comune. L'acquedotto, diretto da Filippo Barigioni, misura circa 285 metri nel tratto visibile e conta 36 arcate su due ordini, con un'altezza massima intorno ai venti metri. Alimenta ancora le fontane pubbliche, quasi tre secoli dopo.
Il sesto, infine, è recente e riguarda il sentiero in quanto tale. Solo negli ultimi decenni le forre di Nepi sono state riconosciute come patrimonio escursionistico, segnate, cartografate e inserite nei circuiti dell'Agro Falisco. Fino agli anni Ottanta erano terreno di caccia, di legnatico e di pascolo, percorse da chi ci lavorava e da nessun altro.
Chi è passato dalla Cascata del Picchio (Nepi)
Il visitatore illustre di cui abbiamo una prova materiale è Joseph Mallord William Turner. Il pittore inglese, il più grande paesaggista britannico dell'Ottocento, passò da Nepi due volte durante i suoi viaggi italiani: nel 1819, quando disegnò la Rocca dei Borgia in un foglio che conserva anche tre schizzi di Civita Castellana, e nel 1828, durante il secondo viaggio in Italia, quando riempì i taccuini con vedute dell'acquedotto, del Palazzo Comunale e della chiesa di San Bernardo. Quei fogli sono oggi alla Tate di Londra, nel lascito Turner, catalogati con le sigle D14802, D21795 e D21796. Turner non veniva per il pittoresco: veniva per le forre, per il modo in cui la luce cade dentro una spaccatura di tufo, ed è esattamente quello che oggi cercate voi con il telefono in mano.
Prima di lui erano passati i Falisci, che questo paesaggio lo hanno modellato con le mani. I Cavoni sono la loro firma. Non conosciamo nomi, ma conosciamo il lavoro, e in un territorio di committenze papali è già notevole che l'opera più impressionante sia anonima e collettiva.
Sono passati i Romani, in senso letterale: la Via Amerina è stata per secoli una strada di transito, e chi andava da Roma verso l'Umbria attraversava questo territorio. Nell'alto medioevo, lungo il corridoio bizantino, la percorsero ambasciatori, eserciti e pellegrini diretti a Ravenna quando le altre vie erano in mano longobarda.
È passata Lucrezia Borgia, che di Nepi fu signora fra il 1499 e il 1501. Governò il feudo in un momento durissimo della sua vita, dopo la morte violenta del secondo marito, e la Rocca che domina la forra porta ancora il nome della sua famiglia. Che sia scesa personalmente lungo i cavoni non lo sappiamo, e non lo scriverò: sappiamo che visse per mesi affacciata su questa gola.
Sono passati Antonio da Sangallo il Vecchio e Antonio da Sangallo il Giovane, due generazioni della più importante dinastia di architetti militari del Rinascimento italiano, chiamati qui a distanza di decenni dai Borgia prima e dai Farnese poi. Il primo per fare della rocca un palazzo, il secondo per rendere il paese inespugnabile.
E ci passano oggi, ogni fine settimana, i gruppi di escursionisti delle associazioni laziali. Non è un dettaglio folcloristico: sono loro che tengono aperto il sentiero, rinnovano le corde ai guadi e segnalano i tratti franati. Senza quel presidio volontario, la forra si richiuderebbe in tre stagioni.
Cosa vedere intorno alla Cascata del Picchio (Nepi)
Nepi e la Rocca dei Borgia
La Rocca è il monumento principale del paese e il punto da cui parte il sentiero. Le fondazioni comprendono una muraglia di origine etrusco romana e una torre quadrangolare a guardia del lato orientale; la torre circolare è un'aggiunta medievale; l'impianto residenziale su tre livelli è di Antonio da Sangallo il Vecchio per i Borgia; i bastioni angolari sono di Antonio da Sangallo il Giovane per i Farnese. Dal mastio la vista abbraccia tutto l'Agro Falisco. Le visite sono organizzate con accompagnamento, in genere nei fine settimana con orari diversi fra stagione invernale ed estiva: prima di salire conviene telefonare, perché gli orari cambiano e la biglietteria non è continuativa.
L'acquedotto di Nepi
Trentasei arcate su due ordini, circa 285 metri visibili, venti metri di altezza massima, concluso nel 1727 sotto la direzione di Filippo Barigioni dopo che perfino il Vignola aveva tentato senza successo di portare a termine l'impresa nel Cinquecento. È l'opera che spiega meglio di ogni altra il rapporto fra questo paese e l'acqua, ed è a cinque minuti a piedi dal punto di partenza del sentiero.
La catacomba di Santa Savinilla
Uno dei complessi cimiteriali paleocristiani più estesi del Lazio, scavato nel tufo, in uso dalla tarda antichità. La visita è possibile su prenotazione attraverso il Museo Civico di Nepi: non è un sito ad accesso libero e non va cercato per conto proprio.
Castel Sant'Elia
Tre chilometri da Nepi, all'altro capo dell'anello escursionistico. Il borgo si affaccia sulla forra dal lato opposto e conserva la basilica di Sant'Elia, con affreschi medievali di grande importanza. Chi fa l'anello lungo lo vede comparire dall'alto, sul filo del pianoro, ed è uno dei momenti migliori della giornata. La pagina dedicata a Castel Sant'Elia raccoglie i dettagli sulla basilica.
Le altre cascate della zona
Nel raggio di mezz'ora d'auto si concentrano diversi salti d'acqua. Le cascate di Monte Gelato nel Parco Valle del Treja sono le più accessibili e adatte alle famiglie; le forre di Corchiano ripropongono lo stesso paesaggio di tufo e vie cave; le cascate di Diosilla completano il quadro per chi voglia costruire un fine settimana interamente dedicato all'acqua della Tuscia.
I borghi da inserire nella stessa gita
Nel raggio di pochi chilometri si visitano Sutri con il suo anfiteatro scavato nel tufo, Calcata arroccata sulla valle del Treja, Civita Castellana con il Forte Sangallo, Faleria, Civitella San Paolo e Ronciglione. Poco più lontano si aprono il lago di Vico e il lago di Bracciano, con Bracciano, Trevignano Romano e Anguillara Sabazia. Chi ha una giornata in più la spenda su Caprarola e sul parco dei Mostri di Bomarzo, oppure su Viterbo, che ha il quartiere medievale meglio conservato del Lazio. Per chi arriva dall'estero e costruisce l'itinerario partendo dalla capitale, la guida in inglese alle cose da fare a Roma su ItalyPlanner è un buon punto di partenza per capire quanti giorni servono prima di dedicarne uno alla Tuscia.
La Cascata del Picchio (Nepi) con i bambini
Dipende dall'età e dall'abitudine. Un ragazzo di dieci o dodici anni che cammina abitualmente affronta il percorso senza problemi e lo trova avventuroso, perché i guadi e le corde sono esattamente il tipo di ostacolo che i ragazzini adorano. Sotto i sette o otto anni il discorso cambia: i tratti erosi, le corde e i due o tre guadi sono impegnativi, e portare un bambino in spalla lungo una discesa scivolosa è una cattiva idea. Lo zaino porta bebè non è adatto a questo sentiero.
La versione ragionevole con i bambini piccoli è un'altra: si resta in paese, si va a vedere la cascata dei Cavaterra dalle mura, che precipita a due passi dalla Rocca e non chiede nessuno sforzo, si visita la Rocca dei Borgia e si rimanda il Picchio a quando le gambe saranno cresciute. Oppure si sposta la gita sulle cascate di Monte Gelato, che sono raggiungibili in pochi minuti dal parcheggio.
Accessibilità della Cascata del Picchio (Nepi)
Va detto con franchezza: la Cascata del Picchio non è accessibile a persone con mobilità ridotta. Non esiste un percorso alternativo, non esistono rampe, il fondo è naturale e i guadi vanno superati a piedi. Chi ha problemi di deambulazione, di equilibrio o vertigini non deve affrontare questo sentiero.
L'alternativa concreta, e non è un ripiego, è la cascata dei Cavaterra vista dal belvedere sotto la Rocca, nel centro di Nepi, raggiungibile su fondo urbano. Il colpo d'occhio è notevole e costa cinque minuti di passeggiata.
Quanto costa visitare la Cascata del Picchio (Nepi)
La cascata in sé non costa nulla: non c'è biglietto, non c'è pedaggio, non c'è prenotazione. Le uniche spese di una giornata qui sono il carburante o il biglietto dell'autobus regionale, l'eventuale pranzo in paese e il biglietto della Rocca dei Borgia, se decidete di visitarla: l'importo è modesto e la visita avviene con accompagnamento, ma orari e tariffa vanno confermati telefonando al numero indicato dal Comune, perché cambiano con la stagione.
Se volete affidarvi a una guida escursionistica abilitata per il sentiero, il costo dipende dal numero di partecipanti e dalla formula scelta. Per gruppi, incentive aziendali o visite private nel Lazio potete rivolgervi direttamente a TourLeaderPro, che lavora con accompagnatori e guide abilitate.
Domande veloci sulla Cascata del Picchio (Nepi)
Quanto costa entrare alla Cascata del Picchio (Nepi)?
Niente. L'accesso è libero e gratuito in qualsiasi momento, perché non si tratta di un sito recintato ma di un tratto di forra lungo il Rio Falisco.
Si può arrivare in auto alla Cascata del Picchio (Nepi)?
No. L'auto si lascia in paese, a Nepi, e il resto si fa a piedi. Non esiste alcuna strada carrabile che arrivi alla cascata, e seguire il navigatore alla lettera porta su sterrate senza sbocco.
Quanto tempo ci vuole per arrivare alla Cascata del Picchio (Nepi)?
Dal bivio dei Cavoni si cammina in media dai quarantacinque ai sessanta minuti, a seconda del passo e delle condizioni del fondo. Dal parcheggio in paese, andata e ritorno con qualche sosta, contate circa tre ore.
Quanto è lungo il percorso completo?
L'anello che collega Nepi e Castel Sant'Elia misura circa 10,5 chilometri con 345 metri di dislivello e richiede intorno alle tre ore e quaranta di cammino effettivo. La variante per i Cavoni con andata e ritorno si aggira sui 12 chilometri con 250 metri di dislivello.
Che difficoltà ha il sentiero della Cascata del Picchio (Nepi)?
Le classificazioni disponibili oscillano fra escursionistica facile e media. Non ci sono passaggi tecnici, ma ci sono guadi, corde fisse, tratti erosi e continui saliscendi: serve un minimo di allenamento e scarpe adeguate.
Si può fare il bagno alla Cascata del Picchio (Nepi)?
No, e lo dico senza giri di parole. Le pozze sono piccole, sassose e non sorvegliate, la profondità è irregolare e non esiste alcun controllo di balneabilità. Tuffarsi è pericoloso perché il fondo è di roccia. Al massimo ci si bagna i piedi.
Il sentiero è segnalato?
In parte. La segnaletica esiste e negli ultimi anni è migliorata, ma non è continua: alcuni bivi non sono indicati e d'estate la vegetazione copre i segni. Portate una traccia GPS scaricata prima di partire.
C'è campo telefonico alla Cascata del Picchio (Nepi)?
In fondo alla forra il segnale è debole o assente. Scaricate mappe e tracce quando siete ancora in paese e avvisate qualcuno dei vostri orari.
Quando è il periodo migliore per vedere la Cascata del Picchio (Nepi)?
Da metà marzo a fine maggio e da metà settembre a novembre. In quei mesi la portata del Rio Falisco è piena e le temperature nella forra sono ideali.
Ad agosto la cascata c'è ancora?
Spesso si riduce a un filo d'acqua. Il regime è torrentizio e dipende dalle piogge: chi cerca il getto pieno delle fotografie deve andare in primavera.
Ci sono zanzare?
Molte, da giugno a settembre, soprattutto nel tratto verso la sorgente del Tasso dove la vegetazione è più fitta e l'acqua ferma. Repellente e maniche lunghe cambiano radicalmente la giornata.
Si può andare da soli alla Cascata del Picchio (Nepi)?
Tecnicamente sì, ma il consiglio è di andare almeno in due. Assenza di segnale, sentiero poco frequentato nei feriali e guadi scivolosi rendono un piccolo infortunio un problema grande.
Il percorso è adatto ai bambini?
Dai dieci anni in su e con abitudine a camminare, sì, ed è anche divertente. Sotto i sette o otto anni conviene rinunciare e ripiegare sulla cascata dei Cavaterra in paese o sulle cascate di Monte Gelato.
È accessibile in sedia a rotelle?
No. Il fondo è naturale, ci sono guadi e forti dislivelli e non esistono percorsi alternativi attrezzati. L'alternativa accessibile è il belvedere sulla cascata dei Cavaterra, nel centro di Nepi.
Si può portare il cane?
Sì, al guinzaglio, purché sia un cane abituato a camminare e capace di affrontare i guadi. Il fondo roccioso e bagnato non è adatto a cani anziani o di taglia molto piccola, e la fauna selvatica della forra va rispettata.
Che differenza c'è fra la Cascata del Picchio (Nepi) e la cascata dei Cavaterra?
La Cavaterra precipita sotto la Rocca dei Borgia, dentro il centro abitato, e si vede in cinque minuti dal parcheggio. Il Picchio è in fondo alla forra del Rio Falisco e richiede quasi un'ora di cammino. Sono due cascate diverse su torrenti diversi.
E la cascata del Pizzo?
È la terza cascata di Nepi, lungo il Rio Puzzolo, e si incontra su alcune varianti dell'anello. Il nome Pizzo indica anche la lingua di tufo fra i burroni che porta verso Castel Sant'Elia.
Serve una guida per la Cascata del Picchio (Nepi)?
Non è obbligatoria. È però una scelta ragionevole per chi non è pratico di escursionismo, per chi porta un gruppo o per chi vuole capire vie cave, forre e Via Amerina invece di limitarsi a camminarci sopra.
Come si arriva a Nepi da Roma senza auto?
Con gli autobus regionali Cotral dal terminal di Saxa Rubra, circa quaranta minuti di viaggio. Controllate in anticipo gli orari di ritorno, che nei giorni festivi si diradano parecchio.
Che cosa sono i Cavoni?
Vie cave scavate a mano nel tufo dai Falisci in età pre romana, profonde fino a oltre dieci metri, che collegavano i pianori al fondo delle forre. Sul fondo si leggono ancora i solchi lasciati dai carri.
Si possono fare foto con il drone?
Sconsigliato e spesso impraticabile: la gola è strettissima, non c'è spazio di manovra, il segnale è scarso e il disturbo alla fauna è reale. Le regole nazionali sui voli vanno comunque verificate prima di alzarsi in volo.
Che cosa vedo se ho solo mezza giornata?
Restate in paese: Rocca dei Borgia, acquedotto, mura farnesiane e cascata dei Cavaterra dal belvedere. La Cascata del Picchio chiede una giornata intera per essere vista senza correre.
Il consiglio finale sulla Cascata del Picchio (Nepi)
Di posti nel Lazio che si autopromuovono come segreti ce ne sono troppi. La Cascata del Picchio è una delle poche che si merita davvero l'aggettivo, per la ragione più banale: ci si arriva solo camminando, e camminare seleziona. Andateci in aprile, di mattina presto, con scarpe serie e la traccia scaricata. Rinunciate se ha piovuto per due giorni e rinunciate se il torrente è gonfio, perché quella forra non fa sconti e nessuna fotografia vale un guado forzato. Se invece la trovate nelle sue condizioni, con l'acqua piena e la luce che taglia la gola a metà mattina, tornerete a Nepi per la seconda volta prima di quanto pensiate. E la seconda volta, fermatevi più a lungo nei Cavoni.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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