AccediIl mio viaggio

Obelischi di Villa Torlonia

In breve. Gli Obelischi di Villa Torlonia sono due monoliti gemelli in granito rosa di Baveno, alti poco più di dieci metri e pesanti oltre ventidue tonnellate ciascuno, innalzati nel 1842 dentro il parco di via Nomentana 70 a Roma per volontà…

Gli Obelischi di Villa Torlonia sono due monoliti gemelli in granito rosa di Baveno, alti poco più di dieci metri e pesanti oltre ventidue tonnellate ciascuno, innalzati nel 1842 dentro il parco di via Nomentana 70 a Roma per volontà del principe Alessandro Torlonia, che li dedicò alla memoria dei genitori Giovanni e Anna Maria. Non sono antichità egizie portate a Roma dai Cesari: sono due obelischi ottocenteschi, tagliati in una cava del lago Maggiore, incisi con geroglifici composti da un egittologo italiano contemporaneo di Champollion e tradotti in latino sulle basi in travertino perché chiunque potesse leggerli. Il parco che li ospita, oggi di proprietà comunale, misura circa 132.000 metri quadrati ed è aperto tutti i giorni con ingresso libero: gli obelischi si vedono senza biglietto, camminando.

Questa pagina racconta i due obelischi per intero: da dove viene la pietra, perché Alessandro Torlonia scrisse al viceré d'Egitto e che cosa accadde quando non ricevette risposta, come si incise un geroglifico nel 1842, chi tradusse i testi, che cosa successe il pomeriggio del 4 giugno 1842 davanti a settemila persone e a un papa, dove si trovano esattamente i due monoliti rispetto al Casino Nobile e come inserirli in una visita più ampia. Per il complesso monumentale nel suo insieme la pagina di riferimento resta quella di Villa Torlonia; per i singoli edifici museali ci sono le schede del Casino Nobile, della Casina delle Civette e del Casino dei Principi. Qui il soggetto sono i due obelischi, e soltanto loro.

Obelischi di Villa Torlonia
Obelischi di Villa Torlonia

Che cosa sono davvero gli Obelischi di Villa Torlonia

Roma è la città degli obelischi. Ne possiede più di qualunque altra al mondo, contando quelli egizi trasportati in età imperiale e quelli romani fabbricati a imitazione. La maggior parte di essi si trova in piazze pubbliche, sotto una croce, rimessi in piedi tra Cinquecento e Ottocento dai papi. I due di Villa Torlonia appartengono a una categoria diversa e molto più rara: sono obelischi privati, commissionati da un banchiere, prodotti da maestranze italiane in un momento preciso della storia europea, e concepiti fin dall'inizio come monumento funerario commemorativo dentro un giardino di famiglia.

La differenza è sostanziale. Un obelisco egizio arrivato a Roma nel primo secolo è un bottino: ha una storia in Egitto e una seconda vita a Roma, e le due non comunicano. Un obelisco ottocentesco costruito a Baveno per un principe romano è invece un oggetto interamente coerente, pensato in un colpo solo. Il committente decide le misure, il materiale, il testo, la collocazione, la data dell'innalzamento e persino il pubblico che assisterà. Gli Obelischi di Villa Torlonia sono un progetto, non un reperto.

Due monoliti, non antichità egizie

Va detto senza ambiguità, perché l'equivoco è frequente fra i visitatori: nessuna delle due pietre ha mai visto il Nilo. Alessandro Torlonia avrebbe voluto autentici obelischi egizi e li chiese per via diplomatica, ma non li ottenne. Quello che si vede oggi nel parco è il risultato di un ripiego diventato impresa: due monoliti nuovi, cavati, sagomati, levigati e incisi fra il 1839 e il 1842 in Italia.

Questo non li rende meno interessanti, anzi. Un obelisco egizio ci racconta l'Egitto faraonico e la Roma dei Cesari. Gli Obelischi di Villa Torlonia raccontano l'Italia del 1842: l'egittomania scatenata dalla decifrazione dei geroglifici, la nuova capacità industriale delle cave piemontesi, la rete di trasporti fluviali e marittimi che unisce il lago Maggiore al Tevere, la vanità colta di una famiglia arrivata da poco al vertice della società romana e il desiderio di legarla per sempre a un segno visibile.

I numeri dei due obelischi

Ciascuno dei due monoliti supera di poco i dieci metri di altezza nel fusto e pesa più di ventidue tonnellate. Sono cifre che vanno lette con l'occhio di chi doveva muoverle senza motori a scoppio: ventidue tonnellate di granito rappresentano un carico che nel 1842 si sposta soltanto con argani, rulli, funi di canapa, piani inclinati e molte braccia. Il fatto che siano due, e non uno, raddoppia ogni problema: due cave, due tagli, due trasporti, due innalzamenti, due basamenti in travertino, due programmi iconografici distinti.

Il fusto è a sezione quadrangolare rastremata verso l'alto, con il piramidion terminale, secondo il canone egizio. Le quattro facce di ogni obelisco sono interamente coperte da colonne verticali di geroglifici. Le basi in travertino, oltre a sostenere il monolito, portano incise le traduzioni latine dei testi geroglifici: una scelta didattica che nel panorama degli obelischi romani non ha molti paragoni.

Dove si trovano esattamente nel parco

I due obelischi sono collocati a eguale distanza dal Casino Nobile, in asse con i due prospetti principali dell'edificio. L'obelisco dedicato a Giovanni Raimondo Torlonia, il padre, si erge davanti alla facciata principale, verso settentrione, quindi dalla parte dell'ingresso monumentale su via Nomentana. L'obelisco dedicato ad Anna Maria Torlonia, la madre, si trova sul lato opposto del casino, davanti alla facciata posteriore, nella zona retrostante del palazzo.

La simmetria non è un dettaglio decorativo: è la chiave di lettura dell'intero programma. I due genitori guardano il figlio dalle due estremità dello stesso asse, e il Casino Nobile, residenza della famiglia, occupa il centro geometrico e simbolico. Chi entra dalla Nomentana incontra prima il padre, attraversa la casa e trova la madre dall'altra parte. È una scenografia dinastica costruita con la precisione di un architetto, ed è per questo che gli obelischi vanno guardati camminando in linea retta, non a caso.

Alessandro Torlonia, l'uomo che volle gli Obelischi di Villa Torlonia

Per capire i due monoliti bisogna capire chi li ordinò. La famiglia Torlonia non è una casata baronale medievale: è una storia di ascesa rapidissima. Le fonti enciclopediche fanno risalire il capostipite a Benedetto Tourlonias, originario del Puy-de-Dôme, in Alvernia, alla fine del Seicento. I Torlonia si stabiliscono a Roma nel 1750 con Marino, morto nel 1785, e il vero fondatore della fortuna è suo figlio Giovanni, nato nel 1755 e morto nel 1829.

Giovanni Torlonia costruisce il patrimonio come agente d'affari, appaltatore e banchiere. Fonda la Banca Torlonia nel 1814 e acquisisce titoli e feudi: il principato di Civitella Cesi, riconosciuto da Pio VII, e il ducato di Poli e Guadagnolo. Nel 1797 è creato marchese, e nello stesso anno compra sulla Nomentana la villa che era stata dei Colonna e prima ancora dei Pamphilj: la proprietà agricola che diventerà Villa Torlonia. Il denaro c'era; mancava il prestigio, e il prestigio a Roma si compra con l'architettura.

Chi era Alessandro Torlonia

Alessandro, nato nel 1800 e morto nel 1886, è il figlio che porta a compimento l'operazione. Alla morte del padre nel 1829 eredita la tenuta e i mezzi per trasformarla. È il committente che nel 1832 chiama Giovan Battista Caretti, che poi si rivolge a Quintiliano Raimondi per il Teatro e la Limonaia e a Giuseppe Jappelli per la parte meridionale del parco. Ed è l'uomo che nel 1875 verrà creato principe del Fucino per avere prosciugato il lago omonimo, una delle più imponenti opere idrauliche dell'Ottocento italiano, che restituì all'agricoltura circa sedicimila ettari in Abruzzo.

Questo è il profilo da tenere presente davanti agli obelischi: non un dilettante innamorato dell'Egitto, ma un imprenditore abituato a governare cantieri enormi, trasporti complicati e maestranze numerose. Il prosciugamento del Fucino e l'innalzamento di due monoliti da ventidue tonnellate appartengono alla stessa mentalità: un problema logistico si risolve con organizzazione, capitale e ostinazione.

La lettera al viceré d'Egitto

Il punto di partenza dell'intera vicenda è una richiesta rimasta senza risposta. Alessandro Torlonia scrisse al viceré d'Egitto chiedendo due obelischi autentici. Per tutto il 1838 la risposta non arrivò. A quel punto il principe romano prese la decisione che cambia la storia del suo giardino: se l'Egitto non gliene dava, se li sarebbe fatti fare.

Conviene misurare l'audacia della scelta. Fabbricare due obelischi nell'Ottocento significava affrontare in proprio tutte le difficoltà che nell'antichità erano state affrontate da uno Stato: trovare un banco di roccia sano e abbastanza lungo da ricavarne un monolito di dieci metri senza fratture, tagliarlo, sagomarlo, trasportarlo per centinaia di chilometri, inciderlo con una scrittura che nessuno in Europa sapeva leggere fino a pochi anni prima e infine metterlo in piedi. Nessuno dei quattro passaggi era scontato.

Perché due, e non uno soltanto

La risposta è nel programma commemorativo. Un solo obelisco avrebbe celebrato una persona sola. Due obelischi permettevano di onorare insieme il padre e la madre, Giovanni e Anna Maria, dando a ciascuno un monumento identico per forma e misura ma diverso per testo, per orientamento e per data di innalzamento. La coppia serve anche all'architettura: solo con due monoliti si poteva costruire quell'asse simmetrico che attraversa il Casino Nobile da nord a sud.

C'è poi una ragione meno nobile e molto ottocentesca: il raddoppio è ostentazione. Chiunque a Roma poteva mostrare un obelisco antico in una piazza papale. Nessun privato poteva mostrarne due, nuovi, nel proprio giardino, con il proprio nome inciso in geroglifici. Il messaggio arriva ancora oggi, intatto, a chi cammina nel parco.

Il granito rosa di Baveno, la pietra degli Obelischi di Villa Torlonia

La scelta del materiale è il primo atto tecnico del progetto, ed è una scelta consapevole e in un certo senso filologica. Gli obelischi egizi classici sono in granito rosso di Assuan, la pietra della prima cateratta del Nilo. Non potendo avere Assuan, Torlonia cercò il granito disponibile più somigliante: quello delle cave di Baveno, sul lago Maggiore, all'epoca nel Regno di Sardegna e oggi in provincia del Verbano-Cusio-Ossola.

Il granito di Baveno è un granito rosa a grana media, con feldspato di colore caldo, quarzo grigio e mica scura. Levigato, restituisce un rosa uniforme e luminoso che a distanza si confonde davvero con il rosso di Assuan. Non è un sostituto di ripiego: è una pietra storicamente importante per l'edilizia monumentale italiana, e la sua fortuna ottocentesca deve non poco proprio a commesse spettacolari come questa.

Perché Baveno e non un'altra cava

Le condizioni da soddisfare erano tre insieme, e pochissimi bacini estrattivi le soddisfacevano tutte. Primo, il colore: doveva essere rosa, altrimenti l'illusione egizia sarebbe caduta al primo sguardo. Secondo, la compattezza: un monolito di dieci metri si ricava soltanto da un fronte di cava privo di fratture passanti, perché una sola lesione trasversale manda in pezzi mesi di lavoro. Terzo, e forse decisivo, la posizione: Baveno si trova sulla riva del lago Maggiore, e un blocco da ventidue tonnellate nell'Ottocento viaggia comodamente solo sull'acqua.

Quest'ultimo punto merita attenzione, perché spiega la geografia dell'impresa meglio di qualunque altra considerazione estetica. Dalla cava alla riva del lago il tragitto è breve. Dal lago si entra nel sistema fluviale e da lì si raggiunge il mare. Una cava altrettanto bella ma collocata in montagna, lontana da un corso d'acqua navigabile, avrebbe reso il progetto semplicemente impossibile con i mezzi del tempo.

Il viaggio dal lago Maggiore a Roma

Il percorso dei due obelischi è uno dei capitoli più affascinanti della storia dei trasporti ottocenteschi in Italia, e vale la pena seguirlo passo per passo. I monoliti lasciarono il lago Maggiore e scesero per fiume fino alle foci del Po. Lì furono caricati per la navigazione marittima sul bastimento chiamato Fortunato, che li portò via mare fino alla costa laziale e poi su per il corso dell'Aniene.

Lo sbarco avvenne a Ponte Nomentano, il ponte antico sull'Aniene da cui prende nome la via Nomentana. Da lì alla villa restavano pochi chilometri in linea d'aria, ma furono i più lenti di tutto il viaggio: il trasporto via terra dallo sbarco al parco durò otto giorni. Otto giorni per coprire una distanza che oggi un autobus percorre in un quarto d'ora. È la misura esatta di che cosa significasse muovere ventidue tonnellate su strada senza motori.

Il bastimento Fortunato, cantiere galleggiante

Il Fortunato, un trabaccolo le cui fiancate erano state smontate per accogliere il carico, non fu soltanto un mezzo di trasporto. Fu anche il laboratorio in cui si incisero i geroglifici. La soluzione è ingegnosa e nasce da un vincolo pratico: una volta che il monolito è disteso su una nave, girarlo per lavorare le altre facce è più semplice che a terra, perché lo scafo funziona da culla e il peso si distribuisce sulla struttura.

Gli scalpellini lavoravano dunque una faccia alla volta. Terminata l'incisione di un lato, l'obelisco veniva ruotato verso l'esterno per esporre una nuova faccia. Con l'ultima rotazione i monoliti si trovarono letteralmente fuori dalla nave: il sistema di rotazioni successive li aveva progressivamente spostati oltre il bordo. Il racconto, tramandato dalla letteratura sull'impresa, restituisce l'immagine di un cantiere galleggiante in cui la nave stessa era parte dell'attrezzatura.

I geroglifici degli Obelischi di Villa Torlonia

Qui sta l'aspetto più sorprendente dei due monoliti, quello che li rende un documento di storia della cultura e non solo un arredo da giardino. Nel 1842 i geroglifici erano leggibili da pochissimi anni. Jean-François Champollion aveva annunciato la decifrazione nel 1822 con la celebre lettera a Monsieur Dacier, ed era morto nel 1832. Far incidere testi geroglifici nuovi, composti apposta, significava mettere alla prova la giovanissima egittologia europea su un monumento pubblico e permanente.

Non si trattava di copiare segni a caso per fare scena, come accadeva in mille oggetti dell'egittomania ottocentesca. I testi degli obelischi Torlonia furono composti come testi veri, con un contenuto preciso, nomi propri, titoli, date e formule augurali, e furono poi tradotti in latino sulle basi perché il pubblico colto potesse verificarli. È una operazione di traduzione in due direzioni: dall'italiano al geroglifico e dal geroglifico al latino.

Luigi Maria Ungarelli, il barnabita egittologo

L'autore dei testi fu il padre barnabita bolognese Luigi Ungarelli, vissuto dal 1779 al 1845, egittologo esperto di geroglifici e collaboratore di Jean-François Champollion. È una figura che merita più fama di quanta ne abbia: religioso e studioso, fu uno dei pochi in Italia in grado di lavorare sui testi egizi nel decennio immediatamente successivo alla decifrazione.

Affidare a Ungarelli la stesura delle iscrizioni fu una scelta di qualità, non di comodo. Il principe avrebbe potuto accontentarsi di segni decorativi, e nessuno a Roma se ne sarebbe accorto. Volle invece un contenuto autentico, redatto da chi aveva lavorato con il decifratore. Il risultato è che gli Obelischi di Villa Torlonia sono, a loro modo, una pubblicazione scientifica alta dieci metri.

I calchi di San Giovanni e di Piazza del Popolo

Comporre il testo non bastava: bisognava anche scolpirlo nello stile giusto. Gli scalpellini non avevano una tradizione a cui appoggiarsi, perché nessuno in Europa incideva geroglifici da millenni. La soluzione fu elegante e tipicamente romana: ci si servì di calchi tratti dai geroglifici di due obelischi egizi autentici presenti in città, quello del Laterano, davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano, e quello di Piazza del Popolo.

La scelta dei due modelli non è casuale. L'obelisco lateranense è il più alto di Roma e proviene da Karnak; quello di Piazza del Popolo, il Flaminio, fu il primo obelisco portato a Roma da Augusto. Sono due monumenti di riferimento assoluto per chiunque volesse studiare come un segno geroglifico viene effettivamente inciso nel granito: profondità del solco, resa delle curve, spaziatura fra le colonne, proporzione dei segni. Copiare quei calchi significava imparare il mestiere dai maestri antichi, senza intermediari.

Le traduzioni latine di Gabriele Laureani

Per consentire la comprensione dei testi, Alessandro Torlonia fece scolpire la traduzione in latino sulle basi in travertino degli obelischi. La traduzione fu eseguita da monsignor Gabriele Laureani, vissuto dal 1788 al 1850, custode generale dell'Accademia dell'Arcadia e primo custode della Biblioteca Vaticana. Anche qui la scelta della persona è significativa: il latinista più titolato della Roma pontificia, messo al servizio di un testo composto in una lingua morta da quindici secoli e decifrata da vent'anni.

L'effetto pratico, per il visitatore, è notevole. Davanti a quasi tutti gli obelischi del mondo si guarda una superficie incomprensibile. Davanti a questi due si può scendere con lo sguardo dal geroglifico al travertino e leggere che cosa dice. È un'esperienza che nel panorama monumentale romano ha pochissimi equivalenti, e sfugge alla maggior parte di chi attraversa il parco distrattamente.

Le iscrizioni degli Obelischi di Villa Torlonia

I testi meritano di essere riportati, perché sono la voce diretta del committente. Sono formulati secondo lo schema delle iscrizioni monumentali egizie, con il nome del dedicante, quello del dedicatario, il motivo della dedica, il materiale, il luogo e la data espressa nel calendario egiziano. Il risultato è un ibrido affascinante: contenuto ottocentesco, forma faraonica.

L'obelisco dedicato al padre, Giovanni Raimondo

Il testo inciso in geroglifici sull'obelisco dedicato al padre, tradotto in italiano, recita:

ALESSANDRO TORLONIA DUCA DI CERI HA FATTO TAGLIARE DALLA CAVA DI BAVENO NEL SEMPIONE DUE NOBILI OBELISCHI. / QUESTO OBELISCO È DEDICATO DA ALESSANDRO PRINCIPE DI CIVITELLA CESI AL PADRE SUO GIOVANNI GIÀ DUCA DI BRACCIANO, AL FINE DI ETERNARE IL NOME DI LUI NELLA PATRIA. / L'ANNO 1842, IL MESE DI MESORI IL GIORNO 28 IN CUI L'OBELISCO LAVORATO IN GRANITO ROSA VENNE INNALZATO D'INCONTRO LA PORTA CHE GUARDA IL SETTENTRIONE.

Tre cose vanno notate. La prima è che il testo dichiara apertamente la provenienza della pietra: la cava di Baveno è nominata nel geroglifico, senza alcun tentativo di spacciare il monolito per egizio. La seconda è il titolo di duca di Ceri accanto a quello di principe di Civitella Cesi, che fotografa l'accumulo di feudi e dignità della famiglia. La terza è la formula finale, quella porta che guarda il settentrione: l'iscrizione registra l'orientamento del monumento, esattamente come facevano i testi egizi.

L'obelisco dedicato alla madre, Anna Maria

Il testo inciso in geroglifici sull'obelisco dedicato alla madre, tradotto in italiano, recita:

IL FIGLIO DEL DUCA DI BRACCIANO HA ABBELLITO L'EDIFÌCIO DEL PADRE SUO (LA VILLA) HA EDIFICATO CASE SONTUOSE, BRILLANTI COME IL SOLE, PER LA PERPETUITÀ DEI GIORNI. / CON SINGOLARE MUNIFICENZA HA IL DUCA ALESSANDRO TORLONIA FATTO NAVIGARE DUE OBELISCHI DAL TICINO SINO A ROMA. / QUESTO MONOLITO S'INTITOLI L'OBELISCO DELLA FU DUCHESSA ANNA MARIA TORLONIA, CHE IN ATTESTATO DI OSSEQUIO HA FATTO SCOLPIRE IL FIGLIO SUO. / L'ANNO 1842 MESE THÒOT GIORNO 23 , VENNE INNALZATO L'OBELISCO D'INCONTRO LA PORTA CHE GUARDA IL MEZZOGIORNO: CIÒ SIA PER GIORNI INNUMEREVOLI.

Questo secondo testo è più ricco e più rivelatore del primo. Non si limita a dedicare il monumento: racconta l'intera impresa della villa, dichiarando che il figlio ha abbellito l'edificio del padre e ha edificato case sontuose, brillanti come il sole. È una autocelebrazione esplicita, formulata nella lingua delle stele regali egizie, dove i faraoni elencavano le proprie costruzioni con la stessa identica retorica. E cita il Ticino come via d'acqua, perché il Ticino è l'emissario del lago Maggiore.

Le date egiziane, Mesori e Thòot

Le due iscrizioni datano gli innalzamenti secondo il calendario egiziano: mese di Mesori giorno 28 per il primo, mese di Thòot giorno 23 per il secondo. Mesori è l'ultimo mese dell'anno egizio, Thòot il primo: i due obelischi, nella finzione cronologica dell'iscrizione, chiudono un anno e ne aprono un altro. Che l'effetto sia voluto o sia il risultato meccanico della conversione delle date reali del 1842, resta una delle raffinatezze nascoste del monumento, e non figura in nessun cartello del parco.

L'uso del calendario egiziano completa il travestimento. Un lettore ottocentesco capace di seguire il testo si trovava davanti a un documento formalmente egizio in ogni sua parte, dalla scrittura alla datazione, e sostanzialmente romano in ogni contenuto. È esattamente il gioco che l'egittomania colta amava di più.

L'innalzamento del 4 giugno 1842

Il primo obelisco a essere messo in piedi fu quello dedicato a Giovanni Raimondo, nel pomeriggio del 4 giugno 1842. Fu un evento pubblico organizzato come uno spettacolo, e il racconto che ne è rimasto è uno dei documenti più vivi della Roma di Gregorio XVI.

Centonovanta uomini e otto argani

L'obelisco fu innalzato da centonovanta uomini, tra i quali sedici artiglieri che azionavano otto argani, al rullo dei tamburi. La presenza degli artiglieri non è folklore: nell'Ottocento il corpo che possedeva la competenza tecnica per manovrare grandi masse con argani, paranchi e funi era l'artiglieria, abituata a spostare pezzi pesantissimi su terreni difficili. Il rullo dei tamburi non era accompagnamento musicale, era il metronomo che sincronizzava lo sforzo: centonovanta uomini che tirano insieme devono tirare a tempo, altrimenti il carico oscilla.

In circa mezz'ora l'obelisco fu portato sulla verticale del piedistallo, per esservi imperniato. Mezz'ora per sollevare ventidue tonnellate dalla posizione orizzontale a quella verticale, con la sola forza umana moltiplicata dagli argani, è un risultato tecnico notevole, e dice molto della preparazione del cantiere: le prove, le funi, i contrappesi e i punti di attacco erano stati studiati nei minimi particolari.

Settemila spettatori, un papa e un re

Davanti al monumento c'erano settemila spettatori. La Strada Pia, oggi via XX Settembre, e la via Nomentana erano per l'occasione ingorgate di pedoni e di carrozze. Fra queste c'era quella di papa Gregorio XVI, che non aveva voluto mancare all'evento, insieme al re di Baviera Ludovico I e a tre cardinali, tra i quali il potente segretario di Stato Luigi Lambruschini.

Vale la pena fermarsi su questo elenco. Un papa regnante, un sovrano straniero appassionato d'arte e di antichità, il segretario di Stato e settemila romani convocati nel giardino privato di un banchiere. Nessuna cerimonia poteva certificare meglio l'arrivo dei Torlonia al vertice della società romana. L'obelisco, prima ancora di essere un monumento funerario, fu un atto sociale perfettamente riuscito.

L'acquazzone e la ripresa alla luce delle fiaccole

Poi accadde l'imprevisto. Un violento acquazzone costrinse le maestranze a interrompere l'operazione e a cercare riparo. Anche il papa dovette ripararsi nel Casino Nobile, e il principe fu lieto di farglielo visitare: un contrattempo trasformato all'istante in occasione mondana, con il pontefice accompagnato personalmente nelle sale della residenza appena rinnovata da Caretti.

L'innalzamento riprese dopo il tramonto, alla luce delle fiaccole, e soltanto dopo aver sostituito le corde, che erano inzuppate d'acqua. Il dettaglio è tecnico e importante: la canapa bagnata si allunga, perde carico di rottura e diventa infida, e nessun capomastro serio avrebbe rischiato ventidue tonnellate su funi gonfie d'acqua. La sostituzione delle corde in piena notte, con il cantiere già carico, è il momento in cui l'impresa rischiò davvero.

La festa finale

L'opera fu completata tra fuochi d'artificio, sparo di mortaretti, lancio di palloni aerostatici e musica di diverse bande. Il repertorio è quello canonico delle grandi feste romane dell'epoca, con l'aggiunta significativa dei palloni aerostatici, che nel 1842 erano ancora una meraviglia moderna e comparivano soltanto nelle celebrazioni più costose.

Chi immagina il parco di Villa Torlonia come un luogo silenzioso farebbe bene a ricostruire mentalmente quella notte: torce, tamburi, bande, mortaretti, un obelisco che sale nel buio e settemila persone che guardano. È probabilmente la giornata più affollata che questo giardino abbia mai conosciuto.

Il secondo obelisco, 26 luglio 1842

L'obelisco dedicato ad Anna Maria Torlonia fu innalzato sul suo piedistallo circa un mese e mezzo dopo, il 26 luglio 1842, in occasione della festa di Sant'Anna: la scelta della data è evidentemente simbolica, perché lega la dedica alla madre alla ricorrenza dell'omonima santa. Il monolito fu collocato nella zona retrostante del palazzo, davanti alla facciata meridionale.

Di questa seconda cerimonia si conserva molta meno memoria, ed è comprensibile: il colpo di teatro era già stato assestato a giugno, il papa non replicò, e l'innalzamento del secondo obelisco fu soprattutto il completamento tecnico di un programma già annunciato. Per chi visita il parco, però, il secondo monolito è spesso il più interessante da osservare, perché si trova in una parte meno battuta del giardino e lo si guarda quasi sempre in solitudine.

Obelischi di Villa Torlonia
Obelischi di Villa Torlonia

Il parco che ospita gli Obelischi di Villa Torlonia

I due obelischi non si capiscono fuori dal loro contenitore. Il parco di Villa Torlonia si trova nel II Municipio di Roma e ha una superficie complessiva di circa 132.000 metri quadrati, con una storia stratificata sia dal punto di vista della funzione storico-sociale sia per l'evoluzione dei suoi caratteri paesaggistici. Gli ingressi principali sono su via Nomentana 70, via Siracusa e via Lazzaro Spallanzani.

Nel Settecento era una proprietà agricola dei Pamphilj, passata poi ai Colonna e infine, alla fine del secolo, al banchiere Giovanni Torlonia. La trasformazione in residenza di rappresentanza comincia con Giuseppe Valadier fra il 1802 e il 1806, prosegue con Giovan Battista Caretti dal 1832 e continua con Quintiliano Raimondi e Giuseppe Jappelli. Nel 1925 la villa fu concessa come residenza a Benito Mussolini, che vi rimase fino al 1943. Nel 1977 fu acquistata dal Comune di Roma e dal 1978 è aperta al pubblico come parco.

L'asse del Casino Nobile

Il Casino Nobile è il perno di tutto. Valadier lo ricavò fra il 1802 e il 1806 inglobando la vecchia struttura della Vigna Colonna e aggiungendovi avancorpi, porticati e ariose terrazze. Caretti, dal 1832, gli diede il volto attuale con un maestoso pronao dotato di loggia monumentale sulla facciata principale, sostituendo le ali porticate originarie con colonne doriche ai fianchi dell'edificio.

Quel pronao è il motivo per cui l'obelisco settentrionale funziona così bene. Un tempio neoclassico con colonne e frontone, visto da lontano lungo il viale, richiede un contrappunto verticale che ne dichiari la solennità. L'obelisco fa esattamente questo: taglia il cielo davanti al frontone e trasforma una facciata in una scenografia. Chi vuole capire il progetto deve mettersi in asse e guardare i due elementi insieme, non separatamente.

Gli altri edifici del parco

Attorno agli obelischi il parco conserva un repertorio di costruzioni che non ha eguali a Roma: il Casino Nobile, il Casino dei Principi, la Casina delle Civette, il Tempio di Saturno, la Cappella di Sant'Alessandro, l'Anfiteatro, la Torre, la Serra e la Grotta Moresca, la Capanna Svizzera. A questi si aggiungono le finte rovine neoclassiche e il campo da tornei, oltre alla Villa Medievale che oggi ospita Technotown e alla Limonaia adibita a punto di ristoro.

Questa varietà è il frutto di una precisa idea di giardino ottocentesco, in cui il percorso doveva riservare sorprese di stile diverso a ogni curva: un tempietto classico, una grotta moresca, una capanna alpina, un anfiteatro. Gli obelischi, in questo repertorio, rappresentano la componente egizia, indispensabile in qualunque giardino colto del tempo. La differenza è che qui la componente egizia fu presa terribilmente sul serio.

La Serra Moresca e la Torre

Il complesso della Serra Moresca fu progettato da Giuseppe Jappelli intorno al 1839, negli stessi anni in cui si lavorava agli obelischi, e si ispira dichiaratamente all'Alhambra di Granada, con impiego di peperino, ferro e ghisa. Comprende la serra vera e propria, con fontana e piante esotiche, una grotta artificiale con cascatelle e laghetti, e la torre caratterizzata da ampie finestre con intelaiature in ghisa e vetri colorati.

Il complesso ha attraversato una lunga stagione di degrado ed è stato recuperato in due fasi, la prima fra il 2007 e il 2013, la seconda conclusa più di recente sotto la direzione della Sovrintendenza Capitolina, con allestimento museale. Oggi è aperto al pubblico, ma con un calendario proprio, differente da quello degli altri musei della villa, e resta chiuso nei mesi di luglio e agosto.

La Casina delle Civette

La Casina delle Civette nacque nel 1840 come Capanna Svizzera, progettata da Jappelli su commissione dello stesso Alessandro Torlonia, con paramenti esterni a bugne di tufo e interni dipinti a tempera a imitazione di rocce. Subì poi trasformazioni successive fino a diventare la dimora del principe Giovanni Torlonia junior, che la occupò fino alla morte, avvenuta nel 1938.

Oggi ospita il museo delle vetrate artistiche, celebre per la collezione di vetrate Liberty realizzate da laboratori come quello di Picchiarini, e per le decorazioni interne in ferro battuto, boiseries, stucchi e maioliche. Chi visita gli obelischi fa bene a mettere in programma anche questa, perché è la testimonianza più compiuta di che cosa significasse, per i Torlonia, costruire un giardino come collezione di mondi diversi.

Il bunker di Villa Torlonia, l'altra faccia del parco

A poche decine di metri dagli obelischi si apre un capitolo di storia completamente diverso, e vale la pena conoscerlo perché quasi nessuno collega le due cose. Sotto il parco esistono tre rifugi antiaerei, realizzati in momenti successivi durante gli anni della residenza di Mussolini, e vi si accede esclusivamente con visita guidata.

Il primo rifugio fu ricavato dalla cantina sotto il laghetto detto del Fucino, lunga sessanta metri e larga cinque, che alla fine del 1940 fu equipaggiata con porte antigas e con un sistema di filtraggio e rigenerazione dell'aria. Nel 1941 fu realizzato un secondo rifugio seminterrato sotto la Sala da ballo del Casino Nobile. Nel dicembre del 1942 cominciò la costruzione del bunker vero e proprio, scavato a circa 6,50 metri di profondità, protetto da quattro metri di cemento armato, di forma cilindrica con sviluppo a croce. Il 25 luglio 1943 Mussolini fu destituito e il bunker non era ancora completato.

Come si visita il bunker

L'accesso avviene soltanto con visita guidata su prenotazione, con calendario dedicato e modalità differenti per singoli e gruppi. L'allestimento attuale combina gli elementi storici con una componente immersiva che comprende simulazioni sonore e vibrazioni del terreno, ottenute attraverso dieci trasduttori collocati sotto il pavimento.

Dal seminterrato del Casino Nobile si accede al secondo rifugio fatto sistemare da Mussolini e al bunker costruito successivamente, e una galleria sotterranea collegava il seminterrato al Casino dei Principi. Il parco che in superficie mostra due obelischi ottocenteschi dedicati a una madre e a un padre nasconde a pochi metri di profondità la paura del 1943: è un contrasto che nessun altro giardino romano offre con la stessa nettezza.

Gli obelischi di Roma e il posto dei due Torlonia

Per collocare correttamente i due monoliti serve uno sguardo d'insieme sulla città. Roma conserva obelischi egizi autentici, portati in età imperiale, e obelischi di fabbricazione romana antica, realizzati a imitazione. A questi si aggiungono i monoliti moderni. La maggior parte è concentrata nelle piazze del centro: il Flaminio a Piazza del Popolo, il lateranense davanti a San Giovanni in Laterano, quello di Piazza Navona sulla Fontana dei Quattro Fiumi, il piccolo elefantino di Santa Maria sopra Minerva, quello davanti a Trinità dei Monti sopra la scalinata di Piazza di Spagna, quello del Quirinale fra i Dioscuri.

In quell'elenco i due obelischi di Villa Torlonia occupano una posizione unica: sono gli unici a essere stati concepiti, tagliati, incisi e innalzati interamente nell'Ottocento per un committente privato, dentro una proprietà privata, e con un testo geroglifico composto apposta. Non sono un riuso, non sono un trofeo, non sono un restauro. Sono una creazione.

Egittomania romana, prima e dopo

La passione romana per l'Egitto ha una storia lunghissima. Cominciò con Augusto, continuò con i santuari isiaci di età imperiale e con le imitazioni romane, si riaccese nel Rinascimento e nel Barocco con gli obelischi rimessi in piedi dai papi e con le invenzioni di Athanasius Kircher e di Bernini. La decifrazione dei geroglifici del 1822 le diede una spinta nuova e di tipo diverso: da allora l'Egitto non fu più soltanto un immaginario, ma un testo che si poteva leggere.

Gli Obelischi di Villa Torlonia nascono esattamente su quella soglia. Sono figli dell'egittomania decorativa per forma e collocazione, ma figli della nuova egittologia scientifica per contenuto. Vent'anni prima sarebbero stati impossibili, perché nessuno avrebbe saputo scrivere il testo; vent'anni dopo sarebbero stati probabilmente diversi, perché la disciplina avrebbe già preso strade più accademiche e meno spettacolari.

Altri luoghi romani dell'Egitto

Chi si appassiona a questa vena può costruirsi un itinerario cittadino che unisce monumenti lontanissimi tra loro. La Piramide Cestia è il monumento egittizzante più antico e più clamoroso della città, tomba di un magistrato romano costruita in una decina d'anni alla fine del primo secolo avanti Cristo. I Musei Capitolini conservano materiali egizi ed egittizzanti, e altrettanto fa il complesso di Villa Adriana a Tivoli, dove Adriano fece costruire il Canopo in ricordo di un santuario del delta del Nilo.

Aggiungere Villa Torlonia a questo itinerario cambia la prospettiva, perché introduce l'unico capitolo ottocentesco della serie. Si passa dalla Roma che saccheggia l'Egitto alla Roma che lo imita, e infine alla Roma che lo studia e lo riscrive. Tre atteggiamenti diversi verso la stessa civiltà, tutti visibili nel raggio di pochi chilometri.

Come arrivare agli Obelischi di Villa Torlonia

L'indirizzo di riferimento è via Nomentana 70, nel quartiere Nomentano, poco oltre Porta Pia rispetto al centro storico. Gli altri due ingressi si trovano su via Siracusa e su via Lazzaro Spallanzani. Il parco è pubblico e l'accesso è libero: per vedere i due obelischi non serve alcun biglietto, e non serve nemmeno prenotare.

Con i mezzi pubblici

La via Nomentana è servita da linee di superficie che la percorrono per intero a partire dalla zona di Porta Pia, e il modo più semplice di arrivare è scendere alla fermata più vicina all'ingresso monumentale. Le linee e le frequenze cambiano nel tempo e vanno controllate sui canali ufficiali del trasporto pubblico romano prima di uscire di casa, soprattutto nei giorni festivi.

Il consiglio pratico è un altro: se si arriva dal centro, conviene scendere prima e fare l'ultimo tratto a piedi lungo la Nomentana. Si attraversa uno dei tratti urbani più belli della Roma umbertina, con i villini e i palazzi di primo Novecento, e si arriva all'ingresso con l'occhio già predisposto alla scala del parco.

In auto e in bicicletta

Arrivare in auto è possibile, ma il parcheggio nella zona è complicato negli orari di ufficio e nei fine settimana. Chi ha scelta faccia a meno dell'automobile. Va inoltre tenuto presente un vincolo preciso comunicato dai musei: le biciclette non sono ammesse all'interno di Villa Torlonia, quindi chi arriva pedalando deve lasciare il mezzo fuori dai cancelli.

Il dettaglio sorprende molti, perché in altri parchi romani la bicicletta è tollerata o addirittura incoraggiata. Qui la ragione è la fragilità dei percorsi e la densità di edifici storici lungo i vialetti. Vale la pena saperlo prima, per evitare di dover tornare indietro all'ingresso.

Che cosa c'è intorno

Il parco si inserisce in una parte di città ricchissima di occasioni. Poco più a nord si apre Villa Ada, la grande tenuta che fu dei Savoia; verso il quartiere Trieste si trova il quartiere Coppedè, uno dei luoghi più fotografati e più bizzarri della capitale. Chi vuole una giornata dedicata ai grandi parchi storici romani può proseguire con Villa Borghese e il Pincio, oppure spostarsi sulla riva opposta verso Villa Doria Pamphilj, la più estesa di Roma, e Villa Celimontana.

La combinazione che funziona meglio in una mezza giornata è Villa Torlonia al mattino e Coppedè subito dopo: due esempi di fantasia architettonica a ottant'anni di distanza l'uno dall'altro, distanti pochi minuti a piedi, che si illuminano a vicenda.

Domande frequenti sugli Obelischi di Villa Torlonia

Dove si trovano gli Obelischi di Villa Torlonia?

I due Obelischi di Villa Torlonia si trovano dentro il parco di Villa Torlonia, a Roma, con ingresso principale in via Nomentana 70 e ingressi secondari su via Siracusa e via Lazzaro Spallanzani. I due monoliti si trovano a eguale distanza dal Casino Nobile, in asse con i suoi due prospetti principali.

Quanto costa vedere gli Obelischi di Villa Torlonia?

Gli Obelischi di Villa Torlonia non hanno alcun costo, perché si trovano nel parco pubblico e sono accessibili negli orari del giardino, senza biglietto e senza prenotazione. A pagamento sono invece gli edifici museali all'interno del parco, con biglietteria e giorni di chiusura propri.

Gli Obelischi di Villa Torlonia sono egizi?

No, gli Obelischi di Villa Torlonia non sono egizi: sono due monoliti ottocenteschi, fatti realizzare da Alessandro Torlonia nel 1842 in granito rosa di Baveno, con geroglifici composti appositamente pochi anni dopo la decifrazione di Champollion. La forma, il materiale e la patina inducono spesso i visitatori a crederli antichi, ma la data è incisa nelle iscrizioni stesse.

Come si arriva agli Obelischi di Villa Torlonia con i mezzi pubblici?

Gli Obelischi di Villa Torlonia si raggiungono con i mezzi pubblici scendendo su via Nomentana, servita da linee di superficie che la percorrono fra Porta Pia e il quartiere Nomentano. L'indirizzo di riferimento è via Nomentana 70, l'ingresso principale del parco.

Il parco di Villa Torlonia è accessibile in sedia a rotelle?

Sì, il parco di Villa Torlonia è percorribile con sedia a ruote lungo i percorsi principali, che però hanno fondo in ghiaia: la percorrenza è possibile ma faticosa, e con una carrozzina manuale conviene un accompagnatore. I servizi igienici accessibili si trovano all'interno dei musei, non lungo i viali del parco.

Gli Obelischi di Villa Torlonia sono adatti ai bambini?

Sì, gli Obelischi di Villa Torlonia si prestano a un racconto che cattura subito i bambini: due pietre enormi, un principe che scrive a un re lontano e non riceve risposta, centonovanta uomini che le tirano su con le corde. È una storia con inizio, ostacolo e finale, che si racconta in pochi minuti davanti al monumento.

Quando andare a vedere gli Obelischi di Villa Torlonia?

Il parco di Villa Torlonia è bello tutto l'anno, ma in primavera il giardino è al massimo della fioritura con luce del mattino limpida, mentre in autunno il colore delle chiome cambia il fondale dei due obelischi e li rende più fotogenici. L'estate romana a mezzogiorno appiattisce tutto e rende faticosa la visita.

Chi ha fatto costruire gli Obelischi di Villa Torlonia?

Gli Obelischi di Villa Torlonia furono commissionati da Alessandro Torlonia, principe di Civitella Cesi, in memoria dei genitori: il primo, dedicato al padre Giovanni Raimondo, fu innalzato il 4 giugno 1842, il secondo, dedicato alla madre Anna Maria, il 26 luglio dello stesso anno. È l'unico caso romano in cui un privato ottocentesco si firmò in geroglifici.

Per chi preferisce farsi raccontare il parco da un professionista, la rete degli accompagnatori turistici autorizzati che lavorano su Roma e sul Lazio fa capo a TourLeaderPro, che organizza percorsi su misura anche per gruppi aziendali e visite tematiche fuori dai circuiti consueti.

Villa Torlonia - mappa
Villa Torlonia, mappa

Orari, biglietti e visite a Villa Torlonia

Il parco e i musei hanno regole diverse, e confonderle è il primo errore di chi organizza la giornata. Gli obelischi sono nel parco, quindi gratuiti e accessibili negli orari del giardino; gli edifici museali hanno biglietteria, giorni di chiusura e tariffe.

Orari del parco

Il parco osserva un orario stagionale: da ottobre a marzo apre alle 7.00 e chiude alle 19.30; da aprile a settembre apre alle 7.00 e chiude alle 20.30. La chiusura segue quindi la luce, e questo ha una conseguenza pratica notevole per chi vuole fotografare gli obelischi: in inverno l'ora dorata cade abbondantemente dentro l'orario di apertura, in estate la chiusura arriva prima che il sole sia davvero basso.

Orari dei musei

I tre musei principali, Casina delle Civette, Casino Nobile e Casino dei Principi, aprono dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. Sono chiusi il lunedì, il primo maggio e il 25 dicembre. Il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto, dalle 9.00 alle 14.00 con ultimo ingresso alle 13.00. La Serra Moresca e la Torre Moresca hanno un calendario proprio: dal primo aprile al 30 settembre aprono dalle 10.00 alle 19.00, con chiusura totale nei mesi di luglio e agosto, mentre dal primo ottobre al 31 marzo l'orario è dalle 10.00 alle 16.00. Anche per la Serra valgono le chiusure del lunedì, del primo maggio e del 25 dicembre.

Biglietti

La biglietteria è unica ed è collocata al Casino Nobile. Le tariffe in vigore prevedono 13,50 euro di intero e 9,00 di ridotto per il Casino Nobile insieme al Casino dei Principi con mostra; 10,50 di intero e 7,00 di ridotto per la Casina delle Civette con mostra; 8,00 di intero e 5,00 di ridotto per la Serra Moresca con la Torre Moresca; 12,00 di intero e 6,00 di ridotto, riservato alla fascia dai 6 ai 18 anni, per il Bunker e i rifugi antiaerei. Le audioguide, disponibili in italiano, inglese e francese, costano 4,00 euro e vengono consegnate sigillate con auricolari monouso. L'acquisto online comporta un diritto di prevendita di 1,00 euro.

Due informazioni cambiano il quadro per molti visitatori. La prima: dal mese di febbraio 2026 l'ingresso al museo è gratuito per i residenti a Roma e nella Città metropolitana, dietro presentazione di un documento valido. La seconda: la MIC Card, la tessera del sistema dei musei civici romani, dà diritto all'ingresso gratuito. I gruppi da 5 a 25 persone devono effettuare una prenotazione, gratuita, chiamando il numero 060608, con acquisto anticipato di almeno cinque biglietti; le scolaresche entrano gratuitamente presentando la documentazione richiesta.

Contatti e verifiche

Il call center dei musei civici risponde al numero 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00. Prima di partire, in particolare per la Serra Moresca e per il bunker, conviene consultare la sezione degli avvisi sul sito ufficiale, perché chiusure temporanee e impianti fuori servizio vengono comunicati lì e possono modificare il programma della giornata.

Quando andare a vedere gli Obelischi di Villa Torlonia

Il parco è bello tutto l'anno, ma non tutte le stagioni rendono allo stesso modo per chi viene soprattutto per i due monoliti. In primavera il giardino è al massimo della fioritura e la luce del mattino è limpida; in autunno il colore delle chiome cambia il fondale dei due obelischi e li rende molto più fotogenici. L'estate romana, a mezzogiorno, appiattisce tutto e rende faticoso persino camminare, senza contare che la Serra Moresca resta chiusa in luglio e agosto.

Sul giorno della settimana il criterio è semplice: il lunedì i musei sono chiusi, quindi è la giornata peggiore per chi vuole combinare obelischi e interni, ma è anche la più tranquilla per chi vuole soltanto il parco. Il fine settimana il giardino è vissuto intensamente dal quartiere, con famiglie, corridori e bambini: è un bel modo di vederlo vivo, ma non il migliore per una fotografia pulita.

L'ora del giorno

Per l'obelisco settentrionale, quello dedicato al padre, la luce migliore è quella del tardo pomeriggio, quando il sole radente esalta il rosa del granito e stacca il fusto contro il pronao del Casino Nobile. Per quello meridionale, dedicato alla madre, funziona meglio la prima mattina. La differenza dipende dall'orientamento dei due prospetti: uno guarda a settentrione, l'altro a mezzogiorno, ed è scritto nelle iscrizioni stesse.

Gli Obelischi di Villa Torlonia con i bambini

Il parco funziona benissimo con i più piccoli, e i due obelischi si prestano a un racconto che li cattura subito: due pietre enormi, un principe che scrive a un re lontano e non riceve risposta, una nave che porta le pietre lungo i fiumi, centonovanta uomini che le tirano su con le corde e un temporale che manda tutti a nascondersi. È una storia con inizio, ostacolo e finale, e si racconta in cinque minuti davanti al monumento.

Il secondo gancio sono i geroglifici. Far cercare ai bambini i segni ripetuti sulle quattro facce, gli uccelli, i cerchi, le mani, e poi mostrare loro che sulla base in travertino c'è scritto che cosa significano, produce quasi sempre un effetto di stupore. È l'occasione per spiegare che una scrittura può essere dimenticata e poi ritrovata.

Dentro il parco ci sono aree gioco, prati ampi, la Casina delle Civette con le sue vetrate piene di animali e la Villa Medievale che ospita Technotown, il centro dedicato alla creatività scientifica e tecnologica. Una mattinata completa si costruisce senza difficoltà, alternando mezz'ora di monumento e mezz'ora di corsa sul prato.

Accessibilità

Il parco è percorribile con sedia a ruote lungo i percorsi principali, che però hanno fondo in ghiaia: la percorrenza è possibile ma faticosa, e con una carrozzina manuale conviene prevedere un accompagnatore. I servizi igienici accessibili si trovano all'interno dei musei, non lungo i viali del parco.

I due obelischi, trovandosi in spazi aperti e pianeggianti in prossimità del Casino Nobile, sono fra gli elementi più facilmente raggiungibili dell'intero complesso. I musei offrono inoltre servizi dedicati e percorsi tattili e sensoriali per visitatori con disabilità, con un calendario di attività che viene pubblicato sui canali ufficiali. Per esigenze specifiche, la telefonata preventiva al 060608 resta il modo più rapido di ottenere risposte affidabili.

Che cosa guardare da vicino sugli Obelischi di Villa Torlonia

Molti visitatori si fermano a dieci metri, scattano una foto verticale e proseguono. È un peccato, perché questi due monumenti si rivelano soltanto da vicino. Ecco che cosa cercare.

La qualità dell'incisione

Osservate la profondità dei solchi e la nettezza dei contorni. Il granito è una delle pietre più dure da lavorare, e ogni segno geroglifico richiede un lavoro paziente di scalpello e abrasivo. Gli scalpellini del 1842 avevano davanti a sé calchi di obelischi antichi e dovevano riprodurne lo stile senza avere alcuna pratica precedente: confrontare la resa di segni identici su facce diverse permette a volte di distinguere mani differenti al lavoro.

Le basi in travertino

Sono la parte più trascurata e la più parlante. Lì si legge il testo latino, e lì si misura l'intenzione didattica del committente. Il travertino, materiale romano per eccellenza, sostiene il granito del nord travestito da granito egizio: la stratigrafia dei materiali racconta da sola l'intera operazione culturale.

Il piramidion

La punta piramidale che chiude il fusto è l'elemento che più di ogni altro dichiara la fedeltà al modello egizio. Guardatela controluce e valutatene le proporzioni rispetto all'altezza complessiva: la rastremazione del fusto e l'angolo del piramidion sono i due parametri che distinguono un obelisco riuscito da un semplice pilastro appuntito.

Il colore, con il bagnato

Un ultimo consiglio da fotografo: il granito rosa di Baveno cambia completamente con la pioggia. Bagnato, il rosa si satura e il quarzo comincia a brillare, mentre asciutto e in piena luce tende al grigio slavato. Andare al parco subito dopo un acquazzone, con il sole che torna, è il modo migliore per capire perché Alessandro Torlonia scelse proprio questa pietra.

Una curiosità su Obelischi di Villa Torlonia

La curiosità più bella riguarda il testo geroglifico dell'obelisco dedicato alla madre. Non parla soltanto di Anna Maria Torlonia: dichiara che il figlio ha abbellito l'edificio del padre suo e ha edificato case sontuose, brillanti come il sole, per la perpetuità dei giorni. È esattamente la formula con cui i faraoni celebravano le proprie opere edilizie sulle stele regali. Alessandro Torlonia, banchiere romano dell'Ottocento, si è fatto scrivere addosso il curriculum di un re egizio, nella lingua di un re egizio, e lo ha piantato nel proprio giardino.

La seconda pieghetta è ancora più divertente. La stessa iscrizione cita il Ticino come via d'acqua percorsa dai due obelischi. Il Ticino è l'emissario del lago Maggiore, quindi il dato è corretto, ma l'effetto retorico è irresistibile: nella finzione del testo il fiume lombardo prende il posto del Nilo, e la navigazione dei monoliti verso Roma ricalca punto per punto il viaggio degli obelischi antichi da Assuan verso il Mediterraneo. Il travestimento è completo, e nessuno lo dichiara: bisogna leggerlo.

C'è infine una terza curiosità, puramente cronologica. Le due iscrizioni datano gli innalzamenti al mese di Mesori e al mese di Thòot, che nel calendario egiziano sono rispettivamente l'ultimo e il primo mese dell'anno. I due obelischi, nella loro datazione ufficiale, chiudono un ciclo e ne aprono un altro.

Una cosa che non ti dice nessuno su Obelischi di Villa Torlonia

Nessuno vi dirà che questi due obelischi non sono antichi. La forma, il materiale, i geroglifici e la patina inducono quasi tutti i visitatori a darli per egizi, e il parco non fa nulla per correggere l'impressione. Eppure la loro data di nascita è scritta nelle iscrizioni stesse: 1842. Sapere che sono ottocenteschi non toglie nulla, semmai aggiunge: significa che qualcuno, appena vent'anni dopo la decifrazione dei geroglifici, ha avuto la spregiudicatezza di scrivere un testo nuovo in una lingua morta e di inciderlo su ventidue tonnellate di granito.

La seconda cosa che non vi dicono è che le traduzioni si possono leggere. Sulle basi in travertino ci sono i testi latini, ed è una delle pochissime occasioni al mondo in cui si può passare dal geroglifico al significato senza intermediari e senza pannelli. La maggior parte delle persone gira attorno al monumento senza abbassare mai lo sguardo al basamento, che è precisamente il punto in cui il monumento parla.

La terza riguarda la posizione. I due obelischi non sono collocati a caso in mezzo al verde: si trovano a eguale distanza dal Casino Nobile, in asse con i due prospetti principali. Visitare il parco a zonzo, come fanno quasi tutti, significa perdere completamente il progetto. Chi vuole vederlo deve mettersi sull'asse nord e camminare in linea retta fino all'asse sud, attraversando l'edificio con lo sguardo. È un percorso di pochi minuti e cambia radicalmente la comprensione del luogo.

Il consiglio che ti do per visitare Obelischi di Villa Torlonia

Il consiglio è di visitarli come una sequenza, non come due oggetti separati. Entrate dall'ingresso monumentale di via Nomentana 70, percorrete il viale principale e fermatevi davanti all'obelisco dedicato a Giovanni Raimondo con il pronao del Casino Nobile sullo sfondo. Restate lì qualche minuto, leggete la base in travertino, poi girate attorno al monolito e osservate le quattro facce, perché il testo continua su tutte.

Da lì proseguite verso il Casino Nobile, aggiratelo o attraversatelo se avete il biglietto, e uscite sul lato opposto. Il secondo obelisco, quello di Anna Maria, appare in asse davanti alla facciata meridionale. Fatto questo, avete capito il progetto: la casa fra i due genitori, il figlio al centro, l'asse unico che li tiene insieme. Sono venti minuti di camminata e valgono più di qualunque guida.

Le cose pratiche che fanno la differenza: andate presto, perché il parco apre alle 7.00 e la prima ora è di gran lunga la più bella; portate una bottiglia d'acqua, perché i viali in estate sono lunghi e poco ombreggiati nei tratti centrali; lasciate la bicicletta fuori, perché dentro non è ammessa; e se volete anche i musei, controllate il lunedì sul calendario, perché sono chiusi. Un parere netto: chi arriva a Villa Torlonia per i musei e guarda gli obelischi di sfuggita se ne va senza aver visto la cosa più originale del parco.

Chi preferisce affidarsi a un professionista per costruire l'intera giornata romana intorno a questa visita trova il riferimento su TourLeaderPro Roma, che lavora con gruppi e aziende sul territorio della capitale.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che Mussolini abitò a Villa Torlonia. Pochi collegano quel fatto agli obelischi, eppure il collegamento è fisico e vale la pena esplicitarlo: per diciotto anni, dal 1925 al 1943, il capo del governo italiano si affacciò ogni giorno su un monumento funerario dedicato da un banchiere ottocentesco ai propri genitori, scritto in geroglifici e tradotto in latino. Il parco che oggi attraversiamo con il passeggino era una residenza privata sorvegliata, e quei due monoliti erano parte del panorama quotidiano del potere.

Il secondo fatto poco citato riguarda la profondità del sottosuolo. Sotto il prato in cui si fotografano gli obelischi corrono tre rifugi antiaerei: la cantina del Fucino, lunga sessanta metri e larga cinque, attrezzata alla fine del 1940 con porte antigas e impianto di filtraggio dell'aria; il rifugio seminterrato del 1941 sotto la Sala da ballo; e il bunker vero e proprio, cominciato nel dicembre del 1942, scavato a 6,50 metri di profondità e protetto da quattro metri di cemento armato, mai completato perché il 25 luglio 1943 Mussolini fu destituito. Il giardino ha due livelli e due epoche, e la distanza tra loro è di pochi metri.

Il terzo riguarda la proprietà. La villa fu acquistata dal Comune di Roma nel 1977 e aperta al pubblico dal 1978. Prima di allora, per quasi due secoli, chi voleva vedere questi obelischi doveva essere invitato. Il fatto che oggi si entri gratuitamente dalle 7.00 del mattino è una conquista recente, e vale la pena ricordarlo camminando sui viali.

La foto giusta da fare a Obelischi di Villa Torlonia

La fotografia che porterete a casa non è quella frontale del monolito isolato, che appiattisce tutto e non racconta niente. È quella in asse: obelisco in primo piano leggermente decentrato e pronao del Casino Nobile sullo sfondo, con le colonne che salgono dietro il fusto di granito. Serve un obiettivo non troppo grandangolare, perché il grandangolo distorce la verticale e fa cadere l'obelisco all'indietro, e serve luce radente di tardo pomeriggio sul lato nord.

La seconda inquadratura da programmare è il dettaglio dei geroglifici a distanza ravvicinata, con luce laterale che crea ombra dentro i solchi. Al sole pieno di mezzogiorno l'incisione sparisce, perché non c'è ombra a rivelarla; a luce radente ogni segno diventa leggibile. È la stessa ragione per cui gli archeologi fotografano le iscrizioni all'alba o al tramonto.

La terza è la meno ovvia e la più bella: la base in travertino con il testo latino in primo piano e il fusto che si perde in verticale fuori fuoco. È l'immagine che spiega il monumento, perché mostra insieme la scrittura misteriosa e la sua traduzione. Se dovessi sceglierne una sola per raccontare gli Obelischi di Villa Torlonia a chi non c'è mai stato, sceglierei questa.

Un accorgimento tecnico, infine. Il granito rosa bagnato satura e brilla, asciutto in piena luce tende al grigio. Se potete scegliere la giornata, andate subito dopo la pioggia. Se non potete, evitate le ore centrali e cercate il cielo leggermente coperto, che è la condizione migliore per fotografare la pietra.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è l'acquisto. Nel 1797 Giovanni Torlonia, creato marchese nello stesso anno, compra sulla Nomentana la villa che era stata dei Colonna e prima ancora dei Pamphilj. È l'atto che trasforma una proprietà agricola in un progetto di rappresentanza, e senza di esso nessuno degli avvenimenti successivi sarebbe accaduto.

Il secondo è il cantiere di Giuseppe Valadier, fra il 1802 e il 1806. L'architetto trasforma il casino esistente in un palazzo elegante, inglobando la vecchia struttura e aggiungendovi avancorpi, porticati e terrazze; converte il piccolo casino Abbati in quello che diventerà il Casino dei Principi; progetta le Scuderie e realizza un maestoso ingresso, poi demolito.

Il terzo è il 1829, anno della morte di Giovanni Torlonia e dell'ingresso in scena di Alessandro, che nel 1832 chiama Giovan Battista Caretti e apre la stagione più creativa del parco, con i lavori che proseguiranno per circa un decennio e coinvolgeranno anche Quintiliano Raimondi, autore del Teatro e della Limonaia, e Giuseppe Jappelli, che dal 1839 circa ridisegna la parte meridionale con la Serra Moresca e, nel 1840, la Capanna Svizzera.

Il quarto è il 4 giugno 1842, il pomeriggio dell'innalzamento del primo obelisco davanti a settemila persone, a papa Gregorio XVI, al re di Baviera Ludovico I e a tre cardinali, con centonovanta uomini agli argani, l'acquazzone che interrompe l'operazione e la ripresa notturna alla luce delle fiaccole. Il quinto è il 26 luglio dello stesso anno, festa di Sant'Anna, quando viene innalzato il secondo obelisco dedicato alla madre.

Il sesto avvenimento è il 1925, quando la villa viene concessa come residenza a Mussolini, che vi resta fino al 1943; con lui arrivano i tre rifugi antiaerei e il bunker rimasto incompiuto. Il settimo è l'occupazione angloamericana del dopoguerra, fra il 1944 e il 1947, che lascia il complesso in condizioni difficili. L'ottavo e ultimo è l'acquisto comunale del 1977 e l'apertura al pubblico dal 1978, seguita dalla lunga stagione dei restauri avviata negli anni Novanta e proseguita, per la Serra Moresca, fra il 2007 e il 2013 e poi fino agli anni recenti.

Chi è passato da Obelischi di Villa Torlonia

Il primo nome è quello del committente, Alessandro Torlonia, nato nel 1800 e morto nel 1886, principe di Civitella Cesi e duca di Ceri, che nel 1875 sarà creato principe del Fucino per aver prosciugato il lago omonimo. I due obelischi portano il suo nome inciso in geroglifici, ed è il solo caso romano in cui un privato ottocentesco si è firmato in questo modo.

Il secondo è papa Gregorio XVI, che il 4 giugno 1842 volle assistere di persona all'innalzamento e che, sorpreso dall'acquazzone, si rifugiò nel Casino Nobile facendosi accompagnare dal principe nella visita delle sale. Con lui c'erano il re di Baviera Ludovico I, sovrano appassionato d'arte e di antichità classiche, e tre cardinali, fra i quali il segretario di Stato Luigi Lambruschini.

Il terzo è il padre barnabita Luigi Ungarelli, vissuto dal 1779 al 1845, bolognese, egittologo e collaboratore di Jean-François Champollion, autore dei testi geroglifici. Accanto a lui va ricordato monsignor Gabriele Laureani, vissuto dal 1788 al 1850, custode generale dell'Accademia dell'Arcadia e primo custode della Biblioteca Vaticana, autore delle traduzioni latine incise sulle basi in travertino.

Il quarto gruppo è quello degli architetti che hanno costruito il contesto: Giuseppe Valadier, Giovan Battista Caretti, Quintiliano Raimondi e Giuseppe Jappelli. Il quinto è il principe Giovanni Torlonia junior, che abitò la Casina delle Civette fino alla morte nel 1938 e che deve a quella dimora la propria fama presso i romani.

Il sesto, inevitabilmente, è Benito Mussolini, residente nella villa dal 1925 al 1943, committente dei rifugi antiaerei e del bunker incompiuto. Il settimo, meno illustre e più numeroso, sono i centonovanta uomini dell'innalzamento del 4 giugno, fra cui i sedici artiglieri agli otto argani, e i settemila spettatori che quel pomeriggio bloccarono la Strada Pia e la via Nomentana con pedoni e carrozze. Sono loro, in fondo, i veri protagonisti della giornata.

Domande veloci sugli Obelischi di Villa Torlonia

Dove si trovano gli Obelischi di Villa Torlonia?

Dentro il parco di Villa Torlonia, a Roma, con ingresso principale in via Nomentana 70 e ingressi secondari in via Siracusa e via Lazzaro Spallanzani. I due monoliti si trovano a eguale distanza dal Casino Nobile, in asse con i due prospetti principali dell'edificio.

Gli Obelischi di Villa Torlonia sono egizi?

No. Sono due obelischi ottocenteschi, fatti realizzare da Alessandro Torlonia e innalzati nel 1842, in granito rosa proveniente dalle cave di Baveno sul lago Maggiore, con geroglifici composti appositamente da un egittologo dell'epoca.

Quanto sono alti gli Obelischi di Villa Torlonia?

Poco più di dieci metri ciascuno, per un peso superiore alle ventidue tonnellate per monolito.

Di che pietra sono fatti?

Granito rosa delle cave di Baveno, sul lago Maggiore, all'epoca nel Regno di Sardegna e oggi in provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Fu scelto perché era, fra i graniti disponibili, il più simile a quello di Assuan usato per gli obelischi egizi.

Perché Alessandro Torlonia non comprò obelischi egizi veri?

Ci provò. Scrisse al viceré d'Egitto chiedendone due autentici, ma per tutto il 1838 non ricevette risposta. A quel punto decise di farli realizzare in Italia.

A chi sono dedicati i due obelischi?

Ai genitori del committente: quello settentrionale al padre Giovanni Raimondo Torlonia, quello meridionale alla madre Anna Maria Torlonia.

Quando furono innalzati?

Il primo nel pomeriggio del 4 giugno 1842, il secondo il 26 luglio dello stesso anno, nel giorno della festa di Sant'Anna.

Chi scrisse i testi geroglifici?

Il padre barnabita bolognese Luigi Ungarelli, vissuto dal 1779 al 1845, egittologo esperto di geroglifici che aveva collaborato con Jean-François Champollion.

Si possono leggere le iscrizioni?

Sì. Sulle basi in travertino di entrambi gli obelischi è incisa la traduzione in latino dei testi geroglifici, eseguita da monsignor Gabriele Laureani, custode generale dell'Accademia dell'Arcadia e primo custode della Biblioteca Vaticana.

Come furono trasportati gli obelischi fino a Roma?

Dal lago Maggiore per fiume fino alle foci del Po, poi per mare sul bastimento Fortunato, quindi risalendo il corso dell'Aniene fino allo sbarco a Ponte Nomentano. L'ultimo tratto via terra, dallo sbarco alla villa, durò otto giorni.

Dove furono incisi i geroglifici?

A bordo del bastimento Fortunato, le cui fiancate erano state smontate. Dopo l'incisione di ciascun lato il monolito veniva ruotato verso l'esterno per esporre una nuova faccia, finché all'ultima rotazione i due obelischi si trovarono fuori dalla nave.

Chi assistette all'innalzamento del primo obelisco?

Settemila spettatori, papa Gregorio XVI, il re di Baviera Ludovico I e tre cardinali, tra i quali il segretario di Stato Luigi Lambruschini. L'operazione fu eseguita da centonovanta uomini, di cui sedici artiglieri addetti a otto argani.

Che cosa successe durante la cerimonia del 4 giugno 1842?

Dopo circa mezz'ora l'obelisco era già sulla verticale del piedistallo, ma un violento acquazzone interruppe l'operazione. Il papa si riparò nel Casino Nobile, accompagnato in visita dal principe. I lavori ripresero dopo il tramonto alla luce delle fiaccole, con le corde sostituite perché inzuppate d'acqua.

Si paga per vedere gli Obelischi di Villa Torlonia?

No. I due obelischi si trovano nel parco pubblico, l'ingresso è libero e gratuito negli orari di apertura del giardino. Il biglietto serve soltanto per gli edifici museali.

Quali sono gli orari del parco di Villa Torlonia?

Da ottobre a marzo dalle 7.00 alle 19.30; da aprile a settembre dalle 7.00 alle 20.30.

Quali sono gli orari dei musei di Villa Torlonia?

Casina delle Civette, Casino Nobile e Casino dei Principi aprono da martedì a domenica dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00, e sono chiusi il lunedì, il primo maggio e il 25 dicembre. La Serra Moresca ha un calendario proprio e resta chiusa a luglio e agosto.

Quanto costa il biglietto dei musei?

Casino Nobile insieme al Casino dei Principi con mostra 13,50 euro di intero e 9,00 di ridotto; Casina delle Civette con mostra 10,50 e 7,00; Serra Moresca con Torre Moresca 8,00 e 5,00; Bunker e rifugi antiaerei 12,00 e 6,00 per la fascia 6-18 anni. Dal febbraio 2026 l'ingresso ai musei è gratuito per i residenti a Roma e nella Città metropolitana.

Si può visitare il bunker di Villa Torlonia?

Sì, ma esclusivamente con visita guidata su prenotazione. Il bunker fu iniziato nel dicembre del 1942, scavato a circa 6,50 metri di profondità e protetto da quattro metri di cemento armato, e non fu mai completato.

Quanto è grande il parco di Villa Torlonia?

La superficie complessiva indicata dai musei è di circa 132.000 metri quadrati.

Si può entrare in bicicletta a Villa Torlonia?

No. Le biciclette non sono ammesse all'interno di Villa Torlonia e vanno lasciate fuori dai cancelli.

Villa Torlonia è accessibile con sedia a ruote?

I percorsi principali sono percorribili, ma il fondo è in ghiaia e richiede attenzione, meglio se con un accompagnatore. I servizi igienici accessibili si trovano nei musei.

Quanto tempo serve per vedere gli Obelischi di Villa Torlonia?

Venti minuti bastano per la sequenza completa, dall'obelisco settentrionale a quello meridionale passando attorno al Casino Nobile. Per il parco intero con almeno un museo serve mezza giornata.

Qual è il periodo migliore per la visita?

Primavera e autunno, con la prima ora del mattino o il tardo pomeriggio. In estate il parco chiude alle 20.30 ma le ore centrali sono faticose, e la Serra Moresca resta chiusa a luglio e agosto.

Chi ha progettato gli edifici di Villa Torlonia?

Giuseppe Valadier fra il 1802 e il 1806, Giovan Battista Caretti dal 1832, poi Quintiliano Raimondi per il Teatro e la Limonaia e Giuseppe Jappelli per la parte meridionale, compresa la Serra Moresca del 1839 circa e la Capanna Svizzera del 1840, divenuta poi Casina delle Civette.

Da quando Villa Torlonia è un parco pubblico?

La villa fu acquistata dal Comune di Roma nel 1977 e aperta al pubblico dal 1978.

Si possono fare fotografie agli obelischi?

Nel parco sì, senza problemi. Per riprese fotografiche professionali e per gli interni museali valgono le condizioni fissate dal gestore, che vanno richieste in anticipo.

Gli Obelischi di Villa Torlonia sono adatti a una visita con bambini?

Sì. La storia della commissione, del viaggio via fiume e dell'innalzamento interrotto dal temporale funziona benissimo con i più piccoli, e il parco offre prati, aree gioco e la Casina delle Civette a pochi passi.

Come si arriva a Villa Torlonia da Roma centro?

Percorrendo la via Nomentana a partire dalla zona di Porta Pia, con le linee di superficie che la servono. Le linee e gli orari vanno verificati sui canali ufficiali del trasporto pubblico prima di partire.

A quali obelischi romani si ispirarono gli scalpellini?

A quelli del Laterano, davanti a San Giovanni, e di Piazza del Popolo, entrambi originali egiziani, dei quali furono utilizzati calchi dei geroglifici per imitarne lo stile.

Che cosa dicono le iscrizioni degli obelischi?

Dichiarano che Alessandro Torlonia ha fatto tagliare due nobili obelischi dalla cava di Baveno, li dedica al padre Giovanni e alla madre Anna Maria, elenca le opere compiute nella villa e registra la data e l'orientamento dell'innalzamento secondo il calendario egiziano.

Per chi prepara una visita a Roma in inglese, le guide pratiche della città e i suggerimenti su che cosa vedere si trovano su ItalyPlanner, mentre la sezione dedicata ad arte e storia raccoglie i percorsi museali e monumentali del paese.

In una frase: gli Obelischi di Villa Torlonia sono il monumento romano più sottovalutato rispetto alla quantità di storia che contengono. Due pietre nuove travestite da antiche, una scrittura appena risuscitata usata per dire cose ottocentesche, un banchiere che si fa re d'Egitto per un pomeriggio davanti a un papa bagnato dalla pioggia. Vale la pena entrare dal cancello di via Nomentana, mettersi in asse e guardarli come vanno guardati.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.

Prepara la visita

Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.

Tagscon i bambinicosa vedere a romaMIC cardMusei Civici di RomaMusei in Comune RomaMuseo Civico di RomanomentanoObelischiObelischi di Villa TorloniaPunto di riferimento storicoRomaVilla Torlonia

Contact Information

IndirizzoVia Nomentana, 70, 00161 Roma RM 161
Telefono+39 06 0608

Le proposte giuste, una volta a settimana

Scegli cosa ti interessa: ti scriviamo solo di quello, con date, orari e prezzi verificati. Niente spam, ti cancelli con un clic.

I tuoi temi