Galleria d’Arte Moderna di Roma (GAM)
Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale nell’ex convento delle Carmelitane Scalze a S. Giuseppe Capo le Case
Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale nell’ex convento delle Carmelitane Scalze a S. Giuseppe Capo le Case
Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale nell’ex convento delle Carmelitane Scalze a S. Giuseppe Capo le CaseLa Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale è in via Francesco Crispi 24, cap 00187, nel rione Colonna, dentro l'ex convento di San Giuseppe a Capo le Case: una strada breve e in salita che collega via Barberini, in basso, a via Sistina, in alto. Ci si arriva a piedi in cinque minuti dalla fermata Barberini della metropolitana A e in sette o otto minuti dalla fermata Spagna della stessa linea; le linee di superficie che percorrono via del Tritone e piazza Barberini lasciano a due isolati dal portone. Il museo apre dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 19.00, con ultimo ingresso mezz'ora prima della chiusura, ed è chiuso il lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre; il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto alle 10.00-14.00 e il 1 gennaio 2026 è stato 11.00-20.00. Il sito ufficiale indica il biglietto intero a 14,50 euro e il ridotto a 10 euro; il preacquisto online o telefonico al numero 060608 aggiunge un euro di diritto di prevendita, mentre alla biglietteria del museo, per il giorno stesso, quel diritto non si paga. Da febbraio 2026 l'ingresso è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana esibendo in cassa la carta d'identità, e resta gratuito per chi possiede la MIC card. I biglietti preacquistati online o tramite il call center non sono rimborsabili né modificabili. Prenotare non è obbligatorio, ma per i gruppi lo diventa. Il centralino unico dei musei civici, 060608, risponde tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Prima di andarci, un avvertimento che vale più di qualunque altro consiglio: qui non esiste un allestimento permanente immutabile. La collezione conta oltre tremila opere e le sale, ricavate nelle celle e nei corridoi di un monastero di clausura, ne reggono poco più di un centinaio per volta. Quello che vedrete dipende dalla rotazione in corso. Se avete in testa un quadro preciso e volete essere sicuri di trovarlo appeso, la pagina delle mostre del sito del museo è l'unico riferimento sensato. Chi arriva senza quella verifica non resta deluso: resta sorpreso, che è tutta un'altra cosa. Se volete inquadrare la Galleria dentro il sistema dei musei civici romani, la pagina dei musei gratis a Roma spiega come funzionano le gratuità capitoline.
Dove si trova e come si arriva alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Via Francesco Crispi è una di quelle strade romane che quasi nessuno percorre per scelta. Si sale da piazza Barberini verso il Pincio, si costeggia il fianco di palazzi ottocenteschi e ci si ritrova davanti a una facciata sobria, quasi muta, che non annuncia niente. Il museo è lì. Nessun colonnato, nessuna scalinata monumentale, nessuna insegna che si veda da lontano: una terrazza in travertino, una rampa di venti gradini, un portone incorniciato da una semplice cornice di stucco. Chi cerca l'ingresso monumentale passa oltre. Mi è capitato più volte, accompagnando gruppi, di dover fermare qualcuno che aveva già superato il numero 24 convinto che il museo fosse più avanti.
L'indirizzo esatto della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Via Francesco Crispi 24, 00187 Roma. Il rione è Colonna, ma siamo al confine con Ludovisi e con il Tridente: da qui a piazza di Spagna sono cinquecento metri di salita e discesa, a via Veneto poco di più, alla Fontana di Trevi meno di un chilometro. La coordinata che il museo dichiara è 41.903895 nord, 12.485700 est. Il telefono di riferimento non è un numero interno ma il centralino unico dei Musei in Comune, 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00; l'indirizzo di posta elettronica è info@galleriaartemodernaroma.it.
La metropolitana e le linee di superficie
La linea A della metropolitana è la soluzione più semplice. Dalla fermata Barberini si esce su piazza Barberini, si imbocca via Sistina o via Francesco Crispi e in cinque minuti scarsi si è davanti al portone; dalla fermata Spagna si può salire per via Sistina passando davanti a Trinità dei Monti e scendere poi su via Crispi, ed è il percorso più bello dei due, anche se costa qualche gradino in più. Le linee di superficie che attraversano via del Tritone e piazza Barberini fermano a due isolati dal museo: quale linea vi convenga dipende da dove partite, e il calcolapercorso di Atac lo risolve in trenta secondi. Un dato pratico che non trovate scritto da nessuna parte: la salita di via Crispi è breve ma reale, e con una carrozzina o con un bagaglio pesante conviene arrivare dall'alto, cioè da via Sistina, e scendere.
Quanto tempo serve per la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Un'ora e mezza è la misura giusta per una visita attenta con l'allestimento ordinario. Due ore se la rotazione in corso occupa tutti e tre i livelli e se vi fermate davvero davanti alle sculture del chiostro. Meno di un'ora è possibile, ma diventa una corsa, e in un museo di queste dimensioni correre è assurdo: il suo pregio è esattamente l'opposto, la possibilità di guardare un quadro per dieci minuti senza che nessuno vi spinga. Nella mia esperienza di accompagnamento, il tempo qui si dilata: la gente entra convinta di fare un salto e ne esce dopo due ore.
Che cosa è, esattamente, la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
È la raccolta civica d'arte moderna e contemporanea del Comune di Roma. Civica significa una cosa precisa: non appartiene allo Stato, non appartiene al Vaticano, non appartiene a una fondazione bancaria o a un collezionista. Appartiene alla città, cioè ai romani, ed è nata perché per quarant'anni l'amministrazione comprò quadri e sculture alle mostre che si tenevano a Roma. Non c'è un mecenate all'origine di questa collezione, non c'è un lascito nobiliare che spieghi tutto: c'è una lunga catena di delibere, di commissioni, di sopralluoghi alle esposizioni del Palazzo delle Esposizioni. È una raccolta costruita a rate, con i soldi pubblici, per documentare quello che gli artisti facevano in città.
Questo spiega la sua fisionomia, che a un occhio distratto sembra irregolare e che invece è il suo pregio maggiore. Accanto ai nomi che chiunque riconosce, la Galleria custodisce decine di autori che oggi conoscono solo gli specialisti: pittori premiati alle Sindacali, scultori di grandi commesse pubbliche, illustratori, incisori. Se cercate un museo che vi dia soltanto il meglio, questo non lo è. Se cercate un museo che vi faccia capire com'era davvero l'ambiente artistico di una capitale fra Otto e Novecento, con i suoi capolavori e la sua zavorra, allora è il posto giusto e non ha rivali a Roma.
Una collezione di oltre tremila opere in una sede piccola
La proporzione è la chiave di tutto: oltre tremila fra dipinti, sculture, disegni e incisioni, contro una superficie espositiva che consente di appenderne intorno al centinaio e mezzo. Non è un difetto di gestione, è una condizione strutturale. L'edificio era un monastero di clausura e le celle erano piccole per definizione. La direzione ne ha tratto la scelta che rende la Galleria diversa da qualunque altro museo romano: il percorso è concepito come una mostra temporanea della collezione permanente, con nuclei tematici che cambiano e opere che entrano ed escono dai depositi.
Il risultato per il visitatore abituale è che tornarci a distanza di due anni significa vedere un altro museo. Il risultato per il visitatore occasionale è che nessuno può prometterle di trovare il quadro che ha visto in una fotografia. La mia opinione, dopo averci portato decine di gruppi: è il miglior museo di Roma per una seconda visita, e uno dei più difficili da vendere a chi ci va una volta sola. Chi lo capisce, ci torna.
GAM e Galleria Nazionale d'Arte Moderna: due musei diversi che tutti confondono
Questa è la confusione più frequente di tutta la museografia romana, e va sciolta prima di qualunque altra cosa. A Roma esistono due gallerie d'arte moderna. Non sono due sedi dello stesso museo, non sono due sezioni della stessa collezione, non hanno lo stesso biglietto e non hanno lo stesso proprietario. Sono due istituzioni distinte, con due storie separate, che per un tratto del Novecento si sono perfino scambiate le opere.
La Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM) di via Crispi
È quella di cui parla questa guida: museo comunale, dei Musei in Comune di Roma Capitale, in via Francesco Crispi 24, fra Barberini e il Tridente, con una collezione di oltre tremila opere concentrata sull'ambiente artistico romano fra la seconda metà dell'Ottocento e il secondo dopoguerra. Sigla d'uso: GAM. Gratuita con la MIC card, gratuita dal 2026 per i residenti nella Città Metropolitana, inclusa nell'ingresso libero della prima domenica del mese nei musei civici.
La Galleria Nazionale di Valle Giulia
È il museo statale di viale delle Belle Arti 131, nel quartiere Flaminio, dentro il Palazzo delle Belle Arti costruito da Cesare Bazzani per l'Esposizione del 1911, in cima al parco di Villa Borghese. Oggi si presenta con il nome La Galleria Nazionale, telefono 06 322981. È di gran lunga più grande, ha una vocazione nazionale e internazionale, e ospita opere che la Galleria comunale non ha mai avuto. La MIC card lì non vale, perché la MIC card è una tessera comunale e la Galleria Nazionale è dello Stato. Chi vuole visitarla trova la sua pagina fra le proposte dedicate a La Galleria Nazionale.
Perché la confusione è più che comprensibile
Perché per un tratto della storia le due raccolte si sono materialmente sovrapposte. Quando nel 1938 la Galleria comunale fu soppressa, le sue opere furono in parte concesse in deposito proprio alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, e in parte finirono ad arredare uffici. La restituzione fu parziale e avvenne soltanto nel dopoguerra. Per anni, quindi, quadri comunali sono stati appesi alle pareti del museo statale. Aggiungete che entrambe si chiamano galleria d'arte moderna, che entrambe coprono lo stesso arco cronologico e che i romani hanno sempre chiamato l'una e l'altra semplicemente la galleria moderna, e la confusione si spiega da sola.
E il Museo Hendrik Christian Andersen, dove si colloca
Ancora un'altra istituzione, e la aggiungo perché il nome dello scultore norvegese americano ricorre spesso quando si parla di arte moderna a Roma. Il Museo Hendrik Christian Andersen è un museo statale con sede propria nel quartiere Flaminio, nella villa che l'artista si costruì come casa, studio e manifesto della sua città mondiale. Non è una sezione della Galleria comunale di via Crispi e non ci si entra con lo stesso biglietto. Chi vuole vedere i colossi in gesso di Andersen deve andare lì, e trova le informazioni nella pagina del Museo Hendrik Christian Andersen. Tre musei, tre enti, tre biglietti: memorizzato questo, non sbagliate più.
La storia della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM), dal 1883 a oggi
Poche collezioni pubbliche italiane hanno una biografia altrettanto accidentata. Questa raccolta ha cambiato sede cinque volte, ha cambiato nome, è stata soppressa, è stata smembrata, è finita nei depositi per quasi vent'anni ed è tornata visibile solo a metà degli anni Novanta. Raccontarla per intero serve a capire perché oggi si presenta così.
1883: i primi acquisti del Comune di Roma prima della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
La data di nascita ufficiale è il 1925, ma il primo atto concreto risale a quarantadue anni prima. Nel 1883 il Comune di Roma comprò le prime opere all'Esposizione Internazionale di Belle Arti allestita al Palazzo delle Esposizioni, da poco inaugurato su progetto di Pio Piacentini. Vale la pena ricordare il contesto: Roma era capitale da tredici anni, e tutte le maggiori città italiane facevano a gara per dotarsi di un museo civico che documentasse insieme il patrimonio del proprio territorio e il rapporto culturale con lo Stato nuovo. Comprare arte contemporanea era, in quel momento, un gesto politico oltre che culturale. Chi voglia vedere il palazzo dove tutto cominciò lo trova ancora in via Nazionale, e ne parla la pagina del Palazzo delle Esposizioni.
1900 e 1924: il Comitato Storia e Arte e la Commissione
Nel 1900 il Comune istituì il Comitato Storia e Arte, organo consultivo in materia di acquisizioni, sostituito nel 1924 dalla Commissione Storia ed Arte, tuttora attiva. Sembra un dettaglio burocratico e invece è il motore di tutta la vicenda: sono questi organismi ad aver deciso, mostra dopo mostra, che cosa entrasse nel patrimonio della città. La politica di acquisti fu tenace e continuativa lungo tutto il Novecento, e si concentrò sulle associazioni che promuovevano eventi espositivi a Roma: la Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti, attiva fino al 1929, le Biennali Romane, le Mostre di Arte Marinara, le Mostre di Arte Sacra, le Mostre Sindacali e le Quadriennali, queste ultime di valenza nazionale e ospitate al Palazzo delle Esposizioni.
1925: la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM) nasce a Palazzo Caffarelli
La Galleria d'Arte Moderna di Roma nacque il 28 ottobre 1925 dentro un progetto museale più ampio, con sede a Palazzo Caffarelli sul Campidoglio, e con un allestimento curato da Settimo Bocconi e documentato nelle pagine della rivista Capitolium. Il luogo non era casuale: il Campidoglio è la sede simbolica del governo cittadino, e collocare lì la raccolta d'arte contemporanea significava dichiarare che la città moderna aveva diritto a un posto accanto ai marmi antichi dei Musei Capitolini.
1931: la Galleria Mussolini
Dal 1931 la raccolta fu denominata Galleria Mussolini. È un passaggio che nelle guide viene spesso saltato con imbarazzo, e invece va detto: il regime investì sulla collezione, e proprio in quegli anni gli acquisti raggiunsero il volume più alto. Le opere comprate per la Galleria comunale nelle sole edizioni delle Quadriennali fra il 1931 e il 1943 furono trecentoquarantotto. Trecentoquarantotto opere in dodici anni sono una politica culturale, con tutte le ambiguità del caso: si comprava per promuovere le arti e per dotare la capitale di un patrimonio all'altezza del suo nuovo status, e si comprava dentro un sistema espositivo controllato.
1938: la soppressione e la dispersione della raccolta
Nonostante il pregio e il numero delle acquisizioni, nel 1938 la Galleria fu soppressa temporaneamente. Le opere furono in parte concesse in deposito alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, in parte destinate ad arredo di uffici. Questo è il punto più basso della vicenda e insieme il più istruttivo: una collezione pubblica costruita in cinquant'anni può sparire dalla vista in una stagione, senza che nessuno la distrugga. Basta smettere di esporla.
Il ritorno del dopoguerra a Palazzo Braschi
La riapertura arrivò a cavallo fra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta, grazie all'impegno di Carlo Pietrangeli e a una restituzione parziale del patrimonio depositato alla Galleria Nazionale. La nuova sede fu Palazzo Braschi, a piazza Navona, oggi Museo di Roma: chi vuole vedere l'edificio che ospitò la raccolta lo trova raccontato nella pagina del Museo di Roma a Palazzo Braschi. Pietrangeli, archeologo e storico dell'arte, riuscì in quegli anni a rimettere insieme un patrimonio che era stato smontato pezzo per pezzo: un lavoro paziente di recupero, inventario e trattativa con il museo statale che aveva in deposito le opere.
1963: il trasferimento al Palazzo delle Esposizioni
Nel 1963 la collezione fu trasferita al Palazzo delle Esposizioni, con una selezione permanente curata dallo stesso Pietrangeli. Fu l'unico momento in cui la Galleria comunale ebbe una sede di rappresentanza degna del suo patrimonio, su una delle strade più percorse della città. Durò meno di dieci anni.
1972: il ritorno nei depositi
Nel 1972 il palazzo di via Nazionale entrò in ristrutturazione e la Galleria fu disallestita. Le opere tornarono a Palazzo Braschi, ma questa volta nei depositi, e in altri immobili comunali. Comincia il ventennio invisibile: due generazioni di romani sono cresciute senza sapere che la loro città possedeva tremila opere d'arte moderna.
1989: il progetto dell'ex Birreria Peroni
Nel 1989 la collezione tornò al centro dell'attenzione con l'assegnazione di una sede nell'ex Birreria Peroni, notevole esempio di archeologia industriale nel quartiere Nomentano, allora oggetto di un complesso piano di recupero. Quel progetto non portò la raccolta principale in via Reggio Emilia, ma l'edificio ebbe comunque un destino museale e la vicenda merita di essere ricordata perché mostra quante strade siano state tentate prima di trovare quella giusta. Nel frattempo l'attenzione si spostava altrove.
1995: la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM) approda in via Crispi
Nel 1995 la Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale fu inaugurata in via Crispi, nell'ex convento delle Carmelitane Scalze di San Giuseppe a Capo le Case, che è ancora oggi la sua sede. Il complesso era stato recuperato all'inizio degli anni Novanta da un intervento della Sovrintendenza Capitolina che ne aveva trasformato una parte in spazio museale.
2011: la riapertura dopo l'adeguamento
Nel novembre 2011 il museo riaprì al pubblico dopo un lungo periodo di chiusura che aveva consentito l'adeguamento agli standard museali contemporanei: impianti, sicurezza, climatizzazione, percorsi. È da quella riapertura che nasce la formula attuale, con la collezione presentata a rotazione per nuclei tematici e con un calendario di mostre che attraversa l'arte del XIX e del XX secolo da angolazioni sempre diverse.
2025: il centenario della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Il 28 ottobre 2025 la raccolta ha compiuto cento anni. Per l'occasione il museo ha dedicato tutti i suoi spazi alla collezione con la mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025, aperta dal 20 dicembre 2025 all'11 ottobre 2026, curata dalla direttrice Ilaria Miarelli Mariani e da Arianna Angelelli con Paola Lagonigro, Ilaria Arcangeli, Antonio Ferrara e Vanda Lisanti. Chi vuole i dettagli della rassegna li trova nella pagina dedicata a GAM 100.
L'edificio della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM): l'ex convento di San Giuseppe a Capo le Case
Il contenitore vale quanto il contenuto, e in questo caso vale forse di più, perché è l'unico monastero di clausura del centro storico che si possa attraversare liberamente pagando un biglietto da museo. L'edificio risale alla fine del Cinquecento e ospitava l'ordine delle Carmelitane Scalze. Nel 1600 la zona era già indicata come alle Fratte e la posizione del convento era ancora marginale rispetto al centro abitato: sopra c'erano vigne e orti, il Pincio era campagna, e questa parte della città si sarebbe riempita di palazzi soltanto due secoli e mezzo dopo, con Roma capitale.

La facciata su via Francesco Crispi
Guardatela prima di entrare, perché è un pezzo di architettura conventuale rimasto intatto in mezzo all'edilizia umbertina. Due piani e un ammezzato, ripartizione essenziale con un marcapiano orizzontale e un cornicione. Sul lato destro due lesene delimitano la porzione con il portone d'ingresso e le finestre decorate; la parte sinistra allinea cinque finestre per piano, tutte identiche nelle dimensioni. Il portale è inquadrato da una cornice lineare in stucco ed è preceduto da una terrazza raggiungibile con una rampa di venti gradini in travertino. Nessuna retorica, nessuna decorazione superflua: era una casa di monache di clausura e si vede.
Un dettaglio che i romani stessi ignorano: la facciata chiude la salita di via Capo le Case e da lì lo sguardo incontra le forme barocche del campanile di Sant'Andrea delle Fratte, progettato da Francesco Borromini. È uno dei campanili più originali della città, e vederlo da questa angolazione, in fondo a una strada in pendenza, è un piccolo premio per chi arriva a piedi dalla parte giusta.
La chiostrina vetrata e il piano d'ingresso della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Si entra salendo due gradini. Sulla sinistra si apre una chiostrina: un'area a cielo aperto a pianta centrale, oggi chiusa da una vetrata. Le pareti sono intonacate, con semplici lesene e cornici che sottolineano gli archi e incorniciano finestre e varchi d'ingresso. È un ambiente minimo, quasi domestico, e serve a preparare l'occhio alla scala del museo: qui dentro non c'è nessuna sala grande, e chi arriva abituato ai saloni di Palazzo Barberini deve ricalibrare le aspettative. Dal pianerottolo principale partono due rampe: quella frontale, quindici gradini, porta direttamente al chiostro all'aperto; quella di sinistra, undici gradini, sale alle sale espositive del primo piano.
Il chiostro delle sculture e il giardino della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Il chiostro è rettangolare e su due lati contigui corre un loggiato formato rispettivamente da cinque e da tre arcate vetrate. La scelta di chiudere le arcate con vetri non è stata puramente conservativa: serviva a ricavare uno spazio climaticamente stabile dove collocare una parte delle opere scultoree della collezione permanente. Il risultato è un ambiente che a Roma non ha equivalenti, con i marmi e i bronzi allineati sotto gli archi e il verde a un metro di distanza, dietro il vetro.
All'esterno del loggiato sono state ricostruite quattro aiuole con alberi. Fra le specie messe a dimora c'è il melangolo, cioè l'arancio amaro o arancio di Siviglia, pianta molto usata nei giardini rinascimentali e comunissima negli orti conventuali romani. Sulla parete del lato corto non porticato è collocata una piccola fontana settecentesca in marmo, posta lì per ricordare i luoghi dove le monache coltivavano le erbe mediche e i fiori. Non è arredo: è la citazione di una funzione. Nei conventi di clausura l'orto dei semplici serviva alla farmacia interna, e le carmelitane, che non potevano uscire, dipendevano da quel pezzo di terra per curarsi.
La mia opinione, netta: se avete un'ora sola, spendetene venti minuti qui. Il chiostro è la parte del museo che nessuna riproduzione fotografica restituisce, perché il suo valore è la temperatura, il silenzio e la luce che cambia. Ed è gratis dentro il biglietto.
Le celle, i corridoi e le sale della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Le sale hanno dimensioni molto ridotte, perché conservano l'impianto originario del monastero. Anche i corridoi e le scale sono piccoli, e la divisione interna non corrisponde a quella esterna per la presenza di livelli intermedi: da fuori contate due piani e un ammezzato, da dentro ne salite di più. Il sottotetto ospitava le celle delle monache ed è oggi destinato agli uffici amministrativi. Il piano terra è dedicato ai servizi museali: biglietteria, libreria, deposito delle opere, aree di custodia.
Questa geometria irregolare è la ragione per cui il museo si visita bene e si fotografa male. In compenso produce un effetto che nei grandi musei non esiste: si guarda un quadro alla distanza a cui fu dipinto, in una stanza delle dimensioni di uno studio d'artista. Davanti a certi ritratti degli anni Trenta la differenza si sente.
Una curiosità su Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Durante le indagini condotte per il centenario del 2025 è tornato alla luce, dentro l'edificio, un affresco seicentesco realizzato da una monaca di questo stesso convento: suor Eufrasia della Croce, al secolo Flavia Benedetti, vissuta fra il 1597 e il 1676. Fermatevi un momento su questa notizia, perché contiene più di quanto sembri.
Una carmelitana scalza di clausura era, per definizione, una donna sottratta alla vista del mondo. Non poteva uscire, non poteva ricevere, non poteva firmare, non poteva vendere. Che una di loro dipingesse a fresco le pareti della propria casa significa che dentro quelle mura esisteva una pratica artistica autonoma, invisibile per statuto e quindi quasi assente dalle storie dell'arte. Suor Eufrasia non era una dilettante isolata: apparteneva a quel giro di donne romane che nel Seicento produssero pittura di qualità dentro e attorno agli ambienti religiosi, ed era amica di Plautilla Bricci, la prima donna che a Roma si sia firmata architettrice e che progettò la villa del Vascello sul Gianicolo.
La coincidenza è di quelle che fanno sorridere e riflettere insieme. Un museo nato nel 1925 per documentare l'arte moderna scopre, cent'anni dopo, di avere sotto l'intonaco l'opera di una pittrice del Seicento che abitava lì. Il museo dell'arte moderna che riscopre la propria preistoria femminile: nessun curatore avrebbe potuto inventare un cortocircuito migliore per un centenario. E per chi visita, il senso pratico è questo: mentre attraversate corridoi e vani di servizio, ricordate che quelle pareti hanno avuto altri abitanti e altri pittori, e che la storia di questa casa è molto più lunga della storia della collezione che ospita.
Aggiungo l'osservazione che faccio sempre ai gruppi. Il patrimonio artistico dei monasteri femminili romani è la grande zona buia della storia dell'arte cittadina: quando questi edifici furono incamerati dopo il 1870 e riconvertiti a caserme, scuole, uffici, moltissimo andò perduto senza che nessuno lo catalogasse. Ogni ritrovamento come questo è un frammento restituito a un archivio che non esiste più.
Il percorso di visita della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM), livello per livello
Chiarito che l'allestimento ruota, la struttura del percorso è invece stabile e vale la pena conoscerla prima di entrare, perché evita il classico errore di chi si accorge del chiostro solo mentre esce.
Il piano d'ingresso e i servizi della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Biglietteria, guardaroba, libreria. Il guardaroba è gratuito, incluso nel prezzo del biglietto e autogestito: borse grandi, zaini e ombrelli vanno depositati, e questa non è una cortesia ma un obbligo, perché nelle sale strette uno zaino sulle spalle è un pericolo reale per i quadri. Il personale in sala fornisce informazioni anche in inglese su percorsi, servizi ed eventi, e sorveglia la collezione.
Il chiostro e la galleria vetrata della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Quindici gradini dal pianerottolo principale e ci siete. Qui è collocata una parte della scultura della collezione permanente, ed è l'unico settore che resta sostanzialmente riconoscibile visita dopo visita. Consiglio pratico: fatelo per primo se andate d'estate al mattino, quando il chiostro è ancora in ombra, e per ultimo d'inverno, quando il sole basso lo attraversa nel primo pomeriggio.
I piani espositivi della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Undici gradini a sinistra e si sale al primo piano; il percorso prosegue ai livelli superiori. Nella mostra del centenario l'articolazione ha seguito la cronologia della collezione stessa: al primo piano le acquisizioni più antiche, dalle Esposizioni ottocentesche alle avanguardie e alle prime Quadriennali romane; al secondo piano gli anni della crisi e del secondo dopoguerra; ai livelli successivi le acquisizioni più recenti, fino alle donazioni contemporanee. È una scansione che il museo ha adottato per il centenario e che potrebbe cambiare con la prossima rotazione: la logica dei nuclei tematici resta comunque quella di sempre.
Le sculture della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Il nucleo scultoreo è la parte più continuativamente visibile della raccolta, ed è anche quella che documenta meglio il passaggio della scultura italiana dalla fine dell'Ottocento alla metà del Novecento. Il museo ha indicato come sempre esposto un gruppo di opere che vale la pena elencare una per una, perché ciascuna racconta un pezzo di storia del gusto. Se la rotazione in corso dovesse spostarne qualcuna, il criterio di lettura resta valido.

Girolamo Masini, Cleopatra, 1882
La più antica del gruppo, e la più eloquente sul gusto della Roma post unitaria. Masini, scultore di formazione accademica, consegna una Cleopatra che appartiene in pieno alla scultura di soggetto storico e orientaleggiante che trionfava nelle esposizioni di quegli anni. È l'anno in cui apre il Palazzo delle Esposizioni e il Comune comincia a comprare: una scultura del 1882 in questa collezione è, in pratica, un atto di nascita. Guardate il trattamento della superficie, la ricerca del virtuosismo nel panneggio e nella carne: era esattamente ciò che il pubblico borghese chiedeva e che le commissioni comunali premiavano.
Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto), 1909
Il salto di quasi trent'anni porta a un'altra galassia. Wildt è l'anomalia assoluta della scultura italiana del primo Novecento: milanese, formatosi come intagliatore di marmi, legato a lungo a un mecenate tedesco che gli comprava la produzione. La Maschera del dolore è un autoritratto che deforma il volto in una smorfia levigatissima, con il marmo lavorato fino a diventare quasi trasparente nei bordi. È scultura simbolista che guarda alla Secessione viennese e insieme alla scultura gotica lombarda. Davanti a questo pezzo si capisce perché Wildt abbia influenzato Fontana, che fu suo allievo. La mia opinione: è l'opera più moderna dell'intero gruppo, e ha oltre un secolo.
Giovanni Prini, Gli amanti, 1909-1913, e Le gemelle Azzariti, 1913
Prini, ligure trapiantato a Roma, è uno di quegli autori che il grande pubblico non conosce e che gli specialisti considerano centrale nella scena romana del primo Novecento. La sua casa fu un punto d'incontro per artisti e intellettuali, e il suo linguaggio scivola dal simbolismo a una sensibilità già novecentesca. Gli amanti, elaborato in quattro anni, è la sua opera più nota: un gruppo che tratta l'intimità con una tenerezza priva di retorica, cosa rarissima nella scultura celebrativa dell'epoca. Le gemelle Azzariti, del 1913, è invece un ritratto doppio di bambine, e mostra quanto Prini fosse bravo nella resa dell'infanzia senza cadere nel leziosismo.
Arturo Dazzi, Antonella, 1923, e Cavallino, 1927-1928
Dazzi, carrarese, formato in mezzo ai marmi delle Apuane, fu uno degli scultori più impegnati nelle grandi commesse pubbliche del ventennio. Qui però lo trovate in due prove intime: un ritratto femminile del 1923 e un piccolo cavallo di fine anni Venti. È una lezione utile sul rapporto fra scultura monumentale e scultura da cavalletto: gli stessi artisti che firmavano opere colossali producevano pezzi domestici, ed erano spesso questi ultimi a essere comprati dalle commissioni comunali.
Amleto Cataldi, Galatea, 1925
Napoletano di nascita e romano d'adozione, Cataldi è autore di opere pubbliche molto note in città. La Galatea del 1925 appartiene al filone mitologico che attraversa tutta la scultura italiana fra le due guerre, e va guardata come si guarda un esercizio di stile: il soggetto è un pretesto, l'interesse è nella torsione del corpo e nella lucidatura della superficie.
Arturo Martini, Il pastore, 1930
Se dovessi indicare un solo scultore italiano del Novecento a chi non ne conosce nessuno, indicherei Martini. Trevigiano, autodidatta per formazione e coltissimo per istinto, passò dalla terracotta arcaica alla pietra, dal frammento etrusco alla figura monumentale, e finì per scrivere che la scultura era una lingua morta. Il pastore del 1930 appartiene alla sua stagione più alta, quella in cui recuperava l'arcaismo mediterraneo senza farne archeologia. Guardate come tratta il volume: masse semplici, superfici che assorbono la luce invece di rifletterla. È l'opposto esatto del virtuosismo di Masini, e sono separati da meno di cinquant'anni.
Marino Marini, Bagnante, 1934
Marini, pistoiese, è conosciuto in tutto il mondo per i suoi cavalieri. La Bagnante del 1934 è precedente a quella serie e mostra il suo debito verso la scultura etrusca e verso Martini. La collezione comunale la comprò quando Marini era ancora un nome in ascesa: è uno dei casi in cui la politica di acquisti del Comune si rivelò lungimirante.

Dino Basaldella, Pescatore d'anguilla, 1934
Il maggiore dei tre fratelli Basaldella, friulani: Dino scultore, Mirko scultore, Afro pittore. Il Pescatore d'anguilla appartiene a una scultura di soggetto popolare che negli anni Trenta godette di grande fortuna, sospesa fra realismo e stilizzazione. Vale la pena notare che nella stessa collezione si trovano anche opere di Afro: la Galleria comunale ha comprato, in stagioni diverse, da due fratelli.
Attilio Torresini, Afrodite, 1930-1934, e Riposo, 1938-1939
Torresini lavorò a lungo a Roma. Le sue due opere in collezione coprono un decennio e mostrano il passaggio dal nudo mitologico a una figura più raccolta e domestica. Sono esattamente il tipo di scultura che riempiva le Mostre Sindacali: opere solide, ben costruite, prive di rischio. Dico spesso ai gruppi che pezzi come questi sono indispensabili proprio perché non sono capolavori: senza di essi non si capisce che cosa fosse la normalità artistica di un'epoca, e senza normalità non si misura l'eccezione.
Guido Galletti, Prometeo, 1935, e Venere con i tre amorini, 1939
Galletti è noto al grande pubblico soprattutto per una sola opera, il Cristo degli abissi calato nel mare di San Fruttuoso. Qui lo trovate in due prove degli anni Trenta, il Prometeo e la Venere con i tre amorini, che documentano il suo classicismo di maniera. Il confronto con Martini, appeso a pochi metri di distanza nella logica del percorso, è impietoso e istruttivo.
Ercole Drei, Il seminatore, 1937, e Italo Griselli, Romolo, 1937-1939
Due opere della fine degli anni Trenta che parlano la lingua del tempo. Il seminatore di Drei, faentino, appartiene alla retorica del lavoro e della terra che attraversava tutta l'arte europea di quel decennio, non solo quella italiana. Il Romolo di Griselli, toscano, tocca il nervo scoperto della romanità: negli anni della celebrazione dell'impero, il fondatore leggendario della città era un soggetto obbligato per chiunque volesse vendere una scultura a Roma. Guardarli oggi, uno accanto all'altro, è un esercizio di storia culturale prima che di storia dell'arte.
Carlo Rivalta, Madre, 1939, e Tommaso Bertolino, Languore, 1939
Stesso anno, due registri opposti. La Madre di Rivalta appartiene al filone della maternità che il regime promuoveva con insistenza. Il Languore di Bertolino, che vedete nella fotografia qui sopra, va invece dalla parte opposta: un abbandono del corpo che non celebra niente e che, in un'esposizione del 1939, doveva suonare quasi come un'obiezione. Sono le contraddizioni interne a una collezione comprata mostra dopo mostra: dentro lo stesso anno solare entrano l'ideologia e il suo contrario.
Giacomo Manzù, Bambina sulla sedia, 1955
L'opera più recente del gruppo, e la chiusura ideale del percorso scultoreo. Manzù, bergamasco, figlio di un calzolaio, è l'autore della Porta della Morte di San Pietro. La Bambina sulla sedia del 1955 mostra la sua cifra più riconoscibile: il bassorilievo schiacciato, la figura che affiora dal fondo, la delicatezza che non diventa mai sentimentalismo. Fra questa bambina e la Cleopatra di Masini corrono settantatré anni e due mondi diversi. Il museo, in questo, funziona benissimo: la distanza si vede a occhio nudo.
Una cosa che non ti dice nessuno su Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Che questo museo non ha una collezione permanente visitabile nel senso in cui la parola viene usata ovunque. Suona come un difetto, e invece è la sua identità dichiarata: il criterio guida della programmazione è configurare il percorso espositivo come una mostra temporanea della collezione permanente. Tradotto: le opere ruotano, i nuclei tematici cambiano, e nessuno vi garantisce che il quadro visto in un catalogo sia appeso il giorno in cui entrate.
Le conseguenze pratiche sono tre e nessuna guida le scrive. La prima: se venite a Roma per un solo giorno e avete un'opera precisa in testa, questo non è il museo in cui contare a scatola chiusa; controllate la pagina delle mostre del museo prima di mettervi in cammino. La seconda: se abitate a Roma o ci tornate spesso, la rotazione diventa un vantaggio enorme, perché con la MIC card in tasca la Galleria si trasforma in un museo da visitare tre o quattro volte l'anno vedendo cose diverse ogni volta. La terza, la meno ovvia: la rotazione consente al museo di tirare fuori dai depositi autori che nessun ordinamento fisso terrebbe mai in sala. È la ragione per cui qui si incontrano nomi che altrove sarebbero condannati al magazzino a vita.
C'è poi un secondo elemento che non viene quasi mai detto e che riguarda l'esperienza fisica della visita. In queste sale la musica accompagna il percorso, e in alcune occasioni espositive sono state impiegate anche le fragranze. Non è un dettaglio da depliant: significa che il museo ha scelto consapevolmente di lavorare su un ambiente sensoriale invece di limitarsi ad appendere quadri. In uno spazio di queste dimensioni, dove il rapporto con l'opera è ravvicinato e quasi confidenziale, la scelta funziona. In un museo grande sarebbe fastidiosa; qui aggiunge.
Terza cosa che nessuno dice: le dimensioni ridotte delle sale non sono un limite da subire, sono la condizione per cui potrete restare cinque minuti davanti a un dipinto senza nessuno alle spalle. A Roma, nel raggio di un chilometro da qui, questo privilegio non ve lo dà nessun altro museo.
La collezione della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM): oltre tremila opere
Dipinti, sculture, disegni, incisioni: oltre tremila pezzi che costituiscono un patrimonio prezioso per la storia del collezionismo e della cultura artistica a Roma sullo scorcio dell'Ottocento e lungo la prima metà del Novecento. Le opere provengono da acquisti successivi e continuativi effettuati dal Comune presso le più importanti rassegne espositive nazionali, e da donazioni private che in alcuni casi hanno arricchito la raccolta con fondi consistenti di uno stesso artista. Vediamo i nuclei uno per uno.
L'Ottocento e i pittori della Campagna Romana alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Il primo nucleo è quello dei paesaggisti. Nino Costa, Onorato Carlandi, Giulio Aristide Sartorio: nomi che oggi circolano poco fuori dalla cerchia degli studiosi e che a Roma furono decisivi. Costa fu il teorico di una pittura di paesaggio dal vero, antiaccademica, che rifiutava la campagna romana come fondale archeologico per guardarla come luce e atmosfera. Attorno a lui e alla sua lezione si formò il gruppo dei XXV della Campagna Romana, una società di pittori nata alla fine dell'Ottocento che si riuniva per dipingere all'aperto nell'Agro. Carlandi ne fu tra i protagonisti, e i suoi acquerelli sono fra le cose più fresche di tutta la raccolta.
Un consiglio di lettura che do sempre: guardate questi paesaggi pensando che ritraggono una campagna che non esiste più. Fra il 1880 e il 1930 l'Agro romano fu bonificato, lottizzato, costruito. Quelle pianure con gli acquedotti e i butteri sono documenti di un paesaggio cancellato, ed è per questo che la loro pittura, tecnicamente non rivoluzionaria, ha un valore che cresce col tempo.
Sartorio, De Carolis, Morbelli, Hirémy Hirschl
Accanto ai paesaggisti, la collezione conserva Adolfo De Carolis, Angelo Morbelli e Adolf Hirémy Hirschl. Sartorio merita un discorso a parte: pittore, illustratore, regista cinematografico, autore del fregio del Palazzo di Montecitorio, fu il volto del simbolismo romano e insieme un uomo di potere culturale. De Carolis, marchigiano, portò in Italia il gusto della xilografia e illustrò D'Annunzio. Morbelli è invece il grande divisionista lombardo, e la sua presenza in una collezione romana dice quanto gli acquisti comunali guardassero anche fuori dal recinto locale. Hirémy Hirschl, ungherese di nascita e romano d'adozione, è l'autore di scene simboliste di enorme formato, quel tipo di pittura che l'Ottocento finale amava e che il Novecento ha rimosso in blocco.
Il divisionismo e i primi del Novecento alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
La cultura figurativa del divisionismo è ampiamente documentata con opere di Armando Spadini, Camillo Innocenti, Arturo Noci e Giacomo Balla. Su Balla vale la pena soffermarsi, perché la sua presenza qui, in fase pre futurista, è uno dei pezzi forti della raccolta. Nato a Torino nel 1871, arrivato a Roma nel 1895, Balla praticava una pittura divisionista di soggetto sociale prima di diventare uno dei firmatari del manifesto futurista. Nella collezione comunale figura Il dubbio, dipinto fra il 1907 e il 1908: siamo un anno o due prima della svolta, e si vede un artista che sta portando il pennello dove il futurismo lo avrebbe poi spinto.
Spadini, fiorentino scomparso giovane a metà degli anni Venti, fu amatissimo dai critici del suo tempo e poi dimenticato: la sua pittura di famiglia, di bambini e di luce diffusa è una delle cose più sincere del primo Novecento italiano. Camillo Innocenti e Arturo Noci appartengono invece a quella Roma elegante e mondana che frequentava le Secessioni: pittura raffinata, colta, di ottimo mestiere.
Il simbolismo, la Secessione romana e il futurismo
La collezione custodisce un fondo variegato ascrivibile agli anni compresi fra Simbolismo e Secessione, e un nucleo altrettanto importante di opere futuriste degli anni Trenta. Attenzione a questa formulazione, perché contiene una precisazione che quasi nessuno fa: il futurismo di questa raccolta non è quello eroico del 1910, quello dei manifesti e delle serate. È il secondo futurismo, quello dell'aeropittura e degli anni fra le due guerre, con Enrico Prampolini e Benedetta Cappa Marinetti, di cui la collezione conserva Velocità di motoscafo, databile intorno al 1922, e con Tato. Chi arriva qui cercando le grandi tele di Boccioni cerca nel posto sbagliato: quelle sono altrove, e il museo non ha mai preteso il contrario. Chi invece vuole capire che cosa fosse il futurismo quando smise di essere una rivoluzione e diventò una scuola, qui trova materiale di prima mano.
Sul fronte della Secessione romana, che negli anni Dieci tenne in città alcune edizioni rimaste memorabili, il museo conserva opere di protagonisti come Cipriano Efisio Oppo, pittore e poi organizzatore culturale di primo piano nel ventennio.
La Scuola Romana alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM): Scipione, Mafai, Raphaël
Qui la collezione tocca il suo punto più alto, e non è un'opinione di parte: la comunità scientifica riconosce a questo nucleo un valore emblematico. Negli anni Trenta, in una città dove l'arte ufficiale marciava verso il monumentale e il celebrativo, un gruppo di artisti che si radunava attorno a via Cavour prese una direzione opposta. Erano Gino Bonichi, che si firmava Scipione, morto di tubercolosi giovanissimo nel 1933; Mario Mafai; Antonietta Raphaël, pittrice e scultrice lituana di famiglia ebraica arrivata a Roma dopo Londra e Parigi. Attorno a loro, con percorsi propri, Giuseppe Capogrossi ed Emanuele Cavalli.
La pittura di Scipione è un caso quasi unico nel Novecento italiano: espressionista, febbrile, visionaria, ossessionata dalla Roma barocca e papale vista come corpo in decomposizione. Il Cardinal Decano, del 1930, appartiene alla collezione comunale ed è l'opera che riassume tutto: un prelato dipinto con una materia che sembra sciogliersi, in un rosso che non è porpora di dignità ma sangue e febbre. Chi conosce solo la Roma marmorea rimane spiazzato. Io la considero l'opera più importante che questo museo possieda, e quando la rotazione la espone, vale da sola il biglietto.
Di Mafai la raccolta conserva fra l'altro Donne che si spogliano, del 1934, dipinto che appartiene alla stagione in cui il pittore lavorava sui corpi con una pennellata sfatta, quasi corrosiva. Antonietta Raphaël, che negli stessi anni passò dalla pittura alla scultura, è presente con prove plastiche: è una delle figure più sottovalutate del secolo, e il fatto che una collezione civica l'abbia comprata quando era ancora considerata la moglie di Mafai è uno dei meriti storici della Commissione Storia ed Arte.
Il Novecento, il ritorno all'ordine e il Realismo Magico
Accanto alla Scuola Romana, la raccolta documenta il movimento del Novecento e il Realismo Magico, cioè le due grandi risposte italiane al dopoguerra del primo conflitto mondiale: recupero della forma, chiarezza compositiva, ritorno al mestiere. Antonio Donghi è il nome romano decisivo di questa stagione: le sue figure immobili, lisce, sospese in un silenzio innaturale, sono fra le cose più inquietanti che l'arte italiana abbia prodotto senza alzare la voce. Felice Casorati, piemontese, porta lo stesso rigore in una chiave più intellettuale.
Le opere acquistate per la Galleria comunale nelle edizioni delle Quadriennali fra il 1931 e il 1943 furono trecentoquarantotto e raccolgono i nomi più significativi dell'arte italiana della prima metà del Novecento: Carrà, de Chirico, Carena, Casorati, Capogrossi, Scipione, Cavalli, Afro, Severini, Trombadori, Morandi. A questi si aggiunsero le opere di Carlandi, di Sartorio, di Coleman, gli artisti della Scuola Romana e un nucleo significativo di opere della seconda metà dell'Ottocento.
Da Carrà a Turcato: il passaggio ai linguaggi contemporanei
Da Francesco Trombadori a Giacomo Manzù, da Roberto Melli ad Afro, da Franco Gentilini a Carlo Carrà, da Marino Marini a Giulio Turcato, da Benedetta a Enrico Prampolini, da Arturo Martini a Giorgio Morandi: l'arte italiana è documentata in molte delle sue sfaccettature e nel rapporto dialettico con le avanguardie europee. Il punto d'arrivo di questo percorso è Comizio di Giulio Turcato, databile fra il 1949 e il 1950 ed entrato in collezione in una acquisizione recente. Il quadro tiene insieme figurazione e astrazione in un equilibrio precario: una folla che è insieme massa di corpi e campo di colore. Segna il passaggio ai linguaggi della contemporaneità e chiude idealmente il racconto.
Le donazioni e le acquisizioni recenti della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
La collezione non si è fermata al Novecento storico. Fra le acquisizioni e le donazioni più recenti figurano opere di Guido Strazza, fra cui la serie del Giardino delle Esperidi realizzata fra il 1963 e il 1965, di Elisa Montessori e di Lamberto Pignotti. Compaiono inoltre autori della neoavanguardia romana degli anni Sessanta come Mario Schifano, presente con Io sono K Malewitsch, del 1965-1966, e Tano Festa con Da Michelangelo, del 1966. Sono i due nomi della cosiddetta Scuola di piazza del Popolo, e la loro presenza in una raccolta civica chiude il cerchio: il Comune che nell'Ottocento comprava paesaggi dell'Agro, un secolo dopo compra la pop art romana.
Massimo Campigli, Duilio Cambellotti e gli altri
Fra le opere che il museo ha esposto per il centenario figurano Le spose dei marinai di Massimo Campigli, del 1934, e Conca dei bufali di Duilio Cambellotti, dipinta fra il 1908 e il 1910. Su Cambellotti insisto sempre, perché è l'artista romano più completo e meno celebrato del secolo: pittore, scultore, illustratore, scenografo, ceramista, autore di vetrate e di manifesti, teorico del rapporto fra arte e artigianato. La Conca dei bufali appartiene alla sua ossessione per l'Agro Pontino e per il mondo contadino prima della bonifica, un tema che percorse per decenni con una coerenza rara. Campigli, invece, è il caso opposto: parigino d'adozione, giornalista prestato alla pittura, costruì un linguaggio arcaicizzante ispirato agli affreschi etruschi che vide a Villa Giulia. Le sue figure femminili immobili e murarie sono riconoscibili al primo sguardo. Chi vuole vedere le tombe etrusche che gli cambiarono la vita le trova al Museo Etrusco di Villa Giulia.
Il consiglio che ti do per visitare Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Andateci di martedì mattina alle dieci, appena apre, e non abbinatelo a nient'altro nella stessa mezza giornata. Questo è il consiglio, e ha tre ragioni precise.
La prima riguarda la folla. Il museo apre il martedì dopo la chiusura del lunedì, e il martedì mattina è statisticamente il momento più tranquillo della settimana in tutti i musei civici romani: i turisti del fine settimana sono ripartiti, i gruppi scolastici arrivano più tardi, gli autobus non hanno ancora scaricato nulla in piazza Barberini. In sale di queste dimensioni la differenza fra sei persone e ventisei è enorme, ed è la differenza fra guardare un quadro e guardare la nuca di qualcuno.
La seconda riguarda la luce. Le sale ricavate nelle celle hanno finestre piccole e l'illuminazione artificiale è calibrata sulle opere, ma il chiostro vetrato lavora con la luce naturale: al mattino è morbida e uniforme, nel primo pomeriggio d'estate diventa dura. Le sculture, che sono la parte più stabile dell'esposizione, si leggono meglio con la luce del mattino.
La terza riguarda la testa. Questo museo chiede attenzione, non stupore. Non ha un'opera icona da fotografare e postare, non ha un percorso obbligato, non ha nulla che vi tiri dentro per i capelli. Chi ci arriva alle cinque del pomeriggio dopo i Musei Capitolini e una passeggiata al Tridente non ha più le risorse mentali per accorgersi di Scipione. Ci vuole una testa fresca. Metteteci un'ora e mezza pulita e poi, semmai, andate a prendere un caffè a via Sistina.
Aggiungo tre note operative. Depositate zaino e ombrello al guardaroba, che è gratuito e autogestito, e non provate a tenere lo zaino sulle spalle: nelle sale strette è un problema reale. Se avete la MIC card, portatela: l'ingresso è gratuito. Se siete residenti a Roma o nella Città Metropolitana, dal febbraio 2026 entrate gratis mostrando la carta d'identità in cassa, e questa è la ragione per cui vi consiglio senza esitazione di trattarlo come un museo da visite brevi e ripetute invece che come una maratona unica.
Un'ultima raccomandazione controcorrente: non prendete l'audioguida mentale del museo enciclopedico. Qui conviene scegliere cinque opere e guardarle per davvero, invece di attraversare tutto in modalità inventario. In un museo che ruota la collezione, l'inventario è un esercizio inutile per definizione.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che questa raccolta è nata per documentare l'ambiente artistico romano nei suoi molteplici aspetti, e non per costruire una galleria di capolavori. È scritto nelle carte fondative, lo ripete il museo, e tutti lo sanno: eppure quasi nessuno ne trae le conseguenze quando entra.
La conseguenza è che accanto alle opere di artisti riconosciuti come protagonisti della scena italiana si trovano quelle di attori secondari, non per questo meno significativi per ricostruire la storia della cultura a Roma. E accanto alle opere di autori illustri, che attraversarono occasionalmente l'ambiente romano attratti dal ruolo internazionale che la città conservava in età moderna, si trovano esempi più provinciali, favoriti da un gusto borghese diffidente verso le novità che non cessò mai di caratterizzare la cultura ufficiale della capitale. Questa frase, che il museo scrive di sé stesso con notevole onestà, è la chiave di lettura di tutta la visita.
Che cosa significa in pratica. Significa che se attraversate le sale cercando solo i nomi noti, uscirete con l'impressione di un museo diseguale. Se invece leggete la raccolta come un sondaggio su una città, allora ogni quadro mediocre diventa un dato: dice che cosa piaceva alle commissioni, che cosa vendeva alle Sindacali, quale idea di arte l'amministrazione volesse promuovere. È lo stesso principio per cui un archeologo studia i cocci di uso comune e non solo i vasi firmati.
Aggiungo un dato che rende il quadro ancora più netto: la storia della collezione ha visto alternarsi periodi di acquisizioni illuminate a periodi di chiusura e di abbandono. Non c'è stata una linea continua. Ci sono state stagioni in cui il Comune comprava con intelligenza e stagioni in cui la raccolta finiva nei depositi. Anche questo si vede, e chi lo sa legge il museo in profondità invece che in superficie.
La mia opinione netta su questo punto: la Galleria comunale è sottovalutata proprio perché viene giudicata con il metro sbagliato. Confrontata con i grandi musei d'arte moderna europei perde, ovviamente. Considerata come l'autoritratto involontario di una capitale culturale fra Otto e Novecento, non ha eguali in Italia, perché nessun'altra città ha comprato con la stessa continuità dalle proprie esposizioni per sessant'anni di fila.
GAM 100: il centenario della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Dal 20 dicembre 2025 all'11 ottobre 2026 il museo dedica tutti i propri spazi alla collezione con la mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025. È l'occasione migliore degli ultimi anni per capire questa raccolta, perché per la prima volta da tempo il percorso non racconta un tema, ma sé stesso.
La struttura della mostra del centenario della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
L'esposizione si articola su tre livelli e presenta oltre cento opere, con una selezione che ripercorre la genesi e le fasi della collezione. Al primo livello i primi acquisti, dalle esposizioni ottocentesche alle avanguardie e alle prime Quadriennali romane: gli acquerelli di Ettore Roesler Franz, i paesaggisti, il simbolismo di Sartorio, la Secessione romana con Cipriano Efisio Oppo, le ricerche futuriste di Tato, Benedetta Cappa Marinetti ed Enrico Prampolini, Giorgio Morandi e Giacomo Balla con Il dubbio. Al secondo livello gli anni più critici, la soppressione del 1938 e i depositi, con la Scuola Romana, Scipione, Onorato Carlandi, Renato Guttuso e il Realismo Magico di Antonio Donghi. Ai livelli successivi le acquisizioni più tarde: gli acquerelli di Pompeo Fabri, le sculture di Attilio Torresini, l'astrazione di Giulio Turcato, le prove plastiche di Antonietta Raphaël Mafai, e poi Guido Strazza, Elisa Montessori, Lamberto Pignotti.
Che cosa rende diversa questa mostra
Il criterio curatoriale rifiuta la classificazione stilistica rigida e sceglie accostamenti che mostrano l'evoluzione degli artisti nel tempo: Luigi Pirandello, per esempio, che era anche pittore, compare sia in versione figurativa sia in versione astratta. È un modo di allestire che chiede al visitatore un po' di lavoro in più e che ripaga chi lo fa. Dal 24 giugno 2026 l'allestimento è stato rinnovato con venticinque nuove opere, secondo la logica della rotazione che governa questo museo da sempre.
La direttrice Ilaria Miarelli Mariani ha ricordato che la collezione completa contiene tremila pezzi, e l'assessore alla cultura Massimiliano Smeriglio ha dichiarato l'intenzione di restituire visibilità alla Galleria. Sono affermazioni istituzionali, e come tali vanno prese: ma il fatto che per il centenario sia stata montata una rassegna di questa ampiezza è già un segnale concreto. La mia opinione: chi passa da Roma fra oggi e l'ottobre 2026 e ha un'ora e mezza, la spenda qui invece che nell'ennesima fila davanti a un monumento già visto in fotografia mille volte.
La foto giusta da fare a Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
La fotografia personale delle opere della collezione permanente è consentita, senza treppiedi, senza aste per selfie e senza illuminazione aggiuntiva; le riprese professionali richiedono autorizzazione. Detto questo, la fotografia da fare qui non è quella di un quadro.
È il chiostro visto da sotto il loggiato, con le arcate vetrate in primo piano e il giardino delle quattro aiuole sullo sfondo. Mettetevi all'estremità del braccio lungo, quello di cinque arcate, e inquadrate lungo l'asse: le colonne producono una sequenza che scandisce la profondità, i vetri riflettono la vegetazione e le sculture entrano nel campo come figure che abitano l'architettura. È una fotografia che funziona in tutte le stagioni e a tutte le ore, ma il momento migliore è il mattino tardi, quando la luce entra di taglio e i riflessi sul vetro diventano parte della composizione invece che un fastidio.
La seconda inquadratura che consiglio è la fontanella settecentesca in marmo sul lato corto non porticato, ripresa da vicino con il muro intonacato alle spalle. È un soggetto minimo e proprio per questo efficace: dice più cose sulla natura di questo luogo, un convento con il suo orto dei semplici, di qualunque veduta d'insieme.
La terza, per chi ha pazienza, è esterna e va fatta prima di entrare: piazzatevi in fondo a via Capo le Case guardando verso l'alto e prendete nello stesso fotogramma la facciata del convento e il campanile borrominiano di Sant'Andrea delle Fratte. È l'immagine che spiega dove siete, e non la trovate in nessuna guida.
Due errori da evitare. Primo: fotografare le sale in verticale sperando di restituirne la dimensione. Non funziona, sono troppo piccole, e le fotografie usciranno compresse e insignificanti. Secondo: usare il flash, che è vietato ovunque per ragioni conservative e che qui, con superfici pittoriche di primo Novecento spesso fragili, sarebbe particolarmente dannoso. Se una sala è buia, alzate la sensibilità e appoggiate i gomiti al corpo: il treppiede non ve lo lasciano usare, e fanno bene.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La storia di questo luogo si divide nettamente in due: quattro secoli di clausura e un secolo di museo. Entrambe le metà hanno i loro fatti notevoli.
La fondazione del monastero e la clausura carmelitana
L'edificio nasce alla fine del Cinquecento come monastero dell'ordine delle Carmelitane Scalze, l'ordine riformato da Teresa d'Avila, e nel 1600 risulta già insediato in una zona detta alle Fratte, in posizione ancora marginale rispetto al centro abitato. La riforma teresiana era arrivata in Italia da pochi anni e la fondazione romana appartiene alla prima ondata: qui si viveva una clausura strettissima, con la ruota, il parlatorio e le grate, e le monache non uscivano più dal giorno dell'ingresso. Nel corso del Settecento il complesso raggiunse la sua configurazione più ampia e definitiva, estendendosi fino alla retrostante via Zucchelli e mantenendo il chiostro esistente.
L'affresco di suor Eufrasia della Croce
Dentro queste mura, nel Seicento, dipinse a fresco suor Eufrasia della Croce, al secolo Flavia Benedetti, vissuta fra il 1597 e il 1676, amica di Plautilla Bricci. La sua opera è riemersa durante le indagini condotte in occasione del centenario del museo, nel 2025. È il ritrovamento più notevole avvenuto in questo edificio negli ultimi decenni e restituisce un tassello di quella produzione artistica femminile monastica che a Roma è stata quasi interamente perduta.
1879: il convento passa al Comune di Roma
Nel 1879, dopo il trasferimento della comunità monastica al collegio di San Pietro in Montorio, il convento passò al Comune di Roma. Sono gli anni in cui la nuova capitale incamera il patrimonio ecclesiastico e lo riconverte a usi civili in tutta la città. Da quel momento l'edificio conobbe un progressivo declino, e restò in stato di abbandono per oltre un secolo.
28 ottobre 1925: nasce la Galleria d'Arte Moderna
Non qui, ma sul Campidoglio: la Galleria d'Arte Moderna di Roma viene istituita il 28 ottobre 1925 a Palazzo Caffarelli, con allestimento curato da Settimo Bocconi e documentato dalla rivista Capitolium. È l'atto che dà esistenza giuridica a quarantadue anni di acquisti comunali.
1931 e 1938: il nome del regime e la soppressione
Dal 1931 la raccolta assume la denominazione di Galleria Mussolini. Nel 1938, nonostante il pregio e il numero delle acquisizioni, viene soppressa temporaneamente: le opere passano in deposito alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna o vengono destinate ad arredo di uffici. È il fatto più grave della sua storia e va raccontato senza reticenze, perché spiega perché ancora oggi la collezione comunale sia meno nota di quanto meriti.
Il dopoguerra: Carlo Pietrangeli e la rinascita
Nel dopoguerra la raccolta torna visibile grazie a Carlo Pietrangeli e alla restituzione parziale del patrimonio depositato presso la Galleria Nazionale. Pietrangeli, archeologo e storico dell'arte, sarebbe poi diventato direttore generale dei Musei Vaticani: il suo passaggio dalla ricostruzione della galleria comunale ai vertici della museografia romana dice quanto quell'operazione contasse. La sede tornò a essere Palazzo Braschi, e con essa la collezione tornò visibile ai romani dopo più di un decennio di eclissi.
1963 e 1972: al Palazzo delle Esposizioni e di nuovo nei depositi
Nel 1963 la collezione viene trasferita al Palazzo delle Esposizioni con una selezione permanente curata dallo stesso Pietrangeli. Nel 1972, per i lavori nel palazzo, viene disallestita e le opere tornano a Palazzo Braschi, questa volta chiuse nei depositi, e in altri immobili comunali. Comincia il periodo di invisibilità più lungo della sua storia.
1989 e 1995: il recupero e l'apertura in via Crispi
Nel 1989 la collezione torna al centro dell'attenzione con l'assegnazione di una sede presso l'ex Birreria Peroni, nel quartiere Nomentano, in un momento di grandi piani di recupero dell'archeologia industriale romana. Poco dopo, all'inizio degli anni Novanta, un progetto della Sovrintendenza Capitolina trasforma parte dell'ex convento di via Crispi in spazio museale, e nel 1995 la Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale viene inaugurata qui, con una selezione dei capolavori.
Novembre 2011: la riapertura dopo l'adeguamento museale
Dopo un lungo periodo di chiusura per l'adeguamento agli standard museali, il museo riapre al pubblico nel novembre 2011. Da questa data nasce la formula attuale del percorso a rotazione.
Dicembre 2025: cento anni
Il 20 dicembre 2025 apre GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025, che occupa tutti gli spazi del museo fino all'11 ottobre 2026 e che, insieme alle indagini condotte sull'edificio, ha portato alla riscoperta dell'affresco di suor Eufrasia. Cento anni dopo la fondazione, la raccolta si racconta per intero per la prima volta.
Chi è passato da Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
La domanda va posta due volte, perché questo edificio ha avuto due vite e due popolazioni completamente diverse.
Le monache e le artiste del Seicento
Per quasi tre secoli, da questa porta sono entrate donne che non ne sarebbero più uscite. Carmelitane scalze, in clausura stretta, in un convento che fino al Settecento continuò a crescere fino a inglobare l'isolato verso via Zucchelli. Fra loro suor Eufrasia della Croce, al secolo Flavia Benedetti, 1597-1676, pittrice, amica di Plautilla Bricci, la donna che a Roma si firmò architettrice e progettò la villa del Vascello. Che due donne artiste, una dentro la clausura e una fuori, fossero in rapporto è un dato che rovescia parecchi luoghi comuni sulla Roma del Seicento.
Gli artisti della collezione della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Nel senso delle opere, da qui sono passati e passano i protagonisti di un secolo di arte italiana. Giacomo Balla, torinese arrivato a Roma nel 1895, divisionista e poi futurista. Giorgio de Chirico, che a Roma visse a lungo e che nella collezione comunale entrò attraverso gli acquisti delle Quadriennali. Carlo Carrà, futurista, poi metafisico, poi pittore di paesaggi solitari. Mario Sironi, il più cupo e il più monumentale dei pittori del Novecento italiano. Gino Severini, che il futurismo lo portò a Parigi. Felice Casorati, con il suo rigore geometrico. Renato Guttuso, siciliano, che a Roma arrivò giovanissimo e che diventò il volto del realismo militante. Giorgio Morandi, che dipingeva bottiglie a Bologna e che a Roma vendette alle Quadriennali. Giuseppe Capogrossi, romano, prima figurativo e poi autore di un segno astratto riconoscibile ovunque. Emanuele Cavalli, pugliese, teorico della pittura tonale romana. Francesco Trombadori, siracusano di nascita e romano di adozione, che abitò e dipinse a Villa Strohl Fern. Duilio Cambellotti, il più romano di tutti, che passò dalla ceramica alla vetrata al manifesto al teatro. Antonio Donghi, romano, maestro del Realismo Magico. Arturo Martini, Marino Marini, Giacomo Manzù, Adolfo Wildt per la scultura. E poi Afro e Dino Basaldella, Roberto Melli, Franco Gentilini, Massimo Campigli, Fortunato Depero, Enrico Prampolini, Benedetta Cappa Marinetti, Tato, Giulio Turcato, Guido Strazza, Elisa Montessori, Lamberto Pignotti, Mario Schifano, Tano Festa, Carlo Levi.
Scipione, il fantasma della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Un nome merita di stare da solo. Gino Bonichi si firmava Scipione e morì di tubercolosi nel 1933, prima dei trent'anni. In pochi anni di attività produsse un corpus piccolo e incandescente, quasi tutto dedicato a Roma: cardinali, piazze barocche, prostitute, il Colosseo visto come una carcassa. Il Cardinal Decano, del 1930, appartiene a questa raccolta ed è la sua opera più celebre. Nessun altro museo possiede un nucleo comparabile del suo lavoro. Chi vuole capire perché la Scuola Romana conti nella storia dell'arte europea deve passare da qui.
Gli scrittori e gli intellettuali del Novecento romano
La collezione custodisce anche le tracce dei rapporti fra artisti e letterati che a Roma, dalla fine dell'Ottocento agli anni Sessanta, hanno prodotto sodalizi durevoli: Gabriele D'Annunzio con i simbolisti, Filippo Tommaso Marinetti con i futuristi, Massimo Bontempelli con il Realismo Magico, Luigi Pirandello, che dipingeva e che nella raccolta compare anche come autore, Giuseppe Ungaretti e Alberto Moravia con la generazione del dopoguerra. Il museo ha dedicato a questi legami un intero percorso espositivo, e resta uno dei modi più intelligenti in cui questa collezione sia stata letta.
Chi ci lavora e chi la dirige oggi
Il museo è oggi diretto da Ilaria Miarelli Mariani, che ha curato con Arianna Angelelli la rassegna del centenario. È utile saperlo perché in un museo a rotazione la direzione conta più che altrove: l'allestimento che troverete è una scelta autoriale, non un ordinamento ereditato.
Biglietti, gratuità e MIC card alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Il sito ufficiale del museo indica il biglietto intero a 14,50 euro e il ridotto a 10 euro. Il preacquisto online, o presso la biglietteria del museo per i giorni successivi e con carta di credito, comporta un diritto di prevendita di un euro; l'acquisto in biglietteria per il giorno stesso, in contanti o con carta, non lo comporta. I biglietti preacquistati online o tramite il call center 060608 non sono rimborsabili né modificabili: tenetene conto se il vostro programma romano è ancora incerto. Le tariffe possono variare a seconda della mostra in corso e il museo rimanda alle proprie pagine dedicate alle condizioni di gratuità, alle riduzioni e alle convenzioni: prima di andare, un controllo sul sito ufficiale evita sorprese in cassa.
La MIC card, cioè il modo intelligente di visitare la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Con la MIC card l'ingresso al museo è gratuito. La tessera costa 5 euro e vale dodici mesi in tutto il Sistema Musei di Roma Capitale, con riduzioni sulle mostre ospitate negli spazi a bigliettazione separata. È riservata a chi risiede o studia a Roma, e per chi rientra in queste categorie è semplicemente il miglior investimento culturale disponibile in città: cinque euro contro i quattordici e mezzo di un solo ingresso qui. Chi vive o studia a Roma può usarla per i Musei Capitolini, il Museo di Roma, l'Ara Pacis, la Centrale Montemartini, i Musei di Villa Torlonia, i Mercati di Traiano e decine di altri siti.

La gratuità per i residenti alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Dal mese di febbraio 2026 l'ingresso al museo è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, esibendo in cassa la carta d'identità. È un cambiamento di portata notevole per la vita culturale della città: significa che un romano può entrare qui in un pomeriggio qualsiasi, guardare tre quadri e uscire, senza il senso di colpa di avere pagato quattordici euro per mezz'ora. La mia opinione da professionista: è esattamente il modo in cui questo museo andrebbe usato, e la misura lo rende finalmente possibile.
La prima domenica del mese alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
La Galleria d'Arte Moderna rientra fra i musei civici e i siti archeologici di Roma Capitale a ingresso gratuito la prima domenica del mese, insieme ai Musei Capitolini, alla Centrale Montemartini, al Museo dell'Ara Pacis, al Museo di Roma a Palazzo Braschi, al Museo di Roma in Trastevere, ai Musei di Villa Torlonia, al Museo Civico di Zoologia e ai Mercati di Traiano. L'ingresso libero è compatibile con la capienza dei siti e la prenotazione resta obbligatoria per i gruppi, al numero 060608. Attenzione a una eccezione ricorrente: alcune mostre temporanee restano a pagamento anche nelle domeniche gratuite, con tariffa ordinaria. Se il vostro obiettivo è la mostra e non la collezione, verificate prima. La pagina sui musei gratis e quella sui musei gratis a Roma raccolgono il quadro completo delle gratuità cittadine.
Scuole, gruppi e visite guidate
Per i gruppi o le comitive di studenti delle scuole accompagnati dai loro insegnanti l'ingresso al museo è gratuito. Le visite guidate, in diverse lingue, sono a pagamento e su prenotazione, e si prenotano al numero 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Un'osservazione da chi accompagna gruppi: in sale di queste dimensioni un gruppo di venti persone è al limite del praticabile, e uno di trenta è ingestibile. Se organizzate una visita di classe, spezzate il gruppo in due e alternate i piani.
La Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM) con i bambini
Sì, è adatta ai bambini, e più di quanto ci si aspetti da un museo di pittura del Novecento. Le ragioni sono tre, tutte pratiche.
La prima: è breve. Un bambino di otto anni regge questo museo dall'inizio alla fine senza crollare, cosa che ai Musei Vaticani non succede quasi mai. La seconda: il chiostro. C'è un cortile vero, con alberi veri, in mezzo alla visita, e la possibilità di uscire all'aperto a metà percorso cambia completamente la resistenza di un bambino. La terza: le sculture. La scultura funziona con i bambini molto meglio della pittura, perché ha volume, materia, riconoscibilità immediata. Il cavallino di Dazzi, la bambina sulla sedia di Manzù, il pescatore di Basaldella sono soggetti che si spiegano da soli.
I passeggini sono ammessi all'interno. Il guardaroba è gratuito e autogestito, quindi zaini e ombrelli si lasciano lì. Non sono ammessi cibo e bevande nelle sale, il che con bambini piccoli significa organizzare la merenda prima o dopo, non durante. Un gioco che funziona sempre, e che uso spesso: chiedere ai bambini di scegliere la scultura che vorrebbero avere in casa e di spiegare perché. In venti minuti avrete una discussione di critica d'arte migliore di molte che si sentono fra adulti.
Una nota onesta: alcune opere della Scuola Romana sono cupe e certe figure possono impressionare i più piccoli. Non è un problema, ma è meglio arrivarci preparati e con qualche parola da spendere, invece di far finta di niente.
Accessibilità della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Il museo dichiara di lavorare per garantire l'accesso alle proprie collezioni, precisando che i vincoli dell'edificio storico possono limitare la completa eliminazione delle barriere. È una formulazione prudente e va presa sul serio: parliamo di un monastero di fine Cinquecento con livelli intermedi, rampe di undici e quindici gradini fra un ambiente e l'altro, sale piccole e corridoi stretti. Chi si muove in sedia a rotelle o ha difficoltà motorie deve contattare il museo prima della visita per sapere quali livelli siano effettivamente raggiungibili nell'allestimento in corso: le informazioni dettagliate sono pubblicate sulla pagina dedicata all'accessibilità del sito ufficiale e il centralino 060608 risponde tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00.
Va segnalato però un punto a favore, e non è piccolo: il museo ha realizzato un percorso tattile con descrizioni dettagliate dell'edificio, delle sale, della facciata, del chiostro e della galleria vetrata. Quel materiale è utile ben oltre il pubblico con disabilità visiva: è la descrizione più precisa dell'architettura che il museo abbia mai prodotto, e leggerla prima di venire migliora la visita a chiunque.
Sulla salita di via Francesco Crispi ripeto quanto detto sopra: è breve ma reale, e la rampa di venti gradini in travertino davanti al portale va considerata. Arrivare dall'alto, da via Sistina, riduce lo sforzo.
Servizi, regole e cose da sapere prima di entrare
Il guardaroba è gratuito, incluso nel prezzo del biglietto e autogestito: borse ingombranti, zaini e ombrelli vanno depositati. Non sono ammessi animali, con l'eccezione dei cani di piccola taglia trasportati in borsa, non sono ammessi cibi e bevande nelle sale e non si fuma. La fotografia e la ripresa video personali delle opere della collezione permanente sono consentite senza treppiede, senza asta per selfie e senza illuminazione aggiuntiva; le riprese professionali richiedono autorizzazione. Il personale in sala fornisce informazioni anche in inglese su percorsi, servizi ed eventi.
Il bookshop merita una sosta: propone i cataloghi delle mostre, monografie sugli artisti romani e oggettistica ispirata alle collezioni, con possibilità di acquisto anche online. I cataloghi della Galleria comunale sono spesso l'unica bibliografia disponibile su certi autori minori del Novecento romano, e chi si occupa di questa materia lo sa bene.
Un'avvertenza che il museo stesso raccomanda: consultare sempre la pagina degli avvisi del sito prima di mettersi in cammino. In un edificio storico con spazi ridotti, chiusure parziali di sale e variazioni di orario sono più frequenti che altrove.
Che cosa c'è intorno alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
La posizione è uno dei suoi vantaggi meno sfruttati: siete a metà strada fra il Tridente e via Veneto, in un raggio di dieci minuti a piedi che contiene una densità di cose notevoli.
A cinque minuti dalla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Sant'Andrea delle Fratte, con il campanile e la cupola di Borromini, è dietro l'angolo e si visita gratis. Piazza Barberini con la Fontana del Tritone del Bernini è ai piedi della salita, e la Fontana del Tritone merita i suoi cinque minuti. Da lì, risalendo, si arriva a Palazzo Barberini, che ospita una parte della Galleria Nazionale d'Arte Antica: il contrasto fra il barocco di Pietro da Cortona sul soffitto del salone e la pittura del Novecento vista mezz'ora prima è uno dei più istruttivi che Roma possa offrire.
A dieci minuti dalla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Salendo via Sistina si raggiungono Trinità dei Monti e la scalinata che scende a piazza di Spagna. Scendendo per via del Tritone si arriva alla Fontana di Trevi in poco più di dieci minuti a piedi. In direzione opposta, oltre piazza Barberini, comincia via Veneto, con la sua stagione felliniana ormai lontana e i suoi palazzi liberty. Chi vuole proseguire la giornata dentro il sistema dei musei civici trova a poca distanza il Museo Napoleonico e il Museo Barracco, entrambi piccoli e sottovalutati come questo.
Un itinerario che funziona davvero
Mattina alla Galleria d'Arte Moderna, pranzo leggero fra via Rasella e via del Boccaccio, pomeriggio a Palazzo Barberini. È una giornata che copre quattro secoli in un chilometro quadrato e che non prevede nemmeno un autobus. In alternativa, per chi vuole restare sul Novecento: Galleria d'Arte Moderna al mattino e La Galleria Nazionale di Valle Giulia nel pomeriggio, con una passeggiata attraverso Villa Borghese nel mezzo. Chi vuole spingersi al contemporaneo può chiudere al MACRO o al MAXXI, ma vi avverto: sono tre linguaggi diversi in un giorno solo, e la mia esperienza dice che il terzo museo non lo guarda più nessuno.
Quando andare alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM) e quando evitarla
Il momento migliore è il martedì mattina, come ho già detto, o il mercoledì e il giovedì mattina se il martedì non è praticabile. Il momento peggiore è la prima domenica del mese, per una ragione che sembra un paradosso: l'ingresso gratuito porta qui centinaia di persone che in un museo di questa scala si sentono tutte. In sale ricavate da celle monastiche, la domenica gratuita significa fila alle scale e nessuna possibilità di fermarsi davanti a un quadro. Se avete la MIC card o siete residenti, andateci in un giorno feriale e lasciate la domenica gratuita a chi non ha alternative.
Il pomeriggio del sabato è la seconda condizione da evitare. L'estate romana, contrariamente a quanto si crede, qui funziona bene: fra luglio e agosto il museo è tranquillo, il chiostro resta relativamente fresco al mattino e la città intorno è vuota. In inverno, il primo pomeriggio con il sole basso è il momento più bello per il chiostro vetrato.
Se il vostro interesse principale è la mostra del centenario, tenete presente che l'allestimento è stato rinnovato con nuove opere dal 24 giugno 2026 e che la rassegna chiude l'11 ottobre 2026: chi l'ha vista nella prima fase ha ragione di tornarci.
Domande veloci su Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Dove si trova la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
In via Francesco Crispi 24, 00187 Roma, rione Colonna, nell'ex convento di San Giuseppe a Capo le Case, fra piazza Barberini e via Sistina.
Quanto costa il biglietto della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Il sito ufficiale indica 14,50 euro l'intero e 10 euro il ridotto, con un euro di diritto di prevendita per il preacquisto online o telefonico. Le tariffe possono variare in funzione della mostra in corso: conviene verificarle sul sito ufficiale prima della visita.
Quali sono gli orari della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Dal martedì alla domenica, dalle 10.00 alle 19.00, con ultimo ingresso mezz'ora prima della chiusura. Il 24 e il 31 dicembre l'orario è 10.00-14.00.
Quando è chiusa la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Tutti i lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre.
Si entra gratis con la MIC card
Sì. Con la MIC card, che costa 5 euro e vale dodici mesi nel Sistema Musei di Roma Capitale, l'ingresso è gratuito. La tessera è riservata a chi risiede o studia a Roma.
I residenti a Roma entrano gratis alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Sì. Dal febbraio 2026 l'ingresso è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, esibendo la carta d'identità in cassa.
Si entra gratis la prima domenica del mese
Sì, il museo rientra fra i musei civici a ingresso libero la prima domenica del mese, compatibilmente con la capienza. Alcune mostre temporanee possono restare a pagamento anche in quella giornata.
Serve prenotare per visitare la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Per i singoli visitatori non è obbligatorio. Per i gruppi la prenotazione è obbligatoria e si effettua al numero 060608.
Quanto tempo serve per visitare la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Un'ora e mezza per una visita attenta, due ore se la rotazione occupa tutti i livelli e se dedicate tempo al chiostro delle sculture.
Come si arriva alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM) con i mezzi
Metropolitana linea A, fermata Barberini a cinque minuti a piedi oppure fermata Spagna a sette o otto minuti; le linee di superficie di via del Tritone e piazza Barberini fermano a due isolati.
Che differenza c'è fra la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM) e la Galleria Nazionale d'Arte Moderna
Sono due musei diversi. Quella di via Francesco Crispi 24 è comunale, dei Musei in Comune di Roma Capitale. La Galleria Nazionale è statale e si trova in viale delle Belle Arti 131, a Valle Giulia, dentro Villa Borghese. Biglietti separati, collezioni separate, enti diversi.
La MIC card vale anche alla Galleria Nazionale
No. La MIC card è una tessera del sistema museale comunale e non vale nei musei statali.
Si possono fare fotografie dentro la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Sì, per uso personale e senza treppiede, senza asta per selfie e senza illuminazione aggiuntiva. Le riprese professionali richiedono autorizzazione.
C'è il guardaroba alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Sì, è gratuito, incluso nel prezzo del biglietto e autogestito. Borse ingombranti, zaini e ombrelli vanno depositati.
La Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM) è accessibile in sedia a rotelle
Il museo dichiara di operare per garantire l'accesso alle collezioni, precisando che i vincoli dell'edificio storico possono limitare l'eliminazione completa delle barriere. Chi ha esigenze di mobilità dovrebbe contattare il museo al 060608 prima della visita per conoscere i livelli raggiungibili con l'allestimento in corso.
La Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM) è adatta ai bambini
Sì. Il percorso è breve, i passeggini sono ammessi, c'è un chiostro all'aperto a metà visita e le sculture funzionano bene con i più piccoli.
Si possono portare i cani alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Solo cani di piccola taglia trasportati in borsa. Gli altri animali non sono ammessi.
C'è il bookshop
Sì, con cataloghi delle mostre, monografie sugli artisti romani e oggettistica ispirata alle collezioni; l'acquisto è possibile anche online.
Ci sono visite guidate alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Sì, in diverse lingue, a pagamento e su prenotazione al numero 060608, tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00.
Quanto si aspetta in coda alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Di norma nulla. È uno dei pochissimi musei del centro di Roma in cui la coda non è un problema, tranne nelle domeniche a ingresso gratuito e nei giorni di inaugurazione delle mostre.
Quante opere possiede la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Oltre tremila fra dipinti, sculture, disegni e incisioni. In sala se ne trovano intorno al centinaio e mezzo per volta, a rotazione.
Posso vedere un quadro preciso della collezione
Non è garantito. L'allestimento ruota per nuclei tematici e le opere entrano ed escono dai depositi: conviene controllare la pagina delle mostre del museo prima di andare.
Che cosa si può vedere sempre alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Il nucleo scultoreo del chiostro vetrato è la parte più stabile del percorso, con opere che vanno dalla Cleopatra di Girolamo Masini del 1882 alla Bambina sulla sedia di Giacomo Manzù del 1955.
Che cos'è la mostra GAM 100
È la rassegna del centenario, GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025, aperta dal 20 dicembre 2025 all'11 ottobre 2026, che occupa tutti gli spazi del museo con oltre cento opere e con un allestimento rinnovato dal 24 giugno 2026.
Il museo ha un giardino
Ha un chiostro rettangolare con loggiato di cinque e tre arcate vetrate, quattro aiuole con alberi, fra cui il melangolo, e una piccola fontana settecentesca in marmo sul lato non porticato.
Che edificio ospita la Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
L'ex convento di San Giuseppe a Capo le Case, monastero di clausura delle Carmelitane Scalze di fine Cinquecento, passato al Comune di Roma nel 1879 e trasformato in museo con un intervento della Sovrintendenza Capitolina all'inizio degli anni Novanta.
Si può mangiare dentro il museo
No, cibi e bevande non sono ammessi nelle sale, e non si fuma. Per la pausa conviene uscire verso via Sistina o via Rasella.
Il biglietto comprende anche la mostra temporanea
Dipende dalla rassegna in corso: alcune mostre ospitate in spazi a bigliettazione separata hanno tariffe proprie e in certi casi un biglietto ridottissimo. La pagina dei biglietti del sito ufficiale è il riferimento da controllare.
Quali artisti si trovano alla Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Fra gli altri Balla, Carrà, de Chirico, Sironi, Severini, Casorati, Guttuso, Morandi, Capogrossi, Scipione, Mafai, Antonietta Raphaël, Donghi, Trombadori, Cambellotti, Campigli, Prampolini, Benedetta, Turcato, Schifano, Tano Festa; per la scultura Wildt, Prini, Martini, Marini, Manzù, Dazzi, Cataldi, Torresini, Galletti, Drei, Griselli, Basaldella, Rivalta, Bertolino e Masini.
Qual è l'opera più importante della Galleria d'Arte Moderna di Roma (GAM)
Il Cardinal Decano di Scipione, del 1930, è l'opera che la critica considera emblematica della raccolta. La sua esposizione dipende però dalla rotazione in corso.
Un'ultima cosa, e poi vi lascio andare. Di questo museo mi piace soprattutto quello che non ha: non ha una fila, non ha un'opera icona da fotografare, non ha un percorso obbligato, non ha niente da dimostrare. Ha una città che per cent'anni ha comprato l'arte dei propri artisti e l'ha messa da parte, perdendola, ritrovandola, nascondendola nei depositi e tirandola fuori di nuovo. Andateci un martedì mattina, fermatevi dieci minuti nel chiostro, guardate cinque quadri invece di cinquanta. Poi tornateci fra un anno e sarà un altro museo. Nessun altro posto a Roma vi fa questo regalo.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.
Dove dormire a Roma: confronta gli hotel
Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.
Transfer dall aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.