Chiesa Evangelica Valdese
Se venite verso il Foro di Traiano risalendo da piazza Venezia, sul lato sinistro della strada, quello che sta sotto il colle del Quirinale, c'è un portone che quasi nessuno guarda. Sopra c'è un numero civico, il 107 di via IV Novembre, e dietro quel portone si apre una delle aule di culto più discrete e più cariche di storia che Roma possieda: la Chiesa Evangelica Valdese del rione Trevi. Non ha campanile, non ha cupola, non ha una scalinata che la annunci. Ha una facciata che si mimetizza in un palazzo di fine Ottocento, e proprio in quella mimetizzazione sta il primo capitolo della sua storia: quando fu costruita, i protestanti a Roma non potevano permettersi di farsi notare troppo, e per un pezzo di secolo la loro presenza in questa città era stata semplicemente vietata.
Accompagno gruppi lungo i Fori da parecchi anni e ho imparato che questo è uno dei pochissimi indirizzi che si possono raccontare guardando due cose contemporaneamente: dall'altro lato della carreggiata, praticamente di fronte, c'è l'ingresso dei Mercati di Traiano, al civico 94, il grande emiciclo di mattoni del II secolo che oggi ospita il Museo dei Fori Imperiali. Da una parte la Roma imperiale, dall'altra la Roma delle minoranze religiose che per secoli hanno vissuto ai margini e che soltanto dopo il 1870 hanno potuto aprire un luogo di culto in centro. Duemila anni di distanza in venti metri di asfalto. Non capita spesso.
Dove si trova la Chiesa Evangelica Valdese e come ci si arriva
L'indirizzo esatto è via IV Novembre 107, Roma, nel rione Trevi, sul tratto di strada che collega piazza Venezia e piazza dei Santi Apostoli a largo Magnanapoli e poi a via Nazionale. È un punto di Roma che tutti attraversano e quasi nessuno guarda: la carreggiata è larga, il traffico è continuo, il marciapiede sale in leggera pendenza verso il Quirinale e l'occhio è calamitato dalla Torre delle Milizie, il torrione duecentesco che spunta sopra i Mercati di Traiano e che i romani per secoli hanno chiamato, con una fantasia storica tutta loro, la torre di Nerone. La Chiesa Evangelica Valdese sta sul lato opposto, incastonata al piano terra di un palazzo, e va cercata con un minimo di attenzione.
Il modo migliore per arrivarci è a piedi. Da piazza Venezia sono cinque minuti scarsi: si imbocca via IV Novembre tenendo il Vittoriano alle spalle e si sale. Da largo Magnanapoli, dove si trovano la chiesa barocca di Santa Caterina a Magnanapoli e i giardini di Villa Aldobrandini sospesi sopra la strada, sono tre minuti in discesa. Chi arriva in metropolitana ha due opzioni entrambe ragionevoli: la linea B, fermata Cavour, e da lì si scende per via Cavour e i Fori Imperiali, oppure la linea A, fermata Repubblica, e da lì si percorre via Nazionale tutta in discesa, che è una delle passeggiate urbane più sottovalutate della città. In entrambi i casi si cammina fra i dieci e i quindici minuti. Via IV Novembre è servita da diverse linee di superficie che risalgono da piazza Venezia verso via Nazionale, e la fermata utile è quella all'altezza dei Mercati di Traiano.
Il nome della strada è più giovane della Chiesa Evangelica Valdese
Ecco un dettaglio che mi diverte raccontare e che mette subito in prospettiva le date. La strada si chiama via IV Novembre in ricordo del 4 novembre 1918, il giorno del Bollettino della Vittoria, e la denominazione arriva appunto alla fine della Prima guerra mondiale. La chiesa, invece, era già lì da oltre trent'anni: fu costruita nel 1883-1884. Significa che l'edificio ha visto cambiare il proprio indirizzo, che i primi frequentatori scrivevano sulle lettere un nome di strada diverso da quello che leggiamo oggi sulla targa, e che questo tratto di carreggiata era considerato, in origine, il prolungamento naturale di via Nazionale verso piazza Venezia. Roma è fatta anche di questo: pietre che restano, nomi che si muovono.
Aggiungo un particolare per chi ama le trasformazioni urbane recenti: nel 2019 il manto stradale di via IV Novembre, storicamente in sampietrini, è stato sostituito con l'asfalto, conservando la pavimentazione in pietra solo lungo i margini della carreggiata. Chi torna a Roma dopo qualche anno e ha memoria del rumore che facevano le ruote su questa salita si accorge subito che qualcosa è cambiato. Le auto scorrono più silenziose, e paradossalmente si sente meglio l'organo quando dall'interno filtra qualche nota.
Che cos'è davvero la Chiesa Evangelica Valdese: non un museo, una comunità
Metto subito in chiaro la cosa più importante, perché è quella che rende diversa una visita qui rispetto a una visita a San Pietro in Vincoli o al Gesù. La Chiesa Evangelica Valdese di via IV Novembre non è un monumento aperto al pubblico con orari, biglietteria e percorso di visita. È il luogo di culto di una comunità viva, che si riunisce ogni domenica alle 11.00, che ha un pastore o una pastora, un concistoro, un coro, una scuola domenicale per i bambini, riunioni infrasettimanali, gruppi di studio biblico e attività di solidarietà. La porta non è aperta perché ci sia qualcosa da esporre, è aperta perché ci sia qualcuno da accogliere.
Questo cambia radicalmente il modo in cui va affrontata. Non si entra "per vedere" nel senso in cui si entra in una pinacoteca. Si entra per assistere a un culto, per un concerto, per una conferenza, oppure — e capita spesso — perché si suona, si chiede con garbo e qualcuno della comunità apre e vi accompagna dentro raccontandovi due cose. In quel caso il ringraziamento non è un biglietto, è la buona educazione: silenzio, cellulare zittito, nessuna fotografia se non è stato detto esplicitamente che si può, e la disponibilità a lasciare un'offerta se vi va, senza che nessuno ve la chieda.
La comunità appartiene alla Chiesa evangelica valdese - Unione delle chiese metodiste e valdesi, la più antica confessione protestante presente in Italia. Il recapito telefonico pubblicato è il 06 6792617 e l'indirizzo di posta è romaquattronovembre@chiesavaldese.org: se avete intenzione di venire in gruppo o volete sapere se un determinato giorno la chiesa è accessibile, scrivere prima è l'unica strategia sensata. Non è un luogo dove ci si presenta in venti senza avvisare.
Perché la Chiesa Evangelica Valdese si chiama così
"Valdese" non viene da un luogo, come per i "romani" o i "fiorentini", né da un fondatore che si sia dato quel nome. Viene da un uomo, Valdo di Lione, mercante della seconda metà del XII secolo, e il movimento che da lui prese avvio si chiamò per lungo tempo dei Poveri di Lione. "Evangelica" indica invece l'appartenenza al mondo della Riforma protestante, e cioè a quelle chiese che pongono al centro l'Evangelo, la Scrittura, la predicazione. Messe insieme, le due parole raccontano una storia lunga più di ottocento anni: un movimento nato nel Medioevo, condannato come eretico, sopravvissuto in alcune valli alpine, entrato nella Riforma nel Cinquecento, perseguitato fino all'Ottocento, emancipato nel 1848 e arrivato a Roma solo dopo il 1870.
Ho l'abitudine di dirlo ai gruppi appena entriamo: quello che avete davanti non è un ramo staccatosi da qualche chiesa protestante nordeuropea e trapiantato in Italia. È una realtà italiana, con radici italiane e francesi, più antica di Lutero di circa tre secoli e mezzo. Quando nel 1517 Martin Lutero affigge le sue tesi a Wittenberg, i valdesi erano già braccati da oltre trecento anni. È una delle poche minoranze religiose europee che possa dire una cosa simile, e conviene ricordarla, perché spiega perfettamente il tono sobrio e resistente di questo edificio.
Valdo di Lione e la nascita del movimento alle spalle della Chiesa Evangelica Valdese
La storia comincia lontano da Roma, a Lione, intorno al 1173. Un mercante ricco, il cui nome ci è arrivato in forme diverse — Valdo, Valdesio, e nella tradizione italiana anche Pietro Valdo — attraversa quella che oggi chiameremmo una crisi di senso. Le fonti medievali raccontano che, colpito dalla morte improvvisa di un conoscente e da un canto di giullare sulla vita di sant'Alessio, si rivolge a un maestro di teologia per chiedere quale sia la via migliore per andare a Dio. Riceve in risposta la frase del Vangelo di Matteo che ordina al giovane ricco di vendere tutto e darlo ai poveri. Valdo la prende alla lettera. Sistema la moglie, mette le figlie in convento, distribuisce il patrimonio e comincia a predicare per strada, in povertà volontaria.
Fin qui, nulla che il Medioevo non conoscesse: la povertà evangelica era nell'aria e pochi anni dopo, dall'altra parte delle Alpi, Francesco d'Assisi avrebbe percorso un cammino non del tutto dissimile. La differenza decisiva è un'altra e sta in due scelte che ai valdesi costarono otto secoli di guai. La prima: Valdo fece tradurre porzioni della Bibbia in lingua volgare, perché la gente potesse ascoltarla e capirla. La seconda: sostenne che la predicazione spettasse a chiunque avesse ricevuto la chiamata, laici compresi, e — punto ancora più clamoroso per l'epoca — anche alle donne. Predicare senza autorizzazione episcopale, e su un testo tradotto, significava mettere in discussione il monopolio del clero sulla Parola.
La condanna e la clandestinità che precedono la Chiesa Evangelica Valdese
La reazione arrivò rapidamente. Nel 1184, a Verona, il movimento fu colpito da condanna e i Poveri di Lione furono classificati fra gli eretici. Da quel momento comincia una vicenda di clandestinità lunghissima, che è forse la cosa più straordinaria di tutta la storia valdese: un movimento senza Stato, senza università, senza eserciti, che si trasmette per via familiare e itinerante lungo tre secoli. I predicatori valdesi medievali, che le fonti chiamano barba — parola che nei dialetti alpini significa "zio", termine di rispetto — viaggiavano a coppie, spesso travestiti da mercanti ambulanti, portando la mercanzia in una borsa e i testi biblici in un'altra. Entravano nelle case, vendevano stoffe o spilli e, quando la casa era sicura, leggevano l'Evangelo.
Il movimento si diffuse in Francia, in Germania, in Boemia, in Piemonte, in Calabria e in Puglia. Fu falciato dall'Inquisizione a più riprese, con roghi e processi documentati in tutta Europa. Sopravvisse soprattutto in un luogo, e non per caso: le valli alpine occidentali, le Alpi Cozie, ossia la val Pellice, la val Chisone, la val Germanasca, in quel grumo di montagne a ovest di Pinerolo dove il terreno è ripido, le comunicazioni difficili e chi vuole reprimere deve faticare parecchio. Le montagne non fanno miracoli, ma proteggono le minoranze meglio delle pianure.
Chanforan 1532: quando i valdesi entrano nella Riforma, e la Chiesa Evangelica Valdese diventa protestante
Il passaggio decisivo avviene nel 1532, in una radura della val d'Angrogna che si chiama Chanforan. I barba valdesi, che avevano preso contatto con i riformatori svizzeri e francesi, si riuniscono in assemblea e deliberano l'adesione alla Riforma protestante. Non è un colpo di scena improvviso: è il punto d'arrivo di un dialogo iniziato anni prima, con l'invio di emissari in Svizzera e in Germania per capire se quel movimento nuovo che stava scuotendo l'Europa dicesse le stesse cose che i valdesi ripetevano da secoli in clandestinità. La risposta fu che sì, su molti punti la convergenza c'era.
A Chanforan i valdesi decisero anche una cosa molto concreta e molto costosa: finanziare una traduzione francese della Bibbia condotta sui testi originali. Ne uscì, nel 1535, la cosiddetta Bibbia di Olivetano, dal nome del traduttore Pierre Robert detto Olivétan, cugino di Giovanni Calvino, che firmò la prefazione latina. I valdesi delle valli, gente di montagna che non nuotava nell'oro, misero insieme una somma considerevole per pagarla. Non c'è dettaglio che riassuma meglio il carattere di questa chiesa: quando ha dei soldi, li spende in libri, in scuole e in ospedali. È un tratto che ritroveremo intatto quattro secoli dopo, quando arriveremo a parlare di come questa chiesa amministra oggi le proprie risorse.
Il prezzo dell'uscita dalla clandestinità
Uscire allo scoperto ebbe un prezzo altissimo e immediato. Fino ad allora i valdesi erano stati perseguitati come eretici sporadicamente individuabili; dal 1532 in poi divennero una minoranza religiosa riconoscibile, con templi, pastori, assemblee, e dunque un bersaglio molto più semplice. Le comunità valdesi di Calabria — a Guardia Piemontese e nei paesi vicini, dove famiglie piemontesi si erano trasferite nel Trecento — furono distrutte nel 1561 con una violenza che le cronache dell'epoca non nascondono affatto. Nelle valli piemontesi cominciò un ciclo di repressioni e resistenze che sarebbe durato quasi trecento anni.
Racconto sempre questa parte quando sono davanti a un'aula di culto valdese, perché altrimenti non si capisce l'architettura. Una comunità che per secoli ha pregato in cascine, in fienili, in radure e in grotte non sviluppa il gusto per l'edificio monumentale. Sviluppa il gusto per l'edificio essenziale, dove ciò che conta è che si senta la voce di chi legge e che tutti possano vedersi in faccia. La chiesa di via IV Novembre, con la sua aula unica e rettangolare, è la traduzione in muratura ottocentesca di una lunghissima abitudine alla sobrietà.
Le Pasque piemontesi del 1655 e l'eco europea che arriva fino alla Chiesa Evangelica Valdese
Nel 1655 le valli valdesi conobbero la stagione più sanguinosa della loro storia. Un ordine ducale impose alle famiglie valdesi che abitavano fuori dai confini loro assegnati di abbandonare le case nel pieno dell'inverno, e alla protesta seguì una repressione militare che investì i villaggi della val Pellice e delle valli vicine. Il ricordo di quei giorni è passato alla storia con il nome di Pasque piemontesi, e le testimonianze raccolte allora, per quanto vadano lette con la prudenza che si deve a ogni fonte di parte, descrivono massacri di popolazione civile.
La cosa notevole, e che aiuta a capire perché una minoranza di poche migliaia di persone abbia lasciato un segno tanto grande, è quello che accadde dopo. La notizia raggiunse l'Europa protestante e provocò una reazione diplomatica e culturale senza precedenti. L'Inghilterra di Oliver Cromwell mosse la propria diplomazia, si aprirono sottoscrizioni pubbliche in mezzo continente e, soprattutto, John Milton — il poeta del Paradiso perduto, allora segretario per le lingue straniere del governo inglese — scrisse un sonetto che comincia con un verso rimasto celebre nella letteratura inglese: Avenge, O Lord, thy slaughter'd saints. È probabilmente l'unico caso in cui una comunità alpina italiana di poche migliaia di anime sia entrata stabilmente nel canone poetico britannico.
Perché quella memoria conta ancora dentro la Chiesa Evangelica Valdese
Se assistete a un culto qui a via IV Novembre non sentirete alcun tono rivendicativo o vittimistico: non è nello stile di questa chiesa, che ha una diffidenza quasi caratteriale verso la retorica. Ma se chiacchierate con qualcuno della comunità dopo il culto, e la conversazione tocca la storia, vi accorgerete che quelle date sono presenti, precise, familiari. Il 1655 e il 1689 non sono per i valdesi ciò che per noi è una data del manuale scolastico. Sono memoria di famiglia, spesso letteralmente: molti cognomi che si incontrano nelle chiese valdesi italiane — Bertalot, Bounous, Coïsson, Geymonat, Peyrot, Pons, Rostan, Tourn — vengono da quelle valli e da quelle vicende.
Il Glorioso Rimpatrio del 1689, capitolo epico della storia della Chiesa Evangelica Valdese
Nel 1686 la situazione precipitò di nuovo: dopo la revoca dell'editto di Nantes in Francia, anche il duca di Savoia impose ai valdesi l'abiura o l'esilio. Le valli furono svuotate. Migliaia di persone finirono in carcere, moltissime morirono, i sopravvissuti furono deportati oltre le Alpi e trovarono rifugio nella Svizzera protestante e nella Germania del sud, dove ancora oggi esistono villaggi fondati da esuli valdesi con nomi che tradiscono l'origine.
Tre anni dopo, nell'agosto del 1689, accade una delle imprese più incredibili della storia europea moderna. Un gruppo di circa novecento uomini guidati dal pastore e condottiero Henri Arnaud parte dalle rive del lago di Ginevra, attraversa le Alpi armato, combatte lungo il percorso e in poco più di dieci giorni rientra nelle valli d'origine, riprendendosi la terra da cui era stato cacciato. La marcia è passata alla storia come Glorioso Rimpatrio. Il percorso, oggi trasformato in un itinerario escursionistico che si può camminare in una decina di giorni, resta uno dei racconti fondativi dell'identità valdese: una minoranza che, invece di dissolversi nella diaspora, torna a casa a piedi valicando i colli alpini.
Racconto sempre questo episodio con una certa cura, perché è il momento in cui la vicenda valdese smette di essere solo storia religiosa e diventa storia europea a pieno titolo. E perché serve a spiegare una cosa che colpisce chi entra in via IV Novembre per la prima volta: la tenacia. Una chiesa che ha attraversato tutto questo non ha bisogno di marmi per sentirsi legittima.
Il 17 febbraio 1848: le Lettere Patenti di Carlo Alberto e la libertà che rende possibile la Chiesa Evangelica Valdese
Fra il 1689 e la metà dell'Ottocento i valdesi vissero in quello che gli storici hanno chiamato senza troppi giri di parole un ghetto alpino: tollerati entro confini geografici precisi, esclusi dalle professioni, dalle università, dalla proprietà fondiaria fuori dalle valli, dai diritti civili pieni. Potevano esistere, purché restassero dove erano e non si vedessero troppo.
La svolta arriva il 17 febbraio 1848, quando Carlo Alberto di Savoia firma le Lettere Patenti che concedono ai valdesi i diritti civili e politici: l'ammissione alle scuole e alle università, alle cariche, alle professioni, la piena cittadinanza. Attenzione a un punto che spesso si racconta male, e che merita precisione: le Lettere Patenti non concedono la libertà di culto come la intendiamo noi, sanciscono l'emancipazione civile. La libertà religiosa piena arriverà per gradi, con lo Statuto albertino e con il processo di unificazione. Ma il 17 febbraio 1848 resta la data che spezza secoli di segregazione, e infatti è la festa della Chiesa valdese ancora oggi.
I falò del 17 febbraio, che a Roma si accendono in altro modo
Nelle valli valdesi la sera del 16 febbraio si accendono i falò sulle alture: fuochi visibili da un versante all'altro, che ricordano il modo in cui la notizia dell'emancipazione fu trasmessa nel 1848 da un villaggio al successivo. Il giorno dopo si fanno cortei, discorsi, pranzi comunitari e recite. È una festa civile e religiosa insieme, di quelle che non si spiegano bene a chi non ci è mai stato, perché mescolano commozione e allegria in dosi che il resto d'Italia riserva soltanto ai matrimoni.
A Roma non ci sono alture su cui accendere fuochi, ma il 17 febbraio è comunque una data segnata nel calendario delle comunità della città: culti, incontri pubblici, conferenze, momenti condivisi con altre chiese evangeliche. Se capitate a Roma a metà febbraio e volete vedere questa chiesa nel suo momento più identitario, quello è il periodo giusto: conviene informarsi sui programmi scrivendo alla comunità, perché ogni anno il calendario cambia.
Che cosa succede nel 1848 dal punto di vista di chi visita la Chiesa Evangelica Valdese
Il collegamento con via IV Novembre è diretto e vale la pena esplicitarlo. Senza il 1848 non ci sarebbe la stagione di espansione che porta i valdesi fuori dalle valli e nelle città italiane; senza quella stagione non ci sarebbe il Comitato di evangelizzazione che apre chiese a Torino, Genova, Firenze, Livorno, Napoli; e senza quella rete di chiese urbane, quando nel 1870 Roma diventa capitale d'Italia, non ci sarebbe stato nessuno pronto ad aprire un locale di culto sotto il Quirinale nel giro di pochissimi mesi. Le pietre di questo edificio poggiano su una data, e la data è il 17 febbraio 1848.
Da Porta Pia a via IV Novembre: come nasce la Chiesa Evangelica Valdese di Roma
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri aprono la breccia di Porta Pia e Roma cessa di essere capitale dello Stato pontificio. Per le confessioni non cattoliche è uno spartiacque assoluto. Fino a quel momento, dentro le mura, un culto protestante era semplicemente impensabile: le poche comunità straniere tollerate a Roma dovevano riunirsi fuori dalle mura, in edifici legati alle ambasciate, con una serie di cautele che sembrano oggi surreali. La cappella anglicana, per fare l'esempio più noto, stava fuori Porta del Popolo, in un granaio adattato: si pregava fuori città perché dentro non si poteva.
Nel giro di pochissimo tempo dopo il 1870 arrivano in città gli evangelizzatori valdesi, insieme a metodisti, battisti e altre denominazioni. È una stagione febbrile, fatta di sale affittate, di conferenze pubbliche, di distribuzione di Bibbie e di polemiche vivacissime con la stampa cattolica. Roma diventa, per una manciata di anni, il laboratorio del protestantesimo italiano. Le comunità nascono in locali provvisori e cercano una sede stabile appena i mezzi lo consentono. La comunità valdese romana percorre esattamente questa strada, e il punto di arrivo è l'edificio di cui stiamo parlando.
Giulio Especo y Vera, l'ufficiale del papa che diventa valdese
La storia della costruzione ha un protagonista che sembra uscito da un romanzo. Si chiama Giulio Especo y Vera, marchese, e prima della breccia era stato ufficiale dell'esercito pontificio — le fonti lo indicano con il grado di tenente colonnello. Dopo il 1870 aderisce alla fede evangelica e diventa figura di riferimento e diacono della comunità valdese romana. È grazie a lui, e all'appoggio del reverendo Robert Walter Stewart, che la comunità riesce a mettere le mani sul terreno su cui sorgerà la chiesa.
Mi fermo sempre un momento su questo nome quando racconto l'edificio, perché dice qualcosa di preciso su che cosa fosse Roma in quegli anni. Un ufficiale dell'esercito del papa che, pochi anni dopo la fine del potere temporale, si ritrova a procurare il terreno per un tempio protestante a trecento metri dal Quirinale: non è un dettaglio pittoresco, è la fotografia di un mondo che stava cambiando pelle in fretta e in modo per molti doloroso. La conversione di Especo y Vera fece rumore all'epoca, come si può immaginare.
Il cantiere del 1883 e l'inaugurazione della Chiesa Evangelica Valdese
Il progetto viene affidato all'architetto Benedetto Andolfi. I lavori cominciano nel 1883 e si concludono l'anno successivo, nel 1884: un cantiere rapido, che si spiega con le dimensioni contenute dell'opera e con l'urgenza pratica di dare una casa alla comunità. Siamo negli anni della grande febbre edilizia della Roma capitale, quando interi quartieri nascono dal nulla, il Tevere viene incassato fra i muraglioni e via Nazionale viene aperta come asse moderno fra la stazione e il centro. La chiesa valdese si inserisce in quel clima e ne adotta il linguaggio.
Chi si aspetta un edificio isolato, con il suo sagrato e il suo profilo riconoscibile da lontano, resta spiazzato: la chiesa occupa il piano terreno di un fabbricato, e la sua natura di luogo di culto è appena dichiarata dalla facciata. Su questa scelta si è discusso a lungo, e le spiegazioni che ho sentito dare sono due, entrambe plausibili e probabilmente entrambe vere. La prima è economica: la comunità era piccola e i mezzi limitati, integrare l'aula in un palazzo da reddito consentiva di risparmiare e di ricavare spazi utili ai piani superiori. La seconda è di opportunità politica: nella Roma appena strappata al papa, una chiesa protestante che si fosse presentata come monumento provocatorio avrebbe attirato ostilità che nessuno desiderava. La discrezione, qui, è anche una forma di intelligenza.
L'architettura della Chiesa Evangelica Valdese: neoromanico fuori, neoclassico dentro
La facciata è in stile neoromanico, ed è la parte che si vede dalla strada. È un neoromanico ottocentesco, di quelli che scelgono l'archeggiatura tonda e la partitura sobria per dichiarare antichità e serietà senza sfarzo: nessuna statua, nessuna decorazione narrativa, nessuna facciata teatrale barocca. Al passante distratto sembrerà semplicemente un fronte di palazzo un po' più curato degli altri, ed è precisamente l'effetto che si voleva ottenere.
La sorpresa è dentro. L'interno è in stile neoclassico, ed è un neoclassico misurato, luminoso, quasi domestico nelle proporzioni. Il contrasto tra involucro romanico e interno classico non è una contraddizione, è un modo di procedere tipico dell'eclettismo di fine Ottocento: fuori si comunica con la città usando il repertorio che si ritiene più adatto al contesto, dentro si costruisce l'ambiente che serve alla liturgia. E la liturgia protestante ha bisogno di una cosa sopra tutte le altre: un'aula in cui la parola arrivi chiara a tutti.
L'aula unica della Chiesa Evangelica Valdese
L'ambiente è uno solo, a pianta rettangolare. Niente navate laterali, niente cappelle, niente transetto, niente percorsi processionali. Chi entra vede immediatamente tutto lo spazio e, cosa non secondaria, vede tutte le altre persone presenti. È un'architettura assembleare: la comunità è riunita davanti alla Parola, non disposta lungo un corteo che avanza verso un altare.
Il soffitto è a cassettoni, e regge il tono classico dell'insieme dando profondità e ritmo a un vano che altrimenti rischierebbe di apparire piatto. Lungo i lati corrono ampie bifore con vetrate policrome, alternate a lesene corinzie lisce: sono i due elementi che fanno la personalità dell'aula. Le lesene scandiscono le pareti come una griglia regolare, le bifore lasciano entrare una luce colorata e diffusa che cambia parecchio nel corso della giornata. Da una parte le vetrate sono policrome vere e proprie, dall'altra la soluzione adottata è quella dei vetri dipinti: un dettaglio che si nota bene se ci si mette in fondo all'aula e si confrontano i due lati.
Sul fondo si apre l'abside semicircolare, e qui va fatta l'osservazione più importante di tutta la visita. In una chiesa cattolica l'abside è il luogo dell'altare maggiore, cioè del sacrificio eucaristico. Qui, nell'abside, sta il pulpito. Non è uno spostamento di arredi, è una dichiarazione teologica: il punto focale dell'edificio è il luogo da cui si legge e si spiega la Scrittura. Chi capisce questo ha capito il novanta per cento di quello che c'è da capire in un'aula di culto protestante.
La cantoria, le colonne e l'ingresso
Sopra l'ingresso corre una cantoria sostenuta da due colonne corinzie, e su quella cantoria è collocato l'organo. È una disposizione classica del culto riformato: la musica sta alle spalle dell'assemblea, non davanti. L'organista e il coro non sono uno spettacolo da guardare, sono un sostegno al canto di tutti. Quando l'assemblea canta un inno — e nelle chiese valdesi si canta molto, e a voce piena — il suono arriva da dietro e sopra, e l'effetto acustico in un'aula di queste dimensioni è notevolmente più coinvolgente di quanto ci si aspetti da un ambiente così contenuto.
Sul tavolo davanti al pulpito si trova, aperta, la Bibbia. Non è un oggetto decorativo né una reliquia: è il libro da cui si legge. Nell'abside c'è una croce, sola, senza corpo del Cristo, secondo l'uso protestante che sottolinea la risurrezione più che l'agonia. Non troverete statue di santi, non troverete immagini devozionali, non troverete reliquiari. La decorazione è semplice ed elegante, e tutto quello che c'è ha una funzione.
L'organo della Chiesa Evangelica Valdese, uno strumento con una storia precisa
L'organo a canne è un Carlo Vegezzi-Bossi, opus 698, costruito nel 1885, dunque appena un anno dopo la conclusione dei lavori dell'aula. La famiglia Vegezzi-Bossi è una delle dinastie organarie più importanti dell'Italia otto-novecentesca, con bottega a Torino, e trovarne uno strumento qui non è casuale: il legame fra il mondo valdese e il Piemonte è strutturale, e quando si trattò di dotare la nuova chiesa romana di un organo ci si rivolse a chi in Piemonte faceva gli organi migliori.
Lo strumento ha due tastiere di 61 note e una pedaliera di 30 note, con 13 registri. È stato elettrificato nel 1965 dalla ditta Buccolini e dalla stessa ditta restaurato nel 1999. Sono numeri che a chi non frequenta il mondo organario diranno poco, ma vale la pena tradurli: tredici registri sono una tavolozza sobria, adatta perfettamente all'accompagnamento del canto d'assemblea e alla letteratura organistica di media dimensione, non a effetti sinfonici da grande sala. Un organo, insomma, che fa esattamente quello che serve in questo edificio, senza voler competere con nessuno.
Perché conviene ascoltarlo, se capita
Nelle aule protestanti l'organo non è un ornamento: è lo strumento che tiene insieme il canto di tutti. Se assistete a un culto vi accorgerete che l'introduzione dell'inno serve a dare il tono e il tempo, e che poi lo strumento sostiene le voci senza coprirle. Capita anche che la chiesa ospiti concerti e appuntamenti musicali, come accade in diverse chiese del centro di Roma dotate di buona acustica: sono occasioni ideali per entrare, sedersi e guardarsi intorno con calma, senza il timore di disturbare una liturgia in corso. I programmi vengono annunciati di volta in volta e non seguono un calendario fisso, quindi l'unico metodo affidabile è controllare gli annunci della comunità.
Un confronto che aiuta: due Vegezzi-Bossi a Roma
C'è un dettaglio che ai romani appassionati di organi piace parecchio. L'altra chiesa valdese della città, il tempio di piazza Cavour, ospita anch'essa un Vegezzi-Bossi, l'opus 1349, del 1913, con 2.308 canne e 32 registri. Fra i due strumenti c'è quasi trent'anni di distanza e un salto di scala impressionante: il primo è lo strumento di una comunità piccola che si sta insediando, il secondo è quello di una comunità che, tre decenni dopo, si è consolidata e può permettersi un grande organo da concerto. La storia della presenza valdese a Roma si può raccontare anche solo mettendo in fila queste due macchine sonore.
Che cosa non troverete dentro la Chiesa Evangelica Valdese (e perché è la parte interessante)
Porto qui spesso persone che hanno visitato venti chiese romane in tre giorni e che entrano con gli occhi ancora pieni di stucchi, marmi mischi, angeli in volo e finti cieli sfondati. La reazione è quasi sempre la stessa: un silenzio, poi la domanda "ma è finita?". Sì, è finita. E il vuoto che percepite non è mancanza di mezzi: è una scelta teologica precisa, meditata, con ottocento anni di argomenti alle spalle.
Non ci sono statue, perché la tradizione riformata legge il secondo comandamento come divieto di rappresentazione del divino a scopo di culto. Non ci sono reliquie, perché la mediazione dei santi non fa parte di questa teologia: si prega Dio direttamente, senza intercessori. Non c'è un altare nel senso sacrificale, perché la Cena del Signore è commemorazione e comunione, non ripetizione di un sacrificio. Non ci sono confessionali, perché la confessione auricolare al sacerdote non è praticata. Non ci sono immagini devozionali davanti a cui accendere candele. Non c'è, soprattutto, una separazione fisica fra clero e popolo: nessuna balaustra, nessun coro riservato, nessuno spazio sacro precluso ai laici.
Il pastore non è un prete: una differenza che spiega l'edificio
Nel mondo valdese il pastore o la pastora non appartengono a un ordine sacro distinto dai fedeli. È un ministero, cioè un servizio, affidato a una persona che ha studiato teologia e che la comunità riconosce; non conferisce uno statuto ontologico diverso. Le donne accedono al ministero pastorale a pieno titolo, e nelle chiese metodiste e valdesi italiane sono una quota consistente del corpo pastorale. Se venite a un culto qui a Roma e nelle comunità vicine, è del tutto normale che a predicare sia una pastora.
Le decisioni non scendono dall'alto ma salgono dal basso: ogni chiesa locale ha un'assemblea che elegge il proprio concistoro e che ha voce sulle scelte importanti, compresa la chiamata del pastore. L'assenza di gerarchia visibile nello spazio — nessun trono, nessun seggio episcopale, nessun ordine di posti riservati — non è un dettaglio estetico, è la traduzione architettonica di una struttura ecclesiastica di tipo assembleare. Guardare un'aula valdese e capire come funziona la Chiesa valdese sono, letteralmente, la stessa operazione.
La sobrietà non è povertà di gusto
Vale la pena aggiungere una precisazione, perché il luogo comune "protestante uguale spoglio" è impreciso. La stessa Chiesa valdese, quando trent'anni dopo costruì il tempio di piazza Cavour, scelse un linguaggio decorativo ricchissimo, con vetrate d'artista, mosaici e materiali pregiati. Non c'è dunque un divieto di bellezza. C'è un criterio: nulla deve diventare oggetto di culto, nulla deve mettersi fra il credente e la Parola. Dentro questo criterio la libertà è ampia, e i valdesi l'hanno usata in modi diversi a seconda delle epoche e delle possibilità. Via IV Novembre rappresenta la stagione della sobrietà delle origini romane; piazza Cavour quella della maturità.
Come si visita la Chiesa Evangelica Valdese: istruzioni pratiche e un po' di galateo
Questa è la sezione che vi chiedo di leggere con attenzione, perché è quella che fa la differenza fra una visita riuscita e una porta chiusa in faccia. La Chiesa Evangelica Valdese di via IV Novembre non ha orari museali. Non c'è un custode che vende biglietti, non c'è un percorso segnalato, non ci sono pannelli didattici e non c'è un bookshop. C'è una comunità che usa lo spazio, e lo spazio è aperto quando la comunità lo apre.
Le tre strade per entrare
La prima e più semplice è partecipare al culto domenicale delle 11.00. Chiunque può entrare, non serve appartenere alla Chiesa valdese, non serve avvisare, non serve avere una fede definita. Ci si siede in fondo, si segue, si osserva. È l'unico momento in cui l'accesso è garantito senza organizzare nulla.
La seconda è venire in occasione di un concerto, di una conferenza o di un incontro pubblico. Le chiese protestanti romane hanno una lunga tradizione di uso culturale dei propri spazi, e capita che l'aula ospiti musica o dibattiti. In quel caso l'accesso è quello di un evento e potete guardarvi intorno con più libertà.
La terza, per chi ha esigenze particolari — gruppi, studiosi, appassionati di organaria, studenti di architettura — è scrivere o telefonare prima, ai recapiti pubblicati dalla comunità: telefono 06 6792617, posta elettronica romaquattronovembre@chiesavaldese.org. È la via lunga, ma è l'unica seria se volete essere sicuri di entrare in un giorno e a un'ora scelti da voi. Vi verrà risposto da persone che fanno questo volontariamente, quindi conviene scrivere con anticipo e non pretendere risposte immediate.
Come comportarsi dentro la Chiesa Evangelica Valdese
Le regole non sono scritte da nessuna parte perché sono di semplice buon senso, ma le elenco perché il buon senso in viaggio va spesso in vacanza anche lui. Si entra in silenzio e si spegne la suoneria del telefono. Non c'è un codice di abbigliamento formale come in Vaticano — nessuno vi misurerà le spalle o le ginocchia — ma il criterio è il rispetto: siete in un luogo che per qualcuno è casa e preghiera. Non si mangia e non si beve. Non si fotografa durante il culto: se volete immagini, chiedete prima o dopo, e accettate un eventuale no senza discutere.
Se assistete al culto, sappiate che nessuno vi metterà in imbarazzo chiedendovi di presentarvi o di partecipare a qualcosa. Ci si alza e ci si siede insieme in alcuni momenti, e potete semplicemente seguire quello che fanno gli altri o restare seduti. Durante la colletta passerà un piatto o una borsa: non è obbligatorio dare nulla, ed è del tutto normale lasciarla passare. Alla fine, molto probabilmente, qualcuno vi rivolgerà la parola. È buona educazione locale, non proselitismo: le chiese storiche italiane della Riforma sono, nella mia esperienza, fra le realtà religiose meno insistenti che si possano incontrare.
Che cosa aspettarsi da un culto domenicale nella Chiesa Evangelica Valdese
Chi ha in mente una messa cattolica troverà somiglianze di struttura e differenze di sostanza. La durata si aggira attorno all'ora, l'atmosfera è raccolta e informale insieme, e il baricentro dell'incontro è la predicazione. Non è un commento breve inserito fra due riti: è il cuore del culto, un discorso costruito che parte dai testi biblici letti poco prima e li spiega, li mette in relazione con l'attualità e con la vita di chi ascolta. Può durare parecchio, e non è raro che sia la parte più impegnativa dell'intero incontro. Chi viene da un'abitudine liturgica diversa lo nota subito.
Attorno alla predicazione si dispongono gli altri elementi: l'invocazione iniziale, la confessione di peccato e l'annuncio del perdono, le letture bibliche, le preghiere, gli inni cantati dall'assemblea — di solito da un innario che trovate nei banchi o sulle sedie — gli annunci della comunità, la colletta, la benedizione finale. Il canto merita una nota a parte: nelle chiese della Riforma canta l'assemblea, non un coro professionale al posto suo. Non è previsto che ascoltiate; è previsto che cantiate, se ve la sentite. Nessuno vi guarderà male se restate in silenzio.
La Santa Cena e chi può parteciparvi
La Santa Cena, cioè la celebrazione del pane e del vino, non è necessariamente parte di ogni culto domenicale: nelle chiese valdesi ricorre secondo un calendario stabilito dalla comunità e legata alle grandi date dell'anno liturgico. Quando si celebra, la modalità è sobria: pane e vino vengono condivisi, spesso con l'assemblea che si dispone in cerchio o che viene servita ai banchi. Se non appartenete alla comunità e vi trovate lì per caso, la cosa più semplice è ascoltare l'invito che viene rivolto dal pulpito, che chiarisce a chi è indirizzata la partecipazione, e regolarvi di conseguenza. Restare seduti non è una scortesia e non attira nessuno sguardo.
Il dopo culto, che è parte del culto
C'è un momento che non compare in nessuna guida e che in una comunità piccola conta quanto la liturgia: quello che accade appena finisce. Le persone si fermano, si salutano, chiacchierano, si scambiano notizie, organizzano. In molte comunità c'è un caffè o un tè. Se siete visitatori e avete cinque minuti, fermatevi: è lì che si capisce che cosa sia una chiesa di minoranza in una città a maggioranza cattolica schiacciante come Roma. Non è una cosa che si possa dedurre guardando le lesene corinzie.
Il quartiere attorno alla Chiesa Evangelica Valdese: il rione Trevi ai piedi del Quirinale
Uno dei motivi per cui consiglio questo indirizzo anche a chi non ha alcun interesse per la storia religiosa è la posizione. Siete nel punto in cui Roma cambia epoca ogni cento metri, e potete costruirci attorno una passeggiata di mezza giornata che non somiglia a nessun itinerario standard.
Che cosa c'è a due passi
Di fronte, come dicevo, i Mercati di Traiano con il Museo dei Fori Imperiali, ingresso in via IV Novembre 94: il complesso di età traianea articolato su più livelli, con la Via Biberatica e le sale che si arrampicano sul fianco del Quirinale, oggi allestite con i frammenti architettonici dei Fori. Sopra, la Torre delle Milizie, torrione del XIII secolo, inclinato in modo evidente per un cedimento antico. Poco più su, a largo Magnanapoli, la chiesa di Santa Caterina a Magnanapoli, barocca del Seicento, e i giardini di Villa Aldobrandini, un piccolo parco pensile a cui si accede da via Mazzarino e che quasi nessun turista conosce: panchine all'ombra, aranci, e una vista dall'alto su via Nazionale.
Scendendo verso piazza Venezia si incontrano Palazzo Colonna, con la sua straordinaria Galleria aperta al pubblico in giorni limitati, e la Salita del Grillo, uno dei vicoli più fotogenici della zona, che sale verso la Casa dei Cavalieri di Rodi passando sotto un arco. Dall'altra parte c'è il Foro di Traiano con la Colonna Traiana, il Vittoriano, e poi tutta la sequenza dei Fori Imperiali fino al Colosseo. In direzione opposta, via Nazionale porta al Palazzo delle Esposizioni e, salendo, al Quirinale.
Un itinerario che funziona davvero
Quello che propongo di solito è questo: mattina ai Mercati di Traiano, pausa nei giardini di Villa Aldobrandini, culto o visita alla Chiesa Evangelica Valdese se il giorno lo consente, pranzo nei dintorni di via Panisperna o del rione Monti — che comincia dall'altra parte della strada e ha la densità di trattorie più alta del centro — e pomeriggio dedicato ai Fori Imperiali. È una giornata che alterna archeologia, giardino, storia moderna e vita di quartiere, e che non prevede un solo minuto di autobus.
L'altra sede romana: il tempio di piazza Cavour e la Chiesa Evangelica Valdese di via IV Novembre
A Roma le chiese valdesi sono due, e confonderle è l'errore più comune che si commette cercando informazioni. Quella di cui stiamo parlando è la Chiesa Evangelica Valdese di via IV Novembre 107, nel rione Trevi, la più antica, quella del 1883-1884. L'altra è il tempio valdese di piazza Cavour, nel rione Prati, ed è tutta un'altra cosa per data, dimensioni e linguaggio architettonico. Vale la pena metterle a confronto, perché insieme raccontano l'intera parabola della presenza valdese nella capitale.
Come nasce il tempio di piazza Cavour
All'inizio del Novecento la comunità valdese romana lavorava in città da circa trent'anni ed era cresciuta al punto da rendere necessario un secondo luogo di culto, in una zona nuova. La scelta cadde su Prati, quartiere allora in piena espansione, costruito su terreni fino a poco prima agricoli e progettato con un impianto regolare che voltava deliberatamente le spalle al Vaticano. Nel 1910, grazie alla generosità della signora Stewart Kennedy, la comunità acquistò un lotto di circa 1.500 metri quadrati.
Il progetto porta la firma dell'architetto Paolo Bonci e, per la parte ingegneristica e la direzione dei lavori, dell'ingegner Emanuele Rutelli. Il cantiere corse dal 1911 al 1913 e impiegò una tecnica che allora era all'avanguardia: il cemento armato, realizzato dall'impresa torinese di Giovanni Antonio Porcheddu, la stessa che in quegli anni portò in Italia il sistema Hennebique. Lo stile è eclettico, con elementi neoromanici fusi a soluzioni Liberty. L'inaugurazione avvenne l'8 febbraio 1914, con il moderatore Bartolomeo Léger, i pastori Giovanni Luzzi e Arturo Muston, e la presenza di rappresentanze diplomatiche straniere.
Perché piazza Cavour è così diversa
Il tempio di piazza Cavour ruppe con l'austerità protestante e lo fece consapevolmente. Le vetrate furono disegnate da Paolo Paschetto — l'artista valdese che nel 1948 avrebbe firmato l'emblema della Repubblica Italiana, quello con la stella, la ruota dentata, l'ulivo e la quercia — e realizzate da Cesare Picchiarini, il più importante maestro vetraio romano del tempo. Nella lunetta sopra l'ingresso si trova un mosaico policromo di Evandro Monticelli che raffigura un candelabro con una candela accesa poggiante sulla Bibbia, accompagnato dal motto latino Lux lucet in tenebris. All'interno, nell'abside, una grande croce latina rossa su fondo oro e un soffitto a cielo stellato. L'organo, come ho già ricordato, è un Vegezzi-Bossi del 1913 con oltre 2.300 canne.
Trent'anni separano via IV Novembre da piazza Cavour, e li si legge tutti. La prima è la chiesa di una minoranza appena arrivata, che si insedia con prudenza al piano terra di un palazzo; la seconda è il tempio di una comunità radicata, che costruisce un edificio riconoscibile su una piazza monumentale e chiama artisti a decorarlo. Se avete tempo per entrambe, il consiglio è di visitarle in quest'ordine cronologico: prima Trevi, poi Prati. La sequenza racconta una storia; l'ordine inverso la appiattisce.
La Facoltà valdese di teologia, il cervello della Chiesa Evangelica Valdese, sta a Roma
A pochi passi da piazza Cavour, in via Pietro Cossa 42, si trova un'istituzione che poche persone a Roma conoscono e che è invece uno dei centri di studio religioso più significativi del paese: la Facoltà valdese di teologia. È lì che si formano i pastori e le pastore delle chiese metodiste e valdesi italiane, ed è lì che ha sede la più specializzata biblioteca teologica protestante d'Italia.
La storia della Facoltà è essa stessa una mappa del cammino valdese verso l'Italia unita. Fondata nel 1855 a Torre Pellice, nel cuore delle valli, con due professori e due studenti, fu trasferita nel 1861 a Firenze, capitale culturale e poi politica del nuovo Regno, e infine nel 1922 a Roma, nell'edificio costruito appositamente su progetto dell'architetto Giulio Magni. Tre sedi, tre epoche: la montagna della resistenza, la città della cultura risorgimentale, la capitale.
La biblioteca e la rivista
La biblioteca della Facoltà conta oltre 100.000 volumi e circa 300 periodici: per chi si occupa di storia della Riforma, di esegesi biblica, di ecumenismo o di storia religiosa italiana è una risorsa senza equivalenti in Italia. Dal 1952 la Facoltà pubblica la rivista Protestantesimo. Fra le figure che ne hanno segnato la storia ci sono Paolo Geymonat (1827-1907), docente nella stagione fiorentina, Giovanni Luzzi (1856-1948), autore di una celebre traduzione biblica italiana, e in tempi a noi più vicini l'esegeta Jan Alberto Soggin e lo storico ed ecumenista Paolo Ricca, quest'ultimo noto anche al grande pubblico per la sua attività pubblicistica.
Segnalo la Facoltà anche a chi passa da Roma per turismo, perché organizza conferenze e incontri aperti, e perché il solo fatto di sapere che esiste cambia la percezione di questa chiesa. Non è un gruppetto devozionale: è una confessione con una tradizione accademica di centosettant'anni, un corpo pastorale formato all'università e una produzione editoriale continua.
La Roma protestante attorno alla Chiesa Evangelica Valdese
Una volta che si comincia a guardare la città con questa lente, Roma si rivela piena di indirizzi che si erano sempre attraversati senza notarli. Gli uffici centrali della Chiesa valdese — la Tavola valdese, l'amministrazione, l'ufficio che gestisce i fondi dell'otto per mille, l'Opera per le chiese metodiste in Italia — sono in via Firenze 38, a due passi da via Nazionale. La Chiesa metodista di Roma si trova all'angolo fra via XX Settembre e via Firenze, con culto domenicale alle 11.00. C'è poi una comunità metodista di lingua inglese che si riunisce in piazza di Ponte Sant'Angelo, alle 10.30, nell'edificio neogotico proprio di fronte al ponte che porta a Castel Sant'Angelo, e una comunità metodista coreana che celebra in via Firenze 38 alle 15.00.
Sempre in centro trovate la chiesa episcopale americana di St. Paul's Within the Walls, in via Nazionale, il primo edificio di culto protestante costruito dentro le mura di Roma dopo il 1870, con mosaici di Edward Burne-Jones; la chiesa luterana in via Sicilia; e, in zona Piramide, il Cimitero acattolico, dove riposano Keats, Shelley, Gramsci e Carlo Emilio Gadda. Se volete un itinerario tematico che nessuna comitiva percorre mai, questo è il vostro: la Roma delle minoranze religiose, che comincia proprio davanti al portone di via IV Novembre 107.
Perché tutti questi indirizzi stanno nella stessa zona
Non è casuale. La fascia che va da via Nazionale a via XX Settembre, passando per il Quirinale e via Firenze, è la Roma che si costruisce subito dopo il 1870: quartieri nuovi, ministeri, banche, alberghi, la stazione. Era la parte di città più libera dal peso urbanistico e simbolico del papato, dunque quella dove una presenza protestante poteva insediarsi con meno frizioni. La geografia religiosa di Roma, se la si guarda con attenzione, racconta la storia politica dell'Italia unita meglio di molti monumenti costruiti apposta per raccontarla.
Sinodo, Tavola valdese e moderatore: come è organizzata la Chiesa Evangelica Valdese
Per capire chi decide che cosa in questa chiesa bisogna abbandonare del tutto il modello piramidale. L'organo supremo è il Sinodo, un'assemblea di circa 180 membri composta da pastori e da delegati laici eletti dalle chiese locali, che si riunisce ogni anno a Torre Pellice, in val Pellice, generalmente alla fine di agosto. Dura una settimana, discute e vota su ogni questione rilevante — teologica, etica, economica, organizzativa — e le sue decisioni impegnano tutta la chiesa.
L'esecutivo è la Tavola valdese, composta da sette membri e presieduta dal moderatore o dalla moderatora, eletti dal Sinodo. Attenzione al titolo: "moderatore" significa esattamente quello che dice, cioè chi presiede e coordina. Non è un vescovo, non ha poteri dottrinali, non nomina i pastori dall'alto; il suo mandato è a termine e risponde al Sinodo. Le chiese locali, dal canto loro, sono rette da un'assemblea di membri e da un concistoro eletto. È un modello di governo di tipo presbiteriano-sinodale, e chi ha studiato storia moderna riconoscerà in questa architettura istituzionale una delle radici lontane delle assemblee rappresentative europee.
Metodisti e valdesi insieme dal 1975
Nel 1975 la Chiesa evangelica valdese e la Chiesa evangelica metodista d'Italia firmarono un patto di integrazione, dando vita all'Unione delle chiese metodiste e valdesi. Le due confessioni mantengono ciascuna la propria identità storica e i propri ordinamenti specifici, ma hanno Sinodo e organi comuni. È la ragione per cui, sul sito e sui documenti ufficiali, l'intestazione che si legge è quella doppia, e per cui a Roma le chiese valdesi e quelle metodiste fanno parte di una stessa rete.
L'intesa con lo Stato italiano
Il rapporto con lo Stato è regolato da un'intesa firmata il 21 febbraio 1984 e recepita con la legge 449 del 1984, poi modificata nel 1993 con la legge 409. Fu la prima intesa stipulata in attuazione dell'articolo 8 della Costituzione, quello che riconosce alle confessioni diverse dalla cattolica il diritto di regolare i rapporti con lo Stato per legge sulla base di accordi con le rispettive rappresentanze. Un dato che dice molto sulla dimensione morale di questa chiesa rispetto al suo peso numerico: i valdesi in Italia e Svizzera erano poco più di 21.000 membri secondo i dati diffusi nel 2017, con un corpo pastorale di poco più di ottanta persone, di cui una quota significativa di donne. Ventunomila persone, e la prima intesa della Repubblica.
L'otto per mille valdese, la scelta che distingue la Chiesa Evangelica Valdese
Questo è il capitolo che, quando lo racconto, provoca più stupore in assoluto, e non solo fra gli stranieri. La Chiesa valdese accede al meccanismo dell'otto per mille dell'IRPEF e ne amministra i fondi attraverso un ufficio dedicato che opera dal 1994. La particolarità è nella destinazione: quei fondi non finanziano le attività di culto della chiesa. Non pagano gli stipendi dei pastori, non pagano il riscaldamento dei templi, non pagano il restauro degli edifici destinati alla liturgia. Vanno interamente a progetti di assistenza sociale e sanitaria, istruzione e cultura, integrazione, risposta a emergenze umanitarie e climatiche.
Il funzionamento è quello di un bando pubblico: enti ecclesiastici ma anche associazioni e organizzazioni non profit esterne alla chiesa presentano progetti, che vengono valutati e finanziati. Ne discende che una parte considerevole del denaro raccolto attraverso una firma sulla dichiarazione dei redditi finisce a realtà che con la Chiesa valdese non hanno alcun legame confessionale. È un modello che la chiesa ha scelto deliberatamente e che spiega, molto più della storia antica, perché una confessione con ventunomila membri sia conosciuta e sostenuta da centinaia di migliaia di contribuenti italiani.
Il finanziamento del culto viene da un'altra parte
La conseguenza logica è che tutto ciò che riguarda la vita interna — pastori, locali, attività — è sostenuto dalle contribuzioni volontarie dei membri. Ogni membro di chiesa contribuisce secondo le proprie possibilità, e i bilanci sono discussi nelle assemblee locali e poi in Sinodo. È un sistema di autofinanziamento diretto che ha il difetto di essere faticoso e il pregio di rendere ogni comunità responsabile di sé stessa. Quando entrate in via IV Novembre e vedete un'aula ordinata e viva, state guardando il risultato di questo meccanismo, non di un contributo pubblico.
I corridoi umanitari, un'opera che parte anche da qui
Nel dicembre 2015 la Federazione delle chiese evangeliche in Italia, la Tavola valdese e la Comunità di Sant'Egidio firmarono con i ministeri degli Esteri e dell'Interno un protocollo che dava vita a uno strumento allora inedito in Europa: i corridoi umanitari. L'idea è semplice e per questo geniale: consentire l'ingresso legale e sicuro in Italia, con visto umanitario, a persone in condizione di vulnerabilità che si trovano in paesi di transito, evitando loro la traversata del Mediterraneo su un gommone.
Il primo arrivo avvenne il 29 febbraio 2016: 97 persone provenienti dal Libano, in gran parte famiglie siriane in fuga dalla guerra. Da allora il modello si è esteso ad altri paesi europei — Francia, Belgio, Andorra — e ha riguardato migliaia di persone di nazionalità siriana, afghana, eritrea, sudanese, somala, yemenita e palestinese. Nel 2019 l'iniziativa ha ricevuto il Premio Nansen per i rifugiati. Il finanziamento della quota protestante arriva, appunto, dall'otto per mille valdese e dalla diaconia valdese: sono i fondi di cui parlavo poco fa, tradotti in biglietti aerei, alloggi, corsi di italiano, iscrizioni scolastiche e accompagnamento al lavoro.
Lo racconto in questa pagina perché è il modo più concreto per spiegare che cosa sia oggi una chiesa come questa. Il portone di via IV Novembre 107 è modesto; ciò che passa attraverso la rete di cui questa comunità fa parte, molto meno.
Lux lucet in tenebris: il simbolo della Chiesa Evangelica Valdese
Il motto valdese è Lux lucet in tenebris, "la luce risplende nelle tenebre", ripreso dal prologo del Vangelo di Giovanni. L'emblema che lo accompagna è un candelabro con una candela accesa, circondato da sette stelle, spesso poggiato sulla Bibbia aperta. Il candelabro è la luce dell'Evangelo, le sette stelle rimandano alle sette chiese dell'Apocalisse, la Bibbia è la fonte. È un simbolo che i valdesi hanno usato almeno dal Cinquecento e che si ritrova ovunque nel loro mondo: sulle facciate dei templi, sulle pubblicazioni, sui documenti ufficiali, e a Roma nel mosaico d'ingresso del tempio di piazza Cavour.
Trovo che sia uno dei motti meglio scelti di tutta la storia religiosa europea, perché descrive con esattezza chirurgica la condizione di una minoranza: non una luce che elimina il buio, ma una luce che risplende dentro il buio, cioè che continua a esistere nonostante il contesto. Otto secoli di condanne, esili, roghi, marce alpine, ghetti giuridici e finalmente cittadinanza stanno tutti dentro quel verbo al presente, lucet. Risplende. Non "ha risplenduto", non "risplenderà".
Quando conviene venire alla Chiesa Evangelica Valdese
La risposta breve è: la domenica mattina, per il culto delle 11.00. La risposta lunga richiede qualche distinzione stagionale, perché Roma non è la stessa città a febbraio e ad agosto, e questo indirizzo lo sente più di altri.
Inverno e primavera
Il periodo migliore in assoluto è quello che va da gennaio a maggio. A febbraio c'è la ricorrenza del 17, la festa della libertà valdese, che a Roma si traduce in culti e incontri pubblici: è il momento in cui la comunità è più visibile e più disposta a raccontarsi. In primavera la luce che entra dalle bifore è quella giusta, l'aula ha una temperatura gradevole e la città non è ancora satura di visitatori. Se il vostro interesse è capire, non solo vedere, questa è la finestra da scegliere.
Estate
Luglio e agosto sono la stagione più incerta. Roma si svuota, molte comunità riducono le attività, alcune uniscono i culti con altre chiese della città, e a fine agosto una parte dei responsabili è a Torre Pellice per il Sinodo. Aggiungete che via IV Novembre, esposta a mezzogiorno e priva di alberi, è una delle strade più roventi del centro fra le due e le cinque del pomeriggio. Se venite d'estate, mattina presto o sera, e verificate prima che ci sia qualcuno.
Autunno
Da settembre a dicembre la vita comunitaria riprende a pieno ritmo: culti regolari, attività, incontri, iniziative culturali. È un ottimo periodo, con la variabile della pioggia, che a Roma in novembre non è un dettaglio. Il vantaggio è che l'aula, chiusa e raccolta, in una giornata grigia ha un'atmosfera che d'estate non avrà mai.
Accessibilità, bambini, tempi di visita
L'aula si trova al piano terra dell'edificio, il che semplifica molto le cose rispetto a tante chiese romane con scalinate d'accesso; chi ha esigenze specifiche di accessibilità fa comunque bene a segnalarlo scrivendo prima, così da ricevere indicazioni precise sull'ingresso. Per i bambini il posto funziona meglio di quanto si creda, a patto di prepararli: non c'è nulla di spettacolare da guardare, ma c'è un ottimo racconto da fare, e la storia dei predicatori travestiti da mercanti con le Bibbie nella borsa ha una presa notevole sui ragazzini. Molte comunità prevedono una scuola domenicale durante il culto, con attività per i più piccoli.
Quanto tempo serve? Per la sola aula, venti minuti bastano e avanzano se qualcuno vi accompagna e vi racconta. Per un culto, calcolate un'ora abbondante più il tempo dopo. Per la versione completa — via IV Novembre, piazza Cavour, via Pietro Cossa e magari una passeggiata fra gli altri indirizzi protestanti del centro — vi serve una giornata intera, ed è una giornata che consiglio a chiunque abbia già visto Roma tre o quattro volte e cerchi qualcosa di diverso dal quinto giro dei Musei Vaticani.
Domande frequenti sulla Chiesa Evangelica Valdese
Si può entrare senza essere valdesi?
Sì, senza alcuna limitazione. Il culto domenicale è pubblico e chiunque può parteciparvi, credente o no, di qualunque confessione. Non vi verrà chiesto nulla, non dovrete firmare niente, non sarete avvicinati per essere convinti di alcunché.
Si paga un biglietto?
No. Non è un museo e non c'è biglietteria. Durante il culto viene raccolta un'offerta libera, alla quale si può liberamente non partecipare.
La Chiesa Evangelica Valdese è cattolica?
No. È una chiesa protestante, aderente alla Riforma dal 1532 e con origini medievali precedenti. Non riconosce l'autorità del papa, non venera i santi, non ha sette sacramenti ma due — battesimo e Santa Cena — e ha un ordinamento sinodale e non gerarchico. Intrattiene però da decenni rapporti ecumenici con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni cristiane, e in Italia partecipa a numerose iniziative comuni.
Le donne possono essere pastore?
Sì, a pieno titolo, e nelle chiese metodiste e valdesi italiane le pastore sono una presenza consolidata da decenni. A Roma diverse comunità sono guidate da donne. È bene saperlo, perché è uno dei punti su cui la sorpresa dei visitatori è più frequente.
Che differenza c'è tra la Chiesa Evangelica Valdese di via IV Novembre e quella di piazza Cavour?
Sono due comunità distinte della stessa chiesa, in due quartieri diversi. Via IV Novembre 107, rione Trevi, è la sede più antica, costruita nel 1883-1884, con aula al piano terra di un palazzo, culto domenicale alle 11.00. Piazza Cavour 32, rione Prati, è il grande tempio del 1911-1914 con il mosaico del candelabro sulla facciata, culto domenicale alle 10.45. Se cercate l'edificio monumentale, è il secondo; se cercate le origini romane della comunità, è il primo.
Si possono celebrare matrimoni?
La Chiesa valdese celebra matrimoni con effetti civili in forza dell'intesa con lo Stato, secondo le procedure previste dalla legge. Le condizioni e le modalità vanno però discusse direttamente con la comunità e con il pastore o la pastora: non è una pratica turistica e non si organizza a distanza in pochi giorni.
Ci sono visite guidate?
Non esiste un servizio di visite guidate strutturato con orari fissi. Gruppi e scolaresche possono chiedere alla comunità, che valuta caso per caso e in base alla disponibilità di volontari. Il modo più semplice per un visitatore singolo resta il culto domenicale.
Una curiosità su Chiesa Evangelica Valdese
La curiosità che riservo alla fine dei miei racconti riguarda un uomo che non ha mai messo piede in questa chiesa e che però compare ogni giorno, migliaia di volte, sui documenti di ciascuno di noi. Si chiamava Paolo Paschetto, era valdese, nato a Torre Pellice nel 1885, e fu l'artista che disegnò le vetrate del tempio valdese di piazza Cavour. Nel 1948 vinse il concorso per l'emblema della Repubblica Italiana: la stella, la ruota dentata, il ramo d'ulivo e quello di quercia che vedete sulla carta d'identità, sui passaporti, sulle facciate delle scuole e sulle divise. L'immagine che rappresenta l'Italia repubblicana porta la firma di un artista appartenente a una minoranza religiosa che fino a cent'anni prima non aveva diritti civili pieni.
Mi piace far notare la simmetria. Nel 1848 un re concede ai valdesi il diritto di frequentare le scuole e le professioni; un secolo dopo, un valdese disegna il simbolo dello Stato che quel regno ha sostituito. Fra le due date ci sono la costruzione della chiesa di via IV Novembre, l'arrivo dei protestanti a Roma, l'insediamento della Facoltà di teologia in via Pietro Cossa e due guerre mondiali. È una storia italiana in piena regola, e nessuno la racconta mai.
Aggiungo una seconda curiosità, meno solenne ma altrettanto istruttiva. L'organo di questa chiesa, il Vegezzi-Bossi opus 698, porta un numero d'opera che ci dice quanti strumenti quella bottega torinese avesse già costruito nel 1885. Quando trent'anni dopo la stessa ditta fornì l'organo di piazza Cavour, il numero d'opera era salito a 1349. Seicentocinquanta strumenti in tre decenni: è la fotografia di un'Italia che, dopo l'unità, costruiva chiese, teatri e sale da concerto a ritmo forsennato. Gli organi, in questo senso, sono un ottimo indicatore economico. Anche di questo si può parlare, davanti a una cantoria.
Una cosa che non ti dice nessuno su Chiesa Evangelica Valdese
La cosa che nessuno vi dirà è che questo edificio è quasi impossibile da trovare se non sapete già che c'è. Non lo dico per fare colore: lo dico perché è una informazione operativa che vi risparmierà venti minuti di camminate avanti e indietro sul marciapiede sbagliato. Non c'è campanile, non c'è sagrato, non c'è cupola, non c'è un cartello turistico marrone di quelli che il Comune mette davanti ai monumenti. C'è un numero civico e una facciata che si confonde con il palazzo. La Chiesa Evangelica Valdese di via IV Novembre è, in tutti i sensi, un luogo che bisogna cercare per trovare.
E questo, che sembra un difetto, è invece la chiave di lettura dell'intero edificio. Nella Roma di fine Ottocento una minoranza religiosa appena uscita da secoli di persecuzione non costruiva monumenti di sfida a trecento metri dal palazzo del Quirinale e a un chilometro dal Vaticano. Costruiva un'aula solida, funzionale, dignitosa, dentro un palazzo, e ci metteva dentro un buon organo. La discrezione non era timidezza: era la strategia di chi sa che l'obiettivo non è impressionare, è durare. Sono passati oltre centoquarant'anni e la comunità è ancora lì, ogni domenica alle undici. Direi che la strategia ha funzionato.
C'è poi una seconda cosa che non vi dirà nessuno, ed è più sottile. Molti visitatori entrano in una chiesa protestante e provano una sensazione che faticano a nominare: una specie di disagio, come se mancasse qualcosa. È esatto: manca qualcosa, e manca apposta. Manca la mediazione. Non c'è un'immagine su cui posare gli occhi per non guardare dentro sé stessi, non c'è un santo a cui delegare una richiesta, non c'è un rito spettacolare che riempia il silenzio. Restano una stanza, un libro aperto, delle sedie disposte perché la gente si veda in faccia. Per alcuni è arido; per altri è il primo posto a Roma in cui riescono a stare davvero fermi. Non c'è modo di sapere in quale delle due categorie siete finché non entrate.
Il consiglio che ti do per visitare Chiesa Evangelica Valdese
Il consiglio è uno solo e lo formulo senza giri di parole: venite di domenica mattina, al culto delle 11.00, e restate fino alla fine. Non fatevi aprire la porta cinque minuti per dare un'occhiata e scattare tre fotografie. Questo non è un edificio che si consumi con lo sguardo: le lesene corinzie sono belle ma non cambieranno la vostra vita, i cassettoni del soffitto sono eleganti ma ne avete visti di più sontuosi il giorno prima. Quello che qui è unico è l'uso che se ne fa, e l'uso si vede solo quando l'aula è piena.
Arrivate dieci minuti prima, sedetevi verso il fondo, prendete l'innario che trovate al vostro posto e sfogliatelo mentre la gente entra. Osservate una cosa che nessuna guida vi segnalerà: come si dispongono le persone nello spazio, chi saluta chi, quanti anni hanno, quante lingue si sentono. Poi ascoltate la predicazione fino in fondo, anche se è lunga, anche se non condividete una sola parola di quello che viene detto. È l'unico modo per capire che cosa significhi una chiesa fondata sulla parola invece che sull'immagine.
Secondo consiglio, pratico: scrivete prima se non venite di domenica. All'indirizzo romaquattronovembre@chiesavaldese.org o al numero 06 6792617. Un messaggio cortese in cui dite chi siete, quanti siete e perché vi interessa ottiene molto più di venti minuti passati a suonare campanelli. E se vi rispondono che quel giorno non è possibile, prendetelo come un dato di realtà: dietro quella porta non c'è un servizio turistico, c'è una comunità di volontari.
Terzo consiglio, che vale come regola generale per Roma e qui più che altrove: non incastrate questa visita fra due monumenti a orario. Se avete i Musei Vaticani alle 13.00 e il Colosseo alle 16.00, saltate via IV Novembre e tornateci un altro anno. Questo posto restituisce qualcosa solo a chi ha mezz'ora da perdere. Chi arriva guardando l'orologio esce dicendo "carino, ma piccolo", ed è esattamente il commento di chi non ha capito niente, senza colpa, solo per fretta.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che i valdesi sono più antichi della Riforma protestante. Lo si legge in ogni scheda, lo dicono tutti, ed è vero: Valdo di Lione predica intorno al 1173, la condanna arriva nel 1184, Lutero affigge le sue tesi nel 1517. Trecentoquarant'anni di scarto. Fin qui, nulla di nuovo.
Ciò che si cita molto meno spesso è la conseguenza storica di quel primato, e cioè che i valdesi hanno vissuto tre secoli e mezzo di clandestinità senza libri stampati, senza università, senza principi protettori e senza territori propri. La Riforma tedesca ebbe la stampa a caratteri mobili, i principi dell'Impero, le città libere, le università. I valdesi medievali ebbero i barba, predicatori itineranti che viaggiavano a coppie travestiti da mercanti, memorizzavano lunghi passi biblici e trasmettevano la dottrina di casa in casa. La loro rete non era una struttura, era un movimento nel senso letterale: gente che si muoveva.
Il secondo aspetto poco citato riguarda le donne. La predicazione femminile compare fra i Poveri di Lione fin dalle origini, e fu uno dei capi d'accusa che i loro avversari usarono contro di loro nei documenti del XII e XIII secolo: si rimproverava ai valdesi di lasciar predicare "anche le donnicciole". Otto secoli dopo, la Chiesa valdese è una delle confessioni cristiane italiane con la più alta percentuale di donne nel ministero pastorale. Non è una moda recente importata da fuori: è una linea di continuità che parte dal Medioevo, si interrompe, riemerge e si istituzionalizza nel Novecento. Quando entrate in questa aula e vedete una pastora salire al pulpito, state guardando la coda lunghissima di una polemica che ha ottocento anni.
Terzo elemento noto e mai raccontato fino in fondo: la Chiesa valdese fu la prima confessione a firmare un'intesa con la Repubblica Italiana, nel 1984, dando finalmente attuazione all'articolo 8 della Costituzione, rimasto lettera morta per trentasei anni. Una comunità di poche decine di migliaia di persone ha aperto la strada giuridica su cui sono poi passate tutte le altre confessioni non cattoliche del paese. Chi si occupa di diritto ecclesiastico lo sa benissimo; chi passa davanti al portone di via IV Novembre 107 quasi mai.
La foto giusta da fare a Chiesa Evangelica Valdese
Comincio dalla regola, che qui viene prima dell'estetica: durante il culto non si fotografa. Punto. Nessuna eccezione, nessuna foto discreta dal fondo, nessun telefono tenuto basso. Se volete immagini dell'interno, si chiede prima o dopo, si accetta la risposta e ci si comporta di conseguenza. Detto questo, le fotografie che vale la pena portarsi via da questo indirizzo sono tre, e nessuna delle tre è la solita panoramica dell'aula.
La prima: la fuga delle bifore
Mettetevi in fondo all'aula, in un angolo, e inquadrate la parete laterale in prospettiva stretta, così che le bifore con le vetrate policrome e le lesene corinzie si susseguano in diagonale verso l'abside. È una fotografia geometrica, quasi astratta, che restituisce il ritmo dell'architettura molto meglio di una frontale. Fatela a metà mattina, quando la luce entra dai lati e le vetrate colorano l'aria invece di limitarsi a colorare il vetro. Se avete pazienza, aspettate che una persona attraversi il campo: la scala umana rende leggibile la dimensione.
La seconda: l'abside con il pulpito
La fotografia concettualmente più interessante è quella dell'abside semicircolare con il pulpito al centro. Inquadratela frontale, centrata, simmetrica, includendo la Bibbia aperta e la croce. Non è una bella immagine nel senso decorativo del termine, è un'immagine che spiega: mostra in un solo scatto la differenza teologica fra questo edificio e le cento chiese cattoliche che avete visitato la settimana scorsa. Se dovete mostrare a qualcuno che cosa sia un'aula protestante senza fare un discorso, è questo il fotogramma.
La terza: la cantoria e l'organo dal basso
Voltatevi verso l'ingresso e fotografate la cantoria sorretta dalle due colonne corinzie con l'organo Vegezzi-Bossi sopra, in controluce se la porta è aperta. È l'inquadratura che nessuno fa perché richiede di dare le spalle all'altare — riflesso automatico che ci portiamo dietro da tutte le altre chiese — ed è invece quella che racconta la parte sonora dell'edificio. Se avete un obiettivo grandangolare, appoggiatevi al muro dell'abside e prendete tutta l'aula fino alla cantoria: avrete in un solo scatto pulpito, banchi e organo, cioè parola, assemblea e canto.
E fuori?
All'esterno il soggetto migliore non è la facciata da sola, che di per sé dice poco. È il confronto: mettetevi sul marciapiede opposto e inquadrate il portone della chiesa con, nella stessa immagine o in due scatti gemelli, l'emiciclo dei Mercati di Traiano e la Torre delle Milizie alle spalle. Ottocento anni di persecuzioni religiose davanti a duemila anni di Impero, in venti metri di carreggiata asfaltata nel 2019. È la fotografia che spiega Roma meglio di quasi tutte le altre.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la costruzione stessa. Il cantiere aperto nel 1883 e chiuso nel 1884 segna il momento in cui la comunità valdese di Roma smette di essere un gruppo di evangelizzazione ospitato in sale affittate e diventa una chiesa con una casa propria nel centro della capitale. Sono passati tredici anni dalla breccia di Porta Pia: tredici anni per passare dall'impossibilità giuridica di esistere a un edificio di culto sotto il Quirinale. In termini di storia delle minoranze religiose europee, è una accelerazione notevole.
Il secondo avvenimento è l'arrivo dell'organo Vegezzi-Bossi nel 1885. Può sembrare un fatto minore rispetto alla costruzione, e invece dice molto: una comunità che appena terminata l'aula investe in uno strumento costruito dalla migliore bottega organaria piemontese sta dichiarando che il canto d'assemblea non è un accessorio. Nella scala di priorità di questa chiesa, un buon organo viene prima di qualunque decorazione.
Il terzo avvenimento non accade dentro queste mura ma le riguarda direttamente: l'8 febbraio 1914 viene inaugurato il tempio di piazza Cavour. Da quel giorno la comunità valdese romana ha due sedi, e via IV Novembre cessa di essere l'unico riferimento per diventare la chiesa storica, quella delle origini. È un passaggio di status che nella vita di un edificio conta quanto un restauro: cambia la funzione, cambia il pubblico, cambia il significato.
Il quarto è il 1922, quando la Facoltà valdese di teologia lascia Firenze e si stabilisce a Roma, in via Pietro Cossa 42. Da quel momento la capitale non è più soltanto una città in cui i valdesi hanno delle chiese: è il centro di formazione e di governo della loro confessione. Le due chiese romane, e questa in particolare per la sua posizione centralissima, diventano luoghi in cui si incrociano studenti di teologia, docenti, pastori in formazione e visitatori stranieri.
Il quinto blocco di avvenimenti è quello che attraversa il Novecento e che questo edificio ha vissuto come tutta Roma: le due guerre, il ventennio con le sue difficoltà per le confessioni di minoranza, l'occupazione della città nel 1943-1944 e la stagione dell'accoglienza clandestina in cui le chiese evangeliche romane, come diverse istituzioni religiose della città, si trovarono coinvolte nella protezione di perseguitati. Sono pagine che si raccontano con prudenza, perché la storiografia distingue caso per caso, ma il quadro generale è documentato: in una città occupata, un'aula al piano terra di un palazzo del centro è un luogo di cui è facile capire l'utilità.
Il sesto è tecnico e riguarda lo strumento: l'elettrificazione dell'organo nel 1965 e il suo restauro nel 1999, entrambi a opera della ditta Buccolini. Trentaquattro anni fra i due interventi, e in mezzo il cambio di sensibilità che ha investito tutto il mondo organario italiano: dalla stagione in cui modernizzare era un valore assoluto a quella in cui conservare e restaurare è diventato il criterio prevalente. La storia di questo strumento è, in scala ridottissima, la storia del restauro musicale italiano.
Il settimo, infine, è collettivo e continua tuttora: ogni domenica alle 11.00, da oltre centoquarant'anni, in quest'aula si tiene un culto. Non è un avvenimento nel senso giornalistico del termine, ma provate a pensarci in termini di durata. Guerre, regimi, cambi di indirizzo della strada, sostituzione dei sampietrini con l'asfalto, arrivo e partenza di generazioni intere: e la porta si apre ancora alle undici.
Chi è passato da Chiesa Evangelica Valdese
Il primo nome è quello che ha reso possibile tutto il resto: Giulio Especo y Vera, marchese e già ufficiale dell'esercito pontificio, convertito alla fede evangelica dopo il 1870 e diventato diacono della comunità valdese romana. Fu grazie a lui e al reverendo Robert Walter Stewart che la comunità ottenne il terreno su cui l'edificio fu costruito. Un uomo che aveva servito il papa e che finì col procurare una casa ai protestanti di Roma: se la storia di questa chiesa avesse un personaggio da romanzo, sarebbe lui.
Il secondo è l'architetto Benedetto Andolfi, che nel 1883 firmò il progetto e in poco più di un anno consegnò l'opera. Non è un nome che compaia nei manuali di storia dell'architettura accanto ai grandi dell'Ottocento romano, ed è proprio questo a renderlo interessante: fu uno dei tanti professionisti che nella Roma post-unitaria lavorarono a edifici d'uso, senza pretese monumentali, costruendo la parte di città che oggi diamo per scontata. Il suo compito era ricavare un'aula di culto funzionale dentro un palazzo, e lo assolse benissimo.
Terzo, la bottega Vegezzi-Bossi, e in particolare Carlo Vegezzi-Bossi, il cui strumento numero 698 sta sulla cantoria dal 1885. La famiglia torinese fu la principale dinastia organaria dell'Italia otto-novecentesca e i suoi strumenti si trovano in tutta la penisola. A Roma, i valdesi ne possiedono due: questo e il grande organo di piazza Cavour del 1913.
Poi ci sono le figure che gravitano attorno al mondo valdese romano e che questa chiesa ha incrociato più volte nel corso del Novecento. Giovanni Luzzi (1856-1948), pastore, docente e autore della traduzione biblica che porta il suo nome, presente all'inaugurazione del tempio di piazza Cavour e figura centrale della cultura protestante italiana del primo Novecento. Paolo Geymonat (1827-1907), fra i protagonisti della stagione fiorentina della Facoltà e del lavoro di evangelizzazione nell'Italia unita. In tempi più recenti Jan Alberto Soggin, biblista di fama internazionale, e Paolo Ricca, storico della chiesa ed ecumenista fra le voci protestanti più ascoltate d'Italia: tutti nomi legati alla Facoltà valdese di teologia, cioè a un'istituzione che sta a un quarto d'ora di strada da qui e i cui docenti e studenti frequentano abitualmente le comunità romane.
Va poi ricordato Paolo Paschetto (1885-1963), l'artista valdese delle vetrate di piazza Cavour e dell'emblema della Repubblica Italiana: la sua presenza nella Roma valdese del Novecento è un dato di fatto, e la sua firma è, come dicevo, nelle tasche di tutti gli italiani.
Infine, e non è una chiusura retorica, ci sono i nomi che non conosceremo mai. Gli operai del cantiere del 1883. I membri della prima comunità, molti dei quali venuti dalle valli alpine a cercare lavoro nella capitale. Le donne che hanno tenuto in piedi le attività quando i mezzi scarseggiavano. Gli organisti che hanno accompagnato migliaia di inni. I visitatori stranieri che entrando qui hanno trovato l'unico luogo di Roma in cui si sentivano a casa. E, negli ultimi anni, le persone arrivate in Italia attraverso i corridoi umanitari finanziati dai fondi di questa chiesa, che nelle comunità evangeliche romane hanno spesso trovato la prima rete di relazioni. Di loro non c'è targa; ci sono le sedie, e ogni domenica sono occupate.
Chiudo con l'osservazione che faccio sempre sul marciapiede, prima di riprendere la salita verso largo Magnanapoli. Roma è la città che ha inventato la monumentalità religiosa: cupole, facciate, colonnati, obelischi, scalinate che ti obbligano ad alzare lo sguardo. Poi c'è un portone al 107 di via IV Novembre, di fronte ai Mercati di Traiano, che non alza la voce con nessuno e che apre su un'aula rettangolare con un libro aperto in fondo. Fra tutti i luoghi di culto che ho visitato in questa città, è uno dei pochissimi in cui l'architettura non cerca di convincervi di niente. Vi lascia soli con lo spazio, con il silenzio e con la vostra testa. E credetemi, a Roma è una rarità assoluta.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
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Via IV Novembre, 107
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