Galleria Sciarra
La Galleria Sciarra è il cortile coperto di Palazzo Sciarra Colonna di Carbognano, nel rione Trevi, e ha due ingressi: uno in via Marco Minghetti, l'altro in piazza dell'Oratorio, a meno di trecento metri dalla Fontana di Trevi. Non è un museo e non ha biglietteria: è un cortile privato aperto al pubblico negli orari d'ufficio, come indica il portale del turismo di Roma Capitale, quindi la mattina e il primo pomeriggio dei giorni feriali sono le ore in cui i cancelli sono quasi sempre aperti, mentre la sera, la notte e i giorni festivi possono trovarvi il passaggio sbarrato. Non si paga nulla, non si prenota nulla, non esiste alcuna card che serva a entrare. Il mezzo pubblico più comodo è la metropolitana linea A, fermata Barberini, dieci minuti a piedi in discesa lungo via del Tritone; in autobus la linea 62 ferma a Corso/Minghetti, cioè all'imbocco stesso della strada. Il complesso di cui la galleria fa parte è oggi sede della Fondazione Roma, che al piano nobile ha aperto la sede principale del Museo del Corso, con ingresso in via Minghetti 22: quello sì ha orari propri, da mercoledì a venerdì dalle 11.00 alle 19.00 e sabato e domenica dalle 10.00 alle 20.00, lunedì e martedì chiuso.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Se state costruendo un itinerario nel centro storico, la pagina delle attrazioni turistiche raccoglie i luoghi vicini, e la Galleria Sciarra si incastra bene fra la Fontana di Trevi e via del Corso.

Dove si trova esattamente la Galleria Sciarra e come ci si arriva
La topografia qui inganna, perché la Galleria Sciarra non ha una facciata sulla strada principale: è un vuoto ritagliato dentro un isolato, e chi passa su via del Corso può percorrerlo mille volte senza sospettarne l'esistenza. L'isolato è quello compreso fra via del Corso, via Marco Minghetti e via delle Vergini, a ridosso del Teatro Quirino. Dall'imbocco di via Minghetti, la strada aperta alla fine dell'Ottocento proprio per servire il nuovo complesso, si vede sulla destra un arco con cancellata: da lì si entra. L'uscita opposta dà su piazza dell'Oratorio, uno slargo silenzioso che quasi nessun turista attraversa.
In metropolitana verso la Galleria Sciarra
La linea A ha due fermate utili. Barberini è la più diretta: si esce su piazza Barberini, si imbocca via del Tritone e si scende per circa dieci minuti fino a largo Chigi, poi si prende via del Corso verso sinistra e si gira in via Minghetti. Spagna funziona altrettanto bene se venite dal quadrante nord, ma il percorso è più lungo e più affollato. Non esiste una fermata di metropolitana a ridosso della galleria, e chiunque vi dica il contrario non conosce la mappa: il centro monumentale di Roma resta, per ragioni archeologiche, uno dei meno serviti d'Europa.
In autobus e a piedi
La linea 62 attraversa la città da Stazione Tiburtina a piazza Stazione San Pietro passando per Porta Pia, Barberini, Tritone e San Silvestro, e ha una fermata denominata Corso/Minghetti: scendete lì e siete a venti metri dall'ingresso. Chi arriva da piazza Venezia può salire tutta via del Corso a piedi in una decina di minuti. Il mio consiglio, però, è arrivare dalla parte opposta: entrate da piazza dell'Oratorio, perché la galleria vista da quel lato si apre come un fondale teatrale e l'effetto è nettamente superiore. Da via Minghetti, invece, la si prende di sbieco e metà dello stupore va perduto.
Quanto costa entrare alla Galleria Sciarra e quali card non servono a niente
Entrare non costa nulla. È l'informazione più semplice della pagina e anche quella su cui circolano più equivoci, perché molti visitatori arrivano convinti di dover esibire un abbonamento. Chiariamolo una volta per tutte: la Galleria Sciarra non è un museo civico di Roma Capitale, quindi la MIC Card, che vale per il sistema dei Musei in Comune, non c'entra nulla; non è un sito statale, quindi le domeniche gratuite del ministero non c'entrano nulla; non compare fra le attrazioni convenzionate delle card turistiche a pagamento. È un cortile privato che il proprietario lascia attraversare, e questo è tutto.
La MIC Card e la Galleria Sciarra: due mondi separati
La MIC Card è lo strumento con cui chi risiede o studia a Roma entra per un anno nei musei civici: i Musei Capitolini sul Campidoglio, i Mercati di Traiano, le altre sedi comunali. Palazzo Sciarra Colonna appartiene a una fondazione di diritto privato e non fa parte di quel sistema. Nemmeno il Roma Pass, che copre siti civici e statali, dà diritti particolari qui. La buona notizia è che non serve: il passaggio è gratuito e anche il Museo del Corso, secondo quanto la Fondazione Roma ha comunicato presentando la sua stagione espositiva, prevede accesso gratuito alla collezione permanente e alle mostre. Prima di programmare la visita al museo conviene comunque un controllo sul sito ufficiale, perché le condizioni di un'istituzione privata possono cambiare senza preavviso.
Una curiosità su Galleria Sciarra
Sull'arco degli ingressi, in alto, chi guarda con attenzione trova uno scudo con tre lettere intrecciate: C S S. Non è una sigla decorativa e non è il monogramma del principe committente. Sono le iniziali di Carolina Colonna Sciarra, la madre di Maffeo Barberini Colonna di Sciarra, e la loro presenza cambia il senso di tutto quello che avete sopra la testa. Perché la Galleria Sciarra non è, come si ripete per pigrizia, un generico inno all'eleganza femminile fin de siècle: è un monumento privato che un uomo ricchissimo e in crisi ha voluto dedicare alla propria madre, facendo dipingere dodici virtù muliebri lungo le pareti di un cortile che chiunque poteva attraversare. L'omaggio domestico si trasforma in manifesto pubblico, e il pubblico, per centoquarant'anni, ha continuato ad attraversarlo senza accorgersene.
La curiosità diventa più gustosa se si aggiunge un dettaglio cronologico. Il ciclo di Giuseppe Cellini viene concluso nel 1888, come dichiara l'iscrizione MDCCCLXXXVIII che corre nella decorazione. Nello stesso giro d'anni Maffeo Barberini Colonna di Sciarra finanzia il quotidiano La Tribuna e la terza serie della Cronaca bizantina diretta da Gabriele D'Annunzio, e fa stampare a proprie spese l'edizione di lusso di Isaotta Guttadauro. Il volume di D'Annunzio è illustrato proprio da Cellini: il pittore che dipinge le virtù femminili sulle pareti del cortile è lo stesso che, in quegli stessi mesi, disegna le tavole per il poeta più mondano d'Italia. La galleria e il libro escono dalla stessa mano e dalla stessa cassaforte. È un cortocircuito che nessuna guida racconta e che spiega meglio di ogni altra cosa che cosa fosse la Roma umbertina: una capitale nuova in cui letteratura, giornalismo, speculazione edilizia e decorazione murale erano lo stesso affare, gestito dalle stesse persone.
La mia opinione, dopo averla mostrata a qualche centinaio di persone: il segreto della Galleria Sciarra non è che sia poco conosciuta, ma che sia poco guardata. Le lettere C S S sono lì, a quattro metri d'altezza, e le vede una persona su cento.
Palazzo Sciarra Colonna di Carbognano, la storia che precede la Galleria Sciarra
Per capire il cortile bisogna capire il palazzo, perché la galleria è nata come sua appendice estrema e non come edificio autonomo. Il sito, in questo tratto di città fra il Corso e il colle Quirinale, era già occupato nei primi secoli del cristianesimo da edifici sacri, e dal Quattrocento in poi da dimore patrizie. La zona non ha mai smesso di essere l'indirizzo dei potenti.
Il palazzo imperfetto e il palazzetto
Nella seconda metà del Cinquecento gli Sciarra, ramo della famiglia Colonna che deteneva il principato di Carbognano, possedevano qui due nuclei edilizi distinti. Le fonti antiche li chiamano con due nomi che dicono tutto sulla loro condizione: il palazzo imperfetto e il palazzetto. Il primo era un cantiere rimasto a metà, il secondo un fabbricato minore. Nel 1610 la famiglia incarica l'architetto milanese Flaminio Ponzio di progettarne l'unificazione, cioè di fare di due mezzi edifici un palazzo solo. Ponzio è lo stesso architetto che lavora per Paolo V Borghese: chiamarlo significava dichiarare ambizioni.
Orazio Torriani e la facciata
Nel 1641 la direzione del cantiere passa a Orazio Torriani, indicato dalle fonti anche come Torrioni, autore della facciata nobile e severa che ancora oggi si vede da via del Corso: cantonali bugnati a riquadrare il fronte, cornicione a mensole a coronarlo, tre ordini di finestre a scandirlo. È architettura romana di pieno Seicento, misurata e poco incline agli slanci, e serve da contrappunto: chi entra nella galleria ottocentesca dopo aver visto questa facciata capisce quanto sia grande il salto di gusto compiuto in due secoli e mezzo.
Il portale fra le quattro meraviglie di Roma
L'ingresso monumentale è organizzato attorno a un arco bugnato davanti al quale, su alti plinti, si ergono due colonne scanalate con capitello composito che reggono il balcone balaustrato del primo piano. Sul fronte dei plinti e sulla balaustra sono scolpite in rilievo altre colonne, richiamo araldico all'origine della famiglia Sciarra da quella dei Colonna. La qualità di questo portale gli è valsa un posto in un elenco tramandato dalla tradizione romana, quello delle quattro meraviglie di Roma, dove figura insieme al cembalo Borghese, al dado Farnese e alla scala Caetani di Palazzo Ruspoli. La Fondazione Roma, che oggi occupa l'edificio, rivendica ancora quel primato nella presentazione della propria sede. Vale la pena di ricordare che si tratta di una classificazione popolare e non di un giudizio critico: nessun trattato l'ha mai codificata, il che non le toglie fascino.
Vanvitelli e il cardinale Prospero Colonna
Nel Settecento il cardinale Prospero Colonna promuove l'adeguamento del palazzo al gusto dell'epoca, e al rinnovamento architettonico e pittorico partecipa anche Luigi Vanvitelli, amico del cardinale, che ne progetta la ristrutturazione. Da quegli interventi nascono la Libreria domestica, la piccola Galleria e il Gabinetto degli Specchi, ambienti ricchi di decorazione pittorica che accrescono il valore storico e artistico del complesso. Chi conosce Vanvitelli soltanto per la reggia di Caserta farebbe bene a ricordarsene qui: il suo lavoro romano è fatto di misura e di interni, non di prospettive monumentali.

Francesco Settimi e il rifacimento del cortile
Sul finire dell'Ottocento un altro nome si aggiunge all'elenco dei tecnici che hanno messo mano al complesso: Francesco Settimi, che si occupò del restauro degli edifici circostanti, dell'ampliamento dell'ala destra dello stabile e del rifacimento del cortile. È il tipo di intervento che nessuno ricorda e senza il quale il cantiere maggiore non sarebbe stato possibile: prima di costruire il passaggio vetrato occorreva rimettere in ordine tutto quello che gli sarebbe cresciuto attorno.
Roma capitale e la nascita della Galleria Sciarra
Fra il 1871 e il 1898 il palazzo viene ridotto nelle dimensioni. Sembra un paradosso, e invece è la logica della città nuova: dopo il 1870 Roma diventa capitale del Regno, i rioni centrali vengono ristrutturati secondo i piani di ricostruzione, e le grandi proprietà nobiliari si spezzano in lotti fruttiferi. Il principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarra affida a Giulio De Angelis l'apertura dell'adiacente via Minghetti, la costruzione dell'isolato, la realizzazione del Teatro Quirino e, dietro tutto questo, della galleria. A partire dal 1882 l'intero complesso seicentesco compreso fra via del Corso, via Minghetti e via delle Vergini subisce una ristrutturazione profonda. L'edificio che oggi si attraversa nasce fra il 1885 e il 1888.
Il principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarra
Maffeo nasce a Roma il 10 settembre 1850 e muore a Frascati il 13 marzo 1925. È il committente della galleria e il personaggio più romanzesco di questa storia. Uomo di ingegno e di prodigalità pari, mette il proprio patrimonio al servizio dell'editoria e della speculazione insieme. Dal 1883 finanzia il quotidiano La Tribuna, fondato in quell'anno e diretto da Attilio Luzzatto, che con tecniche giornalistiche moderne e firme prestigiose diventa uno dei più importanti giornali politici italiani. Finanzia poi la terza serie della Cronaca bizantina, affidandone la direzione a Gabriele D'Annunzio, di cui è mecenate durante gli anni romani. Le speculazioni agricole ed edilizie, però, gli si rivoltano contro: nel 1893 il suo nome compare fra quelli dei deputati censurati dalla commissione parlamentare d'inchiesta sullo scandalo della Banca Romana, per il rinnovo di cambiali permanenti. Finirà a Parigi, sposando la marchesa di Bonneval, e poi ritirandosi a Frascati.
La Tribuna e la Cronaca bizantina dietro le pareti
La funzione originaria della Galleria Sciarra era collegare fra loro gli spazi della proprietà e delle attività del principe: la redazione della Tribuna e dell'ultima Cronaca bizantina, fino ad allora ospitate sul retro del palazzo, e il teatro. In altre parole, questo cortile monumentale è nato come un corridoio aziendale di lusso. Passavano di qui i redattori con le bozze, i tipografi, gli attori, i creditori. Chi lo attraversa oggi, in silenzio, fatica a immaginare il traffico che lo animava.
Il Teatro Quirino Vittorio Gassman
Il teatro voluto dal principe esiste ancora, si chiama oggi Teatro Quirino Vittorio Gassman e ha l'ingresso in via delle Vergini, all'angolo con via Minghetti, cioè a pochi passi dalla galleria. La biglietteria risponde al numero 06 6794585 e all'indirizzo biglietteria@teatroquirino.com; il botteghino osserva una pausa estiva, dal 2 al 30 agosto, e riapre dal 31 agosto con orario dal lunedì al venerdì dalle 11.00 alle 18.00 e il sabato dalle 10.00 alle 13.00, con la domenica chiusa. Combinare una passeggiata nella Galleria Sciarra con uno spettacolo serale al Quirino è uno dei modi più eleganti di usare questo angolo di città, e lo consiglio senza riserve a chi ha una sera libera a Roma e nessuna voglia di code.
Giulio De Angelis, l'architetto del ferro
Giulio De Angelis nasce a Roma nel 1845 e muore ad Anzio il 14 marzo 1906. Si iscrive giovanissimo all'Accademia di Belle Arti di Perugia, si laurea al Politecnico di Milano nel 1868 e, in mezzo, combatte come volontario garibaldino nella guerra del 1866. È l'architetto romano più singolare e inquieto del suo tempo, e soprattutto è quello che ha capito prima degli altri che cosa la ghisa e il ferro potessero fare all'architettura. Fra il 1886 e il 1887 firma in via del Corso i Magazzini Bocconi, insegna Alle città d'Italia, l'edificio che sarebbe poi diventato la Rinascente, con grandi archi vetrati che assicuravano la trasparenza completa del fronte. Nel dicembre del 1889 completa in via Due Macelli 9 il palazzo del Popolo Romano, noto anche come palazzo Chauvet. La Galleria Sciarra, avviata nel 1885, appartiene alla stessa stagione e alla stessa idea: portare in una città di travertino e mattoni la leggerezza industriale del ferro.
Una cosa che non ti dice nessuno su Galleria Sciarra
Quello che state guardando non è più, strutturalmente, l'edificio di De Angelis. Nel restauro condotto alla fine degli anni Settanta del Novecento l'edificio fu completamente svuotato all'interno e ricostruito in cemento armato. Le decorazioni pittoriche e le strutture in ferro furono salvaguardate, e per questo l'impressione visiva resta intatta, ma la muratura ottocentesca che le reggeva è scomparsa. In termini brutali: la Galleria Sciarra oggi è un guscio decorativo dell'Ottocento montato su uno scheletro del Novecento.
È un'informazione che quasi nessuno riporta e che invece cambia il modo di leggere il monumento. Primo, spiega perché le superfici dipinte siano in condizioni tanto migliori di quanto ci si aspetterebbe da un ambiente esposto all'aria e attraversato ogni giorno da centinaia di persone: sono state distaccate e ricollocate, non semplicemente lavate. Secondo, colloca la galleria in una vicenda tipicamente italiana, quella dei consolidamenti degli anni Settanta, in cui il cemento armato fu usato con generosità dentro edifici storici in nome della sicurezza. Terzo, dovrebbe rendere più cauti quando si parla di autenticità: qui l'autentico è il colore e il disegno del ferro, non la struttura.
Aggiungo un secondo elemento che nessuno racconta. Le colonne di ghisa policroma degli atri, che sembrano elementi puramente decorativi tanto appaiono sottili, hanno invece funzione portante e uscirono dalla Fonderia Barbieri. La ghisa colorata, all'epoca, era una dichiarazione tecnologica: significava che l'elemento era stato colato in serie in una fabbrica e non scolpito in bottega. In una città che identificava il lusso con il marmo, montare colonne di metallo industriale nell'ingresso della propria residenza era un gesto quasi provocatorio, e il principe lo sapeva benissimo.
Il mio giudizio netto: la Galleria Sciarra è sopravvalutata come luogo instagrammabile e sottovalutata come documento di storia della tecnica. Vale più per quello che dice della Roma industriale che per il colpo d'occhio, per quanto il colpo d'occhio sia notevole.

La volta di ferro e vetro della Galleria Sciarra
Alzate gli occhi appena entrati, prima ancora di guardare le pareti: la copertura è la ragione per cui questo spazio funziona. La galleria è un cortile pedonale a pianta quadrangolare, articolato secondo un impianto a croce, coperto da una volta a botte costolonata in ferro e vetro. Il vano centrale raggiunge un'altezza tripla rispetto ai bracci laterali ed è chiuso da una cupola vetrata luminosa con l'intelaiatura di ferro scuro lasciata a vista. Nessuno ha cercato di nascondere la struttura sotto uno stucco: il metallo si mostra, e la sua trama disegna il cielo.
Come la luce lavora dentro la Galleria Sciarra
Il risultato pratico è che la luce cambia di ora in ora e di stagione in stagione. A mezzogiorno d'estate il sole entra quasi verticale e appiattisce i colori; nel tardo pomeriggio, o in una giornata di cielo bianco, la luce diffusa restituisce agli affreschi la profondità che il pittore aveva calcolato. Gli ambienti coperti a vetro dell'Ottocento sono stati concepiti per questa luce indiretta, non per il sole a picco. È il motivo per cui insisto sempre nel portare i gruppi qui prima delle undici o dopo le sedici.
Le ali su due piani e le terrecotte
Le ali laterali si sviluppano su due livelli, con soffitti cassettonati sostenuti da un'alternanza di lesene e colonne, e sono percorse da balconi, finestre e ringhiere di ghisa. La decorazione integra elementi in terracotta che riprendono e mescolano repertori etruschi, romani e greci. Questa mescolanza è la firma dell'epoca: l'eclettismo tardo ottocentesco non copiava un modello, ne accostava molti, e giudicarlo con i criteri della coerenza filologica significa non capirlo. Nella decorazione corre l'iscrizione MDCCCLXXXVIII, cioè 1888, che segna il compimento dell'opera.
Giuseppe Cellini e la Glorificazione della donna alla Galleria Sciarra
Il ciclo dipinto è la ragione per cui questo cortile ha un posto nella storia dell'arte e non soltanto in quella dell'edilizia. Giuseppe Cellini nasce a Roma il 9 dicembre 1855 e muore il 29 aprile 1940. Si diploma all'Accademia di Belle Arti nel 1875 e frequenta poi la Scuola del Museo artistico industriale fra il 1878 e il 1880, vincendo per due anni consecutivi il primo premio nei concorsi annuali. Nel 1886 partecipa alla fondazione del gruppo In Arte Libertas, di cui suggerisce lui stesso il nome, ed espone con quel sodalizio fino al 1901. Fra le sue opere successive figurano le decorazioni del Ministero dell'Agricoltura nel 1918 e il lavoro nella cupola di Santa Rosa a Viterbo nel 1916, ma la decorazione della Galleria Sciarra, portata a termine nel 1888, resta la sua impresa maggiore.
L'encausto, una tecnica antica per un edificio moderno
Cellini non dipinse ad affresco, ma a encausto, tecnica che lega i pigmenti alla cera e li fissa con il calore. È una scelta che merita una riflessione: l'encausto è la tecnica della pittura antica, quella dei ritratti del Fayyum, e riportarla in vita nel 1885 dentro un edificio di ferro e vetro è esattamente il tipo di contraddizione che definisce il gusto di quegli anni. Materiale antichissimo, struttura contemporanea. È anche il motivo per cui i colori hanno una compattezza opaca, lattiginosa, diversa dalla trasparenza dell'affresco: se vi sembra che i toni siano più simili a quelli di una ceramica che a quelli di una parete di chiesa, non vi state sbagliando.
Il programma iconografico di Giulio Salvadori
Il disegno concettuale del ciclo non è del pittore. Il programma iconografico si deve al letterato Giulio Salvadori, e questo dettaglio spiega perché la decorazione abbia una struttura argomentativa così ordinata invece della libera fantasia decorativa che ci si aspetterebbe. Roma, in quegli anni, era una città in cui poeti e pittori lavoravano gomito a gomito, e la parola guidava spesso l'immagine. Le fonti alternano le grafie Salvadori e Salvatori: la forma corretta del nome del letterato è Giulio Salvadori.
Le dodici virtù femminili della Galleria Sciarra
Nel registro superiore corrono le figure allegoriche delle virtù muliebri, ciascuna identificata da un cartiglio. L'elenco tradizionalmente riportato comprende dodici figure: La Pudica, La Sobria, La Forte, L'Umile, La Prudente, La Paziente, La Benigna, La Signora, La Fedele, L'Amabile, La Misericordiosa, La Giusta. Sono donne monumentali, avvolte in vesti dalle pieghe pesanti, con acconciature che alternano ricordi antichi e mode contemporanee. La sequenza non è casuale: procede dalle virtù del contegno a quelle del carattere, dalle virtù private a quelle sociali, e culmina nella giustizia, che nella tradizione allegorica è la virtù regale per eccellenza. Attribuire a una donna borghese la virtù della giustizia, nel 1888, non era affatto un gesto neutro.
Le scene di vita borghese
Sotto le allegorie, un secondo filone narrativo racconta la giornata di una famiglia dell'alta borghesia romana: la cura del giardino, il pranzo domestico, l'esercizio musicale, le opere di carità, la toletta e la conversazione galante. Alcune fonti registrano anche episodi dedicati alla vanità, al matrimonio e alla cura dei figli. È qui che il ciclo si fa documento sociale: mobili, abiti, oggetti, gesti sono quelli veri del 1885, dipinti da chi li vedeva ogni giorno. Se volete sapere come si apparecchiava una tavola in una casa signorile romana alla vigilia del Novecento, questa parete lo dice meglio di un archivio.
Il volto di D'Annunzio nella Conversazione galante
La tradizione vuole che nella scena della conversazione galante Cellini abbia ritratto Gabriele D'Annunzio, allora giovane e già celebre, direttore della rivista finanziata dal principe. L'identificazione è riportata da più fonti, compreso il portale turistico di Roma Capitale, ma va presa per quello che è: una tradizione consolidata, non un dato d'archivio. Il gioco vale comunque la candela. Cercate la scena, individuate il giovane uomo dalla barba curata che si rivolge a una dama, e decidete voi. Io ci ho portato decine di gruppi e la somiglianza mi convince a metà: il che, per un ritratto nascosto in una decorazione parietale, è già molto.
Le iniziali CSS e la dedica alla madre
Torniamo alle tre lettere sugli scudi degli ingressi. Il monogramma C S S rimanda a Carolina Colonna Sciarra e assegna al ciclo il suo vero destinatario. Tutta la Glorificazione della donna, letta in questa chiave, diventa la costruzione di un ideale femminile a partire da una figura reale, con la conseguenza curiosa che gli abitanti del rione Trevi hanno passeggiato per generazioni dentro il ritratto morale della madre di un principe.

Il consiglio che ti do per visitare Galleria Sciarra
Il primo consiglio riguarda l'orario, e non è un dettaglio: è la differenza fra vedere la galleria e trovare un cancello chiuso. L'accesso segue gli orari d'ufficio, quindi puntate sulla fascia fra le nove e mezza e le diciotto di un giorno feriale. Fuori da quelle ore il passaggio può risultare sbarrato, e nessuno vi avviserà in anticipo. Se avete un solo giorno a Roma e volete la certezza, andateci di mattina presto, prima di scendere alla Fontana di Trevi: alle nove del mattino il rione è ancora vuoto e la galleria è vostra.
Il secondo consiglio riguarda il tempo da dedicarle. Quasi tutti la attraversano in novanta secondi, alzando lo sguardo due volte. È un errore. Concedetevi venti minuti veri e usateli così: cinque per il registro superiore, leggendo i cartigli delle virtù uno per uno da sinistra a destra; cinque per il registro inferiore, cercando gli oggetti quotidiani nelle scene borghesi; cinque per la struttura, cioè la volta, le costolature, le colonne di ghisa e i balconi; cinque per gli ingressi, dove si trovano gli scudi con il monogramma e le terrecotte. Con questo metodo la galleria diventa una lezione di storia dell'arte compressa in un quarto d'ora.
Il terzo consiglio riguarda l'attrezzatura mentale. Entrate dalla parte di piazza dell'Oratorio, come ho già suggerito, e resistete alla tentazione di fotografare subito. Fate un giro completo a mani vuote, poi tirate fuori il telefono. Il motivo è pratico: la volta vetrata inganna l'esposizione automatica di qualunque fotocamera, e se scattate appena entrati otterrete pareti buie sotto un cielo bruciato. Dopo trenta secondi di adattamento l'occhio vede molto meglio di qualunque sensore, e saprete che cosa inquadrare.
Quarto e ultimo: abbinatela. La Galleria Sciarra da sola non giustifica un viaggio, ma incastonata in un percorso di novanta minuti diventa uno dei momenti migliori del centro. Il mio itinerario collaudato parte dalla Fontana di Trevi, entra qui dal lato dell'Oratorio, esce su via Minghetti, raggiunge piazza Colonna e Montecitorio, e finisce alla Galleria Alberto Sordi, che con il suo impianto vetrato di primo Novecento fa da controcanto perfetto. Chi ha più tempo prosegue verso il Pantheon.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che la Galleria Sciarra sia il maggior esempio di decorazione liberty a Roma lo scrivono tutti. Quello che quasi nessuno aggiunge è che questo pezzo di città posa su una delle memorie più imponenti della Roma augustea: nella zona occupata dalla galleria sorgeva anticamente la Porticus Vipsania, il grande portico fatto costruire da Vipsania Polla, sorella di Marco Vipsanio Agrippa, che nei dintorni possedeva una villa.
Il portico di Vipsania non era un edificio qualunque. Le fonti antiche lo ricordano come il luogo in cui fu esposta al pubblico la carta del mondo conosciuto elaborata sotto la direzione di Agrippa: una rappresentazione dell'impero destinata a essere guardata dai cittadini, il primo grande atto di divulgazione geografica della storia occidentale. In quest'area, insomma, i romani venivano a vedere i confini del proprio mondo. Millenovecento anni dopo, nello stesso punto, un principe faceva dipingere sulle pareti di un cortile i confini del mondo femminile secondo la borghesia umbertina. Il parallelo è troppo bello per essere taciuto, e ha il pregio di essere vero: la stratigrafia di Roma produce accostamenti che nessun urbanista saprebbe inventare.
Aggiungo il secondo fatto risaputo e mai spiegato: la ragione per cui via Marco Minghetti esiste. Non è una strada antica e non è nemmeno una strada nata per il traffico. Fu aperta fra il 1871 e il 1898, nell'ambito dell'operazione voluta dal principe, per servire il nuovo isolato e dare un fronte urbano al teatro e alla galleria. Il nome venne dato a un uomo politico morto nel 1886, protagonista della Destra storica. Camminate dunque su una strada progettata come parte di un'operazione immobiliare privata e intitolata a un uomo di Stato: è la Roma post unitaria in tre righe.
Un'ultima annotazione, e questa è un'opinione. Trovo che l'uso della Galleria Sciarra come semplice passaggio pedonale ne abbia sminuito la percezione: si attraversa senza fermarsi, e la componente artistica scivola via. Il paradosso è che questa stessa funzione l'ha salvata. Un cortile che serve a qualcosa resta aperto, viene sorvegliato e viene mantenuto. Le decorazioni che si sono perse in questa città sono quasi sempre quelle degli spazi diventati inutili.

La foto giusta da fare a Galleria Sciarra
Comincio con quello che non funziona, perché è la fotografia che fanno tutti: telefono puntato verticalmente verso la cupola, dal centro esatto del cortile, con l'obiettivo grandangolare. Il risultato è una girandola di ferro e vetro in cui gli affreschi diventano una fascia sfocata ai bordi e la luce del vetro brucia ogni dettaglio. È una foto già vista diecimila volte e non racconta nulla di questo luogo.
La fotografia giusta alla Galleria Sciarra è un'altra, e chiede tre accorgimenti. Il primo è la posizione: mettetevi sotto uno dei bracci laterali, non al centro, e inquadrate in diagonale verso l'ingresso opposto. Così avete in un solo fotogramma il registro dipinto in primo piano a sinistra, la profondità del passaggio al centro e la luce della cupola in alto a destra. La composizione diagonale è l'unica che restituisce contemporaneamente decorazione e struttura. Il secondo accorgimento è l'esposizione: toccate lo schermo su una parete dipinta e non sul vetro, altrimenti la macchina misurerà la luce del cielo e vi butterà tutto il resto nell'ombra. Se il vostro telefono lo consente, abbassate ancora di mezzo passo. Il terzo è l'orario: cielo coperto o tardo pomeriggio, mai mezzogiorno d'estate.
Il dettaglio che vale più dell'insieme
Se dovessi portare a casa una sola immagine dalla Galleria Sciarra, non fotograferei l'insieme. Sceglierei un ritratto verticale di una singola virtù, presa dal basso, con la costolatura di ferro che le passa sopra la testa. In un solo fotogramma si legge tutto quello che questo posto è: una figura antica, un cartiglio con il suo nome, e sopra il metallo di una fabbrica. Il secondo dettaglio che consiglio è lo scudo con il monogramma C S S sull'arco d'ingresso, che va cercato con lo zoom perché a occhio nudo si perde.
Regole di buon senso per fotografare qui
Le fotografie personali non pongono problemi in un passaggio aperto, ma vale la pena di ricordare che si tratta di proprietà privata e non di una piazza: niente treppiedi ingombranti, niente sessioni fotografiche con cambi d'abito, niente droni. Per riprese professionali o commerciali la strada corretta è chiedere alla proprietà. Ho visto più di una volta gruppi di fotografi occupare il passaggio per venti minuti, ed è il modo più rapido per far chiudere un cancello che è aperto da centoquarant'anni.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la costruzione stessa, fra il 1885 e il 1888, e va letto come un fatto storico e non come una data d'archivio. In quegli anni Roma capitale si stava riscrivendo: si aprivano strade nuove, si abbattevano orti e conventi, si costruivano quartieri interi in pochi mesi. La decisione di un principe romano di erigere un passaggio coperto di ferro e vetro dietro il proprio palazzo, con una redazione di giornale da un lato e un teatro dall'altro, è il segnale che l'aristocrazia nera aveva capito che il potere si era spostato dai salotti alle rotative.
La dispersione della collezione Sciarra e la legge del 1892
Il secondo avvenimento è quello che ha lasciato la traccia più profonda nella storia italiana, e riguarda le pareti del palazzo più che quelle della galleria. La quadreria degli Sciarra era una delle più straordinarie di Roma: comprendeva, fra molto altro, I bari di Caravaggio, pervenuto alla famiglia per via ereditaria dai Barberini. La provenienza è ricostruita dal museo che oggi possiede il dipinto, il Kimbell Art Museum di Fort Worth: eseguito per il cardinale Francesco Maria del Monte attorno al 1596, acquistato nel 1628 dal cardinale Antonio Barberini, passato per matrimonio ai Colonna di Sciarra e assegnato nel 1812 a Maffeo Barberini Colonna di Sciarra, che lo tenne fra Roma e Parigi fino al 1895. Poi il quadro sparì: quasi novant'anni senza notizie, fino all'acquisto da parte della Kimbell Art Foundation nel 1987.
Quella dispersione ebbe una conseguenza legislativa di prima grandezza. La letteratura giuridica sulla tutela lo documenta con precisione: a seguito della vendita all'estero di alcuni quadri della collezione Sciarra e della collezione del principe Mario Chigi Albani venne emanata la legge 7 febbraio 1892, n. 31, che introdusse sanzioni per chi avesse sottratto, soppresso o distrutto gli oggetti delle collezioni d'arte o di scienza vincolate. La normativa italiana sulla protezione del patrimonio, insomma, deve una delle sue tappe decisive proprio ai quadri usciti da questo palazzo. Quando attraversate il cortile, tenetelo presente: la legge che oggi impedisce a chiunque di vendere un Caravaggio all'estero è nata anche dalla rovina finanziaria del signore che ha pagato queste pitture.
Il cantiere del consolidamento negli anni Settanta
Il terzo avvenimento è tecnico e silenzioso, ma decisivo: il grande restauro di consolidamento condotto alla fine degli anni Settanta del Novecento, con lo svuotamento completo dell'interno, la ricostruzione in cemento armato e la salvaguardia delle decorazioni pittoriche e delle strutture in ferro. Senza quel cantiere, con ogni probabilità, oggi non ci sarebbe niente da guardare. È il tipo di avvenimento che non entra nei libri di storia e senza il quale i libri di storia dell'arte avrebbero un capitolo in meno.
Il ritorno del palazzo alla funzione pubblica
Il quarto avvenimento è recente. Dopo essere uscito dalle mani della famiglia nel primo Novecento, Palazzo Sciarra Colonna è diventato sede della Fondazione Roma, che vi ha collocato i propri uffici, l'archivio storico e la collezione d'arte. L'archivio, acquisito nel 2010, conserva la documentazione del Sacro Monte di Pietà e della Cassa di Risparmio di Roma dal Cinquecento al Novecento, ed è consultabile su appuntamento previa autorizzazione della Soprintendenza archivistica per il Lazio. Con l'apertura del Museo del Corso, il piano nobile è tornato accessibile al pubblico: un palazzo che aveva perso la propria quadreria storica ne ospita oggi una nuova, costruita per acquisti.

Chi è passato da Galleria Sciarra
Il primo nome è quello di Gabriele D'Annunzio, e non per modo di dire. Negli anni fra il 1885 e il 1888 il poeta abruzzese frequentava questo isolato per ragioni professionali: dirigeva la terza serie della Cronaca bizantina finanziata dal principe, e la redazione era ospitata negli spazi collegati dalla galleria. Nel 1886 usciva Isaotta Guttadauro, che Maffeo Barberini Colonna di Sciarra fece stampare in un'edizione di lusso illustrata da Giuseppe Cellini, cioè dallo stesso artista che in quei mesi lavorava alle pareti. D'Annunzio, dunque, attraversava un cantiere in cui il proprio illustratore dipingeva. E, secondo la tradizione, il pittore lo ripagò infilandogli il volto in una delle scene di conversazione.
Il principe, il giornalista, il letterato
Maffeo Barberini Colonna di Sciarra è passato di qui ogni giorno per anni: era casa sua, ufficio suo, teatro suo. Con lui passava Attilio Luzzatto, direttore della Tribuna dal 1883, uno dei giornalisti che hanno inventato il quotidiano politico italiano moderno. Passava Giulio Salvadori, il letterato che ideò il programma iconografico e che sarebbe poi diventato una figura singolare della cultura cattolica italiana, studioso e docente universitario. Passavano gli attori del Quirino e i redattori con le bozze in mano. Per una decina d'anni, questo cortile è stato uno dei punti in cui la Roma intellettuale si incontrava per lavoro.
Gli artisti: Cellini, De Angelis e il gruppo In Arte Libertas
Giuseppe Cellini ha lavorato qui per tre anni, sui ponteggi, con la cera calda e i pigmenti. Giulio De Angelis, l'architetto, seguiva il cantiere mentre negli stessi mesi tirava su in via del Corso i Magazzini Bocconi. Attorno a loro gravitava il gruppo In Arte Libertas, fondato nel 1886, che riuniva gli artisti romani più attenti alle esperienze simboliste e preraffaellite d'oltremanica: la Galleria Sciarra è, in un certo senso, il manifesto costruito di quel sodalizio.
Chi passa di qui oggi
La popolazione attuale della galleria è la più interessante di tutte, e la osservo ogni volta con curiosità: impiegati che tagliano per andare a pranzo, avvocati diretti agli studi della zona, fotografi di matrimoni con gli sposi al seguito, studenti di architettura con il taccuino, e turisti che arrivano perché hanno visto un'immagine e restano cinque minuti. Nessun addetto, nessun tornello, nessuna audioguida. In una città che ha trasformato quasi tutto in biglietteria, un luogo di questo livello ancora attraversabile a caso è una rarità che vale la pena di difendere.
Il Museo del Corso a Palazzo Sciarra Colonna
Chi arriva fin qui dovrebbe sapere che, oltre al cortile, l'edificio ospita un museo vero. Il Museo del Corso, il polo museale della Fondazione Roma, ha la propria sede principale a Palazzo Sciarra Colonna con ingresso in via Minghetti 22, e una seconda sede a Palazzo Cipolla, in via del Corso 320. Gli orari di Palazzo Sciarra Colonna sono da mercoledì a venerdì dalle 11.00 alle 19.00, con ultimo turno di visita alle 17.45, e sabato e domenica dalle 10.00 alle 20.00, con ultimo turno alle 18.45. Il recapito telefonico è 06 87153157, attivo dalle 9.30 alle 17.30, e l'indirizzo di posta è info@museodelcorso.com. Per i gruppi accompagnati da guida esterna è richiesta prenotazione gratuita obbligatoria, con un massimo di venticinque persone e una durata fino a settantacinque minuti.
La collezione permanente e le sue sale
Il percorso al piano nobile si articola nella sala delle Colonne e nella sala delle Medaglie, seguite da due sale dedicate al primo e al secondo Seicento romano e dalla sala dei Paesaggi e delle vedute; le sale dei Ritratti e dei Ricevimenti sono destinate alle esposizioni temporanee. Il nucleo della raccolta è costituito da opere della cultura tardo barocca e marattesca, tanto da fare di questa quadreria una delle più rappresentative della pittura romana fra Seicento e Settecento. La collezione, formata a partire da un nucleo proveniente dalle raccolte del Monte di Pietà e della Cassa di Risparmio di Roma, si è accresciuta negli anni per acquisti mirati, ed è centrata soprattutto su artisti operanti a Roma. Diversamente dalle quadrerie gentilizie come quella di Palazzo Doria Pamphilj o quella di Palazzo Colonna, nate da patrimoni familiari tenuti insieme dai vincoli fidecommissari, questa è una raccolta aperta, che continua a crescere. La campagna di acquisizioni che l'ha portata alle dimensioni attuali fu voluta e promossa da Emmanuele Francesco Maria Emanuele, a lungo alla guida della Fondazione, cui si deve anche l'idea di riunire le opere in uno spazio espositivo permanente ricavato nel palazzo. Accanto al nucleo sei e settecentesco sono ben rappresentati i secoli successivi, fino agli artisti contemporanei che a vario titolo hanno avuto un legame con Roma: il percorso non si ferma al Settecento e questo, in una città che tende a chiudere i conti con l'arte intorno al 1750, è una scelta coraggiosa.
Il medagliere
Arricchisce l'esposizione una selezione di quattrocento pezzi tratti dal patrimonio numismatico della Fondazione, che conta oltre duemilacinquecento esemplari fra medaglie e monete. La parte più consistente è la serie delle medaglie papali, che copre l'arco che va da Martino V Colonna a papa Francesco: sei secoli di storia del pontificato, e per numero e qualità degli esemplari una raccolta seconda soltanto al Medagliere della Biblioteca Apostolica Vaticana. È la sezione che i visitatori saltano più spesso e, a mio parere, quella che dice di più: le medaglie papali erano lo strumento di propaganda per eccellenza, e sfogliarne sei secoli significa vedere come la Chiesa ha voluto raccontarsi.
Le mostre e gli appartamenti del Cardinale
Il polo museale programma mostre temporanee nelle due sedi. Fra le iniziative annunciate dalla Fondazione per la stagione 2025-2026 figurano un omaggio a Carlo Maratti a Palazzo Sciarra Colonna, per il quarto centenario della nascita del pittore marchigiano, e una rassegna dedicata ai rapporti fra il Monte di Pietà e la pittura ricostruiti attraverso le carte dell'archivio storico. La Fondazione ha inoltre annunciato visite guidate agli Appartamenti del Cardinale, cioè agli ambienti settecenteschi legati all'intervento vanvitelliano, la prima domenica di ogni mese. Per il calendario aggiornato conviene consultare il sito del museo prima di presentarsi.
Che cosa vedere intorno alla Galleria Sciarra
La forza di questo indirizzo è la posizione. In un raggio di dieci minuti a piedi si concentra una quantità di monumenti che altrove basterebbe a una città intera.
Verso il Corso e piazza Venezia
Uscendo su via Minghetti si raggiunge in un minuto via del Corso, l'asse rettilineo che scende verso piazza Venezia. Camminando in quella direzione si incontrano piazza Colonna con la colonna di Marco Aurelio, la Galleria Alberto Sordi, e in fondo l'Altare della Patria con il Museo Nazionale del Palazzo Venezia. Il confronto fra la Galleria Sciarra e la Galleria Alberto Sordi è l'esercizio che propongo sempre: due passaggi coperti vetrati, a cinquecento metri l'uno dall'altro, separati da una generazione e da un'idea opposta di commercio.
Verso Trevi e il Quirinale
Dall'altro lato, in tre minuti si è alla Fontana di Trevi, e da lì si sale al Palazzo del Quirinale e alle Scuderie del Quirinale. Chi vuole restare sul filo dell'arte fra Sei e Settecento prosegue verso Palazzo Barberini, il palazzo dell'altra metà della stessa famiglia: la separazione fra i due rami Barberini spiega perché I bari siano usciti da qui e non da lì.
L'Oratorio del Santissimo Crocifisso
Sull'uscita opposta della galleria si apre piazza dell'Oratorio, che prende il nome dall'Oratorio del Santissimo Crocifisso, sede della confraternita omonima. L'edificio è attribuito a Giacomo della Porta e fu realizzato fra il 1562 e il 1568; all'interno il ciclo con le Storie della Croce fu eseguito fra il 1578 e il 1584 sotto la regia di Girolamo Muziano e con la direzione letteraria di Tommaso de' Cavalieri, coinvolgendo i maggiori manieristi attivi a Roma, fra cui Giovanni de Vecchi, il Pomarancio e Cesare Nebbia. Le aperture sono sporadiche e legate a iniziative particolari: se trovate il portone aperto, entrate senza pensarci due volte, perché è uno degli interni cinquecenteschi meno frequentati del centro.
Un confronto con il liberty romano
Chi si appassiona al gusto liberty dopo questa visita ha una sola destinazione obbligata in città, ed è il quartiere Coppedè, costruito però trent'anni dopo e con un linguaggio completamente diverso, fatto di fantasia medievaleggiante e di invenzione scenografica. Fra la Galleria Sciarra e Coppedè corre la distanza che separa l'eclettismo colto di fine Ottocento dall'esuberanza narrativa degli anni Venti.
La Galleria Sciarra con i bambini
Funziona meglio di quanto ci si aspetti, a patto di trasformarla in un gioco. Il cortile è chiuso, senza traffico, con un pavimento piano e un'acustica che diverte: per un bambino piccolo è uno spazio sicuro in mezzo a un centro storico che di sicuro ha ben poco. Con bambini dai sei anni in su propongo sempre la caccia agli oggetti: contare quante figure femminili ci sono, trovare quella che tiene un libro, individuare il cane nelle scene domestiche, cercare le tre lettere sullo scudo. Dura dieci minuti e li tiene incollati.
Un avvertimento pratico: non c'è nessun servizio. Niente bagni pubblici, niente fasciatoi, niente punti di ristoro dentro la galleria. I bar più vicini sono su via del Corso e in via delle Vergini. Il passeggino entra senza problemi, perché non ci sono gradini all'ingresso, ma il tratto di via Minghetti ha marciapiedi stretti.
Accessibilità della Galleria Sciarra
Il passaggio è a livello stradale e non presenta gradini agli ingressi, quindi è percorribile in sedia a rotelle senza difficoltà particolari. Il pavimento è regolare e lo spazio è ampio. Le criticità sono all'esterno: i marciapiedi di via Minghetti sono stretti e il tratto fra la Fontana di Trevi e la galleria comprende brevi salite e superfici in sampietrini, che con le ruote piccole si fanno sentire. Chi arriva in automobile deve mettere in conto che l'area è dentro la zona a traffico limitato del centro storico.
Per il museo al piano nobile, la Fondazione dichiara che gli spazi sono accessibili alle persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale, che durante l'orario di apertura è presente personale di accoglienza e che l'ascensore è riservato per sicurezza alle persone con difficoltà motoria. Chi ha esigenze specifiche fa bene a telefonare prima al numero del museo, che risponde dalle 9.30 alle 17.30.
Quando andare alla Galleria Sciarra e quando evitarla
Il momento migliore in assoluto è la mattina di un giorno feriale fra le nove e mezza e le undici, quando il cortile è aperto, il rione è ancora calmo e la luce entra obliqua dalla cupola. Il secondo momento migliore è il tardo pomeriggio dei mesi freddi, fra le sedici e le diciassette, quando il cielo grigio fa da diffusore naturale e i colori dell'encausto si leggono meglio.
Da evitare: il mezzogiorno estivo, perché la luce verticale appiattisce tutto e il vetro trasforma lo spazio in una serra; il sabato pomeriggio di alta stagione, quando la calca di via del Corso arriva fin qui; e in generale le fasce serali e i giorni festivi, perché il rischio di trovare i cancelli chiusi è concreto e non esiste alcun modo di saperlo in anticipo. Una regola semplice: se gli uffici della zona sono aperti, la Galleria Sciarra è quasi sempre aperta.
Domande veloci su Galleria Sciarra
Quanto costa entrare alla Galleria Sciarra?
Niente. È un cortile privato aperto al pubblico e l'attraversamento è gratuito. Non esistono biglietti, prenotazioni o visite obbligatorie.
Dove si trova la Galleria Sciarra?
Nel rione Trevi, dentro l'isolato compreso fra via del Corso, via Marco Minghetti e via delle Vergini. Gli ingressi sono in via Marco Minghetti e in piazza dell'Oratorio.
Quali sono gli orari della Galleria Sciarra?
L'accesso segue gli orari d'ufficio, come indica il portale turistico di Roma Capitale. In pratica conviene puntare alla fascia feriale fra la mattina e il tardo pomeriggio; fuori da quelle ore il passaggio può essere chiuso.
La Galleria Sciarra è aperta la domenica?
Trattandosi di un cortile privato con apertura legata agli orari d'ufficio, la domenica non è garantita. Chi ha un solo giorno a disposizione faccia il possibile per andarci in un giorno feriale.
La MIC Card vale per la Galleria Sciarra?
No, e non serve. La MIC Card riguarda i musei civici di Roma Capitale; la Galleria Sciarra non ne fa parte ed è comunque gratuita.
Il Roma Pass serve per entrare alla Galleria Sciarra?
No. L'ingresso è libero e nessuna card turistica è richiesta o utile per il passaggio.
Quanto tempo serve per visitare la Galleria Sciarra?
Cinque minuti per attraversarla, venti per guardarla davvero. Con il museo al piano nobile si arriva tranquillamente a due ore.
Si possono fare fotografie alla Galleria Sciarra?
Le fotografie personali non pongono problemi. Per treppiedi, set fotografici e riprese commerciali si tratta di proprietà privata e occorre chiedere autorizzazione.
Chi ha dipinto la Galleria Sciarra?
Giuseppe Cellini, pittore romano nato nel 1855 e morto nel 1940, che vi lavorò a encausto concludendo l'opera nel 1888. Il programma iconografico si deve al letterato Giulio Salvadori.
Chi ha progettato la Galleria Sciarra?
L'architetto Giulio De Angelis, nato a Roma nel 1845 e morto ad Anzio nel 1906, autore anche dei Magazzini Bocconi in via del Corso e del palazzo del Popolo Romano in via Due Macelli.
Che stile è la Galleria Sciarra?
Si definisce liberty, cioè art nouveau italiana, anche se la cronologia la colloca poco prima della piena stagione del movimento: è un eclettismo tardo ottocentesco che anticipa il gusto liberty e lo mescola a repertori antichi.
Che cosa rappresentano gli affreschi della Galleria Sciarra?
La Glorificazione della donna: nel registro alto dodici virtù femminili allegoriche, in quello basso scene di vita quotidiana dell'alta borghesia romana del tempo.
È vero che c'è il ritratto di D'Annunzio nella Galleria Sciarra?
La tradizione lo colloca nella scena della conversazione galante. È un'identificazione riportata da più fonti, ma resta una tradizione e non un dato documentario.
Chi è il proprietario della Galleria Sciarra?
La galleria è la parte terminale del complesso di Palazzo Sciarra Colonna di Carbognano, che oggi è sede della Fondazione Roma. Si tratta quindi di proprietà privata, non comunale e non statale.
Si può visitare Palazzo Sciarra oltre alla Galleria Sciarra?
Sì, attraverso il Museo del Corso, che ha sede al piano nobile con ingresso in via Minghetti 22 e apre da mercoledì a domenica con orari propri.
La Galleria Sciarra è accessibile in sedia a rotelle?
Sì. Il passaggio è a livello stradale, senza gradini e con pavimentazione regolare. Le difficoltà semmai sono nei percorsi di avvicinamento, fra sampietrini e marciapiedi stretti.
Come si arriva alla Galleria Sciarra con i mezzi pubblici?
Metropolitana linea A, fermata Barberini, poi dieci minuti a piedi lungo via del Tritone. In autobus, la linea 62 ferma a Corso/Minghetti, all'imbocco della strada.
Si può parcheggiare vicino alla Galleria Sciarra?
Praticamente no. L'area rientra nella zona a traffico limitato del centro storico e i posti auto sono riservati ai residenti. Conviene lasciare l'automobile fuori e usare la metropolitana.
Ci sono bagni o bar dentro la Galleria Sciarra?
No, nessun servizio. I bar più vicini sono in via del Corso e in via delle Vergini.
Che differenza c'è fra la Galleria Sciarra e la Galleria Alberto Sordi?
Sono due passaggi coperti vetrati a pochi minuti l'uno dall'altro, ma con funzioni diverse: la Galleria Sciarra è il cortile privato di un palazzo nobiliare trasformato in passaggio, la Galleria Alberto Sordi nacque come galleria commerciale. La prima si guarda in alto, la seconda si guarda nelle vetrine.
La Galleria Sciarra è adatta ai bambini?
Molto, se la si trasforma in una caccia ai dettagli. È uno spazio chiuso, senza traffico e senza gradini, dove i bambini possono muoversi in sicurezza per dieci minuti.
Vale la pena andare alla Galleria Sciarra se ho poco tempo a Roma?
Sì, a una condizione: che sia inserita in un percorso che comprenda già la Fontana di Trevi e via del Corso. Come deviazione autonoma di venti minuti dall'altra parte della città non la consiglierei.
Esiste una visita guidata della Galleria Sciarra?
Non esistono visite ufficiali del passaggio, che è liberamente attraversabile. Diverse associazioni culturali romane la inseriscono in itinerari a piedi sul liberty e sulla Roma umbertina, e il museo al piano nobile prevede modalità dedicate ai gruppi con guida.
Perché la Galleria Sciarra è poco conosciuta?
Perché non ha facciata, non ha insegna e non ha biglietteria: chi non sa che esiste non ha modo di accorgersene. La sua funzione di passaggio, che l'ha resa quasi invisibile, è però anche la ragione per cui è ancora aperta e in buono stato.
Se dovessi spiegare in una frase perché torno alla Galleria Sciarra con ogni gruppo che accompagno, direi che è il posto in cui Roma smette per un attimo di essere antica. Qui non ci sono imperatori, non ci sono papi, non ci sono martiri: ci sono un principe indebitato, un giornale, un teatro, un pittore che lavora sui ponteggi e una madre a cui è stato dedicato un cortile. È la città dei nostri bisnonni, quella che ha smesso di essere provincia pontificia e ha provato a diventare una capitale europea, con tutte le sue ambizioni e tutti i suoi crolli. Entrateci a mani vuote, guardate in alto per venti minuti e uscite dall'altra parte: ne saprete su Roma più di quanto vi insegni un'ora di fila davanti a un monumento famoso. E se vi capita di trovare il cancello chiuso, tornate il giorno dopo alle dieci del mattino. Ne vale la pena.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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