Valentano (VT)

Valentano è un comune di circa 2.800 abitanti in provincia di Viterbo, a 538 metri di quota, sul crinale che separa il Lago di Bolsena dal piccolo Lago di Mezzano. Da Roma si arriva in auto in poco meno di due ore: Autostrada A1 fino a Orte, superstrada per Viterbo, poi la Cassia fino a Montefiascone e la strada che segue la sponda occidentale del lago per Marta e Capodimonte, da dove si sale all'interno; in alternativa, da Viterbo, la provinciale che punta a nord ovest attraverso la campagna, circa trenta chilometri. Non esiste stazione ferroviaria: chi viaggia con i mezzi pubblici prende il treno regionale per Viterbo e prosegue con le autolinee Cotral della linea Viterbo (Riello) per Farnese, che ferma a Valentano; gli orari vanno controllati sul sito Cotral perché le corse sono tarate su studenti e pendolari. Il centro è pedonale nella sostanza: si parcheggia gratuitamente lungo le vie che circondano il nucleo antico. L'unico sito a pagamento è il Museo della Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese, in piazza della Vittoria 11: biglietto intero 4 euro, ridotto 2 euro, gratuito per i bambini sotto i sei anni, le persone con disabilità e i residenti; chiuso il lunedì; da ottobre a maggio apre dal martedì al giovedì dalle 9 alle 13, venerdì e sabato anche dalle 14 alle 17, la domenica dalle 10 alle 13; da giugno a settembre dal martedì al venerdì dalle 15.30 alle 19.30, sabato e domenica dalle 9 alle 13 e dalle 15.30 alle 19.30. Le visite guidate si prenotano dal sito del museo o al telefono 0761 420018. Per una giornata completa, museo compreso, servono sei ore; per capire il territorio, una notte.

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Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Valentano fa parte del nostro itinerario sul Lago di Bolsena, che raccoglie tutti i borghi della conca vulcanica, e dialoga da vicino con le pagine su Farnese e su Gradoli, gli altri due capisaldi della memoria farnesiana nell'alta Tuscia.

Valentano (VT)
Valentano (VT)

Come arrivare a Valentano (VT) da Roma e dove lasciare l'auto

Ci sono paesi che si raggiungono per caso, perché capitano lungo la strada, e paesi che bisogna decidere di raggiungere. Valentano appartiene alla seconda categoria. Non è sulla via di nessun altro luogo, non ha una stazione, non compare nei circuiti dei pullman che macinano il Lazio in giornata. Sorge su un colle di tufo tra due laghi, a un centinaio di chilometri da Roma, e ci si arriva soltanto se lo si è messo in programma. È la sua fortuna: chi sale trova un borgo della Tuscia viterbese che non ha imparato a recitare la parte del borgo e che continua a vivere il proprio ritmo con una naturalezza che altrove si è persa da vent'anni.

In auto a Valentano (VT): le tre strade

La via maestra da Roma è l'Autostrada A1 con uscita a Orte. Da lì la superstrada porta a Viterbo, e da Viterbo si punta a nord verso il lago. Il percorso classico segue la Cassia fino a Montefiascone, poi scollina lungo la riva occidentale toccando Marta e Capodimonte; da Capodimonte si lascia l'acqua e si sale per otto chilometri di curve dolci. È la strada che consiglio a chi arriva la prima volta, perché accompagna il viaggiatore lungo il lago e poi lo stacca gradualmente dalla riva, facendogli capire con il corpo, prima ancora che con la testa, che Valentano non è un paese lacustre ma un paese di crinale. Ci si arriva salendo, e il fatto di salire è già metà del racconto.

L'alternativa è l'interno: da Viterbo si imbocca la provinciale che attraversa la campagna alta e si percorrono circa trenta chilometri. È il tragitto più breve e il più sincero, perché mostra la Tuscia come è davvero fuori dai depliant: campi di grano, filari di noccioli, casali di tufo, greggi che attraversano senza chiedere permesso. Non aspettatevi grandi scorrimenti: sono strade provinciali, con qualche tratto stretto e le buche che le piogge invernali si portano dietro. Il tempo reale tra Viterbo e Valentano è di poco inferiore ai tre quarti d'ora, non la mezz'ora promessa dal navigatore. Mettetelo in conto e partite con calma: la fretta, qui, è una cattiva consigliera.

Chi arriva da nord, dalla Toscana o dall'Umbria occidentale, ha la vita più semplice. Si esce dall'A1 a Orvieto e si scende lungo la sponda del lago, toccando Bolsena e Gradoli prima di piegare verso l'interno. In questo caso Valentano arriva quasi come un premio, dopo aver costeggiato l'intera conca. Da Bolsena sono poco più di venti chilometri, mezz'ora abbondante, e negli ultimi tornanti si riceve il primo colpo d'occhio sulla torre ottagonale della Rocca che spunta sopra i tetti.

Valentano (VT) con i mezzi pubblici: treno più autobus

Sui mezzi pubblici bisogna essere chiari. Valentano non ha stazione ferroviaria e il collegamento avviene su gomma, con le autolinee Cotral che fanno capo a Viterbo. La linea utile parte dal capolinea viterbese di Riello e prosegue verso Farnese passando per Valentano; esistono corse quotidiane pensate per studenti e pendolari, il che significa orari concentrati la mattina presto e nel pomeriggio, una rarefazione nel mezzo della giornata e una quasi totale assenza la domenica. Da Roma si raggiunge Viterbo con il treno regionale della linea FL3 oppure con i Cotral da Saxa Rubra. Se il piano è arrivare in treno a Viterbo e improvvisare, si rischia di passare più tempo alla fermata che in paese: controllate gli orari sul sito Cotral prima di partire e, se potete, muovetevi in auto. Chi preferisce delegare la logistica a un professionista può rivolgersi a TourLeaderPro per l'accompagnamento turistico, che organizza trasferimenti e giornate nell'alta Tuscia con tempi reali e non con chilometri teorici.

Dove parcheggiare a Valentano (VT)

Il parcheggio non è un problema serio. Valentano ha spazi liberi appena fuori dal centro storico, lungo le vie che circondano il nucleo antico e nella zona di piazza della Vittoria, e nella maggior parte dell'anno si trova posto senza affanni. Il consiglio pratico è di non tentare di infilarsi con l'auto dentro il borgo: le strade sono strette, i sensi unici cambiano direzione con logiche che solo i residenti padroneggiano, e finireste per fare tre volte lo stesso giro. Lasciate la macchina alla prima piazzola utile e proseguite a piedi. Il centro si attraversa in un quarto d'ora da un capo all'altro e camminarlo è l'unico modo per capirlo. Le eccezioni sono la terza domenica di maggio, giorno della Fiera del Cedro, e il 14 e 15 agosto, quando il paese si riempie per il Solco Dritto: in quei giorni si parcheggia lontano e si sale a piedi.

La quota di Valentano (VT) e il clima

Sull'altitudine vale la pena spendere due parole, perché incide sull'esperienza più di quanto si creda. Valentano si trova a 538 metri, su un rilievo che domina l'intera area. D'estate, quando Roma è irrespirabile e persino la riva del lago diventa afosa, qui la sera rinfresca sul serio. In inverno il vento tira, la nebbia sale dalle conche e resta impigliata tra le case, e ogni tanto nevica per davvero. Portatevi sempre uno strato in più di quanto pensiate di aver bisogno, anche in agosto: al tramonto, sulla terrazza di San Martino, l'aria cambia carattere in mezz'ora.

Quanto tempo dedicare a Valentano (VT)

Dipende da cosa cercate. Se volete soltanto dire di esserci stati, tre ore bastano. Se volete vedere il museo con calma, girare il centro storico senza fretta, sedervi a mangiare e poi scendere al Lago di Mezzano, serve una giornata intera. Se invece Valentano diventa la base per esplorare l'alta Tuscia, due o tre notti sono l'investimento giusto: da qui si raggiungono in mezz'ora Farnese, la Selva del Lamone, il Lago di Bolsena in tutte le sue sponde, e in poco più di mezz'ora si è a Tuscania, a Viterbo o a Pitigliano, oltre il confine toscano. È una posizione strategica travestita da posto isolato, ed è questa la sua vera qualità.

Dormire a Valentano (VT) e nei dintorni

L'offerta ricettiva è piccola ma esiste: agriturismi nella campagna, qualche affittacamere in paese, strutture diffuse nei borghi vicini. Non aspettatevi catene alberghiere né servizi standardizzati. Aspettatevi proprietari che vi raccontano dove comprare il pane buono e che, se glielo chiedete, vi accompagnano a vedere un pezzo di campagna che non trovereste da soli. L'errore classico è prenotare tutto sul lago e poi doversi spostare in auto ogni sera: chi organizza il viaggio in inglese trova un quadro ragionato della zona nella guida di ItalyPlanner al Lago di Bolsena, che spiega bene come sono distribuite le sponde e i servizi.

I servizi, il mercato e la bassa stagione a Valentano (VT)

Valentano è un paese vero, con farmacia, banca, ufficio postale, alimentari, tabaccheria, bar. Non è un borgo museo svuotato di abitanti. Ci si può appoggiare per le necessità quotidiane senza tornare a Viterbo, ma gli orari sono quelli della provincia italiana: chiusura pomeridiana lunga, negozi serrati la domenica, e nel giorno di mercato tutto il paese che si riversa in piazza. Se capitate in quel mattino, non lamentatevi del traffico: state assistendo alla cosa più autentica che Valentano abbia da offrire.

Chi viaggia fuori stagione tenga presente che da novembre a marzo l'alta Tuscia si spopola: molti locali riducono i giorni di apertura, alcune strutture chiudono, il museo passa all'orario invernale con le mattine come fascia principale. Non è un motivo per rinunciare, anzi: l'inverno ha una bellezza severa, con i colli che si tingono di ocra e le nebbie che trasformano la torre della Rocca in una silhouette da romanzo gotico. Ma è un motivo eccellente per telefonare prima e non dare nulla per scontato. Il turismo lento funziona solo se chi lo pratica accetta i ritmi del posto invece di pretendere che il posto si adatti ai suoi.

Il colle tra due laghi: la storia di Valentano (VT)

Per capire Valentano bisogna guardare una carta geografica, e guardarla bene. Il paese sorge su un rilievo che occupa una posizione anomala: non è affacciato sul Lago di Bolsena come i borghi rivieraschi che tutti conoscono, e non è chiuso nella depressione del Lago di Mezzano, poco più a ovest. Si trova esattamente in mezzo, sul dorso che separa i due bacini, in una posizione che permette di controllare entrambi senza appartenere a nessuno dei due. Chi ha scelto quel punto per costruirci un abitato non lo ha fatto per il panorama. Lo ha fatto perché da lassù si vedeva arrivare chiunque, da qualunque direzione, con ore di anticipo.

Il vulcano, il tufo e i due laghi di Valentano (VT)

Questa vocazione al controllo è la chiave di tutta la storia locale. L'area dei Monti Volsini è terra vulcanica: il Lago di Bolsena è il riempimento di un'enorme caldera collassata, e il Lago di Mezzano occupa una cavità più piccola, con ogni probabilità un cratere di esplosione dell'apparato di Latera, formatasi circa quattrocentomila anni fa. Il tufo che ne è derivato ha dato agli abitanti, per millenni, un materiale da costruzione facile da tagliare e sorprendentemente resistente, e un suolo di fertilità eccezionale. L'insediamento umano qui è antichissimo e ininterrotto: dove ci sono acqua dolce, terra buona e pietra tenera da scavare, gli uomini si fermano e non se ne vanno più.

Valentano (VT) prima dei Farnese: preistoria, Etruschi, Roma, medioevo

Le tracce più antiche risalgono al Paleolitico, e su questo tornerò diffusamente perché è il capitolo che rende Valentano unica nel panorama laziale. Poi arrivano gli Etruschi, che di questa regione fanno il proprio centro, con Vulci, Tarquinia e Volsinii a corona del territorio; presenze etrusche sono documentate a Monte Becco, allo Spinetto e al Vallone. Valentano si trova nel mezzo di quel triangolo, in una zona di confine e di transito, attraversata da percorsi che collegavano l'interno alla costa. Con Roma la zona entra in una fase di normalizzazione agricola: ville rustiche, poderi e un diverticolo della via Clodia che tocca questo settore dei Volsini mentre le grandi consolari passano più a est e più a ovest.

È nel medioevo che Valentano riemerge con un ruolo proprio. Il nome compare nei documenti dell'alto medioevo: un riferimento del regesto di Farfa nell'813 e la forma Balentanu nelle carte dell'abbazia di San Salvatore al Monte Amiata nell'844; nell'827 si cita già un castello diruto a Mezzano. In un territorio conteso tra il papato, i comuni toscani e le grandi famiglie feudali, un colle fortificato tra due laghi valeva molto più del suo peso demografico. Nel 1252 un incendio devastò l'abitato, salvato secondo la tradizione locale dall'intercessione di sant'Agata, protettrice contro il fuoco; nel 1296, dopo le distruzioni della guerra tra Orvieto e Viterbo, il complesso fortificato fu ricostruito attorno alla torre ottagonale che ancora oggi è il segno del paese.

I Farnese a Valentano (VT), dal 1354 al Ducato di Castro

Nel 1354 entra in scena la famiglia che avrebbe cambiato per sempre il destino del borgo: i Farnese, che ottennero la signoria e la Rocca nel quadro della riorganizzazione dello Stato pontificio guidata dal cardinale Albornoz. La loro ascesa è una delle storie più affascinanti del Rinascimento italiano, e ha il pregio raro di essere partita davvero dal basso, o quantomeno da un livello medio. Signori di piccoli castelli nella Tuscia settentrionale, capitani di ventura al servizio ora del papa ora di Siena, i Farnese costruiscono nel Quattrocento una rete di possedimenti con il baricentro proprio tra il Lago di Bolsena e il Fiora. Valentano, insieme a Farnese, Ischia di Castro, Latera e Capodimonte, è uno dei nodi di questa rete, e dal Quattrocento la famiglia la abita con regolarità: nel 1488 vi celebra le nozze di Angelo Farnese con Lella Orsini, nel 1519 quelle di Pier Luigi con Gerolama Orsini di Pitigliano, e qui nascono tra il 1520 e il 1530 i figli di quest'ultima coppia, compresi il cardinale Alessandro e il futuro duca Ottavio.

Quando nel 1537 papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, crea il Ducato di Castro e Ronciglione per il figlio Pier Luigi, Valentano diventa parte di uno degli esperimenti politici più singolari dell'Italia moderna: uno stato feudale ritagliato dentro lo Stato della Chiesa, con una capitale, Castro, ripensata da Antonio da Sangallo il Giovane, una corte, una zecca, un'ambizione da principato europeo. Il ducato durerà poco più di un secolo e finirà nel modo più brutale: nel 1649, al termine della seconda guerra di Castro, le truppe di Innocenzo X radono al suolo la capitale e sulle rovine viene piantata una colonna con la scritta che ricorda che lì sorgeva Castro. Di quella città oggi restano ruderi nella macchia tra Ischia di Castro e la valle del Fiora; Valentano, che ne era stata la sede amministrativa, diventa dopo la distruzione il centro del cosiddetto Castrense, l'ex territorio ducale tornato alla Camera Apostolica.

Dopo i Farnese: monache, zuavi, emigranti

Valentano è, in questo senso, uno dei custodi principali della memoria farnesiana. La Rocca che domina il paese non è un castello qualunque: è una residenza signorile che la famiglia trasformò progressivamente da fortezza militare a dimora di rappresentanza, con cortile, logge, scalea affrescata e un impianto che racconta il passaggio dal medioevo difensivo al Rinascimento abitativo. Dopo il 1649 l'edificio fu granaio e prigione; nel 1731 arrivarono le monache domenicane di clausura, che lo tennero fino al 1930; dal 1867 al 1870 ospitò la guarnigione degli zuavi pontifici inviati da Pio IX contro i garibaldini, e nel 1870, prima di andarsene, gli zuavi incendiarono l'archivio storico del comune. Nel 1927 il riordino delle province portò Valentano da Roma a Viterbo. Nel giugno del 1944 i bombardamenti uccisero sette civili al Portonaccio di palazzo Vitozzi.

Il paesaggio che circonda tutto questo ha una qualità che faccio fatica a descrivere senza scivolare nella retorica, e allora la dico in modo diretto: è un paesaggio agricolo che non ha subito la brutalità della modernizzazione. I campi hanno ancora dimensioni umane, le siepi ci sono, i casali sono al loro posto, e le strade bianche che collegano un podere all'altro si percorrono a piedi e in bicicletta senza che nessuno vi consideri marziani. Verso ovest il terreno degrada verso la valle del Fiora e la Maremma, verso nord ovest si apre la conca del Mezzano e il piano della caldera di Latera, verso est lo sguardo cade sul Lago di Bolsena con l'isola Bisentina e la Martana a bucarne lo specchio. Nelle giornate limpide, dalla torre della Rocca, si distinguono il Tirreno e il profilo dell'Amiata.

La Via Francigena e le strade dei pellegrini intorno a Valentano (VT)

Su questo territorio passa anche la Via Francigena, o meglio: passa in una delle sue varianti, perché il tracciato canonico dell'itinerario di Sigerico corre più a est, lungo la direttrice che tocca Acquapendente, Bolsena, Montefiascone e Viterbo. Ma la Francigena non è mai stata una strada sola: era un fascio di percorsi che si adattavano alle stagioni, alle guerre, alle condizioni dei guadi e alla presenza di ospitali. Il versante occidentale del lago era attraversato da vie che collegavano la Toscana meridionale alla Tuscia interna, e a Valentano la presenza di un insediamento templare a Villa delle Fontane, poi passato ai Cavalieri di Malta, dice che l'assistenza ai viandanti qui era organizzata. Oggi esistono itinerari escursionistici che recuperano quei percorsi, e camminarli è il modo migliore per capire come si muoveva chi attraversava questa terra prima dell'automobile.

Valentano (VT), un paese che produce ancora

C'è un aspetto che mi interessa moltissimo e che quasi nessuno racconta: la continuità agricola. Valentano è ancora un paese che produce. Grano, olio, vino, ortaggi, e soprattutto quel patrimonio di varietà locali che l'agricoltura industriale ha spazzato via quasi ovunque e che qui è sopravvissuto: il cece del solco dritto, legato al rito del 14 agosto, la patata dell'alto viterbese, i legumi dei terreni vulcanici. Sono prodotti con un sapore diverso perché crescono su suoli ricchi di minerali e a una quota che rallenta la maturazione. Il Novecento ha lasciato le stesse cicatrici che ha lasciato su tutti i paesi dell'Italia interna: una forte emigrazione verso le Americhe già alla fine dell'Ottocento, poi l'allontanamento dei giovani verso Roma e il nord. Ma la ferita non si è trasformata in agonia: il paese ha mantenuto una popolazione stabile, associazioni, feste, una vita collettiva che si vede subito in una sera d'estate in piazza.

E allora la domanda che mi pongo ogni volta che torno: perché Valentano non è famosa? La risposta è nella geografia con cui ho aperto il capitolo. Non essere sul lago, in una regione dove il lago è il richiamo principale, ha significato restare fuori dai flussi. Le agenzie portano i gruppi a Bolsena per il miracolo eucaristico, a Capodimonte per la spiaggia, a Montefiascone per il vino. Valentano, che non ha né il miracolo né la spiaggia né una denominazione famosa, è rimasta ai margini. Ed è per questo che chi ci arriva oggi trova qualcosa che altrove è andato perduto: un paese che non ha bisogno di voi per esistere, e che proprio per questo vi accoglie senza calcolo.

Una curiosità su Valentano (VT)

Se dovessi scegliere un solo motivo per convincere qualcuno a salire fin quassù, non parlerei del panorama né della cucina. Parlerei di una cosa che a Valentano c'è e che quasi nessun altro paese del Lazio può vantare: la compresenza, dentro lo stesso edificio, di due storie separate da cinquemila anni. Nella Rocca Farnese, cioè in un palazzo rinascimentale abitato da una delle famiglie più potenti d'Europa, è ospitato un museo che racconta la preistoria della Tuscia dal Paleolitico inferiore, ottocento o novecentomila anni fa, alla prima età del ferro. Da una parte i Farnese, i papi, i duchi e i matrimoni celebri; dall'altra i villaggi di capanne su palafitte, i vasi d'impasto e gli utensili di selce di comunità che vivevano su queste stesse colline quando l'Europa non aveva ancora imparato a scrivere. Le due storie convivono in poche centinaia di metri quadrati, e questo cortocircuito temporale è, per me, la vera curiosità di Valentano. Ma le curiosità non finiscono con il museo: ce ne sono altre tre che meritano di essere raccontate per esteso.

Il lago che nasconde un villaggio: le palafitte del Mezzano

Il Lago di Mezzano è un piccolo specchio d'acqua di forma quasi circolare, 47 ettari e mezzo di superficie e due chilometri e mezzo di perimetro, a 452 metri di quota, a pochi chilometri da Valentano. Non ha immissari: lo alimentano sorgenti e piogge, e ne esce l'Olpeta, che scende verso il Fiora. Visto dall'alto sembra un occhio aperto nella campagna. Chi ci arriva la prima volta lo trova sorprendentemente intimo: niente lungolago costruito, niente file di stabilimenti, solo canneti, prati e il bosco che scende fino alla riva. È il tipo di posto dove ci si siede e non si parla per venti minuti, non per posa ma perché viene naturale.

Quello che rende il Mezzano straordinario, però, è sotto la superficie. A partire dal 1973 le esplorazioni subacquee hanno portato alla luce un insediamento palafitticolo sommerso lungo la fascia costiera del lago, un abitato strutturato con migliaia di elementi lignei conservati dall'acqua e dal fango in condizioni che sulla terraferma sarebbero impensabili. I materiali coprono un arco che va dal III millennio avanti Cristo, l'età del rame, fino al XII secolo avanti Cristo, il Bronzo finale: ceramiche, oggetti in legno, bronzi. Gli autori latini conoscevano questo specchio d'acqua come Lacus Statoniensis: lo citano Plinio il Vecchio, Vitruvio e Seneca.

Il punto tecnico vale la pena spiegarlo bene, perché è la ragione per cui i siti palafitticoli sono così preziosi. Il legno, le fibre vegetali, i tessuti, i semi, tutto il materiale organico che costituiva la maggior parte della cultura materiale di una comunità preistorica, in condizioni normali marcisce e sparisce nel giro di pochi decenni. Di un villaggio dell'età del bronzo costruito su terreno asciutto ci resta, tipicamente, un pugno di buche di palo e qualche frammento di ceramica. Se lo stesso villaggio finisce sott'acqua, in un ambiente privo di ossigeno, il legno si conserva. E con il legno si conserva l'informazione: la specie degli alberi utilizzati, il modo in cui erano tagliati, gli anelli di crescita che permettono la datazione dendrocronologica, la disposizione delle strutture, i resti di ciò che si mangiava. Costruire un villaggio su palafitte non è un ripiego: è un'operazione ingegneristica che richiede pianificazione, divisione dei compiti, conoscenza dei materiali e una struttura sociale in grado di sostenere uno sforzo prolungato.

Il fatto che questo patrimonio sia legato a un lago così piccolo e così poco frequentato è un paradosso che continua a colpirmi. Sul Lago di Bolsena arrivano ogni estate decine di migliaia di persone; al Mezzano si arriva per una provinciale secondaria, la SP 118 verso il piano della caldera di Latera, l'ultimo tratto a piedi, e spesso ci si trova in tre. Eppure è sotto quest'acqua che si conserva uno degli archivi preistorici più importanti dell'Italia centrale. Una nota pratica: il sito sommerso non è visitabile. Non si va al Mezzano a vedere le palafitte come si va a vedere un anfiteatro. Quello che si può fare, e che consiglio, è visitare prima il museo a Valentano, dove i materiali recuperati sono esposti e contestualizzati, e poi scendere al lago con quella conoscenza in testa. Il paesaggio cambia quando si sa cosa c'è sotto: diventa un luogo abitato dal tempo, non un posto grazioso dove fare merenda.

Lago di Mezzano, Valentano (VT)
Lago di Mezzano, Valentano (VT)

L'ossidiana, le rotte antiche e un territorio meno isolato di quanto sembri

Questa è la curiosità che racconto per ultima, perché rovescia la percezione. Guardando Valentano oggi si ha l'impressione di un luogo appartato, fuori dalle rotte, periferico. La preistoria racconta l'esatto contrario. Tra i materiali che l'archeologia recupera nei siti neolitici dell'Italia centrale tirrenica compare con regolarità l'ossidiana, il vetro vulcanico nero e tagliente con cui si producevano lame di qualità superiore alla selce. L'ossidiana non si trova ovunque: nel Mediterraneo occidentale le fonti principali sono poche e ben identificate, tutte insulari, Lipari, Palmarola, Sardegna e Pantelleria. Le analisi geochimiche permettono di risalire al giacimento d'origine di ogni singolo frammento, e il risultato è che pezzi di vetro vulcanico provenienti dalle isole viaggiavano fino all'entroterra continentale attraverso catene di scambio lunghe centinaia di chilometri.

Aggiungete la circolazione dei metalli. L'area tra il Fiora, l'Amiata e i Monti della Tolfa è una delle regioni minerarie più importanti dell'Italia antica, con giacimenti di rame sfruttati fin dall'età del bronzo e poi alla base della fortuna etrusca; il ripostiglio della Selvicciola, esposto a Valentano, con i suoi bronzi della prima età del ferro è la prova materiale di quella circolazione. Le comunità che vivevano attorno al Mezzano non erano contadini isolati in fondo a una valle: si trovavano su una rete di percorsi che collegava le miniere all'interno, l'interno alla costa, la costa alle rotte marittime. Le strade bianche che oggi sembrano sentieri ricalcano in molti casi tracciati antichissimi, perché la geografia non cambia: un valico è un valico, un guado è un guado, e le linee di minor resistenza scelte da un pastore del bronzo sono le stesse che sceglie un trattore oggi. Camminare qui significa camminare dentro una rete di comunicazione che ha migliaia di anni, e il fatto che oggi ci sembri deserta è un accidente recente.

Il nome, il tufo e le cantine sotto le case di Valentano (VT)

Chiudo con una curiosità minore ma deliziosa, di quelle che si scoprono chiacchierando al bar. Sull'origine del toponimo circolano tre ipotesi, nessuna dimostrata: la derivazione da un centro etrusco chiamato Verentum, ancora oggi i valentanesi si dicono verentani; la Valle Ontana, la valle degli ontani, che sarebbe alla base anche dell'albero nello stemma comunale, anche se uno studio locale del 2012 sostiene che l'albero dello stemma antico non sia affatto un ontano; e un fondo di un certo Valente, con il suffisso latino in -ano che indica la proprietà. Come spesso accade con i toponimi dell'Italia centrale, la verità è probabilmente stratificata: un nucleo antico riletto dal latino, poi dal volgare, fino alla forma attuale. L'assenza di una risposta certa non mi dispiace: aggiunge un margine di mistero a un paese che di misteri ne ha parecchi.

Molto più concreto è il rapporto tra Valentano e il tufo su cui sorge. Come in tutta l'area vulcanica dei Volsini, il sottosuolo dell'abitato è scavato: cantine, magazzini, ambienti ipogei che i proprietari delle case hanno ricavato nel banco tufaceo nel corso dei secoli. Servivano per conservare il vino, l'olio, le derrate, e mantengono tutto l'anno una temperatura costante che nessun impianto moderno eguaglia con la stessa eleganza. Gli scavi recenti sotto la chiesa di Santa Maria hanno restituito proprio questo tipo di infrastruttura, con un grande pozzo-cisterna e un silos per i cereali databili tra fine Duecento e inizio Trecento. Non esiste un sistema turistico organizzato di visita alle cantine, ma se capitate in paese durante una festa e qualcuno vi invita a scendere sottoterra, accettate senza esitare: è lì che si conserva il patrimonio immateriale dell'alta Tuscia, e nessun museo potrà raccontarvelo con la stessa forza.

La Rocca Farnese di Valentano (VT) luogo per luogo

Il Museo della Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese ha un nome lungo che è già un programma: due anime, un edificio. Ed è, senza esagerazione, uno dei musei di provincia meglio concepiti che io abbia visitato nel Lazio. Fu istituito dal Consiglio comunale nel 1989, dopo che nel 1979 era iniziato il recupero di una Rocca abbandonata dal 1957, e aperto al pubblico nel giugno del 1996; nel 2011 il restauro delle ali sud ed est ha aggiunto il percorso tattile-olfattivo, la biblioteca specialistica, gli archivi e un laboratorio di restauro. La visita si sviluppa su due piani più la torre, e la descrivo nell'ordine in cui la si percorre.

Il Cortile d'Amore della Rocca Farnese

Si entra dal Cortile d'Amore, che oggi distribuisce biglietteria, aule didattiche, bookshop e area ristoro e che è la prova più eloquente della trasformazione della Rocca da fortezza a dimora. Fu realizzato per le nozze di Angelo Farnese, figlio di Pier Luigi il Vecchio, con Lella Orsini di Pitigliano, celebrate nel 1488: il colonnato inferiore porta capitelli scolpiti da un Lorenzo scalpellino fiorentino con gli stemmi delle due famiglie, i gigli farnesiani e allegorie propiziatorie per la coppia. Al centro un pozzo la cui forma ottagonale richiama la torre. D'estate il cortile ospita concerti e cerimonie. Fermatevi sotto il portico a guardare i capitelli uno per uno: sono l'unico punto della Rocca in cui la scultura quattrocentesca parla ancora con la propria voce, perché tutto il resto della decorazione farnesiana è stato coperto o disperso nei secoli successivi.

La torre ottagonale della Rocca Farnese

La torre ottagonale è il segno di Valentano, visibile da tutta la conca. Risale alla ricostruzione del 1296, dopo l'incendio del 1252 e la guerra tra Orvieto e Viterbo; in origine era esterna al castello e collegata da un ponte levatoio, e furono i Farnese a inglobarla in parte nella Rocca. È alta circa 26 metri ed è interamente accessibile fino alla sommità. Al primo piano, durante il triennio degli zuavi pontifici, funzionava da cella di rigore: sui muri restano disegni e scritte dei soldati puniti, che vale la pena cercare con calma. Oggi le sue sale ospitano la collezione etrusca D'Ascenzi e la tavoletta enigmatica. Dalla cima si abbracciano il Lago di Bolsena, il piano della caldera di Latera e la pianura vulcente fino al Tirreno: è il punto in cui si capisce, in un colpo solo, perché il colle è stato fortificato.

La Scala Santa della Rocca Farnese

La Scala Santa è l'ambiente più sorprendente dell'edificio, e nasce da un paradosso. Il cardinale Alessandro Farnese iuniore, il Gran Cardinale nato in questa Rocca nel 1520, aveva fatto costruire nel Cinquecento una monumentale scalea affrescata. Nel 1731 le monache domenicane di clausura, arrivate dal convento viterbese di Santa Caterina sotto la guida di suor Maria Gertrude Salandri, la giudicarono troppo profana: cancellarono gli affreschi originali e la trasformarono in una riproduzione della Scala Santa del Laterano, con ventotto gradini e tre riquadri per lato dipinti con episodi della Passione, Gesù davanti ad Anna, a Caifa, a Pilato e a Erode; un corridoio coperto in cima contiene altre quattro scene. I lavori, tra il 1731 e il 1748, furono seguiti dal sacerdote Candido Costa, confessore delle monache. Il risultato è una scala cardinalizia rinascimentale vestita da devozione settecentesca: un documento, più che un capolavoro, e proprio per questo affascinante.

Il primo piano: la preistoria della Tuscia, sala per sala

Il primo piano, oltre quattrocento metri quadrati, è dedicato alla preistoria della Tuscia dal Paleolitico inferiore alla prima età del ferro, tra il IX e l'VIII secolo avanti Cristo. Il percorso è cronologico e ogni sezione corrisponde a un sito del territorio. Per il Paleolitico si parte da Cenciano Diruto e dalla Grotta delle Settecannelle, con chopper, bifacciali, raschiatoi e punte ritoccate: strumenti che raccontano la presenza umana su queste colline da centinaia di migliaia di anni. Il Neolitico è rappresentato dal villaggio di Poggio Olivastro, con le ceramiche e le lame di ossidiana di cui ho parlato sopra. L'età del rame ha come fulcro la necropoli della Selvicciola, con le tombe a grotticella scavate nel tufo e i corredi. L'età del bronzo è la sala più ricca: l'insediamento sommerso del Lago di Mezzano con i suoi pali, le ceramiche e i bronzi, la necropoli a incinerazione di Ponte San Pietro e quella di Castelfranco Lamoncello. La prima età del ferro chiude con il ripostiglio della Selvicciola, un deposito di bronzi che documenta la circolazione dei metalli alla vigilia del mondo etrusco. Pannelli, plastici ricostruttivi e postazioni multimediali spiegano le trasformazioni ambientali e sociali; il criterio espositivo non è quello, diffusissimo, della vetrina piena di frammenti con un cartellino minuscolo, ma uno sforzo evidente di far capire al visitatore non archeologo perché quel coccio scuro sia importante.

Il secondo piano: Valentano (VT) dal medioevo all'età moderna

Il secondo piano, circa duecento metri quadrati, segue lo sviluppo di Valentano dal VII secolo dopo Cristo all'età contemporanea, e il filo conduttore è la ceramica. Ci sono i boccali a cannata invetriati e smaltati, le ceramiche trecentesche dipinte in bruno manganese e verde ramina, i pezzi quattrocenteschi in giallo antimonio e blu cobalto, i frammenti con verde a rilievo e zaffera, i piatti graffiti di scuola viterbese, due ciotole ispano-moresche importate da Manises, presso Valenza, e una spada medievale in ferro. Il pezzo attorno a cui ruota tutto è un gruppo di materiali raccolti nel 1987 in un butto della Rocca, cioè in un pozzo di scarico dove finivano le stoviglie rotte: fra questi un piatto nuziale con gli stemmi Farnese e Orsini, commissionato dal cardinale Alessandro Farnese seniore, il futuro Paolo III, per le nozze del figlio Pier Luigi con Gerolama Orsini di Pitigliano nel 1519. È un oggetto piccolo e va cercato con attenzione, ma dice più di cento pagine sul rapporto tra questa Rocca e la famiglia: qui non si passava, qui si viveva, si mangiava e si sposava.

La collezione etrusca D'Ascenzi e la tavoletta enigmatica

Nella torre ottagonale trovano posto due sale minori ma preziose. La collezione D'Ascenzi, di formazione privata, raccoglie ceramiche etrusche di varie fasi, paste vitree di tradizione fenicia, bronzetti e oggetti in osso: un ponte tra la preistoria del primo piano e il mondo di Vulci e Tarquinia. La saletta al secondo piano della torre custodisce dal 2013 la tavoletta enigmatica della caldera di Latera, rinvenuta nel 1993-1994 dalla Soprintendenza per l'Etruria meridionale in località Vallone, a pochi chilometri dal paese. Le tavolette enigmatiche sono piccoli manufatti in terracotta, più raramente in pietra, dell'età del bronzo, tra il XXI e il XIV secolo avanti Cristo, con segni geometrici impressi di significato ignoto; se ne conoscono circa 342 esemplari fra l'Italia settentrionale, l'area danubiana e il Mar Nero, e quella di Valentano è l'unica del Lazio. Prevale l'ipotesi che si tratti di un sistema di comunicazione o di conteggio, ma nessuno lo sa davvero. Per me è l'oggetto più affascinante dell'intero museo: un messaggio di quattromila anni fa che nessuno riesce a leggere.

Il percorso tattile-olfattivo, la biblioteca e l'archivio della Rocca Farnese

Nelle ali restaurate nel 2011 trovano posto il percorso tattile-olfattivo, pensato per i visitatori non vedenti ma utile a chiunque voglia toccare copie dei reperti e riconoscere gli odori delle piante e dei materiali della preistoria; la biblioteca comunale, nell'ala est dal 1988; e l'archivio storico, che conserva documenti dal 1450 al 1870, cioè fino all'incendio appiccato dagli zuavi. Chi fa ricerca sulla storia farnesiana trova qui uno dei fondi più interessanti dell'alta Tuscia. Il museo dispone anche di un tour virtuale sul proprio sito, comodo per prepararsi, ma nessuno schermo restituisce la vertigine di salire i ventotto gradini della Scala Santa dentro una fortezza del Duecento.

Orari, prezzi e come si visita il Museo di Valentano (VT)

L'ingresso è in piazza della Vittoria 11. Il biglietto costa 4 euro intero e 2 euro ridotto; entrano gratis i residenti, le persone con disabilità, i bambini sotto i sei anni, gli insegnanti accompagnatori e le guide in servizio. Il lunedì è chiuso tutto l'anno. Da ottobre a maggio l'orario è mattutino, dalle 9 alle 13 dal martedì al giovedì, con l'aggiunta del pomeriggio dalle 14 alle 17 il venerdì e il sabato, e dalle 10 alle 13 la domenica; da giugno a settembre si visita nel pomeriggio, dalle 15.30 alle 19.30 dal martedì al venerdì, e nel fine settimana sia la mattina dalle 9 alle 13 sia il pomeriggio. Visite guidate e laboratori per le scuole si prenotano attraverso il sito ufficiale museovalentano.it o al numero 0761 420018. Calcolate un'ora e mezza; con bambini, due, perché la parte preistorica li cattura in un modo che i musei d'arte non riescono quasi mai a fare.

Valentano (VT)
Valentano (VT)

Il centro storico di Valentano (VT) luogo per luogo

Il centro storico ha un impianto medievale di case in tufo, chiuso dalle mura castellane e servito da due accessi, Porta Magenta e Porta San Martino. L'ossatura è un tridente di strade, via Carlo Alberto, via Gramsci e corso Matteotti, che converge sulle due piazze principali, piazza Cavour e largo Paolo Ruffini, mentre la Selciata sale verso la Rocca. Si gira in un'ora, ma ogni edificio ha una storia che vale la sosta.

Porta Magenta, la porta del Mascherone

Si entra da Porta Magenta, che tutti chiamano Porta del Mascherone per la faccia scolpita in cima, con la lingua fuori: secondo la tradizione locale rappresenta l'attitudine dei valentanesi alla maldicenza, e ogni paese della Tuscia ne ha una versione. La porta fu edificata nel 1779, sotto il pontificato di Pio VI, dopo il crollo della precedente Porta Romana eretta nel 1417 sotto Martino V Colonna; sopra l'arco resta lo stemma pontificio monumentale. La tradizione locale vuole che per la ricostruzione sia stato utilizzato un disegno antico di Jacopo Barozzi da Vignola, l'architetto dei Farnese morto nel 1572: è un'attribuzione di tradizione, non documentata, e va presa come tale. Il nome attuale è ottocentesco.

Il Palazzo comunale di Valentano (VT)

Su piazza Cavour si affaccia il Palazzo comunale, di impianto rinascimentale con rifacimento settecentesco. Sulla facciata si leggono tre stemmi che riassumono la storia del paese: quello di Valentano, quello di Martino V Colonna, il papa che rifondò la porta nel 1417, e quello dei Farnese. Dal balcone, ogni 14 agosto, si legge l'esito del Solco Dritto. Sotto il portico la targa dei caduti della Grande Guerra, del 1919, porta un epitaffio del letterato Fausto Salvatori: Valentano perse 66 uomini in quel conflitto, e la toponomastica del centro, via Trento e Trieste, piazza della Vittoria, fu rinominata in loro memoria.

La Collegiata di San Giovanni Apostolo ed Evangelista

La chiesa madre di Valentano risale all'anno Mille circa, in forme romaniche; nel 1253 Innocenzo IV le conferì il titolo di pieve, la facciata è della metà del Quattrocento e l'interno fu rifatto in stile barocco tra la fine del Seicento e i primi del Settecento. Il campanile, insieme alla torre ottagonale della Rocca, è uno dei due simboli civili del borgo. Dentro si conservano un affresco della Crocifissione attribuito a Marcello Venusti, l'allievo lombardo di Michelangelo, sopravvissuto al rifacimento barocco; una statua lignea della Madonna Assunta della metà del Seicento, che è la protagonista della festa di Ferragosto; una tela con la Madonna con Bambino e i santi Pietro e Paolo di Alessandro Mattia da Farnese, chiamato il pittore di Valentano, proveniente dalla chiesa di Santa Maria; le reliquie del compatrono Giustino martire. L'organo è recente, un Claudio Pierini del 2017. Guardate il Venusti per primo: le attribuzioni ai michelangioleschi in provincia vanno prese con cautela, ma il disegno delle figure è di qualità e merita il confronto.

La chiesa di Santa Maria e il corso di Valentano (VT)

Lungo corso Matteotti sorge la chiesa di Santa Maria, di origine medievale, documentata almeno dal Trecento. Un dettaglio urbanistico la racconta meglio di tutto: in origine era orientata verso nord, e intorno al 1520, nel quadro dei lavori farnesiani di riassetto del paese, fu girata verso est per allinearsi alla nuova via di Santa Maria, l'attuale corso. L'aspetto attuale è del 1736-1744, su progetto dell'architetto Pietro Amari. Dentro, la statua della Madonna della Coroncina e un affresco quattrocentesco della Madonna della Rosa. Gli scavi recenti hanno riportato alla luce, sotto il pavimento, due forni per la fusione delle campane, l'area cimiteriale medievale, un grande pozzo-cisterna e un silos per i cereali, tutti databili tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento: è il sottosuolo del paese che affiora, e conferma quanto detto sulle cantine nel tufo.

Palazzo Vitozzi e Palazzo Cruciani

In via Trento e Trieste, Palazzo Vitozzi conserva finestre in pietra vulcanica, lo stemma della famiglia e il nome del costruttore, Joannes Vitotius, inciso sulla facciata; il suo Portonaccio è il luogo in cui nel giugno del 1944 morirono sette civili sotto i bombardamenti. In via Carlo Alberto, Palazzo Cruciani è la casa natale di Paolo Ruffini, il matematico e medico che nel 1765 nacque a Valentano e che il mondo conosce per la regola di Ruffini, quella che a scuola si usa per dividere i polinomi, e per la prima dimostrazione, incompleta ma decisiva, dell'impossibilità di risolvere per radicali l'equazione di quinto grado. Il largo davanti porta il suo nome. È il valentanese più celebre e quasi nessuno lo sa.

Porta San Martino e la terrazza panoramica

All'estremità opposta del paese, Porta San Martino apre sulla terrazza panoramica omonima, il belvedere da cui si domina la conca del Mezzano e il piano della caldera di Latera, che è Sito di Importanza Comunitaria. È il punto da cui, la sera del 14 agosto, si guarda il solco illuminato nella piana. Al mattino presto è deserto e la luce radente disegna i campi come una carta in rilievo.

Le chiese fuori le mura: Santa Croce, Madonna del Monte, Madonna della Salute

Fuori dalle mura la chiesa di Santa Croce, medievale, conserva un affresco con la Vergine e i flagellanti, testimonianza delle confraternite di disciplinati che qui, come in tutta la Tuscia, gestivano l'assistenza. In località Montenero, la chiesa della Madonna del Monte, anch'essa medievale e detta anche della Pietà, è stata restaurata nel 1986. Il santuario della Madonna della Salute ha una storia da romanzo: nacque verso il 1470 da una cappella eretta da Francesco Portici, un brigante che si consegnò alle autorità e indicò il luogo del proprio esilio come sito per la costruzione; nel 1506 i frati agostiniani vi costruirono la chiesa, nel 1708 passò ai Frati Minori, e dentro suona ancora un organo del 1852. A Villa delle Fontane, dove nell'839 sorgeva un villaggio poi divenuto magione templare e quindi dei Cavalieri di Malta, resta la memoria dell'antica Sancta Maria ad Templum e la chiesa dell'Annunziata e di sant'Agapito, rifatta intorno al 1930.

Valentano (VT)
Valentano (VT)

Una cosa che non ti dice nessuno su Valentano (VT)

Arrivo alla parte che scrivo con più piacere, quella in cui provo a dire le cose che le guide ufficiali non dicono. Non perché mentano, ma perché una guida ha il compito di promuovere e io ho quello, più modesto, di far arrivare la gente preparata. Su Valentano ci sono quattro verità che nessuno mette per iscritto e che, se le sapete prima, vi cambiano il viaggio.

La prima e più importante: Valentano non è un borgo da cartolina, ed è meglio saperlo prima di partire. Chi arriva aspettandosi Civita di Bagnoregio, Calcata o uno dei borghi laziali riqualificati per lo sguardo del visitatore resterà spiazzato. Qui c'è un centro storico autentico ma non restaurato in modo scenografico, ci sono edifici moderni mescolati a quelli antichi, ci sono le tracce di un paese che ha continuato a costruire e a vivere invece di congelarsi. Non è un difetto: è la ragione per cui Valentano ha ancora un'anima. Ma se il vostro metro è l'estetica da rivista, resterete delusi, e sarà colpa dell'aspettativa, non del paese. Le altre tre verità le sviluppo una per una.

Il Museo di Valentano (VT) è molto più importante di quanto la sua fama lasci intendere

Questa è la cosa che andrebbe scritta a caratteri cubitali all'ingresso del paese. Il Museo della Preistoria della Tuscia non è un museo civico messo insieme per orgoglio locale, con due vetrine di cocci e un plastico polveroso. Espone materiali di rilevanza scientifica reale, provenienti da uno dei contesti palafitticoli più significativi dell'Italia centrale, dall'unica tavoletta enigmatica del Lazio e da necropoli dell'età del rame e del bronzo che gli specialisti citano nei manuali. Il problema è che nessuno lo sa. Nel racconto turistico del Lazio l'archeologia coincide con Roma, con gli Etruschi di Tarquinia e Cerveteri, al massimo con Vulci. La preistoria è la grande assente: percepita come materia oscura, priva di monumenti fotogenici, buona per gli specialisti. È un errore culturale grave, perché cancella centinaia di migliaia di anni di storia umana su questo territorio e priva il pubblico dell'unica prospettiva che permetta di capire come si è formato il paesaggio che attraversiamo.

La conseguenza pratica è che il museo riceve una frazione dei visitatori che meriterebbe. Chi ci entra si trova quasi sempre solo, con la possibilità rara di guardare le cose senza gomitate e con quella ancora più rara di fare domande a chi sorveglia le sale, che spesso conosce i materiali molto meglio di quanto ci si aspetterebbe. Sfruttate questa condizione: in un museo affollato non si impara niente, in un museo vuoto si impara tutto. Aggiungo un consiglio di metodo. Davanti a un oggetto preistorico la reazione naturale è l'indifferenza: un pezzo di ceramica scura, un utensile di pietra, un frammento di legno. Per superarla bisogna cambiare domanda. Non chiedetevi che cosa sia quell'oggetto, chiedetevi chi lo ha fatto e perché. Quel palo di quercia è stato tagliato da qualcuno, con uno strumento, in una giornata precisa, per costruire una casa in cui avrebbe dormito una famiglia. Nel momento in cui si ricostruisce il gesto umano dietro l'oggetto, la preistoria smette di essere una nebbia e diventa una storia. E se viaggiate con adolescenti annoiati dalle chiese, questo museo è la vostra arma segreta: le palafitte, il villaggio sommerso riscoperto dai subacquei, la tavoletta che nessuno sa leggere hanno un potere di attrazione che nessun affresco eguaglia. Ho visto ragazzi che non guardavano niente da tre giorni fermarsi davanti a una vetrina del Mezzano e cominciare a fare domande.

Il Lago di Mezzano non è una spiaggia, e va trattato di conseguenza

Seconda verità scomoda. Su internet circolano immagini del Lago di Mezzano che ne fanno un piccolo paradiso naturale, e in effetti lo è, ma la parola paradiso genera aspettative sbagliate. Il Mezzano non è un lago balneare attrezzato. Non è il fratello minore del Lago di Bolsena. È un bacino piccolo, di origine craterica, proposto dal 2005 come Sito di Interesse Comunitario, con caratteristiche ambientali proprie e una fruizione che va calibrata con testa. Primo: non aspettatevi servizi. Si arriva a piedi, la riva è naturale, la vegetazione tocca l'acqua in molti punti. Portatevi tutto quello che vi serve e riportatevi via tutto, rifiuti compresi. Secondo: il livello dell'acqua varia con la stagione e con le piogge, perché il lago vive solo di sorgenti e precipitazioni. Terzo, e questo è il punto delicato: è un contesto archeologico tutelato. Il sito palafitticolo sommerso non è un parco giochi. Non si scava, non si raccoglie nulla, non si porta via niente, e questo vale anche per il pezzetto di legno annerito che sembra un rametto qualunque e che potrebbe non esserlo affatto.

Detto questo, il Mezzano è uno dei posti più belli dell'intero Lazio interno, e lo dico senza esitazioni. La sua bellezza è raccolta: la conca chiusa, il silenzio, gli uccelli acquatici, la campagna che si vede oltre il bordo del cratere. Ci si va per camminare lungo la riva, per sedersi, per guardare. Chi arriva con la mentalità del bagnante troverà poco; chi arriva con la mentalità del camminatore troverà moltissimo. Un dettaglio pratico: la strada di accesso, la provinciale 118 verso la piana, è secondaria e in alcuni tratti stretta. Con un'auto normale non ci sono problemi, con un camper la faccenda si complica, con un pullman è da escludere. In primavera il lago è al massimo: acqua alta, prati verdi, fioriture, una quantità di vita animale che si percepisce senza essere naturalisti. In piena estate le ore centrali sono da evitare. In autunno il bosco cambia colore e l'acqua prende una tonalità profonda che non ha in nessun'altra stagione. In inverno può essere spettacolare nelle giornate limpide e desolato in quelle di nebbia.

La cucina della Tuscia a Valentano (VT) è vera, ma bisogna sapere cosa chiedere

Terza verità, e riguarda la tavola. Nell'alta Tuscia si mangia bene, ma il rischio di mangiare male esiste, e nasce da un fraintendimento: molti visitatori cercano i piatti che hanno letto come tipici del Lazio, cioè quelli romani, e finiscono per ordinare carbonare e amatriciane in un territorio che ha una cucina completamente diversa. La cucina della Tuscia viterbese è una cucina di terra, povera nell'origine e ricchissima nel risultato, costruita su tre pilastri: i legumi, i cereali e l'olio. A Valentano i tre prodotti che vanno cercati per nome sono il cece del solco dritto, un cece piccolo e saporito che prende il nome dal rito di Ferragosto e che si mangia in zuppa o con la pasta; la patata dell'alto viterbese, coltivata sui terreni vulcanici della fascia tra Bolsena e Grotte di Castro, che dà gnocchi di una consistenza che altrove non si trova; e il tortello valentanese, la pasta ripiena della festa. Intorno, i piatti di tutto il comprensorio: le zuppe di lenticchie e fagioli chiuse da un giro d'olio a crudo, la pasta fatta a mano con sughi di carne, l'acquacotta maremmana che risale il confine con pane raffermo, verdure e uovo, l'agnello al forno o alla brace, i formaggi di pecora. E l'olio: l'extravergine della fascia collinare tra il lago e i Cimini ha un profilo amaro e piccante che chi non è abituato scambia per difetto e che invece è la firma di un olio vivo.

Sul vino, un chiarimento. La denominazione più famosa della zona è quella di Montefiascone, con il bianco dal nome leggendario, ma sulla fascia occidentale del lago, tra Gradoli e Grotte di Castro, si producono vini che meritano attenzione, spesso da aziende piccole che vendono direttamente, compreso l'Aleatico di Gradoli, il rosso dolce che chiude bene un pasto di legumi. Chiedete al ristorante qualcosa di locale invece dell'etichetta nazionale che conoscete già. Un ultimo avvertimento: nella Tuscia le porzioni sono generose e il menù degustazione in miniatura non ha attecchito. Scegliete due portate e concentratevi su quelle, lasciando spazio al dolce se è fatto in casa. E se vi offrono un amaro alla fine, accettatelo: fa parte del rito.

Il turismo che serve a Valentano (VT) non è quello che sembra

Chiudo con la riflessione più scomoda, quella sul rapporto tra chi visita e chi abita. Nei borghi dell'Italia interna si è diffusa una narrazione secondo cui il turismo sarebbe la soluzione allo spopolamento. È una narrazione che semplifica troppo e nei casi peggiori produce danni: paesi che si svuotano di residenti e si riempiono di case vacanza, alimentari che chiudono e riaprono come negozi di souvenir, prezzi degli immobili che espellono i giovani del posto. Valentano, per ora, è lontanissima da questo scenario, ed è una delle ragioni per cui ci torno volentieri. Ma la direzione dipende dal tipo di visitatore che attirerà. Un turismo mordi e fuggi, fatto di pullman che scaricano gruppi per quaranta minuti, lascia quasi nulla e consuma l'identità. Un turismo lento, fatto di persone che si fermano una o più notti, mangiano nei locali del posto, comprano dai produttori, entrano nel museo e pagano i quattro euro del biglietto, sostiene attività reali e dà un motivo economico ai giovani per restare. Il modo in cui visitate Valentano non è una questione privata di gusto: è una piccola scelta politica. E allora la cosa che davvero non vi dice nessuno, la sintesi di tutto: Valentano non ha bisogno di voi, ma voi potreste avere bisogno di Valentano. In un'epoca in cui viaggiare significa sempre più spesso mettersi in fila per vedere qualcosa già visto mille volte in fotografia, esistono ancora luoghi dove si arriva senza prenotazione, si cammina senza folla, si mangia senza menù in cinque lingue e si parla con qualcuno che non vi considera un cliente. Non durerà per sempre. Ma finché dura, salire su questo colle tra due laghi è uno dei modi migliori che conosca per ricordarsi perché si viaggia.

Il consiglio che ti do per visitare Valentano (VT)

Il consiglio principale è uno solo: non trattate Valentano come una tappa. Non inseritela in un giro del Lago di Bolsena tra Capodimonte e Gradoli, con quaranta minuti di sosta e una foto alla Rocca. Non funziona. Valentano non ha un monumento-cartolina che si consuma in un quarto d'ora e non ha un centro storico spettacolare da fotografare di corsa. Ha una densità di significato che si rivela solo se le si concede tempo, e il tempo minimo è mezza giornata piena. Detto questo, entro nel merito con una serie di indicazioni operative, in ordine di importanza.

Cominciate dal museo, non dal paese. È controintuitivo: l'istinto è girare prima il borgo e poi entrare da qualche parte se avanza tempo. Qui va fatto il contrario. Il Museo della Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese fornisce le chiavi di lettura di tutto il resto: dopo averlo visitato, il colle, i due laghi, le strade di campagna e persino i muri delle case acquistano un senso che prima non avevano. Se lo lasciate per ultimo, rischiate di arrivarci stanchi e di attraversarlo distrattamente, buttando via la parte migliore. Nei mesi estivi, quando apre solo nel pomeriggio nei giorni feriali, rovesciate l'ordine: paese e Mezzano la mattina, museo dalle 15.30.

Salite sulla torre ottagonale e restateci. Dai 26 metri della torre si domina un anfiteatro naturale che comprende la conca di Bolsena a est e la campagna che degrada verso la Maremma a ovest. Non è un panorama da guardare per trenta secondi: è un panorama da leggere. Prendetevi il tempo di identificare le isole sul lago, il profilo dei rilievi, la direzione da cui siete arrivati. Quando si comincia a riconoscere la geografia, si capisce perché quel colle è stato fortificato: la vista è la ragione stessa dell'esistenza del paese.

Scendete al Lago di Mezzano nel pomeriggio, salvo d'estate. L'ordine giusto ha due motivi. Il primo è la luce: la conca riceve il sole basso del pomeriggio in modo che rende l'acqua quasi metallica, e il canneto della riva prende una tonalità dorata che al mattino non c'è. Il secondo è che, se avete visitato il museo, arriverete al lago con la testa piena di quello che c'è sotto. Portatevi l'acqua, scarpe che non temano il fango e un cappello.

Mangiate in paese, non fuori. È una regola che applico ovunque nella Tuscia e che qui funziona bene. La ristorazione di Valentano è dimensionata sui residenti prima che sui visitatori, il che significa porzioni oneste, prezzi ragionevoli e cucina di territorio senza reinterpretazioni. Cercate i piatti che parlano di questa terra e chiedete sempre da dove viene l'olio, e di assaggiarlo su una fetta di pane prima di condire qualunque cosa. Prenotate a pranzo e non date nulla per scontato la sera: fuori dai fine settimana estivi l'offerta serale può ridursi parecchio, e se arrivate all'improvviso di lunedì sera in novembre mettete in conto di doversi spostare. Non è un difetto: è la fisiologia di un paese che vive di se stesso.

Combinate Valentano con uno o due borghi vicini, non con cinque. L'errore classico di chi visita l'alta Tuscia è la bulimia: sei paesi in un giorno, tutti visti male. Costruite coppie sensate. Valentano più Farnese funziona benissimo, perché insieme raccontano il ducato e in mezzo c'è la Selva del Lamone. Valentano più Capodimonte funziona per chi vuole alternare la collina e l'acqua nella stessa giornata. Valentano più Gradoli è la combinazione perfetta per chi si interessa di storia farnesiana e di enogastronomia, visto che Gradoli conserva un altro palazzo della famiglia. Chi vuole un itinerario farnesiano completo, costruito da chi accompagna gruppi per mestiere, può chiederlo a TourLeaderPro, che organizza viaggi di gruppo in Italia su misura.

Scegliete la stagione con attenzione. Il periodo migliore, a mio parere netto, va da metà aprile a metà giugno e da metà settembre a fine ottobre. In primavera la campagna è in fiore, le temperature sono perfette per camminare e la luce ha una limpidezza che regala visibilità fino all'Amiata; la terza domenica di maggio c'è la Fiera del Cedro, istituita nel 1461 da Pier Luigi Farnese il Vecchio e ancora viva. In autunno arrivano i colori del bosco, la vendemmia, la raccolta delle olive e il primo olio nuovo, che è il momento gastronomico più alto dell'anno. Luglio e agosto sono gestibili grazie alla quota ma vanno affrontati con orari intelligenti; il 14 e il 15 agosto, per il Solco Dritto, sono un'esperienza che vale una notte in paese. L'inverno è per chi ama i paesaggi spogli e non teme il vento.

Portatevi contanti. Suona antiquato e in parte lo è, ma nei mercati, nelle piccole aziende agricole e in qualche bar del centro il contante resta lo strumento più fluido. Avere cinquanta euro in tasca vi eviterà di rinunciare a una forma di pecorino comprata da chi l'ha fatta. E parlate con la gente: è il consiglio che vale più di tutti gli altri messi insieme e che nessuna guida stampata vi darà, perché non si può standardizzare. Chiedete al barista dove si mangia bene, chiedete a chi sorveglia il museo cosa vale la pena vedere nei dintorni, chiedete al contadino che vende le uova se si può passare a vedere il campo. Nella maggior parte dei casi otterrete non una risposta, ma un pezzo di racconto che vi resterà addosso più a lungo di qualunque monumento. Chi arriva a Valentano cercando la conferma di un'idea preconfezionata di borgo, tutta gerani e panni stesi, resterà deluso: qui ci sono anche i palazzi degli anni Settanta e le saracinesche abbassate. Chi arriva disposto a guardare quello che c'è se ne andrà con la sensazione di aver visto qualcosa che gli altri non vedono.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti, a Valentano, vi diranno che nella Rocca si sposò Giulia Farnese, la Bella, sorella del futuro Paolo III e amante di Rodrigo Borgia, il papa Alessandro VI. È il fatto risaputo. Quello che si cita meno è come stanno le cose nei documenti. Giulia nacque verso il 1475 in una famiglia radicata fra il lago e il Fiora; il contratto di matrimonio con Orsino Orsini fu stipulato il 21 maggio 1489 a Roma, nel palazzo del cardinale Rodrigo Borgia, vicecancelliere della Chiesa, e la cerimonia si tenne nello stesso palazzo il 9 maggio 1490. Il legame con il Borgia, che allora aveva quasi sessant'anni, cominciò intorno al 1491; nel 1493 il fratello Alessandro, venticinquenne, ricevette il cappello cardinalizio, e da quel cappello sarebbe partita la traiettoria che quarant'anni dopo lo portò al soglio pontificio. La tradizione che colloca le nozze di Giulia nella Rocca di Valentano è dunque una tradizione, non un dato d'archivio, e come tradizione va raccontata.

Ma il fatto vero, quello che la tradizione ha in qualche modo sostituito, è ancora più interessante. La Rocca di Valentano fu davvero una casa di nozze e di nascite farnesiane, solo con altri protagonisti. Nel 1488 vi si sposò Angelo Farnese, fratello di Giulia e di Alessandro, con Lella Orsini di Pitigliano, ed è per quelle nozze che fu costruito il Cortile d'Amore con i capitelli allegorici. Nel 1519 Pier Luigi Farnese, il figlio del cardinale Alessandro e futuro primo duca di Castro, sposò Gerolama Orsini di Pitigliano, e il piatto nuziale con i due stemmi esposto al secondo piano del museo è il residuo materiale di quel banchetto. E soprattutto in questa Rocca nacquero i figli di Pier Luigi e Gerolama: Alessandro il 27 settembre 1520, il Gran Cardinale che avrebbe commissionato il palazzo di Caprarola, la chiesa del Gesù e il completamento di Palazzo Farnese a Roma; Vittoria nel 1521, futura duchessa di Urbino; Ottavio il 9 ottobre 1524, che a quattordici anni sposò Margherita d'Austria, figlia di Carlo V, e fu il secondo duca di Parma; Ranuccio nel 1530, cardinale a quindici anni. Il rischio, con Giulia, è di ridurla al ruolo che le hanno assegnato i romanzi e le serie televisive, cioè quello della cortigiana d'alto bordo: lettura pigra e falsa, perché le lettere e i comportamenti documentati mostrano una donna che negoziava, gestiva i propri beni e si muoveva con abilità in un ambiente dove un passo falso costava la vita, e perché senza il suo posizionamento alla corte Borgia non ci sarebbero stati né il ducato né il palazzo che oggi ospita l'ambasciata di Francia. Ma il rischio simmetrico, a Valentano, è di lasciare che la leggenda di un matrimonio copra la realtà di una generazione intera nata fra queste mura. Roma era il palcoscenico; la Tuscia era casa, e la casa era questa.

La foto giusta da fare a Valentano (VT)

Confesso un pregiudizio: diffido delle guide che indicano il punto esatto in cui mettersi per la fotografia perfetta, perché il risultato è che duecentomila persone fanno la stessa immagine e si convincono di aver visto un posto. Detto questo, a Valentano una fotografia che vale davvero la pena esiste, e non è quella che viene istintivamente in mente. La foto sbagliata è la Rocca inquadrata dal basso, dalla piazza, in pieno sole, con il cielo bianco alle spalle: l'immagine che tutti scattano nei primi cinque minuti e che nessuno guarderà mai più, con l'edificio schiacciato e il controluce che mangia i dettagli della muratura.

La foto giusta è quella che tiene insieme il colle e l'acqua. Il senso di Valentano è nella posizione: un abitato fortificato su un rilievo, con due bacini vulcanici ai lati. Una fotografia che restituisce questo racconta il paese; una che si limita alla facciata di un edificio no. Il lavoro da fare è cercare un punto di vista in cui, nella stessa inquadratura, entrino la sagoma del borgo con la torre ottagonale e, sullo sfondo o di lato, la superficie del lago. Questi punti si trovano lungo le strade che salgono verso il paese, soprattutto sul versante che guarda Bolsena, sulla provinciale che arriva da Capodimonte. Vale la pena percorrere l'ultimo tratto con calma, individuare due o tre piazzole dove fermarsi in sicurezza e tornarci al momento giusto. La regola è semplice: non fotografate mentre state arrivando, perché sarà l'ora sbagliata; individuate il punto, memorizzatelo, tornateci nell'ora d'oro.

Sull'ora d'oro la geografia impone un vincolo. Il Lago di Bolsena si trova a est di Valentano: il sole ci sorge sopra e tramonta dietro le spalle del paese. L'inquadratura verso il lago funziona magnificamente al mattino presto, quando la luce radente da est illumina l'acqua e la nebbia mattutina si stende sulla conca come un lenzuolo, con le isole che emergono come dorsi di balena. È il momento più difficile da conquistare, perché richiede di alzarsi al buio, ma è anche quello che restituisce le immagini migliori dell'intera alta Tuscia. Al tramonto il gioco si rovescia: il sole cade verso la Maremma e il Tirreno, e la fotografia da fare guarda la campagna occidentale dalla terrazza di San Martino o dalla cima della torre, con i rilievi che si sovrappongono in piani successivi e la foschia che li separa in bande di grigio sempre più chiaro. È una fotografia di atmosfera più che di soggetto, e funziona benissimo in bianco e nero; con un teleobiettivo, comprimete i piani e il risultato assomiglia a certe incisioni ottocentesche.

La terza fotografia, per chi ha tempo, si fa al Lago di Mezzano. Qui il soggetto è la circolarità: un cratere quasi perfetto, con la corona di vegetazione che lo chiude e l'acqua immobile al centro. Per renderla bisogna trovare un punto leggermente rialzato sulla riva, in modo che l'obiettivo abbracci una porzione di curva sufficiente a far intuire la forma. Un grandangolo aiuta, ma senza esagerare: sotto una certa focale il lago diventa una pozzanghera in fondo all'inquadratura. Il trucco è mettere qualcosa in primo piano, un ramo, un canneto, un tronco riverso, che dia profondità e scala. Poi c'è la categoria delle fotografie piccole, che preferisco. Il centro storico è fatto di tufo, e il tufo assorbe la luce invece di rifletterla, ha una grana visibile e cambia colore in modo drammatico: al sole di mezzogiorno è quasi giallo, all'alba tende al rosa, dopo la pioggia diventa bruno scuro. Fotografare uno stipite, un arco, il mascherone di Porta Magenta, il pozzo ottagonale del cortile, significa fotografare la materia stessa di questo territorio. E una raccomandazione sulle persone: la tentazione di fotografare gli anziani seduti fuori casa è forte, ma non si scatta di nascosto. Si chiede. Nella maggior parte dei casi la risposta è sì, e quello che si ottiene è un ritratto vero, e spesso una conversazione che vale più della fotografia.

Valentano (VT)
Valentano (VT)

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Metto in fila i fatti documentati che hanno segnato Valentano, perché letti in sequenza raccontano una storia sola: quella di un colle che è sempre valso più del suo peso demografico.

Nel 1252 un incendio devastò il paese; la tradizione attribuisce la salvezza a sant'Agata, e il culto è rimasto. Nel 1296, dopo la guerra tra Orvieto e Viterbo che aveva colpito anche Valentano, la fortificazione fu ricostruita attorno alla torre ottagonale. Nel 1354 i Farnese ottennero la signoria e la Rocca, e da quel momento per tre secoli il destino del paese coincise con quello della famiglia. Nel 1417 Martino V Colonna fece erigere la Porta Romana, poi crollata e sostituita nel 1779 dall'attuale Porta Magenta. Nel 1461 Pier Luigi Farnese il Vecchio istituì la Fiera del Cedro, che si tiene ancora la terza domenica di maggio e il lunedì successivo: cinque secoli e mezzo di continuità per un mercato di paese sono un record che pochi luoghi d'Italia possono vantare.

Il 1488 è l'anno delle nozze di Angelo Farnese con Lella Orsini e del Cortile d'Amore; il 1519 quello delle nozze di Pier Luigi con Gerolama Orsini; il 1520 e il 1524 sono gli anni di nascita, nella Rocca, del cardinale Alessandro e del duca Ottavio. Intorno al 1520 i Farnese riordinarono l'abitato, ruotando la chiesa di Santa Maria per aprire il nuovo corso. Nel 1534 Alessandro Farnese seniore divenne papa Paolo III e fece costruire nella Rocca la loggia che porta il suo nome; nel 1537 creò il Ducato di Castro per il figlio Pier Luigi, con Valentano fra i centri principali. Nel 1649 la seconda guerra di Castro si chiuse con la distruzione della capitale da parte delle truppe di Innocenzo X: i Farnese lasciarono la Rocca e Valentano divenne il centro amministrativo del Castrense tornato alla Chiesa. Nel 1731 arrivarono le monache domenicane, che ricavarono la Scala Santa e tennero la Rocca per due secoli, fino al 1930, quando si trasferirono a Gubbio.

L'Ottocento fu turbolento. Nel 1848 nacque l'Associazione Castrense, che riuniva liberali e democratici dell'ex ducato, e nel 1860 la Lega dei Comuni. Nel 1867 arrivarono i garibaldini di Giuseppe Baldini e Riccardo Bousquet e si scontrarono con gli zuavi pontifici, che presidiarono la Rocca fino al 1870 e, prima di andarsene, incendiarono l'archivio comunale: per questo l'archivio storico conservato oggi nel museo si ferma a quella data. La Grande Guerra costò 66 caduti a un paese di poche migliaia di anime. Nel 1927 il riordino delle province portò Valentano da Roma a Viterbo. Nel giugno del 1944 i bombardamenti colpirono il centro e uccisero sette civili al Portonaccio di Palazzo Vitozzi, a poche settimane dalla liberazione.

Poi la storia recente, che per Valentano è soprattutto storia di scoperte. Nel 1973 le esplorazioni subacquee nel Lago di Mezzano individuarono l'insediamento palafitticolo sommerso e diedero il via alle campagne che continuano ancora oggi. Nel 1979 cominciò il recupero della Rocca abbandonata; nel 1987 il butto restituì il piatto nuziale del 1519; nel 1989 il Consiglio comunale istituì il museo; nel 1993-1994 al Vallone affiorò la tavoletta enigmatica; nel giugno del 1996 il museo aprì al pubblico e nel 2011 completò le ali sud ed est. Nell'agosto del 2026, per la prima volta in una storia plurisecolare, l'aratro del Solco Dritto è stato guidato da una donna, Martina Marchi, ventitré anni: un fatto minuscolo nella cronaca nazionale e grande in quella del paese, che dice quanto questa tradizione sia viva e non imbalsamata.

Chi è passato da Valentano (VT)

La domanda su chi sia passato da un luogo è quasi sempre la più rivelatrice, perché smonta l'idea che i paesi piccoli siano sempre stati piccoli. Valentano ha visto transitare o soggiornare figure che hanno lasciato un segno nella storia europea, e ha fatto parte di un sistema territoriale attraversato da un flusso umano continuo. Metto in fila i passaggi che contano.

Il primo nome, inevitabilmente, è quello dei Farnese, e qui non si tratta di passaggi ma di residenza. Ranuccio il Vecchio, il capitano di ventura che nel Quattrocento combatteva per il papa e per Siena e costruiva la fortuna della famiglia con la lancia; Pier Luigi il Vecchio, che istituì la fiera nel 1461; Angelo, sposato qui nel 1488; Alessandro, il futuro Paolo III, che convocò il Concilio di Trento, affidò a Michelangelo il Giudizio Universale e la fabbrica di San Pietro, e che in questa Rocca fece costruire la loggia; Pier Luigi il Giovane, primo duca di Castro, poi di Parma e Piacenza, assassinato a Piacenza nel 1547; i figli nati qui, il Gran Cardinale Alessandro, Ottavio, Vittoria e Ranuccio. Giulia la Bella appartiene a questo elenco per tradizione più che per documento, come ho spiegato, ma i suoi beni sul lago erano a un passo da qui. Con il ducato arrivò un via vai di funzionari, architetti, cartografi: Antonio da Sangallo il Giovane, che progettò Castro e mise mano anche alla Rocca di Valentano dopo il 1519, secondo la tradizione locale; e Jacopo Barozzi da Vignola, l'architetto di Caprarola, a cui la stessa tradizione attribuisce il disegno di Porta Magenta.

Intorno al 1585 arrivò a Valentano, al servizio di Mario Farnese, il poeta veneziano Antonio Ongaro, autore dell'Alceo, la favola pescatoria che trasporta l'Aminta di Tasso sulla costa tirrenica; qui trascorse gli ultimi anni e qui morì, con ogni probabilità all'inizio del 1593, secondo il Dizionario biografico degli italiani. Nel 1765 nacque a Palazzo Cruciani Paolo Ruffini, che avrebbe insegnato a Modena, curato i malati durante l'epidemia di tifo del 1817 e lasciato il proprio nome nei libri di algebra di tutto il mondo: è il valentanese che ha viaggiato più lontano senza muoversi dall'Emilia. Il letterato Fausto Salvatori, l'autore dell'Inno a Roma musicato da Puccini, scrisse l'epitaffio dei caduti sul Palazzo comunale nel 1919.

Poi ci sono i pellegrini, la categoria più numerosa e più anonima. La Via Francigena, nel tracciato principale, attraversa il Lazio settentrionale toccando Bolsena, Montefiascone e Viterbo, ma il sistema dei percorsi era molto più ramificato di quanto suggerisca l'itinerario di Sigerico. Chi scendeva dalla Toscana meridionale, chi proveniva dalla Maremma, chi cercava vie alternative per evitare zone insicure o guadi impraticabili si spostava lungo direttrici occidentali che toccavano Valentano, e la magione templare di Villa delle Fontane era una delle stazioni. Il pellegrinaggio medievale non era turismo religioso: era un'impresa rischiosa, a piedi, con la concreta possibilità di morire per strada di malattia, di fame o per mano di briganti. I borghi lungo i percorsi fornivano ospitalità, cibo, assistenza, sepoltura. Camminare oggi lungo i sentieri della Francigena nella Tuscia, magari partendo da Montefiascone o da Bolsena, significa mettere i piedi in un flusso che dura da più di mille anni.

Tra Sette e Ottocento arrivarono i viaggiatori del Grand Tour, e qui il rapporto con Valentano si fa più obliquo. L'Italia era la meta obbligata dell'educazione aristocratica europea, e la Tuscia si trovava sulla via di chi scendeva da Firenze e Siena verso Roma lungo la Cassia. I diari, le incisioni e gli acquerelli di quella stagione hanno costruito l'immagine dell'Italia interna che ancora portiamo in testa: rovine coperte di vegetazione, contadini in costume, laghi vulcanici nella foschia, paesi arroccati sulle rupi. La zona del Lago di Bolsena entra a pieno titolo in questo repertorio; Valentano compare, di sfuggita, nelle descrizioni di chi si allontanava dalla strada maestra per curiosità o per necessità, senza che un diario celebre l'abbia fissata sulla pagina come Bolsena o Montefiascone. Nel 1867 passarono i garibaldini e restarono, per tre anni, gli zuavi pontifici, giovani cattolici francesi, belgi, olandesi e canadesi arruolati per difendere Pio IX: le loro scritte sui muri della torre ottagonale sono la firma più insolita che un visitatore abbia lasciato a Valentano.

Il Novecento porta un altro tipo di passaggio: gli archeologi. Sono loro, con le campagne che dal 1973 interessano il Lago di Mezzano e con gli scavi della Soprintendenza al Vallone, alla Selvicciola e a Ponte San Pietro, ad aver restituito a Valentano una dimensione internazionale. Il lavoro su un sito palafitticolo sommerso è tra i più complessi dell'archeologia: richiede competenze subacquee, protocolli di conservazione del legno bagnato, analisi di laboratorio e una pazienza che i tempi mediatici non premiano. Le persone che hanno lavorato in quelle acque non hanno lasciato lapidi né statue, ma sono a pieno titolo tra chi ha segnato la storia recente del paese. E c'è una categoria a cui tengo, quella dei partiti e mai tornati: gli emigranti, che dalla fine dell'Ottocento hanno portato il nome di Valentano nelle Americhe e nel nord Europa. In molte famiglie esiste ancora un ramo che vive dall'altra parte dell'oceano e che torna d'estate, con un accento strano e una nostalgia precisa. Infine i passaggi di oggi: camminatori, cicloturisti, chi lavora da remoto e sceglie l'entroterra invece della costa. Sono passaggi lenti, capaci di lasciare qualcosa al territorio invece di consumarlo, ed è su questo flusso che i borghi dell'alta Tuscia possono costruire un futuro. Se dovessi riassumere in una riga: da Valentano è passata molta più gente di quanta il paese oggi lasci immaginare. Un colle tra due laghi non resta mai vuoto a lungo.

Valentano (VT)
Valentano (VT)

Le feste di Valentano (VT): il Solco Dritto e la Fiera del Cedro

Il Solco Dritto è la festa che definisce Valentano, e va vista almeno una volta nella vita. All'alba del 14 agosto, verso le cinque e mezza, un aratro trainato dai buoi parte dalla piana sotto il paese e traccia un solco di circa cinque chilometri seguendo le biffe di orientamento piantate nei giorni precedenti. Il bifolco alla stiva è scelto dai Signori della festa, cioè dalla classe di età che quell'anno organizza il Ferragosto, e il suo compito è uno solo: tenere il solco dritto. Dal balcone del Palazzo comunale si legge poi il responso: solco dritto, anno buono e raccolto abbondante; solco storto, cattivo presagio. È un rito di ringraziamento alla Madonna Assunta, la cui statua lignea seicentesca esce in processione dalla Collegiata il 15, ma le sue radici sono evidentemente più antiche del cristianesimo: si legge nella terra il futuro, come facevano gli aruspici etruschi di queste stesse colline. Dopo la tiratura c'è la merenda contadina con biscotti e vino; la sera il solco viene illuminato e dal belvedere di San Martino appare come una lama di luce nella piana. È l'unica notte dell'anno in cui consiglio di dormire in paese a qualunque costo.

La Fiera del Cedro, la terza domenica di maggio e il lunedì successivo, è più antica ancora: la istituì Pier Luigi Farnese il Vecchio nel 1461, e da allora Valentano ospita un mercato di prodotti locali e merci che riempie il paese. Il nome ricorda l'agrume, ma oggi la fiera è soprattutto l'occasione per comprare olio, legumi, formaggi e attrezzi da chi li produce, e per vedere il paese nella sua veste più viva. Le altre occasioni da cercare sono le sagre estive del tortello valentanese, la pasta ripiena che è il piatto dell'identità locale.

Cosa vedere intorno a Valentano (VT)

Nel raggio di dieci minuti d'auto ci sono il Lago di Mezzano, la piana della caldera di Latera con il borgo di Latera, e Capodimonte con la sua rocca farnesiana sul lago e l'imbarco per l'isola Bisentina. In venti minuti si arriva a Farnese, il paese che ha dato il nome alla famiglia, e alla Selva del Lamone, una foresta su colate laviche piena di sentieri e di leggende; a Gradoli con il palazzo Farnese e l'Aleatico; a Grotte di Castro con le necropoli etrusche e le patate; a Ischia di Castro, da cui si raggiungono i ruderi di Castro nella macchia. In mezz'ora si toccano Bolsena con la basilica di Santa Cristina, Tuscania con le sue due chiese romaniche, Pitigliano oltre il confine toscano, e Montalto di Castro con il parco archeologico di Vulci. Per l'intera area, in inglese, la selezione di ItalyPlanner sui piccoli centri del Lazio aiuta a scegliere le coppie di borghi giuste; per il resto della regione c'è la guida di ItalyPlanner al Lazio.

Valentano (VT) con i bambini e accessibilità

Con i bambini Valentano funziona meglio di molti borghi celebri, per una ragione semplice: il museo è pensato per loro. I plastici del villaggio palafitticolo, le postazioni multimediali, il percorso tattile-olfattivo in cui si toccano le copie degli strumenti e si annusano le resine, la salita sulla torre con le scritte dei soldati prigionieri, il pozzo nel cortile: è una visita che regge due ore senza lamenti. Il museo organizza laboratori didattici su prenotazione, e l'ingresso è gratuito sotto i sei anni. Il centro storico è pianeggiante nella parte alta e ha pochi gradini; la Selciata verso la Rocca è in salita ma breve. Il Lago di Mezzano richiede un tratto a piedi su sterrato: con un passeggino robusto si fa, con uno da città no. Per l'accessibilità in carrozzina il museo ha una pagina dedicata sul proprio sito e il Cortile d'Amore con i servizi al piano terra è privo di barriere; i piani superiori e la torre sono raggiungibili con limiti che conviene verificare telefonando, perché l'edificio è una fortezza del Duecento e non tutto si può adattare. Le persone con disabilità entrano gratis.

Quando andare a Valentano (VT) e quando evitare

Primavera e autunno, senza esitazione: aprile e maggio per le fioriture e la Fiera del Cedro, ottobre per l'olio nuovo e i colori del Lamone. Ferragosto per il Solco Dritto, sapendo che il paese è pieno e che si dorme dove si trova posto. Da evitare: i lunedì, perché il museo è chiuso e il paese è al minimo; le ore centrali di luglio e agosto al Mezzano; le giornate di nebbia invernale, che cancellano il panorama che è la ragione della visita. Se avete un solo giorno e volete vedere la Rocca, non venite d'estate la mattina di un giorno feriale: trovereste il museo chiuso fino alle 15.30.

Domande veloci su Valentano (VT)

Quanto dista Valentano (VT) da Roma?

Circa 110 chilometri per la via più diretta, A1 fino a Orte e poi Viterbo; in auto contate poco meno di due ore, di più nei fine settimana estivi sulla Cassia.

Come si arriva a Valentano (VT) senza auto?

Treno regionale della FL3 o autobus Cotral da Roma a Viterbo, poi autobus Cotral della linea Viterbo Riello per Farnese, che ferma a Valentano. Le corse sono poche, concentrate la mattina e il pomeriggio e quasi assenti la domenica: verificate gli orari sul sito Cotral prima di partire.

Quanto costa il Museo di Valentano (VT)?

Intero 4 euro, ridotto 2 euro. Gratis per i residenti, le persone con disabilità, i bambini sotto i sei anni, gli insegnanti accompagnatori e le guide turistiche in servizio.

Quali sono gli orari del Museo della Preistoria della Tuscia?

Chiuso il lunedì. Da ottobre a maggio: martedì, mercoledì e giovedì 9-13; venerdì e sabato 9-13 e 14-17; domenica 10-13. Da giugno a settembre: dal martedì al venerdì 15.30-19.30; sabato e domenica 9-13 e 15.30-19.30.

Serve prenotare per visitare la Rocca Farnese di Valentano?

Per la visita libera no. Le visite guidate, i laboratori e i gruppi si prenotano attraverso il sito museovalentano.it o al telefono 0761 420018.

Quanto dura la visita a Valentano (VT)?

Un'ora e mezza per il museo, un'ora per il centro storico, un'ora e mezza per scendere al Lago di Mezzano e tornare. Mezza giornata piena è il minimo; una giornata con il pranzo è la misura giusta.

Il Lago di Mezzano è balneabile?

Non è un lago attrezzato per la balneazione e non ha servizi: si arriva a piedi, la riva è naturale e il fondale ospita un sito archeologico tutelato. Vale per camminare e guardare, non per fare il bagno.

Si possono vedere le palafitte del Lago di Mezzano?

No, il villaggio sommerso non è visitabile. I reperti recuperati dal 1973 in poi, pali, ceramiche e bronzi, sono esposti al primo piano del museo di Valentano.

Valentano (VT) è adatta ai bambini?

Sì, soprattutto per il museo: plastici del villaggio palafitticolo, postazioni multimediali, percorso tattile-olfattivo, salita sulla torre ottagonale. L'ingresso è gratuito sotto i sei anni e i laboratori didattici si prenotano.

Il Museo di Valentano è accessibile in sedia a rotelle?

Il Cortile d'Amore e i servizi al piano terra sono senza barriere e il museo pubblica una pagina dedicata all'accessibilità sul proprio sito; per i piani superiori e la torre conviene telefonare prima, perché l'edificio è una fortezza medievale.

Dove si parcheggia a Valentano (VT)?

Negli spazi liberi lungo le vie che circondano il centro storico e nella zona di piazza della Vittoria. Nei giorni del Solco Dritto e della Fiera del Cedro si parcheggia più lontano e si sale a piedi.

Cos'è il Solco Dritto di Valentano?

Il rito propiziatorio del 14 agosto: all'alba un aratro traccia un solco di circa cinque chilometri nella piana sotto il paese, e la sera dal balcone del Comune si legge il responso. Dritto, buon raccolto. È legato alla festa dell'Assunta del 15 agosto.

Quando si tiene la Fiera del Cedro di Valentano?

La terza domenica di maggio e il lunedì successivo. Fu istituita nel 1461 da Pier Luigi Farnese il Vecchio.

Cosa si mangia a Valentano (VT)?

Il tortello valentanese, il cece del solco dritto in zuppa, gli gnocchi con la patata dell'alto viterbese, l'acquacotta, l'agnello, il pecorino, e l'olio extravergine della fascia collinare. Da bere, i vini della sponda occidentale del lago e l'Aleatico di Gradoli.

Chi è nato a Valentano (VT)?

Il cardinale Alessandro Farnese il Giovane nel 1520 e il duca Ottavio Farnese nel 1524, entrambi nella Rocca; il matematico Paolo Ruffini nel 1765, a Palazzo Cruciani.

Giulia Farnese si è sposata davvero a Valentano?

È una tradizione locale. I documenti collocano il contratto del 1489 e la cerimonia del 1490 nel palazzo del cardinale Rodrigo Borgia a Roma. Nella Rocca si celebrarono invece le nozze di Angelo Farnese nel 1488 e di Pier Luigi Farnese nel 1519.

Qual è la differenza tra Valentano e Farnese?

Farnese è il paese che ha dato il nome alla famiglia, con la Selva del Lamone alle spalle; Valentano è la residenza in cui i Farnese abitarono, si sposarono e nacquero, e conserva il museo. Insieme, in una giornata, raccontano il Ducato di Castro.

Cosa vedere a Valentano (VT) in due ore?

Il Cortile d'Amore, la Scala Santa, la sala del Mezzano e la torre ottagonale nel museo; poi Porta Magenta, la Collegiata e la terrazza di San Martino.

Si può salire sulla torre ottagonale?

Sì, la torre è accessibile fino alla sommità, 26 metri, all'interno del percorso museale. Dalla cima si vedono il Lago di Bolsena, la caldera di Latera e, nelle giornate limpide, il Tirreno.

Valentano (VT) è sulla Via Francigena?

Non sul tracciato principale, che passa per Acquapendente, Bolsena, Montefiascone e Viterbo, ma su una delle varianti occidentali di pellegrinaggio; a Villa delle Fontane esisteva una magione templare.

Qual è il periodo migliore per visitare Valentano (VT)?

Da metà aprile a metà giugno e da metà settembre a fine ottobre. Il 14 e 15 agosto per il Solco Dritto, se accettate la folla.

Valentano (VT) merita una notte?

Sì, se volete usarla come base per l'alta Tuscia: Farnese, Gradoli, Capodimonte, Bolsena, Tuscania e Pitigliano sono tutte entro mezz'ora. Una sola notte in agosto, per il Solco Dritto, la consiglio a chiunque.

Ho accompagnato gruppi in tutta la Tuscia per vent'anni, e Valentano è il paese che spiego con più gusto e vendo con più fatica: non ha la cartolina, ha il contenuto. Chi ci arriva con l'idea di controllare una casella se ne va deluso; chi entra nella Rocca, sale sulla torre, scende al Mezzano e si ferma a cena in paese torna a casa con una cosa rara, la sensazione di aver capito un territorio invece di averlo soltanto visto. Il mio consiglio da professionista è secco: metà giornata è il minimo, una notte è la misura giusta, e il museo va visitato prima di tutto il resto.

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