Gregory’s Jazz Club
In breve. Ritrovo storico capitolino per gli amanti del jazz e anche per i palati curiosi di buon whisky: la definizione che gira da anni è questa, ed è una definizione onesta, però racconta si e no metà della faccenda.
Gregory’s Jazz Club
Via Gregoriana, 54/a
Roma
Ritrovo storico capitolino per gli amanti del jazz e anche per i palati curiosi di buon whisky: la definizione che gira da anni è questa, ed è una definizione onesta, però racconta si e no metà della faccenda. Perché il Gregory’s non è soltanto un locale con il pianoforte in fondo alla sala e una bottigliera importante alle spalle del bancone. È un posto che ha scelto una strada precisa del centro di Roma, una delle più letterarie e delle meno chiassose, e ci ha messo dentro una cosa che a Roma non è mai stata scontata: il jazz suonato dal vivo tutte le sere, non una volta ogni tanto, non nel weekend, non quando capita. Tutte le sere, con due set, uno presto e uno più tardi.
Ti dico subito dove ti porta il numero 54 di via Gregoriana, così ti orienti. Sei a pochi passi da Trinità dei Monti, cioè in cima alla scalinata di piazza di Spagna, in quel pezzo di città che dal Cinquecento in poi è stato il quartiere degli stranieri, dei pittori, dei poeti e dei viaggiatori con il taccuino. Il club è a metà strada fra piazza di Spagna e la Fontana di Trevi, e questa posizione non è un dettaglio da depliant: significa che ci arrivi a piedi da mezza Roma centrale, che hai due fermate di metropolitana a portata di scarpa e che, soprattutto, ci arrivi camminando in un contesto che vale la passeggiata anche prima di entrare.
Nelle righe che seguono ti racconto il locale, ma anche la strada, il palazzo di fronte con i mostri di pietra sulle porte, la scalinata, il Pincio, e un po’ della storia del jazz a Roma, che è una storia più tormentata di quanto si immagini. Il filo è sempre lo stesso: capire perché una serata al Gregory’s funziona meglio se sai dove ti trovi.
Una curiosità su Gregory’s Jazz Club
La curiosità più bella riguarda l’ordine in cui sono nate le cose. Il Gregory’s non è nato come jazz club con il bar annesso. È nato al contrario: prima il bar, poi la musica. Apre come cocktail bar nel 1995, e fin da subito si costruisce una reputazione da whisky bar serio, di quelli che tengono le etichette in bella vista e sanno raccontarle. Il jazz dal vivo arriva l’anno dopo, nel 1996, e da lì in avanti diventa la spina dorsale del locale, al punto che oggi nessuno lo chiama più cocktail bar: lo chiamano il tempio del jazz romano, cosa che il locale stesso rivendica volentieri con l’insegna in inglese.
Questa inversione spiega parecchio del carattere del posto. Un jazz club che nasce come club e poi mette il bar dentro tende a trattare il bancone come un servizio accessorio: si beve quello che c’è, si paga il coperto, si applaude. Un bar che nasce bar e poi si innamora della musica, invece, si porta dietro la cura del dettaglio liquido anche quando il palco diventa la cosa principale. Ed è esattamente quello che succede qui: la selezione di distillati resta una parte dell’identità, non una concessione. Parliamo di una carta che arriva a contare oltre duecento etichette diverse di whisky, dagli Stati Uniti al Giappone fino agli scotch più conosciuti, con accanto selezioni di gin, rum, vodka, tequila, grappe, amari e liquori.
Però attenzione, e questa è la parte più interessante della curiosità: il locale non ha mai costruito la propria immagine sulla quantità. La filosofia che il Gregory’s dichiara apertamente da anni è quella del bere meno per bere meglio. Detta così sembra uno slogan, e invece è una scelta di posizionamento che si vede nella pratica: la cocktail list è costruita su preparazioni fatte in casa, e quasi ogni proposta esiste anche nella versione analcolica. Vuol dire che puoi passare una serata intera davanti al pianoforte con un bicchiere che ti interessa per il gusto e non per la gradazione, e nessuno ti guarderà storto. Per un posto che ha la parola whisky praticamente incisa nel nome, è una posizione controcorrente e, probabilmente, la ragione per cui ci si torna.
Seconda curiosità nella curiosità: la cucina. Uno si aspetta il tagliere, le olive, magari i salumi. Qui invece la proposta gastronomica va verso il Giappone, con degustazioni fusion di sushi pensate per accompagnare il bicchiere. È un abbinamento che spiazza al primo colpo e che ha una sua logica interna precisa, perché il whisky giapponese e la cucina giapponese condividono la stessa idea di misura, e perché il jazz, per sua natura, è musica che mescola tradizioni senza chiedere permesso. Insomma: un bar romano, in una strada papale del Cinquecento, che suona musica afroamericana e serve sushi. Più Roma di così.
Dove ti ritrovi davvero quando arrivi al 54 di via Gregoriana
Via Gregoriana è una di quelle strade che i romani attraversano distrattamente e i viaggiatori scoprono per caso. Corre parallela a via Sistina, scende dolcemente dal piazzale di Trinità dei Monti verso la zona di via Capo le Case, ed è larga il giusto per far passare un’automobile e due pedoni che si guardano male. Non ha vetrine urlate, non ha insegne luminose, non ha quel rumore di fondo che ti aspetti a duecento metri dalla scalinata più fotografata d’Europa. Ha portoni alti, cornici di travertino, qualche targa, e un silenzio che al calare della sera diventa quasi imbarazzante per quanto è fuori scala rispetto al centro.
Il nome viene da papa Gregorio XIII, il pontefice del calendario gregoriano, quello che nel 1582 tolse dieci giorni all’ottobre europeo per rimettere in pari le stagioni con il cielo. Il suo pontificato, fra il 1572 e il 1585, fu anche una stagione di grandi aperture stradali: Roma stava riorganizzando il tessuto urbano attorno alle basiliche e ai colli, e le strade nuove prendevano il nome del papa che le aveva volute. Da lì a poco sarebbe arrivato Sisto V, che con l’architetto Domenico Fontana avrebbe disegnato il sistema di assi rettilinei e obelischi che ancora oggi regge l’orientamento del centro. Via Sistina, che corre a fianco, è proprio un pezzo di quel disegno: faceva parte della lunga arteria che collegava Trinità dei Monti a Santa Maria Maggiore.
Quindi, quando entri al Gregory’s, entri dentro un tessuto urbano progettato per portare i pellegrini da una basilica all’altra in linea retta. Che quattro secoli dopo lo stesso tratto di strada ospiti un contrabbasso e una batteria è una di quelle sovrapposizioni che rendono Roma difficile da riassumere in una frase.
Il locale si annuncia poco. Una porta a vetri, l’insegna, e basta. Chi passa distratto non lo nota. Chi lo cerca lo trova subito. È una scelta precisa e coerente con tutto il resto: il Gregory’s non lavora sul passaggio casuale, lavora sul pubblico che sa dove sta andando, e questa differenza fra locale turistico e punto di ritrovo internazionale è una cosa che il club rivendica esplicitamente.
Una cosa che non ti dice nessuno su Gregory’s Jazz Club
La cosa che non ti dice nessuno è che il Gregory’s ha due anime fisicamente separate, su due piani diversi, e che sbagliare piano significa vivere due serate completamente diverse.
Al piano terra c’è il bar. La porta a vetri si apre su uno spazio piccolo che riesce a sembrare grande, con il bancone in legno massello, la bottigliera a specchi anticati alle spalle del barman, i tavoli in legno e una luce calda, tenuta bassa quel tanto che basta per far capire che non sei in un caffè. Alle pareti, fotografie in bianco e nero dei grandi del jazz, alternate all’esposizione dei vini. È l’ambiente in cui ti fermi se vuoi parlare, se sei arrivato presto, se aspetti qualcuno, se hai voglia di farti raccontare una bottiglia.
Poi c’è una scala in legno. E qui succede la cosa. La scala porta al piano superiore, ed è al piano superiore che si suona. Sopra trovi divanetti comodi, luci calde, specchi, un soffitto con le travi in legno a vista e un muro in mattoncini riportati al vivo che fa da fondale allo spazio della musica. Lì, tutte le sere, aspettano un pianoforte Yamaha a mezza coda e una batteria Gretsch, e attorno a quei due strumenti ruotano sax, contrabbasso, trombe e clarinetti a seconda della formazione di turno.
Perché questo è importante e perché nessuno te lo dice? Perché la sala della musica è piccola. Non è un teatro, non è un auditorium, non c’è una platea in pendenza con la visuale garantita per tutti. È una stanza. Il che significa due cose. La prima è che l’ascolto è ravvicinato in un modo che cambia proprio la natura dell’esperienza: senti la meccanica del pianoforte, senti le spazzole sul rullante, senti il respiro del sassofonista prima dell’attacco. Sono dettagli che in una sala grande spariscono nell’amplificazione e che qui invece sono la sostanza. La seconda è che i posti sono quelli che sono, e che arrivare all’ultimo minuto in una sera affollata può voler dire restare in piedi o restare di sotto.
Da qui discende il consiglio pratico più utile che ti posso dare in assoluto, e cioè che al Gregory’s non si capita: al Gregory’s si va, avendo deciso prima a che set si vuole assistere. Il club lavora su due turni serali, uno nella prima fascia e uno più tardi, e sono due pubblici e due climi diversi. Il set presto è più raccolto, spesso in formazione ridotta, duo o trio, con un’atmosfera da salotto. Il set tardo tende ad avere formazioni più ampie, quartetti, e un’energia diversa, con la sala già calda e il pubblico già dentro la serata.
Terza cosa che nessuno dice: il locale non vive solo di serate. Il Gregory’s ha anche una funzione di agenzia per gli artisti, cioè lavora sulla carriera dei musicisti oltre che sul cartellone del proprio palco. Questo spiega perché la programmazione ha una continuità che pochi locali riescono a tenere: non è un club che ospita chi passa, è un club che costruisce e fa crescere un giro di musicisti, e quel giro torna, si mescola, cambia formazione. Se ci vai due volte a distanza di un mese, riconoscerai dei volti dietro agli strumenti, ma quasi mai nella stessa combinazione.
Il consiglio che ti do per visitare Gregory’s Jazz Club
Te lo do in ordine, dal primo gesto all’ultimo, perché è un posto dove l’ordine delle cose fa la differenza.
Uno: scrivi o chiama prima. Il club risponde al telefono e su Whatsapp al numero che pubblica sul proprio sito, oppure via posta elettronica all’indirizzo info del dominio gregorysjazz.com. Prima di muoverti conviene chiedere due cose: se c’è ancora posto per il set che ti interessa e quali sono le condizioni di ingresso della serata. Su quest’ultimo punto sono onesto con te: non ti riporto cifre né formule di tesseramento, perché molti circoli musicali romani funzionano con modalità di accesso che cambiano nel tempo e non voglio darti un numero che potrebbe non valere più la sera in cui ci vai. Una domanda al telefono risolve la questione in trenta secondi e ti evita sorprese sulla porta.
Due: scegli il set con criterio. Se è la prima volta e vuoi capire il posto, prendi quello presto. Sala più tranquilla, formazioni piccole, più facile parlare con chi ti serve al bancone e farti spiegare cosa stai bevendo, più facile prendersi il tempo di guardare le fotografie alle pareti. Se invece vuoi la serata piena, con il locale in temperatura, il set tardo è il tuo. E se hai una serata lunga davanti, niente ti vieta di fare entrambi, cenando fra l’uno e l’altro.
Tre: arriva prima dell’orario di inizio, non all’orario di inizio. Vent’anni di club piccoli insegnano che il quarto d’ora di anticipo è la differenza fra un divanetto e uno sgabello in fondo. Anticipare ti dà anche il tempo di fare la cosa giusta, cioè bere il primo bicchiere di sotto, al bancone, e salire solo quando la musica sta per cominciare.
Quattro: comportati come si fa in un jazz club vero. Non è snobismo, è acustica. In una sala piccola una conversazione a volume normale copre letteralmente uno spazzolato di batteria e rovina l’ascolto a venti persone. Durante i pezzi si parla poco e a bassa voce, si applaude dopo gli assoli se ne hai voglia, e le chiacchiere si spostano di sotto o negli intervalli. È una convenzione semplice che rende la serata migliore per tutti, te compreso.
Cinque: sul bere, regolati bene. La selezione di distillati è uno dei tratti identitari del locale, ed è giusto conoscerla. Ma la parte interessante non è quante etichette ci sono, è che ne puoi assaggiare una sola e farla durare tutto il set, chiedendo al banco perché quella bottiglia sia diversa dalle altre. È esattamente così che il posto vuole essere frequentato, e la cosa bella è che la carta prevede anche versioni analcoliche di quasi tutti i cocktail, quindi nessuno resta con il bicchiere vuoto per scelta. Se guidi, la risposta è già scritta: si beve analcolico e basta. Se invece hai deciso di concederti qualcosa, lascia l’automobile a casa. Sei a cento metri dalle fermate della metropolitana di Barberini e di Spagna, la linea A serve tutto il centro, e nelle notti del fine settimana il servizio notturno di superficie copre le direttrici principali. In alternativa, una corsa in taxi dal centro storico verso casa è il modo più semplice di chiudere bene la serata. Il tempio del jazz merita un rientro tranquillo.
Sei: il dopo. Quando esci, non prendere subito la strada di casa. Sali i cento metri che ti separano dal piazzale di Trinità dei Monti e affacciati sulla scalinata di notte. Ti dico dopo perché quel momento è la parte migliore.
Come ci arrivi, in pratica
Via Gregoriana è nel cuore del centro storico, e nel cuore del centro storico l’automobile è quasi sempre la soluzione peggiore. Ti metto giù le opzioni in ordine di sensatezza.
A piedi. È il modo giusto. Se arrivi da piazza di Spagna sali la scalinata, arrivi in cima davanti alla chiesa di Trinità dei Monti e imbocchi la strada che scende sulla destra: sei arrivato. Se arrivi da Fontana di Trevi, risali verso via del Tritone e poi verso l’alto: sono pochi minuti. Se arrivi da via Veneto o dalla zona Ludovisi, scendi verso piazza Barberini e poi risali. Il quartiere è tutto in salita e discesa dolce, e nessun tragitto supera il quarto d’ora dai punti principali.
Metropolitana. La linea A è la tua linea. Vanno bene sia la fermata Barberini sia la fermata Spagna: dal locale, entrambe sono nell’ordine dei cento metri in linea d’aria, con qualche scalino in più o in meno a seconda della direzione. La fermata Spagna, in particolare, ha l’uscita che sbuca dentro il quartiere e ti risparmia il dislivello peggiore.
Autobus. Le linee che servono via del Tritone e la zona di piazza Barberini ti lasciano a breve distanza. Nel centro storico romano gli autobus soffrono il traffico, quindi se hai un orario da rispettare la metropolitana resta più affidabile.
Automobile. Qui serve attenzione. La zona è dentro la ZTL del Centro Storico, che vieta l’accesso ai veicoli non autorizzati dal lunedì al venerdì fra le 6:30 e le 18:00 e il sabato fra le 14:00 e le 18:00. Esiste inoltre una ZTL notturna attiva il venerdì e il sabato fra le 23:00 e le 3:00, esclusi i giorni festivi. Moto e ciclomotori possono entrare sempre, e l’accesso è libero la domenica e nei giorni festivi. I display luminosi all’ingresso dei varchi indicano lo stato in tempo reale, e conviene guardarli sempre perché le fasce possono variare. Per la sosta, ci sono le strisce blu nella zona e il parcheggio Ludovisi a circa cinque minuti a piedi. Detto questo, e considerato il discorso di prima sul rientro, il consiglio resta di lasciare l’automobile fuori dal centro.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che via Gregoriana ospita una delle case più strane di Roma. Il fatto poco citato è che quella casa e il Gregory’s sono praticamente dirimpettai, e che quindi la sera in cui vai a sentire jazz puoi, con una deviazione di venti secondi, trovarti davanti a un portone che ti guarda con la bocca spalancata.
Parlo di Palazzo Zuccari, noto a tutti come la casa dei mostri. Lo costruì alla fine del Cinquecento il pittore Federico Zuccari, che era fra gli artisti più affermati del suo tempo: aveva lavorato in Vaticano, aveva completato la cupola del Duomo di Firenze dopo la morte di Giorgio Vasari, aveva viaggiato in mezza Europa. Arrivato all’età in cui un artista vuole lasciare un segno che parli di sé, comprò il terreno in questa zona alta e si fece la casa. E se la fece a modo suo.
Il colpo di genio, o di follia a seconda dei gusti, è nelle aperture che affacciano su via Gregoriana. Il portone e le finestre non sono incorniciati da architravi e timpani come vorrebbe la grammatica del tempo: sono scolpiti a forma di mascheroni mostruosi, teste enormi con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. Ci entri dentro attraversando le fauci. È un gesto teatrale che ha un precedente illustre e dichiarato, il parco dei mostri di Bomarzo, nella Tuscia, dove a metà Cinquecento Vicino Orsini aveva fatto scolpire nella roccia un bestiario di giganti e figure grottesche, con tanto di orco dalla bocca spalancata usata come ingresso di una stanza.
Perché lo fece? La lettura più diffusa è che Zuccari volesse dare alla propria dimora il carattere di una porta fra due mondi: dalla strada, la città reale; oltre la soglia, il regno dell’immaginazione dell’artista. C’è anche una lettura più pratica, e cioè che in un quartiere che si stava riempiendo di palazzi eleganti e sostanzialmente identici, il modo più efficace per ricordare a tutti chi eri fosse costruire l’unica facciata che nessuno avrebbe mai dimenticato. Funzionò benissimo, tanto che quattrocento anni dopo la casa è ancora conosciuta con un soprannome invece che con il nome del proprietario.
La storia successiva del palazzo è altrettanto succosa. Zuccari ci mise dentro parecchio denaro e morì nel 1609 lasciando l’edificio incompiuto e i conti in disordine. Nei decenni seguenti l’immobile passò di mano più volte, e all’inizio del Settecento diventò la residenza romana di Maria Casimira Sobieska, vedova di Giovanni III Sobieski, il re di Polonia che nel 1683 aveva guidato la cavalleria che spezzò l’assedio ottomano di Vienna. La regina vedova visse a Roma per una dozzina d’anni e trasformò la casa in un centro di vita culturale, con musica e teatro. Poi, nel Novecento, l’edificio diventò sede della Biblioteca Hertziana, l’istituto di storia dell’arte fondato grazie al lascito della collezionista Henriette Hertz, che oggi è uno dei centri di ricerca più importanti d’Europa nel proprio campo e conserva una biblioteca specialistica di enorme valore.
Quindi, riassumendo la sequenza: la casa di un pittore manierista con le porte a forma di mostro, diventata reggia di una regina polacca, diventata biblioteca di storia dell’arte, di fronte a un jazz club. È un curriculum che non ha bisogno di essere abbellito. Se la storia ti interessa, sulla casa dei mostri trovi un approfondimento dedicato in questa pagina.
Il quartiere degli stranieri, prima che si chiamasse centro
Per capire perché un locale internazionale si trovi bene proprio qui, bisogna fare un passo indietro di qualche secolo. Tutta l’area attorno a Trinità dei Monti, dal Pincio a via Sistina passando per via Gregoriana e via Margutta, è stata per almeno trecento anni il quartiere dove gli stranieri a Roma sceglievano di abitare.
La chiesa di Trinità dei Monti nasce all’inizio del Cinquecento per volontà del re di Francia Luigi XII, ed è ancora oggi legata alla Francia. Poco più in là, sul Pincio, sorge Villa Medici, che dal 1803, per decisione di Napoleone, ospita l’Accademia di Francia a Roma: cioè il luogo dove per due secoli i vincitori del Prix de Rome, artisti e musicisti francesi, hanno passato anni di formazione nella città. Fra chi ci ha soggiornato ci sono nomi che nella musica contano parecchio, da Hector Berlioz a Claude Debussy. Sull’altro versante, la comunità di lingua tedesca e quella inglese si distribuivano fra le locande e gli appartamenti della zona, e via Margutta diventava la strada degli studi d’artista, vocazione che ha conservato fino al Novecento inoltrato.
Questo quartiere era il terminale del Grand Tour, il grande viaggio di formazione che fra Settecento e Ottocento portava a Roma i giovani delle famiglie europee benestanti, gli artisti in cerca di modelli antichi e gli scrittori in cerca di materia. Si arrivava da nord, si entrava da Porta del Popolo, ci si sistemava nel quartiere sotto il Pincio e da lì si partiva ogni mattina verso le rovine. Johann Wolfgang von Goethe abitò in via del Corso e da quel soggiorno nacque il libro di viaggio più influente mai scritto sull’Italia. Nikolaj Gogol scrisse a Roma pagine delle Anime morte, e visse proprio in via Sistina, a due passi da dove ti trovi. Stendhal fece di Roma una delle ossessioni della propria opera. E in piazza di Spagna, nella casa all’angolo con la scalinata, morì nel febbraio del 1821 il poeta John Keats, arrivato in Italia nella speranza che il clima gli guarisse i polmoni: quella casa oggi è un museo dedicato a lui e a Percy Bysshe Shelley.
Il punto è questo: il Gregory’s dichiara di rivolgersi a un pubblico internazionale e di voler essere un punto di ritrovo piuttosto che un locale turistico. Non è una frase di marketing calata dal nulla, è la continuazione naturale della vocazione di un quartiere che da cinque secoli funziona come cerniera fra Roma e il resto del mondo. La differenza è che un tempo si arrivava con la carrozza e il taccuino, e oggi si arriva con la linea A della metropolitana e il telefono.
La scalinata, la chiesa e il Pincio: cosa hai intorno
Ecco quello che ti circonda, con un’idea di quanto ci vuole e di cosa guardare, perché una serata al Gregory’s si costruisce benissimo attorno a una passeggiata di un’ora.
Trinità dei Monti. La chiesa in cima alla scalinata, con le due torri campanarie gemelle che sono uno dei profili più riconoscibili di Roma. Davanti c’è l’obelisco sallustiano, un obelisco di fattura romana con geroglifici copiati dagli originali egizi, che venne collocato lì alla fine del Settecento per volere di papa Pio VI. Il piazzale davanti alla chiesa è uno dei punti panoramici migliori del centro, e non chiede nulla in cambio se non salire. Ne parlo più diffusamente nella pagina dedicata a Trinità dei Monti.
La scalinata. Poco più di centotrenta gradini che scendono verso piazza di Spagna, costruiti nel primo Settecento su progetto di Francesco De Sanctis e finanziati con il lascito di un diplomatico francese. Il disegno è geniale: invece di una rampa unica, una successione di rampe che si allargano e si stringono come una cascata, con terrazze intermedie. È la ragione per cui la scalinata funziona anche come luogo di sosta e non solo come collegamento. Ricordati che sedersi sui gradini non è consentito, e che i vigili urbani fanno rispettare la regola.
La Barcaccia. Ai piedi della scalinata, la fontana a forma di barca semiaffondata, opera della bottega dei Bernini. La leggenda vuole che l’ispirazione venga da una barca trascinata fin lassù da una piena del Tevere; la spiegazione tecnica è più prosaica e riguarda la bassa pressione dell’acqua in quel punto, che imponeva una fontana bassa. Approfondimento nella scheda della Fontana della Barcaccia.
Il Pincio. Dal piazzale di Trinità dei Monti, prendendo il viale che costeggia Villa Medici, in cinque minuti arrivi alla terrazza del Pincio, che guarda dall’alto piazza del Popolo e, oltre, tutta la città fino al cupolone. È il belvedere più democratico di Roma: non si paga, non si prenota, e al tramonto restituisce una vista che vale da sola il viaggio. Il sistema di viali e terrazze fu ridisegnato nell’Ottocento dall’architetto Giuseppe Valadier, lo stesso che diede forma definitiva a piazza del Popolo.
Villa Medici. Sul fianco del Pincio, la sede dell’Accademia di Francia, con i giardini e la facciata interna decoratissima che si rivela solo a chi entra. Si visita con percorsi guidati e ospita mostre ed eventi durante tutto l’anno.
Fontana di Trevi. Dall’altra parte, scendendo, in una decina di minuti sei davanti alla Fontana di Trevi. Consiglio non richiesto: di sera tardi, dopo il secondo set, la folla si dirada e la fontana torna a essere una cosa guardabile.
Palazzo Barberini e dintorni. Scendendo verso piazza Barberini trovi la Fontana del Tritone di Gian Lorenzo Bernini e, poco oltre, Palazzo Barberini con le collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Antica. Sulla salita di via Veneto, il Museo dei Frati Cappuccini con le sue celebri cripte decorate, che è una delle esperienze più singolari della città.
Il Teatro Sistina. A pochi passi lungo via Sistina, il Teatro Sistina, storica casa romana della commedia musicale. Utile da tenere presente se vuoi costruire una serata lunga con spettacolo prima e musica dopo.
La foto giusta da fare a Gregory’s Jazz Club
Parto da una premessa che vale per tutti i club di musica dal vivo: dentro, durante il set, la fotografia va usata con parsimonia. Niente flash mai, niente schermo acceso a mezz’aria davanti a chi sta ascoltando, niente video interi. Un jazz club piccolo è un ambiente in cui la luce di un telefono si vede dalla parte opposta della stanza. Detto questo, le foto belle qui ci sono, e sono tre.
La prima foto: la bottigliera del piano terra. Il bancone in legno massello con dietro gli specchi anticati e le bottiglie in fila è un soggetto naturale. La luce è calda e bassa, quindi dimentica le impostazioni automatiche. Appoggia il telefono sul bancone invece di tenerlo in mano, abbassa manualmente l’esposizione di un paio di tacche, e lascia che le zone scure restino scure. La tentazione di schiarire è la rovina di ogni fotografia notturna di interni: quando schiarisci vengono fuori il rumore e quel colore giallastro da mensa. Meglio una foto un po’ buia con gli specchi che luccicano che una foto piatta e uniforme. Inquadra di tre quarti, con il bancone che entra dall’angolo in basso e la bottigliera che occupa il fondo: il legno in primo piano dà profondità.
La seconda foto: la scala. È probabilmente la foto migliore del locale, e quasi nessuno la fa. La scala in legno che sale al piano della musica è un elemento architettonico che racconta il posto meglio di qualsiasi ritratto: separa il bere dal suonare, la conversazione dall’ascolto. Mettiti alla base, punta verso l’alto, tieni le linee verticali dritte e lascia che la luce calda che scende dal piano superiore faccia da faro. Se qualcuno sta salendo, aspetta che sia a metà: una figura sfocata in movimento dentro una scala di legno è una fotografia che funziona sempre.
La terza foto: il muro di mattoni con gli strumenti. Al piano superiore, il muro in mattoncini riportati al vivo fa da fondale allo spazio in cui si suona. Il momento giusto non è durante il set, è prima: quando il pianoforte a mezza coda e la batteria Gretsch sono già lì e i musicisti non sono ancora arrivati. Una stanza pronta e vuota, con le luci calde accese e gli strumenti in attesa, ha una carica narrativa che una foto di concerto raramente raggiunge, ed è anche l’unico modo per scattare senza disturbare nessuno. Chiedi al personale se puoi, e nove volte su dieci ti diranno di sì.
E la foto fuori. Quando esci, la fotografia più forte della serata è a cento metri: il piazzale di Trinità dei Monti di notte, con l’obelisco e le due torri campanarie illuminate e la scalinata che sprofonda nel buio verso la piazza. Se vuoi fare la foto che nessun altro fa, girati e inquadra invece il portone mostruoso di Palazzo Zuccari, con la bocca spalancata sotto la luce radente del lampione: di notte l’effetto raddoppia. E se hai voglia di camminare ancora cinque minuti, la terrazza del Pincio dopo mezzanotte, con la città accesa sotto, chiude la sequenza meglio di qualsiasi ritratto in posa.
Il jazz a Roma: perché un club così è più raro di quanto sembri
Per capire il valore di un locale che programma musica dal vivo tutte le sere da trent’anni, conviene sapere da dove viene il jazz in questa città. È una storia con un’interruzione violenta nel mezzo.
Il jazz arriva in Europa dopo la Prima guerra mondiale, portato dai dischi, dalle orchestre da ballo e dai musicisti americani in tournée, e negli anni Venti e Trenta attecchisce anche in Italia attraverso le sale da ballo e la radio. Poi arriva il ventennio fascista, e il regime si accanisce contro quella che considera musica straniera e degenerata: i titoli vengono tradotti forzatamente in italiano, i nomi degli autori americani italianizzati, la programmazione radiofonica limitata. Il risultato paradossale è che il jazz diventa musica clandestina, ascoltata di nascosto sulle radio estere, e quindi anche musica di opposizione. Chi la suonava nei primi anni Quaranta lo faceva sapendo di fare qualcosa di più che intrattenere.
Con la Liberazione le porte si spalancano di colpo. Le truppe alleate portano i dischi, la radio militare trasmette a getto continuo, e una generazione di musicisti italiani impara sul campo un linguaggio che fino a poco prima poteva solo intuire. Roma, che dal 1944 ospita una presenza internazionale enorme, diventa uno dei laboratori principali. Negli anni successivi nascono le prime formazioni stabili, i circoli di appassionati, le prime rassegne. Molti musicisti trovano lavoro negli studi di registrazione e nelle orchestre delle colonne sonore, e questo crea un intreccio tipicamente romano fra jazz e cinema che dura fino a oggi: una parte consistente della musica per film italiana del dopoguerra è stata suonata da jazzisti.
Dagli anni Settanta in avanti la città si riempie di club, cantine, circoli culturali e festival estivi. Alcuni chiudono, altri resistono, e il panorama cambia di continuo. Oggi Roma ha una scena viva e sparsa, che comprende locali storici come l’Alexanderplatz Jazz Club e l’Elegance Cafè Jazz Club, e istituzioni pubbliche come la Casa del Jazz, ospitata in una villa con parco che era stata confiscata alla criminalità organizzata e restituita alla città sotto forma di auditorium, archivio e residenza per musicisti.
D’estate il jazz romano si sposta all’aperto e diventa quasi un altro genere di esperienza: le serate gratuite di Village Celimontana dentro il parco di Villa Celimontana, i concerti di Jazz Image sotto le Terme di Caracalla, la stagione estiva di Summertime alla Casa del Jazz, e le rassegne dell’Auditorium Parco della Musica.
In questo quadro, un club che apre ogni sera dell’anno, con due set, in una stanza piccola sopra un bar, occupa una nicchia precisa e fragile. I festival estivi sono meravigliosi ma stagionali. Gli auditorium programmano grandi nomi ma poche date. Il jazz quotidiano, quello dove i musicisti si incontrano, provano combinazioni, suonano standard e si costruiscono un mestiere, ha bisogno di posti come questo, e i posti come questo non sono molti. È anche per questo che vale la pena andarci: non stai solo passando una serata, stai tenendo aperta una porta.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Metto insieme i fatti che hanno segnato questo pezzo di città e, alla fine, il locale stesso.
Fine del Cinquecento, nasce la strada. Il pontificato di Gregorio XIII, fra il 1572 e il 1585, lascia alla città una serie di interventi urbanistici e dà il nome a questa via. Subito dopo, con Sisto V e Domenico Fontana, l’area viene attraversata dalla grande arteria rettilinea che da Trinità dei Monti punta verso Santa Maria Maggiore, l’attuale via Sistina. Il quartiere alto, fino ad allora poco costruito, comincia a riempirsi.
Anni Novanta del Cinquecento, Zuccari costruisce. Federico Zuccari acquista il terreno e avvia la costruzione della propria casa con le aperture a forma di mascheroni. Muore nel 1609 lasciando l’opera incompiuta e indebitata, ma consegnando alla strada l’elemento che ancora oggi la rende riconoscibile in tutto il mondo.
1502 e dintorni, Trinità dei Monti. La fondazione della chiesa francese in cima al colle, voluta dal re Luigi XII, stabilisce il legame fra questa zona e la Francia, legame che sarà rafforzato tre secoli dopo dall’insediamento dell’Accademia di Francia a Villa Medici.
Primi anni del Settecento, la regina di Polonia. Maria Casimira Sobieska, vedova del re Giovanni III, si stabilisce a Palazzo Zuccari e ne fa una piccola corte con musica e spettacoli. Per una dozzina d’anni la casa dei mostri è uno dei luoghi della vita culturale romana.
1723 - 1726, la scalinata. Viene realizzata la gradinata che collega piazza di Spagna alla chiesa in cima, su progetto di Francesco De Sanctis, grazie a un lascito francese. È il gesto che trasforma definitivamente la zona in uno dei centri di gravità della città.
1789, l’obelisco. Papa Pio VI fa collocare davanti alla chiesa l’obelisco sallustiano, completando il piazzale panoramico così come lo vedi oggi.
Febbraio 1821, Keats. Nella casa ai piedi della scalinata muore John Keats, a venticinque anni. La sua stanza diventerà un museo e uno dei luoghi di pellegrinaggio letterario più visitati d’Italia.
1803, Villa Medici. L’Accademia di Francia si trasferisce sul Pincio, portando nel quartiere generazioni di artisti e musicisti in formazione.
Primo Ottocento, il Pincio di Valadier. Giuseppe Valadier ridisegna il sistema di piazza del Popolo e delle terrazze del Pincio, creando il belvedere che ancora oggi è il punto di affaccio più amato della città.
Inizio Novecento, la Biblioteca Hertziana. Grazie al lascito di Henriette Hertz, Palazzo Zuccari diventa sede di un istituto di ricerca sulla storia dell’arte, funzione che mantiene ancora oggi. La casa dei mostri, dopo essere stata studio d’artista e residenza reale, diventa una biblioteca.
1995, apre il bar. Il Gregory’s nasce come cocktail bar al numero 54 di via Gregoriana e si afferma rapidamente come indirizzo di riferimento per gli appassionati di whisky.
1996, comincia il jazz. Parte la programmazione di musica dal vivo, e da quel momento non si è più fermata. Trent’anni di serate, di set doppi, di formazioni che si compongono e si scompongono: è il vero avvenimento storico che riguarda questo indirizzo, ed è un avvenimento che dura tuttora.
Chi è passato da Gregory’s Jazz Club
Rispondo su due piani, perché la domanda ha due risposte legittime.
Chi è passato dalla strada. Il numero 54 di via Gregoriana ha di fronte una casa che ha ospitato un pittore di fama europea come Federico Zuccari, la vedova di un re di Polonia come Maria Casimira Sobieska, e poi gli studiosi della Biblioteca Hertziana. Nella via accanto, via Sistina, visse Nikolaj Gogol. A duecento metri morì John Keats. Sul colle sopra la testa hanno soggiornato, in due secoli di Accademia di Francia, artisti e compositori francesi fra i più importanti del loro tempo. Non c’è bisogno di forzare nulla: questo tratto di strada ha visto passare, in cinque secoli, una quantità di persone notevoli che poche vie al mondo possono vantare.
Chi passa dal palco. Qui voglio essere preciso e non raccontarti leggende. Non ti elenco grandi nomi internazionali associati al locale, perché su quel fronte preferisco non attribuire al club presenze che non posso documentare con certezza. Conta di più quello che è verificabile: il Gregory’s dichiara di ospitare i migliori artisti italiani e di invitare ospiti internazionali, e soprattutto tiene un cartellone quotidiano e pubblico che chiunque può consultare.
Per darti un’idea concreta di che cosa significhi, guarda com’è fatta una settimana tipo del calendario del club in questi giorni di settembre 2026: un duo di pianoforte e sax nel primo set e un quartetto con sax tenore, pianoforte, contrabbasso e batteria nel secondo; il giorno dopo una voce accompagnata dalla chitarra e poi di nuovo il quartetto; poi un duo di chitarre, un pianoforte solo, un trio con organo Hammond, un altro trio con contrabbasso e batteria, fino a un quartetto internazionale nel fine settimana successivo. Formazioni piccole, cambi continui, tanti strumenti diversi nella stessa stanza nel giro di sette giorni. È questo il tipo di club di cui parliamo: non un palco per il concerto evento, ma una bottega dove il repertorio viene lavorato ogni sera.
Sul repertorio, invece, i nomi si possono fare senza rischi, perché è il club stesso a dichiarare da quali autori parte. Il lavoro sui songbook porta dritto a Cole Porter, Louis Armstrong, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Oscar Peterson, Charlie Parker e Miles Davis: gli standard che fra gli anni Venti e gli anni Sessanta hanno costruito la grammatica di questa musica, dallo swing al bebop fino all’hard bop. Quando ti siedi al piano superiore, quindi, non stai ascoltando una scaletta casuale: stai ascoltando una ricerca continua dentro un repertorio definito, riarrangiato ogni sera da musicisti diversi. È il motivo per cui due serate al Gregory’s non si somigliano mai, pur partendo dagli stessi brani.
Che serata ci costruisci intorno
Ti propongo tre versioni, a seconda di quanto tempo hai e di che tipo di serata cerchi.
Versione breve, due ore e mezza. Arrivi per il set presto. Un bicchiere al bancone di sotto, poi su per la scala. Finito il set, esci e sali i cento metri fino al piazzale di Trinità dei Monti per guardare la città di notte. Rientro in metropolitana da Spagna o da Barberini. È la serata perfetta di un giorno feriale, e ti lascia in piedi per il giorno dopo.
Versione lunga, cinque ore. Cominci alle prime luci della sera con una passeggiata dal Pincio: terrazza, tramonto, poi giù lungo il viale verso Villa Medici e il piazzale della chiesa. Scendi la scalinata, un giro largo verso la Fontana di Trevi, e risali. Primo set al Gregory’s. Fra un set e l’altro, cena, eventualmente restando lì con la proposta giapponese del locale. Secondo set. Uscita a notte fatta, quando il quartiere si svuota e la scalinata diventa una cosa tua. Chiusura con il passaggio davanti al portone di Palazzo Zuccari, che di notte fa un altro effetto.
Versione culturale, giornata intera. Mattina a Palazzo Barberini con la Galleria Nazionale d’Arte Antica, pranzo nella zona, pomeriggio fra la casa museo di Keats ai piedi della scalinata e una visita a Villa Medici, aperitivo al Pincio guardando il sole che scende su piazza del Popolo, poi giù per via del Babuino e risalita lenta. Cena leggera e set serale al Gregory’s. È una giornata che tiene insieme pittura, letteratura, paesaggio e musica dentro un raggio di seicento metri, cosa che a Roma succede più spesso di quanto meriteremmo. Per la parte di passeggiata puoi appoggiarti alle pagine su via del Babuino e Villa Borghese, che è a dieci minuti dal Pincio ed è il naturale prolungamento della camminata.
Cosa aspettarsi, detto senza giri di parole
Ci sono cose che il Gregory’s fa benissimo e cose che non fa, ed è giusto saperle prima così scegli con cognizione di causa.
Quello che trovi. Musica dal vivo ogni sera, in una stanza dove il suono arriva senza filtri. Una selezione di distillati fra le più approfondite della città, con personale in grado di raccontarla. Un ambiente curato, legno, specchi, mattoni, luce calda, fotografie in bianco e nero. Una clientela mista di romani abituali e viaggiatori, che è poi la ragione per cui il locale non ha l’aria del posto per soli iniziati. Una cucina giapponese pensata per accompagnare, non per riempire.
Quello che non trovi. Non trovi una sala grande: se cerchi il concerto con mille posti e il palco lontano, questo non è il posto. Non trovi il locale dove si urla e si balla: qui l’ascolto è la regola. Non trovi prezzi da bar di quartiere, perché la materia prima e la musica dal vivo tutte le sere hanno un costo. E non trovi il posto dove si entra senza pensarci: come dicevo, un messaggio prima è la mossa giusta.
Per chi è perfetto. Per chi vuole una serata romana che non sia la solita cena e passeggiata. Per chi ama il jazz e vuole ascoltarlo da vicino. Per chi è curioso di distillati e vuole imparare qualcosa invece di ordinare a caso. Per chi accompagna qualcuno che viene da fuori e vuole mostrargli una Roma che non è solo monumenti. Per chi ha una serata sola in centro e vuole spenderla bene.
Per chi lo è meno. Per gruppi numerosi e rumorosi. Per chi cerca un locale dove fare tardi ballando. Per chi ha bisogno di spazi molto accessibili: la sala della musica è al piano superiore e ci si arriva per una scala, quindi se hai esigenze particolari di mobilità conviene chiarirlo al telefono prima di muoverti, in modo che ti dicano come organizzarsi.
Il quartiere di sera, quando la musica finisce
C’è una cosa che rende questa zona diversa da tutte le altre aree centrali di Roma: di notte si svuota davvero. Il triangolo fra via Gregoriana, via Sistina e il piazzale della chiesa non ha vita notturna diffusa, non ha file di locali, non ha il chiasso continuo di Trastevere o del Pigneto. Ha palazzi alti, portoni chiusi, lampioni, e il rumore dei tuoi passi.
Significa che uscire dal Gregory’s a mezzanotte e mezza è un’esperienza urbana particolare: passi da una stanza calda piena di musica a una strada che sembra appartenere a un altro secolo, e lo scarto è brusco in un modo che a Roma capita di rado. Se ti va di prolungare, il percorso che consiglio è questo: risalire fino al piazzale, restare due minuti affacciato sulla scalinata vuota, poi prendere il viale del Pincio, camminare fino alla terrazza e guardare le luci. In mezz’ora hai fatto il giro e ti ritrovi con la sensazione di aver avuto la città per te.
Per rientrare, come dicevo, la metropolitana copre la prima parte della serata; più tardi ci sono le linee notturne di superficie che passano dalle direttrici principali, e i posteggi dei taxi del centro. Organizzare il rientro prima di uscire, e non dopo, è il genere di piccola accortezza che trasforma una bella serata in una serata perfetta.
Domande frequenti
Si suona davvero tutte le sere? Il club dichiara programmazione dal lunedì alla domenica, con due set a sera. Il calendario pubblico del locale conferma l’impostazione. Come per qualsiasi attività, le chiusure straordinarie esistono, quindi un controllo prima di uscire di casa resta la cosa più sensata.
Devo prenotare? La sala è piccola e la prenotazione è caldamente consigliata, soprattutto nel fine settimana e per il set serale più tardo. Si prenota per telefono, su Whatsapp o per posta elettronica.
Come funziona l’ingresso? Su questo non ti do numeri. Molti club musicali romani lavorano con formule associative o con contributi legati alla consumazione, e le condizioni possono cambiare a seconda della serata e della formazione in cartellone. Chiedilo direttamente quando prenoti: è la risposta più veloce e l’unica che vale davvero.
Si mangia? Sì, con una proposta di degustazioni fusion di sushi pensata per accompagnare i bicchieri. Non è un ristorante con menu lungo, è un accompagnamento curato.
Ci posso andare se non bevo alcolici? Assolutamente sì, e non sarai un caso isolato. La carta dei cocktail prevede versioni analcoliche, e la filosofia dichiarata del locale è quella del bere meno e meglio. Il motivo per cui si viene qui è quello che succede al piano di sopra.
È adatto ai bambini? È un cocktail bar con musica serale, quindi no, non è pensato per il pubblico dei più piccoli. Se cerchi jazz a misura di famiglia, d’estate le rassegne all’aperto nei parchi sono la strada giusta.
Quanto dura un set? Nell’ordine delle due ore abbondanti, intervalli compresi, a seconda della formazione. Il calendario del club indica orario di inizio e durata prevista per ogni serata.
Che abbigliamento serve? Nessun codice rigido. Il tono della casa è quello che il locale definisce informale eleganza: vestiti come per una serata in cui hai voglia di stare bene, senza pensarci troppo.
Perché ci torno
Ci sono locali che ti piacciono per una serata e locali a cui torni. La differenza non la fanno né l’arredo né la carta: la fa il fatto che il posto abbia un’idea e la porti avanti anche quando sarebbe più comodo fare altro. Il Gregory’s ha un’idea semplice e ostinata: che il jazz vada suonato dal vivo tutte le sere, in una stanza piccola, davanti a gente che ascolta, e che il bicchiere in mano serva ad accompagnare quella cosa lì, non a sostituirla.
In trent’anni sarebbe stato molto più facile diventare altro. Il centro di Roma è pieno di locali che hanno scelto il volume alto, il pubblico di passaggio, la carta breve e il ricambio veloce. Qui invece la porta a vetri continua a non gridare, la scala di legno continua a portare al pianoforte, e alle pareti restano le fotografie in bianco e nero dei musicisti che hanno inventato questa musica. È un piccolo atto di testardaggine culturale che, in una città che cambia pelle in fretta, merita di essere frequentato e non solo lodato.
Se ci vai, fammi un favore: arriva presto, prenditi il tempo di guardare la bottigliera prima di salire, e quando esci alza gli occhi verso il portone dall’altra parte della strada. Quattro secoli di Roma fra un mascherone di pietra e un assolo di sax, nell’arco di dieci metri. È una cosa che capita solo qui.
Domande frequenti su Gregory’s Jazz Club
Dove si trova Gregory’s Jazz Club?
Gregory’s Jazz Club si trova al numero 54 di via Gregoriana, nel centro storico di Roma, una strada che corre parallela a via Sistina e scende dolcemente dal piazzale di Trinità dei Monti verso via Capo le Case. È un indirizzo raccolto, senza vetrine urlate né insegne luminose.
Gregory’s Jazz Club è aperto la domenica?
Sì, Gregory’s Jazz Club dichiara programmazione dal lunedì alla domenica, con due set a sera, e il calendario pubblico del locale conferma questa impostazione. Come per qualsiasi attività, possono esserci chiusure straordinarie, quindi un controllo prima di uscire di casa resta la scelta più sensata.
Bisogna prenotare per andare a Gregory’s Jazz Club?
La sala di Gregory’s Jazz Club è piccola e la prenotazione è caldamente consigliata, soprattutto nel fine settimana. Conviene contattare il club per telefono, su Whatsapp o via posta elettronica all'indirizzo info del dominio gregorysjazz.com, e chiedere insieme se c'è posto per il set di interesse e quali sono le condizioni di accesso.
Come si arriva a Gregory’s Jazz Club a piedi?
Da piazza di Spagna si sale la scalinata fino alla chiesa di Trinità dei Monti e si imbocca la strada che scende sulla destra, ed è via Gregoriana. Da Fontana di Trevi si risale verso via Sistina, e questo è il percorso indicato dal dossier come il modo giusto di raggiungere il locale nel cuore del centro storico.
Che cosa è nato prima, il bar o il jazz, a Gregory’s Jazz Club?
Gregory’s Jazz Club è nato al contrario rispetto a molti locali simili: prima il bar, poi la musica. Apre come cocktail bar nel 1995, costruendosi subito una reputazione da whisky bar serio, e il jazz dal vivo arriva l'anno dopo, nel 1996, diventando da allora il tratto distintivo del locale.
Come è organizzato lo spazio dentro Gregory’s Jazz Club?
Gregory’s Jazz Club ha due anime fisicamente separate su due piani diversi. Al piano terra c'è il bar, con il bancone in legno massello e la bottigliera a specchi anticati alle spalle del banco, mentre il jazz dal vivo si vive su un piano distinto, ed è per questo che sbagliare piano significa vivere due serate molto diverse.
Per organizzare il resto del viaggio
Se il Gregory’s è un pezzo di una permanenza più lunga a Roma o in Italia, ecco due riferimenti utili per la parte organizzativa. Per costruire l’itinerario completo, capire come incastrare le giornate, muoverti fra città e regioni e mettere in fila visite, spostamenti e tempi reali, Italy Planner è lo strumento giusto: ragiona per viaggio intero e non per singola tappa, che è esattamente il modo in cui l’Italia va affrontata. Se invece ti serve un accompagnamento professionale, perché stai organizzando per un gruppo, per una comitiva o per un’occasione particolare, e vuoi una guida che conosca davvero il terreno, dai un’occhiata a Tour Leader Pro, che mette in contatto con accompagnatori e guide di mestiere. Sono due approcci diversi allo stesso problema, cioè trasformare una lista di desideri in una settimana che funziona.
E per restare dentro Roma, sul sito trovi le pagine dedicate ai luoghi nominati lungo il percorso, dalla casa dei mostri al Pincio, da Trinità dei Monti alla Fontana di Trevi, oltre alle rassegne jazz che d’estate riempiono i parchi della città.
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