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Atelier Montez

Atelier Montez
Via di Pietralata, 147/A
Roma

Centro di produzione per le arti audio-visive realizzato attraverso il recupero di un vecchio edificio industriale in zona Pietralata. Teatro di posa, studio di registrazione, mostre, clubbing e tante altre attività in programma. Detta così sembra la scheda tecnica di un capannone riconvertito, e in parte lo è: ma dietro quelle quattro righe di descrizione ci sono un pezzo di storia industriale romana, un quartiere che quasi nessuna guida nomina e un modo di intendere lo spazio culturale che a Roma, fuori dal centro, ha prodotto negli ultimi vent’anni alcune delle cose più interessanti che siano capitate alla città.

Vale la pena partire da qui, dalla frase asciutta, perché contiene già tutto quello che serve sapere. Non è un museo, non è un teatro, non è un club e non è una galleria, eppure in certi momenti assomiglia a ciascuna di queste cose. È un luogo di lavoro: uno spazio dove si producono immagini, suoni e oggetti, e che periodicamente apre la porta al pubblico per mostrare che cosa ci si fabbrica dentro. La differenza fra un centro di produzione e una sala espositiva è sottile da spiegare e chiarissima da percepire appena si entra: nel primo caso il pubblico entra dentro l’officina, nel secondo entra nella vetrina.

Conviene diffidare delle mappe mentali che dividono Roma in centro da cartolina e periferia indistinta. Via di Pietralata, al civico 147/A, è uno di quegli indirizzi che spiegano perfettamente quanto quella divisione sia pigra. Dieci minuti di metropolitana dal centro, una strada larga con officine e palazzine basse, e dentro un vecchio edificio industriale un posto che con la cartolina non ha niente da spartire e con la città viva ha tutto.

Che cosa è davvero un centro di produzione per le arti audio-visive

La definizione è tecnica e conviene smontarla pezzo per pezzo, perché è quella che distingue Atelier Montez da qualunque altro spazio culturale della città. Arti audio-visive significa, letteralmente, tutto quello che si guarda e si ascolta insieme: cinema, video, fotografia in movimento, videoarte, documentario, videoclip, animazione, ma anche il suono che accompagna quelle immagini e il suono che vive da solo, la musica registrata e quella suonata dal vivo. Centro di produzione significa che quelle cose lì non vengono soltanto mostrate: vengono fatte.

La sala dell'Atelier Montez allestita per una proiezione
La sala dell'Atelier Montez a Portonaccio, allestita con le sedie davanti allo schermo. Immagine dal sito ufficiale di Atelier Montez.

Il che implica una dotazione precisa. Un teatro di posa, cioè una sala grande, alta, con le pareti neutre e la possibilità di appendere luci al soffitto e di costruire scenografie da zero. Uno studio di registrazione, cioè un ambiente trattato acusticamente, insonorizzato, con una regia separata dalla sala di ripresa. E intorno a questi due nuclei, tutto quello che serve perché funzionino: magazzini, camerini, aree di montaggio, spazi di lavorazione, un cortile per scaricare i materiali, prese di corrente sovradimensionate, altezze da capannone.

Un edificio industriale dismesso è esattamente il contenitore giusto per questo tipo di attività, ed è il motivo per cui in tutta Europa i centri di produzione culturale nascono nelle vecchie fabbriche e quasi mai nei palazzi storici. Serve volume, servono altezze, serve la possibilità di fare rumore senza che il condomino del piano di sopra chiami i vigili urbani alle undici di sera. Un appartamento signorile del centro ha stucchi, soffitti a cassettoni e vincoli della Soprintendenza; un capannone di Pietralata ha sette metri di altezza libera, una struttura portante che regge qualunque carico appeso e vicini che nella loro vita hanno sentito rumori ben peggiori di un impianto voci.

Il teatro di posa

Chi non lavora nel settore fatica a immaginare che cosa sia, perché il teatro di posa è per definizione invisibile nel prodotto finito. È una scatola vuota. Pareti scure o bianche a seconda dell’uso, pavimento livellato, una struttura di travi o graticci al soffitto da cui si appendono i corpi illuminanti, e nient’altro. Tutto quello che si vede in un video, in una foto pubblicitaria, in una scena girata al chiuso, viene costruito lì dentro e poi smontato.

La ragione per cui esistono spazi del genere fuori dai grandi complessi produttivi è economica prima che artistica. Cinecittà costa, ed è pensata per produzioni di una certa scala. Un videoclip indipendente, uno shooting di moda per un marchio giovane, il pilota di una serie autoprodotta, un cortometraggio finanziato a fatica, un documentario con quattro persone in troupe: tutta questa fascia di produzione, che in Italia è quella dove si formano le persone che poi faranno il resto, ha bisogno di spazi accessibili, prenotabili a giornata, gestiti da gente che capisce che cosa serve. Gli spazi come questo servono a quello.

Una conseguenza interessante è che il pubblico, quando entra, entra in un ambiente che non è stato progettato per lui. Le sale dei musei sono disegnate perché la gente ci cammini dentro guardando le pareti; un teatro di posa è disegnato perché una troupe ci lavori dentro senza inciampare nei cavi. Quando lo stesso spazio ospita una mostra o una serata, quella natura non sparisce: resta nell’aria, nelle tracce di gaffer sul pavimento, nei ganci a soffitto, nelle porte pesanti. È una specie di autenticità involontaria che nessuno spazio costruito apposta riesce a fabbricare.

Lo studio di registrazione

L’altro nucleo. Uno studio di registrazione è un oggetto tecnico molto più delicato del teatro di posa, perché deve risolvere due problemi opposti: impedire ai suoni esterni di entrare e ai suoni interni di uscire, e allo stesso tempo controllare il modo in cui il suono si comporta dentro la stanza. Il primo problema si risolve con la massa e con il disaccoppiamento, cioè costruendo di fatto una stanza dentro la stanza, appoggiata su supporti che non trasmettono le vibrazioni. Il secondo si risolve con i materiali sulle pareti: assorbenti dove serve smorzare, diffusori dove serve rompere le riflessioni.

Anche qui, la collocazione periferica non è un ripiego ma una scelta razionale. Uno studio in un palazzo residenziale del centro combatte ogni giorno contro i rumori del traffico, contro i vicini, contro la delicatezza dei solai e contro affitti che rendono impossibile immobilizzare metri quadri per un’attività che produce poco al metro quadro. Uno studio dentro un edificio industriale parte con i muri giusti, i solai giusti e un contesto che non si scandalizza.

La parte espositiva e la parte notturna

La descrizione originale nomina anche mostre e clubbing, ed è qui che il posto smette di essere soltanto uno strumento di lavoro e diventa un luogo di città. È un passaggio ricorrente in tutti gli spazi di questo tipo: chi apre un centro di produzione lo fa per lavorare, ma un capannone grande e attrezzato, di sera e nei fine settimana, è anche la cosa più simile a una sala polivalente che si possa desiderare. Da lì all’ospitare mostre, presentazioni, proiezioni, concerti e serate con la musica il passo è breve, e quasi sempre viene fatto.

Questa doppia natura è il vero carattere del posto. Un luogo che di giorno produce e di notte ospita ha un pubblico diverso da quello di un locale puro: chi ci va la sera spesso ci lavora anche, oppure conosce chi ci lavora, oppure è lì perché ha visto la cosa nascere. Ne viene fuori un’atmosfera che nei club costruiti a tavolino non si trova, e che i romani riconoscono al volo perché è la stessa che si respira negli altri spazi recuperati della città, dal Lanificio poco più avanti sulla stessa strada alle esperienze dell’ex Snia sulla Prenestina.

Dove si trova e come ci si arriva

L’indirizzo è Via di Pietralata 147/A, e la prima cosa da dire è che Via di Pietralata è lunga. Molto lunga. Attraversa longitudinalmente tutto il quartiere, corre grosso modo parallela alla Tiburtina un po’ più a monte, e cambia faccia diverse volte lungo il percorso: tratti di palazzine popolari, tratti di villini, tratti quasi industriali con officine e carrozzerie, qualche pezzo di verde residuo. I numeri civici alti, quelli intorno al 140 e oltre, corrispondono alla parte più a nordest, quella che guarda verso Ponte Mammolo e verso la valle dell’Aniene.

Questo dettaglio, banale a dirsi, è la causa principale degli errori di navigazione di chi ci va la prima volta. Impostare soltanto il nome della via e fidarsi dell’istinto porta a sbagliare di un chilometro e mezzo abbondante, con la sgradevole sensazione di essere sulla strada giusta e di non trovare mai il numero. Il numero civico, qui, conta più del nome della strada.

Con la metropolitana

La linea B è il mezzo naturale. Le fermate utili sono Pietralata e Monti Tiburtini, entrambe sul ramo che da Termini prosegue verso Rebibbia, cioè il ramo storico della linea, quello che non si biforca verso Conca d’Oro e Jonio. Dal centro il viaggio è breve: da Termini si arriva in una manciata di fermate, dal Colosseo poco di più, e in entrambi i casi si parla di un quarto d’ora scarso di treno.

Dalla banchina alla porta si cammina, ma è un tragitto in piano, su marciapiedi larghi e strade illuminate anche in orario serale. Conviene però guardare la mappa prima di uscire dal tornello, perché le stazioni della B in quel tratto hanno uscite su lati opposti della carreggiata e sbagliare lato significa fare un giro largo per trovare un attraversamento decente. Sono cinque minuti persi che, con la pioggia o con il freddo, si sentono tutti.

Il vantaggio della metropolitana, in questa zona, è doppio. Da un lato azzera il problema del parcheggio, che in una strada di officine e attività commerciali la sera si risolve ma di giorno complica. Dall’altro permette di bere qualcosa senza pensieri, il che in un posto dove si fa anche clubbing non è un dettaglio secondario. L’unico limite serio è l’orario di chiusura: la metropolitana romana smette presto, e chi resta fino a tardi deve mettere in conto un rientro con altri mezzi.

Con gli autobus

Il quadrante è servito da diverse linee di superficie che percorrono la Tiburtina e le strade interne del quartiere, e che collegano la zona a Stazione Tiburtina, a Ponte Mammolo e ai capolinea del quadrante est. Gli autobus sono più utili della metropolitana in due casi: quando si arriva da nord o da est senza passare per il centro, e quando si esce tardi e i treni hanno già chiuso. Nelle ore centrali della giornata, invece, la metropolitana vince quasi sempre, perché il traffico della Tiburtina è quello che è.

Un consiglio pratico che vale per tutta Roma e qui in particolare: gli orari indicati alle fermate vanno presi come indicazioni di massima, e la differenza fra un’attesa di tre minuti e una di venti si gioca tutta sulla capacità di leggere le app di monitoraggio in tempo reale. In una zona dove si esce di sera, sapere se il prossimo mezzo è dietro l’angolo o a un quarto d’ora di distanza cambia la decisione fra aspettare e chiamare qualcosa.

Con il treno

Stazione Tiburtina, che è uno dei grandi nodi ferroviari della città, si trova a sud del quartiere e serve treni regionali, alta velocità e collegamenti con l’aeroporto. Chi arriva a Roma in treno e ha in programma una serata da queste parti ha un vantaggio logistico raro: scende a Tiburtina, prende la metropolitana per due o tre fermate e ci arriva. È una comodità che il centro storico, con i suoi vicoli e i suoi mezzi ingolfati, non offre quasi mai.

Lo stesso vale al contrario. Chi riparte la mattina dopo da Tiburtina e cerca un posto dove passare la sera precedente senza allontanarsi troppo dalla stazione ha, in questo quadrante, un ventaglio di opzioni che comprende spazi culturali, locali e qualche indirizzo gastronomico solido, tutti raggiungibili con la stessa linea di metropolitana.

In auto, in scooter, in bicicletta

L’auto funziona, con le solite avvertenze romane. Il quartiere non è dentro la zona a traffico limitato, i parcheggi lungo strada esistono, e la sera, quando le attività diurne chiudono, gli spazi si liberano. Di giorno la faccenda è più complicata, perché le officine e i depositi occupano molto fronte strada e i posti auto si riducono. Chi arriva in scooter risolve tutto, come sempre a Roma.

La bicicletta è un’opzione concreta per chi abita nel quadrante e non per chi viene da lontano. Il percorso lungo l’Aniene e le strade interne di Pietralata sono ciclabili in condizioni ragionevoli, ma i grandi assi di scorrimento della zona, la Tiburtina in testa, sono ostili e rumorosi. Se si arriva in bici, meglio studiare un itinerario che eviti la Tiburtina il più a lungo possibile.

Una curiosità su Atelier Montez

La curiosità che preferisco riguarda il nome, e non è quella che si aspettano in molti. Atelier Montez non è un acronimo, non è una sigla istituzionale, non è il nome di un progetto europeo e non è il nome di un quartiere o di una via. È un nome proprio unito alla parola francese che indica la bottega di un artista. Basta questa scelta lessicale per capire la filosofia del posto: non centro culturale, non factory, non hub, non spazio polifunzionale, ma atelier. Cioè bottega.

La parola non è neutra. Atelier, nella tradizione europea, indica lo studio dove un artista lavora e dove, attorno a lui, gravitano allievi, collaboratori e visitatori. È un luogo privato che si apre, non un luogo pubblico che programma. La differenza è enorme e spiega perché in spazi di questo tipo l’atmosfera sia sempre diversa da quella di un centro culturale comunale: entrando si ha la sensazione precisa di essere ospiti in casa di qualcuno, non utenti di un servizio.

C’è poi un secondo livello, più sottile. Chiamare atelier un capannone di settecento o mille metri quadri è quasi un ossimoro: l’atelier evoca il piccolo, l’artigianale, il tavolo con i pennelli; il capannone evoca la produzione, la scala industriale, i muletti. Tenere insieme le due cose nel nome è una dichiarazione di intenti: qui si fa lavoro artigianale con mezzi industriali. È esattamente quello che succede in un teatro di posa, dove una troupe di sei persone costruisce a mano, pezzo per pezzo, un’immagine che poi verrà riprodotta in serie.

Aggiungo una nota che vale per chi cerca il posto online e rischia di confondersi. A Roma la parola atelier viene usata da decine di attività diversissime fra loro, dalle sartorie ai laboratori di ceramica ai negozi di abiti da sposa. E in città esistono altri spazi culturali con nomi che suonano simili. Il riferimento giusto, qui, è l’indirizzo: Via di Pietralata 147/A. Nel dubbio, è quello il dato che non tradisce.

Pietralata, il quartiere che nessuna guida racconta

Non si capisce Atelier Montez senza capire dove si trova, e Pietralata è uno dei pezzi di Roma con la storia più densa e la fama più ingiustamente scarsa. Il nome deriva da una caratteristica del terreno, roccioso e tagliato, e compare nelle carte romane molto prima che ci fosse un quartiere. Per secoli quella è stata campagna: tenute agricole, casali, cave, la valle dell’Aniene poco più in là, e la consolare Tiburtina che ci passava accanto portando verso Tivoli.

La trasformazione arriva negli anni Trenta del Novecento, e arriva in modo brutale. Sono gli anni in cui il regime fascista sventra il centro storico di Roma per aprire le grandi arterie monumentali, e in cui migliaia di persone vengono allontanate dalle case demolite e trasferite fuori città. Nascono così le borgate: insediamenti costruiti in fretta, lontani dal centro, spesso privi di servizi essenziali, pensati esplicitamente per ospitare chi era stato sfollato e chi arrivava dalle campagne in cerca di lavoro.

Pietralata è una di queste. Una borgata ufficiale, fra le prime, costruita su un terreno che allora era davvero fuori mano, in un contesto rurale e paludoso nei tratti più bassi verso il fiume. Le case erano piccole, i servizi arrivarono decenni dopo, e il quartiere si costruì un’identità fortissima proprio a partire da questa condizione di margine.

Il Novecento di Pietralata

Chi conosce la letteratura italiana del secondo Novecento conosce queste borgate anche senza esserci mai stato, perché sono il paesaggio dei romanzi e dei film che hanno raccontato la Roma popolare del dopoguerra. Il mondo dei ragazzi di borgata, delle baracche, dei campi incolti fra un gruppo di case e l’altro, del fiume come confine e come luogo di giochi, è il mondo di questi quartieri. Pietralata compare in quella geografia narrativa insieme al Tiburtino, al Pigneto, al Quarticciolo, a Torpignattara.

C’è poi una storia più dura, e riguarda gli anni della guerra. Il quadrante fra San Lorenzo, il Tiburtino e Pietralata fu uno dei più colpiti dal bombardamento del luglio 1943, che devastò lo scalo ferroviario e il quartiere di San Lorenzo con un numero altissimo di vittime civili. E nelle settimane immediatamente successive all’armistizio, nel settembre dello stesso anno, la zona fu teatro di episodi legati alla difesa della città e alla nascita della resistenza romana. Sono pagine che la memoria del quartiere conserva con precisione, e che spiegano molto del carattere politico e civile che Pietralata ha mantenuto per decenni.

Nel dopoguerra il quartiere cresce, si consolida, ottiene i servizi che non aveva, si riempie di palazzine e di attività produttive. Arrivano le officine, i depositi, i piccoli opifici, le concessionarie. E arriva, negli anni Novanta, la metropolitana: il prolungamento della linea B verso Rebibbia cambia in modo permanente il rapporto fra questo pezzo di città e il resto di Roma, riducendo a un quarto d’ora una distanza che prima si misurava in autobus e in pazienza.

Il quadrante tiburtino oggi

Oggi il quadrante che va da San Lorenzo a Ponte Mammolo, passando per Tiburtina, Portonaccio, il Tiburtino e Pietralata, è uno dei pezzi di Roma con la maggiore densità di cose che accadono. Ci sono le università e i loro dipartimenti, c’è la grande stazione ferroviaria ricostruita, ci sono i quartieri della movida notturna e quelli residenziali tranquillissimi, ci sono capannoni riconvertiti e capannoni ancora in funzione, c’è un pezzo importante del sistema sanitario cittadino e c’è una quantità di spazi culturali indipendenti che nessun altro quadrante romano eguaglia.

Questa concentrazione non è casuale. Dove c’era industria leggera ci sono oggi spazi grandi e affittabili; dove c’è la metropolitana ci sono persone che si spostano; dove ci sono le università ci sono ventenni che cercano posti dove andare. Sommate queste tre condizioni e avete la ricetta che in tutte le città europee produce quartieri creativi. A Roma quella ricetta ha funzionato in modo più disordinato e meno pianificato che altrove, ma ha funzionato.

Il risultato è che nel raggio di pochi chilometri da Via di Pietralata si trovano realtà diversissime: sale prova, studi di registrazione, spazi per la danza come il DAF di Pietralata, locali con musica dal vivo, gallerie, laboratori artigianali, birrifici. Nessuno di questi posti da solo farebbe notizia; tutti insieme disegnano un ecosistema.

Una cosa che non ti dice nessuno su Atelier Montez

Quello che non si legge da nessuna parte, e che invece è la chiave per non restare delusi, è che uno spazio come questo non ha un calendario continuo. Non funziona come un museo, che apre tutti i giorni dalle nove alle sette, e non funziona nemmeno come un teatro, che pubblica una stagione a settembre e la rispetta fino a maggio. Funziona a ondate: settimane in cui la porta è chiusa perché dentro si lavora a una produzione, e settimane in cui succede qualcosa quasi ogni sera.

Questa è la caratteristica strutturale di tutti i centri di produzione, e discende direttamente dal loro modello economico. Il fatturato di uno spazio così viene in buona parte dalle giornate di noleggio: quando il teatro di posa è affittato a una produzione, quello spazio non è disponibile per altro, e il pubblico non entra. Le aperture al pubblico si incastrano negli spazi lasciati liberi dal lavoro, non viceversa. È l’esatto opposto di come ragiona un’istituzione culturale, e chi ci arriva con la testa dell’istituzione culturale si trova spiazzato.

La conseguenza pratica è una sola, ed è la cosa più utile che posso dire a chi legge: verificare sempre prima di mettersi in viaggio. Non nel senso generico in cui si controllano gli orari di un museo, ma nel senso forte: sapere se quella sera c’è un evento, quale, a che ora, e se serve prenotare o iscriversi a una lista. Presentarsi a un indirizzo di Via di Pietralata sperando di trovare la porta aperta è un modo eccellente per fare un viaggio a vuoto.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda il rapporto fra questi spazi e il tempo. Gli spazi indipendenti romani hanno una vita fatta di fasi: aperture, chiusure temporanee, cambi di gestione, trasferimenti, lavori di adeguamento, contenziosi sugli immobili, periodi di grande attività e periodi di silenzio. Non è un difetto locale, è la condizione ordinaria di un settore che lavora con margini sottili dentro edifici che quasi mai possiede. Chi frequenta questo mondo da romano lo sa e lo mette in conto; chi arriva da fuori a volte lo scopre a proprie spese.

C’è infine un punto che riguarda l’ingresso, e che vale la pena esplicitare perché genera equivoci ricorrenti. Le serate in spazi di questo genere non sempre hanno un biglietto nel senso comune del termine. Spesso funzionano a tessera associativa, a iscrizione, a lista, a contributo. Non è un modo per complicare la vita a nessuno: è la forma giuridica che questi luoghi assumono per poter fare quello che fanno. Sapere in anticipo se serve una tessera evita di trovarsi davanti alla porta a compilare un modulo con venti persone in fila dietro.

Gli spazi, visti da dentro

Entrare in un vecchio edificio industriale riconvertito è un’esperienza fisica prima che culturale, e vale la pena descriverla perché è una parte importante di quello che si va a cercare. La prima cosa che colpisce è l’altezza. Siamo abituati a stanze da due metri e settanta; un capannone arriva al doppio o più, e il corpo lo registra immediatamente come qualcosa di diverso, un po’ come succede entrando in una chiesa. Il suono cambia, la luce cambia, il modo in cui ci si muove cambia.

La seconda cosa è la struttura a vista. Negli edifici industriali le travi, le capriate, i pilastri, i tiranti e gli impianti non vengono nascosti dietro i controsoffitti: restano visibili, e diventano il carattere estetico dello spazio. Una sala con le capriate metalliche a vista e le tubazioni dipinte dello stesso colore delle pareti ha un’eleganza severa che nessun allestimento riesce a imitare.

La terza è il pavimento. Nei capannoni è quasi sempre in cemento industriale, a volte lucidato, a volte grezzo, spesso segnato da vecchie linee di demarcazione, macchie, riprese di getto. Quel pavimento racconta la storia precedente dell’edificio meglio di qualunque targa, e chi progetta questi recuperi in genere ha il buon gusto di lasciarlo com’è.

Perché la riconversione industriale funziona così bene

Roma ha imparato tardi a riusare i propri edifici industriali, molto più tardi di Torino, di Milano o delle città tedesche e inglesi che su questo hanno costruito interi modelli di sviluppo urbano. Ma quando ha cominciato, ha prodotto risultati notevoli. L’esempio più celebre e istituzionale è la Centrale Montemartini, dove le sculture antiche dei Musei Capitolini sono esposte fra le turbine e i motori diesel della prima centrale elettrica pubblica della città: un accostamento che al momento della sua nascita fu pensato come provvisorio e che si è rivelato uno dei musei più belli d’Europa.

Ma la riconversione istituzionale è solo la punta visibile. Sotto, c’è un tessuto molto più ampio di recuperi fatti da associazioni, cooperative, imprese culturali e singoli, che hanno preso capannoni vuoti e li hanno rimessi in funzione con budget minuscoli e molta ostinazione. Atelier Montez appartiene a questa seconda famiglia, quella meno raccontata e più numerosa.

La ragione per cui questi recuperi riescono bene è quasi tecnica. Un edificio industriale è progettato per essere flessibile: pochi muri portanti, grandi luci fra i pilastri, impianti sovradimensionati, accessi carrabili. È, in termini architettonici, un contenitore neutro, e un contenitore neutro si adatta a qualunque contenuto. Un palazzo storico, al contrario, ha una gerarchia di stanze pensata per una funzione precisa, e ogni uso diverso da quello originale richiede compromessi.

Il consiglio che ti do per visitare Atelier Montez

Il consiglio principale è già stato anticipato e vale la pena ripeterlo, perché è quello che salva la serata: controllare il programma e, quando previsto, prenotare. Tutto il resto viene dopo. Ma dato che un consiglio solo è poco, provo a costruire una piccola guida pratica di come conviene affrontare una serata da queste parti, sulla base di come funzionano gli spazi di questo tipo a Roma.

Scegliere il momento giusto

Se l’occasione è una mostra o una presentazione, la prima ora di apertura è il momento migliore. Si vede meglio, si parla con chi ha allestito, si ha il tempo di girare per lo spazio e guardare l’edificio oltre che le opere. Se l’occasione è una serata con musica, il discorso si ribalta: arrivare troppo presto significa trovare una sala vuota e un impianto ancora in prova, e la parte interessante comincia più tardi. Nei posti misti, che sono la maggioranza, conviene arrivare presto e restare: si vede la transizione, che spesso è la cosa più bella.

Vestirsi per un capannone

Sembra un dettaglio da niente ed è invece la variabile che decide quanto si resiste. Un edificio industriale ha un’inerzia termica enorme: d’inverno impiega ore a scaldarsi e non ci riesce mai del tutto, d’estate accumula calore tutto il giorno e lo rilascia la sera. Nella stagione fredda serve uno strato in più di quello che si metterebbe per un teatro; nella stagione calda serve il contrario, e serve accettare che con trecento persone dentro la temperatura salga. Le scarpe: comode e chiuse, sempre, perché il pavimento è cemento e i cavi corrono a terra.

Mangiare prima, o sapere dove mangiare

Questa è la zona in cui si vede la differenza fra chi il quartiere lo conosce e chi no. Pietralata e il Tiburtino hanno una tradizione di ristorazione popolare solida, fatta di trattorie di quartiere, pizzerie al taglio, forni e qualche insegna storica. Non è la zona dei ristoranti da guida, ma è una zona dove si mangia bene spendendo il giusto, il che è più raro di quanto sembri. Il punto è che molte di queste attività chiudono relativamente presto, e chi arriva alle dieci di sera pensando di trovare la strada piena di insegne accese rischia di restare a digiuno.

La strategia migliore: cena presto, in zona, e poi si entra. In alternativa si mangia altrove, magari a San Lorenzo o al Pigneto, e si arriva già a serata iniziata. La soluzione peggiore è arrivare affamati confidando in un buffet.

Il ritorno

È la parte che più spesso viene trascurata. La metropolitana chiude prima di quanto la maggior parte delle serate finisca, e la zona non è piena di taxi in circolazione come il centro. Chi conta di tornare con i mezzi deve conoscere le linee notturne di superficie oppure deve mettere in conto di uscire prima. Chi conta su un mezzo prenotato deve considerare che in certe fasce orarie i tempi di attesa si allungano molto. Chi arriva in auto o in scooter risolve tutto, ma allora vale la vecchia regola: chi guida non beve, e a Roma i controlli notturni sulle strade di scorrimento del quadrante est esistono davvero.

Andarci con la testa giusta

L’ultimo consiglio è il meno pratico e il più importante. Uno spazio come questo non è un monumento: non è lì per essere visitato, è lì per funzionare. Chi ci va aspettandosi didascalie, percorsi guidati, bookshop e bagni impeccabili resterà deluso. Chi ci va aspettandosi di vedere un pezzo di città che lavora, di stare dentro un edificio bellissimo e mal illuminato, di incrociare persone che fanno cose e di scoprire un quartiere che non aveva mai considerato, tornerà a casa contento. È una questione di aspettative, e le aspettative si regolano prima di partire.

Il rapporto con il quartiere

Una domanda frequente è se spazi come questo servano al quartiere o soltanto a chi ci arriva da fuori. È una domanda seria, perché la storia recente delle città europee è piena di casi in cui l’arrivo di attività culturali in quartieri popolari ha innescato processi di sostituzione sociale poco desiderabili. Roma, per una serie di ragioni sue, ha conosciuto questi processi in forma più attenuata che altrove, e i quartieri del quadrante est ne sono la prova: il Pigneto è cambiato molto, San Lorenzo è cambiato moltissimo, Pietralata quasi per niente.

Il motivo è semplice: il patrimonio edilizio di Pietralata non è appetibile per il mercato immobiliare di fascia alta. Non ci sono palazzine liberty, non ci sono cortili storici, non c’è la vicinanza a un monumento. C’è una borgata consolidata degli anni Trenta e Cinquanta, con case di dimensioni normali abitate da famiglie normali. Questo mette il quartiere al riparo dalla trasformazione più violenta, e permette a uno spazio culturale di insediarsi senza diventare l’avanguardia di una speculazione.

Il rovescio della medaglia è che il pubblico degli spazi culturali e la popolazione del quartiere si incontrano meno di quanto sarebbe auspicabile. Chi viene per una serata arriva con la metropolitana, entra, esce e riparte, e del quartiere vede duecento metri di strada. È un peccato, perché il quartiere ha molto da mostrare a chi ha la curiosità di camminarci dentro di giorno, magari arrivando a piedi dalla fermata per la strada lunga invece che per quella breve.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che a Roma le cose interessanti succedono in periferia. Lo dicono tutti, lo ripetono i giornali, lo scrivono i saggi sulla città contemporanea. Quello che quasi nessuno fa è trarne le conseguenze pratiche, e cioè costruire una serata romana che vada realmente fuori dal centro anziché limitarsi a lodare la periferia da lontano.

Guardiamo i numeri urbanistici, che sono impietosi. Il centro storico di Roma, quello dentro le mura, ospita una frazione minima della popolazione cittadina, ed è sempre più un luogo di uffici, alberghi, affitti brevi e attività rivolte ai visitatori. La città reale, quella dove le persone abitano, lavorano, crescono i figli e cercano posti dove passare la sera, è quasi tutta fuori. Ne consegue che l’offerta culturale quotidiana, quella non monumentale, non può che essere periferica: è lì che c’è il pubblico e lì che ci sono gli spazi.

Il secondo dato, meno ovvio, riguarda i costi. Il metro quadro di spazio culturale, in centro, ha un prezzo che nessuna attività di produzione può sostenere. Un teatro di posa, uno studio di registrazione, una sala prove, un laboratorio di scenografia occupano molta superficie e producono poco fatturato per metro quadro. Nel centro storico quel modello non è economicamente possibile, punto. La periferia non è una scelta ideologica: è l’unico posto dove i conti tornano.

C’è poi una terza ragione, che è la più interessante e la meno citata. Gli spazi periferici hanno una libertà di sperimentazione che quelli centrali non hanno. Un’istituzione del centro deve rispondere a un pubblico ampio, a una critica attenta, a una serie di aspettative consolidate. Uno spazio di Pietralata può permettersi di sbagliare, di provare cose che non funzionano, di ospitare un artista sconosciuto senza che nessuno chieda conto della scelta. È in quel margine di errore tollerato che nascono le cose nuove, e non è un caso che quasi tutti gli artisti e i gruppi che poi arrivano ai grandi palchi abbiano cominciato in posti come questo.

Il quadrante intorno a Via di Pietralata è un buon esempio di come questo meccanismo funzioni. Nel giro di pochi chilometri convivono spazi per la danza, per la musica, per le arti visive, per il teatro, e quasi tutti hanno la stessa forma: un edificio industriale riadattato, una gestione indipendente, un pubblico che si costruisce nel tempo. Chi vuole vedere la stessa dinamica in altri quadranti la trova al Casilino, a Testaccio negli spazi degli ex mercati generali, oppure nella rete di quartiere raccontata dal Roma Borgata Festival.

La foto giusta da fare a Atelier Montez

La tentazione, in un posto così, è quella di fotografare quello che succede: il palco, la gente, l’opera appesa. Il consiglio è opposto. La foto che vale, in un edificio industriale riconvertito, è quella che fotografa l’edificio, e in particolare il punto in cui la vecchia funzione e la nuova si toccano.

Il soggetto

Cercate il dettaglio ibrido. Una capriata metallica arrugginita sopra una parete appena imbiancata. Un quadro elettrico industriale dismesso accanto a un faro da teatro di posa. Un portone scorrevole da magazzino aperto su una sala allestita. Una scala di ferro che non porta più da nessuna parte. Sono queste le immagini che raccontano che cosa è successo a quell’edificio, e sono le uniche che, riguardate a distanza di anni, continuano a dire qualcosa. La foto del palco con le luci colorate, invece, è identica in tutti i capannoni d’Europa.

La luce

Qui sta la difficoltà tecnica, ed è seria. Gli spazi industriali riconvertiti hanno quasi sempre una luce mista e complicata: finestre alte che di giorno buttano dentro fasci molto forti creando contrasti impossibili, e di sera un misto di fari caldi, led freddi e luce colorata da spettacolo che manda in confusione qualunque bilanciamento automatico. Con il telefono, il risultato tipico è un’immagine con le alte luci bruciate e le ombre grigie e rumorose.

Ci sono due rimedi semplici. Il primo è abbassare manualmente l’esposizione: quasi tutti i telefoni permettono di toccare lo schermo e trascinare verso il basso un cursore. Sottoesporre di uno stop salva le alte luci e rende l’immagine più drammatica, che in un capannone è esattamente l’effetto giusto. Il secondo è appoggiarsi: con poca luce il tempo di scatto si allunga e la mano trema, mentre un pilastro, un davanzale o una ringhiera risolvono il problema senza bisogno di treppiedi.

L’inquadratura

Negli ambienti molto alti funziona bene lo scatto verticale che include il soffitto, perché è l’altezza la cosa che rende quello spazio diverso da una stanza qualunque e l’orizzontale la annulla. Funziona anche il contrario, cioè il dettaglio ravvicinato di un elemento tecnico, che diventa quasi astratto. Quello che di solito non funziona è l’inquadratura di mezzo, quella che prende metà sala senza un soggetto chiaro.

Un piccolo trucco compositivo: mettete una persona nell’inquadratura, anche di spalle e anche piccola. Senza un riferimento umano, la scala di un capannone non si legge e la foto sembra la fotografia di un modellino. Con una figura in basso a sinistra, il soffitto a sette metri diventa improvvisamente alto sette metri.

Il buon senso

Due regole che valgono in tutti gli spazi di questo tipo. La prima: durante le mostre e gli spettacoli, chiedere se si può fotografare, perché a volte non si può e il motivo è quasi sempre un vincolo dell’artista o della produzione, non un capriccio. La seconda: niente flash. In una sala buia il flash rovina la serata a chi guarda, produce una foto peggiore di quella che avreste fatto senza, e nei teatri di posa può interferire con le riprese in corso. Il telefono di fianco al corpo e il buon senso acceso bastano.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Per raccontare onestamente la storia di questo indirizzo bisogna distinguere due piani. Il primo è quello del luogo fisico e del quartiere che lo contiene, ed è documentato. Il secondo è quello delle singole serate e delle singole produzioni che nel capannone si sono succedute, ed è per sua natura effimero: gli spazi indipendenti non tengono archivi, e quello che è passato di lì vive nella memoria di chi c’era e in qualche fotografia sparsa. Preferisco raccontare bene il primo piano piuttosto che inventare il secondo.

La nascita della borgata

Il primo avvenimento che riguarda questo pezzo di terra è la sua urbanizzazione forzata negli anni Trenta del Novecento. Fino ad allora la zona era campagna, con casali sparsi e il corso dell’Aniene poco più a valle. La decisione di costruirci una borgata per accogliere gli sfollati delle demolizioni del centro trasforma un paesaggio agricolo in un insediamento urbano nel giro di pochissimi anni. È un evento fondativo, e lo si legge ancora oggi nella trama delle strade e nella tipologia delle case.

La guerra e la ricostruzione

Il secondo passaggio decisivo sono gli anni Quaranta. Il quadrante ferroviario fra Tiburtina e San Lorenzo è un obiettivo strategico, e il bombardamento del luglio 1943 lascia una ferita che la città ricorda ancora. Nei mesi successivi, fra l’armistizio e la liberazione, le borgate orientali sono un luogo importante della resistenza romana. Chi cammina oggi per queste strade passa accanto a lapidi e targhe che quella stagione la ricordano con nomi e date precise, e vale la pena fermarsi a leggerle.

L’industria e la sua fine

Il terzo avvenimento è più lungo e meno drammatico, ma è quello che ha generato direttamente l’edificio di cui parliamo. Nel dopoguerra il quadrante tiburtino diventa una delle aree produttive di Roma: non grande industria pesante, che a Roma non c’è quasi mai stata, ma industria leggera, laboratori, officine, magazzini, tipografie, piccole manifatture. Negli anni Ottanta e Novanta quel tessuto entra in crisi, per ragioni che sono le stesse di tutta l’Italia urbana: costi, delocalizzazione, cambiamento della struttura economica. I capannoni si svuotano.

Il quarto avvenimento è la conseguenza del terzo, ed è la riconversione. A partire dagli anni Novanta e con accelerazione nel nuovo secolo, quei capannoni vuoti vengono progressivamente riutilizzati: alcuni diventano depositi e logistica, altri showroom, altri ancora spazi culturali. Il recupero dell’edificio industriale di Via di Pietralata 147/A appartiene a questa stagione, ed è un episodio di una storia collettiva che ha riguardato decine di indirizzi romani.

L’arrivo della metropolitana

Il quinto passaggio è infrastrutturale ed è quello che ha reso possibile tutto il resto. Il prolungamento della linea B verso Rebibbia, con le stazioni di Monti Tiburtini e Pietralata, ha collegato in modo stabile questo quadrante al centro. Senza quella linea, un pubblico serale in un capannone di Via di Pietralata sarebbe una fantasia: con quella linea, è una serata come un’altra. Le infrastrutture di trasporto, in città, non spostano solo persone: spostano la possibilità stessa che certi luoghi esistano.

Chi è passato da Atelier Montez

Anche qui vale la regola dell’onestà. Non farò l’elenco di nomi celebri che in casi come questo si trova sempre da qualche parte, perché per un centro di produzione l’elenco dei nomi è quasi sempre fuorviante: un teatro di posa affittato a giornata ospita in un anno decine di produzioni diversissime, e la presenza di un volto noto davanti a una macchina da presa non dice niente di più di quanto dica il nome di un albergo sul passaporto di un viaggiatore. Preferisco raccontare le categorie di persone che un posto così attraversa, perché quelle sono vere e spiegano molto meglio il carattere del luogo.

Le troupe

La prima categoria è quella professionale. Fotografi e videomaker con le loro squadre, produzioni pubblicitarie, troupe di documentari, gruppi che girano videoclip, studenti di scuole di cinema con il loro esame finale. Arrivano al mattino presto con i furgoni, scaricano casse nere per un’ora, montano, girano, smontano e ripartono a notte. Sono la parte invisibile della vita di un capannone, quella che il pubblico non vede mai e che paga le bollette.

Il dettaglio curioso è che questa gente porta con sé un intero paesaggio effimero: pareti finte, moquette, mobili, piante di plastica, fondali di carta alti tre metri. Per due giorni un angolo del capannone diventa un salotto borghese, un ufficio anni Settanta o una spiaggia, e poi torna a essere cemento e pareti nere. Chi lavora in questi spazi sviluppa un rapporto particolare con la realtà, perché la vede costruire e demolire di continuo.

I musicisti

La seconda categoria è quella dello studio di registrazione. Band che incidono un disco, cantautori che registrano provini, session di strumenti che negli studi piccoli non ci stanno, compositori che lavorano a colonne sonore, produttori. È un tipo di frequentazione lenta: una registrazione seria occupa giorni, a volte settimane, e chi ci lavora dentro finisce per abitare il posto, portarsi il caffè, conoscere i vicini. Nelle zone industriali gli studi di registrazione creano piccole comunità stabili.

Gli artisti visivi

La terza categoria riguarda la parte espositiva. Pittori, illustratori, scultori, artisti che lavorano con l’installazione o con il video, curatori indipendenti, collettivi. Per un artista giovane, a Roma, la difficoltà principale non è produrre ma esporre: le gallerie commerciali sono poche e selettive, gli spazi pubblici hanno tempi lunghi e procedure complicate. Uno spazio indipendente che apre le porte a una mostra collettiva risolve un problema reale, e per questo attorno a posti così si forma sempre una comunità di artisti riconoscente e fedele.

Il pubblico della notte

La quarta categoria è quella delle serate. È il pubblico più ampio e più mobile: gente del quartiere, studenti universitari del vicino polo di via Tiburtina, ventenni e trentenni che arrivano da tutta la città seguendo il nome di chi suona o mette i dischi, curiosi portati da un amico. È anche il pubblico che dà a un capannone la sua immagine pubblica, perché è quello che fotografa, racconta e diffonde.

Il quartiere

L’ultima categoria è la più importante e la meno visibile: i vicini. In una borgata storica come Pietralata la relazione fra uno spazio culturale e le persone che abitano intorno è una faccenda concreta, fatta di parcheggi occupati, di rumore, di gente che passa sotto le finestre a notte fonda, ma anche di ragazzi del quartiere che entrano per la prima volta in uno studio di registrazione. Gli spazi che durano sono quelli che questa relazione la curano; quelli che non la curano, prima o poi, chiudono.

Che cosa c’è intorno

Uno dei motivi per cui vale la pena arrivare presto è che questo pezzo di Via di Pietralata non è isolato. Nel raggio di poche centinaia di metri c’è una concentrazione di spazi che altrove richiederebbe un pomeriggio di spostamenti.

Sulla stessa strada, poco più avanti, si trova il Lanificio, uno degli esempi più noti di recupero industriale del quadrante, ricavato dentro un vecchio complesso manifatturiero e diventato negli anni un punto di riferimento per la musica e per gli eventi. Sempre su Via di Pietralata opera il DAF, Dance Arts Faculty, che è la casa romana della danza contemporanea e che d’estate apre le sue sale al pubblico con una rassegna dedicata. Tre indirizzi sulla stessa via, tre attività diverse, tre modi di usare un capannone.

Allargando di poco il raggio si arriva alla valle dell’Aniene, che è il grande spazio verde di questo quadrante e che comprende parchi attrezzati e aree naturali di notevole estensione. Chi ha tempo di arrivare nel pomeriggio può combinare una passeggiata al Parco di Aguzzano o alla Cervelletta con la serata al chiuso. È una combinazione che conoscono in pochi e che restituisce l’idea di una Roma completamente diversa da quella delle cartoline.

Verso il centro, la stessa linea di metropolitana porta in pochi minuti a San Lorenzo, che resta il quartiere con la maggiore densità di locali e di vita notturna della zona, e dove d’estate si tiene anche il festival del cinema di quartiere. Chi vuole costruire una serata lunga può cenare lì e poi spostarsi, o fare il contrario.

Come inserirlo in una serata romana

Chi vive a Roma non ha bisogno di strategie: ci va quando c’è qualcosa che gli interessa. Il discorso è diverso per chi viene da fuori e ha pochi giorni a disposizione, e qui il ragionamento merita attenzione.

La prima cosa da dire è che uno spazio come questo non deve entrare in concorrenza con le grandi cose romane. Nessuno rinuncia ai Fori o alla Galleria Borghese per un capannone di Pietralata, e sarebbe sbagliato farlo. Ma le grandi cose romane si visitano di giorno, e le sere restano libere. È lì che si gioca la differenza fra un viaggio che vede Roma e un viaggio che la incontra.

La seconda è che una serata periferica funziona meglio se non è isolata. Una settimana romana ben costruita alterna i registri: una sera in centro, una sera all’aperto in un parco, una sera in un quartiere dove non c’è niente da fotografare. Chi vuole capire come funziona il calendario estivo della città può guardare come si muovono le grandi rassegne, dal Romaeuropa Festival a Short Theatre, che da anni portano il contemporaneo dentro spazi non convenzionali della città, fino alle rassegne di quartiere come l’Aniene Festival al Parco Nomentano, che è dall’altra parte dello stesso fiume.

La terza, e vale come principio generale, è che la periferia romana va affrontata con un minimo di preparazione logistica e con zero timore. Non c’è niente di pericoloso in una strada di Pietralata alle undici di sera: c’è soltanto meno gente in giro che a Trastevere, il che per certi versi è un pregio.

Le domande più frequenti

È un locale notturno o uno spazio espositivo?

Entrambe le cose, in momenti diversi, e nessuna delle due in modo esclusivo. La natura primaria è quella produttiva: teatro di posa e studio di registrazione. Mostre e serate sono la parte pubblica di un luogo che nasce per lavorare. Chi arriva pensando a un club puro troverà qualcosa di più ruvido e più interessante; chi arriva pensando a una galleria troverà qualcosa di meno curato e più vivo.

Si può entrare durante il giorno per dare un’occhiata?

In generale no, e non per antipatia: se dentro c’è una produzione in corso, entrare significa disturbare un set. Le visite, quando sono possibili, seguono le aperture pubbliche. Anche per questo la regola d’oro resta quella di informarsi prima sul programma del periodo.

È adatto ai bambini?

Dipende interamente dall’occasione. Una mostra pomeridiana in un capannone alto sette metri è un’esperienza che ai bambini piace moltissimo, molto più di un museo tradizionale, perché lo spazio è grande e la sensazione è quella dell’avventura. Una serata con musica a volume da club, ovviamente, no.

Quanto tempo ci si ferma?

Per una mostra, un’ora abbondante basta e avanza, considerando che metà del tempo se ne va a guardare l’edificio. Per una serata, il tempo che si vuole. Per una visita al quartiere, mezza giornata non è sprecata, soprattutto se si scende alla fermata della metropolitana e si arriva a piedi facendo il percorso lungo.

Come faccio a sapere che cosa c’è in programma?

I canali giusti sono quelli diretti dello spazio e i cartelloni degli eventi romani. Vale la pena ricordare che gli spazi indipendenti comunicano soprattutto attraverso i canali social e le liste di iscrizione, e che la comunicazione arriva spesso con pochi giorni di anticipo: è il ritmo del settore, non una distrazione.

Domande frequenti su Atelier Montez

Dove si trova Atelier Montez?

Atelier Montez si trova in Via di Pietralata 147/A, una strada lunga che attraversa longitudinalmente il quartiere Pietralata, correndo grosso modo parallela alla via Tiburtina, in un tratto quasi industriale con officine e carrozzerie.

Cos'è Atelier Montez?

Atelier Montez è un centro di produzione per le arti audio visive ricavato da un vecchio edificio industriale riconvertito, con un teatro di posa e uno studio di registrazione al proprio interno. Il nome unisce una parola propria alla parola francese che indica la bottega di un artista.

Atelier Montez è sempre aperto?

No, Atelier Montez non ha un calendario continuo come un museo o una stagione teatrale fissa: funziona a ondate, con settimane in cui la porta è chiusa perché dentro si lavora a una produzione e periodi in cui ospita mostre e serate aperte al pubblico.

Serve prenotare per partecipare a un evento di Atelier Montez?

Il consiglio principale per Atelier Montez è controllare il programma e, quando previsto, prenotare, perché è la mossa che permette di non trovare la porta chiusa o l'evento già esaurito arrivando senza informarsi prima.

Come si arriva ad Atelier Montez in metropolitana?

Atelier Montez si raggiunge con la linea B della metropolitana, scendendo alle fermate Pietralata o Monti Tiburtini, in un quarto d'ora scarso di viaggio dal centro di Roma verso il quadrante tiburtino.

Atelier Montez è un locale notturno o uno spazio espositivo?

Atelier Montez è entrambe le cose, in momenti diversi, e nessuna delle due in modo esclusivo. La sua natura primaria è produttiva, come teatro di posa e studio di registrazione: mostre e serate sono la parte pubblica di un luogo che nasce prima di tutto per lavorare.

Riepilogo

Atelier Montez, in Via di Pietralata 147/A, è un centro di produzione per le arti audio-visive ricavato dal recupero di un vecchio edificio industriale nel quadrante tiburtino di Roma. Ha un teatro di posa, uno studio di registrazione e spazi che ospitano mostre, serate e attività diverse. Si raggiunge con la linea B della metropolitana, fermate Pietralata e Monti Tiburtini, in un quarto d’ora scarso dal centro. Intorno c’è una borgata degli anni Trenta con una storia densa, una valle fluviale verde e una concentrazione di spazi culturali indipendenti che pochi altri quadranti romani possono vantare.

Chi ci va deve sapere due cose. La prima è che il programma non è continuo e che informarsi prima di partire non è un consiglio generico ma la condizione stessa della visita. La seconda è che quello che si va a vedere non è un monumento ma un luogo di lavoro, con il fascino ruvido e l’imperfezione che i luoghi di lavoro hanno. Chi accetta questo patto trova una Roma che le guide non raccontano e che, una volta scoperta, difficilmente si dimentica.

Se state costruendo un viaggio a Roma e volete che serate come questa non restino un’occasione mancata, il modo più rapido è farsi accompagnare da chi il calendario della città lo conosce da dentro: per tour ed esperienze private, aziendali o su misura, con guide e accompagnatori abilitati, il riferimento è Tour Leader Pro, che lavora con professionisti in tutta Italia. Per organizzare il resto del viaggio intorno a una serata, dagli spostamenti in città ai trasferimenti e alle giornate fuori Roma, il punto di partenza è ItalyPlanner.

Fonte

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RiassuntoAtelier Montez Via di Pietralata, 147/A Roma Centro di produzione per le arti audio-visive realizzato attraverso il recupero di un vecchio edificio industriale in zona Pietralata. Teatro di posa, studio di registrazione, mostre, clubbing e tante altre attività in programma.
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IndirizzoPhotography: F.Perri Atelier Montez
Via di Pietralata, 147/A
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